STORIA DE’ NOSTRI TEMPI DAL CONGRESSO DI PARIGI NEL 1856 AI GIORNI NOSTRI DI GIACOMO MARGOTTI VOL. VI (II)
PLEBISCITI
Formola del Plebiscito della Toscana -11 e 12 marzo 1860.
Unione alla Monarchici Costituzionale del Re Vittorio Emanuele.
ovvero: Regno separato
Per l’unione Voti 366,571
Pel regno separato » 14,925
Formola del Plebiscito dell’Emilia-11 e 12 marzo 1860.
Annessione alla Monarchia Costituzionale del Re Vittorio Emanuele II
ovvero: Regno separato
Per l’annessione Voti 426,006
Pel regno separato » 756
Formola del Plebiscito delle Provincie Napoletane-21 ottobre 1860.
Il popolo vuole l’Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele Re Costituzionale e sui legittimi discendenti?
Sì Voti 1,302,064
No » 10,312
Formola del Plebiscito della Sicilia-21 ottobre 1860.
Il popolo Siciliano vuole l’Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele Re Costituzionale e suoi legittimi discendenti?
Sì Voti 432,053
No » 667
Formola del Plebiscito delle Marche -4 e 5 novembre 1860.
Volete far parte della Monarchia Costituzionale del Re Vittorio Emanuele II?
Sì Voti 133,807
No » 1,212
Formola del Plebiscito dell’Umbria. – 4 e 5 novembre 1860.
Volete far parte della Monarchia Costituzionale del Re Vittorio Emanuele?
Sì Voti 97,040
No » 380
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IL REGNO D’ITALIA
DESCRITTO DAGLI ITALIANISSIMI nel 1864.
(Dal Difensore di Modena del 6 agosto 1864).
Bisogna propriamente dire che sia nella natura dell’uomo il non essere mai contento, e che l’appetito umano, a differenza di quello di tutti gli altri animali, non venga mai sazio!
Si volle l’Italia degl’Italiani, e dagl’Italiani si lamenta l’Italia. Fanno propriamente spasimo le geremiadi ed i lagni dei rappresentanti della Nazione al Parlamento contro tutto, e contro tutti! Apriamo gli Atti ufficiali della Camera:
«Abbiamo in Italia languore, inerzia, confusione che domina in tutti i Ministeri». La Porta (atti ufficiali, torn. degli 11 maggio 1864).
Si volle la libertà, e se ne bestemmia il Governo!
«Il Governo condusse l’Italia nella tomba». Brofferio tornata delli 8 maggio).
«Noi andiamo alla perdizione». Crispi (tornata stessa). «II Governo è reo di. tollerare le infamie». Siccoli (tornata del 9 maggio).
«L’immensa maggioranza dei Napoletani è contraria al Governo». Plutino (tornata dei 10 maggio).
«Giammai in Italia non fummo così dipendenti, così vassalli come siamo ora». Miceli (tornata degli il maggio).
Si vollero i Ministri popolari e responsabili, e si maledice ai Ministri ed ai Ministeri !
«La politica del Ministero ci merita la compassione altrui». Bargoni (tornata del 4 maggio).
«Il Ministro non ha autorità nemmeno sulla maggioranza della Camera». Lazzaro (tornata delli 6 maggio).
«La Politica del Ministero è una politica alla giornata, una politica di espedienti passeggeri, provvisoria, che non soddisfa menomamente il paese, e lo lascia in uno stato di deplorabile incertezza». De-Sanctis (torn, del 1° luglio).
«La Camera disapprovando la politica del Ministero che attenta alla libertà ed all’unità Nazionale, passa all’ordine del giorno» così propone l’onorevole S. Donato nella tornata dei 4 luglio aggiungendo: che «il Ministero meriterebbe di essere messo in istato di accusa, e che per ciò il suo ordine del giorno deve ritenersi moderato».
«Voi signori Ministri non sapete che cosa volete si sono fatte molte leggi,
e tutte pessime». Ferrari (tornata delli 6 maggio).
Si votarono le annessioni al Piemonte, e «da Torino non si può governare l’Italia». Grida Mordini nella tornata dei 4 luglio.
Si volle l’Italia regina di se stessa e in faccia all’Estero, e se ne lagna troppo costosa la spesa nell’interno, e la nullità della sua importanza all’Estero.
«Non si e fatta nessuna economia, si è veduto un vistoso prestito consumato; siamo bisognevoli di un altro ed incapaci a farlo». Mellana (turnata dei 12 maggio).
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«La Diplomazia nostra coi 300jin. soldati’ colla flotta, con tante altre millanterie non ha l’autorità all’Estero che aveva quel piccolo pugno di terra che era il Piemonte». Musolino (tornata dei 12 maggio).
«Più volte in questa Camera ho dichiarato che nella questione Romana, dobbiamo star zitti, perché non possiamo fare che dichiarazioni sterili». Chiaves (tornata delli 13 maggio).
Si volle la fratellanza, e non si piange che inimicizia e dualismo!
«Se guardo in questa Camera dei Deputati, in tutte le parti non vedo che duellanti». Della Rovere (tornata dei 14 maggio).
Si gridò agli arbitri, al dispotismo, alla tirannia, ed ora si lamenta l’ingiustizia, e l’oppressione.
«Un cardinale si arresta, si tiene due o tre dì in prigione, e poi lo si lascia libero senza processo; un altro si allontana per cinque anni dalla sua Diocesi senza processo; ma questi fatti come conciliarli colla giustizia?». Boggio (tornata dei 14 maggio).
«Al Governo non chiederò altro che: Dateci la giustizia, e ci Basta». Fiorcnzi (tornata delli 26 maggio).
«Esige per la salvezza della patria che si aumenti senza indugio la pubblica entrata (cioè che si aumentino le imposte)». Giovanola(tornata dell’11 giugno).
«È innegabile che per un periodo probabilmente non breve non potremo avere uno sbilancio di molto minore (350 milioni)». Arnulfo (tornata dei 10 giugno).
«La perequazione dell’imposta produrrà maggiori sperequazioni che oggi non esistono. Questa legge avrà l’onore di arricchire qualche proprietario di 100[m. lire, e di depauperare di altrettanto gli altri proprietarii; quindi un disgusto immenso specialmente nelle antiche Provincie aggravate del 64 per cento». Farina (tornata dei 15 giugno).
Si annunzio un perpetuo sole, un avvenire glorioso e fortunato, e Ponza di San Martino dice nella tornata dei 12 giugno: «lo debbo osservare che se le cose continuassero in questa guisa, se si avessero sempre speranze che non si realizzano mai, e se invece si realizzasse sempre lo spendere più di quello che si può, io credo che sarebbe inevitabile cadere in un precipizio» .
«Le nostre circostanze sono gravissime La nostra situazione è troppo anormale per poter durare». Marliani (tornata delli 11 giugno).
«L’orizzonte era fosco nel principio dell’anno; né si è rischiarato oggi che siamo a metà. Una nuvoletta sorge dal lido Africano a Tunisi, che può precipitare gli eventi, senza parlare della tempesta che mugge a settentrione! È adunque d’uopo affrettarsi per provvedere alle Finanze, approvando leggi». Lanzi (tornata dei 18 giugno).
«L’orizzonte non è sereno: quando i bilanci si presentano con più centinaia di milioni di disavanzo, questa legge non è l’ultima, ma si dovrà pagare molto di piii». Di Castagneto (tornala dei 20 giugno). E il deputato Ballanti sulla questione finanziaria, nella seduta dei 2 luglio, così delinea l’avvenire brillante: «Pur non seguendo l’opposizione dell’onorevole Saracco, ma quella dell’onorevole Minghetti, risulta che alla fine del 1865, il nostro deficit ordinario sarà di 766 milioni senza calcolare lo straordinario».
Si volle la pubblicità delle discussioni: la prudenza nelle decisioni, e
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«La politica, (rimprovera il deputalo Cadolini), del Ministero Rattazzi è stata inorpellatrice, e tale e quella del presente gabinetto» (tornata 23 maggio).
«Si aggravano gli uni, riflette il senatore Pareto (tornala 15 giugno), sgravandosi gli altri; si mettono in opposizione gl’interessi di un ex-Stato con un altro ex-Stato; cosa più imprudente non poteva invaginarsi. I popoli saranno più saggi dei loro Reggitori; ma se il popolo starà tranquillo non sarà meno colpevole il Ministero».
«Da sei giorni assistiamo a questa discussione senza cbè si faccia la luce. Mi meraviglio che in tante opinioni diverse e contrarie di personaggi ragguardevoli sopra quest’argomento, non ne sorga una vera». Il senatore Revel (tornata dei 17 giugno).
Si vituperarono le pretese ingiustizie fa illegalità dei passati Governi, e l’onorevole deputato Siccoli nella tornata del giorno 20 maggio ritirò la sua proposta del giorno precedente sulla pubblica istruzione dichiarando: Ritiro la mia proposta, limitandomi a prendere atto della dichiarazione del Ministro che continuerà a violare la legge».
E da tutto ciò che avrassi a concludere? Noi abbiamo già premesso il nostro opinamento, che potrà convertirsi a dilemma; o che l’uomo è di sua natura incontentabile, o che si rinnova il vecchio miracolo della torre di Babele. Ciò allora non dipenderebbe dall’uomo!
Si volle generalizzata, e meglio protetta la pubblica istruzione, e Siccoli altamente grida contro quel Ministero, e conchiude: «Vedo che l’istruzione pubblica è in isfacelo» (tornata del 19 maggio).
Si volle e si predicò la stampa libera, e lo stesso Siccoli nella stessa tornata del 19 maggio rimprovera: «Voi signori Ministri non avete perseguitata la stampa, ma avete fatto di peggio. Io ho la coscienza che è divisa da molti che si trovano in questa Camera, voi l’avete corrotta».
Si gridò all’arbitrio, alla malversazione del pubblico danaro pei cessati Governi, e lo stesso Siccoli così ne encomia l’attuale pubblica economia, l’attuale prudente amministrazione:
«Io domando a quel gentile cavaliere, che è il Ministro dell’Interno, domando agli uomini che siedono alla destra, se sulla loro coscienza possono assicurare: che non sia vero che vi sieno dei giornali sovvenzionati a 50, 100, 150, 200, 300 franchi al mese!
Se non sia vero che il corrispondente di un giornale straniero sia pagato 500 franchi al mese per ispedire tutti i giorni a Parigi un elogio del Ministero!
«Se non sia vero che un giornale meritevole se non altro di avere sempre difesa la stessa opinione, abbia una sovvenzione annua di 40, 000 franchi!
«Se sia vero che una Gazzetta quotidiana ne abbia un’altra di cinquantamila franchi!
«Domando in Une se non sia vero che un giornale, che non nomino ma che si distingue pel suo troppo zelo Dell’incensare i Ministri (zelo che alle volte loro pregiudica), non abbia una sovvenzione di 60|m. franchi annui, compresi 20: O che si pagano mensilmente per le spese di direzione, e per le spese di corrispondenza ad un giornale di una città vicina! Inoltre dirò che io non aveva accennata la somma di 4 milioni come quelli distratti dai fondi segreti, per corrompere la stampa, ma solo di un milione, e trecentomila lire, che è la cifra esatta». (Tornata dei 19 maggio).
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Si volle l’amor di patria, ed il disinteresse, e Mordini lamenta «Vi è una febbre di guadagni smoderati. La patria è stata invasa da questa peste i. (Tornata 21 maggio).
Si volle l’Italia prospera e ricca!
Il Ministero delle Finanze, grida Casdente (tornata 27 maggio) ha vendute tutte le arene del lido Italiano per 7000 lire e per 15 anni. Questo contratto è ingiusto».
Si gridò al passato favorismo, e nella tornata del 27 maggio Fiorenzi piange: «Il Ministero ha nominato Ispettori forestali nelle Marche ove non sono foreste».
Né meno dissimili sono le sinfonie che ci fanno sentire i gravissimi e prudentissimi Senatori!
Si lagnò l’Italia impoverita, e smunta dallo straniero, e si volle felice e ricca: «Signori (così Siotto Pintor elogia la discretezza dei balzelli ed imposte) Signori vi ha una legge superiore a tutte le altre; è la legge del non si può! La Sardegna pagava un milione di prediale! oggi ne paga tre! (torn. del 20 giugno).
UTILMENTE PROPOSTO DA NAPOLEONE III
SUL FINIRE DEL 1863
Avvicinandoci alla conclusione di queste Memorie che abbracciano un periodo di otto anni, quanti ne corsero dal 1856 al 1864, la serie stessa degli avvenimenti ci porta a ripetere quelle medesime riflessioni che ci vennero scritte sui Congressi incominciando il nostro lavoro. Imperocché la rivoluzione italiana e tutti i disordini che ne derivarono furono l’opera del Congresso di Parigi radunato nel marzo del 1856, Congresso che raggiunse facilmente il suo scopo di distruggere e mettere a soqquadro la pace del mondo. Ma quando sette anni dopo Napoleone III stanco di quel disordine e di quell’agitazione, ed assai in pensiero pei pericoli ch’egli stesso correva e la sua dinastia, volle radunare un altro Congresso che in Parigi provvedesse all’edificio minato, non solo non riusci nella divisata opera di ristorazione, ma non poté nemmeno congregare il Congresso medesimo, e tutti i suoi sforzi andarono falliti. Solenne documento della potenza straordinaria che hanno gli uomini e gli errori moderni per disfare, e della loro impotenza per riedificare o correggere il malfatto! Quest’ultimo periodo delle nostre Memorie vuoi essere perciò esaminato un po’ tritamente, e noi ci accingiamo a questo lavoro pigliando le mosse dalla proposta del Congresso.
DISCORSO
pronunziato il 5 novembre all’una pomeridiana dall’Imperatore
de’ Francesi aprendo la sessione legislativa del 1864.
Signori Senatori, Signori Deputati.
La riunione annuale dei grandi Corpi dello Stato è sempre un’occasione felice che ravvicina gli uomini devoti al bene pubblico e permette di manifestare la verità al paese.
La franchezza delle nostre mutue comunicazioni calma le inquietudini e fortifica le nostre risoluzioni.
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Siate adunque i benvenuti!
Il Corpo legislativo fu rinnovato per la terza volta dalla fondazione dell’Impero, e per la terza volta a malgrado di alcuni dissidii locali non ho che a chiamarmi, pago oltremodo del risultato delle elezioni.
Voi m’avete sempre prestato lo stesso giuramento, esso mi risponde del vostro concorso.
Il nostro dovere è di far prontamente e bene gli affari del paese rimanendo fedeli alla Costituzione che ci ha dato undici anni di prosperità e che voi avete giurato di mantenere. L’esposizione della situazione interna vi mostrerà che a malgrado del ristagno forzato del lavoro in certi rami, il progresso non ha rallentato menomamente.
La nostra industria ha lottato vantaggiosamente contro la concorrenza straniera, e rimpetto a fatti incontrastabili i timori suscitati dal trattato di commercio coll’Inghilterra sono svaniti.
Le nostre esportazioni ne’ primi 8 mesi dell’anno 1863 paragonate a quelle de’ mesi corrispondenti dell’anno 1862 si sono accresciute di 233 milioni.
Dorante lo stesso periodo il movimento della navigazione ha sorpassato la cifra dell’epoca precedente di 475,000 tonnellate, di cui 136,000 sotto bandiera francese. Il ricolto abbondante di quest’anno è un benefizio della Provvidenza che deve assicurare a miglior mercato la sussistenza della popolazione.
Esso comprova altresì la prosperità della nostra agricoltura. I lavori pubblici furon continuati con attività.
Circa mille chilometri nuovi di ferrovie furono aperti alla circolazione.
I nostri porti, i nostri fiumi, i nostri canali han continuato a migliorarsi.
La sessione avendo luogo più presto che d’ordinario, il rapporto del Ministero delle Finanze non è stato ancora pubblicato.
Esso lo sarà in breve. Voi vi scorgerete che se le nostre speranze non si sono compiutamente realizzate, le rendite hanno seguito un andamento ascendente; che le nostre risorse straordinarie ci han fallo sopperire alle spese cagionate dalla guerra al Messico e alla Cocincina.
Debbo mettervi sott’occhio parecchie riforme giudicate opportune: fra le altre il decreto relativo alla libertà della fabbrica del pane, quello che rende l’iscrizione militare meno onerosa alla popolazione delle coste, il progetto che modifica la legge sulle coalizioni, e quello che sopprime i privilegi esclusivi dei teatri.
Faccio del pari studiare una legge destinata ad aumentare le attribuzioni dei consigli generali e comunali e a rimediare all’eccesso della centralizzazione. Per verità, semplificare le formalità amministrative, raddolcire la legislazione applicabile alle classi degne di tutta la nostra sollecitudine, sarà questo il progresso al quale voi sarete paghi di associarvi.
Voi avrete altresì ad occuparvi della questione degli zuccheri che vuoi essere pure risolta con una più stabile legislazione, il progetto sottomesso al Consiglio di Stato tende ad accordare ai prodotti indigeni la facilità d’esportazione di cui godono gli zuccheri delle altre provenienze. Una legge sul registro farà sparire il doppio decimo e surrogherà questa sopratassa con un riparlo più giusto.
Nell’Algeria, malgrado l’anomalia che assoggetta le stesse popolazioni, le une al potere civile, le altre al potere militare, gli Arabi hanno compreso quanto la
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dominazione francese fosse riparatrice ed equa senza che gli Europei abbiano maggior fiducia nella protezione del Governo.
Le nostre antiche colonie hanno veduto sparire le barriere moleste alle loro transazioni; ma le circostanze non sono state favorevoli all’incremento del loro commercio. La recente introduzione d’istituti di credito miglioreranno, lo spero, la loro sorte.
In mezzo a queste cure materiali nulla è stato trascurato di ciò che riguarda la religione, lo spirito e la morale. Le opere religiose e di beneficenza, le arti, le scienze e l’istruzione pubblica ebbero numerosi incoraggiamenti.
Dal 1848 in poi il numero di coloro che frequentano le scuole si è accresciuto d’un quarto.
Al dì d’oggi quasi 5 milioni di ragazzi, de’ quali un terzo a titolo gratuito, son ricevuti nelle scuole primarie; ma i nostri sforzi non devono rallentarsi poichè 600, 000 son tuttora privi d’istruzione.
Gli alti studi furono rianimati nelle scuole secondarie nelle quali l’insegnamento speciale si sta riordinando.
Tale o signori, è il sommario di ciò che noi abbiamo già fatto e di quanto vogliamo fare. Certo la prosperità del nostro paese prenderebbe uno slancio più rapido se preoccupazioni politiche non venissero a turbarla. Ma nella vita delle Nazioni sorgono avvenimenti impreveduti e inevitabili che esse debbono incontrare senza tema e sopportare senza debolezza. Di questo numero sono la guerra d’America, l’occupazione forzata del Messico e della Cocincina, e l’insurrezione della Polonia.
Le spedizioni lontane, oggetto di tante critiche, non furono l’esecuzione d’un piano premeditato: la forza delle cose le ha prodotte e tuttavia non abbiamo a dolercene; infatti come sviluppare il nostro commercio estero se da una parte noi rinunciassimo a qualsiasi influenza in America e se dall’altra rimpetto ai vasti territorii occupati dagl’Inglesi, Spagnuoli e Olandesi, la Francia rimanesse sola senza possedimenti nei mari dell’Asia?
Noi abbiamo conquistato in Cocincina una posizione che senza metterci nelle difficoltà del governo locale ci permetterà di trar pro delle immense risorse di quelle contrade e di incivilirle col commercio.
Nel Messico dopo una resistenza inaspettata che il coraggio dei nostri soldati e dei nostri marinai ha superato, vedemmo le popolazioni accoglierci come liberatori.
I nostri sforzi non saranno stati sterili e noi saremo largamente indennizzati del nostro sacrifizio quando i destini di questo paese che a noi dovrà la sua rigenerazione saranno stati rimessi ad un principe i cui lumi e le cui qualità rendono degno d’una si nobile missione. Abbiamo dunque fede nelle nostre imprese d’oltre mare incominciate per vendicare il nostro onore; esse avranno un termine col trionfo dei nostri interessi, e se menti prevenute non indovinano ciò che contengono di fecondo i germi deposti per l’avvenire, non lasciamo denigrare la gloria acquistata per così dire alle due estremità del mondo, a Pechino come a Messico.
La questione polacca esige maggiori sviluppi. Quando scoppiò l’insurrezione di Polonia i Governi di Russia e Francia stavano tra di loro nelle migliori relazioni.
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Fatta la pace le grandi quistioni europee li trovarono d’accordo, e non esito a dichiarare che, durante la guerra d’Italia e quando fu fatta l’annessione della contea di Nizza e della Savoia, l’Imperatore Alessandro mi diede il più sincero e pili cordiale appoggio. Il buon accordo esigeva riguardi: e mi fu giocoforza credere la causa polacca tanto popolare in Francia da non esitare a mettere in repentaglio una delle prime alleanze del continente, e da alzare la voce a favore di una nazione, ribelle agli occhi della Russia, ma ai nostri erede di un diritto consegnato nella storia e nei traumi.
Ciò nondimeno codesta quistione involgeva i più gravi interessi europei: e non poteva essere trattata isolatamente dalla Francia.
Solo un’offesa al nostro onore od una minaccia contro le nostre frontiere ci impongono i doveri di agire senza concerti preliminari. -Diveniva quindi necessario, come all’epoca degli avvenimenti d’Oriente e di Siria, di mettermi d’accordo colle potenze che avevano per quelle provincie ragioni e diritti somiglianti ai nostri.
L’insurrezione polacca, la quale riceveva dalla durata carattere nazionale, svegliava dappertutto simpatie e Io scopo della diplomazia fu di conciliare a questa causa il maggior numero possibile di adesioni alfine di pesar sulla Russia con tutto il peso dell’opinione d’Europa.
Il concorso di voti quasi unanimi ci pareva il mezzo più proprio a indurre la persuasione nel gabinetto di Pietroburgo. Per mala ventura i nostri consigli disinteressati vennero interpretati come un’intimidazione, e le pratiche dell’Inghilterra, dell’Austria e della Francia, in luogo di arrestare la lotta, non riuscirono che ad inasprirla; dalle due parti si commettono eccessi che debbonsi in nome dell’umanità egualmente deplorare.
Che rimane egli dunque a fare? Siamo noi ridotti alla sola alternativa della guerra o del silenzio? No. Senza correre alle armi e senza rimanerci in silenzio ci rimane un mezzo. Sottoporre la causa polacca ad un tribunale europeo. La Russia lo ha già dichiarato: conferenze nelle quali tutte le altre questioni che agitano l’Europa fossero discusse non offenderebbero per nulla la sua dignità.
Pigliamo nota di questa dichiarazione; ch’ella ci aiuti una volta per tu«te a spegnere i fermenti di discordia, pronti a scoppiare da tutte le parti, e che dal malessere istesso dell’Europa travagliata da tanti elementi di distruzione sorga una nuova era di ordine e di pacificazione!
Non è egli venuto il momento di ricostrurre su nuove basi l’edifizio minato dal tempo e distrutto pezzo a pezzo dalle rivoluzioni; non è egli urgente riconoscere con nuove convenzioni ciò che venne irrevocabilmente compiuto, e compiere di comune accordo ciò che richiede la pace del mondo?
I trattati del 1815 cessarono di esistere; la forza delle cose li atterrò o tende ad atterrarli quasi dappertutto; vennero infranti in Grecia, nel Belgio, in Francia, in Italia e sul Danubio.
L’Alemagna si agita per mutarli; l’Inghilterra li modificò generosamente colla cessione delle Isole. Ionie; e la Russia li calpesta a Varsavia.
In mezzo a questo laceramento successivo del patto fondamentale europeo, le passioni s’inaspriscono e al sud come al nord potenti interessi esigono una soluzione.
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Che cosa dunque di più legittimo e di più assennato clic lo invitare le Potenze dell’Europa ad un Congresso, dove l’amor proprio e le suscettività sparirebbero dinanzi ad un arbitrato supremo? Che cosa di più conforme alle idee dell’epoca e ai voti del maggior numero che di rivolgersi alla coscienza e alla ragione degli uomini di Stato di tutti i paesi, e dir loro: i pregiudizi e i rancori che ci scindono, non durarono essi già troppo?- La rivalità gelosa delle grandi Potenze impedirebbe forse continuamente i progressi della civiltà? Ci terremo noi in neutra diffidenza con armamenti esagerati? Le più preziose risorse debbono indefinitamente sciuparsi in una vana ostentazione delle nostre forze? Conserveremo noi eternamente uno stato che non è né la pace colla sicurezza, né la guerra colle sue liete eventualità?
Non diamo più lungamente importanza fittizia allo spirito sovversivo dei partiti estremi opponendoci con stretti calcoli alle legittime aspirazioni dei popoli. Abbiamo il coraggio di sostituire ad uno stato malaticcio e precario una situazione stabile e regolare quand’anche costasse sacrifici. Riuniamoci tutti senza sistema preconcetto, senza ambizione esclusiva, animati dal solo pensiero di stabilire un ordine di cose fondato sull’interesse ben compreso dei Sovrani e dei popoli.
Questo appello, amo crederlo, sarà inteso da tutti. Un rifiuto farebbe supporre segreti che temano la luce; ma quand’anche la proposta non fosse unanimemente gradita, avrebbe l’immenso vantaggio di avere segnalato all’Europa dove sta il pericolo e dove la salvezza.
Due strade sono aperte. Una conduce al progresso con la conciliazione e la pace; l’altra tosto o tardi mena fatalmente alla guerra coll’ostinazione a mantenere un passato che crolla.
Voi conoscete ora, o signori, il linguaggio che intendo tenere all’Europa, Approvato da tutti e sancito dall’assenso pubblico non può mancare di essere ascoltato, essendo che io parlo in nome della Francia.
APPUNTI
AL DISCORSO DI NAPOLEONE III
(Pubblicato il 7 novembre 1863).
Considerando la lunghezza, la forma, e la parte sostanziale di questo discorso, diciamo dapprima che è troppo lungo; parla di troppe cose, e troppo minute. Vuoi provare, ad esempio, che la Francia trovasi in uno stato della maggiore prosperità, e si stende per una colonna su quest’argomento. Ora ognun vede che il solo riputar necessario di dimostrare ad un popolo che è felice, prospero, beato, riesce a provare il contrario. Se i Francesi fossero così bene come Napoleone 1Il dico, l’Imperatore non ci avrebbe speso tante parole.
Si sarebbe ristretto ad esclamare: Laudato Iddio! siete contenti, o figliuoli? Me ne gode proprio il cuore. – S. Luigi XI avrebbe detto così.
Tutto va bene nell’interno della Francia per Napoleone III. I Francesi godono undici anni di prosperità! L’industria «ha lottato vantaggiosamente contro la concorrenza straniera».
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Le esportazioni si sono accresciute; il movimento della navigazione ha sorpassato gli anni precedenti; l’agricoltura è essa pure in istato di prosperità, le strade feriate si allargano, i porti, i fiumi, i canali si migliorano, il ricotto abbonda, il popolo vivrà a miglior mercato.
Ripetiamo, che se tutto questo fosse vero, Napoleone III non avrebbe riputato necessario di dirlo, e dirlo così lungamente e con tanta insistenza. E diffatto egli scusossi che « la relazione del Ministero delle finanze non fosse ancor pubblicata»; e non ommise di soggiungere: «le nostre speranze non si sono ancora realizzate». Ma come si concilia tutta questa prosperità colle defraudate speranze, e coi debiti, e cogli sbilanci che non finiscono mai?
Napoleone III fin dal secondo periodo del suo discorso parla ai legislatori della franchezza delle nostre mutue comunicazioni. Ecco un’altra cosa che l’Imperatore avrebbe potuto tacere. Dopo undici anni che parla, dopo un sì lungo esperimento della sua franchezza, che motivo egli avea di dire ai Francesi: badate io vi parlo francamente? Il Bonaparte con quest’avvertenza diè luogo a molti sospetti, e i maligni dissero: – Napoleone III parla della franchezza delle sue mutue comunicazioni! guardatevi galline!!
Da ultimo una terza cosa che l’Imperatore dei Francesi avrebbe potuto tacere nel suo discorso è che nulla ha trascurato di ciò clic riguarda la religione! Mentre a Parigi un membro dell’Istituto spedito da Napoleone 1Il in Oriente, e stipendiato dalla Francia, pubblica sotto gli occhi del Cristianissimo che Gesù Cristo non è Dio, e che tutta la cristianità da diciotto secoli presta il suo culto ad un impostore, mentre Ernesto Renan gode tale e tanta libertà di bestemmiare, l’Imperatore avrebbe potuto tacere che «nulla è stato trascurato in ciò che riguarda la religione!».
Conchiudiamo adunque il primo appunto. Il discorso imperiale è troppo lungo, e il Bonaparte dovea pretermettere tre cose. Non era necessario ch’egli dicesse quanta franchezza usi nel favellare. Tutti lo sanno! Non era necessario che dimostrasse ai Francesi che essi sono da undici anni prosperi e felici. Essi lo sentono! Non era necessario che protestasse di non aver trascurato nulla di ciò che riguarda la religione. Renan e il suo libro l’han proclamato ai quattro venti.
Passiamo alla forma del discorso. Egli si potrebbe dubitare che questo del 5 di novembre sia proprio un discorso di Napoleone III. Non più quel fare sciolto, e quel procedere ardimentoso d’una volta; non più la frase robusta e incisiva che fa breccia e lascia larga traccia di sè; non più un favellare che indica tranquillità d’animo, e sicurezza di se medesimo.
Il discorso del 5 di novembre ci ha l’aria dell’arringa di un avvocato ch’esce a difendere una causa spallata. È un’orazione pro domo sua; un’apologia del proprio governo. E quando un potente Imperatore parlando al suo popolo è costretto a difendersi, cattivo segno. Rileggete il discorso del 7 febbraio 1859. Quale differenza! Rileggete il proclama al popolo francese del 3 di maggio di quell’anno! Rileggete in una parola tutti i precedenti documenti del Bonaparte e li troverete di un tuono ben diverso da quest’ultimo. L’antica musa non ispira più il poeta della politica.
Sapete in che cosa noi riconosciamo ancora il fare del Bonaparte?
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Soltanto queste linee del suo discorso: «Non esito a dichiarare, che durante la guerra d’Italia e quando fu fatta l’annessione della contea di Nizza e della Savoia, l’imperatore Alessandro mi diede il più sincero e cordiale appoggio». Ex ungus leonem! La lattica di Napoleone III fu sempre di mettere in iscrezio le grandi Potenze fra loro, per combatterle poi alla spicciolata. Nella guerra d’Oriente lodò il cavalleresco Imperatore d’Austria, perché non aiutasse la Russia. Nella guerra di Lombardia strinse la mano alla Russia perché non aiutasse l’Austria.
Oggi confessa coram populo che la Russia gli ha dato il più sincero e cordiale appoggio nella questione polacca. Questa è destrezza tutta propria del Bonaparte; ma il servirsene così apertamente fa sospettare che il ripiego sia ornai stantìo. Se no, invece di fare questa rivelazione al Corpo legislativo, Napoleone III sarcbbesi contentato di farla all’orecchio dell’ambasciatore austriaco.
Ed eccoci entrati naturalmente a dire della sostanza del discorso. Il quale tocca tre punti principali: 1° La questione polacca; 12° La morte dei trattali del 1815; 3° La proposta di un Congresso europeo.
La questiona polacca e popolarissima in Francia. Napoleone IH confessa che perciò fu costretto «di mettere a repentaglio una delle prime alleanze del Continente». Qui si vede la mano di Dio. Il Bonaparte s’era collegato collo Czar, ed era una terribile lega, la lega dello scisma colla rivoluzione. L’Altissimo ruppe que’ vincoli e nel meglio Napoleone III fu costretto «ad alzare la voce a favore di una nazione ribelle agli occhi della Russia, ma ai nostri erede di un diritto consegnato nella storia e nei trattati».
L’Imperatore dei Francesi si scusa di non aver l’atto nulla per la Polonia, dicendo che «la questione involgeva i più gravi interessi europei, e non poteva essere trattata isolatamente dalla Francia». E soggiunge: «Solo un’offesa al nostro onore, ed una minaccia contro le nostre frontiere c’impongono i doveri di agire senza i concerti preliminari».
Scuse magre, Sacra Imperial Maestà, scuse magre! La questione d’Italia non involgeva i più gravi interessi europei? Perché l’avete trattala isolatamente? Perché dopo d’essere intervenuto, voi proclamaste il principio del non intervento? Che offesa avevano recato al vostro onore i Sovrani sbalzali dal trono? E perché accorreste isolatamente nel Messico e nella Cocincina, ed ora siete sì scrupoloso trattandosi d’intervenire in Polonia?
Che se richiedete un’offesa al vostro onore, lo Czar non offende l’onore francese quando conculca la giustizia, e schiaccia un popolo? Non avete detto voi stesso che l’interesse della Francia era dappertutto dove trovatasi una causa, giusta da difendere? E può darsi una causa più giusta della polacca? E chi offende il cattolicismo non offende l’onor francese? Rileggete, o Sire, la storia dei vostri predecessori, e troverete dove riponessero l’offesa dei loro onore !
Napoleone 111 gode che sieno morti i trattali del 1815 e dichiara che vennero infranti in Grecia, nel Belgio, in Francia, in Italia e sul Danubio, che l’Alemagna si agita por mutarli, che l’Inghilterra li modificò generosamente colla cessione delle Isole Ionie, e che la Russia li calpesta a Varsavia.
Non saremo noi che ci affliggeremo gran fallo della morte di questi trattali. Il primo a protestare contro le loro disposizioni fu il Santo Padre Pio VII, ed essi nacquero non vitali, perché macchiati da una sacrilega invasione degli Stati del Papa a Ferrara ed a Cornacchie. Dunque se sono morti e sepolti, tanto meglio.
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Ma come Napoleone III, mentre mostra lacerata e conculcata l’opera delle grandi Potenze, può dire a queste facciamo un Congresso? – li Congresso stenderà un nuovo trattato, ed il trattato avrà la stessa sorte dei trattali del 1815. Coloro che ne ricaveranno profitto terranno fermo; chi ne avrà danno lo conculcherà, e Napoleone III verrà a proclamare il principio del non intervento! L’Imperatore dei Francesi dovrebbe ricordarsi due cose: l’una che i Congressi sono ben lungi dell’assestare le faccende politiche, e sovente le guastano di più. Ha egli dimenticato il Congresso di Parigi, triste origine di tutti gli sconvolgimenti posteriori? L’altra che fin dal 1860 un Congresso stava per radunarsi, e già il cardinale Antonelli era in sulle mosse, quando l’opuscolo napoleonico il Papa e il Congresso impedì l’adunanza, e come asserì il conte Russel tolse a Pio IX le sue migliori provincie.
E qui vorremmo chiedere perché Napoleone III non abbia parlato né dell’Italia, né di Roma, né del Papa, ma l’articolo è già lungo abbastanza e ne discorreremo domani.
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