Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (IX)
LIBRO QUARTO
SOMMARIO
§. 1. La Sicilia e sua rivalità con Napoli.— 2. La costituzione del 1812. — 3. La Sicilia con nuove leggi. — 4. La nobiltà n’è dolente. — 5. Benefizii e promiscuità d’impieghi. —6. Aspirazioni sicule. — 7. Il libro dell’Amari. — 8. Il Mayo e ‘l Vial. — 9. Longo ed Orsini. — 10. Palermo. — 11. Sfida della risoluzione. — 12. Non carenza. — 13. Numero e disposizione delle milizie. — 14. Il 12 gennaio. — 15. Primo comitato provvisorio. — 16. Altri assaliamoli.— 17. Ruggiero settimo. — 18. Le bombe. —19. Protesta de’ consoli. — 20. Giunge con milizie il De Sauget. — 21 Sbarco a’ Quattroventi. — 22. Fraudolenta inazione, e insidiosi rapporti. — 23. Concessioni rigettate. — 24. Diffalta del Longo e dell’Orsini. — 25. Il generale chiede soldati. — 26. Conflitti. — 27. Si perde il noviziato. —28. Resistono le Finanze. — 29. Ritratta dal Palazzo. — 30. Resa delle Finanze. — 31. Ritratta da’ Quattroventi — 32. Fazioni a Villabate. — 33. Imbarco a Solante. — 34. Anarchia. — 35. Sicilia abbandonata.
1. La Sicilia e sua rivalità con Napoli.
La Sicilia, a pie’ d’Italia, divisa per cinquemila passi di mare, della in antico Trinacria per la forma a triangolo, è l’isola più grossa del Mediterraneo, di miglia geografiche quadrate 498, dove nel 1856 eran 557 comuni, con abitanti due milioni e 321,020. Montagnosa molto, ha il centro dell’elevazione a Gangi, donde corron tre catene a’ tre angoli con promotori al Faro, al Passero e a S. Vito: mentre l’Etna, vulcano solingo e immenso con ottanta crateri, giganteggia verso il mezzo della costa orientale.
Gli si stende a pie’ la pianura di Catania, la più larga e ubertosa di Sicilia. I monti di natura nettuniana, s’alzano a seimila piedi sul mare, e l’Etna a oltre i diecimila. Pochi e stretti laghi, piccoli fiumi, molti torrenti dividon l’isola, ch’è feracissima, e fu granaio d’Italia al tempo romano, ma allora avea dodici milioni d’abitanti. Ha quasi tutti i prodotti d’Europa, e v’allignan pistacchi, cedri, dattili, cotone, zafferano, e canne da zucchero. Di zolfo ha miniere inesauribili. L’han divisa in sette provincie o valli: Trapani, Girgenti, Caltanissetta, Noto, Catania, Messina, e Palermo città capitale: e ha pure altre città grosse, come Caltagirona, Siracusa, Modica e Marsala. La popolazione è intelligente, ospitale, fantasiosa, e perché passionalissima dà sempre nel molto, e nel bene e nel male,ottimi o pessimi. Nelle cose di stato è in se unita, con gli altri discorde, e seguita la nobiltà ch’è anima di tutte sue aspirazioni.
La nazione sembra aspirare ad autonomia, desiderio inappagato sovente in quattromil’anni. Smozzicata in antico, obbediente ad Egizii, Fenicii. Greci, Cartaginesi e Romani, poscia a’ Bizantini, poscia a Saracini più secoli soggiacque. Conquistolla la casa normanna, itavi dal nostro continente, e l’alzò a monarchia congiunta alle Puglie, Terra di Lavoro, Calabria e Abruzzo. Quei re s’incoronavano e avean seggio a Palermo; ma per sovrastar da presso alle cose d’Italia, alternavan la dimora tra l’isola e terraferma, e tenevan parlamenti plenarii a Melfi, Barletta, Bari, Foggia, Ariano, Termoli, Salerno, Napoli e Capua, città continentali, ov’era il nerbo del regno. La dinastia Sveva stanziò poco nell’isola, quasi niente l’Angioina. La rinomata congiura del Vespro fatta per isbalzar dal trono gli stranieri conquistatori, riuscì a divider Sicilia da Napoli, e a farla rimorchiata da Spagna. Quella non rivoluzione, controrivoluzione fu, restaurazione di legittimità, che ridiè lo scettro al sangue svevo nella stirpe d’Aragona. Se non che restati in Napoli gli Angioini, diviso il regno, agli odii de’ re Raggiunger le gare de’ popoli, e seguirono due secoli di pugne e ostilità vicendevoli, dove stillò una rivalità, che neppur s’estinse quando nel secolo XV tornarmi congiunti in Alfonso aragonese. La casa di questo re magnanimo percossa da congiure baronali, e da Francia e Spagna collegate, cadde presto; onde sul cominciar dell’altro secolo Spagna scacciata Francia, dominò co’ viceré a Napoli e a Palermo. Ritornarono due regni scissi, ma sotto uno straniero, messi a una catena, simili per miseria di lunga età; sinché Carlo III rivendicatore di dritti redense ambo i popoli, e rifece il trono di Ruggiero. Ma per le mutate condizioni de’ tempi rimessa la sedia in Napoli, si ridestarono le gelosie siciliane. e divamparono nelle seguitate peripezie di opposizioni alle cose napolitane. Non è facile problema politico il diffinire se l’isola avesse utilità e sicurezza a restar sola; e se di presente fra tanta foga d’unire si riuscisse a dividere, per restar fiacchi tutti; ma il fastoso ricordo dell’incoronazione de’ re a Palermo tira gli animi patrioti a bramosia di corte e rappresentanza patria; potendo in essi più il decoro che la ragione. La setta mondiale e l’astuzia inglese soffiò in questi spiriti, sconoscendo il bene avuto, il mancato aggrandendo.
La Sicilia sotto i viceré disertata contava appena mezzo milione d’abitanti; in centoventisette anni di Borboni n’ebbe più che quattro tanti, e con essi monumenti, industrii, ordine, sicurezza e prosperità. Nondimeno questi re sono accusati d’averla tenuta indietro alla civiltà europea; menzogna ch’asconde la lunga via corsa per menar il paese alla condizione del 1860. Chi movendo dal quarto stadio arriva al nono, benché non tocchi la meta, ha camminato più di chi mosso dall’ottavo avesse raggiunta al decimo la meta, perché quegli quattro, e questi due soli stadii ha corso. Il progredimento vero delle nazioni non va a sbalzi e salti, ma a misurati passi, né tutte possonlo a un modo e nella stessa via; spesso la stranomania si scambia per civiltà, e ’l vassallaggio della mente per libertà. Sicilia era progredita secondo le condizioni sue; fors’anco il poteva più, ma l’ottimo è raro in terra. La sua cresciuta ricchezza fu anzi fomite di rivalità; ché grassa e ingagliardita parcalo con vergogna sottostare a Napoli; il che montò a nimicizia ne’ dieci anni dal sei al quindici, quando la dinastia discacciata dal Bonaparte ricovrò colà; onde l’isola ebbe riverbero di quel foco guerresco tra Francia e Inghilterra. Tra Siciliani e Napolitani parvero tornati i tempi aragonesi e angioini.
2. La costituitone del 1812
Molti credono l’Inghilterra agognar la Sicilia; par certo ne agogni la supremazia commerciale; ché ne farebbe deposito di prodotti inglesi pel traffico indiano e per la via di Suez; né saria maraviglia a vederla Gibilterra d’Italia. Gl’Inglesi s’alzan di continuo a protettori di essa: ad ogni rumoruccio vi mandan vascelli, e fan note, e tendon le braccia a chi si solleva. Nel 1811, quando per le nozze di Napoleone con Maria Luisa d’Austria parean finite le guerre, eglino tementi s’allentasse l’inimicizia de’ nostri re col dominatore di Francia, mutarono in offese lo aiuto pria dato al monarca. Sobillarono nel paese i sensi liberaleschi; e l’ammiraglio Bentink per aver sotto la mano un governo vassallo, nutricò l’ambizione del Duca d’Orleans Luigi Filippo genero del re. Si disegnava far abdicare Ferdinando IV e Francesco primogenito, e alzare al trono Ferdinando in fasce con l’Orleans reggente. Il parlamento siculo rifiutò certi sussidii alla corte; altri baroni chiesero più concessioni; e la regina Maria Carolina d’animo virile, sapendo che per concessioni non posan le rivolture, stette dura, e fe’ sostenere cinque de’ baroni oppositori. Allora Inglesi e sollevati s’unirono. Ferdinando con la famiglia si ritrasse alla Ficuzza sua villa, e forte ricusò d’abdicare; perlocché Lord Bentink per isforzarlo mandò soldati a porgli lo stato d’assedio. Passando per la piazza di Palermo i reggimenti brittanni volti a quell’impresa, l’Orleans dal balcone salutava essi e ’l popolo tumultuante, e costrinse con brutale atto l’Amalia sua moglie, e pregna e piangente, a uscire a vedere quegl’insulti al padre suo. Il Bentink dichiarò malati il re e la regina, questa anzi fe’ partire dal regno, mutò le tradizionali costituzioni sicule con una costituzione all’inglese data ai 16 gennaio 1812. Presto gli stessi Siciliani se ne svogliarono; dolse a’ nobili la feudalità e i fedecommessi tolti; dolse al clero il perduto parlamento distinto; dolse a’ democratici l’aver avuto poco. Si spartirono in fazioni, tutte iraconde. Così i parlamenti furono arena dove molto fu detto e nulla fatto; e convocati più volte giunsero al 1815, quando il trattato di Vienna lo spense. In quel congresso l’Inghilterra avea potuto raffermare l’opera del Bentink; ma perché era stata mezzo non iscopo, neppur né fe’ motto; sicché non una parola sola colà corse sulla indipendenza e sulla costituzione del 1812.
Rifatti i due regni uno, quella costituzione, imperante Europa tutta, era con regia proclamazione annullata. niuno fiato, né Siciliani, né Inglesi; né alcuno suppose il parto del Bentink potesse aver guaratigia Britanna. Ciò s’è buccinato in più vicini tempi. Molti Siciliani ricordano volentieri quei dieci anni, perché ebbero la Corte, l’esercito che là spendeva i soldi, e le molte ghinee inglesi che, per l’eccczionali condizioni europee, confluivan nell’isola, fatta centro di commercio largo; laonde si speranzano poter col vessillo d’Albione tornare a quei tempi; ma dovrebbero tornare anche i blocchi continentali del primo Napoleone. Non veggono il bene posteriore e duraturo ottenuto di fatto, e sospirano un passato eccezionale che non si potria rinnovare.
3. La Sicilia con nuove leggi.
I Borboni restaurati s’ingegnarono a spegnere le rivalità de’ due popoli gemelli. Le leggi imposte da’ Francesi sul continente, lavorate sulle romane, e sugli scritti de’ nostri insigni giureconsulti, riuscite buone, non eran leggi nuove, ma ritorno al dritto patrio semplificato, e spogliato di tradizioni longobarde; però restarono, e si vollero largire altresì all’isola, perché un solo corpo di dritto ricongiungesse le due parti del reame. Né uscì nel 1816 apposita legge, cui notificata alla Gran Brettagna non ebbe disapprovazione, ma conferma, con raccomandazione di quel ministero a pro de’ Siciliani implicati ne’ casi del 1812. Difatto, coperto il passato, tutti ebbero onoranze ed uffizii. Con quelle leggi nuove l’isola guadagnava; cadevano i privilegi di caste e mestieri, le giurisdizioni baronali, le torture, e tutte le mondiglie del medio evo; aveva amministrazione nazionale, tribunali, uguaglianza, libertà civile, e ciò senza i mali che tai benefizii accompagnarono sul continente; cioè le guerre civili, i supplizii, le invasioni, i brigantaggi, le guerre estrane, il chiuso commercio, e la servitù a’ Francesi. La gioventù sicula non era stata cacciata avanti al cannone russo e tedesco in tutte le contrade d’Europa; quel paese non avea patito esilii, confische, fucilazioni, arsioni di villaggi e città e campi, non sopportato il blocco, non combattuto lo straniero in casa. Avea le nuove leggi, senza travagli.
E mentre s’accomunava a Napoli nel bene, serbava benefizii ignoti a noi. Meno balzelli, non carta bollata, non dazio sul sale, sul tabacco, sulla polvere da caccia, non leva di soldati; di sorte che potevano i Siciliani militare volontarii, non costretti, mentre molti di essi salivano a gradi alti di milizia. Invece pagavano un mite dazio sul macino; e sullo stato discusso siciliano era stabilita ad esito la somma annua di once settantaquattromila come prezzo in transazione della esentata coscrizione. Avevano più privilegi di commercio, stampa più larga che a Napoli, maggiori entrature in corte, intenta a rabbonirli. Ma il bene si pregia in ragione delle pene che costa: Napoli gradì le leggi conseguite a gran prezzo, Sicilia le accolse fredda, non perché male leggi, ma perché venute da Napoli.
Né posò là. Ebbe nel 1819 migliori istituzioni giudiziali e d’istruzione popolare. Si formarono università, accademie, società d’incoraggiamenti e manifatture, istituti veterinarii e di vaccinazione, scuole di ogni maniera. Poi leggi silvane e di beneficenza, opere pubbliche insigni, divisioni legali di beni comunali, scioglimenti di promiscuità di dritti in terre demaniali, registri d’atti pubblici, conservazioni d’ipoteche, e simiglianti. Ma i benefizii a molti parevano offese.
4. La nobiltà n’è dolente.
La nobiltà colà scende quasi tutta da’ conquistatori Normanni, ed è ricca e potente per sangue e territorio. V’han 117 principi, 61 duchi, 217 marchesi, più che mille baroni, e innumerevoli nobili senza titolo. Pe’ tolti feudi avean patito, e i più apponendo a Napoli ciò che era necessità d’indrizzo sociale aspiravano a tornare all’antico e anche a guadagnar altro, il che soffiava nel nazionale orgoglio il ricordo di viete grandezze. I più malcontenti erano in Palermo, città che su tutta l’isola vantava privilegi e supremazia, di che gelosi gli altri paesi mal ne sopportavano la boria. Come scoppiò la congiura napolitana del 1820, solo a Palermo gridarono indipendenza; e bisognò che la stessa rivoluzione napolitana combattesse la palermitana; sicché i Tedeschi conciaron l’una e l’altra.
Salito re Ferdinando II, nato in Sicilia, bramoso d’accontentare i conterranei, prima richiamò il luogotenente marchese Ugo delle Favare, cui dicevano odiato; poi tosto mandò a reggerli il fratello Leopoldo conte di Siracusa, e si credè averli appagati. Invece fu congiurato a infellonire quel principe, e un po’ vi si riuscì. Nel carnevale del 1835 designavan fare una mascherata simulante l’entrata di re Ruggiero in Sicilia, e tumultuare in quella festa: seppelo il re, e chiamato in fretta il fratello a Napoli, sventò la trama. E n’ebbe il danno che questi tutta la vita gli congiurò contro e avanti agli occhi, assicurato dal regio sangue, e dal manto onde il re copriva le colpe de’ suoi. Il principe era alla setta sospinto a gridarsi re, e ’l Dumas in un suo libercolo si vantò esser ito in Sicilia nel 1835 a preparare con quei carbonari il disegno di sollevazione, averlo presentato in Napoli al Siracusa, e incitato a scoprirsi contro il fratello, e ch’ei si negasse. Ma al Dumas credo piuttosto il desiderio che il fatto. Or mentre la setta lavora a rovesciar l’ordine antico, quei nobili di Sicilia entrati nella setta preparati rivoluzioni per isperanza dell’antico baronaggio, né s’avvedono della democrazia che s’avanza terribile. Sognano morte grandezze, e corrono all’abbisso.
Benefizii, e promiscuità d’impieghi.
Ferdinando II più di tutti i re beneficò l’isola. Poverissima di strade, ei né ordinò la costruzione, dichiarandole provinciali, soccorrendo con l’erario, in ispezialità nel 1838 per Noto, Caltanisetta e Girgenti. Ebbe in breve 1505 miglia di strade nuove, e un altro migliaio si trovavano ordinate e in esecuzione quando sorvenne la rivoluzione. In Catania e Messina ospizi pe’ trovatelli ed orfani, a Palermo quello pe’ sordo-muti, asili infantili, il Lazzaretto e altro albergo de’ poveri; a Palermo stesso prigioni alla maniera di Nuova Jork; a Trapani il monte di pietà, a Messina borsa e portofranco. Era a Catania l’antichissimo porto detto Saraceno, atterrato da secoli, sì che anche il luogo n’era obbliato; nel 1770 il primo Ferdinando avea fatti lavori al molo, guastati dal mare nell’83; si ripigliarono nel 92, anche indarno. Ferdinando II nel 1834 volle un disegno novello di opere, e due anni appresso vi mise mano. Nel 1831 s’aboliva nell’isola la privativa del tabacco, messa e non eseguita tre anni prima. S’era ordinato pagarsi carlini venti a quintale sugli zolfi ch’andavan fuori, non mai riscosso, si scemò a carini otto, poi a due soli nel 1842. Nel 1846 anche il dazio sugli olii che uscivan del paese si scemava.
V’eran terre assai concedute da’ monarchi a prelati e abati e beneficiati, rimaste più secoli incolte; un decreto a 19 dicembre 1838 ordinò censuare tutti i fondi di patronato regio, si partissero in quote di quattro salme ad agricoltori, con obbligo di scassarle, e farvi case coloniche fra tre anni; cosi la rendita fu più certa, e si rinsanguinò l’industria. Per le terre chiesastiche non s’ebbe assenso da Roma. Altri decreti dello stesso di, e del 1842, 1844 e 1852, provvidero a compiere l’abolimento della feudalità e della promiscuità de’ demanii. Si proclamò altresì la libertà de’ fondi, con prescrizioni di reclami, e affrancamenti di canoni per rendite sul Gran Libro. L’entrate dei demanii regi e de’ luoghi pii laicali furon più pingui, la proprietà libera, sminuzzata, valse più e crebbero gli agiati. Cotali leggi agguagliaron meglio la condizione dell’isola al continente.
Si tentò più gagliardo atto per fondere i due popoli, e farne sparire le rivalità. Fu decretato nel 1837 fossero in tutto il reame promiscui gli uffizii; e che quanti uffiziali napolitani andassero in Sicilia altrettanti di Siciliani venissero in terraferma. Restavan così disfatti i decreti del 1816 e 1822 che aveano stabiliti uffiziali conterranei in ciascuna parte del regno.
S’era declamato tai due decreti aver sanzionato vero atto di separazione, e bipartito lo scettro. Ora al contrario Ferdinando II sperava seppellire l’ubbie nazionali, e unificare le due genti; ché la dimora di Siciliani in Napoli e di Napolitani in Sicilia, con parentele e amicizie e negozii ammorzerebbero l’astio. Sicilia guadagnò, ch’avendo per ragion di numero a tenere un quarto d’uffiziali, n’ebbe più del terzo, il re intendendo a rabbonirla; e inoltre, avendo essa in proporzione meno uomini di scienza, riceveva al governo ingegni maggiori che non ne mandava al continente.
E chi il crederebbe? subito la setta sclamò alla tirannia, alla prostrazione della patria. Non si spiacevano a comandare in terraferma, ma lor pareva servitù ubbidire in Sicilia a magistrato napolitano. Strimpellarono il più certi nobili e curiali; e giocavano a doppio refe; ché o guadagnavano impieghi in Napoli, o popolarità in Sicilia, spesso l’uno e l’altro. La ragion segreta de’ lagni era che non volevano occhio estrano a guardarli, per non esserne impediti nelle macchinazioni. Corso questo vento nella plebe, fu vezzo, moda, onore a dir male degli ordinamenti venuti d’oltrefaro: male la promiscuità d’impieghi, male la feudalità spenta, male il corno di leggi, male le seminate terre, i fabbricali edifizii, le migliorate sorti, l’eguaghanza nel dritto, la sicurezza e la quiete. Che che si facesse erano scontenti.
6. Aspirazioni sicule.
Benché la promiscuità lor desse vantaggio di fatto, pur li mortificava nell’idea; n’erano umiliati, parendo aver perduto co’ magistrati proprii l’ultimo avanzo d’indipendenza. Si sentivan contrariati in due aspirazioni, l’autonomia e la costituzione, per le quali in cinquantanni ribellarci! più volte. S’uniscono alla setta mondiale per averne aiuto a sedizione, ma mirano a quelle due cose; fanno eco a unità d’Italia a bocca, operano per ritornar regno diviso.
Altra occasione a lamenti fu quando ebbero a sottostare in giusta parte a’ pesi comuni al regno, de’ quali il continente era più gravato. Fu necessità agguagliare la proporzione della tassa fondiaria; e il decreto dell’8 agosto 1833 impose il rettificamento del catasto sulla base dell’imponibile. Reclamarono questo essere stato messo in tempo d’alto prezzo delle derrate; e il re, a 28 dicembre 1838, provvide ordinando s’imponesse la tassa sul valor reale de’ fondi. Era giustizia pagassero almeno per fondiaria come gli altri sudditi, se pari n’eran ne’ dritti; eppur la sentiron male; e da quel tempo porsero più orecchio alla Giovine Italia; ma in core avevan la Giovine Sicilia.
L’aspirazione sicula all’indipendenza fe’ vani tutti gli sforzi de’ re per la fusione. Due popoli simili di costumi e tradizioni, stati sotto uno scettro più secoli, con medesimezza d’interessi, con una legge, un esercito, una rappresentanza all’estero, tante parentele e negozii, e comunanze di fasti e sventure, mai non poterono diventare uno. Due popoli fratelli non potuti unificarsi in tanta età, oggi s’unificherebbero col resto d’Italia, cui furon quasi sempre stranieri? Sicilia vuol esser sola; né so se cheteria se pur sola stesse, o non tornasse alle garose guerre civili de’ tempi antichi, quando chiamavan Greci, Cartaginesi e Romani per asservirsi a vicenda.
7. Il libro dell’Amari.
Gran vizio de’ Napolitani è lo sfatar le cose proprie, sospirar le altrui, e, vistele, dispregiarle. Pregio de’ Siciliani è l’amar sé e sue cose; ma dan nel troppo. A questa passione appellò Michele Amari con una storia del vespro siciliano. Non potendo battezzar siciliani Giovanni da Procida e Ruggiero di Lauria, eroi precipui di quel fatto, né trovando a spatriarli dal continente, s’affaticò a scardinare i vanti di quei due antichi suggellati dal tempo, per mostrare quelli niente aver fatto. Inetta audacia d’uno nato sei secoli dopo, contradícente a’ testimoni sincroni, alle tradizioni popolari di venti generazioni, che inventa la storia antica innanzi al sole, ma importava persuadere non essere stati propugnatori di Sicilia quei due Napolitani. Inoltre l’idea luccicante del libro sta nel paragonare le condizioni del dugento a quelle dell’ottocento, l’Angioino Carlo al borbonio Ferdinando, i Francesi dominatori a’ Napoletani compagni; tutto è incitamento a ribellione, sponendo quell’antica riscossa con vistosi colori, acciò i viventi Siciliani rifacessero un vespro contro i Napolitani. Carità italiana! L’autore era basso impiegato del governo nel ministero di Grazia e Giustizia; aveva ottenuto il permesso di frugare negli archivii dello stato, e stampò con licenza della censura; donde si vede quanto larga essa fosse. Per tre mesi niuno si calse dello scritto; ma scortosi lo spirito iniquo di esso, venne da Napoli l’ordine d’arrestar l’Amari; il quale avvertito si fuggi su nave inglese in terra inglese, ov’ebbe moneta, e opportunità di cospirare. Allora il libro, non curato prima, come si leggea con pericolo, fu cerco e lodato; e udivi in quella fratellanza d’Italia, celebrare un libello che dava il bando a un popolo italiano. Gridando Italia, seminavan odio fra italiani e italiani.
In quel tanto si preparavan rivoluzioni da per tutto. A Parigi sul cadere del 1847 inventarono banchetti pubblici, per adunarsi sottospecie d’invocar voti universali nelle elezioni de’ deputati. Tutta Europa era mossa la una idea, ma transformata in modi e apparenze diverse; in Italia l’idea Guelfa, in Germania il ritorno all’Inqierio, in Ungheria i dritti di casta, in Francia la democrazia, in Sicilia le borie baronali e odii municipali; tutti anacronismi, menzogne, berte, per mover le passioni. Si volevan ardere le nazioni, perché dalle ceneri la Giovine Europa come Fenice risorgesse.
8. Il Mayo e il Vial.
Per quel vizio che dissi del concentrameli lo era in Sicilia luogotenente un maresciallo Mayo, duca di S. Pietro, stato generale di Gioacchino, uomo di nessuna levatura, tenuto a Palermo per ricevere e trasmetter carte. Incapace di pensiero gagliardo, servì ignaro la fazione e corteggiato da’ signori, che spregiandolo laudavanlo per addormentarlo, era bonariamente persuaso non v’esser temenza di niente. Per contrario Pietro Vial, generale comandante la provincia palermitana, e direttore di polizia, astuto e inflessibile, s’era addato per tempo della congiura. Nato a Nizza, giovine servì nel reame, fu colonnello di gendarmi, però uso a scrutar gli animi e le cose, scorta la nimicizia degl’isolani, le segrete adunanze, i libelli, le propaganti accuse a Napoli, gl’incitamenti stranieri, e ‘l contemporaneo divampar d’Italia e Francia, previde imminente la sollevazione. Molte fiate né rapportò al ministero in Napoli, ogni dì né tenea proposito al luogotenente, col quale giunse ad acerbi detti; ma i ministri, abbacchiati dalla loro stessa forza, poco volevan credere, e men credeva quel misero Mayo villeggiato da’ congiuratori ch’aveva attorno. Non si prese valido provvedimento. I nobili tementi e abbonenti il Vial, fean le lustre di tacciarlo visionario e crudele; e mentre discreditavanlo, affrettavan le mosse.
9. Longo ed Orsini.
Eran due uffiziali d’artiglieria, Longo ed Orsini, già educati a spese regie nel collegio militare, i quali tolta a modello la gratitudine di Giuda s’eran gittati nella setta. Avean promesso pigliarsi la batteria del treno nel primo botto della sedizione, però, insieme a un Angelo Gallo fonditore di bronzo e a qualche sottuffiziale, andavan tentando i soldati. Quel Gallo un mese prima era stato fatto cavaliere dal re, e n’avea avuti seimila ducati per incoraggiamento alla fonderia. Sebben procedessero circospetti, pure un sergente aperse al Vial la macchinazione, laonde i congiuratori presi con bandiere e altre prove di reità, fur sottoposti alla Corte criminale. Ecco i nobili, proclamando non colpevoli i carcerati, tanto susurrano nelle orecchie al Mayo che il persuadono quelli esser vittime di calunnia, e presto doversene dichiarare l’innocenza, perlocché quegli sollecitò il giudizio, che ben innocenti li dichiarò. La reità dimostraronla i fatti posteriori, e l’assoluzione de’ giudici (se fu in coscienza) mostra come blandamente nel reame si ministrasse giustizia.
Per questo smacco il Vial guadagnò dispregio da’ faziosi, e maggiore incredulità da’ ministri, i quali sebbene i tempi buttandosi al peggio avverasser la previdenza di lui, pure gli ordinarono non arrestasse più nessuno. Così la congiura impavida andava innanzi; mentre il Mayo bambinescamente né ridea fra’ suoi corteggiatori che lui deridevano. Il proposito di fidar cose grandi ad uomini inetti fu lo error capitale degli ultimi anni di Ferdinando. Alla fazione quella giudicata innocenza de’ rei valse assai per gridare insopportabile la oppressione militare. Ripresero con più lena i piagnistei; rimpiangere il popolo, accusar la potestà, mettere in vista gli errori del governo, veri o falsi. Certi nobilicchi scorrean quelle insulane provincie, e con discorsi e proclamazioni agitavan gli animi, ridestavan gli odii contro Napoli, incitavano a levar l’arme vendicatrici di supposte ingiurie,sostenitrici d’indipendenza. Spargevano già addoppiarsi le tasse, inciprignirsi la servitù, crescere Tonte, diffamavano gli uffiziali pubblici e col timore e col sospetto in quei sospettosi popoli fean breccia. Non parchi in promesse, chi le ripeteva le aggrandiva. Malta lavorava co’ fuorusciti. Impazienti eran già d’indugio, s’aspettava il segnale; e ‘l governo credeva sopir tutto coi! la dolcezza. Questa anzi interpretata per timore partorì l’audacia, e affrettò lo scoppio.
10. Palermo.
Palermo, in antico Panormo, ora città capitale, ha 180 mila abitanti, fabbricata attorno al suo molo ch’è a settentrione. Qui sull’entrata a occidente e Castellammare, cittadella unita alla città, quadrilatero lungo e irregolare, con fievoli bastioni, dominato dal monte Pellegrino. La città ha due vie principali messe ad angolo retto: il Cassero o Toledo di 3400 passi da sud-est a nord-ovest, da palazzo reale ov’è porta nuova a porta felice che dà sul mare; e Via Maqueda a porta S. Antonino. Essa è quasi un quadrato di circa quattro miglia in giro, che quelle due vie parallelamente circoscrive; di cui un lato è la spiaggia, e ‘l resto è cinto di mura vecchie bastionate, qua e là cadenti, con sedici porte. Fuori son case di campagna e ampii sobborghi, sulla spiaggia v’ha il castello del molo che serra da una banda il porto; sull’occidente alla campagna è il carcere nuovo a forma d’elisse; e più lungi sulla pianura stanno i quartieri de’ Quattroventi.
A oriente è l’orto botanico e la Flora. Palermo ha intorno montagne: di là dal fiume Oreto a oriente e sud-est son quelle di Misilmeli e Gibilrosso, da settentrione, ove è il castello del molo, la costa si stende al capo Gallo, segue il monte Pellegrino; di rincontro è il Curcio, sito sul mare più di tremila piedi. Monreale è a mezzodì.
11. Sfida della rivoluzione.
Come i palermitani sepper le grida fatte a Napoli la sera del 22 novembre, dolenti di esser da altri preceduti, si affrettarono. La sera del 27 al teatro Carolino, a mezzo dell’opera, levaronsi a un botto in piè uomini e donne, e dettero in viva al Re, a Pio IX, all’Italia, e all’indipendenza di Sicilia. Replicaronlo più grossi la dimane alla villa Giulia, pubblico giardino, e posti cartelli a’ cantoni con Viva il re, Pio IX e lega italiana rifecero la sera in teatro le cose stesse, aggiungendo la bandiera a tre colori, e la dimanda di Guardia nazionale. Da’ palchetti gittaron cartelli così: «Il re ha mandato via il ministro Santangelo, e né ha dato i portafogli a tre galantuomini: Viva il Re! Ha concesso amnistia agli insorti di Messina: Viva il re! Ha cambialo il confessore Gregorino per altro devoto a Pio IX: Viva il Re! Il giorno seguente ridimandarono la guardia nazionale con spedizione firmata da molte migliaia, e già, concedente il Mayo, facevan le liste de’ cittadini da armare. Il terzo dì un D. Vito Ragona, prete, in piazza Madrice, fatto popolo, spiegò un vessillo tricolorato, cui pose nelle mani della statua marmorea di S. Rosolia ch’è colà, e fatta una diceria, ripresela, e s’avviò verso S. Isidoro, fra plebe tumultuante. Ma venuti soldati, dopo breve scaramuccia, pittò là bandiera, e s’ascose.
A quei giorni scorazzavan per su le coste vascelli inglesi con entro quelli ch’avean pronti a far gli attori della rivoluzione; e l’apparizione loro qua e là ne’ porti siculi destava sentimenti vivi ed impeti audaci. Pubblica correa la voce d’aiuto brittanno, del mandato Lord Mintho, del prossimo sollevarsi. A Corleone in un banchetto, avvinazzati, detter brindisi alla Gran Brettagna, liberatrice di Sicilia. In una festa a Trapani coronarono un busto di Pio IX, e rifecerlo la dimane sulla piazza della marina. Dopo, a imitazione di Roma, bisbigliato che la plebe volesse far sacco, improvvisarono Guardia nazionale. La potestà incerta non voleva aspreggiare, e la marca faziosa montava su. Passava il dicembre. Sul cominciar dell’anno 1848 venne avanti Palermo una nave inglese, i cittadini correvano a bordo a visitare il capitano, e chi noi trovava vi lasciava il cartellino del nome. E il Mayo squisitamente adulato non montava in sospetto, e scriveva a Napoli Sicilia esser cheta e devota.
Sendo le fila della cospirazione ben tessute in tutta Italia, i Siciliani convennero con Francesco Paolo Bozzelli capo de’ liberali napolitani ch’essi primi ribellerebbero, seguiterebbeli il continente. Ed ecco a 9 gennaio proclamazioni affisse sulle mura a Piazza, Termini, Cefalù, Misilmeli, Bagheria e Palermo, nunziano al mondo che sull’alba del 12, al primo rimbombo del cannone festeggiarle il natale del re, comincerebbe l’epoca gloriosa della rigenerazione generale. Palermo accoglierebbe lieta tutti i Siciliani accorrenti a sostenere la causa comune, per istabilir riforme e istituzioni analoghe al progresso, voluto dall’Europa, dall’Italia e da Pio IX. Firmato Il comitato direttore. Cotal nunziare la rivolta tre giorni prima al reggitore è caso unico, ma è anche più singolare che il reggitore si scoperta disfida inghiottisse dormendo.
12. Non curanza.
Si disse: Le guerre, non le rivoluzioni si denunziano; e non si prese rimedio che valesse. Non allestiron sufficienti vettovaglie, non accrebbero i soldati, non fortificarono i bastioni, non pensarono a tener aperte le comunicazioni fra posti di guardia e i quartieri delle milizie, non concepiron disegno d’assai cimento, né di difesa, né di ritratta. Credevano vincere al mostrarsi d’un cavallo. Però da più mesi affaticavan senza pro le soldatesche, accorrenti qua e là, per vie e per campi, ovvero strette nelle caserme o accampate in disagio. Uscita la sfida, fecero cose facili: deporre pochi impiegati, postar sentinelle e pattuglie, e pigliare in casa e mandar di notte in castello undici giovani de’ più adocchiati. Furono Amerigo Amari, Francesco Ferrara, Giuseppe Fiorenza, Gioacchino Ondes Reggio, Francesco Paterniti, Paolo Perez, Leopoldo Pizzuto, Emanuele e Giuseppe Sessa, e ’l duca di Villarosa. I caporioni dattorno al Mayo stavan sicuri. Eppur questo poco di rigore qualche mese innanzi avria svaporata la tempesta; ora la provocava senza rimedio.
13. Numero e disposizione delle milizie.
Erano a Palermo cinque migliaia di soldati, così partiti: il3. dragoni a cavallo sul piano S. Teresa a’ Borgognoni, con avamposti agli sbocchi delle vie che danno a palazzo, e uno squadrone sulla strada Monreale. Otte compagnie del 1. granatieri della guardia e il 1. di linea stanziavano al palazzo reale con quattro cannoni e Fanti ausiliarii, con avamposti sulle strade propinque, e a’ quartieri S. Giacomo, Noviziato e Papireto. Al banco delle Finanze, oltre la guardia consueta, era ita in fretta quel mattino stesso del 12 senza vettovaglie una compagnia del 2. di linea e tre artiglieri per lanciar granate. Eran presidio a Castellammare il resto del 1. granatieri della guardia, cento artiglieri, e tre compagnie del 2. di linea con avamposti a S. Sebastianiello e a Piedigrotta. Una compagnia di gendarmi a piede custodiva la sua caserma. Ai Quattroventi era mezza batteria da campo, un battaglione del 9., e due del 10. di linea, con avamposti a’ capi delle vie adiacenti, e lievi distaccamenti alla Vicaria e al Castelluccio dei molo. Da ultimo stavano a Bagheria e a Monreale due compagnie del 2. di linea per errore 0 sdimenticanza non richiamate in quel gran bisogno di truppe. Adunque le soldatesche stetter partite in quattro luoghi principali, Palazzo, Finanze, Castellammare e Quattroventi, quasi assediate da sè, inabili per poco numero a uscir dalla difesa, con poche munizioni da guerra, pochissime da bocca, e con difficili comunicazioni fra loro.
14. Il 12 gennaio.
L’alba del 12 sorgeva cheta. Comparver sulle muraglie cartelli con parole Ordine, Unione. Molti del contado sperano cacciati in città, ma le pattuglie scorserla senza intoppo sino all’ore sedici, quando con poca fatica dissiparono qua e là certi assembramenti. Udendo essersi fatta moltitudine alla Flora e a S. Erasmo, v’andò il capitano Grenel con ventiquattro dragoni e l’alfiere Vial, por Portanuova lungo le mura; e scorse molta gente sulla. strada presso porta S. Antonino; però fattosi avanti solo impose si sciogliessero, e pareva ubbidissero, ma gli trassero colpi di fucile. Allora ei die’ co cavalli su’ rivoltosi, disperseli, e gli inseguì sino all’arco Cutò; dove quelli ricovrati nelle botteghe e nelle case, da usci, da finestre e da cantoni presero a trar loro a salvamano schioppettate non solo, ma altresì pietre e masserizie e quanto lor venisse alle mani. Si commoveva tutta la città. Altri più audaci assalirmi di dietro quei pochi cavalli, e alquanti né ferirono, ond’eglino ebbero a ridar la carica, e a disperderli di nuovo per tornare al quartiere per porta S. Antonino, ad annunziare l’inizio di quella rivoluzione che in breve dovea sconvolgere Italia ed Europa.
Udendosi lo assembramento d’altra gente, il maggiore d’Agostino con due compagnie del 1° di linea e pochi poliziotti, dalle vie Gioiamia e S. Cosmo e Damiano scese per S. Isidoro, trovò a piazza del capo molti armati che investironlo con archibugiate dalla via e dalle case; respintili con le baionette, né prese undici, cui per le vie Montegrande, Candelari, Maqueda e Toledo, senz’altro scontro menò prigioni a Palazzo. Un’altra pattuglia col tenente Armenio avea scacciati i ribelli dalla via S. Antonino; e altra banda era pur dispersa dal capitano Albertis con una compagnia della Guardia sul largo di Casaprofessa. Ma ciò non bastava a ripristinare l’ordine, e occorreva ben altra guerra offensiva che non quella del perlustrar con pattuglie le strade. Nondimeno i faziosi s’erano sgomentati; visti non comparire i nobili, serrarsi in casa i cittadini, non venir gente di fuori, cominciarono a sperdersi, e ‘l loro capo Miloro fuggi sul Bulldog, vapore inglese. Un po’ di piglio risoluto avria soffocata la rivoluzione nel nascere.
Ma i generali in consiglio al palazzo reale considerarono la città essersi sollevata dopo lungo preparamento, sorretta da’ vascelli inglesi presenti, da quella trafficai rice nazione forniti d’ogni arme, i soldati cadere senza prò, senza veder nemico, schiacciati dall’alto, in impossibile pugna. Quella guerra, se d’offesa, doversi fare investendo i palagi, uccidendo cittadini, forse buoni per rei scambiando; se di difesa, aversi a guardare i quartieri, le caserme e altri posti. Però non osando senza permissione regia cominciare una lotta sterminatrice,statuirono difendersi soltanto;perlocché chiamaron le milizie indietro, postandole ne’ quattro luoghi su notati. Così la rivoluzione ebbe campo d’aggrandirsi.
Avvenne in questa richiamata che riedendo il tenente Maring dalle Quattrocantonate, come mosse i passi fu segno lui e i suoi a grandi colpi, ma con fuochi di ritirata tenne discosto gli aggressori; e ‘l tenente Gessaci del 3° dragoni corso col suo drappello a sorreggerlo, ebbe a sormontare parecchi ostacoli per via, e tornò ferito al mento, e ’l suo cavallo e altri sette malconci.
Come per la ritirata delle pattuglie i faziosi imbestialissero non serve a dire; procedettero a imberciare i soldati sin dentro i loro posti. Prima alle Finanze, ov’erano i danari; ma ferite due sentinelle,avendo due risposte, sostarono. Dall’ospedale militare menaron prigioni i malati. Costruirono barricate con botti d’arena tra’ palagi Gerace e Belmonte, sul cantone del piano di Bologna; e dietro di esse, e di su le case percussavan duramente le sentinelle. A frenar quella pertinacia, il general Vial mise due cannoni a capo di Toledo, accanto al palazzo vescovile; e traendo a scaglia, tutta la via restò spazzata e deserta.
15. Primo comitato provvisorio.
Il Mayo avria dovuto proclamar lo stato d’assedio, postar soldati agli sbocchi, vietar l’entrata a Palermo, disarmarla e stringere i sollevati alle sole forze loro; invece lasciò la città a sé stessa, anzi in man de’ faziosi. Questi pertanto padroni delle vie, non molestati, ripresero animo. Ventisei de’ più avventati s’adunarono in piazza Fieravecchia, si costituirono a governo, e provvidero al bisogno della rivoluzione. Furon tra’ primi un Bivona, un Giacomo Jacona, e un La Masa tornato quattro dì prima dall’estero. Costoro con lungo codazzo saliron per su le case de’ ricchi, invitandoli ad aprir le borse in aiuto. E chi a cotali chieditori facea niego? Ebber larga messe d’arme e danari, tale che poteron pagare l’arme e le munizioni tratte da’ navigli inglesi. Sparsero per tutta Sicilia proclamazioni, paragonanti quei primi fatti al famoso Vespro, dicendo santa la causa, promettendo trionfi, incitando città e villaggi a mandar giovani a propugnar la libertà. A sera Viva senza fine, fra stormir di campane, colpi di moschetti, luminarie e orgie. Il luogotenente mandò del fatto le novelle a Napoli col telegrafo del monte Pellegrino, che, reso quest’ultimo uffizio, cadde reciso per man de’ ribelli; ma il dispaccio neppur corse, per l’interruzione d’altri telegrafi rotti altrove.
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