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STORIA DE’ NOSTRI TEMPI DAL CONGRESSO DI PARIGI NEL 1856 AI GIORNI NOSTRI DI GIACOMO MARGOTTI VOL. VI (V)

Posted by on Feb 8, 2025

STORIA DE’ NOSTRI TEMPI DAL CONGRESSO DI PARIGI NEL 1856 AI GIORNI NOSTRI DI GIACOMO MARGOTTI VOL. VI (V)

Risposta dell’Imperatore d’Austria a Napoleone III.

Per facilitare al Gabinetto di Parigi il compito di darci bramati schiarimenti, il Conte Rechberg accompagnò la lettera dell’Imperatore con un suo dispaccio al Principe Metternich, in cui dichiarò: 4° Che un accordo sopra i mezzi da impiegarsi è condizione preliminare indispensabile d’ogni deliberazione, che abbia un carattere generale; 2° Che si vuoi sapere in che senso Napoleone IH affermò non esistere più i Trattati di Vienna; poiché se essi furono o modi6cati in alcune o violati in altre parti, o aboliti in qualche disposizione particolare dal consenso delle Potenze, appunto come avvenne per ciò «che contenevano di umiliante verso la persona dell’Imperatore Napoleone»; tuttavia essi debbono considerarsi come sempre esistenti K ed è certo che sono ancora in Europa il fondamento del pubblico diritto»;

3° Che, se il Governo di Parigi vorrà indicare quali siano le parti di cedesti Trattati o difettose o insufficienti, ed il modo con cui esso crede che debbano cangiarsi, con sicuro vantaggio, tali proposte saranno accolte con tutto il desiderio di facilitare un accordo; 4° Che il malessere lamentato dell’Europa, tuttoché grave, non è che parziale; e perciò deesi por mente che il rimedio non debba riuscir più grave del male, se s’imprende il trasforma mento radicale dell’ordine presente di cose; 5° Che non regge la parità col trattato di Westfalia, fatto dopo trentanni di guerra, mentre ora si tratta solo di conservar la pace; 6° Laonde, perché questa radunanza, a cui sono invitati i Sovrani « possa avere effetto con lealtà e recare i suoi frutti, è essenziale che il Governo francese definisca le sue intenzioni con maggior precisione. Per dare ad un Congresso i| nostro sincero concorso, dobbiamo conoscere quale sarà il programma esatto delle sue deliberazioni, ed essere assicurati, che questo programma adempia a tutte le condizioni richieste, per preparare l’elaborazione di un’opera di pace e di conciliazione. Ricevete ecc. ecc.

Rechberg».

Corrispondenza fra i Gabinetti di Parigi di Londra
sopra il Congresso.

La risposta del gabinetto inglese alla proposta di un Congresso fatta ncf cominciata con domanda di schiarimenti, finì con un rifililo esplicito e quasi sprezzante, poiché fondato sopra discorsi che riescono a qualificare il proposto Congresso come un’utopia inutile e pericolosa. Spedita l’ultima decisione a Parigi, senza aspettar altro, il Governo britannico la fece dr pubblica ragione nella Gazzetta di Londra, costringendo così il Moniteur di Parigi a far altrettanto, ed a ristampare tutta la corrispondenza passata fra i due Gabinetti ed i loro rispettivi rappresentanti. Chi fosse vago di leggere per disteso questi cinque documenti, li può trovare agevolmente in quasi tutti i giornali, come nel Debats del 30 novembre. A noi pare che basti il darne qui una succinta analisi, ed i brani più rilevanti.

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Il primo documento è la lettera stessa dell’Imperatore alla regina Vittoria, identica con la già pubblicata e diretta alla Confederazione Germanica. li secondo è un breve dispaccio di lord Russell a lord Cowley, ambasciatore a Parigi, con cui agli Il di novembre gli annunzia che quanto prima gli si farà sapere ciò che i Consiglieri della Corona avranno determinato, circa la proposta di Napoleone III, tolta già ad accurata disamina. Il terzo documento è un altro dispaccio del Russell, scritto alii 2 novembre; in cui il nobile Lord, dopo un asciutto complimento, passa a disaminare le ragioni addotte da Napoleone Il1; il quale invocava gli esempi della storia pel riordinamento degli Stati dopo rivolture più o meno vaste, appellava al trattato di Westfalia, e rappresentava già sbrandellati quelli del 1815. E qui son da recare a verbo le parole, con cui sopra ciò ragiona il Ministro britannico.

«Quasi mezzo secolo è passato dacchè furono sottoscritti i trattati del 1815. quell’opera fu un poco affrettata dalla necessità di dare, dopo tanti rivolgimenti, riposo all’Europa. Ciononostante, le mutazioni avvenute dopo questo periodo di 50 anni non sono state maggiori di quello che si sarebbe potuto aspettare dal lasso del tempo, dal progresso dell’opinione pubblica, dall’arte politica dei Governi e dai nuovi bisogni delle nazioni. Se prendiamo, per esempio, il mezzo secolo scorso dalla pace di Westfalia al 1700, o dalla pace di Utrecht al 1763, troveremo avvenuti in quei periodi cambiamenti rilevanti, quanto in quello scorso fra il 1815 e il 1863.

«Tuttavolta, non si ritenne necessario, nelle epoche mentovate, di procedere ad una revisione generale, sia del trattato di Westfalia, sia di quello di Utrecht. Il Governo di S. M. è convinto, che le disposizioni principali del trattato del 1815 sono in pieno vigore; che la maggior parte di esse non hanno ricevuto nessun cambiamento, e che su quello basi riposa l’equilibrio politico d’Europa. Però se, invece di dire che il trattato di Vienna ha cessato di esistere o che è distrutto, noi dimandiamo se ne sono state modificate, non osservate, o minacciate alcuni parti: allora si presentano altre questioni. Alcune delle modificazioni avvenute sono state sanzionate da tutte le grandi Potenze e formano adesso parte del diritto pubblico d’Europa. Si propone forse di dare a quei cambiamenti una sanzione pili generale e più solenne? È necessaria una tale opera? Contribuirà essa alla pace d’Europa?

«Altre parti del trattato di Vienna sono state non osservate, o furono poste da banda, ed i cambiamenti così avvenuti de facto non sono stati riconosciuti de iure da tutte le Potenze d’Europa. Si vuoi forse ottenere dalle Potenze, che non li hanno per anco riconosciuti, una sanzione di questi cambiamenti? Infine, occorrono quelle parti del trattato di Vienna che sono minacciate, e su queste sorgono le questioni più importanti. Quali proposte vuoi fare su questo oggetto l’imperatore Napoleone? a che tenderanno esse? e soprattutto, se saranno approvate dalla maggioranza dulie Potenze, saranno fatte eseguire colle armi? Allorché i Sovrani o i Ministri d’Austria, Francia, Prussia, Russia o Inghilterra convennero a Verona nel 1823 per trattare degli all’ari di Spagna, le prime quattro Potenze attuarono le loro deliberazioni, colla forza armata, malgrado la protesta della Gran Brettagna.

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Si dovrà nel presente Congresso seguire quest’esempio in caso di discordia? Su tutti questi punti il Governo di S. M. desidera ottenere spiegazioni soddisfacenti, prima di poter deliberare sulla proposta fatta dall’Imperatore.

«II Governo di S. M. sarebbe pronto a discutere colla Francia e con altre Potenze, per corrispondenza diplomatica, qualsiasi speciale questione su cui possa ottenersi una soluzione e stabilire così su basi più sicure la pace europea. Ma gli ispirerebbe più timore che fiducia il radunarsi di un Congresso di Sovrani e di Ministri, senza scopo determinato, vagando per la carta d’Europa, e sollevando speranze e desiderii che essi stessi non potrebbero né soddisfare, né acquietare. Il Governo di S. M. non ha ragione di dubitare che l’imperatore Napoleone porterebbe in seno a questa assemblea uno spirito di moderazione e di giustizia. Confida che egli intenda assicurare la pace d’Europa. Perciò il dubbio concerne soltanto i mezzi con cui devcsi raggiungere quello scopo. Voi leggerete e darete copia di questo dispaccio al sig. Drouyn de Lhuys. Sono ecc. Firmato Russell».

Ricevuta comunicazione di questo dispaccio, il signor Drouyn de Lhuys si affrettò di chiedere dall’Imperatore i lumi necessarii; poi, con dispaccio del 23 novembre al marchese di Cadere, rappresentante francese a Londra, spedì colà una risposta piuttosto. diffusa. Con essa egli dichiara che non si vuole dall’Imperatore fare ne l’apologia, né la critica dei trattati di Vienna; ma elio non è men vero essere questi 1″ in parte distrutti da l’atti già riconosciuti dalle Potenze; 2° in parte intaccati da altri fatti, riconosciuti da alcune e disconosciuti da altre Potenze; 3° infine minacciali, nella parte vigente, per più rispetti. Quanto alla prima categoria, ne inferisce che quel riconoscimento fosse effetto di forza irresistibile; ed appella al giudizio della stessa Inghilterra, che promosse ed approvò que’ fatti. Quanto alla seconda, torna a ribadire la necessità d’intendersela amichevolmente per impedire che l’Europa si divida in due campi nemici. Quanto alla terza, mostra quanto fosse generoso l’Imperatore, che nulla non avendo a paventare per se medesimo o per la Francia, pure, mosso dall’amore dei popoli e della pace, si studiava di veder composte le coso con generale appagamento dei voti comuni. Venendo poscia a particolareggiare, come chiedeva il Russell, alcun che delle questioni più urgenti a risolvere, premette che l’Imperatore «siccome il più giovine de’ Sovrani avea creduto di non dover pigliarsi le parli di arbitro, e prefiggere agli altri lo scopo e la materia del Congresso»; e perciò avea taciuto di ciò. «Ma per altra parie è forse difficile di scorgere ed enumerare quali siano le questioni, che, non risolute, possono mandar sossopra l’Europa?» E qui son da recare le parole del Drouyn de Lhuys.

«Una deplorabile lotta insanguina la Polonia, agita gli Stati vicini, e minaccia il mondo dei più terribili disastri. Tre Potenze, nello scopo di porvi un termine, invocano invano i trattati di Vienna, che forniscono alle due parti argomenti contraddittorii. Deve questa lotta durare eternamente?

«Pretensioni, opposte le une allo altre, trascinano a condititi la Danimarca e la Germania. Il mantenimento della pace nel Nord dipende da un incidente. I Gabinetti, pei loro negoziati, hanno già preso parte nella disputa. Sono ora divenuti a ciò indifferenti?

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«L’anarchia dovrà essa continuare nel basso Danubio, ed aver facoltà di riaprire, ad ogni momento, una sanguinosa arena pel dibattimento della questione d’Oriente?

«L’Austria e l’Italia resteranno esse a fronte l’una dell’altra in atteggiamento ostile, sempre pronte a romper la tregua che impedisce alla loro animosità di scoppiare?

«L’occupazione di Roma delle truppe francesi dovrà essa venire indefinitamente prolungata?

«Per ultimo, rinunzieremo noi, senza nuovi tentativi per una conciliazione, alla speranza di alleggerire il gravame imposto alle nazioni dagli armamenti sproporzionati, richiesti da una mutua diffidenza?

«Queste, o signore, al parer nostro, sono le principali questioni che le Potenze giudicherebbero, non v’ha dubbio, utili ad esaminarsi e decidersi.

«Lord Russell non attende certo, che noi abbiamo qui a specificare il modo di soluzione applicabile a ognuno di questi problemi, né qual sanzione potrà venir data loro dalle decisioni del Congresso. Il diritto di pronunziarsi su questi varii punti apparterrà alle Potenze rappresentate al Congresso. Aggiungeremo solo, che ai nostri occhi sarebbe illusorio il cercare di venire alla loro soluzione pel labirinto delle corrispondenze diplomatiche e per negoziati separati, e che il modo ora pro|K>sto, lungi dal finire in una guerra, è il solo che possa condurre ad una pacificazione durevole».

Il Gabinetto inglese avea già preveduto certamente tutto questo discorso del francese. Difatto non più che due giorni dopo, cioè alli 25 novembre, lord Russell tornò a scrivere all’ambasciatore Cowlcy a Parigi un prolisso ma limpido dispaccio; nel quale, riepilogate le precedenti pratiche e dichiarazioni di amendue le parti e riferite le questioni indicate come da doversi trattare, stendesi a dimostrare che il Congresso non verrebbe a capo di nulla, anzi aggraverebbe le condizioni presenti, e condurrebbe od all’umiliazione od alla guerra. Il tono di tal risposta, la maniera con cui si qualificano i disegni di Napoleone III, e la conclusione del rifiuto, ci paiono tali da meritare l’attenzione de’ nostri lettori. Ecco le parole del Russell:

«Queste, non v’ha dubbio, sono le principali questioni che disturbano o minacciano la pace d’Europa; ma havvi un’altra questione, che il Governo di S. M. considera essere al fondo di tutto questo negozio, ed è la seguente: Vi ha probabilità che un Congresso generale degli Stati d’Europa risolva in senso pacifico le varie materie in disputa? Questa davvero è la questione, che i Governi dei diversi Stati sono in dovere di considerare seriamente e con grande attenzione.

«Sembra al Governo di S. M. , che vi sia una considerazione principale, che debba guidarli nelle loro conclusioni. Dopo la guerra che desolò la Germania dal 1619 al 1649, e dopo le successive guerre, che afflissero il continente d’Europa dal 1793 al 1845, era possibile di distribuire territorii e definire diritti por mezzo d’un Congresso, perché le nazioni di Europa erano stanche di stragi ed esauste dalle gravezze della guerra, e perché le Potenze, che si riunirono in Congresso, avevano per le circostanze del momento, i mezzi di mandare ad effetto le loro decisioni ed i loro accomodamenti. Ma nelle congiunture presenti, dopo una pace di lunga durata, nessun potere è disposto di cedere alcuna parte di territorio su cui ha un titolo, secondo i trattati, o un diritto di possessione.

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« Per esempio, fra le questioni nominate come quelle che disturbano o minacciano la pace d’Europa, due delle più importanti sono quelle di Polonia e d’Italia. Esaminiamo lo slato presente di queste due questiqni, e vediamo se sia probabile, che un Congresso potesse venire ad una risoluzione pacifica delle medesime. In primo luogo, quanto alla Polonia, la questione non è nuova per l’Austria, la Francia e l’Inghilterra. Per più mesi queste Potenze, mentre si astenevano con molta cura da ogni minaccia, hanno tentato di ottenere dalla Russia, per mezzo di rappresentazioni amichevoli, l’acccttazione di misure concilianti: ma non sono riuscite che ad ottenere promesse soventi ripetute, che quando l’insurrezione sarà doma, si avrà ricorso alla clemenza ed alla conciliazione. Sarebbe egli di alcun vantaggio il ripetere, in nome del Congresso, rappresentanze fatte già con tanto picciolo effetto? È egli probabile che un Congresso sarebbe atto ad ottenere per la Polonia migliori condizioni senza l’impiego di forze combinate? La militare preponderanza e la terribile severità russa hanno fatto già grandi progressi, quanto al sottomettere i sollevati. È egli probabile che la Russia voglia concedere, nell’orgoglio della sua forza, quello che rifiutò ne’ primi giorni del suo scoraggimento? Creerebbe essa una Polonia indipendente per la mera richiesta del Congresso? Ma se non lo vuole la prospettiva diviene o di umiliazione per l’Europa, o di guerra contro la Russia; e quelle Potenze che non sono preparate ad incorrere le spese ed i rischi d’una guerra, possono desiderare d’evitare l’altra alternativa.

«Si può dire però con verità che il presente periodo è un periodo di transazione. Se la sollevazione sarà domata, si vedrà allora se verranno adempite le promesse fatte dall’Imperatore di Russia. Se la sollevazione non venisse spenta, o se, onde spegnerla, il popolo di Polonia venisse trattato con nuovi e (se è possibile) maggiori rigori, sorgeranno nuove questioni, che richiederanno ulteriori considerazioni, ma che potrebbero difficilmente essere risolute da una numerosa assemblea di rappresentanti delle Potenze europee. E per verità è da temersi che tali questioni, che sorgono di dì in dì, colorate da mutevoli eventi del momento, darebbero occasione piuttosto a vaghi dibattimenti che a pratiche e ad utili deliberazioni in un Congresso di 20 o 30 rappresentanti, i quali non riconoscerebbero nessuna su prema autori là, e non sarebbero guidati da nessuna regoli, forse, di procedura.

«Passando alla questione d’Italia, sorgono nuove difficoltà. In primo luogo s’intende mai di sanzionare con nuovi trattati lo stato presente delle possessioni in Italia? Il Papa ed i Sovrani parenti dei principi detronizzati, possono da un lato rifiutarsi di consentire un titolo che fin qui hanno rifiutato al Re d’Italia; e dall’altro lato il Re d’Italia farebbe opposizione ad un accomodamento, che sembrerebbe escluderlo, almeno per induzione, dell’acquistare Roma e la’ Venezia. Ma si ha mai l’intenzione di chiedere all’Austria in un Congresso, di rinunziare alla possessione di Venezia? Il Governo di S. M. ha fondate ragioni di credere che in un Congresso, ove si avesse a discutere una simile proposizione, non assisterebbe certo il rappresentante dell’Austria. Il Governo di S. M. è informato che, se una tale intenzione venisse anticipatamente annunziata, il Ministro austriaco lascerebbe l’assemblea. Anche qui adunque le deliberazioni del Congresso verrebbero a fronte dell’alternativa di nullità o di guerra.

– 314 –

Ma è egli possibile di riunire un Congresso e chiamarvi un rappresentante d’Italia, senza discutere la questione di Venezia? L’Imperatore de’ Francesi sarebbe il primo a sentire e ad ammettere che cotesta è una cosa inammissibile.

«Riguardo alla Germania ed alla Danimarca, è vero che parecchie Potenze d’Europa si sono interposte nella questione, ma l’addizione della Spagna, del Portogallo, dell’Italia e della Turchia nelle deliberazioni, vorrebbero difficilmente rendere più probabile una soluzione soddisfacente. E se riguardo alla Polonia ed all’Italia non possono in ogni probabilità aspettarsi benefici risultati, è egli espediente di riunire un Congresso di tutti gli Stati d’Europa per trovare un rimedio all’anarchia dei Moldo-valacchi?

«Se tutte queste questioni, quelle di Polonia, d’Italia, di Danimarca e delle provincie danubiane, dovessero essere decise dalla semplice espressione d’opinione, i disegni del Governo di S. M. si troverebbero forse non differire materialmente da quelli dell’Imperatore de’ Francesi. Ma se la semplice espressione d’opinione e di desiderii non può compiere un risultato positivo, parò certo che le deliberazioni del Congresso consisterebbero in domande e pretensioni avversate dagli uni e rifiutate dagli altri; e non essendovi in una simile assemblea una suprema autorità per dar forza alle decisioni della maggioranza, il Congresso si separerebbe forse, lasciando molti de’ suoi membri in maggior disaccordo fra loro, che non lo erano quando si riunirono. Ma se questo avesse ad essere il risultato probabile, ne conseguita non essere probabile che il Congresso proposto possa produrre disarmamento. Il signor Drouyn de Lhuivs cita una proposta fatta dal conte di Clarendon in una delle ultime adunanze del Congresso di Parigi; ma il Governo di S. M. pensa che questa proposta si riferiva a dispute insorte fra due Potenze che dovevano essere sottomesse ai buoni oflìcii d’una Potenza amica, ma non certo alla riunione di un Congresso generale.

«Non potendo pertanto vedere la probabilità di quelle benefiche conseguenze, che l’Imperatore dei Francesi si prometteva nel proporre un Congresso, il Governo di Sua Maestà, seguendo le sue forti convinzioni, dopo matura deliberazione, non può accettare l’invito di Sua Maestà Imperiale. Siete incaricato di dare copia di questo dispaccio al signor Drouyn de Lhuys. Sono ecc.

Russel L».

Non sappiamo se questo rifiuto sì secco e perentorio giungesse impreveduto a Parigi; sibbene è certo che vi destò ira grande. Ancor prima che fossero pubblicati codesti documenti, il Constitutionnel del 28 novembre dovette saperne il contenuto, poscia che egli si scatenò furioso contro la perfida Albione, per istrazio disse che a Londra si sosteneva la dottrina del non possumus come a Roma.

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NUOVA LEGGE CONTRO I CONVENTI
E L’ASSE ECCLESIASTICO
(Pubblicato il \”, 2, e 3 febbraio 1866).

Non si sa di chi sia la nuova logge per la «Soppressione delle corporazioni religiose e di altri enti morali ecclesiastici e conversione ed ordinamento dell’asse ecclesiastico», distribuita il 29 di gennaio 18G6 ai deputati. In fronte vi leggi che il progetto fu presentato «dal ministro di grazia e giustizia (Cortese) di concerto col ministro delle finanze (Sello) nella tornata del 13 dicembre 1865°. Ma segue poi una lunga relazione di 74 pagine, relazione non sottoscritta da nessun ministro nù vecchio né nuovo. E vi sono tanti spropositi e tante bestemmie, che ben si capisce come nessuno osasse sottoscrivere quelle pagine. L’anonimo ministro dice bugiardamente che il volo quasi unanime del paese vuole la soppressione degli ordini religiosi, ed invita empiamente i deputati a recidere i vieti legami, sgombrare dalla Chiesa lutto quello che vi ha di mondano, purificarla. Chi è l’empio che vuole purificare la Chiesa cattolica? È De Falco, è Cortese, è Sella? Non si sa. Questo sappiamo e diciamo, che non la «Chiesa, ma l’Italia, ma il Ministero dovrebbero purificarsi , e speriamo che per intercessione della Vergine Maria, di cui gli Italiani celebrano con tanto fervore la novena della Purificazione, la patria nostra verrà ben presto purificata! Frattanto, non potendo lungamente stenderci in osservazioni, pubblichiamo il sacrilego progetto di legge. Eccolo:

CAPO I. – Delle soppressioni.

Art. 1. Non sono più riconosciuti nello Stato gli ordini, le corporazioni e le congregazioni religiose regolari e secolari, ed i conservatorii o ritiri, i quali importino vita comune ed abbiano carattere ecclesiastico.

Le case e gli stabilimenti ecclesiastici appartenenti agli ordini, alle corporazioni, alle congregazioni ed ai conservatorii o ritiri anzidetti sono soppressi.

Art. 2. 1 membri delle corporazioni e congregazioni abolite in forza della presente legge, di quella del 29 maggio 1855 e dei decreti Il dicembre 1860 e 17 febbraio 1861 acquistano il pieno esercizio dei diritti civili e politici dal giorno della pubblicazione di questa legge.

Art. 3. Ai religiosi ed alle religiose che avessero fatto regolare professione nello Staio prima del 18 gennaio 1864 e che, alla pubblicazione di questa legge, appartengano a case religiose esistenti nel Regno, è concesso un annuo assegnamento:

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1° Pei religiosi sacerdoti e per le religiose coriste di ordini possidenti, di

Lire 600 dall’età di 60 anni in su,

Lire 480 se abbiano da 40 a 60 anni,

Lire 360 se abbiano meno di 40 anni;

2° Pei religiosi sacerdoti e per le religiose coriste di ordini mendicanti, di lire 250;

3° Per i laici o converse di ordini possidenti, di lire 240 qualunque sia l’età;

4° Per i laici o converse di ordini mendicanti, di

Lire 144 dall’età di 60 anni in su,

Lire 96 se abbiano meno di 60 anni.

Ai terziari ed alle terziarie, addetti da un decennio ad un convento di ordine possidente, che abbiano raggiunto l’età d’anni 50, è concesso un annuo assegnamento nella misura stabilita al precedente numero 4.

Art. 4. Coloro che, all’epoca dell’attuazione di questa legge, giustificassero di essere colpiti da grave ed incurabile infermità che impedisca loro ogni occupazione, avranno diritto al massimo della pensione stabilita a seconda delle distinzioni fatte nel precedente articolo.

Essi alla scadenza della prima rata di pensione di ciascun anno saranno tenuti a giustificare la causa che diede luogo al massimo dell’assegnamento.

Art. 5. Alle monache, le quali all’epoca della loro professione religiosa avessero portato una dote al monastero, è concesso di scegliere tra l’assegno anzidetto od una pensione vitalizia reg

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fonte

https://www.eleaml.org/sud/stampa/vol_02_03_margotti_memorie_per_la_storia_dei_nostri_tempi_1865.html#Plebiscito

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