Scritti del Principe Canosa
Il pensiero di Antonio Capece Minutolo, Principe di Canosa, massimo esponente del pensiero politico tradizionalista napolitana (e non solo) dell’800, è di una sconvolgente attualità. Ecco perché è importante l’edizione completa delle sue opere, che la casa editrice Solfanelli sta pubblucando.
di Gianandrea de Antonellis
Premessa
Attualità del pensiero canosiano*
L’attività politica del Canosa riguarda un lungo periodo di profonde e drammatiche trasformazioni sociali, svolgendosi in parallelo con l’estremo declino dell’antico ordine; con l’irrompere violento delle ideologie giacobine e la conseguente reazione popolare e contadina; con l’affermarsi delle vedute rivoluzionarie mediante il dispotismo dei Napoleonidi; con il successivo ristabilimento delle Monarchie legittime pesantemente influenzate dalla politica del Metternich; infine con la lenta trasformazione delle forze sovversive, che, da apertamente atee, si trovano, poi, ad inglobare nella loro azione le prime manifestazioni di liberalismo cattolico.
L’atteggiamento controrivoluzionario del Canosa e la posizione di lealismo monarchico, dispiegata ben al di là degli orientamenti di governo degli stessi re legittimi, sono stati, nella libellistica liberale, tacciati di anacronismo, indicati come l’esemplificazione più eclatante di un voler andare caparbiamente contro il corso ineluttabile della storia. Ai liberali si sono, quindi, aggiunti gli esponenti del cattolicesimo democratico e modernista, secondo i quali il Canosa e gli altri cattolici di ispirazione tradizionale rappresenterebbero «soltanto un nostalgico e vano vagheggiamento di forme non più attuabili e superate»[1].
Resta, allora, a questo punto, da vedere per sommi capi se tale veduta possa ritenersi esatta. A nostro avviso, tanto non risulta. La problematica canosiana si rivela infatti, a ben guardare oltre i limiti puramente formali di una prosa alquanto arcaica, permeata di sostanziale attualità.
Si consideri, ad esempio, la polemica del Canosa sul piano religioso. Egli fu tra i primi a propugnare, come si è accennato, il primato e il dogma dell’infallibilità papale. Come non ritenere tutt’ora attuale una tale tesi se questa è stata oggetto di sollecita attenzione e conferma dal Concilio Vaticano II e dal Sinodo? Egli, inoltre, inaugurò la lotta al modernismo cattolico, in nome del «primo caratteristico pregio del cattolicesimo [che] è quello della invariabilità della dottrina»[2]. Come potrebbe ignorarsi che tale contrasto, non solo ha investito la responsabile chiarificazione della Chiesa nel secolo scorso, ma oggi impegna in termini ancor più drammatici tutto il mondo cristiano, religiosi e laici[3]? Il Canosa si batté energicamente contro la separazione della religione dalla società civile e contro coloro che sostenevano doversi scindere le due indivisibili felicità terrena e celeste ben intravedendo che, una volta distinto il cittadino dal credente, questi si sarebbe trovato ad operare nella società sciolto da ogni superiore vincolo etico. Orbene, come non ritenere attualissimo il suo pensiero se tutto il mondo d’oggi, in balia del materialismo, sente, più o meno coscientemente, il bisogno di princìpi saldi cui aggrapparsi? Senza religione la norma del vivere civile non potrà essere altra che la dottrina del più forte, al posto del diritto naturale tradizionale non potrà non sostituirsi «il diritto naturale dei pesci grossi che è quello di mangiare i piccoli»[4]. Il ricorso alla teoria del contratto sociale del Rousseau non supera questa obiezione. Questa teoria è infatti una pura chimera. Il Canosa fa sue senz’altro le proposizioni della Filosofia morale dell’Olivieri:
Noi non nasciamo da un padre e da una madre, ne abbiamo fratelli per un atto di nostra volontà: eppure la legge di natura ci impone il dovere della riconoscenza, e della sottomissione verso i primi, e dell’amore verso i secondi, ha natura non ci ha consultati per farci nascere nel mezzo di una società civile, intieramente formata: eppure dal nostro nascere siam soggetti alle sue leggi. In qual senso si può dir contratto sociale, patto, o convenzione un dovere nato con noi, fondato sopra certi titoli, che ci hanno preceduti, ed imposto da una legge salutevole (e divina) senza di cui non vi sarebbe altro diritto fuorché la forza, ed alla quale non possiamo sottrarci senza lasciare di essere uomini? Siccome non vi fu bisogno di un contratto per sottometterci ai doveri della società naturale, e domestica (lo che non può contrastarsi); così non vi fu per sottometterci a’ doveri della società civile.[5]
In sintesi, tolto Dio dalla Città non vien fuori un chimerico contratto sociale, ma hanno corso, per assicurarsi l’obbedienza dei cittadini, due soli sbocchi alla politica di governo: «il terrore delle pene umane e la veduta di un particolare interesse»[6]. Per il Canosa, a questo punto, cade a proposito il rilievo che la mera norma penale, non sorretta da un imperativo religioso, non investente quindi tutta la personalità dell’uomo, si rivela completamente inadeguata. Ci domandiamo ancora una volta se è mai possibile ritenere superati gli argomenti polemici del Canosa, quando tutta la storia contemporanea paga tutt’ora il prezzo dell’astrattezza delle teorie contrattualistiche che, in pratica, si sono risolte nella dottrina della forza e dell’utilitarismo, della sopraffazione e dell’egoismo sul piano interno ed internazionale[7].
Per altro verso, in relazione all’azione apostolica della Chiesa, la tesi della non separabilità dei fini ultraterreni dell’uomo da quelli riguardanti la comunità civile, è inequivocabilmente attinente al nostro tempo, ove si considerino le molte encicliche a carattere sociale.
Prima di procedere oltre, è opportuno riferire un rilievo del Maturi che sembra inficiare globalmente il pensiero religioso del Canosa:
La teoria del Canosa sull’utilità della religione incappata nelle stesse critiche di quella del Lamennais: come brillantemente dimostrò B. Constant, non perdendo mai di vista l’utilità della religione, si degrada la religione: l’uomo non è per nulla più religioso per il fatto che gli si dice che la religione è utile.[8]
Il Maturi fa sue le osservazioni in proposito dell’Omodeo, ma è ispirato congiuntamente da una propria veduta secondo cui la fede religiosa del Canosa, pur raggiunta per personale convinzione, sarebbe stata limitata da una contaminano politica[9] oltre che cavalleresca.
Dopo quanto si è detto del Canosa, riteniamo che al medesimo non sarebbero apparse punto brillanti le osservazioni del Constant. Si tratta in effetti di proposizioni capziose. È ben vero che l’uomo non proporziona la propria religiosità al calcolo della sua utilità. Ma è altrettanto vero che per il cattolico la religione non è solo un rapporto interiore con la Divinità, ma anche una relazione col prossimo suo e perciò stesso anche sociale. Il Canosa calcò la mano sul tema dell’utilità della religione perché si trovava a dover contestare l’insidia di quanti, sul presupposto della distinzione tra religione e vita sociale, miravano, in sostanza a relegare la prima nella soffitta delle cose superate e non utili.
La subdola accusa rivolta al Canosa di voler difendere la religione solo in quanto socialmente utile, una volta ritenuta valida, condurrebbe ad un’altra ugualmente grave, a quella cioè, di voler sostenere la religione quale mero instrumentum regni. Il che, sulla scorta delle opere del barone napoletano, suona come una vera e propria enormità. Se è vero, come è vero, che, allorché la fede religiosa viene usata come strumento di governo, il potere in quanto tale assurge ad elemento primario di ogni consociazione civile, noi dovremmo riscontrare, se le critiche fossero valide, in Canosa un’apologià dell’autorità traente la sua norma da se stessa. Invece egli sostiene che quelli, a’ quali Dio ha affidato il Potere non meno che il popolo soggetto devono uniformarsi tutti alla vera Religione ed adempiere i precetti di quella legge, «che è obbligatoria tanto per chi comanda, quanto per coloro, che obbediscono»[10]. Siamo dunque nell’ambito della più stretta ortodossia cattolica.
Il pensiero del Canosa sul Potere si chiarisce ancor più mentre ci accingiamo a sostenere la modernità della sua concezione dello stato. Il Canosa non è paladino dell’assolutismo: già abbiamo fatto cenno di ciò. Del resto sia il Croce che il Maturi hanno fatto acquisire alla critica storica un tale giudizio. Ma egli non è nemmeno il semplice difensore dell’ancien regime; cioè delle istituzioni tal quali si sono concretate storicamente nel periodo preilluminista. Il fulcro del suo pensiero è l’idea organica dello stato. In contrapposto allo stato di una ipotetica democrazia egalitaria (tutte le pretese democrazie si risolvono per lui in demagogie e tirannie) e in contrapposto allo stato accentratore che livella totalitariamente la società, egli propugna la perenne validità delle classi e dei corpi intermedi, unica garanzia a che il potere centrale non degeneri in tirannide e, nello stesso tempo, a che il potere stesso non venga a trovarsi isolato. Ora nessuno può disconoscere che il problema centrale delle costituzioni politiche del nostro tempo non sia quello di assolutizzare, più di quanto non sia, il potere centrale; né quello di livellare ancor più totalitariamente ed egualitariamente la società; ma quello di superare l’individualismo astratto prodotto dalla rivoluzione francese in vista di una rivalutazione delle società sia naturali, come la famiglia, le comunità locali, sia storiche, come le associazioni economiche, professionali, culturali. In definitiva il problema dello stato moderno è dovunque quello dei corpi e quindi delle gerarchie intermedie.
La stessa formula assolutistica del «tutto per il popolo, nulla con il popolo», propria dei tempi in cui operò il Canosa, trova in questi un sostanziale temperamento. Egli, in contrasto col Metternich, come si è visto, vuole che il popolo partecipi alla lotta politica: parla ai popolani di Napoli per incitarli alla resistenza ai francesi, organizza i militi lealisti tra i contadini del Modenese e dello Stato pontificio. Crede, come il Cuoco[11], nell’azione popolare. Ma, mentre il Cuoco sviluppa un principio demagogico allorché dichiara che occorre farsi assertore dei desideri del popolo per conquistare il comando e quindi, una volta al potere, dirigerlo secondo il proprio pensiero politico; il Canosa concepisce l’azione di orientamento e di mobilitazione di popolani e contadini come affermazione dei principi religiosi e politici tradizionali di tutta la società, pur nelle modalità più elementari e meno intellettualizzate in cui il popolo crede ed opera. In questo quadro egli esprime inoltre una netta condanna verso quei governi che confidano in armate straniere nei loro Stati[12], altro motivo questo di contrasto politico col Metternich: lo stato deve, in conclusione, mantenersi, in via di principio, con forze proprie, mediante un potere centrale, sostenuto, e temperato insieme, dai corpi intermedi, svolgenti un’azione di guida del popolo, secondo le tradizioni fondamentali e non contingenti proprie di tutta la nazione.
Si è già accennato alla lotta che il Canosa condusse contro le sette. Questo ci conduce ad affermare che egli credette fermamente in una dimensione sotterranea della storia. Gli autentici sovversivi, per il principe napoletano, non furono i Cuoco ed i Pagano, che credevano in buona fede alle proprie idee, né i Morelli e Silvati e, al limite, nemmeno i Mazzini, che pure egli attaccò con estrema durezza. Sovversivi furono quelli che operarono, non allo scoperto, ma paludati dal manto della finzione e della perfidia, al fianco dei re, al fine di perderli, ministri e consiglieri di corte, a loro volta dipendenti da forze più occulte. Questa tesi del Canosa costituisce un metro di interpretazione storica dei tempi in cui egli visse. E, in realtà, come potrebbe spiegarsi altrimenti la situazione paradossale in cui vennero a trovarsi, nel secolo scorso, tutti i più accesi legittimisti, sostanzialmente posti al bando, mentre i rivoluzionari, salvo naturalmente i più incauti, poterono preparare liberamente i propri colpi di mano? Nella storia di Napoli, al Medici, al Tommasi, al Colletta fanno riscontro il Pepe e il Liborio Romano. Dunque possiamo aggiungere che il metro per interpretare la nostra storia proposto dal Canosa vale anche oltre i limiti di tempo della sua vita per coinvolgere quello successivo ed anche il breve regno di Francesco II allorché finì l’indipendenza napoletana. Quel re, abbandonato dai ministri infidi, proprio quando non li ebbe più accanto, poté lasciarci in retaggio la vicenda più gloriosa dell’onore napoletano assediato nell’ultimo spalto di Gaeta.
Ma, infine, possiamo mai ritenerci convinti che, ancor oggi, le forze che dominano la scena politica mondiale siano veramente soltanto quelle che si esprimono nelle dichiarazioni esterne dei politici e nelle consultazioni popolari? Se esiste questo dubbio, anche su questo tema il pensiero del Canosa è da considerarsi tutt’altro che arcaico.
Prima che il lettore giunga al testo della Epistola contro Colletta riteniamo sia opportuno far cenno del particolare modo di scrivere o dettare le proprie opere adottato dal Canosa.
«Voleva fare una predica, – dice in apertura del libro sull’Utilità della Religione già ampiamente citato – e vidi che ci aveva poca grazia; feci una dissertazione, le idee mi si affollarono, e diedi libero sfogo alle note»[13]. È questo il tratto formale caratteristico della letteratura canosiana. Il dispiegarsi, tra la concione e la dissertazione dottrinaria, di una tesi, che, a sua volta ne richiama altre e l’agglomerarsi di note, che non sono solo l’occasione per citare una fonte ma anche per sviscerare di nuovo gli argomenti e ripresentarli nella chiave della vicenda strettamente personale. Così, ad ogni tratto, il Canosa eruditissimo ti lascia repentinamente per riproporsi come infuocato politico e, con altrettanta disinvoltura, ti si presenta nella cruda realtà della sua vicenda umana.
Silvio Vitale
Premessa al III volume delle Opere di Antonio Capece Minutolo, Principe di Canosa (Saggi politici III. 1833-1837,Solfanelli, Chieti 2022).
Si ringrazia la casa editrice Solfanelli per il permesso di riprodurre il testo e il figlio dell’Autore, Edoardo Vitale, per aver concesso di ripubblicare lo scritto paterno, originariamente parte della introduzione a Il Principe di Canosa e l’epistola contro Pietro Colletta (Berisio, Napoli 1969).
* Estratto da Silvio Vitale, Il Principe di Canosa e l’Epistola contro Pietro Colletta, Berisio, Napoli 1969, p. 63-71. Ringrazio sentitamente Edoardo Vitale, figlio di Silvio, per il cortese permesso di ripubblicare il testo del padre.
[1] Orientamenti politici dei cattolici italiani dell’Ottocento, a cura di Enzo Omodei, con un saggio introduttivo di Don Luigi Sturzo, Garzanti, Milano 1948, p. 32.
[2] Antonio Capece Minutolo, Sull’Utilità della Religione Cristiana, Cattolica, Romana per la tranquillità, e pace dei popoli, e per la sicurezza dei Troni, tomo I, Napoli, 1825, p. 173. Per inciso avvertiamo che il tomo II non vide la luce per l’intervento del De’ Medici.
[3] Cfr. Luigi M. Carli, Nova et Vetera, Tradizione e progresso nella Chiesa dopo il Vaticano II, Istituto Ed. del Mediterraneo, Roma 1969.
[4] Sull’Utilità della Religione, p. 11.
[5] Sull’Utilità della Religione, p. 145.
[6] Sull’Utilità della Religione, p. 121.
[7] Cfr. Primo Siena, Le alienazioni del secolo, Edizioni Cantiere, Padova 1959, p. 63 e ss.
[8] Walter Maturi, Il Principe di Canosa, Le Monnier, Firenze 1944, p. 227. Sul Constant cfr. Adolfo Omodeo, La cultura francese nell’età della Restaurazione, Mondadori, Milano 1946, p. 162 e ss.; W. Maturi, op. cit., p. 2.
[9] W. Maturi, op. cit., p. 2.
[10] Sull’Utilità della Religione, p. 17.
[11] Vincenzo Cuoco, Saggio storico sulla Rivoluzione di Napoli, 1806, cap. XVII.
[12] Sull’Utilità della Religione, p. 180.
[13] Sull’Utilità della Religione, p. 7.
: https://www.edizionisolfanelli.it/copoperedicanosa.htm
La “Barbajada” è una bibita inventata dal mio bisarcavolo Domenico Barbaja, mischiando cioccolato, caffè e latte, per stimolare, irrobustire e addolcire. La presente rubrica intende rivolgersi al lettore stimolandolo con il caffè delle considerazioni, irrobustendolo con il cacao delle dimostrazioni e, possibilmente, addolcire il tutto, rasserenandolo con lo zucchero dell’ironia o la panna della leggerezza.


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