Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (VI)
LIBRO TERZO SOMMARIO
§. 1. Incivilimento del reame. —2. Il ministero dicorde. — 3. Troppi né ottimi uffiziali. — 4. La polizia. — 5. La giustizia. — 6. Gli affari esteri. — 7. Le Finanze —8. Il clero. — 9. L’amministrazione civile — 10. L’istruzione pubblica — 11. De’ nostri errori si valgono le sette. —12. I parlamenti dell’antica monarchia — 13. Il Gioberti. — 14. Il Niccolini — 15. I fratelli Bandiera —16. Congressi di scienziati.— 17. Il caro del grano. —18. Pio IX e l’amnistia. — 19. Festeggiamenti. — 20. Sospetti de’ principi italiani. — 21. Commemorazione del 10 dicembre 1746. —22. Tumulti italiani. — 23. Prime brighe co’ Tedeschi. — 24. Guardia civica e feste federali in Toscana. — 25. Lord Mintho. — 26. Il libello della protesta. — 27. Prime sollevazioni Calabresi e Messinesi. — 28. Presto domate e lamentale. — 29. Nuovo ministero, i primi plausi. — 30. Vane compressioni, e vane mitezze.
1. Incivilimento del reame.
Sendosi molto per lunghi anni lavorato a calunniare il nostro paese, noi stessi a forza di sentire a dir male di noi, n’eravam quasi persuasi. Ma vediamo un po’ s’è vero. Si deve considerare questo reame aver prima avuto guerre civili tre secoli, poi due di viceregno, considerare quanto passionati vi nascan gli uomini, quali v’abbian consuetudini tenaci e tradizioni e pregiudizii, come sia fatta la regione, come v’abbondan vulcani, e tremuoti, e bufere, e caldo e freddo, e bene e male, e come tutte innovazioni vi van fatte con riguardo e avvedutezza. Giudicar Napoli sullo stampo di Parigi e Londra è vezzo di stolti. Molti sacciuti credono esser civiltà e progresso quello che vedono in Francia e in Inghilterra, e quanto dissomiglia dicon barbarie. Veggono oltremonti poche città lustrate, s’appagano, e voglion giudicare pur dell’Italia galoppando. Ma questa da quindici secoli sortita, ha cento città, tutte costumanze diverse, dialetti, pensieri varii; e noi Napolitani, stati separati sempre, abbiam singolarissime usanze, sembianze greche e latine originali, e modi di vita tenaci, che paion talvolta incivili allo straniero che in fretta giudica dalla scorza. Ma la civiltà vera è dell’animo, non del vestito. Abbiamo panni men lucenti addosso, ma con più morale e religione. Alquanti del popolo sono scalzi e mal vestiti, ma vanno alla predica, si confessano, aman la famiglia, non bestemmiano, vivon con poco, e allegri cantano; brevi nell’ire, ubbidienti, pazienti, entusiastici e generosi. Marinai e contadini son tipi di bontà. Le feste han forme di baccanali, ma informate di pensiero cristiano, caste le donne, morigerati i garzoni, frequenti le nozze, la piccola industria molto comune. Se togli le grandi città, dove sempre per ragione degli esteri è più corruzione, le provincie han costumi patriarcali, vestimenta pittoresche, avanzo di tempi greci ed etrusci, gioie semplici, poche voglie e di facile contentatura. Questo popolo è felice con poco, ed è una strana filantropia quel volerlo dissonnar dalla quiete sua, per suscitargli desiderii da restare inappagati. Sono i desiderii inappagati che fan furente questo secolo, e germinano in mezzo a tante dorature quei delitti orribili, e quei tanti morti di fame che cadon per le vie a Londra. I ladri, i malversatori, gl’incestuosi, gli atei, le infanticide, le bagasce e i bagascioni che a migliaia bruttati quei lucenti paesi, sono qui rare eccezioni; e sol talvolta ne trovi nelle grosse città, quasi frutto di quel progresso che a tutta forza né van recando.
È una verità che i Borboni han fatto il possibile per non far entrar nel paese cotesta civiltà; quindi retrogradi e tiranni. Combattevano anzi a frenare quel tanto cui non si poteva vietar l’entrata, promovevan le missioni, le feste religiose, i Liguoristi, i Gesuiti, le rette scuole, l’abbondanza, il buon prezzo delle cose, e questo era oscurantismo; impedivano i giuochi rovinosi, i concubinati, la camorra, i postriboli, ed era tirannia; ponevano i calzoni alle immodeste ballerine, vietavano i drammi osceni, le pitture lascive, le statue invereconde, non permettevano la propaganda socialista ai giornali, le filosoficherie alemanne alla stampa, e le resie protestanti a’ novatori; e questo era dispotismo, opposizione al progresso, negazione di Dio; perche per la setta Dio sta ne’ sensi sbrigliati.
Anche in quanto alle cose materiali, considerato lo stato abbietto del regno a’ tempi de’ viceré, è maraviglia lo incremento de’ beni surto in un secolo. Benché il meglio fosse interrotto dalle peripezie rivoluzionarie, se paragoni dov’eran altre nazioni centotrent’anni addietro, e dove eravam noi allora quasi servi, e dove di presente giungemmo, ogni persona equa dovrà convenire il regno aver fatto molto maggior cammino che nessun altro; ché eravamo ultimi, poi non fummo secondi a nessuno. Nel 1669 il reame, giusta la enumerazione, avea 2,718,550 abitanti, nel 1751 quando venne Carlo III era di 5,011,562, nel 1775 fu contata 4,500,000; al ritorno de’ Borboni nel 1815, era di 5,060,000. Al 1836 era già 6,081,995, scemò poi pel colera, salì nel 1841 a 6,177,589. A questa aggiungendo la Sicilia, si trovò insieme nel 1846 di 8,425,516. E in dieci anni crebbe, ch’era nel 1856 di abitanti 9,117,050. La popolazione va con l’agiatezza. Questo regno sotto i viceré non avea strade, ma viottoli infossati, si viaggiava fra boschi e paludi co’ masnadieri alle coste, anche nelle città, a sera s’aveva a uscire con torce e servi, non s’ubbidivan leggi, il baronaggio selvatico teneva le terre; i barbereschi ne rapiano i figli sin dentro Napoli, commercio passivo, non esercito, non armataci regno era smunto di danari e d’uomini, per viaggiar su’ galeoni in Ispagna. Ritornati i re e la indipendenza, tutte provincie e distretti ebbero strade, il baronaggio si fe’ civile ed innocuo, ogni cosa progredì rapidissima. Il primo battello a vapore in Italia fu napolitano. Le strade di ferro col vapore, inventate verso il 1820, erano ignote in Italia, quando a 19 giugno 1836 fu conceduta al Bayard la via ferrata da Napoli a Castellammare. Nel 1842 cominciò a spese del tesoro quella per Capua tosto compiuta, e poi l’altra per Nola e Sarno e Sanseverino. Nel 1837 avemmo il gas, nel 1852 il telegrafo elettrico, primi in Italia. In breve questo regno salì da profondo letargo a vivo progredimento: popolazione quasi addoppiala, entrate pubbliche quintuplicate, sicurezza piena in terra e in mare, viete tradizioni finite, sterpato baronaggio, svelle boscaglie, asciugati pantani, arginati fiumi e costiere, legislazione rifatta, armata due volte creata, esercito non più avuto, profonda pace, decuplicato commercio, decuplicati i valori, vie innumerevoli, monumenti maravigliosi, arti e scienze risfavillanti, e soprattutto la indipendenza vera da tutti stranieri, sono opere e benefizii della restituita monarchia.
É pur da convenire tai beni doversi in gran parte a Ferdinando II, ed egli andava sovente con suo danno al diritto avanzamento del paese. La napolitana scuola di scherma celebre al mondo, era sempre stata in fiore, ma partoriva faciltà dì duelli; onde il re per debito di coscienza decretò a 21 luglio 1838 severe pene contro cotesto avanzo del medio evo; il che spiacque a’ cavalieri. Fu tacciato di tiranno. Ei fe’ templi molti, compì quello di S. Francesco di Paola, ricostruì S. Carlo all’arena, e quelli di S. Michele, S. Francesco d’Assisi e Annunziata a Gaeta; di minori né elevò moltissimi. Fu accusato di bigotto. Creò istituti religiosi, in altri accrebbe le dotazioni; fe’ le strade al santuario di Montevergine e ad altri non tollerò culti scismatici od eretici; fe’ un gran collegio di propaganda Fede, donde uscivan padri a convertire infedeli, fe’ dichiarare feste di precetto i giorni della visitazione della Vergine e dell’apparizione di S. Michele. E si gridò retrogrado.
2. Il ministero discorde.
Certo pur qui erano errori, ché pur qui uomini governavano; ma come i falli del governo s’esageravano a disegno, sarà carità patria lo andarli rinvergando severamente, e veder quali veramente si fossero.
Il più degli uomini ch’avean la potestà prima del 1848 erari già noti per pensieri e atti liberali, messi da Ferdinando al governo, perché né eran gridati capaci. Il Santangelo, il Del Carretto, il Ferri, il Fortunato, il Niccolini, il duca di Laurenzano, allora ministri, fur già liberalissimi; e qualcuno già condannato a morte per reità di stato, e graziato. Il Filangieri, il Begani, il Mayo, il Roccaromana, il Moliterno, l’Ischitella e tanti altri avean servito i Francesi, e i più alti in magistratura e nel governo eran uomini di quei tempi. Ma come i meno che stanno alla legalità sono i liberali, molti di questi arrivati al comandare, sia disegno, sia passione, avean troppo del dispotico. Gli altri ministri e direttori men liberali eran più bonarii, ma per modesta natura subivan pressione da’ colleghi. Il paese era scontento de’ ministri, e più di quei due primi, cui accusavan anche di peculato, non so se a ragione. L’accusa dell’arbitrio meritavano; il quale scendendo ne’ minori dava in peggio, e indignava. Buoni ordinamenti, guasti per via, riescivan male; e dove volevano scansare un guaio incappavan nell’opposto.
Inoltre i ministri, potenti e dispotici, non concordi, procedean disgiunti, né tutti a un fine, ma ciascun da sé, per fine suo imperando, facevano un governar vario e zoppo, in contrasto con la legge scritta. Nelle personali vanità e rivalità di ciascuno mestava la setta; e i ministri aggiunti senza portafogli, furono ambizioni ad ambizioni, rivalità a rivalità, maggior diffidenza, più battaglia, minor nesso, più disparità di concetti, di protezioni, d’indirizzi e di opere. Alle male usanze non ponean rimedio, le imbiancavan di fuori; ond’era venuto il vezzo di tenere alla forma e all’apparenza, non alla sostanza. Non guardavano l’avvenire, non le vicende contemporanee, non il progredir delle scienze e ’l sollevarsi dell’europea famiglia; quasi il regno fosse solo al mondo, volean tenere i pensieri in un torpore impossibile. Risollevando i pensieri se ne sarebber fatta una forza; comprimendoli, se ne crearono una leva contraria. Poi la boria e l’albagia (comunal vizio di tutti i nostri governanti di qualunque governo) li faceva odiare; e più che stettero a lungo a posto, perché il re dal mutarli era svogliato. Adunque con buone leggi si pativa per mala esecuzione di leggi, con uomini d’ingegno, si lavorava a celar l’ingegno; e per appagare gl’interessi parziali de’ pochi si obbliava l’interesse universale. Ferdinando molte cose buone vedea fare, le minuzie male non vedeva, o non credeva punire, ma esse facean molti malcontenti. I re non pare vogliano intendere i più grandi nemici loro essere quei loro ministri che ne fanno esosa la potestà.
3. Troppi né ottimi uffiziali.
Ottimo governo è dove ottimi comandano. Ma spesso l’impudenza del vizio piglia le sembianze della virtù ch’è modesta, si fa importuno innanzi, e conquista i magistrati, allora i cattivi imperano, sovrastano a’ buoni, e li sforzano a esser come loro. La dominazione francese, per guadagnar partigiani avea creati molti uffizii, e inventata quella che dicesi burocrazia; la dinastia ritornata per iscansar rancori, lasciò stare. Ora l’avere impiego è diventata mania; e ne voglion tutti, più per comandare che per ubbidire, più pel soldo che per la fatica. Molti senza cuore e senza scienza, iti innanzi col tempo e co’ favori, eran meri gaudenti, e destata invidia furo esempio e modello, quindi le cariche diventar patrimonio de’ più importuni, e surse l’usanza del darle a chi più sollecitava. E chi pensava al merito che tace? Onesto vizio, sinché non vi si porrà modo contrasterà ogni perfezione al nostro paese, perché sempre sederanno al governo i peggiori, qualunque sia la forma del governo, come si vide con le rivoluzioni, le quali operando per grida e schiamazzi, misero in magistrato uomini più tristi de’ precedenti.
I soldi inoltre a quali eran grossi, a quali eran lievi, per sostentar più gente si dividean talvolta a due, talvolta senza soldo uno aspettava più anni la vacanza; il perché si sospiravan rivolte per salir più presto, molti servendo senza niente, sostituivanvi industria illecita, che fer vendere in piazza il giusto e l’ingiusto. Così il regno era affogato da suoi uffiziali; che surti per privilegi e favori, favori e privilegi tenevan per giustizia, si sorreggevan l’un l’altro, né al dovere ma alle apparenze tenevano. In dritto avevam tutti a chinarci alla legge, in fatto assai se ne emancipavano, con molta indignazione della gente e conseguitava che nelle menti popolari l’ubbidire alla legge parca soma cui solo il volgo fosse soggetto. Ciò fu arma alle sette.
4. La polizia.
La polizia, inventata in Francia, surta potentissima al tempo di Napoleone, fu trapiantata nel regno dal Giacobino Saliceti. Restata con la restaurazione come tant’altre cose, parve a’ liberali che l’avevano inventata, molto grave quando s’usò contro di loro. Ella è fatta per prevenire i reati, e per tutelar la quiete; onde non ha codice, e che che si faccia avrà sempre l’arbitrario. Io non so se un governo possa far senza di lei, oggidì che una setta mondiale ha altra polizia sotterranea che mina la società. La polizia è controsetta necessaria, veleno contro veleno.
Nonpertanto al tempo della restaurazione si pensò con le»istituzioni del 22 gennaio 1817 a designare sin dove ella si potesse stendere; ma presto andarono obliate, ed essa diventò, piuttosto che prevenlrice, punilrice; il che non giova già, ma dannifìca lo Stato, nessuno contenta, molti disturba e a tutti è molesta. Perché faccia il menmale, e il più bene che possa, né trasmodi per potenza, e giovi per vigoria, vorrebbesi non farla star sola, né senza contrapposti, cioè collegarla all’amministrazione, e contrapporla alla gendarmeria. Lo amministratore non può senza aver danno sfuriar la polizia; e questa dalla gendarmeria sopravvegliata non può sfuriare. I Gendarmi braccio della legge, interposti in tutte faccende civili e penali, stan nella coscienza intima d’ogni fatto governativo, onde naturalmente sono alla polizia di aiuto e freno. Ma fra noi la polizia aveva ministero distinto dall’amministrazione, e operava a suo grado, spesso quella inceppando; e per doppio errore sedici anni vi fu ministro il capo de’ Gendarmi; quindi mancaron due cose, il freno e la sorveglianza alla polizia, così fatta non guardiana del governo, ma ella stessa governo. L’uomo poteva esser fornito di cuore e di mente, ma sempre è male il porsi in necessità d’aver uopo d’un uomo grande, di che avara è la natura. Francesco Saverio Del Carretto, stato come dissi carbonaro, giunto a ministro fu più assoluto del re, e per doppio potere strapotente, né moderatore di sua forza, la quale col mutar delle vicende avrebbe anche al trono fatto ombra. Né veggo in che giovasse, perché in sedici anni avemmo molti conati di ribellioni non prevenute ma punite, che pur miser capo al 1848, cui niuna previdenza vietò. Il Del Carretto non avendo mai lasciato di tener la mano nelle società segrete, con la setta guardava la setta, e anziché tutelar la potestà, pesava sulla maggioranza de’ cittadini nelle civili bisogne; sicché fu odiato, non da’ settarii, ma dalla popolazione. Nondimeno egli, sicuro de’ settarii, giurava sicurezza alla vigilia dello scoppio; ma quel giuoco era durato troppo a lungo; i rivoluzionarii vista infamata la polizia ed esosa a ogni persona, voltarono a sé la opinione universale, e vinserla senza urto.
Ella era invisa pe’ Gendarmi: ve n’era di buoni e mali come da per tutto, ma i mali eran troppi; il più baldanzosi, dispotici, venali avean soprattutto nelle provincie organati abusi e furti, con faccia quasi legale, eran di peso più ai realisti che ai liberali, da’ quali spessissimo avean mance. Inoltre alquanti s’erano col segreto consenso del ministro inscritti nella setta, per ispiarla; dove invece ne restavan guadagnati e infetti, onta e danno al governo. Più odiata era la polizia per quei suoi bassi adepti, detti uomini di fiducia, cui il popolo corrompendo a dileggio appellava feroci. Questi avean soldo misero, e talvolta nulla, e avendo a mangiare e tener casa e mogli e figli, si davano a ogni reo mestiere, a stender la mano in tutte guise; e per estorquer danari eran feroci. Il Del Carretto pensandosi d’alzar questi sitibondi, dicevali magistrati armati; il che significò farli oltre misura più potenti e odiati. In breve la polizia surse superiore a tutte leggi, e molesta non a’ tristi ma a’ buoni, e quando era al sommo della potenza e che cieca debaccava, si trovò la rivoluzione fatta.
5. La giustizia.
Nicola Parisio ministro di giustizia fu uomo dotto, onorato, fido, e tutta la vita modello d’onesto magistrato, ma si faceva pigliar la mano a’ colleghi. Elevò la magistratura a buona condizione, ma per non negarsi ai potenti si calava talvolta a premiar diversi e forse ignoti servigi con uffizii giudiziarii; quindi in quel fiore andò un po’ di crusca. Per perdonanze e per brogli erano in magistratura iti parecchi Massoni e Carbonari, i quali non aveano smesse le arti e le passioni settarie: però nei giudizii si ricordavano le avversioni passate, e sovente n’andavan minate negl’interessi famiglie fedeli al trono. Né di rado udivi qualche sentenza dura, cui poi il ministro di polizia squadronava sopra, quasi rigiudicando i giudicati. Sconci mali, sconci rimedii. Non cosi il vecchio Ferdinando I; il quale udito d’un’ingiusta sentenza contro un De Rosa di Foggia, rispettò il giudicato, ma dannando sé d’aver creati magistrati iniqui, pagò del suo il danno, e quei mali giudici dimise. Al soldatesco rigiudicare del ministro Del Carretto, i curiali pigliavano il destro di storcere il muso, e lamentarsi, e diffamare la sovrana potestà. Certo la congiura avea grande seguito e forza ne’ tribunali, dove in nome del re, sovente si giudicava senza imparzialità, e si gravava i buoni e s’inceppava l’industria.
Peggio ne’ circondarli, dove sedevan giudici giovanetti usciti di scuola, con lievi soldi e molta potestà. Per legge cumulavan la magistratura e la polizia, per abuso vi s’aggiungeva qualche branca d’amministrazione, onde il triplice potere in animi giovanili, ov’è natura la baldanza, li guastava. Gl’intendenti per isfuggire responsabilità, lor fidavan tutte faccende, e né chiedean ragguagli e consigli, onde i giudici s’eran resi i veri regolatori delle comunali e politiche bisogne: in mentre mal pagati, e spesso carchi di famiglie, pativan necessità d’ogni ben di Dio. Anche onestissimi, ancora che contenti di viver misero, non osavan poi contrastare al voler de’ ricchi e de’ potenti, che potean farli traslocare, o abbassare o promuovere, sicché erano in perenne lotta fra il bisogno e il dovere, fra la passione e la legge, fra l’orgoglio e la paura. Delle cancellerie e degli uscieri non parlo, de’ quali in ogni paese è mercato.
Intorno alla giustizia penale, sendo a dritto il nostro codice celebrato come forse il più perfetto in Europa, esso solo era di guarantigia all’innocenza. Forse avea difetto contrario: cioè il reo talvolta sfuggiva alla pena. Noto è come la setta da più anni reclamava da’ codici l’abolizione della pena di morte, per poter lanciare più baldi isuoi adepti alle cospirazioni. Essa inoltre infamò sempre re Ferdinando tassandolo crudele. Questo re che avea cominciato con l’amnistia, usò anzi molto parcamente le punizioni capitali, e per aver modo da far grazie prescriveva a 18 novembre 1835 a’ suoi procuratori generali che prima delle esecuzioni di condanne di morte facessero al ministero sapere certe circostanze (e le indicava) capaci a indurre il sovrano a clemenza. E a 11 gennaio 39 nuove ingiunzioni reiterava per l’obbietto. Noterò le condanne e le esecuzioni capitali in Sicilia per colpo politiche e comuni che tolgo dalla statistica, di soli nove anni precedenti alla rivoluzione. Nel 1838 fur 42 condanne di morte, e due sole esecuzioni, perché ladri, nel 39 ventisette, tutte graziate; nel 40 diciotto, eseguite tre sole, perché furti e assassini! atroci; nel 41 sedici, e l’anno dopo ventitré, tutte con grazia; nel 43 quindici, eseguite tre, perché ladro, assassino, e uccisore di coniuge; nel 44 otto, pur cinque eseguite, per uccisione di coniuge ed altri premeditati misfatti; nel 45 nessuna esecuzione, benché 14 condanne; nel 46 condannati dodici, eseguiti tre, per delitti atroci. Del 47 non ho notizia per la sopravvenuta rivoluzione, e per la seconda amnistia del 1848. Si vede che in nove anni di 175 condanne di morte solo sedici ebbero effetto. E tacciavan Ferdinando sanguinario quelli uomini ch’han poi trionfando versato il sangue a torrenti.
6. Gli affari esteri.
Ferdinando, benché signore di piccolo stato, volle forte del diritto essere indipendente da ogni altra sovranità. Non piegò né a consigli insidiosi né a minacce, e tenne salda la maestà del suo trono. Largo agli stranieri nel regno, fu difenditore de’ suoi allo straniero. Erano i nostri re stati primi in Europa ad abolire l’albinaggio nome barbaro di barbaro dritto, che ponea fra le regalie il pigliarsi l’eredità de’ forestieri morti in regno. Federico II nel 1220 l’aboliva; papa Onorario III commendava l’abolizione per la cristianità; e co’ secoli vietaronle anche gli altri popoli. Carlo III cominciò a fermar patti con altre nazioni per assicurare a vicenda i dritti de’ sudditi. Nel 1742 convenne col Turco, nel 1748 con Danimarca e Norvegia, nel 1755 co’ Paesi bassi; la libertà de’ mari fu riconosciuta dal dritto europeo. Ferdinando II più de’ predecessori fe’ trattati commerciali; nel 1833 con Tunisi, l’anno dopo col Marocco, nel 45 e 48 con Francia, anche nel 45 con l’Inghilterra, con Russia e con America, nel 46 con Austria, Danimarca e Sardegna, nel 47 con Prussia, Stati alemanni, Belgio ed Olanda, nel 1851 col Turco, nel 55 con Toscana, l’anno seguente col Papa, e nel 57 con la repubblica Argentina. Pertanto rispettati in ogni parte di mondo, godevam dritti civili da per tutto, e la nostra bandiera scorrea riverita pe’ mari. Due decreti del 4 e 29 dicembre 1855 stabilirono per esami l’alunnato diplomatico e il consolare. Salì il commercio.
Il re a 28 maggio 1833 protestò contro il governo stabilito da sua sorella vedova Costina in Ispagna, in dispregio della legge salica che escludea le donne dal trono, e fe’ salvo i dritti per sé e la sua discendenza come sangue di Filippo V; però ruppe le relazioni con quella corte. Né prima del 1847 riconobbe la regina Isabella. Non men fermo contegno tenne coi Barbareschi. Nel 1833 il Bey di Tunisi insultava il commercio Sardo, e talvolta si fea lecito vergheggiare Napolitani; richiesto di soddisfazione, avea risposto burbanzoso. Ferdinando mandò in maggio a Tunisi una flotta cui s’unì quella sarda più numerosa. Comandava i nostri Marino Caracciolo. Ebbe pronta soddisfazione; e il Bey mandò a Napoli un legato, che accolto in solenne udienza a 22 luglio fe’ le scuse; perlocché né segui il trattato del 17 novembre. L’anno dopo il Marocco, conculcando il trattato del 1782, mandò vascelli corseggiando per le nostre costiere onde inviammo sulle spiagge sue un’armata comandata dallo Staiti. In breve si venne a patti; conclusa a 25 giugno la convenzione a Gibilterra, che fermata quella dell’82 aggiunse patti nuovi. Più tardi a 14 febbraio 1838 aderimmo alla lega di Francia e Inghilterra contro la tratta de’ Negri.
Questo ministero dopo la dimissione del Cassero ebbe uomini mediocri; ministro vero il re.
7. Le Finanze.
Le finanze prosperavano. Fatte molte ordinanze e decreti a pro del commercio e de’ mercatanti; ben provveduto alla nostra ottima istituzione dei banchi, surte casse soccorsali nelle provincie e in Sicilia e in Napoli stesso; migliorato il regolamento delle pignorazioni, scematone d’un terzo l’usura, migliorata la borsa de’ cambii, fatto semplice il servizio della Tesoreria, riordinate le poste: e le amministrazioni dei lotti e del registro unite in una.
Altri balzelli non avevamo che la fondiaria, dazii indiretti, registro e bollo, poste e lotti, foreste e cacce, ritenute fiscali, e privative di tabacchi, carte da giuoco, e polvere da sparo, li massimo era nella fondiaria, messa già da’ Francesi sul quinto della rendita, rimasta col provvisorio catasto in somma determinata, e non ricomposta, benché i fondi fosser cresciuti molto in valore e in entrata. Cotali imposte eran lievi paragonate a quelle d’altre nazioni. Nel Piemonte pagavan tasse enormi su’ luoghi destinati a industria, su’ mobili delle case, sulle eredità, su’ corpi morali, su’ giuochi, sulle permissioni, su’ liquori, sulle professioni, sui fitti, su finestre, su carri e carrozze, e altre, tutte a noi sconosciute affatto. Né vendevamo noi i beni demaniali come in Piemonte. Ragguagliate le tasse per capi e per lire, si contavano tredici lire di gravezze per ogni contribuente napolitano, e trenta lire per ogni contribuente sardo.
Fra noi i debiti per la rivoluzione del 1820 che accrebber l’esito annuale d’altri quattro milioni, non avean fatto crescere i balzelli, perché il governo assoluto trovò nell’ordine e nell’economia la maniera di equilibrare le spese all’entrate. Non aggravò né la proprietà né i cittadini, ma vigilò bene sulla partizione del danaro pubblico, sul render più fruttiferi i beni dello stato, e sul diminuire le spese. Ma volendo a ogni costo risultati questi tre difficili problemi, e stringer da ogni banda le mani, non potè evitare i vizii contrarii, cioè ritardamenti, grettezze, e spilorcerie. Le Finanze parvero un mercante ebreo. S’affittavano i redditi sempre stirando più gli ostagli, il che spingeva i fittaiuoli a stringere i subordinati e questi gli artigiani. La troppa economia sullo spendere dava opere imperfette; il ritenersi decimi e doppii decimi su’ già lievi soldi e sulle indennità degli uffiziali, rendeali bisognosi e disperati. Pare vari Tantali sitibondi fra l’acque. Ciò per non gravar di nuovi dazii la popolazione, e intanto questa era gravata da estorsioni illecite, sulle quali s’aveva a chiuder l’occhio: danno materiale e morale.
A forza di stringere s’ebbero alquanti milioni di risparmii fatti da quel buono marchese d’Andrea, che morì in marzo 1841. Il nuovo ministro Ferri pensò invertirli a pagare parte del debito pubblico, lodevole intendimento; ma con questo pretese ottener anche minorazione d’interesse. Un decreto del 1 febbraio 1844 ordinò che ogni sei mesi trarrebbersi a sorte certo numero di creditori per pagarli, i quali ove non volessero il denaro dovrebbero contentarsi d’avere il quattro invece del cinque per cento d’interesse. Or come che di fatto s’estraevan più numeri che non avevam danari, avvenne che solo i piccoli creditori s’accontentavano di perdere l’un per cento, dove i grossi chiedevamo il capitale, e non l’avendo seguitavano ad avere il cinque. Ciò fe’ bisbiglio, e uscì molto contante dalla piazza, che spatriò co’ creditori stranieri.
Altresì dannoso al commercio gridarono l’altro fatto della Cassa di Sconto. Questa dava danari a’ mercatanti al tre e mezzo per cento, sollievo grande agl’industriosi; ma per fallimento d’un Amelia, fu disposto non si desser denari che ai ricchissimi, però chi avea bisogno non potè aver prestanze, e chi non avea bisogno le pigliava al tre e mezzo per darle a’ bisognosi all’otto e al dieci, monopolio turpe col danaro pubblico a danno del pubblico. Molti fallirono, e la cassa benché non patisse altre truffe, guadagnò meno di prima. Le Finanze abbisognavan d’un ingegno che senza quelle grettezze le menasse a bene.
8. Il clero.
Il concordato del 1818 con la S. Sede avea come ho detto messo fine a secolari controversie, Ferdinando a 26 marzo 1834 fe’ altra convenzione di ecclesiastica disciplina, pubblicata a 10 settembre 1839, aggiunta al concordalo. Dappoi volle cresciute le diocesi, perché meglio su’ preti, su’ giovani, sulla morale e su’ costumi si vegliasse, e nel 1844 fecersi nuove diocesi a Noto, a Trapani, e a Siracusa, ch’ebbero dotazioni e fondi pe’ seminarii. All’arcivescovo di Palermo, perché meglio potesse soccorrere i poverelli, crebbe d’altri tremila ducati l’entrata, e quel di Lipari che n’avea poca, esentò del terzo disponibile, cioè da una riserva di uso alla regia potestà. Sul continente dopo il 18 pur crebbero le diocesi.
Il clero dovrebbe fra’ Cristiani esser l’ordine migliore, siccome morigeratore naturale del popolo. Né in vero il reame mancò mai di sacerdoti insigni. Ricordiamo Santi gloriosi, e quel grande che fu Tommaso d’Aquino; e ne’ tempi presenti vedemmo a 26 maggio 1859 accorrere i re co’ reali a Roma per la santificazione di cinque, de’ quali tre eran nostri: Alfonso de’ Liguori, Francesco di Geronimo, e Giovan Giuseppe della Croce. Molti preti abbiamo ornamenti della religione e delle lettere, e massime in Napoli ve n’ha moltissimi che sono esempio d’evangeliche virtù, operosi e fervidi per la gloria del Signore. Men numero di buoni è nelle provincie, sia ozio, sia libertà 0 lontananza da’ superiori. Troppi, e soverchi al culto, parecchi son trafficanti, e impiastrati in cose terrene sdrucciolano di leggieri nei vizii. Ogni villano che giunga a metter casa, vuole un prete, e manda il figliuolo al seminario, donde talora torna con più malizia che teologia. I vescovi son facili a consacrarli, che come han detto messa non studiano più, si divagan nel mondo, abbandonan l’altare e danno scandalo, e peggio che spesso per non divulgarne le colpe, restanti impuniti, ovvero punisconli con traslocazioni e promozioni per torli dal peccato, e vanno a farne altrove. Di tai preti molti son ligi alla setta, per ispeme di correr fortuna, per incontinenza, per spretarsi e pigliar moglie. Ma più ve n’ha in Sicilia, a cagione del tribunale detto della monarchia.
Questo stabilito colà sin da’ tempi di Ruggiero, per concessione di Urbano II, esercitava in nome del re la legazione apostolica; e benché ciò spesso andasse poi controvertito fra la corte e Roma, pur sempre rimase, e più a tempo de’ viceré. Avea quattro privilegi: la legazione, la nomina a dignità ecclesiastica, lo appello, e la translazione de’ vescovi, ma con l’ultimo concordato dal 1819 pubblicato nel 1821, si convenne all’articolo 22 libero essere lo appello a Roma per cause ecclesiastiche, ove il volessero le parti. Or sia per tai privilegi, sia pel placito reale introdotto di fatto nelle attribuzioni regie, il clero siciliano fu tutto sottomesso alla potestà civile. I vescovi erano appellati e giudicati da’ tribunali,rappresentatori del principe, non del capo della chiesa, onde per ogni caso d’amministrazione ecclesiastica, i preti appellavano a quelli, e ottenevan lo annullamento degli ordini de’ superiori, quindi inobbedienza, rilasciamento di costumi, abbandono della cosa sacra. Ciò impacciava anche gli ordini regolari, e spesso i frati, e con quel tribunale e col regio ministero, maneggiavansi da sfuggire l’azione delle regole e del regime religioso. Anzi i cattivi monaci eran più de’ cattivi preti infelloniti, ché protetti dalle autorità secolari si ride van de’ superiori, e indarno i generali degli ordini cercavan con sante visite cernere il vero, perché sovente la potestà civile, per intrigo, allontanava da’ visitabili conventi quei religiosi probi che avrebber disvelato i vizii del luogo. Trionfava l’impunità, l’ozio, l’ignoranza; e preparava seme alla rivoluzione. Né i vescovi potean reclamare ai sinodi provinciali, che a ordinar questi si volea l’approvazione del governo; né rimedio era l’appellare a Roma dalle sentenze del tribunale; giacché si teneva in fatto illegale l’appello; né mai il Papa potè dal nostro governo ottenere spiegazioni giuridiche sulle procedure siciliane. Il ministero esaminava la convenevolezza de’ decreti di Roma, e negava o concedeva il placito a grado suo.
Il clero dell’isola avea dunque molto del mondano, dava i voti sacri più per godere i benefizii (frutto della pietà degli avi) che per vocazione; i seminarii non eran tutti conformi alle prescrizioni del concilio di Trento, néper le cagioni dette si potea da’ vescovi rimediare. È una trista verità che a rivoluzione molti preti e frati pervertì.
9. L’amministrazione civile.
Cardine d’ogni governamento è l’amministrazione civile, siccome quella che provvede alla buona vita sociale. V’era la legge di eccezione del dicembre 1816, acconcia piuttosto a idee francesi che a tradizioni patrie però avea qualche perfezione ideale e molte pratiche inopportunità. In governo assoluto ella dava certe rappresentanze, ond’eran quasi mera forma: rappresentanze municipali, distrettuali e provinciali, poco utili. I decurionati ne’ paeselli eran d’ignoranti o cavillosi, e riuscivano a dar ritardo o opposizione agli affari. Molti l’altre due rappresentanze lodavano, e accusavano la potestà di non bene contentarle, e smodavan nella lode e nelle accuse; perocché i consigli provinciali e distrettuali, dagl’intendenti fatti e disfatti, avevano libertà di parola illusoria a giudicar gli atti di quei governatori: né molto potean sapere e voler fare in quei quindici giorni ch’andavano assembrati nell’anno. Era una chiacchierata. Dall’altra non è vero il governo non li udisse, ché tutte loro proposte giuste venivano accolte; rigettavansi quelle contrarie alla legge ed inopportune. L’amministrazione era sorretta da’ consigli d’intendenza; e dov’eran buoni consiglieri ella andava bene, ma i buoni eran rari. Volea la legge fossero possidenti della provincia; ma per favore se ne mandavan di fuori, che non possedean nulla, né sapean le condizioni e i bisogni del paese.
Nondimeno quella legge avea molte parti buone; e si vede che, non ostante suoi difetti, pure in quarantaquattro anni che durò molto ha prodotto i beni patrimoniali de’ comuni in terraferma avean più che triplicali i redditi annuali. Nel 1820 davan ducati 1,795,660; nel 1831 già salivano a ducati 1,862,255; nel 1843 ascesero a 2,501,204; e nel 1857 sommarono a ducati 5,604,455; né già eran cresciuti i fondi, ma cresciuto il buono stato e la tutela. Pertanto s’eran di molto scemati i dazii comunali: qualche grano a rotolo sulla carne, qualche grano sulla neve e sul pesce, raro e lievissimo sul macinato a qualche comune che il chiedeva; le privative de’ commestibili sol ne’ paeselli piccolissimi, per assicurare l’annona. E tai lievi balzelli non riscuotevansi a pro dello stato, ma pei comuni stessi e per le provincie. Con essi in quarantanni si è fatto che mai di simile nel passato. Strade, mulini, ponti, camposanti, chiese, fonti, acquedotti, case municipali, prigioni circondariali, ospizii, banchine, arginazioni, fari, porti, e altro; tutto con denaro comunale, senza vendere beni stabili. Pochi villaggi mancavan di tali cose, e s’andavan facendo senza debiti. Dal 31 al 47 s’eressero nel regno ventidue nuovi ospedali, trentaquattro monti di pegno, ventidue monti di maritaggi, diciassette conservatorii, ed altre case d’asilo, e più centinaia di monti frumentarii. Certo pur v’eran lamentanze; e alcuno vorria l’ottimo. Ma l’ottimo è nemico del buono e del mediocre, che son l’umano retaggio.
Veramente il male non era ne’ provvedimenti, ma nell’esecuzione. La legge per l’opere pubbliche non permetteva che incanti e metodi di economia, eppur s’era intruso il vezzo de’ metodi d’ordine o di gare economiche, con che si davan gli appalti a designate persone. Quando si procedea per incanti, si dettavan condizioni dure, sicché fuggiva l’intraprenditore onesto, e vi speculavan pochi, favoriti o litigiosi, che trova van modo da non eseguire quelle condizioni, e arricchivano. Con metodi di economie, sovente non si faceva economia, per frode o ignavia de’ decurioni preposti alla sopravveglianza. Sicché molte opere andavan male, e pativan ruberie. Gli architetti in ogni parte erari come bruchi su’ comuni; e sol badavano a far progetti e disegni, ch’eran lor pagati, onde si videe talora spesi i fondi in progetti, e l’opere ineseguite. Molti paeselli eran dolenti d(v)aver a contribuire grosse rate alla provincia, dove si spendeva a imbellare i capoluoghi, mentre essi mancavan del necessario. Sulle pingui beneficenze correan lagnanze,ché sovente beneficavano più gli amministratori che i poverelli. Ma questi ed altri consimili mali eran partoriti da indulgenza governativa; sovente gli stessi prevaricatori gridavano alla tirannia, e preparavano la rivoluzione per rubar meglio.
Il maggior fatto del governo fu lo accentrare al ministero ogni faccenda comunale; usanza cominciata dalla dominazione tancese, dappoi esagerata da tutti i ministri sopravvenuti, rimasto vizio radicale. Il ministro Santangelo, uomo d’ingegno, cadde nel fatto ch’ei si credea buono a lutto; per tirare a sé tutte attribuzioni, sopraccaricò la legge con prescrizioni nuove, e die’ si lungo giro alle faccende, che passando per molte mani riuscivan di leggieri a mercato. Molti bassi uffiziali, massime nelle intendenze, con lievi soldi o senza, sforzati dal bisogno, spesso la giustizia, talvolta l’ingiustizia vendevano, e gli uffiziali municipali con quel contatto né anche né uscivan netti, ché vuol esser grande quella virtù che fra turpezze non si macula. Lo accentramento amministrativo dopo il 1848 seguitò più cieco, però meglio né parlerò appresso.
10. L’istruzione pubblica.
Contro l’istruzione pubblica si levavan premeditati lamenti. Ma nel fatto il governo intendeva a rendere là istruzione acconcia agli ordini dello stato e a’ bisogni della vita e dell’industria. Avevamo in tutti i comuni scuole primarie elementari per maschi e femmine, in molte città scuole nautiche, di arti e mestieri, di mutuo insegnamento, pei ciechi e sordimuti; educandati insigni per dame, per donzelle civili,per figlie di soldati, monasteri per educande, suore francesi con istituti d’istruzioni in tutto provincia, accademie di scienze, d’arti belle, d’antichità, d’economia, d’incoraggiamento a’ prodotti, licei, collegi, seminarii, convitti, reclusorii, scuole private, non mancava nulla, e fors’era troppo. Il dazio su’ libri, già alto, scemava di due terzi a 12 settembre 1839, e anche più a 18 giugno 1842. L’università di Napoli, già fondata da Federico II, dove insegnò S. Tommaso, aveva incremento di nuove cattedre; nuove università provinciali si creavano. Si compravan macchine per fisica, si preparavan gabinetti patologici e zoologici, di autonomia e d’ortopedia: avevamo scuole anatomiche e cliniche, osservatoci astronomici e metereologici, scuole mediche e veterinarie, di farmacologia, d’ostetricia e flebotomia;orti botanici, società economiche con orti sperimentali in aiuto dell’agricoltura e dell’industria. Le arti del disegno, delle pietre dure, delle incisioni in rame, in legno e in acciaio, quella delle medaglie, la scenografia, l’architettura, la statuaria avevano accademie, e apposite scuole. Gli scavi d’Ercolano e Pompei ridavano al mondo la sepolta civiltà romana;e lo studio dei papiri l’antica filosofia. Si facevano e si premiavano esposizioni annuali di arti e prodotti. Avevamo a Roma giovani pensionati per tutte arti, il re e i pubblici stabilimenti compravano per incoraggiamento opere d’artisti. Il museo di Napoli, dono in gran parte de’ Borboni, ha pochi uguali. Dell’arte musicale salita fra noi al sommo dell’eccellenza non parlo. Nel grande archivio del regno s’eran riuniti tutti i diplomi, pergamene ed atti pubblici, prima ascosi quà e là in edificii e paesi diversi,opera stupenda. Teatri, ginnasii, biblioteche insigni v’eran molte, e chi avea voglia di studiare non avea carestia di nulla. Di fatto furono e sono in Napoli uomini sommi di lettere, di scienza e di artici quali parecchi ed oltramontani agguagliano, e a moltissimi van sopra.
Nondimeno la setta costruttrice di fama letteraria, lavorava ad alzare i suoi con tutte astuzie, e guadagnava sempre terreno a cacciarne in ogni sedia che vacasse. Dirò un fatto: concorrevano al posto vacante di socio all’accademia delle scienze tre personaggi: il Bozzelli, il Winspeare e lo insigne filosofo Galluppi, e il governo preferì il primo, perché assordato da sollecitazioni ascose e palesi.
La setta con crudele pertinacia s’è sforzata sempre a disconoscere l’altezza del napolitano incivilimento, e a deprimere l’opere nostre. Napoli dove tutti venivano ad ammirare e ad imparare, s’aveva a giudicare sui lazzari, dei nostri ingegni si dovea tacere, o lamentarne sognate compressioni. Poi s’è vista la rivoluzione, che noi tacciava d’ignoranza, mostrar la nullità sua in tutte opere di scienza e di governo, e i rivoluzionarii napolitani, ch’eran gli ultimi e i più sconosciuti nel paese, mostrarsi a Torino da più di quei loro colleghi. A Torino non andò nessuno insigne nostro uomo, ché tutti sdegnosi dalla patita conquista, pagarono l’amor vero della patria con dimissioni, carcerazioni ed esigli.
Ma studiamo anche qui gli errori del governo. Eran saliti a’ primi uffizii molti ignoranti di scienze e di lettere, che tementi il confronto della dottrina avversavano i sapienti, e denigravanli quasi elementi di ribellioni. Fu un pensiero storto il credere i veri dotti capaci di rivoluzioni, perché anzi questi veggono i perigli e stanno, dove gl’ignoranti chiudon gli occhi e dan dentro, e si fan facili strumenti de’ furbi. Parecchi guardati biechi si fecer settarii, che impiegati sarebbero stati cheti, tenuti contrarii, contrariarono il governo; e taluno cospirò che mai pensato se lo avrebbe. Gli studii vogliono ozii; e saran sempre amici di chi lor darà modo di vivere studiando. Ma in generale lo studio delle lettere fra noi era sterile, perché il più degli uffizii cadevano in uomini senza mente; e avemmo il male che questi non valevano, e i valenti avversati avversavano.
Pur la censura de’ libri e de’ teatri era poco avveduta. Si dava adito a una letteratura straniera, falsa, corrompitrice del bello e del costume, proprio invenzione settaria, e intanto si facevan guerre alle parole, e si proibiva alle scene ogni motto di religione e di politica, quasi soli selvaggi s’avessero a porre in drammi. Ei si doveva colpire la falsa religione e la mala politica, non tutte cose e detti politici e religiosi; onde il governo perdè l’aiuto delle lettere, e noiò e disgustò gli uomini di senno, che si vedono noiati negli onesti ed utili ricreamenti. Queste strane proibizioni eran più severe in Napoli che nelle provincie, e meno anche in Sicilia. Il ministero per incoraggiar gli ingegni mise premii a scrittori plauditi di drammi in concorso; ma conseguitò che, sendo la politica e la religione la sostanza delle tragedie, o non se n’avevano, ò se n’avevano di misere da premiare.
Per tai grette opposizioni all’esplicamento degl’ingegni, i lamentatori trascorrevano a dir mala la istruzione nel reame. É veramente per essi buona è la semidottrina che sentenzia di quel che non sa, e maledice troni e altari.
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