Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (V)
12. Rifà l’armata.
La marina napolitana che già molto valse al tempo delle crociate, e che sotto gli Aragonesi un dì col principe d’Altamura fugò i Veneziani. Era niente, quando Carlo III cominciò a crearla. Molto vi spese Ferdinando I, ed era bella quando nel 1799 là flotta per non lasciarla a’ Francesi fu arsa. Si comincio a rifare nel 1816; ma Ferdinando li veramente la portò molto più innanzi. Costruivamo i legni a vela in casa, quelli a vapore prima si compravano, poi uscirono anche da’ nostri cantieri. Nel 1847 avevamo il Vesuvio, costruito a Castellamare nel 1824, vascello da ottanta, due fregate a vela da 60, e tre da 44. Di navi a vapore s’eran comprate nel 1843 la fregata Ruggiero, e il brigantino Peloro, nel 44 le fregate Guiscardo, Roberto, e Archimede; e le corvette Stromboli, Palinuro, e Miseno; nel 46 le fregate Carlo III, il Sannita, e i brigantini Lilibeo e Maria Teresa. S’era varata a 24 ottobre 43 l’Ercole, fregata a vapore fatta da noi a Castellamare; dove dopo il 1848 costruimmo altri legni. E in gran numero corvette, barche cannoniere, bombardiere e navi da trasporlo.
Eppure in proporzione spendevamo meno che altri Stati per questa armata. Nel 1847 l’esito fu fissato a ducati 2,528,283. Nel 1833 si era migliorata la scuola nautica di Procida. Nel 35, abolita l’accademia di marina, se ne creò un corpo più ampio; poi nel 38 se ne fero due collegi per aspiranti Guardie marine, e per alunni marinai o piloti; nel 43 fu aggiunta la scuola per alunni militari; e l’anno dopo altro decreto menò il collegio a maggiore ampiezza. Nel 1838 si ordinò il pilotaggio; nel 40 l’ascrizione marittima, il corpo di cannonieri marinari; e nel 45 quello de’ macchinisti. Si ampliò e migliorò la Darsena, e i cantieri, massime a Castellamare; e nel 1836 era surto accanto alla reggia il porto militare. Il bacino da raddobbo l’avemmo nel 1852. E queste e altre buone cose che qui mai non s’eran viste la setta le faceva colpe. I nostri marinai per mestiere e fede erano ottimi, gli uffiziali marini eran per arte buoni, la fede andò con la fortuna. Da fanciulli eran guasti di pensieri negli stessi reali collegi da maestri settarii, come poi fu manifesto.
Molto si provvide alla marina mercantile. Avevamo scuole nautiche a Meta, Carollo, Castellamare, Procida, Gaeta, Bari e Reggio; e in Sicilia il collegio nautico a Palermo, e scuole a Messina, a Trapani, Siracusa, Giarre, Riposto e Catania. Con decreto del 1852 i piloti delle scuole nautiche di Palermo, Messina e Trapani, erano ammessi a concorrere ai posti superiori della marina regia, e l’anno seguente si permise agli alunni delle scuole di Siracusa, Giarre, e Riposto concorressero a terzi piloti su’ regii legni. Nel 1846 si abolì il dritto pe’ documenti degli alti di riconoscimento de’ padroni di navigli. Nel 1837 si crebbe al trenta per cento il premio ai legni siciliani in diminuzione di dazio sulle merci recate dall’Indie, e del venti a quelle del Baltico. Queste ed altre molte facilitazioni, che tralascio per brevità, feron progredire la nostra marina mercantile. Nel 1825 aveva legni 5008, di tonnellate 107,958; e nel 1855 era già di legni 8988, di tonnellate 215,006, cioè doppia; nel 25 non avevamo piroscafi, nel 55 n’avevamo sedici, di 5859 tonnellate. Il commercio in trent’anni prosperò tanto che nel 56 erano solo in Napoli già 25 compagnie con in circolazione venti milioni e più di ducati. Questa prosperità marinesca insolita al nostro paese, né rendeva indipendenti dal commercio straniero: ecco il rangolo dell’Inghilterra.
13. Buon governo.
Ferdinando non vago di sollazzi giovanili, mise tutto l’animo allo Stato. Era nella Tesoreria per le trascorse peripezie un debito che dicevan galleggiante, sommato nel 1830 a ducati 4,345,254; ogni anno quasi un altro milione di disavanzo l’accrescea. Subito equilibrò le spese all’entrate. Cominciò scemando la sua lista civile per ducati 570 mila l’anno, moderò a metà il grosso stipendio a’ ministri di stato; le spese di guerra e marina in su’ principii diminuì di ducati 340 mila annui; riformò parecchi abusi, abolì lo doppie cariche, tolse il troppo delle pensioni e de’ soprassoldi; e risparmiò sulle spese della amministrazione pubblica altri annui ducati 551,667, di guisa che in breve sparì il vuoto, od ebbe pur modo da sminuir le imposte. Messe nel vantato decennio francese, cresciute pe’ guai delle rivoluzioni, si toglievan da Ferdinando, maledetto, perché i settarii niente maledicono più quanto il buon governo.
Abolite le riserve per cacce reali, né ridie’ le terre all’agricoltura benché pochi anni dopo, visto lo errore dell’eccesso, alcune ritornasse a riserva. A 10 gennaio 1832 vietò i dritti di portolania in Napoli. Nel 1833 tolse la metà del dazio gravoso alla gente minuta sulla macinatura de’ grani, messo nel 1826, scemandosi di ducati 526,500; e a 15 agosto 1837 levò il resto, che dava ducati 625,546 d’entrata. Nel 1832 finì un dazio sulla carne, nel seguente anno quello di dritto di rivela su vini; nel 1845 fu sminuita la tariffa doganale, e soppressa la soprattassa di consumazione; e l’anno appresso si moderarono i dazii su oltre centodieci categorie di prodotti stranieri, e su’ dritti di bollo alle mercanzie forestiere. Nel 1842 fur vietati quelli d’esportazione sopra molti nostri prodotti, come sale e zolfo, e nel 1846 scemò quello d’esportazione dell’olio d’ulivo e della morchia. Mentre gli economisti stampavan libri, qui senza pompa vedevi fatti, il guadagnar molto e il pagar poco prosperava il commercio e l’industria.
Diminuite l’entrate, pur si scemavano i debiti, e s’accrescevan le spese per ragguardevoli opere pubbliche. A 1 agosto 1841 ora finito di pagare il debito di 15 milioni di ducati contratto in Londra nel 1824 col banco Rotschild per pagare i Tedeschi, si estingueva noi il debito di ducati 2,528,000 verso gli Americani, e si soddisfava un debito di 1,850,000 ducati preso dalla Cassa di Ammortizzazione. Le spese per la marina variavano pe’ legni nuovi che come ho detto s’andavan facendo: nel 1841 erano state di ducati 1,882,000; nel 1843 montarono a 5,628,760. Dopo la quistione degli zolfi con l’Inghilterra, pagammo mezzo milione per indennità alla compagnia Taix e ad altri Inglesi. Le strade di ferro di Capua e Nola, le bonificazioni delle terre attorno al Volturno, si fecero con danari dello stato. E mentre scemavano balzelli e crescevano spese, pur nel 1841 avevamo in cassa ducati 2,200,000, e 5,200,000 nel 1843, di avanzo disponibile. Questi miracoli eran figli di buona economia e pubblica agiatezza.
Accusavano Ferdinando di avarizia, ma non avaro, economo era delle cose dello stato, del suo facea risparmio per non usar lo altrui. L’economia che in Sovrano è virtù, in Ferdinando apponevano a colpa. Ei fe’ di molti risparmi nella reggia per provvedere a’ suoi figli secondogeniti, e con maggioraschi stabilire loro case, senza gravar lo Stato. Non però tralasciò le magnificenze dare, ché a sue spese rifece la reggia di Napoli guasta da incendio, profusovi più che due milioni di ducati, ed anche del suo menò a fine e decorò gl’allri palazzi a Palermo, a Capodimonte, a Caserta, a Quisisana, e i quartieri di Caserta. Ne’ viaggi all’estero e pel regno e in Sicilia spendeva egli, e trattava da Sovrano i Principi esteri che il visitassero, siccome da imperatore tenne Nicolò di Russia nel 1843, né volle che di cotesti viaggi e ospitalità si gravasse lo Stato, come era antica usanza. Limosino sempre largiva, e di sua borsa, e, per notar solo l’anno precedente alla rivoluzione, casa reale pagò dal 1. novembre 1846 a tutto ottobre 47 per assegni e soccorsi ducati 75,892, come stà ne’ registri. Inoltre l’anno stesso in due aggirate pel regno spese altri ducati 29,048, iti anche in largizioni. Ciò poteva cavare dalla lista civile, già sminuita, supplendo sua parsimonia. I sovrani prodighi non son poi benefattori de’ miseri. Prodighi furono Eliogabolo e Caligola pessimi, e furono economi Tito e Traiano, delizia dell’umanità.
Viaggiava: e del bene, ove ne trovava, facea tesoro. Quasi ogni anno visitava le provincie e Sicilia, né indarno. Frugale, laborioso, sollecito, niente a cacce, né a corse o a feste avea pensiero; tutto al governo. Niuno negherà essere splendido il suo primo decennio. Pace, quiete e sicurezza, libertà civile, prosperità molta. Brevemente si costruirono strade, edilizii comunali, lazzaretti, case di bagni minerali, prigioni col sistema penitenziario, scuole per sordimuti, ospizii ed asili per indigenti e orfanelli e reietti e folli, porti a Catania, a Marsala, a Mazzara, e moli a Terranova e a Girgenti; s’istituirono consigli edilizii, monti pecuniarii e frumentarii, compagnie di Pompieri, opificii, nuove accademie, nuove cattedre, all’università, nuovi collegi, nuovi licei. Si bonificavan terre paludose, si davano alla coltura terre boscose, e 800 mila moggia del Tavoliere di Puglia; si facevan ponti di ferro e di fabbrica su’ fiumi, fanali a gas, fari alla Fresnel, ed ogni novella invenzione qui primamente in Italia era attuata. Si stipulava trattati di commercio, si creavan guardie civiche per Napoli e per le provincie, e guardie d’onore a cavallo. Que’ dieci anni fur benedetti anche ne’ campi. Ubertose messi, mercati grassi, miti prezzi, comune l’agiatezza; un movimento d’industria, un crescer di popolazione, un incremento di tutte cose buone; sicché non credo il reame avesse tempi più gai e lieti di quelli. Questi beni fur turbati solo dal colera e dalla setta.
14. Primi conati di rivolture.
Per le fresche grazie, per l’unanime plaudire al re, non v’era pretesto a sedizione; ma la Giovine Italia che appunto il buon Sovrano temeva, prima tentò farlo suo, poi lavorò sempre a percuoterlo. Le congiure italiche e dello stato papale del 1831, avevano qualche ramificazione nel regno, e abbindolato il ministro di Polizia Intonti! Questi molti anni avea tenuto quel carico come retrogrado; ora non so se per paura o malizia, visto il campo apparecchiato alle rivoluzioni, e gittate in carrozza al re suppliche e indirizzi per franchigie, supponendo il re pei suoi primi atti, e per l’aversi messo liberali accanto, esser pieghevole a cose nuove, un mattino gli favellò d’aspirazioni di popoli, e gli consigliò mutasse i ministri come troppo all’antica, chiamasse uomini liberali moderati (proponeva il Ricciardi, ministro del Murat, e il Filangieri e il Fortunato, anche del decennio) instituisse un consiglio di stato, a mo’ di senato, ed altre riforme, quelle appunto chieste e richieste dappoi dalle sette.
Ferdinando vide in tal preambolo il veleno; rispose proponesselo in consiglio di ministri. Questi dissero il disegno essere principio di rivoluzione; né, per cominciarla, si dimetterebbero. La sera, che fu il 14 febbraio, l’Intonti preso da gendarmi in casa, fu condotto al confine, e mandato a Vienna, sotto colore di messaggio. E finiron lì le aspirazioni de’ popoli. Il Filangieri ed il Fortunato si tennero qualche di ascosi. Dopo due giorni surse ministro di polizia il generale del Carretto, comandante de’ Gendarmi. il quale non era stato estraneo a quella trama; perché sendo egli vecchio carbonaro, e co’ carbonari più astuti in lega, sapendone i segreti fea doppio giuoco: quelli pascea di speranze future, e il re teneva sicurato con isvelamento di loro mene. Così Ferdinando certo ch’ei tutti avesseli sotto la mano, lui fe’ ministro. Ma ci non potendo allora accontentar la setta, prese ad accontentare i settarii; moltissimi ne allocò con buoni soldi, molti creò spie di polizia, a tutti fea buon viso, e dava promesse vaghe e lontane. Allora fu una scissione nel campo liberalesco; 1 più scaltri stretti al Del Carretto e pasciuti volevano aspettare, gli altri magri e impazienti non istavano alle mosse; talché sovente quelli accusavan questi, e li spiavano, e plaudivano alle ripressioni.
Noterò quanti conati inani di rivolta seguissero da’ primi anni del regno di Ferdinando sino al 1847, acciò si veda non le popolazioni ma trame premeditate di pochi averle tentate. A Messina a 17 giugno 1851 s’erano arrestate per cospirazione ventidue persone, tosto per grazia in agosto liberati. Ed ecco a 1 settembre trenta uomini, unitisi fuori Palermo nel fosso di S. Erasmo, entrano in città chiamando il popolo all’armi; disarmano i doganieri, sparano colpi di moschetto; e come nessun li seguita, uccidono per rabbia tre cittadini, e molti feriscono. Affrontati da milizie fuggono. Pochi dì dopo presi quasi tutti, undici condannati nel capo, il resto ha pene minori. Seguì la congiura detta di frate Angelo Peluso, laico francescano, cuciniere del convento alla Sanità, che sol portava lettere a’ capi. Fra questi erano un ex capitano Nirico antico consettario di Del Carretto e suo amicissimo; il quale aspettando la rivoluzione piena per le mani dell’amico volea trattenere gli scoppi parziali, e fea del tutto il ministro consapevole. Nondimeno i più avventati voller tentar la sorte. Un capitano del genio Domenico Morici calabrese, dimesso nel 1821. e per grazia reintegrato, un tenente Filippo Agresti, e D. Michele Porcaro d’Ariano a 17 agosto 1852 si volsero ad Ariano, ove credean trovare migliaia di sollevati, e trovarono i Gendarmi che li arrestarono. Lo stesso di frate Angelo, gittata tonica e cordiglio, andò su’ monti di Taurano presso Nola, e tingendo cercare tesori unì gente fra’ quali un Arsoli e un Vitale suoi correi. Recava una proclamazione per costituzione con in fine: Viva-Ferdinando il grande! Ma come si manifestò venne da tutti abbandonato. Stette molto tempo ascoso; e fu trovato sotto fallare del convento della Sanità in Napoli: così egli e altri pur presi, venner giudicati in Terra di Lavoro. Scrissero poesie al cuor generoso del re. Il 9 settembre 1833 ebber condanna di morte l’Arsoli, il Vitale, il frate e il Morici; altri ventisette a pene minori, tutte d’un grado diminuite per grazia. I veri capi il ministro tenneli coperti; il suo amico Nirico mandò in Sicilia, ove poi nel 1837 di colera si morì. In questo anno 1833 fu lavorato a stringer le fila della cospirazione per tutta Italia; e ad assicurar le linee e i modi di corrispondenza, partì da Napoli, con pagatogli il viaggio, appositamente Francesco Paolo-Bozzelli.
Ne’ primi di giugno mancava più grave misfatto. Francesco Angellotti tenente, e Cesare Rossaroll e Vito Romano sergenti de’ cavalleggieri della Guardia, persone beneficate, e altri congiurarono d’uccidere il re sul campo quando passava a rassegna quel reggimento. Dovean tutti insieme scaricar loro pistole su Ferdinando; gridar subito re Carlo secondogenito, principe di Capua, con la costituzione di Francia; sperando l’esercito li secondasse. Cercando adepti, si confidarono a un sergente Paolillo, uscito dal disciolto corpo de’ cacciatori reali, il quale preso d’orrore li disvelò. Ferdinando dispregiò il rischio, chiamò a posta il reggimento al campo, tennelo egli stesso in faticoso istruzioni tutto il dì; e mostrata così col fatto l’impotenza de’ congiurati, permise dappoi fossero sostenuti pel giudizio. Allora il Rossaroll e il Romano prima s’ubbriacarono, poi tentarono uccidersi l’uno l’altro; questi morì, quello benché la palla il passasse fuor fuora, visse. Giudicati dall’alta corte militare, il Rossaroll e l’Angellotti venner condotti a pie’ del palco a 14 dicembre, ma noi salirono, ch’ebbero grazia per 25 anni di ferri. Il primo e gli altri uscir poi liberi; l’Angellotti, tramata nel 39 altra congiura nell’ergastolo di Procida, sforzando le guardie cadde ucciso.
La setta fremente della fallita impresa, macchinò in quello stesso anno 1833, per far sollevare a 10 agosto a un tempo Capua, Salerno, ed Aquila, e pel 12 le Puglie e le Calabrie. Misuravano alla grandezza delle speranze la parvità delle forze. Prima ne parlarono i giornali francesi; e il governo fu sull’avviso. Il re stesso andò a tramutare la guarnigione di Capua, e si recò con soldatesche a far campagne d’istruzione a Salerno. Il Del Carretto carcerò certi congiuratori, qualcuno stato già suo compagno, e poscia sua spia; però senz’altro male li mandò fuor de’ confini fra’ quali Pietro Leopardi, Giuseppe Mauro, Adamo Petrarca, e Geremia Mazza.
La parvità ai queste congiure mostra a che depressione fossero le sette allora nel regno; ma Ferdinando presto s’avvide come esse per tempo e blandizie non restano, e che non il mal governo de’ regnatori, ma i regnatori combattono. Pertanto modificò sua politica paruta liberale, e stette riguardato. I liberali che prima avean posto in lui grandi speranze, e tanto l’avean celebrato quando egli a Parigi s’era scoperto il capo avanti la statua di Napoleone a piazza Vendome, cominciarono a storcere il muso, poi a biasimarlo, e in ultimo a strombettarlo tiranno. Vedi umani pensieri! Ferdinando Borbone salutare colui ch’avea decretata la ruina de’ Borboni; e liberali encomiarlo d’aver ossequiato un tanto despota. Ma questo era despota figliato dalla libertà. Poi il re disse aver salutato il guerriero; e i faziosi sparsero ch’ei non il guerriero ma il tiranno in lui riverisse.
15. Il colera del 1836 e 1837
Si stava tranquilli quando avemmo il colera-morbus. Questa peste comparve la prima volta a Bengala nel 1817; si dilatò nell’Indie e in Asia; e visitò l’Europa in Russia nel 1830. Di là in Polonia, in Ungheria, in Germania e in Inghilterra. A Parigi nel 1831; nel 1835 in Ispagna, in America e in Africa. Venne in luglio 1835 per Nizza e Cuneo in Italia; l’ebber Torino, Genova, Livorno, Venezia e Roma. Dasezzo, malgrado le governative severità, l’avemmo in Napoli la prima fiata a 2 ottobre 1836. Nella sola città morirono in tre mesi persone 5287 di colera, certo non molti in tanta popolazione. Ma con questa lugubre opportunità, il governo che molto operò in sollievo, mise in atto le leggi di tumulazione e inumazione ne’ campisanti, dove per vieti pregiudizii tutti schifavan la fossa. E così togliemmo il lezzo dei cadaveri dalle chiese in città.
Ma il morbo che parea fugato ripullulò più fiero alla metà d’aprile 1837 in Napoli. Ne’ primi di giugno entrò a Palermo, dove pel calore e per intemperanza d’igiene intristì oltre misura. Al 10 morironvi 1805 persone, e in quattro mesi ventiquattromila! Messina non fu tocca. Catania ebbe 5560 morti. In tutta l’isola il colera mieté 69250 vite. In Napoli furono 10400, e cessò sul cader di settembre; fini a Palermo a 19 novembre, e a Catania a 27 dicembre. Non ostante tali morte e l’altre del 1831, sendo cresciuta la prosperità, crebbe la popolazione. Questa nel 1825 era di 6,800,000; nel 56 sommò a 9,089,001; e più fu nel 60.
16. Pretesto per ribellare.
Mentre la mano del Signore si gravava così su’ paesi nostri, la setta aggiunse sue rabbie. Corso il motto, in molte parti d’Italia s’andò a’ fatti. Dirò del regno. In Penne città d’Abruzzo ultra, a 25 luglio 37 sparsero voce d’una fontana attossicata; poi alquanti ribelli disarmano i pochi soldati. alzano vessilli a tre colori, e grida costituzionali. Non riusciti a movere i paesi circostanti, in due dì finì lutto. La commissione militare a 19 settembre né dannò quattro a morte, altri a’ ferri. A Spizziri in Calabria Citra un Luigi Stumpo e un Luigi Belmonte, prete, divulgarono anche di una fontana con veleno; presi, venner dannati a morte il 24 agosto. Nella stessa provincia a S. Sisto fer lo stesso un Carmine Scarpelli e un Luigi Clausi; e assoldati mascalzoni preser l’arme la notte dopo il 22 luglio, movendo ver Cosenza, ma per via scorati dalla loro pochezza si sparsero. Diciassette ebber pena del capo.
A Palermo, nel furor del colera, un vecchio col figliuolo rifugiò in una campagna detta le Grazie, e infermò del male. I villani instigati a crederlo avvelenatore, miser le mani addosso a lui e al fanciullo, e a 9 luglio ambo malconci e semivivi abbruciarono. L’11 trucidarono entro la città altro infelice, otto la notte nel villaggio Abate, e i giorni appresso altri diciassette. Poi dieci a Bagheria, 30 a Capace, 27 a Carini, 12 a Corleone, 32 a Marineo (fra’ quali il parroco ed il giudice), 67 a Misilmeli, 11 a Pizzi, e 10 a Termini. A tai misfatti scguitavan vendette, furti, saccheggi e anarchia. A Siracusa si sollevarono a 18 luglio, e uccisero sei persone, con l’ispettore di polizia Vico, e il Vaccaro funzionante intendente. Nella terra di Floridia ammazzarono il presidente Ricciardi della Corte criminale, e sfuriati i giorni dopo fecer peggio: in tutto furono quaranta assassinii a Siracusa, tredici a Fioridia, e otto a Canicattì. Quando ecco a 21 luglio certo curiale Adorno stampa un manifesto dicente il colera venir da arsenico vagante per aria, e doversi accoppare i propagatori, poi si mette a capo i faziosi, e scorre la città, mentre i pochi soldati traggonsi in castello. In Catania già similmente sollevata, come giunsero i manifesti dell’Adorno, ristamparonli, rinfocolarono la plebe, manomisero i poliziotti. arrestarono l’intendente ed altri uffiziali, e crearono una Giunta di sicurezza. Al 30 disarmarono una compagnia di linea, ruppero gli stemmi e i ritratti regi, alzarono bandiera gialla (colore surto nel 1820 a Palermo) e proclamarono l’indipendenza. Con una proclamazione dissero: Ferdinando per non perdere la Sicilia volerla disertare di abitanti; il colera non essere asiatico ma borbonico. Aderirono Motta, Paterno, Biancavilla. Nondimeno a 3 agosto gli stessi Catanesi col marchese di S. Giuliano, scacciati i faziosi, riposero il governo regio. E anche a Messina. dove non era il morbo, si suscitò subuglio, aizzando la plebe a far calca, e respinger tumultuosamente dal porto due navi vegnenti da Napoli e da Palermo.
Il governo per ripristinar l’ordine, e punire i trucidatori di tanti innocenti, mandò con alter-ego il ministro Del Carretto, il quale operò con la sua consueta asprezza. Carcerate 750 persone, giudicate ebber condanna di morte 125. In punizione a Siracusa tolsesi l’intendenza e il tribunale, trasferiti a Noto. Poi a 16 maggio 1858 il re concesse perdono pieno a tutti gl’imputati di colpa di Stato ih Sicilia, salvo pochi capi da giudicarsi. In seguito ridie’ a Siracusa i soli tribunali.
17. Altre congiure.
Si quietò sino al 1841, quando s’udì una fazione ad Aquila. Colà eran capi di congiura il sindaco Ciampella, un Lazzaro di Fossa, e un Moscone da Ocre, mossi dal marchese Luigi Dragonetti, amico vecchio del ministro di polizia sin dal 1820: uomo ricco, stato spesso congiuratore. Erano spinti da speranza che l’8 settembre due reggimenti s’avessero a ribellare in Napoli con l’occasione della parata a Piedigrotta, e il resto delle milizie secondasse; inoltre sicuri che poca guarnigione quel dì restasse ad Aquila, appunto perché iti alla parata, credendo il reame ribellasse tutto, fermarono sollevarsi quel giorno. Uniti a prezzo un cento uomini, sulle ore cinque pomeridiane corrono per Aquila armati; sorprendono in istrada il comandante colonnello Tanfani che accorreva al castello; subito l’uccidono, e dopo morto traforante di stilettate, lui e un gendarme. Poi vanno a guadagnare e opprimere i soldati; ma questi risposto con ischioppettate, ne stufano quattro, fugano il resto. Alla dimane i congiuratori, divulgata voce di subugli in Napoli, ritornarono in più numero; e indi a poco di ora si disciolsero per tema. Il governo imprigionò 152 persone col Dragonetti; poi compiuto il giudizio a 20 aprile 1842, il più col Dragonetti uscir liberi; altri ebber pena di ferri; otto soli dannati a morte, ma il re fe’ grazia, fuorché a tre. Il Ciampella, il Lazzaro e il Moscone, capi palesi, fuggiti a tempo, ebber sentenza in contumacia. Il Dragonetti ed altri s’allontanarono dal regno.
Si buccinò che in quel garbuglio avesse le mani il ministro: il quale non potendo rattener più i suoi vecchi e segreti amici, permettesse facesser quel saggio di rivoluzione, che, riuscito, avria calato a costituzione re Ferdinando; mancato, avrebbe rinsavito i cervelli. I capi fuggiti, il presto liberato. Ma né restaron vittime il Tanfani che già da più mesi strepitava, non udito, pel fermento che si mestava nel paese, e l’intendente conte Ferdinando Gaetani, uomo bonario, accusato di trascuratezza, e traslocato a Molise.
La Giovine Italia sollevò di nuovo le Romagne nel 1843; e correva attorno un medico (poi famoso) Luigi Carlo Farini di Russi presso Faenza, per ispingere i comitati di tutte quelle città a tumultuare. Un Zambeccari venne a Napoli, e s’aggirò nel Vallo. Volean si movesse prima il regno, ma non trovaron chi li udisse; e la polizia avvisata da’ complici li scoperse in luglio e lor troncò i passi. Nondimeno si mossero ad Imola e a Bologna, dove entrò con una masnada quel Ribotti piemontese che poi vedemmo in Sicilia e in Calabria. In quella re Ferdinando offerse al Papa soccorso di truppe a sue spese; ma Gregorio che si sentiva forte non n’ebbe bisogno, e in breve scacciò quelli avventurieri. De’ fatti del 1844 dirò appresso.
18 La setta volgesi a Carlo Alberto.
La Giovine Italia visto in niuna guisa poter guadagnare Ferdinando di Napoli, mentre tentava farlo uccidere, e lavorava ad infamarlo, prese altra via. Carte Alberto di Savoia carbonaro e rivoluzionario nel 1821, vinto s’era fuggito a Firenze, ben ricettato dal Gran Duca; dappoi nel 1895 in prova di pentimento era ito soldato coll’esercito borbonico di Francia a spegnare le Cortes in Ispagna; dove condottosi bene ebbe da quei bizzarri Francesi le spallette di granatiere. L’Austria gli mandò l’ordine di Maria Teresa; Luigi XVIII Borbone ottennegli il perdono del suo re Carlo Felice. Morto questi senza prole, salì appunto esso Carlo Alberto, primo della linea Carignano, al trono di Piemonte; perlocché i liberali in esso già collega alzarono le speranze; ma egli scorto la Costituzione aver cacciato allora di Francia Carlo X, stette duro; anzi nel 1834 represse la sollevazione tentata in Savoia dal rivoluzionario Ramorino; e fucilò quanti ebbe alle mani ribelli. Non ruppe i trattati con Austria, confermoli anche con altro, che in caso di guerra con Francia, davagli il capitanato d’un esercito Austro-Sardo; dove avria dovuto stargli ubbidiente il generale Radetzkv duce de’ Tedeschi nel Milanese. Nulladimeno non ismentì suo passato. In principio ebbe a coprir l’ambizione, rattenuto dalla dritta politica europea, o dall’indole conservatrice de’ sudditi suoi; ma non la ruppe co’ vecchi compagni di congiura; se li chiamò attorno, e lor die’ soldi e potestà. A questo Ilio di favore appoggiata, la setta in poco di tempo schierò tutti settarii di costa al trono bardo; i quali con l’esca d’onoranze e paghe e favori crebbero, e seppero instillar pensieri nuovi in quel buon popolo Piemontese. Egli tenne politica subdola: vagheggiava Lombardia, odiava Austria, le volea male, e le si profferiva amico, né invocava consigli, né ubbidiva a’ cenni; giustiziava ribelli, sbandiva cospiratori, imparentava con Tedeschi. Dall’altra scacciava di corte i vecchi fedeli, accoglieva giovani libertini, motteggiava arcivescovi, udiva ridendo le calunnie a’ religiosi, gongolava al sentirsi lodare quella sua politica nuova; amico di tutti, misleale con tutti; con l’Austria e con la setta, co’ Principi e co’ popoli, co’ Volteriani e con la Chiesa. Pertanto egli solo tra’ prenci a Italia era incensato in prosa e in rima, e speranze grandi riceveva e dava. Quella stirpe Savoiarda surta a poco a poco, nelle peripezie de’ secoli, di piccola contea a un regno preso a bocconi su’ vicini, avida sempre, le tradizioni di famiglia talvolta sopiva, non mai smetteva. Alberto cui le aspirazioni settarie fean tralucere il destro di pigliarsi tutta Italia, sel vagheggiava; siccome la setta aspirava a far l’Italia socialista col suo braccio regio. Qual de’ due fallasse dirà il tempo; credo tutti e due, se un po’ di giustizia deve tornare in terra.
La propaganda rivoluzionaria designò il Savoiardo a redentore futuro. Lui sangue italiano, lui riformatore, lui sovrano di regno sedente tra Tedeschi e Francesi, stato tanta età argine a quei stranieri, lui meritevole di monarchia nazionale, lui solo degno d’amore e fiducia celebravano. Gli altri principi, mancipii dell’Austria; il re di Napoli, Borbone, sangue forestiero, despota e tiranno, doversi spegnere; del suo esercito, di sue utili riforme, della prosperità e incivilimento napolitano non s’aveva a far motto. E per deprimere il re si deprimea la nazione. Uomini, arti, lettere, scienze nostre s’avevano a ignorare o a beffare o a sfatare: libri napolitani, nomi napolitani, fatti napolitani, leggi napolitane, tutto in fondo; Napoli la China d’Italia dicevano.
Ferdinando avea schifata quella politica Sarda, perché ingiusta, fallace e rapinatrice; e perché (il lasciò scritto di sua mano) avria posto il paese in falsa via, scemata l’indipendenza politica e commerciale, dono di Carlo III, ch’avea sollevata la nostra nazionalità. Cosi sfuggito egli all’amo dell’ambizione, era però sempre alla prese con l’idra settaria, rinfocolata da soldi forestieri.
19. Sforzi per rivoltar Italia e Francia.
La rivoluzione sperando nel NON INTERVENTO, si sforzava a conseguire un qualunque trionfo, certa poi d’esser lasciata fare. Dal 1830 al 1846 oltre i casi del reame, molti moti nella penisola seguirono. Parma, Modena, Bologna, Roma ebbero grossi tumulti nel 1851, tosto domi; ma è da ricordare in esse aver parteggiato Luigi Bonaparte ora imperatore e ’l fratello, figli di quello che fece il re in Olanda. Questa casa Bonaparte, sondo esule e ospitata in terre papaline, vi teneva desto il fuoco, acciò qualche dì svampasse, da farla risalire. Il pacifico Papa perdonava a’ colpevoli, salvo ch’a pochi, come il Mamiani, lo Sterbini, e un altro Bonaparte, poi rinfelloniti con rinomo nelle rivolture seguenti. Luigi Bonaparte col movere Italia aspirava a Francia. Ito da Londra in Isvizzera, fe’ il capitano d’artiglieria a Berna; e colà, sendo già ligato alla setta mondiale, ebbe opportunità di stringersi Eradicali Elvezii. Scrisse un opuscolo dimostrante la salute di Francia stare in repubblica, con un Bonaparte presidente. A 30 ottobre 1856, fu scoperta a Vendome certa congiura repubblicana fra’ soldati; e ’l giorno stesso egli Luigi che da qualche dì stava ascoso entro Strasburgo, col favore d’un Parquin comandante di Gendarmi, e d’un Vaudrey colonnello d’artiglieria, si fe’ gridare imperatore; se non che il generale Voisol, dopo un’ora di rumore, compressa la sedizione, imprigionò i rei. Egli patì violenze sulla persona, lacere le vesti, strappate le insegne. Luigi Filippo perdonò a lui e a’ complici; e il mandò a 15 novembre libero sulla sua parola d’onore in America. Tal perdonanza fu esaltata cima di sapienza civile. Intanto i pensieri napoleonici sospinti dalle sette si facevan piazza; e nel 1840 s’andò sino a S. Elena a pigliar pomposamente le ceneri del gran guerriero, che meglio per la pace del mondo v’avrebbero dormito. Luigi se ne valse; tornò d’America a Londra, ove avea grandi fautori; usò del perdono tramando con opuscoli e giornali a pigliar gli animi Francesi; e come gli parve entrò in Francia quell’anno 1840. Sbarcò di notte tra il 5 e ’l 6 agosto sulla spiaggia di Boulogne, con sessanta persone in divise militari di generali, colonnelli e uffiziali; entrò in città, sparse proclamazioni e si presentò a’ soldati. Visto non far frutto, retrocesse; inseguito, tentò salvarsi in barca; ma dopo alquanti colpi di fuoco fu preso. Il re fece lui e i suoi giudicare dalla Corte de’ Pari; errore che in quella fantasiosa Francia mise in vista il Pretendente. A 6 ottobre condannato a prigionia perpetua, fu serrato nel forte Ham, donde seppe fuggire a 25 maggio 1846.
Più tardi fur sollevazioni a Livorno per opera del Guerrazzi romanzatore; poi in Romagna, ove le milizie papali domaron presto Faenza, Forlì e Rimini. Ciò die’ opportunità al piemontese Massimo d’Azeglio, novelliere e pittore, a scrivere un libretto che facea veder vicina e sicura la rivoluzione. Tutto il pontificato di Gregorio XVI fu un battagliare con la setta; ond’ei si morì a 1 giugno 1846 con fama tra’ ribelli consolidata di retrogrado papa. L’interregno fu supremo momento: da mille bande sorgevano accuse alle leggi romanesche, e alto domandavan riforme; per bene no, |w>r dar principio ài baccano. Ma né dirò appresso.
20. Nozze e traversie nella Reggia di Napoli.
Ferdinando avea preso per donna a 21 novembre 1832 Maria Cristina di Savoia, figlia di re Vittorio Emanuele I, bella di persona, più di animo; la quale per virtù e beneficenze meritò l’affetto de’ Napolitani. Ella al quarto anno partorì questo Francesco, sventurato fra quanti nacquero al trono; ché vista la luce a 16 gennaio 1836, dopo quindici giorni perdè la genitrice, preludio a lui ed al paese di future avversità. Cristina visse dal 14 novembre 1812 a 31 gennaio 1836. Pianserla tutti; e con lagrime sincere, che aggrandì dopo morte fan prova certa di loro virtù. Il vedovo re per isvagarsi viaggiò a Parigi, poi a Vienna, e vi concluse altre nozze con Maria Teresa d’Austria figliuola di quell’arciduca Carlo che fronteggiò Napoleone. Sposò a Trento il 9 gennaio 1857. Ecco le sette a sfringuellare: dopo la Savoiarda la Tedesca; Ferdinando diserta la causa d’Italia, s’allea all’Austria, se ne fa servo, risospinge il regno nelle trame de’ Metternich e de’ Gesuiti. Pochi giorni appresso per infausto accidente arse la reggia di Napoli, ma risurse più sontuosa; demolita la brutta contigua casa de’ viceré, fattane piazza e giardino, e ornata magnificamente la grande marmorea scala. Già pochi anni prima s’era compiuto il palazzo di Capodimonte.
21. Sponsali del Principe Carlo.
Carlo principe di Capua secondogenito di Francesco I, bello della persona e cavaliero, non facea buon viso alla prima politica del fratello. né al vedergli attorno uomini del 1820 e Murattini; però tenevanlo in uggia, appellavanlo aristocratico, Canosino, sanguinario; ma veramente era principe generoso e di cuore. La congiura dell’Angellotti ch’aveva accennato a far lui re, era stata insidia per dividere i fratelli, cui supponevan facili a divisione. Accadde ci s’accendesse fieramente d’una dama irlandese, Penelope Smith, un po’ parente dell’inglese Lord Palmerston. Ferdinando fece ogni potere a dissuadetelo; poi chiese s’allontanasse la donzella al Temple ministro inglese, il quale sendo fratello del Palmerston e parente di lei, disse nol poter fare. Ma Carlo la notte seguente al 21 gennaio 1836 fuggì con essa, presa per più segreta la via di Pozzuoli, disusata da più secoli. Seppelo il re, e voleva segnalare a confini non passasse, ma o consiglio altrui o moderazione d’animo, si tenne a scrivergli dì sua mano, e mandogli dietro un uffiziale. Carlo al vederlo, pensando il dovesse sostenere, cavò le pistole, indarno dalla Penelope tremebonda trattenuto; quindi letta la lettera che il consigliava restare, come amore non vuol consigli, rispose risponderebbe, e andò via. Ferdinando poscia, udendo com’egli imbertonito pareva accecato a sposarla, fe’ decreto a’ 12 marzo richiamantesi all’atto sovrano di re Francesco del 7 aprile 1829, a quello più antico di Carlo III, e al dritto di sovrano e capo di sua famiglia, ordinava: niuno del real sangue poter senza permesso uscir dal regno, o che le rendite d’ogni sorta ne sarian sequestrate, e, dopo sei mesi di permanenza fuori, devolute alla corona; nessun matrimonio di persona reale, mancante di regio beneplacito, considerarsi legittimo, né capace di produrre effetti politici e civili, anzi portar di dritto la decadenza de’ beni, e devolverli alla corona. Gliel fe’ notificare in Inghilterra, e fu scritto a tutti i nostri agenti consolari ponessero impedimenti alle nozze, ovunque si compiessero. Difatto il principe non fu accolto quando si presentò alla corte inglese; laonde per gli ostacoli più incaponito, s’appigliò a strano partito. V’ha in Iscozia a Greetna-Green un maniscalco che vanta alla sua stirpe certo privilegio di poter sulla sua incudine sposare qualsivogliano persone; rito pagano che gli dà provventi su tutti i matrimoni clandestini di que’ luoghi. La passione spinse il cattolico Carlo Borbone a sposare sulla incudine. Poi iroso da avere altrove la benedizione nuziale. In seguito molte volte tentò di persuadere Ferdinando a revocare il decreto; e benché vi mettesse la regina madre, non riuscì. Gli si permise tornar con la moglie, ma non principessa, il che non sopportando costei, si stelle esule volontario tutta la vita. Visse anzi in bisogno, ché il fratello, sebbene non usasse il rigore del decreto, né devolvesse alla corona i suoi beni, pur tenneli sequestrati (fuorché la contea di Mascali), e le rendite a frutto a pro di lui sul Gran Libro. Ma egli riceveva soccorsi da mani ignote; cioè da chi voleva tener viva una favilla in casa Borbone, pe’ futuri casi. Molti credono questa essere stata una cagione del pertinace sdegno del Palmerston con Ferdinando.
22. Briga con gl’Inglesi per gli zolfi.
Ciò parve presto vero. Avevam sin dal 1816 un trattato con Londra ov’era stipulato che le vicendevoli relazioni commerciali fossero a paro delle nazioni più favorite. L’industria dello zolfo da più anni era scaduta in Sicilia, per troppa avidità, per cattivi metodi del cavarlo, per contratti gravosi con mercanti stranieri, il più inglesi; onde molte reclamazioni eran giunte al trono. Nel 1834 una compagnia estera propose voler comprare tutti gli zolfi dell’isola a prezzi men bassi de’ correnti; ma perché stabiliva monopolio fu negato. Nel 1836 i francesi Tayx ed Ayard fecero offerta migliore; mandata per esame ad apposita commissione, la maggioranza avviso pel sì, la Consulta sicula l’approvò; nulladimeno il ministro dell’interno ottenne più grassi patti; fra gli altri lo accrescere del doppio il prezzo del minerale a pro de’ proprietarii, e dello Stato, che n’avria riscosso 400 mila ducati all’anno. Di questo i mercanti inglesi avevano avuto sentore, onde prima s’erano affrettati a comprar molto zolfo, e vi fecer guadagno; poi il loro governo si volse al nostro ministro principe di Cassero, protestando contro il designato contralto co’ Francesi, cui diceva riuscirebbe a privativa, ed escluderebbe i sudditi brittanni. Il Cassero sentiva il dritto del re a fare il padrone in casa sua; nondimeno il consigliava a desistere dal contratto, per non farsi nemica quella nazione corriva all’interesse, possente in mare, e alleata naturale del nostro paese tutto dal mare circuito. Il persuase, ed assicurò l’Inglese che nulla si farebbe. Ma il ministro Santangelo e il generale Filangieri, fautori (non si sa bene perché) della compagnia francese, dissero al re la pretensione brittanna essere un attentare all’indipendenza del reame; e sì il misero su che sepper farlo calare. Ferdinando inverti i ducati 100 mila al dazio del macino, gravoso a quelle popolazioni che abolì. Il contratto si fece senza saputa del Cassero, il quale dolente d’esser venuto manco di parola si dimise; anzi caduto in sospetto di parteggiar per l’Inglese, stette qualche anno confinato a Foggia.
Incontanente la Gran Brettagna sfolgorò una protesta minacciosa;e i suoi mercanti che già molto avean come ho detto guadagnato, sia sulla derrata comprata a basso prezzo, sia sul bisogno de’ proprietarii delle miniere,si lamentarono d’aver perduto, e dissero monopolio il contratto,quando questo pra un dare giusto valore alla merce, cui fissatone il prezzo era permesso comprare a chicchessia. Dissero il perduto essere assai, e volerlo da noi, quasi non si potesse da noi por dazii sulla roba nostra, e fidarli a cui si voglia. Il Palmerston consultò suoi giureconsulti, e benché pur quelli gli desser torto, si chiamò al citato patto del 1816, e disse lo aver fittato il dazio su’ zolfi essere contravvenzione al trattato. E perche anche a lui parean fiacche le ragioni, le afforzò con armata, la quale postasi avanti Napoli minacciò centomila bombe. Il re sul primo botto schierò truppe sulle coste a vietare sbarchi, mise in punto i fortini, accese i fornelli, e fu una notte che parve si venisse alle mani. Intramessosi mediatore il ministro di Francia, i vascelli si discostarono alquanto; e tosto un legno francese intervenne, che per Luigi Filippo pose fine alla controversia. Si disfece il contratto, perché così volle Londra, e si pagò il danno a’ Francesi, che così volle Parigi. Inoltre perdemmo gli speranzati ducati 400 mila annui, e il re che già si trovava aver abolito per essi il macino, nol volle ripristinare.
Il Cassero col cadere salì a fama di prudente e previdente ministro. L’Inghilterra era così forte ch’ei non era da badare a un po’ di nuovo provvento innanzi al benefizio d’averla amica. Il Filangieri e il Santangelo autori del mal consiglio non patiron nulla; dove il Cassero non fu più richiamato in seggio, pel gran torto d’avere avuto ragione. Ciò fe’ l’altro danno che il re non volle più uomini di cuore al ministero d’affari esteri. Cedendo alla forza, colpito nella regale indipendenza, non dissimulò l’indignazione, però i rancori del Palmerston s’accrebbero, il quale cadde e risurse più volte, sempre a Napoli nemico. Terribile alleato delle macchinazioni in casa altrui, non lasciò più d’insidiare la nostra pace.
Questa briga pe’ zolfi, segna un’epoca fatale al regno. Cominciò guerra sorda e lenta; incoraggiati i felloni, nudriti i malcontenti, la proiezione risollevava le sette, si ritessevano le reti. In ogni fatto il governo napolitano trovava opposizioni, ogni qualunque atto aveva censura, una opinione fittizia il percuoteva sempre; e il condannava a essere infallibile. Si compievano i primi dieci anni liberi e felici del regnar di Ferdinando. Quelli succeduti sino al 1848 ebbero diversità di governo. Il doversi difendere, l’avere a prevenire i colpi nemici, il continuo stare all’erta fean men larga la potestà, più rattenuto e severo il braccio regio. E sendo ignoto ove fosse il nemico, il sospetto doveva gravar su molti; e chi era sospettato diventava nemico. Sorsero cosi a poco a poco umori nuovi. Sopra ogni minimo ette si fabbricava un castello; la fazione senza dar nell’occhio stendeva le branche, e aggavignava scontenti e ambiziosi.
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