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STORIA CRONOLOGICA DELL’ANTICA CAPUA – di Salvatore Fratta (IV)

Posted by on Nov 3, 2020

STORIA CRONOLOGICA DELL’ANTICA CAPUA  – di Salvatore Fratta (IV)

L’anno 471 a.C. viene indicato da Marco P. Catone, nella sua opera Origines, come l’anno della fondazione di Capua.

   Questa data, invece, dovrebbe segnare l’inizio dei primi radicali cambiamenti nella storia della città, dovuti all’inserimento di una nuova classe dirigente completamente diversa da quella etrusca.

   Infatti, venuto meno il dominio dei Greci nelle zone costiere e degli Etruschi nell’entroterra campano, verso la fine del V sec., ebbe inizio l’espansione delle popolazioni sannitiche relegate, fino ad allora, ai margini della pianura.  

   Alcune tribù, si staccarono dal gruppo originario e si diressero verso le zone più vicine al mare, alla ricerca di terre più fertili.

   Gli abitanti etruschi di Capua, indeboliti dal punto di vista militare e, perduto ogni  potere, divennero facile preda  di queste popolazioni.

   Secondo Tito Livio, nel 423 a. C., dopo un lungo ed estenuante assedio, i Sanniti, entrati in città con l’inganno, promettendo pace, organizzarono un ricco banchetto al quale prese parte tutta la popolazione.  Uccisero, poi, nel sonno buona parte dei cittadini impossessandosi delle loro donne e dei loro beni. Insomma conquistarono la città.  Fu la fine definitiva della classe etrusca dominante a Capua.   Anche il suddetto episodio può essere frutto di fantasia, la data della conquista di Capua può essere esatta.  

   Nel 423 a. C., quindi, si ebbe l’unione della gente etrusca – capuana e dei Sanniti, provenienti dalle vicine montagne abruzzesi e dagli altipiani dell’Appennino Meridionale.

   Essi si esprimevano con un idioma indoeuropeo appartenente al gruppo osco-umbro e, pertanto, furono conosciuti con il nome di OSCI.

   Il termine  viene da “ ops-ci ” ed è, probabilmente, l’adattamento del termine “opico” alla nuova lingua ed ha lo stesso significato di “ popolo dei lavoratori ”, oppure “ popolo degli adoratori della dea Ops ”.   

   I nuovi arrivati, la cui società era basata sull’ordinamento gentilizio, si organizzarono in federazioni; sono note quelle di Nola e Abella, di Nocera, e quella di Capua la più estesa e la più importante, che per insegna aveva un serpente. 

   Il capo supremo del popolo era  il Meddix tuticus ( Meddix = quello che rende manifesta la legge; tuticus = Touto = al popolo) a cui erano dati poteri giudiziari, militari e religiosi.  Veniva eletto ogni anno, ed aveva un potere decisionale massimo ed autonomo, anche se, prima di prendere le decisioni, ascoltava il parere di altri. 

   Altri Meddices (plurale di meddix) avevano funzioni minori:  alcuni erano a capo dei villaggi che insieme formavano lo Stato, altri espletavano funzioni specializzate, altri ancora erano magistrati di grado inferiore.

   La nuova popolazione non apportò significative modifiche alla lingua utilizzata dalle tribù appartenenti al folto gruppo delle genti sannitiche, lingua, peraltro, facile da apprendere; ripristinò le istituzioni religiose e politiche  tipicamente italiche, e assorbì  buona parte della cultura dei loro predecessori greci ed etruschi.   Inoltre, sviluppò il commercio ed i traffici  dando così un notevole  impulso alla crescita  della città, la quale, crebbe in ricchezza e potenza.  “ Capua fu una metropoli di fronte alla quale Roma fu, per lungo tempo, una città oscura.”. (G. Devoto)   Non chiusa alle influenze delle città greche della costa, fu opulenta per molti secoli tanto da essere considerata, ancora nel V sec. d.C., la terza città d’Italia dopo Roma e Milano e all’ottavo posto fra tutte le città dell’Impero.

  L’evoluzione  del  popolo  sannita-capuano  risulta  evidente  se  si considera  che la  città di Capua, era  “ il  centro  intellettuale  delle  genti  sabelliche  ed  è  qui  che  la  lingua osca  diventa lingua scritta, ed è qui che viene creato un alfabeto nazionale per questa lingua”. (J. Beloch – Campania – pag.386). 

    Scritta con caratteri greci ed etruschi adattati alle loro esigenze fonetiche, e mantenendo l’uso di leggere da destra a sinistra, la lingua osca, che comprendeva ventuno caratteri, fu la lingua parlata di uso comune  in  quasi  tutta  l’Italia  meridionale.

   Ebbe, invece, un uso letterario limitato, riferibile solo alle fabulae atellanae, le farse popolari originarie della città di Atella, recitate anche a Roma.                   

    La lingua osca è attestata da circa 250 reperti, e di essi  i più importanti sono: 

 – la Tabula Bantina, in bronzo, in lingua osca scritta in caratteri latini, ritrovata nel 1790 nei pressi di Oppido Lucano, in provincia di Potenza.

– la Tavola di Agnone, (o Tavola osca) risale al 250 a.C.; è una tavola in bronzo munita di maniglia e misura 28 x  16,5 cm. La tavola fu ritrovata  in una località fra Agnone e Capracotta, verso la fine dell’800.

   Le iscrizioni  sono  incise sulle due facce. E’ un prezioso documento a carattere religioso, conservato presso il British Museum di Londra.

– Il Cippo Abellano, iscrizione su lapide calcarea risalente al II sec. a.C., ritrovata presso Abella nel 1745. E’ un trattato fra le città di Abella e Nola per determinare i confini di un santuario. ( si conserva nel Museo di Nola).

   A Capua e a Pompei, scritte con alfabeto a base etrusco, furono ritrovate numerose iscrizioni appartenenti al gruppo delle iscrizioni dedicatorie dette  iovilae  e dalle tavolette di esecrazione dette defixiones o  tabulae  devotionum.

   Le  iovilae sono stele di tufo o di terracotta, così chiamate perché nel testo spesso ricorre il termine  iuvilas, che indica letteralmente cose materiali, e che vuole riferirsi o la stele stessa o segnali posti a protezioni dei defunti.

   Provengono dal tempio Patturelli, sistemate nel lucus, il boschetto dove, alla presenza del meddix, avvenivano le cerimonie sacre col sacrificio di un porcellino o con l’offerta di una focaccia di cereali  per i funerali di un sannita, o in occasione di riti solenni in onore di divinità quali Giove Flagio, Damusa  o Damia, e Vesona.

   Inoltre dalle iovilae sono pervenute interessanti informazioni sul calendario le festività e la natura dei culti. 

   Le defixiones sono tavolette, per lo più di piombo, con iscrizioni volte a condizionare,  richiamando poteri  considerati  soprannaturali, le azioni, la vita, i beni di una persona. 

   La prima di queste lamine  fu scoperta, a S. Maria C.V., il 24 maggio 1850, mentre la  più famosa tavoletta di esecrazione, rinvenuta nel 1876, anch’essa nei pressi del fondo Patturelli, è la cosidetta “ Maledizione di Vibia ”.

  Comprende 13 righe incise su  una lamina di piombo, conservata nel Museo Nazionale di Napoli.  In essa si chiede a Keres Arentika (Cere Vendicatrice) che l’esecrato Pacio Clovazio figlio di Valaima “  quando prenda il pane  non  possa  mangiare  né  attutire la fame .”.( G. Devoto – Gli antichi Italici pag. 207)

      Con la conquista romana di Capua nel 211 a. C., la lingua osca cessò di esistere ufficialmente verso il 180 a.C. sostituita dal latino negli atti ufficiali,  ma  continuò ad essere parlata dal popolo almeno fino al  I- II  sec. d. C. 

         L’indipendenza  del nuovo Stato, durò un centinaio di anni. In questo periodo il popolo sannita-capuano, avendo assorbito, parte delle culture greca ed etrusca, divenne più raffinato anche nei costumi, e si differenziò notevolmente dai “cugini” montanari e bellicosi. 

( continua)

curato da

Salvatore Romano

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