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Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (III)

Posted by on Ott 12, 2025

Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (III)
14. Gradi dell’illuminismo.

Avendo per fare l’opinione bisogno di generazioni, ei con sue leggi studiò a guadagnar senza rischio i giovani, e a guidarli. Divise la setta in due grandi classi, delle preparazioni, e dei misteri; tutte e due con suddivisioni e gradazioni, secondo il progredimento degli allievi. La prima classe ha quattro gradi: novizio, minervale, illuminato minore,illuminato maggiore.

Poi gradi intermedii, presi dalla Massoneria,cioè quelli di Cavaliere scozzese, per averne facilità d’entrar nelle logge de’ Massoni. La classe dei misteri ha due gradi: uno dei piccoli misteri, pur suddiviso in preti e principi, e l’altro de’ grandi anche in due, de’ maghi, e dell’uomo-re. Di quest’ultimo grado compensi il consiglio supremo degli Areopagiti. Inoltre in tutte queste classi e gradi v’è l’importantissimo uffizio,comune a tutti gli adepti, quello dell’insinuante o ingaggiatore. Ciascuno deve trovare e persuadere almeno uno o due de’ quali diventa natural superiore; ciascuno noterà in apposito taccuino quanto avrà osservato intorno a qualsivoglia persona, amica, o nemica, su loro passioni, pregiudizii, legami, desiderii, tendenze, capacità e agiatezza; e né farà ogni mese rapporto a’ superiori; perché l’ordine sappia su quali uomini in ogni parte di mondo possa contare o temere, e sui modi del guadagnarli o torseli davanti, L’insinuante ha per precetto aversi a contrafare e occultare l’animo, per iscendere nell’altrui con men periglio e più frutto. Sceglier il più fra giovanetti, formarli. educarli, a preferenza i potenti, i nobili, i ricchi; poi medici, curiali, pittori, librai, maestri di scuola; e prima i belli, ché han più attrattive e meglio piacciono al popolo; piuttosto protestanti che cattolici, perché quelli, come disse Federico II. vanno più presto; cercarli sopratutto fra uffiziali di Principi, ne’ Ministeri e ne’ consigli, massime se avesser patito ingiustizie, perché più di leggieri si fanno illuminare. Trovato l’uomo, l’ordine, dopo segrete informazioni, ne approva la scelta, ne dona già al primo fratello il carico d’illuminarlo, ma ad altro cui stima più atto, secondo dell’intelligenza, età o grado del candidato, quegli solo allora ha facoltà di gittargli la rete. Weishaupt in pochi lustri si mise in pugno mezza Germania, il governo Bavaro entrato in sospetto esiliò lui, e perseguitò la setta, ond’ei riparò a Gotha, il cui Duca, suo adepto, fecelo consiglierò aulico; si potè aperto lavorare. Stampò nel 1781 la storia delle persecuzioni degl’illuminati in Baviera, e nel 1788 la descrizione dell’ordine dell’Illuminati. Morì poi a Gotha nel 1822.

15. I Giacobini.

Ei sin dal 1782 pensata aggregar Francia al suo ordine; ma si tenne, temendo la natura francese per fretta gli guastasse acerba l’opera. Primo Mirabeau, iniziato all’illuminismo a Brunswik, ne portò i gradi a Parigi nella sua loggia detta de’ Filateti, cioè amanti della verità. A quel tempo Filippo Duca d’Orleans, Grande Oriente, capo della Massoneria francese, avea già 282 città con logge, dove era pur penetrato il Cagliostro. E il re cinto di ministri settarii, e con la corte piena di settarii maschi e femmine, guardava quelle adunanze come feste: musiche, danze, canti, drammi, versi, cene, guardie e sentinelle di soldati pel buon ordine, ma mentre i grandi di Francia ballavano, trincavano, e s’accecavano di fastose lascivie, là stesso in più recondite stanze si cospirava a rapir loro la potestà, le robe, e le teste.

L’illuminismo nel 1787 mandò deputati a Parigi sotto specie di studiarvi i prodigi del Mesmer, in voga allora per altro settario favore, il Mirabeau presentolli al comitato degli amici riuniti; dove, detto Germania già ubbidire all’ordine loro, depositarono lo statuto del Weishaupt. Venne in gran parte accolto; e ne fu ingrossato il codice massonico; onde cominciarono a entrar nelle logge soldati, artigiani e sin facchini e proletarii. Sorsero comitati in ogni città, tutti aventi il motto dal Grande Oriente; né solo in Francia, ma in tutta Europa protetti da personaggi alti, da ambasciatori esteri e loro familiari e concubine. La rete meccanica dell’illuminismo affrettò la propagazione, sicché l’Europa era già vinta dalle idee francesi prima che ne vedesse gli eserciti. In breve i congiuratori sentendo lor forza, non istetter sulle mosse, e stabilirono il 14 luglio 1789 per sollevarsi in Francia. Vedesti in un dì milioni di furie, con stesse grida, stessi atti, in orgia orrenda, sforzar prigioni, bruciar castelli e case, sgominar soldati impotenti o immobili, e stilettare e trucidare. Il Mirabeau convoca tutti i capi delle logge nella chiesa dei frati Giacobini; questa diventa centro della rivoluzione, ed ecco Massoni e illuminati appellarsi Giacobini.

Là tutte le logge, tutte varie sette, tutte caste: filosofi, enciclopedisti, mesmeriani, economisti, falsi religiosi, falsi soldati, aristocrazia, democrazia, studenti, borghesia, artigiani, ogni sistema, ogni formola eran là d’accordo per la distruzione de’ culti e de’ re. Si guatarono, e si riconobbero. Solo al grembiale era succeduto il berretto rosso. Sono uniti contro i re e Dio, ma discordi ne’ modi: uno vuole il Dio del filosofismo, altri non né vuol nessuno; il La Fayette brama il re doge sotto la sovranità del popolo, e sclama l’insurrezione santissimo dovere: Filippo d’Orleans vuol esser re esso; il Brissot grida magistratura democratica; il Mirabeau s’acconcia a tutto, purché retto da lui; i Condorcet. Babeuf e compagni vogliono l’uomo-re del Weishaupt, non inferiore che a sé solo, cioè la negazione della società.

Tutte le trame di mezzo secolo vengono a luce in quella Babelle. Subiti effetti. Prima contro Dio: sospesi, poi aboliti i voti religiosi, spogliato il clero, profanati i sacri vasi, rubati, venduti gli ori e gli argenti delle chiese, fuse le campane per moneta, inventata la religion civile, per fare il popolo sovrano in chiesa come sovrano nella reggia; abolita la domenica, abolita con editto la religione cristiana, scacciati con decreto trentamila religiosi, cerchi a morte, percossi, sterminati i sacerdoti; apoteosi ai filosofi; e nostra donna di Parigi, peggio che moschea profanata da baccanali, vede fra incensi e cantici osceni sull’altare del Signore danzar nuda la prostituta, detta la Dea ragione!

Poi contro il trono. Dalla chiesa de’ Giacobini passano alla tribuna della cavallerizza: una prima costituzione toglie metà di potestà e di amici al re; poi altra, e poi altra che al re lascia il titolo solo. E il re prigioniero firma. La seconda assemblea nazionale sospende anco il titolo, lui manda alle torri del tempio; e un comitato di essa detto dei Girondini lavora nascoso alla repubblica. Ultimamente dichiarati Luigi XVI decaduto; e la terza assemblea lo mena al patibolo. Questo re, il più buono degli uomini, era immolato, sol perché re, alle prestabilite vendette massoniche, alle teorie del Weishaupt, all’ingordigie di tutti.

Poi contro la proprietà. La rivoluzione famelica di roba e di sangue passeggia immane e spietata; cadono le teste de’ grandi e de’ ricchi, ancora che massoni; perseguitati, ammazzati, carcerati; s’ardono palagi e castelli, s’infrangono gli stemmi, si vendono le terre. Distrutta l’aristocrazia del sangue, si strugge l’aristocrazia mercantile; dopo l’uguaglianza dei dritti vuoisi uguaglianza reale, legge agraria, comunella. Qui la discordia biglia i vincitori: i settarii, benché tutti abbottinati, si rintuzzano, si calunniano, si accusano, si smascherano, si uccidono, e si cacciano al palco ’un l’altro.

Poi contro l’uman genere. Le conquiste della rivoluzione armata paion prodigi. Soldati improvvisati, senz’arme, senza scienza, pigliar fortezze e regni, annientare eserciti veterani, render vana l’arte guerresca; e qualunque pugna, o vincitori o vinti, lor dar paesi, dove prima occorrevan dieci battaglie. Ma i libri del Voltaire, e il codice del Weishaupt sparsi pel mondo prima delle armi, avean prese tutte contrade. Ogni sovrano circondato da adepti, ogni ministero, ogni municipio, ogni esercito era infetto; e s’aprivano al nemico liberatore i consigli de’ re, i disegni di guerra, le porte delle cittadelle. I generali giacobini accolti a braccia aperte da’ vinti, diventavan forti là dove ogni altro saria stato fiacco. La setta mondiale arse i puntelli alle preparate mine, e fe’ mancar la terra a’ governi combattenti. Ogni settario tradì la patria, ogni Giacobino fu eroe.

Le innnmerate vittorie germaniche densi agl’Illuminati. Cadono il Belgio e l’Olanda con tante formidabili fortezze, per forza dei comitati ubbidienti a Parigi. Lo stesso in Ispagna: un Raddeleon vende Figueras, non è ben pagato, si lamenta, e gli mozzano a Parigi il capo. Avvelenano il generale Riccardo che si ricorda l’onor castigliano. I miracoli di guerra nel Milanese, e le facili corse nel Romano e nel Napolitano chi non sa? I Giacobini strombazzati invincibili, celebrati, inghirlandati, trovano gli eserciti disfatti pria che tocchi, e governi rivoluzionarii surti a un tratto di sotterra a dar moneta e braccia.

Caduti i Giacobini l’un sopra l’altro, su tutti salì Napoleone, che raccolse l’eredità della rivoluzione, e credè seppellirla. Fe’ l’imperio, cioè negazione di rappresentanze democratiche, e comando di spada, rialzò gli altari, ma per sé, fe’ conquiste, ma a’ suoi, e volendo della religione e dei troni far monopolio, die’ la scalata al Quirinale, carcerò il Papa-Re, e il tenne più anni in Francia. Die’ morso e freno alle sette, sostegno e roba ai settarii, quelle attutì, questi saziò; ché tutti massoni e giacobini erano stati i compagni di quel vincitore di battaglie, surti ricchi, e grandi. Il concetto settario svolse a suo modo, abolì il dominio temporale di S. Pietro, compresse i dritti di Santa Chiesa, perseguito cardinali. Avea fautori Filosofi ed Ugonotti, e rise delle scomuniche. Quando Dio piegò gli occhi caddero quei trionfi, quelle cose, quelli uomini, ma non i principii, non l’esempio delle maravigliose esaltazioni, e l’illuminismo e la massoneria vinti e discreditati andaron raccogliendo al buio gl’infranti pezzi del perduto scettro, per ricominciare insidie da capo. Visto l’ateismo esoso al mondo, si rincappellaron con falsa religione, e nuovi nomi.

16. I carbonari.

La Carboneria è pur frutto oltramontano. I profughi di Napoli del 1799 ne portarono i semi di Germania e di Svizzera, quando per le tornate arme francesi rimpatriarono nel 1806. Sin dal principio del secolo v’era una setta detta Unitaria, e altra nomata de’ Raggi, ambe fuse nella Carboneria; la quale restata per la forza napoleonica ignorata e latente, sembra avesse qualche incremento in Calabria nel 1808. Il primo a farne motto in una loggia Massonica a Capua fu nel 1810 un Massone uffiziale francese; il quale, dimostrato necessario riformare la società, propose la Carboneria, cui disse antica, e istituita da re Errico di Francia (né indicò quale) che n’avea fatto ordine cavalleresco. Essa fu come riforma adottata e propagata. Per non urlar nei sensi religiosi del napolitano paese, i Carbonari si facean santoni, si gridavan cattolici, aver virtù teologali, vantavan protettore S. Teobaldo, eremita francese del mille, che fuggito in Germania avea campato in boschi facendo carbone. Adottaron parole sacre; lasciar compassi e squadre massoniche, presero l’accetta, il chiodo, e altri emblemi, significanti la passione di Cristo e lavorazione di carbone. Però dal venderlo appellaron vendite le logge, e dove s’eran chiamati fratelli, si disser cugini.

Ma usavan l’arti stesse delle sette madri, ordini, gradi, segnali simiglianti, benché più speditivi; i gradi di Rosa-Croce e di Cavaliere scozzese eran come ne’ Massoni e Illuminati. La Carboneria fu Massoneria-Illuminata acconcia all’Italia, applicazione di forme generali a un popolo speciale. Laonde prese aria di nazionalità; si mise a punzecchiare il nobile sentimento dell’indipendenza; scrutò l’indole, le aspirazioni, i pretesi bisogni degli Italiani scontenti, lavorò a commuovervi gli spiriti indigeni, e a fare agognare utilità pratiche e vicine e vitali al paese. Nondimeno non celan ne’ loro statuti esser rappresentanti della rivoluzione francese, approvare i principii dell’89, e il terrorismo. Nelle istruzioni agli adepti lodava l’età dell’oro quando s’ubbidiva alle sole leggi di natura, e la terra non avea padroni particolari. Dicevano: il coprirsi di pelli le membra fu il primo traviamento dell’umanità. Lamentavano l’essersi scelti capi alle genti, e dettate leggi umane, ed elette guardie armate; queste cose avere surrogato il dispotismo all’uguaglianza primitiva. L’Italia doversi purgare. I nostri padri stabilirono la Carboneria nel rifugio de’ boschi, per armarsi nascosi e aguzzar le scuri e i pugnali a sterminio degli oppressori. Essi giurarono sulle croce di abbatterli in un sol di, e ristabilire la santa filosofia del Redentore. Lo stesso giuriamo noi ché n’è tempo. Era lor disegno di fare in Italia una repubblica di forme e idee pagane, detta Ausonia, e un Papa patriarca a soldo; e scacciarne non lo straniero soltanto, ma i re, i preti, nobili e i possidenti. Giuravan col coltello, firmavan col sangue, si assoggettavano, caso tradissero il segreto, a morir di pugnale. Gli statuti stampati minacciano siffatta pena agl’inobbedienti, alzan tribunali segreti per giudicar tai rei, e far eseguire le condanne, e dichiarano non salvarli la fuga; ché una mano invisibile li percuoterà, sino dentro il tabernacolo di Cristo.

Sebbene repubblicani, pigliavan tutte imprese. Nell’anno 1811 certi Francesi e Tedeschi proposero a Giovacchino Murat d’accogliere nel regno la Carboneria, vantandogliela sostegno al conquistato trono; e come il ministro di polizia Maghella, Genovese e Massone, molto la raccomandò, ebbero il permesso. Però favorita dalla potestà regnatrice, la nuova setta, sendo mezzo di lucro e d’impieghi, si dilatò in tutte provincie apertamente; donde passò all’alta Italia e in Ispagna. — Subito divenner grossi e forti. Poi visto nel 1814 Gioacchino con l’esercito sul Po, e in male condizioni, stimaron quello il momento di fargliela, e si ribellarono in Abruzzo; dove presto domati vennero in persecuzione. Seguirono carcerazioni e supplizii. Dicono che allora la setta per vendetta mandasse emissarii ai Borboni in Sicilia, e anche danari; e accolta bene dal re, e meglio dall’inglese Bentink, facesse sperare di scrollare il dominio francese. Ma l’anno dopo, calando più la fortuna di Gioacchino, questi mostrando pentimento d’averla perseguitata, richiesela d’amicizia; ed essa anche a lui stese le braccia. Prometteva cosi ai due rivali il trono stesso, per far repubblica; e, vuota di fede come di forza, non attenne a nessuno.

Restaurato Ferdinando, e rimasti pei patti di Casalanza tutti i Carbonari in uffizio, sperarono aver favori dal re; ma ei li riprovò, e proibì le vendite. Quindi ira. Esonerandosene i timidi, v’ebbero ad aggregare i più audaci e facinorosi, e cominciarono a far paura. Non eran puniti, perché chi punirli dovea era pur carbonaro. Ogni magistratura, ogni municipio, ogni reggimento di milizia avea sue vendite. L’esercito che male era composto, fu tutto infetto; i capi richiesti o richiedenti v’entravano, e perché venuti dopo de’ soldati, erano ultimi, e da meno che gl’infimi. Chi sdegnava entrarvi era minacciato. Così la milizia divenne anarchia, senza disciplina, senza ubbidienza. I Carbonari allora prepossenti facevan soprusi e vendette di sangue; spesso da’ giudizii escivano assoluti; carcerati per debiti, eran liberati a forza dai cugini, pigliavano, bastonavano, gridavano a volontà, pompeggiavan professioni pubbliche, e si facean benedire da’ loro preti. Diventati assai, come udirono i carbonari di Spagna aver proclamata la Costituzione, fecero nelle due Sicilie la rivoluzione del 1820; e in Piemonte, ascritto Carlo Alberto allora principe, ne imitarono. Ma le sette, buone a dissolvere, non valgono all’opera, però le migliaia di soldati e legionari non guardarono il muso ai Tedeschi nella stretta d’Antrodoco; e il Pepe carbonaro generale, fuggendo il primo, vituperò questa patria e quella Italia che diceva voler liberare. Così i Carbonari, difesa lo foro costituzione con le calcagna, misero in faccia ai Napolitani una marca di viltà, che per lunghi anni ne rese i Pulcinelli d’Europa. Il nome Carbonaro fu ludibrio.

17. La Giovane Italia.

Giuseppe Mazzini nato a 28 giugno 1805 a Genova da un medico, era curiale senza clienti, quando carbonaro si die’ al cospirare, onde nel 1850 fu scacciato di patria. Dopo lo abbattimento che la rivoluzione patì quell’anno in Italia, alquanti sbanditi s’unirono in Marsiglia a ruminar più gagliarde riscosse. Mazzini, il Bianchi Piemontese, e il Santi da Rimini con altri, vista la Carboneria dispregiata, e andar lenta, rifondaronla nel 1831, col nome federazione della Giovine Italia. Gli statuti dicevano avere scopo la riforma politica Italiana, mezzo l’unione de’ federati in tutta la penisola e isole; armi proprie, corrispondenza e unità di pensieri, la rivoluzione scoppiar generale, non far transazione col nemico, spegnere gli avversi e i traditori, ogni federato giurare darsi anima e corpo all’impresa, spegnere col braccio e infamar con la voce i tiranni e la tirannide politica e morale, cittadina e straniera, combattere l’ineguaglianza, e cercare ogni via da far salire gli adepti della società a governar le cose pubbliche. Ciascuno avesse pugnale, fucile, e cinquanta colpi; pagasse uno scudo all’entrata, e uno mensuale. niuno accogliersi ch’avesse più di quarant’anni; niuno poter trovare più di due federati, niuno scrivere il nome dei compagni, ciascuno aspettar le notizie dal suo propagatore, a questo pagar la tassa, a questo far rapporti. Fu come si vede riforma della Carboneria, sempre co’ modi dell’illuminismo. L’anno appresso aggiunsero un giornale pur detto Giovine Italia, per muovere la rivoluzione radicale. Il codice di questa setta ha parte civile e penale, con rubriche di sangue. Nel penale all’articolo primo è scritto: tendersi alla distruzione di tutti i governi della penisola per far una repubblica. Al terzo e seguenti: «I membri che non ubbidiranno agli ordini della società segreta, e quei che ne sveleranno i misteri saran pugnalati senza remissione. Il tribunale segreto pronunzierà la sentenza, designando uno o due adepti per la immediata esecuzione. L’adepto che ricuserà eseguire la sentenza sarà morto come spergiuro. Se la vittima giungesse a fuggire, sarà perseguite tata incessantemente in ogni luogo, e verrà colpita da mano invisibile, fosse in grembo alla madre, o nel tabernacolo di Cristo. Ciascun tribunale segreto sarà competente non solo a giudicare i socii colpevoli, ma anche a far morire qualsivoglia persona designasse a morte.» Con tali tristizie costoro dicono sublimare la patria.

Nel 1846 il Mazzini profetò: «Nei grandi paesi la rigenerazione si fa col popolo; nel nostro si farà co’ principi. Bisogna farli lavorar per noi. Il Papa andrà nelle riforme per principii e per necessità, il re Sardo per desio della corona d’Italia; il gran Duca Toscano per inclinazione, il re di Napoli per forza. Gli altri principelli avranno a pensare ad altro che a riforme. Ottenute le costituzioni, s’avrà dritto di chiedere e domandare alto, e al bisogno sollevarsi. Valetevi delle minime concessioni per unir masse, anche col pretesto di ringraziare: feste, canti, radunanze, e fitte corrispondenze fra uomini di tutte opinioni bastano a maturare le idee, a dare al popolo il sentimento della sua forza, e a renderlo esigente.» E appresso: «Il concorso dei grandi è indispensabile; perché con plebe sola nascerebbe la diffidenza. Condotta dai grandi, questi le saran passaporto. Un signore lo si guadagna per vanità, lasciategli la prima parte, sinché vorrà camminar con voi. Pochi vorranno giungere alla meta; ma è importante che la meta della rivoluzione lor sia ignota.» La storia mostra come tal programma fu ed è eseguito di punto in punto.

Luigi Filippo re de Francesi. stato Giacobino, intendendosi di sette, slacciò via questi congiuratori nel 1833, si dice con l’occasione d’un Italiano pugnalato in un caffè di Parigi, per ordine del Mazzini. Ricovrati a Ginevra, subito tentarono una ribellione generale in Italia, ma scoperti in Piemonte, il loro re Carlo Alberto, benché carbonaro, non die’ quartiere. Trentadue ebber sentenza di morte, undici soli fucilati, alcuno s’uccise di sua mano in carcere, molti alla galera, molti condannati in contumacia. Fra questi il Mazzini, e il poi famoso abate Vincenzo Gioberti, allora cappellano di esso Carlo Alberto. La congiurazione aveva un pie’ nel reame nostro, onde in Abruzzo seguirono arresti di cinquantadue persone, con Luigi Dragonetti, stato deputato al parlamento del 1820; ma per difetto di prove o per favore dell’amico ministro Del Carretto tosto uscì libero; puniti anzi gli accusatori.

La Giovine Italia ritentò nel 1834 i suoi colpi. Unirono uomini di tutte nazioni nel Ginevrino, e in numero di dugento invasero il Piemonte con alla testa il Ramorino, quello che poi nel 49 fucilarono per tradimento. Egli entri) col Mazzini al 1 febbraio in Savoia; proclamò repubblica dall’Alpi al Faro, e l’unità, ma pochi dì appresso, non seguito da nessuno, abbandonato da’ Polacchi, minacciato dalle milizie Sarde accorrenti, riparò a Ginevra. Condannarono in contumacia alla forca lui e Giuseppe Garibaldi, allora marinaio di terza classe al regio servizio. Incontanente i congiuratori, fatti per lo smacco più audaci, convennero a Berna con fuorusciti di tutta Europa, e a 15 aprile di quell’anno ampliarono la società, e stabilirono: «Associazione repubblicana di tre federazioni, Giovine Italia, Giovine Polonia, e Giovine Germania; lega difensiva ed offensiva, solidarietà di pensieri e d’opere, lavorate concordi, dritto di soccorso, tutti fratelli, uno il simbolo, esso determinato, esser comune ad ogni adepto, tutti riconoscersi a quel motto; la riunione di più nazionali congreghe costituire la Giovine Europa, potere ogni altro popolo aderire a quest’atto.» Fu guerra dichiarata alla società. Sardegna, Napoli, Germania, Austria, Prussia e Russia obbligaron la Svizzera a sfrattare quei faziosi; ed eglino in Inghilterra.

Colà sicuri costituirono setta mondiale, mossa da un pensiero direttore, per rivoltare tutte nazioni ad un tempo. Di là tengon la mano nei circoli segreti posti nelle più popolose città, mandan loro catechismi e comandamenti, e imperati sugli animi e sulle braccia. Gli schiavi loro, che neppure osano da sé pensare a quel che fanno, si appellano liberali. Il catechismo della Giovine Italia è noto per le stampe. Vi stan fusi i principii de’ Massoni e i modi degl’Illuminati, ma con minor velo e meno circospezioni; perocché il seme fruttificato in due generazioni, fa che oggi si congiuri aperto. Sono membri della gran setta uomini potentissimi di Europa. Essa fa guerra a tutti gli Stati costituiti, assoluti e costituzionali, repubbliche aristocratiche o democratiche, essa manda esercito dovunque n’è mestieri: accorre in Isvizzera, in Polonia, in Ungheria, nel Belgio, in Alemagna, in Francia, in Grecia, in Ispagna, in Italia, in America, in qualunque luogo s’alza bandiera di rivolta, e son soldi da pigliare e potestà da rapire. Vincitori, sfuriano e procedon dritto alla meta, abbattimento di religione e dritto: vinti, trovan nomea nei loro giornali, pastura nelle borse de’ gonzi, s’atteggiano i vittime di tirannia, e han sicuri asili, talvolta in Francia e nel Belgio, più spesso in Isvizzera, e sempre in Inghilterra, donde ricominciali da capo.

Tesson lavorio lento di generale corruzione. Accorrono ad essi uomini perduti e varii. Avvocati, medici, artisti senza scienza, indebitati, avventurieri, assassini, ciarlatani, gente che niente risica, e molto può guadagnare pe’ mali altrui, uniti dal comune odio alle cose sacre e giuste, assetati di vendette, di oro e di potestà. Locuste che aspettano il vento per accorrere a divorare un paese. Han seguenze di stolti ricchi, e di stolti nobili o ambiziosi. Han protettore sempre uno stato nemico di quello che accorrono a liberare. Proclamano libertà, uguaglianza, età dell’oro, di fatto fan guerra all’oro e alla libertà altrui.

18. Gli Unitarii.

Dopo la battuta del 1818, ove s’era smascherata troppo, la setta stimò fare un’altra mutazione, e più semplicemente i suoi si appellarono,Unitarii. Il catechismo né fu trovato in molti esemplari dal magistrato napolitano, quando nel 1849 se ne fe’ processo. Ei dice: La gran società dell’Unità Italiana, è la stessa che la Carboneria e la Giovine Italia, instituta per liberar l’Italia dalla tirannide de’ Principi e degli stranieri, e farla unita e indipendente. Ha circoli con ciascuno un presidente, un consiglio d’Unitarii, un maestro e un questore: gli altri si chiamano Uniti o Ascritti. Sono circoli di cinque maniere: il gran consiglio; e consigli generali, e provinciali, distrettuali e comunali. Il Gran consiglio è composto di Grandi Unitarii, donde emanano ordini, cui gli altri ubbidiscon ciechi. Cura della setta fu unire a sé i militari e onorarli, e muoverli a stabilir circoli nei reggimenti, e corrispondere con quelli dei paesi ove han guarnigione. La persona pria di unirsi è messa a prova: poi giura segretezza e ubbidienza sul vangelo, sul crocifisso, sul pugnale, ode minacce di morte ove violasse il giuro, e riceve il mollo, il segno e la medaglia. Questa setta rannodando le sperperate fila delle precedente, si fe’ in brevi anni un governo sotterraneo combattente alla sorda con la potestà sovrana in ogni parte, e per qualunque minimo obbietto; e quando nel 1860 ha vinto con forza straniera, essa ha preso in un attimo il potere, e sublimato i suoi agenti a pubblici uffiziali. Queste cose eran note; ma la imbecillità o la tristizia di chi usava la potestà regia lasciò fare.

Il Mazzini mette innanzi la divisa: Dio e Popolo, né dice che Dio che popolo intenda. S’è visto da’ fatti intender popolo la massa de’ suoi settarii, e Dio la sua dittatura. Divisa trionfale è: Non Re, non Papi, popolo e repubblica, libertà politica e religiosa. La comunella non si dice, ma si fa. Libertà intendono non ubbidire a nessuno legittimo superiore, il che è l’opposto della vera libertà, che è il non ubbidire a chi non ha dritto e in cosa non dritta; ma van dicendo schiavo il figlio ubbidiente al padre, e il voglion liberare dalla potestà paterna, per farlo invece ubbidire a sé stranieri, che si cacciano in casa altrui a tiranneggiare la famiglia. Noi ubbiditi alla legge siam liberi; calpestandola, siam servi di passioni brutali e di furbi usurpatori.

19. Il pretesto dell’Unità d’Italia.

Adunque Carboneria e Giovine Italia, figlie di Giacobini e Illuminati mettono pretesto al congiurare l’unità d’Italia: dico pretesto, perché le loro costituzioni sin da’ primi Massoni, e per dipendenze con la Giovine Europa, dichiarano voler la libertà e l’uguaglianza de’ primi uomini, il che non è unire ma dissolvere. Oggi stesso unificando l’Italia, tendono a dissolvere Germania e America. Se l’Italia potesse essere una, già sarebbela da migliaia d’anni; ma nol fu mai, non con gli Etrusci, né co’ Romani, che tennerla serva. I Barbari che affogarono questi popoli nel sangue ben potean farla una, come fecero una Francia e una Spagna; il tentarono i Goti senza effetto, e anco i Longobardi s’ebbero a dividere. Carlo magno volevate, ma la sua potenza s’arrestò sul Volturno, ed ebbe a far pace con Arechi Longobardo Beneventano, che raffermò l’autonomia di queste contrade che fanno il reame, perlocché, acconciato il pensiero alla natura, Carte riconobbe il dominio papale, e miselo in mezzo all’alta e bassa Italia. Noi tredici secoli restammo gli stessi, solo mutando i principi nei re, e scacciando i Bizantini. L’Italia superiore ebbe mutazione e tagliuzzamenti infiniti. Ora quello che non fecero Etrusci, Romani, Goti, Longobardi, e Carlomagno, in tempi più opportuni e ne’ principii delle nazioni, e con forze prepossenti, dicon di farlo le sette segrete dopo tanti secoli, sconfessando la storia, la natura, e gl’interessi del paese.

Speciosa idea è l’Italia una, idea da muovere i giovani; ché certo far la patria grande, potente, e rispettata, saria onesta e bella impresa. E dove ella potesse esser unita sarebbe fortissima, per l’indole de’ suoi abitanti fervidi e ingegnosi; persi le naturali ricchezze, per te stare in mezzo al mare, fra Asia, Africa ed Europa, e per la coscienza dell’aulica e moderna grandezza; ma questi beni che faina invidiata e agognata, essi appunto sono che le vietarono, e sempre le vieteranno, d’essere uno stato. L’indole altera degl’Italiani li fa di spiriti municipali, perché ciascuno si sente grande, vuole il primato, e sdegna dipendenza; la forma della penisola lunga e sottile, dove ogni parte basta a sé, né ha mestieri d’altri, fa ciascuna regione paga del suo e indifferente del vicino; e le molte secolari autonomie surte, cresciute e compiute, rendono l’Italia per questo maravigliosa nella sua divisione. Ciascuna parte ha vita e storia sua, costumanze, dialetto, passioni, bisogni e interessi distinti, monumenti, nomi, ricordi, rinomanze speciali; ciascuna stata indipendente e separata tanti secoli, ebbe leggi, guerre, trionfi ed arti sue. Uccidere codeste persone sociali, per farne una mole mostruosa di parti eterogenee e discordi, è mina appunto della sua grandezza. L’Italia che vide tanti secoli i suoi figli accoltellarsi, Bianchi o Neri, Guelfi o Ghibellini, gelosi l’un dell’altro, diversi di razze e d’interessi, diventar una! La fittizia e sforzata unità farebbela schiava d’una fazione, e però cento fiate più debole e infelice; sarebbe risuscitare Guelfi e Ghibellini, veleni e pugnali, ferali conviti e crudi esilii, nefandi sacchi, e arsioni atrocissime di città e di campagne. E già si sono risuscitati.

Ma eravam noi sì bassi da meritar con tali mine la redenzione? I mali del medio evo già l’età civile leniva; scomparse le furiose e turbolenti repubblichette, la comune patria ridotta in pochi principali, gloriosa per arti, paga per mitezza di leggi, maestra di sapienza, prosperosa di commercio, ricca, lieta, pacifica, l’Italia era fra le nazioni venerata e rispettata. Era ancora regina delle genti, non con arme mortifere, ma con l’impero dell’eterno vero e la parola di Dio. Il papato con le cattoliche braccia stringevate in un amplesso con l’unità della religione sollevava l’italiano pensiero su tutte le genti. La piena pace menavala innanzi; le spente rivalità, già né affratellavano i figli; e i telegrafi e le strade ferrate né avvicinavan le regioni; i suoi tanti porti, le emulazioni de’ governi, e la restituita feracità di sue terre le moltiplicavan ricchezze. E chi nel buio futuro strapperà al Signore i segreti della sua provvidenza? chi dispererà della ventura grandezza di questa Italia creata a grandezza? Chi passando innanzi ai divini ordinamenti vorrà con ree arti divagarla dal sentiero ordinato da Dio? chi con rivoluzioni la ferma a mezzo, anzi la respinge dal vero progredimento che preparata a sovrani destini? Le cospirazioni bruttano questa patria, e con empietà e misfatti la fan maledire. Progredendo col dritto si avanza nella civiltà: le rivolture sono rovesciamento di dritti, indietreggiamento e barbarie. L’Italia oggi non può esser una, se pur fosse buono e opportuno l’averla; rea cosa è il por mano a impossibili imprese; più reo farne reiterali esperimenti, con distruzioni e fiumi di sangue.

Ai Napolitani l’unità è anche più ruinosa. Messi ih punta al paese, divengono ultimi, dov’erano primi; retti a prefetture, con leggi forestiere da uomini ignoti, smunti, privi di re e di corte, costretti a correr lontano per giustizia, à pagare i debiti altrui, a tasse non più viste, e dare i loro figli in esercitò alieno, per guerre aliene, per compressione di se stessi. Napoli scancellar la sua storia, ubbidire ad altri, abolire il suo trono, rovesciar la sua prosperità, nuotare nelle guerre civili e dinastiche, dilaniarsi, impoverirsi, rinnegar la patria e la Fede! Per Napoli l’unità italiana è suicidio: però i settarii napolitani cento volte più rei de’ loro confratelli, lasceranno nome esecrando alla posterità.

Ma l’Italia, siccome la Polonia, la Germania e la Grecia sono pretesti alle sette. Movono del pari Francia e Spagna state sempre une. Ma là è quà, con queste ed altre lustre, vogliono abbattere la potestà umana e divina. Questo fine è il dogma de’ loro comuni catechismi. Però come possono addentano la proprietà, percuotono il clero, e combattono il Papa ch’è grandezza italiana e mondiale. Il loro anti-papa è il Grande Oriente de’ Massoni; vogliono la rivoluzione delle idee, della morale e delle leggi; e per farla non vogliono religione. Qua, perché Italia ha più stati, gridano Italia una; se fosse una griderebbero Italia divisa. E perche il popolo li respinge, e li fa impotenti a ogni conato, eglino, mentre sclamano fuori lo straniero, chiamano gli stranieri a far cotesta loro Italia.

20. Sperano in Francia e Inghilterra.

Costoro per amor di setta bene sperano in Francia e Inghilterra, male se per amor di patria; perocché l’Italia non ha nemici naturali più terribili di queste due nazioni. Intendo la Francia del 89 e l’Inghilterra d’Errico VIII, sendo le patrie degli Stuardi e di Carlo Magno ricche di generosi cuori propugnatori di virtù. Ma i Volteriani e i Protestanti, messo ogni bene nell’utilità materiale, sono logici nemici di quell’Italia che sopra la materia mette il giusto.

Quanto a’ Francesi, come potenza Europea, non potrebbero desiderare una Italia forte per unità d’armi e di stato. Francia ha sue frontiere naturali all’Alpi, a’ Pirenei, e al Reno, né può oltrepassarle senza sfidare il mondo; però non può piacerle la gagliardia de’ suoi vicini. Una forte Spagna le die’ molti secoli pena; una forte Italia la rovinerebbe; ché resterebbe serrata fra tre grosse nazioni, Spagna, Germania, e Italia, come in tanaglia. Per questo in ogni tempo si sforza a mettere un piè qua dentro; e da sei secoli scendono Francesi dall’Alpe o dal mare, gridando libertà; e portando conquiste, con Carlo d’Angiò, con Carlo VIII, e co’ Napoleoni; per questo la loro discesa commosse sempre l’Europa. E già v’han messo le tende; prima in Corsica, ora a Nizza. Inoltre non può Francia vedere in noi una prosperità di pace tale da redimerne dalle cose francesi. Essa ha con noi una rivalità certa: noi, primi ritrovatori della moderna civiltà, ponemmo un nome italiano in ogni gran trovato moderno; italiana è la poesia, la pittura, l’architettura, la statuaria, la musica, la scherma, la bussola, l’astronomia, l’America, la religione, la storia del mondo; e i Francesi aspirano a dare alla terra nomi francesi.

Quanto agl’Inglesi, un’Italia grossa più deve spiacere, ch’essa porrebbe in mezzo al Mediterraneo un’armata forte e rivale, proteggitrice di commercio prosperoso che ruina il loro. Inghilterra vive de’ suoi prodotti di mano, e come ha caro il vitto, caro produce; né può ne’ mercati stare al paragone; essa dunque per vendere deve impedire la produzione altrui; e ha necessità di metter foco al continente, onde fra’ guai non lavori, e compri da lei. Di ciò meglio parlerò appresso. Il fatto mostra che al 1813, sendo vincitrice, volle in Francia franchighie liberali per tenerla fiacca, e prepararla a nuove convulsioni; essa in Ispagna, in Grecia, in America, in Portogallo come può soffia. Della troppo progredita prosperità italiana ebbe ombra, e pensò al rimedio; della molto avanzata propaganda cattolica nel suo seno si spaventò, e risolse reagire; quindi die’ protezione, asilo e danari ai settarii italiani, siccome strumenti a turbarne la pace industriosa, e a scrollare i governi che n’eran forza materiale, e il Papa che n’era forza morale. S’è vista l’Inghilterra che tartassava tutti gli stati italiani dar braccio alla setta proclamatrice dell’unità. Chi non vuol liberi i fievoli, vorrebbe forte e libero il tutto? I suoi vascelli per lunghi lustri ne fan guardia alle coste, intenti a spiare ogni nuovo legnetto che gittiamo in mare, a far suo pro d’ogni nostra produzione, a imporre per sé sopra qual si sia scoglio utilità commerciali. Nel 1831 surse presso Sciacca in Sicilia un’isoletta vulcanica, cui re Ferdinando pose la bandiera, e fu nominata Ferdinandea. Sebbene in mare siciliano essa era siciliana, pure Londra facea da’ suoi curiali dichiarare avervi dritto, ma il mare per nostra ventura in dicembre se la ringoiò; se no, avremmo visto a forza il vessillo brittanno a un miglio dalle nostre coste. Poi per parecchi anni lo ammiragliato inglese mandò vascelli a studiare quell’acque, sperando risorgesse dal fondo qualche po’ di arena. E tuttodì dove ne vede pone segnali.

Di Malta presa a Napoli e all’Italia non parlo. Da cotesti Inglesi i libertini sperano veder aitata l’Italia una. Ma appunto perché eravamo troppo prosperati eglino fecero lanciare la rivoluzione con cotesto motto fatale di opera impossibile, per farne diserti, fievoli, e bisognosi di loro.

Adunque i settarii rivoltando la nostra patria col braccio straniero bene fecer per sé, ché se ne sono arricchiti; ma fecer malissimo all’Italia, che l’han subissata, e fatta così dallo straniero dipendente, ch’oggi un caporale francese e un pilota inglese la van comandando dall’un capo all’altro.

21. Usano la religione.

In mezzo secolo più volte percossa la setta non si disanimò. Come i libri della Sibilla che scemati di numero crescean di prezzo, essa ad ogni abbattimento crebbe audacia. Mutati i nomi, vieppiù sempre stese sue braccia contorte. Molto i Carbonari osarono nel 1820; più osò nel 1848 la Giovine Italia; più assai han fatto nel 1860 gli unitarii. Si appellali liberali, perché servire no, comandare vogliono; abborrono i re per farsi dittatori; vantano la democrazia, ma non l’uguaglianza, il loro sovrastare agognano; onde ne verrebbe un’aristocrazia abbietta, la tirannia de’ bassi e dei peggiori. Coi nomi mutarono pur mezzi. Discreditato era il filosofismo del Voltaire, e la coscienza universale riprovava la irreligione; però pigliarono più cauti altra via. Si maneggiavano a seconda del secolo che parea tornato in grembo alla Fede; e volsero atti e parole alle cose sante; ma avean lasciato l’ateismo e presa la bacchettoneria. I liberali parvero passionati di Cristo e della Bibbia, sentivano messe cantate, si facevan la comunione, e crocioni in ginocchio; così i Principi li credean santi, e se li mettevan vicino, dove calunniavano, spiavano, ed insultavano i buoni. La poesia parea tutta sacra: inni a’ patriarchi. agli apostoli, a’ santi, alla Passione, alla Vergine; si risuscitava l’idea guelfa, e si alzava il Papa a’ cieli. Le arti si inspiravan lì; tutto era odor di santità. Pigliato questo vezzo, anche dopo sfavillati i rei fatti, non mancaron di coprirli di parole religiose. Gli impiccati dissero martiri, profeta il Mazzini, redentore il Garibaldi, sacro dritto la rivolta, santa la causa, crociati i militi; e i motti: Dio lo vuole, Dio e Popolo.

E dalla religione tolsero il mistero e la Fede; ché com’essa vogliono misteriosamente per fede esser creduti. Ma la religione che sta sul sommo vero e su Dio, di natura increata, non sarebbe da noi creati compresa senza fede; laddove la giustizia dell’opere politiche può e deve esser compresa da tutte persone. Ma con tante ipocrite arti, benché molti irretissero, pur non giunsero a un nostro contadino o marinaio; però li accusano di barbarie. Con fede vera il nostro popolo risponde nei fatti: ogni barca che lancia a mare ha il nome d’un santo; ogni voto è alla Madonna, ogni sentimento è Dio e li De.

22. La letteratura.

Come eran bigotti così eran falsi letterati. Fatta seguenza ne’ giovani, spingevano a studii fallaci. Gemevano i torchi per opere scritte a disegno, cui tosto strombazzavano eccellenti. Sovente udivi celebrare a un tratto nomi nuovi di scrittori, e cogliere allori per mediocri e brevi lavori, in questa terra dove già fur tanto obbliati in vita gli autori della Gerusalemme e della Scienza Nuova. Era loro legge severissima il non lodare scrittori non settarii: se mediocri li laceravano, se buoni li punivan di silenzio. Sola dispensiera di fama la setta; tirannide nuova agl’ingegni. Prima s’inventò una poesia scoraggiante, disperata, malinconica; alle lamentazioni del Byron e del Leopardi tutti facean ritornello; e udivi cantar di suicidii e di tombe giovanetti paffuti, passanti la vita in botteghe da caffè e in cene ubbriachesche. Così la letteratura d’oltremonte detta romantica ne invase, lugubre e insanguinata, che acconciava gli animi ad ire e ferocità; tutto dovea esser romantico per aver lode; le menti discostate dal bello e dall’onesto, si intrattenevan nel brutto e nel vizio; e né andava guasta la gaia indole italiana, già sempre autrice di grandi opere di intelletto. Dimenticati gli ameni e forti studii, le fantasie voltavano alla Scandinavia, e al medio evo; e n’evocavano immagini sepolcrali, e streghe e vampiri e spettri, fecondi di strani e foschi pensamenti. Né poi dal medio evo pigliavan tutto: le forme repubblicane sì, non la pietà cristiana e la fiducia in Dio; quasi che quella eroica età di mezzo, mescolanza di spiriti religiosi e avventati, generosi e vendicativi, municipali e liberali, talentosi e creduli, potesse scissa servir di modello nel male, sconosciuta nel bene. Malizia fu porre innanzi inimitabili tempi, e una società uscita dal caos, perché i giovani al facile sfuriar delle passioni avvezzati, anelasser commovimenti.

Pertanto miriadi di scrittori. Talun cominciava con miti e brevi operette commendate, che non avendo reità correvan senza sospetto; e poi che avea preso nome di moderato e imparziale, si lanciava pian piano con vaghe forme d’arte a incarnarle idee preconcette. Subito l’opera laudatasi ma, raccomandata, letta,ammirala, si lacca largo e seguaci. A poco a poco scambiavansi i nomi alla virtù ed al vizio, questo innalzato, quella depressa; l’amor sozzo dicevan carità, l’orgoglio castità, liberale il ribelle, coraggio civile la sfrontatezza. Ogni fatto presente si dileggiava, niuna cosa buona era buona, ogni eccellenza patria merlava dispregio, ogni opera di governo era vecchia e stracca e malfatta: volevasi civiltà, progresso, scienza, grandezza italiana. Né tai cose definivano: bastava fomentar desiderii di ignoto, ammirazioni di costituzioni straniere, non curanza del nostro, che si fosse; uno spasimar cose vaghe, ideali, indeterminate, una fidanza in mutamenti immancabili e vicini. Fingendo il passato, la letteratura colorava l’avvenire con lusinghe di speranza, con pompa d’eloquenza, e vezzi di poesia; onde i lettori abbagliati da tanta promissione di beni, né ripetevano i concetti, e senza saperlo eran braccio di sette.

I governi italiani di ciò non s’avvedevano, e facevan ponte al nemico. Fu misera cecità che la censura preventrice de’ libri e de’ teatri, combattesse grettamente parole e motti, quando lasciava correre quella letteratura falsa, che come è dannosa all’arte del bello, così minacciava la quiete sociale. Storie, romanzi, versi, drammi bruttavano torchi e scene, che senza il favor settario s’avrebbero avuto fiamme e fischi; e invece permessi e plauditi, navigavano a vele gonfie al naufragio della cosa pubblica. Né d’Italia solo; venivan di Francia e di Germania, pria celebrati, torrenti di commedie, novelle, scene e quadri e leggende e romanzi corrompitori del gusto, e seminatori di principii di comunella, cui dicevan sociali, con bella parola; ma che al nerbo della società fean guerra. Né tampoco adesso cotesta straniera letteratura ha finito d’invader l’Italia; né ancora l’Italia doma da arme straniere ha smesso il basso vezzo d’esser di straniere lettere imitatrice, dove fu reina e maestra. Quest’altro danno avemmo dalle sette, che proclamanti libertà tendono ad asservire questa patria, anche nella manifestazione di quel l’ingegno che Dio ne largiva.

23. La filosofia.

Con estrana letteratura anche estrana filosofia. Abbandonata era quella del Galilei e le’ nostri grandi che alla ragione avean reso il seggio della verità. Kant Prussiano, adepto del Weishaupt, in sullo scorcio del passato secolo risuscitava il razionalismo, e il lanciava nel trascendente e nelle astrattezze; ma comi facea le viste di favorire il concetto cattolico, e la incomprensibilità spirituale de’ suoi simboli e misteri, così da prima si fe’ piazza; e fondò una scuola che travarcate l’Alpi e il Reno invase Francia, e giunse nella terra di»’Vico e de’ Tommasi. Vaga, astrusa, inintelligibile, riformata da molti, veniva d’oltremonte in grossi volumi, con sistemi rinnovati ogni anno, fondati sopra formolo e parole, che quanto men comprese più lodate, adusavano gl’intelletti alle tenebre, a esser seguito ed eco a maestroni foschi, a non veder chiaro mai, e alarsi con imparacchiale formolo universali sentenziatori d’ogni cosa. A forza d’inventar formolo in filosofia che annullano la ragione, s’è venuto a inventar formule in politica che a suon di paroloni assassinano le nazioni: Fraternità, Uguaglianza, Unità. —Giusto mezzo. — Chiesa libera in libero stato. — L’impero è la pace. — Re galantuomo, logica inesorabile di fatti, fatti compiuti, non interventi, ecc. E perche niuno quella nebulosa filosofia intendeva, ti sentivi dire: L’idea esser simbolo d’intelligenza, nulla valer la forma che accenna, la materia; e non pertanto questa idea spirituale cui niuno avea dritto di comprendere, s’avventava poi contro la Fede e gli Stati e le ricchezze. Il Kant dal fondo de’ suoi bui aveva eruttato questo chiaro: L’uomo non deve cercare in altro mondo lo scopo e il destino umano. Gli uomini passano, resta la specie, e questa sola è immortale. La società perfetta dev’essere una con federazione generale di tutti i popoli, che sarà libertà, uguaglianza, e pace perpetua. Costoro col pretesto di pace eterna a’ venturi fan guerra da cannibali a’ viventi; e abbiam visto informate di questo spirito qui fra noi le proclamazioni bellicose di Vittorio e di Garibaldi.

Che siffatta filosofia e quella letteratura fosser opera di setta niuno dubita, sondo uno stento e un affanno a studiarle, per imparare il nulla e sentire il brutto. Vedemmo infatti chi d’ambe era studioso appalesarsi progressivo in questi progressi del 1848 e 1860; echi era retrogrado gridato in lettere e filosofie s’ebbe pur taccia di codino in politica, quando i preparati inganni furon maturi.

24. Il Progresso.

Gridano progresso. Progresso è avanzamento continuo di beni materiali e morali all’avvoltante dell’età. E certo ogni governo debb’essere progressivo, perché progressiva è l’indole umana. Bambino, fanciullo, giovine, uomo, vecchio, per tai passaggi cammina la persona; e nel morale ha imbecillità, ragione, istruzione, esperienza e saviezza. L’umanità prima ebbe solitudine di famiglia, poi linguaggio, società, tribunali, altari e re. Cominciò con vizii, rapine, vendette, superstizioni, tirannidi, schiavitù, e l’imperio della forza fu detta gloria; poi venne lo studio della legge naturale; e le arti belle, massime la poesia, segnarono il principiò dell’incivilimento; seguitò la morale, il compì la religione di Cristo. Meno truci passioni, l’amor del prossimo, la luce e la verità, le scienze, e le invenzioni dell’ago magnetico, della stampa, e della polvere, del vapore e dell’elettricità han fatto dell’umanità una famiglia. Anche le passioni acerbe progredirono a bene: il dominio di Roma preparava l’universalità del Cristianesimo; l’accentrarsi della potestà die’ forza ed armonia al governo; la guerra più grossa fu più rara e men sanguinosa; il cannone con la velocità de’ danni diminuì i disagi di campagne lunghe; lo stesso assolutismo fe’ più sicuri e liberali i sovrani; le arti progredirono, la vita è più agiata, la tirannia principesca è quasi ignota; il principato divenuto civile è fonte di prosperità. Eppure l’umanità può e deve ancora progredire. Ma tre condizioni d’avanzamento ha il progredire: legale, conservatore, definito. Legale, perché non sorga l’arbitrio; conservatore, perché non distrugga gli ordini compositori dello Stato; definito, perché finito è l’uomo, né può aspirare a beni infiniti in terra. Felice Italia se non avesse avuto sette; i suoi Principi, senza tema, l’avrebbero menata a prosperità, progrediente al vero bene nazionale. Per contrario i novatori vogliono sublimare lo arbitrio loro sopra la legalità; vogliono schiacciare uno o più o tutti gli ordini esistenti; distruggere aristocrazia, monarchia, religione, o scomporne o scemarne l’equilibrio e le proporzioni, e promettono poi dal caos una seguenza infinita di beni; quasi l’uomo potesse diventar angiolo, mentre il fanno ribelle a Dio. Così Eva per progredire a divinità indietreggiò alla morte.

Pria volean progresso civile, poi appagamento di bisogni sociali, poi costituzioni, poi federazioni, ora siamo all’unità ch’è distruggitrice d’ogni dritto altrui; domani vorranno repubblica, e poi? Vantatori di progresso, spingendo incessanti in tutti i versi governanti e governati, ciechi sconoscono la meta, e se ne allontanano, gridano civiltà, e arrovesciano il secolo al medio evo, proclamano dritti di popolo, e schiacciano quelli di ciascuno, e tornano indietro a quel della forza sulla ragione, lodano la ragione ed operano con delirio, e camminando sempre a sproposito non procedono, retrocedono. Per progresso intendono il progredire della rivoluzione, non quello della civiltà.

25. Il lusso opprime la civiltà.

Loro grande alleato è il lusso. Quando l’uomo avea pochi bisogni con poco era felice. Il Romano con solo la toga era vestito, e il resto del giorno spendeva speculando sull’arti belle, o in fatti egregi. Oggi ammiriamo le virtù pagane, e quella sconosciamo che nella parsimonia li faceva grandi. Noi per vestire abbiamo mestiere di cento arnesi, e di mille e più per la casa; né già d’opere d’arti, ma di luccicanti minuzie, che agli occhi non all’animo fan piacere. Il vestimento, il mangiare, il gioco, il fumare ne piglia tutta la vita. La maravigliosa necessità delle inezie che circondari la donna non conto. Ciascuno sospira il possedimento di tali vanità, che al savio son giocarelli da bimbo; ciascuno si fa tutta la vita bambino, si affatica a cumularne, e guarda in altri con invidia cotesto sommo di felicità. Quindi brame inappagate, sforzi per conseguirle; vane aspirazioni, dispetti, odii e dolori. Siamo a tale che la parsimonia è considerata ridicola; e molti si sforzano d’arricchire più per far pompa che per godere delle ricchezze.

Quando questa foga di cose dorate piglia i popoli, non è possibile che restin virtuosi. Non costume, non giustizia, non fede, non quiete. Mal curando il bene sodo, si va appresso a folla di beni futili; né si può badare alla moralità dei modi a conseguirli. Ciascuno a stendervi le mani, a uscir dal grado nativo, e a lanciarsi innanzi sempre, ché più cammina e consegue, e più via e più cose da conseguire si vede avanti. Allora nessun governo legittimo è buono, perche affrenatore di brame immoderate; e quando anche un governo rivoluzionario abbian fatto, neppure il fanno riposare, ché tosto si scatenano contro di esso, e con più ragione, le passioni stesse che l’aiutarono a salire, perché non è lo stare che appaghi, ma il mutare e l’agitarsi; oltre di che a’ sazii subentrano i digiuni incessantemente. In questa grande ansia irrequieta è moltissima gente. Corrotta, corrompe, balorda, imbalordisce, sospinta, sospinge, si lancia ad ogni reo partito, sconfessa la morale e la religione, e incensa cavalli, drappi, trance e cortine d’oro. Grida patria, e sdegna vestir di tela tessuta in patria, grida Italia, e parla francese, e tien gli occhi a’ figurini di Parigi e di Londra; grida indipendenza, e plaude all’arme straniere, né altro loda che cose estranee, e cinguetta e mangia e danza alla forestiera. Così ignorando le leggi patrie sospiriam costituzioni all’inglese; vogliam diventare grande nazione, e disprezziamo noi stessi.

Di tutte le classi la media è la più sprofondata nel lusso, o che il possa o no. Ha prurito di parer grande, il fa come può con le carrozze, le porcellane e le assise; e della moda sente frenetica necessità. E peggio che questa classe media ingrossa ogni dì. V’entra il nobile scaduto, per le mancate sostanze e i cresciuti bisogni, e come non potendo essere vuol parere, si lancia di leggieri nelle rivoluzioni, dove spera subiti guadagni. Aristocratici nell’ossa, contraffanno democrazia per farsene sgabello, ignoranti parlan di progresso, prepotenti vantano uguaglianza, infanciulliti con fievoli pensieri in bazzecole, trinciano politica e legislazione, e bassi sollecitatori di ciondoli e nastri, fanno i Bruti per diventare Antonii. Antonio fu appunto nobile scaduto.

Entrano in più nella mediana classe gli artigiani arricchiti, i contadini ch’han posata la marra, i fratelli o i nipoti di preti, i figli degli uscieri e bidelli, e altri cosiffatti che vogliono salire. Per far vista di saputi questi soventi son servi di setta. Ogni dì la buona classe degli operai e de’ contadini scema, e s’ingrossa il numero di chi senza far niente vuol vivere alla grande. Pertanto lo stato medio, dove son pur molti virtuosi, e ornamento della patria, va sempre crescendo, con elementi guasti che scendon di su o salgono di giù, irrequieti, bisognosi, vanitosi, ed audaci. Questi in tempi di pace sono insigni per cortigianerie, inchini ad arti basse, in tempi di subugli alzan le cervici, e parlan come Scipioni e Camilli, per vivere da Sardanapali a spese della nazione.

Il lusso avversa la natura, perché fa bello il raro. Esso nutrica la sete insaziabile dell’oro, l’ingordigia dell’averlo, e la immoralità su’ modi a conseguirlo; esso abbarbica il vizio, toglie via la vergogna e la probità, fomenta libidini, e fa l’animo servo; esso fa eludere le leggi, beffar la virtù modesta, trionfar la tristizia. Il lusso ha oppressa l’umanità. Più rari i matrimonii, più frequente il concubinato, difficile l’amicizia, la fede un miracolo, divisioni nelle famiglie e nello Stato, non v’è pietà, né carità; e per esso manca poi il tozzo di pane a migliaia d’infelici che d’inedia finiscono nelle città più popolose.

Per cagion del lusso le arti belle non han più capolavori; e l’ingegno umano volto alla soddisfazione di futili bisogni par ch’abbia perduta la favilla creatrice. Gli antichi savii proscrivevano il lusso co’ costumi e con leggi; i moderni il fomentano, e né fan lodi insigni. Scrittori di economia il predicano fonte di civiltà, e né han persuaso il mondo. Oggi uno Stato si ruina senza rimorso. Siam diventati corrotti, come i Romani del basso Impero, cui il Signore per purificare mandò il ferro e il fuoco de’ Barbari. Ma, si risponde, oggi in Iscizia non sono più barbari. Se non ve n’ha Scizia, ve n’ha in mezzo a noi. I nostri barbari sono le sette che movono i comunisti e i proletarii; e questi se non si rimedia subisseranno la nostra snervata civiltà.

26. Le sette sono i Barbari moderni.

La setta è potenza mondiale. Ha re, senati, magistrati, eserciti, tasse, navigli, bargelli, finanze e condottieri. Ha codici, fa sentenze e le esegue in ogni paese. Ha sudditi su tutta la terra, e né ha ubbidienza cieca, combatte con la fama, con la stampa, col pugnale, e col cannone. Sudditi ha di tutte condizioni e stati, d’ambo i sessi, monaci e preti, re e imperatori. Domina nelle famiglie, nelle città, nelle reggie, ne’ tribunali, sulla terra e sul mare. Oggi ha sedia in Londra. Di là il Mazzini, il Kossuth, il Ledru-Rollin governano le rivoluzioni, mandano sicarii a ferire i re della terra e i ribelli alla loro potestà. La storia narrerà quanti alti personaggi facesser colpire. Otto attentati in sette anni sull’imperatore Napoleone se non lo spensero, pur seppero con Bulimie bombe dell’Orsini ricordargli la mole de’ suoi doveri. E ch’egli ubbidisse con la guerra d’Italia del 59 è voce che sin nelle camere legislative di Francia risuonò. In questo tempo è la gran lotta finale fra la setta e la società, e chi sa se col secolo sarà compiuta? Essa confida nel trionfo: procede sempre, né mai si dà vinta, né mai perde terreno, percossa, si rannicchia, si fa piccina, si finge oppressa, piange, invoca pietà, e con sotterraneo lavorio prepara la riscossa, e più prolifica e si spande. Ripercossa, aspetta un’altra generazione; è misera, lusinghiera, cortegiana, servite, accattona, pinzochera, e spigolistra, abborre il sangue e la pena di morte, invoca la civiltà e la religione, la giustizia, la legge, e l’umanità; mostra pentimento, fa elegie e canti epitalamii in lode di re e principi, inneggia a’ Santi ed a Dio, si confessa, giura, protesta fede, e arriva a farsi credere la parte migliore della società.

Frattanto tiene conciliaboli nelle vie, ne’ caffè, nelle feste da ballo, nelle reggie e nelle chiese; fa testimonianze false, e raccomanda e difende, salva e sostenta i suoi, calunnia gl’avversarii, li abbassa, li rende poveri e odiati, li divide, li combatte ad uno, e li stiletta; frattanto si fa maestra alla gioventù, la corrompe, promette l’età dell’oro, e guadagna seguaci. A modo di talpa mina il terreno sociale; e quando crede maturo il tempo abbrucia i puntelli, e con gran fracasso fa crollare i fondamenti della società. Trionfa allora, gì Ita le maschere, passeggia con le spade sanguinose fra monti di cadaveri, bandisce il regno della ragione, proclama il dritto nuovo, canta sue glorie, vuota di malfattori le carceri, e le popola d’onesti; implacabile vendicatrice colpisce spietata, saccheggia, arde, stupra, fucila senza giudizii; e tali nefandezze appella sentenze di pubblica opinione. Senza più ritegno, balla sugli altari del Signore, guerreggia frati e suore, carcera vescovi e cardinali, vilipende e maledice il Papa, vuol Roma e il Campidoglio, nega la divinità di Cristo, e predica sin nelle chiese contro la Vergine Madre. Allora tutto è suo. Delle reggie fa osterie, i templi fa stalla, delle città fa bordelli; mutila i monumenti, rapina il tesoro pubblico, le casse ecclesiastiche, i luoghi pii; vende i beni demaniali e clericali, fa debiti a milioni di milioni, e attenta alla privata proprietà con tasse interminabili e gravosissime. Quella è la invasione de’ Barbari, e peggio; ché i Barbari fra tante ruine distrussero gli avanzi del gentilesimo, e sublimarono la Cristianità; ma i Barbari presenti, abbattono anzi il cristianesimo e la fede, per estollere l’ateismo ed il nulla. Da’ Barbari del settentrione emerse la società nuova; ma questi Barbari che abbiamo in tutte le zone, nel mezzo delle città nostre, sono sterili e distruggitori; quelli nel sangue affogarono la corruzione pagana, questi col sangue vogliono abolir Cristo, e intronizzare la corruzione universale; quelli abbatterono gl’idoli, questi assalgono Dio. Ma v’è la Provvidenza.

continua

fonte

https://www.eleaml.org/ne/margotti/1868-DE-SIVO-Storia-delle-due-Sicilie-dal-1847-al-1861-AA-2025.html#LIBRO_PRIMO

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