Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (VII)

Posted by on Ott 25, 2025

Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (VII)
11. Dei nostri errori si valgono le sette.

Credo aver detto e con severità gli errori principali del governo; dei quali molti ed anche maggiori troveransi in altri paesi. Avevam piccoli furti, lievi ma frequenti ingiustizie, coperte immoralità; ma chi visitò Parigi e Londra vide assai peggio. Sono quei paesi più imbiancati de’ nostri, ma hanno eresie, fallenze, malversazioni, calunnie, uccisioni, costumi perduti, ricchezza e fame, scienza e abbrutimento, giuoco e suicidii, brogli e traffichi indecenti, e depravazioni di animi e di corpi. I mali enormi di quei regni scopre la loro stessa cinica letteratura.

I nostri mali eran minuti ma frequenti. Vessar lieve ma continuo, piccoli privilegi, gretto estorquere, brogliar poco di molti, basse illegalità, mala scelta d’uffiziali producevano scontento; e il più della gente che sente e non discerne apriva gli orecchi a’ promettitori dell’età dell’oro. Da prima l’avean co’ ministri, stati da parecchi anni in sedia, fatti esosi e burbanzosi; poi a’ primi motti di riforma fecero eco. Anche l’onesta gente sperava veder la fine delle male usanze, e volea giustizia nuova; e molti v’ha al mondo che per odio del presente e voglia di mutare si contentano del proprio danno.

La giovine Italia suscitatrice dei più di questi mali, ne prese argomento a patetiche declamazioni. Esageravano da farli parere insopportabili: diseppellivano e sponevano a rovescio vecchie cronache, e né fean novelle e drammi; mostravan grande il passato, abbietto il presente, il nuovo speranza di glorioso risorgimento. Quindi motti, satire, poesie, storie, sforzate con maravigliosa propaganda a celebrità. I fatti governativi ripetevano a dileggio, gli inventavano, li smozzavano, gl’incorniciavano per abbassare i governanti. In contrario alzavano al cielo qualunque fosse depresso dalla potestà; questi modello di coraggio civile e d’amor patrio, questi uomini valenti, questi degni di salire. Poi un lamento, un piagnucolar la patria, un invocar morale e Cristo, un parlar di Bibbia, filantropia, economia pubblica; un celebrar Byron, Goethe, Schiller, Victor-Hugo, Lamartine, e altri poeti nebulosi; un rammaricarsi dell’umanità depressa, dell’ingiustizie umane, delle tirannie regie, di servaggio a stranieri, e altre ipocrisie che parean belle allora. Pochi sapevano tai magnificati dolori avessero a partorir servaggi e dolori veracissimi; sembravan desiderii giusti di progredimento civile.

Nondimeno fra tanto gridare Italia parea strano a’ pochi veggenti quel laudar continuo di cose estrane, e le straniere lettere e vestimenta, e leggi, e linguaggi presi a modello e messi innanzi da quelli stessi professori d’Italianità. Infranciosati libri, gallico gestire, spruzzo di scienza eunuca, scendeva giù la italiana sapienza, che sempre fu originale e maestra. Voleano essere Italiani, e fean le scimie a Francia e Albione; volevano parer dotti, ed erano incortecciati di iattanze oltramontane. Ciò fea disdegno agli scienti; ne’ mediocri che si credeano saputi diventò baldanza. A poco a poco il dir male del nostro fu moda: tutto parea tristo, tutto e anche il bene malignalo, venia meno il rispetto alla potestà, e sorgeva negli animi una voglianza di fare, che parea generosa, ed era balorda seguenza di setta.

12. I parlamenti dell’antica monarchia.

Da prima il molto fu che si voleva esecuzion di leggi e buoni uffiziali; e che più giusto? che desiderar meno? poi qualche modesta voce di riforma, poi di progresso civile; di qua a costituzione lieve passo, ma non osavano pronunziare questa parola, brutta per ricordi del 1820. Nondimeno s’andava per isbieco ricordando, la nostra monarchia essere stata parlamentare; e così con abuso di parole vecchie s’accennava a idee nuove.

Le costituzioni proposte dal Montesquieu sono di natura democratiche. La monarchia di Ruggiero tutta feudale non ebbe elemento popolare; perché la gente borghese in Sicilia e in Puglia era ancora quasi Saracina e Greca: solo i baroni sedevano in parlamento, né in tempi stabiliti; e per obbligo di soccorrere il Principe ne’ bisogni, non per esercizio di sovranità. Avean poteri quanti lor né volea il re, che li congregava a grado suo. La rivoluzione del Vespro nel 1282 portò a’ parlamenti di Sicilia più forza; ma vi prevalse l’aristocrazia, che impicciolì il paese, e ‘l die’ agli Spagnuoli, onde la somma potestà ricadde nel sovrano. Il parlamento fu diviso in tre camere; de’ feudatarii, de’ comuni e del clero; le quali fean poco più che conceder sussidii alla corte, e talvolta proporre qualche legge; ma i poteri esecutivo, giudiziario e legislativo stavan nel monarca; e con tutti quei parlamenti non v’era libertà, né politica né civile; e Sicilia scemò di popolazione, di potenza e di ricchezza, sino al venir de’ Borboni. Sul continente pur meno. Avevan seggi di nobili e di popolani in quelle poche città non infeudate, né quasi potean altro che provvedere all’annona. Dov’erano feudi le Università avean misera voce; facean sì certe congreghette in piazza chiamate parlamenti, dove pochi borghesi servi del barone, e alquanti scherani di esso s’onoravano a contentare Sua Eccellenza Padrone. Per questo i tempi di tai parlamenti furo i più miseri del reame: vero servaggio durato più secoli, sino a Carlo III.

Quei parlamenti adunque, citati per insidia, e ricitati a sproposito da chi non li sa, eran ben altroché costituzioni come si vogliono oggi; anzi appunto l’opposto. Ora, distrutta la feudalità, è surta la classe mezzana; la quale per la nuova civiltà, e pel buon governo, fatta ricca e numerosa, agogna a pigliar lo scettro. Queste costituzioni non sono già, come dissero, parlamenti risuscitati; sono invece reazione di quelli; cioè che il già servo vuol diventar padrone. Ma la libertà vuolsi per tutti. La setta la piglia per sé sola; onde ha discreditato affatto coteste costituzioni, che hanno due sole cose simili ai parlamenti; cioè le scialacquo della cosa pubblica, e la tirannia de’ pochi sui molti. Il Mazzini stesso scrisse: «La monarchia costituzionale è il governo più immorale del mondo.» Speriamo in Dio veder costituzioni per tutti: che, fiaccate le sette, rendan veramente le nazioni libere nel bene; e serve alla legge, dappoiché fra tanto libertinaggio siam sitibondi di un sorso di libertà vera.

13. Il Gioberti.

Tanto lavorio di filosofia e poeti avean preparato gli animi a novità, quando ad accenderli uscì Vincenzo Gioberti. Questi nato a Torino nel 1800, prete e carbonaro, fu cappellano di re Carlo Alberto, per cospirazione condannato nel 1833 e spatriato, si fermò a Brusselles sino al 1845, scrisse filosofia ed estetica, coprendo con religiose parole pensieri di libertà socialista. Rivai di mestiere del Mazzini, correva con altro modo lo stesso arringo: onde come lui meritò plausi e favori dalla medesima setta. Subitamente ebbe fama portentosa. Nel 1843 diè il Primato degl’Italiani nel titolo e nelle pagine opera tutta incitatrice. Diceva: Italia essere stata grande, ora fievole; ma doversi e potersi risublimare, avere a ripigliare su’ popoli il primato insito alla sua pelasgica stirpe, questo aver voluto Gregorio magno, Gregorio VII, il terzo Alessandro, e altri papi, la cui dittatura, che accennava alla fondazione della italiana nazionalità, sendo mancata, era caduta Italia. Oggi cresciuta la virilità popolare, non abbisognar dittatura. ma arbitrato, e dover essere pontificale, poggiato sulla opinione, pacifico. illuminato, non grave ai sovrani, anzi loro sostenitore, col doppio treno del vero e dell’onesto, arbitrato d’onore, non di potestà, di politica non pratica ma speculativa, per l’osservanza del dritto delle genti, non per mutare gli ordini de’ singoli stati. In Italia divisa poter sorgere lo arbitrato papale, solo atto ad assicurarle tre cose: unità, indipendenza, e libertà civile, arbitrato legittimo da non poter essere avversato, perché riprodutture di dritto antico non estinto ma interrotto. Però predicava unione di animi, confederazione di prenci, e il Papa presidente d’una Italia confederata e forte. Del Tedesco padrone di Venezia e di Milano non dicea verbo.

L’idea avea di che abbagliare qualsivoglia popolo, non che l’italiano immaginoso; e lo stile frondoso, gonfio, luccicante, con torrenti d’erudizioni, ribadiva ad ogni capitolo l’idea stessa. Le astruserie Kantesche, con paroloni bui, rendendo possibili l’unioni di cose contrarie e disparate, servirono a far parer vero ogni paradosso, ad acconciar la storia alle idee preconcette, e a vestir di colori splendidi le magre dottrine. Pagine erano procedenti per argomentazioni, esagerate nelle premesse, oblique nelle medie, e false nelle conseguenze; pagine ipocrite a insidia, cui egli stesso presto con l’opere e co’ scritti smentì. Nonpertanto il libro divulgato in ogni paese, innalzato come miracolo di scienza e senno, avidamente letto, inebbriava i giovani, e fea tacere i vecchi. Il manto religioso acchetava le coscienze; quel non attentare a’ dritti, quella confederazione legale, quel papa presidente parean cose facili a fare, e buone e giuste.

Ma egli era carbonaro. L’anno dopo, cioè il 44, Cesare Balbo commentando il Gioberti, pubblicò le sue Speranze d’Italia; poi lo Azeglio fe’ altro commento a questo cemento, col libercolo Ultimi casi di Romagna; tutti a un fine.

14Il Nicolini.

Con lodi alla potestà regia e sacerdotale il Gioberti spingeva i Principi a esser fàbri di repubblica; e poco stante Giambattista Nicolini uscì in campo con acri versi, e a viso scoperto contro la potestà sacerdotale e principesca. Pubblicò una tragedia con forme romantiche, cioè alemanne e inglesi, intitolata Arnaldo da Brescia. Questo Arnaldo fu del duodecimo secolo, e forse frate, seguace di Pietro Abelardo, e più pervicace di esso. Menò vita fra trabalzi di rivoluzioni e di esilii; e più volte scacciato d’Italia, vi tornava sempre con l’aiuto de’ nemici de’ papi a danno de’ papi. Le sue dottrine furono condannate da S. Bernardo e dalla Chiesa, ma ei non si pentì come Abelardo, e predicò scismatico sino alla morte, ch’ebbe da Barbarossa imperatore. Molta età ignorato, né risquillò il nome sul finir del passato secolo, per rinfocolar l’ire contro Roma. Né fecero un eroe, e finsero morisse arso vivo per ordine di papa Adriano VI. Ultimamente il Niccolini mettelo in tragedia, e gli fa dire quanto si potea contro il Vaticano.

Il primato risvegliava l’idea guelfa, l’Arnaldo riuscitò l’ire ghibelline, quello percuoteva l’imperio, questo il papato; ambo fatti a evocar da’ sepolcri le sopite passioni che tanta età bruttarono questa patria; ambo favellando d’italiana grandezza, con rimembranze antiche, in opposta maniera spingevan la nazione. E la Giovine Italia plauditrice al concetto guelfo, molto più fraudi al concetto ghibellino, perché aspirava alla ruina del papato e dell’imperio insieme, dello scettro e dell’altare, e con doppiezza impudente si valse del guelfismo e del ghibellinismo per ingannar tutti. Mover voleva in quantunque modo le genti: diroccar la religione alzandola, abbattere i re blandendoli, pigliarsi l’Italia chiamandola a grandezza.

15. I fratelli Bandiera.

Fu sempre fatale che le ipocrisie degli scrittori avesser breve durata, né tardasser guari eglino stessi a sbugiardarsi. Il Gioberti non stette due anni a tenere addosso la insopportata divisa della religione e del dritto, ché presto cantò la palinodia.

Parendo disposta la materia, e pronta a pigliar fuoco, s’ordì nel 1814 vasta trama in tutta Italia. Il napolitano Giuseppe Ricciardi doveva assoldar Corsi, e sbarcar sulla spiaggia romana, i fuorusciti in Isvizzera avevano a invadere Piemonte e Lombardia, un Fabrizi con Italiani combattenti in Algeria dovea di là navigare in Sicilia, altri venir da Malta e da Corfù. Sin dai 1842 s’erano aggregati alla setta mazziniana tre giovani, cioè due figli d’un ammiraglio veneto servente l’Austria, Attilio ed Emilio Bandiera alfieri sulla fregata Bellona, e Domenico Moro luogotenente sull’Adria. Prima volevano tentare d’impadronirsi della fregata, e navigare a Messina a portarvi la rivoluzione, ma né spillò qualcosa, onde i congiuratori spauriti disertarono, Attilio fuggì a Siro, Emilio a Corfù, il Moro in maggio a Malta. Uniti tutti e tre a Corfù fur poco stante raggiunti colà da Niccola Ricciotti da Frosinone, mandato dal Mazzini a capitanar l’impresa, cui disegnavano allora volgere negli stati romani. Intanto su quest’isola preparavano uomini ed armi per lanciarsi ove il lontano maestro comandasse. Nelle nostre Calabrie, già rinomate per devozione al trono, la Giovine Italia aveva seminato i suoi, che stavan pronti a una levata. La polizia tedesca n’ebbe sentore, e ne avvisò i governi italiani.

I faziosi calabresi prematuramente a mezzo marzo accozzarono un cento uomini a prezzo, e al mattino del 15 entrarono in Cosenza gridando Costituzione e Italia. Affrontaronli i Gendarmi, e vi perì il capitano Galluppi (figlio del filosofo), ma i ribelli, perduti cinque morti e molti feriti, ruggirono. Poi presi, parecchi subiron lungo giudizio, e a 10 luglio venner dannati ventuno nel capo, tosto graziati, fuorché sette che passarono per le armi, e furono: Nicola Cariliano, Antonio Rao, Pietro Villacci, Giuseppe Cancodeca, Giuseppe Franzese, Santo Cesario, e Sanderbec Franzese. Intanto i Bandiera e il Moro avean radunati a Coriù molti profughi italiani, fra’ quali oltre il detto Ricciotti, Anacarsi Nardi modanese, un Corso Boccheciampi; e vi s’aggiunse un Boceastro, calabrese, fuggito allora pel fatto di Cosenza. Dubbiavano sul dove cominciar l’impresa; ma suolendo i giornali settarii prevenire i fatti con loro annunzii, avean rapportato non so quali altri sognati moti in Calabria; perlocché i Bandiera che li stavano aspettando, senza attender conferma, com’erano impazientissimi, subito la notte dopo il 12 giugno si misero in mare. Questa volta la gente rivoluzionaria andò vittima delle rivoluzionarie bugie. Posarono la sera del 16 su deserta spiaggia del Neto presso Cotrone, con soli diciannove compagni, per dar cominciamento al redimere l’Italia dagl’Italiani. Avean bandiere, divise militari, armi, munizioni, e proclamazioni stampate, sottoscritte Bandiera e Ricciotti; volsero ver Cosenza gridando repubblica una da Scilla ad Alpe, e chiamando il popolo a sollevamento. Cotesta idea di repubblica una, non più pensata, fu una maraviglia, e parve nuovissimo il caso. Peggio che favellarono linguaggio irreligioso, ingrato al paese: «Il papa ci scomunicherà, non importa; protestiamo di conoscere Dio meglio di lui, che sta fra’ sordidi interessi di dominazione temporale.» niuno lor si unì; e anzi i Calabresi risposero con schioppettate. Sembra che il Corso Boccheciampi, viste le cose andar male, disertasse dai compagni, e corresse a denunziarli a Cotrone. La sera del 18 vennero assaliti da certi paesani e qualche gendarme in agguato presso Belvedere Spinelli, lungi dalla spiaggia trenta miglia; e al mattino sondo stati spiati da’ contadini, fur circondati da una mano di guardia urbana e d’onore e paesani, raccolti in fretta dal giudice di S. Giovanni in Fiore. Nel conflitto caddero il profugo calabrese Boccastro, Giuseppe Miller milanese, e Giuseppe Tesci di Pesaro. Quattordici furono presi allora, e altri quattro ne’ dì seguenti. Due giorni dopo la cattura, Attilio scrisse al re ch’egli avrebbe voluto Italia una e repubblicana, ma ch’ove volesse essere sovrano costituzionale di tutta Italia, gli si darebbe anima e corpo. Il processo prese tempo, perché l’Austria dimandò l’estradizione di quei suoi sudditi quali disertori di guerra; il che fu negato dal re, per non mostrarsi d’Austria dipendente; laonde non prima del 23 luglio il fisco dimandò la morte per tutti. La Corte marziale condannò dodici nel capo, quattro raccomandò al sovrano. Il quale, allora in Sicilia, avria voluto far grazia a tutti, ma per la lettera del Bandiera invitantelo al regno d’Italia, ingenerati sospetti nelle potenze settentrionali, la grazia avrebbe i sospetti convalidati. Impertanto i due Bandiera, il Moro e altri cinque venner fucilati a Cosenza il mattino del 25; agli altri si commutaron le pene. Gli scrittori liberaleschi li lodano morti impenitenti, e che a’ sacerdoti rispondessero: «le loro opere raccomandarli a Dio meglio delle preghiere altrui: non voler perdonare all’infame Ferdinando; e se il potessero anche in altro mondo congiungerebbero contro i re.» Non so se quelli graziati perdonassero all’infame che li tenne in questo mondo. In Napoli fur sostenute nove persone, fra le quali Matteo de Augustinis, Mariano d’Ayala, Francesco Paolo Bozzelli e Carlo Poerio, che si gridavano innocenti allora. Stettero qualche mese a S. Elmo, liberati senza più. A Roma si arrestò il Galletti e qualche altro. Questi innocenti, trionfati poi nel 1848, vantarono loro reità.

Certo è rincrescevole veder per legge versato umano sangue; e anche è pietosa la misera fine de’ giovani Bandiera, che l’uno 55 e l’altro 25 anni contava; ma niuno dirà non giusta la punizione di stranieri venuti a portar la guerra civile in pacifico paese. Giusto saria stato maledire il Mazzini, instigatore di giovani a imprese fratricide; eppure quella punizione fu al Mazzini ed a’ suoi arma nuova contro i Principi, cui gridaron barbari e crudelissimi. Non era barbaro chi mandava a rovesciar le leggi, ma barbaro chi le faceva eseguire. Quei Bandiera subito predicati grandi, martiri, modelli di magnanimità. Ed ecco il Gioberti riescire in campo; e fa i prolegomeni, cioè una prefazione postuma al Primato, riuscita la palinodia di quello. Lancia filippiche veementissime contro i napolitani ministri, e mostra in qual guisa volesse la osservanza del dritto delle genti sostenitore dei legittimi sovrani; gitta la maschera conia quale avea sorriso al principato e al sacerdozio; maledice i Principi pe’ casi di Cosenza, e virulenti improperii scaglia ai Gesuiti, che non so come entrassero colla morte de’ Bandiera. Nel primato li lodava, ne’ prolegomeni li vituperava. Si sentiva già forte per inoltrata rivoluzione di spiriti, e cominciò a osteggiare la compagnia di Gesù, soldati della Chiesa, temuti avversarli. Con la veste religiosa corbellato avea il mondo; ora se ne spogliava. Anzi nel 1847 si nudò affatto con l’opera del Gesuita moderno, dove rattoppò quanto mai s’era scritto contro quest’ordine. Uomo da impiastrar volumi su’ più opposti principii, con abuso di raziocinio e di parole.

Intorno a’ Bandiera si piagnuculò a lungo. Pria dissero averli fatti venire il re stesso per ingiunzione dell’Austria; poi gl’Inglesi averli spinti, avvisato il re. Stamparono averne indarno chiesto la grazia un arciduca d’Austria, a dispetto di lui Ferdinando aver voluto quel macello; e chi ciò scriveva soggiungeva Ferdinando avrebbe voluto graziarli, impedisselo Austria con ordini perentorii; menzogne doppie contradittorie, per infamare. Maledizioni a Ferdinando, a’ giudici crudeli, a’ ministri spietati; barbari, ignoranti i Calabresi; raccapricciarne l’umanità. I nostri popolani percuotitori di stranieri turbatori di pace, avevano a portar rispetto al Mazzini, e alla repubblica una che non sapevan che si fosse, quasi venti uomini avesser dritto d’imporne ai milioni. Ma la propaganda rivoluzionaria con quei piagnistei volea rinfocolar gli animi. Vi scrissero libri sopra; celebrarono funerali; e anzi nel 1847 Pisa prima, e poi Ferrara cantaron messe funebri a’ Bandiera, presenti i Tedeschi, come racconterò.

16. Congressi di scienziati.

Da alquanti anni s’era messa l’usanza di congregare scienziati in qualche città d’Italia, dicevan per l’avanzamento del sapere, in fatto perché gli adepti della Giovine Italia confabulassero alla libera. I sovrani, sendo volonterosi di promuovere l’arti di pace, caddero nella pania, e permisero cotai congressi, che furono precursori di quei parlamenti che li avevano a scacciar di seggio. N’era stato promotore Carlo Bonaparte principe di Canino. Gregorio XVI come udì il nome di lui e del suo segretario Masi, prevedendo ove mirassero, non li volle a Roma, e vietò a’ dotti romani d’intervenirvi altrove. Lo stesso fe’ lo accorto duca di Modena. Ma eglino trovaron favore presso altri principi; e primo vi calò il Gran Duca di Toscana, che nel 1839 accolseli a Pisa, e nel 1841 a Firenze. Anche re Ferdinando, dopo che v’era caduto il Tedesco, vi sdrucciolò; ché Niccola Santangelo, ministro dell’Interno, vel pinse; e il re, forse per non dar esca al motto dell’avversar egli le scienze, aderì, e volle anzi fosse magnifica e graziosa l’accoglienza. Quel congresso, il settimo italiano, s’aperse in Napoli a 20 settembre 1845, presente Ferdinando, che pronunziò parole di maestà e sicurezza incitatrici di scienza. Tenner seduta nella sala mineralogica dell’Università seicento personaggi; dei quali molti erano ignoti, molti anche ignari dello scopo di tali chiacchierate, e molti eran notissimi rivoluzionarli. Il Santangelo, non so se sciente o addormito, fecero presidente, per rimertarlo. A ciascuno femmo dono di due volumi appositamente scritti, la Guida di Napoli; ebbero il palazzo Gesso per ricreamento serale, carrozze per salire al Vesuvio e visitare le reali delizie, un ballo a casa il ministro, e un altro ricchissimo alla reggia, nella gran sala aperta allora la prima volta. Festeggiarono il re con lodi sperticate, e l’Orioli il paragonò a Giove tonante trasformato in Giove pacifico.

Quale avanzamento s’avesser le scienze niuno seppe: la unione fu allargamento di speranze, opportunità di conferenze, promesse a propositi faziosi. Usciti appena, né pagarono i balli e i sorbetti con istampar vituperii di Napoli, si cominciando la guerra con le calunnie. Ma il nostro volgo aggiustò a quei scienziati nome di scoscienziati; perciocché la gente grossa non è illusa da parole rimbombanti, e con pratico senno motteggia le cose ridevoli o ree che a’ semi-savii paiono belle e gravi. Nulladimeno, con quel colore di scienza, fecero nove congressi alla fila: Pisa, Torino, Firenze, Padova, Lucca, Milano, Napoli, Genova e Venezia; col che sorge chiaro quanto mentissero accusando gli Stati d’Italia dello avversare il sapere umano. De’ congressi fu frutto il 1848, e la cacciata de’ principi mecenati: primo cacciato Leopoldo II Toscano, primo conceditore e celebrato liberale; che avea dato il libero scambio commerciale, e abolita la pena di morte. A Ferdinando Giove pacifico fecero le barricate. A Roma, entrati con le amnistie di Pio IX, gridaron repubblica. Carlo Bonaparte lasciato di presiedere a dotti, si mise presidente in Campidoglio. Raggiunto lo scopo con le fatte rivoluzioni, non fu mestieri più di congreghe dottrinarie, e per dodici anni non se ne parlò più. Fra l’altre pensate fu la proposta d’una lega doganale fra gli stati italiani, certamente utile agli interessi commerciali della popolazione; ma la volevano come cominciamento a fusione, per ravvicinar con quel contatto le idee e le speranze. Molto se ne parlò e scrisse; nondimeno sendo più trasparente l’insidia, i Principi non vi caddero. Per la ragione stessa fu proposto un concordato italiano per la proprietà letteraria, giustissima, perché la proprietà dell’ingegno, certo la più sacra di tutte le proprietà, è in demanio degli stampatori, che stampati di là da’ confini l’opere de’ dotti senza pagarle; ma qui surse appunto in Napoli il garbuglio; ché i nostri stampatori reclamarono, e la lite andò in consulta di stato. Difeseli lo avvocato Giacinto Galanti, allora creato del ministro Pietragatella (dappoi liberale) e la vinse, con più intrigo che giustizia. Era fatale che di tutte le trame settarie le più ingiustissime riuscissero. Del resto tutto quanto si proponeva a quel tempo con veste letteraria o scientifica eran congiure coperte. A Torino nel 1842 fu fondata e permessa un’Associazione agraria con comitati in tutte le città di quel regno, promotori il Cavur, il Valerio, e altri, dove sotto spezie d’economia campestre si preparava il 1848. A Casale s’istituirono Comizii agrarii; e là nella tornata del 30 agosto 47, il conte di Castagnetto ministro e confidente di Carlo Alberto, trapassando dall’agraria alla politica. nunzio che il suo re s’era gittate nella rivoluzione.

17. Il caro del grano.

L’anno 1846 scarso per ricolto in tutta Europa, neppur fu grasso fra noi, cosa da molto non avvenuta; e sendo uscite dal paese parecchie derrate, avemmo carezza in inverno. Subito fu vietata l’estrazione del frumento, e il re mosse per le provincie, beneficando, ordinando opere e provvedimenti da dar pane agli artegiani. Le popolazioni acclamavano il sovrano, e laceravano i ministri, lor davano colpa d’aver fatto uscir dal regno i grani; accusavanli di monopolio e arricchir col sangue de’ poveri. La setta mestò subito in quelli umori; e Romagna, Toscana, Modena, e Lombardia patiron tumulti e rapine; noi stemmo cheti. Ferdinando fece vender grani con perdita, e lenì le miserie de’ popoli. Per le Calabrie ne die’ il carico al Bonucci affittatore delle dogane; il quale invece di usare i danari a sollievo della gente bisognosa, ne fe’ arma di rivoluzione, come dirò.

In quest’anno avemmo nel reame Niccolò imperatore delle Russie; prima la imperatrice malata a Palermo, dove ricuperò la sanità, poi ambo a Napoli, accolti regalmente e a spese del re. Mandò poi Niccolò due bei gruppi colossali equestri di bronzo, che fur messi all’entrata del nuovo giardino, fatto a settentrione della reggia.

18. Pio IX, e l’amnistia.

Preparatissima a commovimenti era l’Italia, quando per morte di Gregorio, saliva alla cattedra di S. Pietro, a 16 giugno 1846, Giovanni Maria Mastai Ferretti, nato a Sinigaglia nel 1792, il quale prese nome Pio IX. Se negli altri principi s’odiava la potestà, nel Papa s’odiava la potestà e la Fede. Lo stato della chiesa all’uscita de’ Francesi nel 1814, vietato l’introdotto codice Napoleone, riprese sue leggi sino a Gregorio XVI, che die’ altro codice. Per questo e per l’amministrare de’ preti si faceva rumore, quasi i preti non fossero uomini; eppure nel 1846 lo stato papale avea 5282 uffiziali pubblici, de’ quali n’eran laici 5019; sicché prelati eran soli 253; nondimeno era motto d’ordine il gridar contro il pretume. Appunto per la mansuetudine del governare, s’eran fatti moti ribelli nel 1831, nel 43 e nel 45; e quando morto Gregorio i cardinali stavano in conclave, le Romagne mandar petizioni chiedendo riforme; ma i deputati arrivarono che già s’era eletto il papa. Pio IX sin da’ primi dì messo l’animo ad appagare le dimando giuste, unì in segreto concistoro il Sacro Collegio, per parere, sur un perdono generale di colpe di stato. È fama la maggioranza avvisasse pel no, notando i pericoli della concessione in quei concitamenti di animi; ma ei sollecitato dal cuor suo, die’ a 17 luglio il decreto d’amnistia, a patto i perdonati giurassero sull’onore che in nessun modo e in niun tempo abuserebbero della grazia tornando a fellonia. Tutti, salvo Terenzio Mamiani, giurarono. E ritornarono in Italia due o tre mila sitibondi faziosi.

19. Festeggiamenti.

Allora fu facile eseguire il motto trovato dall’Azeglio del far la rivoluzione senza guerra, con le mani in tasca. Giusta le prescrizioni del Mazzini scoppiarono plausi infiniti a Pio IX; a Pio IX, non al papa, che all’uomo, non al santo vicario di Dio significavano incensare. Riprodussero in cento maniere il decreto, su carte, su pergamene, su drappi e fazzoletti; celebraronlo con prose e versi in tutte lingue, con dipinti e bulini, con medaglie e accademie. Festeggiaronlo per plaudire a vera pace i padri Gesuiti. Le donne vedevi co’ colori papalini; giallo e bianco sugli arazzi, per le finestre, nelle vie, su’ tetti, in petto a ogni persona. Inni, canti, balli, battimani, conviti, girandole, fuochi, ghirlande, luminarie, dipinti trasparenti, archi di trionfo, scenici ludi, facevan della gioia un delirio. Il popolo seguitava la festa. Non cavalli, ma braccia umane traevan la carrozza di Pio, dovunque andasse era fra l’esultanza. Durò due anni l’allegrezza, sinché la rivoluzione maturò.

I festeggiatori avean direzioni, capi ed esecutori disegnali. Famoso fu Angelo Brunetti soprannominato Ciceruacchio, fienaiuolo e bettoliere, già fazioso noto nel 1837, quando valutasi del colera avea con altri tentalo mover Roma, ora guidatore di bassa marmaglia, per questa lodato, e altresì qual poeta di versi politici improvvisi. Dettavano, e pingevano iscrizioni insidiose; cucivan bandiere e nastri significativi, designavan le vie, il tempo, il modo. I profughi ritornati avean parte delle ovazioni, per mostrarli modelli onorati. Sforzavansi a dar nelle fantasie, avvezzare il popolo al rumoreggiare, al ragunarsi, al discuter cose governative; però intanto circoli segreti e palesi, giornali e oratori a discuter con la stampa e la parola i fatti pubblici, a suggerirli, a disapprovarli, a farli imprendere o mutare. Già eran padroni; e nel rumor delle feste ruminavan gli assassinii.

Il Mazzini intanto, per ricordare i doveri agli adepti suoi, in ottobre di quello stesso anno 1846, mandava scritto così: «Il cammino del genere umano è sempre tracciato da ruine; chi teme le ruine non comprende la vita. L’Italia oggi deve uscire dalla sua prigione, rompere i legami dei papi e degl’imperatori; e purché si compiano suoi destini corran pure numi di sangue, le città si rovescino Fune sulle altre, e battaglie ad incendii, incendii a battaglie succedano. Non importa! Se l’Italia non dev’esser nostra, val meglio preparare la distruzione, e tale che ogni disfatta sia catastrofe finale. Però esortiamo popoli e soldati a eseguir questo disegno, che nessuna città si lasci ritta al vincitore, e ch’esso trovi morte ad ogni passo. In tal guerra non si ceda, si distrugga. Sarà terribile; tutta la vita d’un popolo non sarà che un’opera di rivoluzione. Combattiamo dunque, e sterminiamo…» Così questo Maometto del socialismo si lascia addietro gli Attila e i Genserichi, gridando civiltà e progresso. E i nostri governanti credevan sapienza il sopprimer coteste infamie, che rese pubbliche avriano a molti dissuggellati gli occhi.

Pio IX procedendo senza sospetto voleva il bene vero, riforme amministrative e giudiziarie, secondo già altre parti d’Italia, e soprattutto Napoli s’avevano; spinta alla istruzione popolare, riordinamento a’ tribunali, giureconsulti a studiar codici, strade ferrate, asili d’infanzia, leggi di stampa larghe, giunte al municipio romano, consulte di stato, consigli di province, e simiglianti. Sempre sulle udienze, non tralasciava modo da migliorare i sudditi. Il Mazzini stesso osò in settembre 1847 scrivergli lodandolo del fatto, e sospingendolo a fare. Le cose romane avean nomea fuori; e anche la porta ottomana, anche la lontana repubblica dell’Equatore mandavano ambasciatori.

20. Sospetti dei principi Italiani.

Carlo Alberto a quel rumorio risentì le viete velleità carbonaresche, e parvegli scorno o danno a restar fermo, gli si ridestarono le fantasie della corona italica profetategli dal Mazzini; e voglioloso di trarre a Torino quell’indirizzo rivoluzionano e farla al papa, si gittò nell’arringo, e permise cose nuove, associazioni politiche, giornali faziosi, e stampa iniqua. Diffidenti di esso gli altri principi italiani, veggendo tanto festeggiare riforme già attuate in altri paesi senza festa, e udendo subito quà e là negli stati loro, dove quelle riforme erano in alto, levarsi voci maggiori, entrarono in sospetto, e pregarono il papa non sopportasse che a nome suo surgesser clamori per mutazioni, che concedute riunirebbero i troni. Rispose alzar egli la condizione civile de’ romagnoli, non volere né poter concedere altra libertà; purgare il paese dalle male usanze e vecchie; porre la stessa legge civile che tutta Italia si godeva. Male interpetrarsi l’animo suo, ma non perciò ritrarrebbe il piè dall’incominciato bene, o userebbe rigore: poter più dolcezza che violenza; egli fidare nella gratitudine dei beneficati. E avria ben fidato, se non era la setta. Questa esaurita l’ipocrisia, sollecitò il compimento, e copiò nell’alta Italia le feste romane, instigatrici a’ principi di far lega secondo la teoria Giobertina. Predicava concordia fra popoli e sovrani, progredimento, fratellanza, patria, uguaglianza e giustizia; parole allettatrici che fean seguito e rumore. Presto il domandare parve voto universale, bisogno di tempi maturi.

fonte

https://www.eleaml.org/ne/margotti/1868-DE-SIVO-Storia-delle-due-Sicilie-dal-1847-al-1861-AA-2025.html#LIBRO_TERZO

Submit a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.