Sessa : le tracce della nobiltà …

Antonio Varone
Ci passi davanti, la vedi aperta e decidi di rivedere l’interno di una chiesa che hai frequentato per tutti gli anni della tua fanciullezza ed anche successivamente in qualche particolare occasione. Ti è tutto familiare, ricordi un po’ tutto, anche la collocazione di santi e madonne, le suppellettili della sagrestia, l’accesso alla campana.
Solo un po’ di amarcord, poi il trovarti da solo ti invoglia ad osservare tutto con più attenzione e con quella curiosità che già altre volte ti ha portato a guardarti intorno, in cerca di una “traccia” ancora poco nota del passato di questa Città che ami tanto. Ti è già capitato altrove, speri possa ripetersi. Inizialmente niente di particolare finché non noti qualcosa di interessante ai lati dell’altare maggiore. Nell’avvicinarti, per caso intravedi prima un’altra cosa, parzialmente nascosta da una rigogliosa pianta ornamentale, su una mensola di marmo sul muro laterale. Sposti la pianta e ti ritrovi davanti un bellissimo paliotto che in un pregevole intarsio marmoreo di “tracce” ne ha addirittura tre. Proviene molto probabilmente da un altare di una cappella gentilizia ormai non più esistente della quale una delle tre famiglie, di cui vediamo gli stemmi, aveva la proprietà o il giuspatronato. Il fatto che siano rappresentate tre famiglie sulla stessa lastra può far pensare ad un legame di parentela o di altro tipo fra di loro e forse per due è così. Il primo stemma da sinistra è quello dei Sabucco, antichissima famiglia nobile di Sessa il cui nome compare a firma di diversi atti notarili come quello del 1579 della donazione di un bellissimo oratorio da parte dei Frati Conventuali alla Confraternita del SS.Crocifisso. I Sabucco possedevano varie cappelle, anche una nella Chiesa dell’Annunziata. Il loro stemma reca un albero sradicato molto probabilmente di sambuco (Sabucco come sambuco) con tre stelle in campo d’argento . Sopra l’ovale il cimiero simbolo di nobiltà. Al centro del paliotto nobiltà ai massimi livelli con lo stemma della Casa Reale d’Aragona, quattro bande rosse su fondo giallo/oro sormontate dalla corona regale tipica del regno di Napoli. La presenza qui di questo importante stemma è certamente funzionale solo alla famiglia Sbarbaro, proprietaria della cappella e il cui stemma appare ultimo sulla destra: quercia sradicata in campo grigio con banda rossa e sopra tre stelle a sei punte, il tutto sormontato da corona marchesale. Sopra una scritta in latino che spiega non solo a quale famiglia appartenesse lo stemma ma anche il legame, probabilmente di fedeltà, con la dinastia Aragonese : “cumulata rubra “ nel senso che tale famiglia poteva fregiarsi della concessione di “una barra rossa” rivendicando un’origine di sangue reale. Il che era poco probabile vista che la possibilità di aggiungere una “barra” al blasone veniva concessa anche come ricompensa di alti servizi resi alla Corona, in primis l’aiuto militare. Nel caso degli Sbarbaro, che non potevano vantare le stesse antiche origini dei Sabucco, (sembra che prima di arrivare ad essere marchesi, fossero notai o ricchi mercanti) quella “barra” poteva perciò costituire una specie di attestato di merito nel momento in cui si ambiva ad un riconoscimento di nobiltà che dava diritto a moltissime cose, in primo luogo a far parte del più importante dei Sedili (quello dei Nobili) preposti al governo della Città. Va tenuto presente che il paliotto con i suoi intarsi è di epoca settecentesca, che la dinastia aragonese sul Regno di Napoli era finita nel 1501 ma non la sua influenza che resta viva per molto tempo nell’arte e nei costumi in tutto il Sud come a Sessa che era stata un feudo aragonese per molto tempo. Quando iniziano i rifacimenti di buona parte dei palazzi e delle chiese danneggiate dal terremoto del 1688, ricompaiono, conservando logicamente l’iconografia originale, anche gli stemmi di famiglia, come in questo caso, Ma il più bello e interessante quanto raro e’ l’altro stemma, quello che in due preziosi intarsi di marmi pregiati compare ai lati dell’altare maggiore. È lo stemma ( credo unico del genere esistente in Sessa) della famiglia di una suora, in questo caso dell’antichissimo Convento della Clarisse (1236) di cui la chiesa di Santo Stefano era parte. Certamente una delle ultime monache di un convento destinato pochi decenni dopo alla soppressione per le leggi napoleoniche. La suora, alla cui devozione si deve l’altare nella veste attuale, era suor Emilia Marullo della nobile famiglia dei Duchi di Ascoli Satriano, una delle tante nobildonne che i conventi di Sessa hanno ospitato e delle quali si conosce al massimo solo il nome. Qui invece c’è anche lo stemma : scudo ovale con leone d’oro rampante in campo grigio con croce greca in alto. Il leone rampante era un simbolo molto frequente nei blasoni nobiliari ma il corredo intorno di alabarde, cannoni e bandiere indica la presenza anche di incarichi militari. La piccola croce, meno frequente, potrebbe essere stata aggiunta proprio per suor Emilia. Quali vicende potrebbero raccontarci quei preziosi marmi non lo sapremo mai ma di una cosa possiamo essere certi, che anch’essi sono testimonianza dell’abilità di marmorari Sessani e forse dello stesso autore del quasi coevo commesso marmoreo dell’Arma Cristi della non lontana Chiesa di San Giovanni a Villa.










