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Silvio Trentin: l’Ordine degli Ordini come luogo di apprendimento della dottrina civile di Vico

Posted by on Lug 28, 2025

Silvio Trentin: l’Ordine degli Ordini come luogo di apprendimento della dottrina civile di Vico

Giuseppe Gangemi

Nel 1929, Silvio Trentin, fuoriuscito dal 1925, pubblica un importante volume nel quale attribuisce al Risorgimento italiano la responsabilità del fascismo: Les transformations récents du droit public italien. De la charte de Charles-Albert à la création de l’état fasciste. Quest’opera è stata  pubblicata in Italia con il titolo Dallo Statuto Albertino al regime fascista.

In essa, Trentin inserisce qualche elemento di critica non solo al fascismo ma anche alla filosofia politica maturata durante e dopo la Rivoluzione Francese. In questo testo parla sia di autonomia dell’individuo che di autonomie locali. A proposito di queste ultime sostiene che la borghesia liberale sarebbe stata convinta che le autonomie locali fossero da considerare un residuo del feudalesimo da combattere con quest’ultimo. Da questa intuizione nasce la proposta di uno Stato mondiale come Ordine degli Ordini o Ordine delle Autonomie.

Quando Trentin scrive Dallo Statuto Albertino al regime fascista, Trentin non ha ancora letto Vico. Lo farà, con molto profitto negli anni tra il 1931 e il 1935, studiandolo sui contributi a Vico che vi dedicherà la Rivista Internazionale di Filosofia del Diritto, rivista in cui uno dei più importanti redattori (dopo la fine del Fascismo ne diventerà direttore) è Giuseppe Capograssi. Dopo il 1935, come mostrano 19 pagine manoscritte, fronte retro, depositate al Centro Studi Piero Gobetti di Tortino, egli legge direttamente Vico e se ne serve per le sue opere successive. Una volta letto Vico, Trentin comprende che un altro luogo, oltre ai Consorzi, per apprendere la dottrina civile, in quanto favorisce l’incontro tra il popolo e le classi dirigenti, sono gli enti locali, che egli fa rientrare, tra altri istituti modellati sui Consorzi, nell’Ordine degli Ordini.

Trentin concepisce l’Ordine degli Ordini come “un atto di liberazione di una molteplice e sempre mutevole realtà che lo stato moderno violentemente comprime” (Trentin 1987, 111). Questo Ordine è l’organizzazione dello Stato secondo una concezione molto flessibile del principio di sussidiarietà: non più livelli che sono stabili e fissati una volta per tutte; ma ordini e livelli di ordini e autonomie che possono essere continuamente rimessi in discussione perché nessun Ordine degli Ordini può essere mai stabilito una volta per tutte, perché nasce spontaneamente dai problemi e dal come si sviluppano nella società.

Questa flessibilità del principio di sussidiarietà è l’antidoto di Trentin alla tendenza dello Stato a centralizzarsi e burocratizzarsi: qualsiasi Ordine degli Ordini fissato una volta per tutte tenderebbe a burocratizzarsi esso stesso, come lo Stato, e solo un Ordine degli Ordini molto flessibile e aperto alle modifiche che intervengono nella società civile può, con il suo continuo rinnovarsi, contrastare con speranze di successo la tendenza a burocratizzarsi, cioè ad istituzionalizzarsi.

La conclusione è che il fascismo fa fare a Silvio Trentin un salto qualitativo importante nella propria riflessione e gli fa scoprire il federalismo. Dopo di che, egli ricorre a Vico, dal 1931 al 1935 studiato indirettamente attraverso gli scritti di Giorgio del Vecchio e i numeri della Rivista Internazionale di Filosofia del Diritto, per trovare una base non giuridica o costituzionale su cui fissare stabilmente la solidità dell’Ordine degli Ordini. A mio avviso, dimostra di averla trovata nel volume La crise du Droit et de l’Etat del 1935 quando propone che alla base della democrazia sostanziale vengano posti Etica, Logica e Diritto naturali, mentre la rappresentanza rimane alla base della democrazia formale.

Nei primi capitoli di questo volume, Trentin sostiene che: 1) tutte le teorie del diritto, che identificano il Diritto con il diritto positivo, hanno finito per portare i giuristi a parlare lingue diverse (Trentin 1935, 28); 2) il diritto non consiste nelle realizzazioni che se ne fanno e che pretenderlo significa identificare il razionale con il reale (Trentin 1935, 34); 3) se si identifica il Diritto con il diritto positivo, finiscono per essere assimilate al diritto anche le leggi razziste, quelle fasciste, ecc. (Trentin 1935, 220).

Al centro della propria riflessione sul fascismo, Trentin mette una affermazione che Rosmini ha ricavato da Vico: quando l’uomo è soverchiato da una forza brutale, allora egli scopre in sé e negli altri uomini qualcosa che nessuna forza può annullare, “una sfera alta e spirituale dove regna il Diritto” (Trentin 1935, 60). E alla fine del capitolo V, dedicato al tema del diritto naturale, ribadisce: “Non c’è prigione dove si possa imprigionare lo spirito; non c’è potenza o patibolo con cui lo si possa giustiziare” (Trentin 1935, 263).

Di conseguenza, proprio in quanto esiste questa dimensione incoercibile, non è accettabile né convincente l’ipotesi, di origine hobbesiana, che l’uomo libero e al di fuori dello Stato sia antisociale, cioè si comporti secondo la regola dell’homo homini lupus. E anche questa è una convinzione che ricava da Vico il quale aveva negato qualsiasi fondamento storico e, quindi, empirico, allo Stato di natura come descritto da Hobbes. La conseguenza che ne deriva è che lo Stato (nelle sue varie manifestazioni, dalle più antiche alle più moderne) è sempre stato e sempre sarà (Trentin 1935, 159) come principio che, a partire dall’origine dei tempi, struttura la convivenza. Il problema, semmai (e questo sì che ha fondamento storico, cioè empirico), è che lo Stato può essere qualcosa che nasce dalla società e con la società o può essere anche qualcosa, come il fascismo, che si sovrappone ad essa. Lo Stato nazionale centralizzato, insiste Trentin, si sovrappone alla società e la soffoca; bisogna tornare allo Stato manifestazione della società attraverso la disarticolazione del potere statale attraverso l’Ordine degli Ordini.

Fin quando le attività umane restano alla mercé degli istinti l’ordine dello Stato si concentra sul controllo del territorio (Trentin 1935, 153); quando le attività cominciano a essere organizzate dalla ragione, lo Stato deve cominciare a essere percepito nella sua dimensione razionale dell’Ordine degli Ordini o dell’Ordine delle Autonomie (Trentin 1935, 156). Lo Stato incorpora la finalità che la società (intesa come la somma delle finalità dei vari Ordini) si pone come obiettivo e l’unica finalità che non diminuisca l’autonomia dei vari ordini è, ovviamente, la finalità della democrazia. “È per questo che il principio della democrazia si pone come principio direttivo dell’organizzazione positiva dello Stato” (Trentin 1935, 188), anche se bisogna ammettere che “lo Stato democratico è ben lontano dall’avere trovato la propria espressione positiva” (Trentin 1935, 191). Il che vuol dire che la democrazia formale moderna è ancora lontana dalla democrazia realizzata di cui gli umili hanno necessità.

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