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SAL DA VINCI TRA VAIOLO E PESTE

Posted by on Mar 7, 2026

SAL DA VINCI TRA VAIOLO E PESTE

“In questi ultimi cinquant’anni, alla musica popolare italiana, ha fatto più male la canzone napoletana che la peste nel Trecento”.
Lo scrive Paola Italiano su La Stampa di Torino, ricalcando le parole di Emio Donaggio, sempre su La Stampa, del marzo del 1975, in un articolo che trasuda disprezzo, se non proprio strisciante razzismo, nei confronti di Napoli. Titolo: “Sal Da Vinci, che fastidio. O sono matta io?”

È solo uno dei tanti strali lanciati sulla napoletanità espressa da Sal Da Vinci dopo la sua vittoria a Sanremo. Ma è evidente che la Italiano non conosca cosa sia “Canzone napoletana”, e non sappia che quella di Sal Da Vinci a Sanremo non era Canzone napoletana ma una delle tante espressioni di una scena musicale partenopea assai complessa e caleidoscopica, in cui c’è dell’alto e del basso. Lo stesso Sal, peraltro, ha semplicemente trovato la chiave della popolarità attraverso i social per aggirare il muro dell’ostracismo che ha incontrato per anni, e si è adeguato al livello sanremese richiesto nel 2026 dopo il suo grande successo “Rossetto e caffè”, nato proprio sui social. Paradigma di ciò che, nel bene e nel male dei nuovi media, ha riportato Napoli sotto ai riflettori.

La Canzone napoletana? Quella classica per definizione è prodotto irripetibile del matrimonio tra grandi poeti in lingua partenopea e formidabili musicisti, e ha partorito la canzone italiana e lo stesso Festival di Sanremo, ma la Italiano, evidentemente, non lo sa, e pertanto non ha gli strumenti per capire cosa scrive. Potrà quando avrà appreso che la prima “canzone italiana” della storia è la versione italiana di una barcarola napoletana (Lo varcajuolo de Santa Lucia), quando l’Italia non era neanche unita. Potrà quando avrà appreso che il Festival di Sanremo è la versione italiana di una rassegna di canzoni e tradizioni napoletane portate al Casinò di Sanremo da Ernesto Murolo ed ErnestoTagliaferri.
La scena musicale napoletana è altro concetto, e anche lì, negli ultimi cinquant’anni, vi sono punte di eccellenza del cantautorato che vanno dalle contaminazioni del Neapolitan Power di Pino Daniele al rock di Eduardo Bennato, passando per il pop melodico di Eduardo De Crescenzo.

Stia tranquilla, Signora Italiano; Lei non è matta. È semplicemente ignorante, e si sa che dall’ignoranza nasce il razzismo. Del resto, Lei, piemontese, la puzzetta sotto al naso se la porta nel cognome dalla metà dell’Ottocento, epoca di costruzione di una sbagliata Italia in cui il Suo conterraneo Massimo D’Azeglio, in una corrispondenza privata, scrisse: “la fusione coi napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso!”. Colpa delle fetide zaffate che emanate ogni volta che parlate di Napoli senza sciacquarvi la bocca.

Angelo Forgione

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