Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (VIII)
21. Commemorazione del 10 dicembre 1746.
Accanto al viva al papa cominciò il morte all’Austria. A Milano sulle muraglie si trovava: Viva Pio IX, morte a’ Tedeschi. Genova repubblica soleva festeggiare il 10 dicembre, commemorativa della cacciata de’ Tedeschi da quella città nel 1746; e come compievano i cento anni, venne acconcio il rifarne l’antica festa. Alle ore otto del mattino adunalo popolo in piazza, con lunghe bandiere, armi ligure e bande civiche, procedettero per le vie, in ordine, cantando inni,sparando mortaretti sino al santuario; dove un abate boria in vesti pontificali li benediva; indi in Portoria, fermati sulla lapide memorabile, rifacevan viva ed inni sino a sera, con luminarie, e senza opposizione di potestà.
Il re venuto a Genova per onorare il Gran Duca Toscano itovi a caso, presagendo la faccenda se n’era qualche giorno avanti tornato a Torino; sicché lasciò Leopoldo a veder quella scena che accennava a guerra alla sua casa d’Austria. Vienna fece note diplomatiche; Torino rispose con esultanze e banchetti. Colà i giornali aveano alzato il capo, i teatri mettevano in iscena preti e gesuiti, i torchi stampavano libri rivoluzionarii; tutto sonava guerra a’ Tedeschi. Toscana con luminarie fece eco a celebrare il 10 dicembre: Roma ebbe qualche scritta ai cantoni poco avvertita. La cacciata de’ Tedeschi del 1746 fu a pro delle armi Borboniche di Francia e Spagna e Napoli; ma questa festa centenaria significava meno insultare i Tedeschi che scacciare i Borboni.
22. Tumulti italiani.
Milano, malgrado l’Austriaco presente, pur fe’ qualche cosa. La sera del 28 dicembre 1846 celebrarono il funerale a un Federigo Gonfalonieri già per fellonia carcerato nello Spielberg; e volevano elevargli tumolo di marmo, cui vietò il governo. Dettero inoltre feste da ballo, dove non vollero né un solo Tedesco, a posta per mostrar antipatia nazionale. Firenze ebbe fuoco maggioro: non eran più buone le celebrate leggi Leopoldine; il Gran Duca, non più modello di principi, avea vituperii; si gridava per sistema Riforme, Riforme! Fecero banchetti a Massimo d’Azeglio ch’avea scritto l’opuscolo da far la rivoluzione con le mani in tasca; e mentre la potestà mandavalo via, gli scolari di Pisa col professore Montanelli correan sulla via di ferro a Pontedera a fargli ovazioni. Per contrario giunto l’arciduca austriaco Ferdinando d’Este a Pisa, insultaronlo con imprecazioni sotto le finestre; e al mattino lo accompagnaron coi fischi sin fuori la città. In tanta debolezza quel Gran Duca fu il primo a calarsi a concessioni. A 7 maggio 1847 die’ un decreto sulla stampa, permettente il sindacar le leggi pubblicate, il che fu alterazione al suo mite principato. Subito plausi infiniti. Eppure il decreto parve magro a Livorno; e vennero a zuffa chi voleva e chi non voleva far festa; lo stesso a Pisa e a Siena.
Per tal borboglio plateale, quel governo con ordinanza ricordò gli adunamenti popolari esser proibiti; ma levatasi burbanzosa la stampa, la già civile Toscana vide ineseguiti i decreti sovrani, la potestà scemar di forza e opinione, e i festeggiamenti vietati seguir più fragorosi. Anzi fur tumultuosi a Livorno, più a Lucca, e peggio a Parma; dove bisognò la soldatesca menasse le mani. In Firenze le feste andar sospese, per nuova che quei del borgo l’avrebbero guastate armata mano; e di fatto una sera corse sangue.
Ma in Roma stufi di festeggiare procedettero a cose maggiori. Domandarono Guardia civica; Posteggiava il cardinal Gizzi segretario di stato; nondimeno il padre Ventura, Teatino Siciliano, sospinse il pontefice a concederla il 5 luglio 1847; e il Gizzi si dimise. Che dimostrazioni di gioia! la stampa dettò pagine caldissime. Volevan l’arme, e il governo andava lento. A un tratto il 15 di quel mese esce una voce, come i retrogradi amatori del governo di papa Gregorio tentassero un colpo di stato per tornare all’antico. Ciceruacchio grida d’una congiura preparata dai colonnelli Freddi e Nardoni, da monsignor Grassellini governatore di Roma, dal cardinal Lambruschini e da altri contro Pio IX! Ecco sulle cantonate liste di proscrizioni; laonde popolani in armi alla cerca di tai proscritti scorazzare in ogni patte; la civica dimandar arme in furia, e averle sul fatto. Lo scopo era conseguito. I supposti rei di tanta congiura, altri arrestati, altri presentati in giudizio, dopo molti mesi uscirono innocenti, il Grasselli riparò a Napoli, il Lambruschini a Civitavecchia, sua sede vescovile. La guardia civica condotta dai più settarii come fu armata lavorò a corrompere le milizie, e anche i Carabinieri pria tenuti in uggia. Armarono altresì fanciulli, e né fecero un battaglione, detto della speranza; cioè la speranza della rivoluzione. Pio IX inerme stava nelle mani loro.
Il nuovo segretario di stato cardinal Ferretti tentò placar gli animi con una proclamazione; ma surse altro grido come i gesuiti nascondessero armi e congiuratori. Corrono in massa con soldati e carabinieri, accerchian la casa, non trovan nulla, e chetan rabbiosi. Indi sospetti di congiure per tutta Romagna. Rimini, Rieti, Spoleto, Civitavecchia, Cesena, Bologna, Forlì ed altre città s’han travagli ed uccisioni. E in Toscana per far feste a Dio, in ringraziamento d’aver salvato Pio IX dalla congiura, risuscitano tumulti nuovi.
23. Prime brighe co’ Tedeschi.
L’Austria dal trattato di Vienna ebbe facoltà di tener presidii nei forti a Piacenza, Comacchio; e Ferrara; e benché allora il Papa signore di queste due ultime città protestasse, nulla ottenne. Né giorni tranquilli vi tenea pochi soldati, ma visto il tempo nero il general Radetzky rafforzò Ferrara d’ottocento Croati, pochi Ungari a cavallo e tre cannoni, i quali giunti a 17 luglio 1847 si ridussero alle caserme che insieme alla cittadella sin dal 1815 avean nelle mani. Il Cardinal Chiacchi legato protestò per quell’aumento. Inoltre i Ferraresi, a offendere quei stranieri, pompeggiarono un funerale in S. Sebastiano a’ fratelli Bandiera, disertori d’Austria; ciò sugli occhi de’ Tedeschi presenti. Si querelò il comandante, e il legato rispose non potersi impedire le preci pe’ trapassati; perlocché inciprigniti gli animi, seguir chiassi e brighe fra soldati e cittadini; onde uscirono pattuglie per le vie, e i paesani a cercar arme, e a porsi di sentinella alle prigioni; sinché il Radetzki, il 13 agosto, fe’ occupare la gran guardia e le porte della città murata.
Per Romagna fu un gridar battaglia; e prima Bologna, poi tutte le città dello Stato volsero indirizzi al papa invitandolo a guerra d’indipendenza. Si armavano, si confortavano, raccoglievano danari, facevano esercizi! militari; e fidanti nel soccorso piemontese, volean che Pio, nuovo Giulio II, con baionette e cannoni, a capo di popolo e di milizie scacciasse il Tedesco da Ferrara. Da prima il papa tacque,poi,temente l’entusiasmo straripasse, fece intendere gradire le profferte de’ sudditi, ma volerli cheti, e fidanti nel giusto. La voce di Pio IX tanto riverita, non garbava con quel suono pacifico, già cominciava ad essere superflua, già si sentivan gagliardi da andar soli alla meta. Allora lo stato romano era un caos, dove la mano sola di Dio poteva spartir le tenebre dalla luce. Ma la setta voleva un Dio suo; esclamò forte, e ottenne tornasse Terenzio Mamiani, stato esule sedici anni, che avea voluto giurar di star cheto, però ricevuto a Roma ovante. come pubblica felicità.
24. Guardia civica e festa federale in Toscana.
Similmente lo ingrossar de’ Tedeschi a Ferrara fu pretesto in Toscana a nuovi passi. In Lucca, ov’era il Duca Borbone, fievole signore, fu ribellione aperta, si vollero le riforme fiorentine eia Guardia Civica. Allora lui misero in cielo; né mai fu più celebralo principe di quel Duca, già tanti anni gridato da esso loro tiranno. Firenze vistosi porre il piè innanzi da Lucca, non aspettò più. Livorno tumultua, manda deputati; questi giunti di notte sveglian dal sonno il ministro, e mandante in sul botto alla reggia, perché la guardia civica s’approvasse pria dell’alba; carpitala, risfavillan le feste; e se Italia con dieci Battaglie avesse scacciati Tedeschi, Francesi e Inglesi fuor dalle alpi e dall’isole, non avrebbe potuto con più baldoria tanto gran fatto come quel della civica celebrare. Tutte città toscane nonché Livorno e Pisa, fecer gara di festeggiamenti, e di laudazioni al Gran Duca; e frattanto si sventolavano per la prima volta bandiere co’ tre colori della già repubblica cisalpina.
Di poi a 12 settembre celebrarono a Firenze una festa federale italiana, ove intervennero con loro civiche bandiere tutti i gonfalonieri, e le deputazioni della città, dei ducato, e anco rappresentanti degli altri stati italiani. I soli Siciliani mancarono, chè dissero avere il tutto per la non ancora scossa tirannide; ma vi comparve lo stendardo messo a bruno. In tanto tripudio solo re imprecato fu Ferdinando nostro, ch’era fermo sul trono, plauditi oltre misura Pio IX, Carlo Alberto, Leopoldo, e Carlo di Lucca, perché ire quelle lusingherie stavan per dare il crollo.
25. Lord Mintho.
Sotto v’era la mano inglese. Già Luigi Filippo di Francia, per fermar Io interesse orleanista, avea dalla rivoluzione de’ Belgi tratto un trono belgico, ma con sua figlia regina. Ora sposando suo figlio duca di Montpensier all’infanta spagnuola D. Luisa, avea gran dote e speranza d’un futuro nipote a re di Spagna. Col tempo potevano tre orleanisti regnare a Parigi, a Madrid e nel Belgio. L’Inghilterra forte avversò questo matrimonio, e vistolo fatto arse d’ira. Mirava Francia potente nel Belgio e in Ispagna, con un piè in Algeria, e parata a spander protezione in Italia accennante a confederazione, e quindi a formazione di potenza marittima da collegarsi con essa. Reggeva il ministero Britanno Lord Palmerston, uomo graduato in alto ne’ Massoni, gran pregiatore d’utilità materiale, siccome quella che per sé sola gli par bella e giusta, ei venne nel proposito d’accomunar lo interesse inglese col settario, e sbizzarire le italiche passioni, acciò calasse in fondo la italiana crescente prosperità. Italia rovinata sarebbe peso non aiuto a Francia, onde lavorò a guastar l’indirizzo della confederazione dei Principi che l’avria fatta forte. Agl’interessi inglesi aggiungi l’ire scismatiche contro Roma. Convenivagli altresì infiacchir l’Austria, e usurparle la preponderanza in Italia. Or come quella poteva co’ Principi, egli si mise co’ sudditi, e gl’istigò contro i governi, per intervenir fra le lotte in sembianza di protettore degli uni e degli altri. Disse a’ faziosi d’Italia poter eglino più sperare da Londra che da Parigi, dover levar gli animi a cose maggiori; e com’egli già da più anni ospitava e accarezzava il Mazzini e i suoi, li ebbe di leggieri, ché a costoro fievoli e dispregiati parve toccar col dito il cielo a vedersi sorretti dalla possente Inghilterra. Questa inoltre mirava più alto, cioè all’abbattere i Borboni, a evocar nuovi imperii che più de’ legittimi re stessero devoti alle ingiunzioni britanne. Primo principio la guerra civile in Italia.
Era membro del ministero un Gilbert Ellist Murray conte Mintho, nato a Lione nel 1782, di casa scozzese, elevata nel 1797 alla paria. Entrato nella camera de’ Lordi nel 1814, non ebbe pe’ suoi principii esaltati uffizio pubblico, se non quando i suoi consettarii ascesero al seggio. Allora fu due anni ambasciatore a Berlino, poi stette nel ministero Melbourn come Lord dell’ammiragliato sino al 1841, e dopo cinque anni entrò nel ministero Russell. A costui amico d’ogni setta, e nemico accerrimo di Santa Chiesa, die’ il Palmerston in settembre 1847 il carico segreto di scorrere la penisola a seminarvi la sollevazione. L’Italia visitata di continuo da stranieri ammiratori de’ suoi monumenti, non aveva a maravigliare delle visite d’un ministro di governo amico di tutti i principi suoi. Ma fu maraviglia quel subito celebrarlo, uscito in tutte parti come magico incanto, quel buccinarsi misterioso d’un ricco Lord, già ignoto, predicato a un tratto filantropo, soccorritore, amatore d’Italia, quell’eccheggiarne il nome in città e villaggi quasi nuovo Messia, beneficatole dell’umana razza, più maraviglia udir benefizii inglesi sì rari nella storia, rarissimi qui, dove, e in Sicilia sopratutto, eran tristi ricordi delle gratuite protezioni Brittanne. E Lord Mintho detto il Pacificatore, con semi-uffiziale dignità, organo potente d’anarchia, enne a favellarne di civiltà, di socialità, di nazionalità, di progresso, di maturità di tempi e redenzione; incitava a rivoluzione; prometteva arme, munizioni ed aiuti; e con tal esca e con l’altra più sonora delle lire sterline poneva tutte passioni in subuglio: pacificava cosi.
Senza dir mai ai governi italiani quali missioni s’avesse, non faceva che affratellarsi co’ notissimi spasimanti di ribellioni in ogni città. I Mazziniani prima che arrivasse annunziavanlo con pompa d’elogi; arrivato, gli si ponean di costa, e guidavanlo. Prima di giungere a Roma, lo Sterbini né diè alta nuova nel suo giornale il Contemporaneo. Giunto, tutto quanto in Roma era rivoluzionario cors’egli alla porta e sotto le finestre, con ovazioni e cantate; ed ei s’affacciava, salutava, ringraziava, e andava spesso al circolo romano dello Sterbini a rimestarvi le fiamme. Solo al Papa non andò, benché stesse in mezzo a’ plauditori di Pio IX. Suoi amici erano il Canini, Luigi Massi, lo Sterbini, e Ciceruacchio; questo gli fu fatto conoscere dall’Azeglio; ed ei con esso a braccetto per le strade, con esso gridava Viva l’Italia. E la sera del 15 novembre, festeggiandosi la conceduta consulta di stato, sendo egli co’ consultori nel teatro Apollo, accolse il Ciceruacchio nel palchetto. Gli fe’ presente d’un libercolo di canti del Macaulay sull’antica Roma, cui scrisse su di sua mano certi versi in lode della libertà e di esso tavernaio; che fur questi:
These be but tales of the olden da.
The patriot Bard shall now his la.
Of charming freedom pour.
And Rome’s fair annals bid the fam.
Of Ciceruacchio s’humble carn.
In deathless honour soar.
Mintho
E l’Azeglio così li traduceva a margine.
«Sono soltanto racconti di una età passata. Ora il poeta patriota può salutare la libertà che risorge; e gli annali di Roma spargeranno la fama dell’umile nome di Ciceruacchio cinto di gloria immortale. Massimo d’Azeglio.»
In tal guisa la setta congiungeva un bettoliere, un Lord ministro d’Inghilterra, e il futuro presidente di ministero sardo. A tanto bassa adulazione scese l’orgoglio brittanno per ruinar la nostra patria.
26. Il libello della protesta.
Mentre Roma, Toscana e Piemonte commediavan riforme, Napoli dove simiglianti riforme eran già senza plausi da quarantanni fatte, non avea che festeggiare. Noi senza stranieri, noi governo patrio, leggi libere speciali e generali, noi prosperità, esercito forte, marina numerosa, guardie civiche armate a piè e a cavallo avevamo. Ma con queste cose era ordine e pace, il che pareva un controsenso a chi quelle cose voleva per muover subugli. Pertanto invece di plausi qui furono accuse: il reame doveva essere atteggiato a vittima di tirannia. In luglio 1847 furon compilati nei segreti conciliaboli de’ congiuratori in Napoli due libelli: uno chiedente riforme, il quale restò sprezzato e inavvertito; l’altro fu una certa diatriba contro il re e i reali, intitolato Protesta de’ popoli delle Sicilie; il quale esagerati gli errori dell’amministrazione, e i falli de’ governanti, spruzzava contumelie abiette a persone alte; e conchiudeva invocando e promettendo ferro e fuoco. Sendo vere in parte le accuse, credute eran tutte, e si guadagnavan avidi lettori. La polizia in sospetto di peggio carcerò molti creduti complici: Carlo Poerio, Mariano Ayala, Domenico Mauro, e Francesco Trinchera. Luigi Settembrini, già maestro del liceo di Catanzaro, campò su nave inglese a Malta, e là se ne dichiarò autore, per iscagionar gli altri. Cotai libercoli, primo passo della rivoluzione, furono segno di star già nel reame una congiura ordinata. Il re volle visitar le provincie; v’andò a mezzo aprile, vi girò più mesi; se non che in quel mentre venuta in Napoli Maria Cristina regina vedova di Spagna appunto per parlargli, fu voce (credo verace) che Ferdinando si partisse per non vedere quella sorella motrice delle rivoluzioni spagnuole. Dappoi a 13 agosto il re con atto sovrano ricordò sue promesse allo ascendere al trono, e come le adempisse, i debiti tolti, le tasse scemate, e ordinava che dal 1° gennaio 1848 si diminuissero due milioni di annue imposte, cioè abolito il dazio del macino sul continente, minorato in Sicilia, minorato d’un terzo quello del sale, e pur quello su’ vini d’entrata al continente. Ma la rivoluzione voleva altro che sale e macino. Ha stampato il La Masa che in luglio dodici Siciliani congiurassero per uccidere il re, e in novembre pur si buccinò di altra trama per assassinarlo il 2 in una chiesa di Portici, onde vennero arrestati certi studenti. La protesta accennava a fatti di sangue; e i fatti cominciarono sul cader di agosto.
21. Prime sollevazioni Calabre e Messinesi.
Dissi il re aver ordinato al Bonucci fittaiuolo delle dogane di comprar frumento per venderne a buon mercato alle popolazioni bisognose per la carestia de’ grani. Ei fidò tal carico a un suo creato Domenico Romeo di S. Stefano presso Reggio, mazziniano, che già con divisa d’uffiziale di dogana scorrea qualche tempo le Calabrie, e v’avea tessuto la cospirazione. Questi e il Bonucci volsero la beneficenza regia contro il re stesso, venderono il fromento, e tennero il denaro per pagar la rivoltarla quale aspettavano simultanea in tutto il regno. Quei di Catanzaro e Cosenza avean di segreto dichiarato non esser pronti; ma il Romeo, forse spinto dal comitato di Napoli, o dal Mazzini, o che temesse essere scoperto, o restituire il denaro del grano, avventurò la levata, che scoppiò quasi a un tempo a Reggio e a Messina. Quivi dovevano sollevarsi a 15 agosto, per far numero con la gente del contado accorrente alla Madonna; ma a quei giorni il re, viaggiando per le provincie, fu a Messina ed a Reggio; dove largì pur grazie a molti, spezialmente ad Antonino Plutino ch’era in carcere, e gliela fe’ per supplica del fratello Agostino sergente delle Guardie d’onore. Corsero anzi entrambi a baciargli la mano in mezzo la piazza, promettendo viver quieti; i quali due furon de’ primi a ribellarsi dopo quindici giorni. Per questa ragion del viaggio i congiurati tardarono la mossa sino a settembre.
Prima a Messina all’uno del mese certo Pracanica conciatore di pelli, accozzati da trecento disperati su pe’ monti, entrò in città per porta S. Leo, con bandiere a tre colori, chiamando il popolo a libertà. Ciascuno si fuggi in casa, e serrò l’uscio. Eglino si misero avanti al palazzo senatorio, sperando cogliervi il generale Laudi e altri uffiziali del presidio, colà a posta convitati e mensa; ma questi avvisati a tempo se n’eran ritratti. Fallito il colpo, mentre i congiuratori s’allenavan cercando compagni e armi, sopraggiungeva una compagnia di cacciatori che li sparpagliò; poi tornarono per altre vie alla zuffa; ma non la potendo spuntare, riguadagnaron le porte, a rifugio per la campagna. Morti restaron pochi d’ambo le parti; e vi fu ferito il colonnello Busacca, in quella che in carrozza accorreva a’ suoi. Nella vicina Calabria sendo connivente il Zerbi funzionante da intendente, il capitano de’ Gendarmi e altri uffiziali, benché fossesi lor rapportato della rivolta imminente, non provvidero; perlocché Domenico Romeo senza tema potè unire a S. Stefano un po’ di gente perduta. Poi a Reggio, dove erano sol due compagnie di fanti e pochi gendarmi, cominciano a 2 settembre tredici persone uscite dalla casa del Canonico Paolo Pellicano, a gridar Pio IX, Italia e Costituzione, uniscesi ad essi un Pietro Mileti misero maestro di scherma con seguaci, e poscia chiamato arriva Domenico Romeo con altri due fratelli suoi da S. Stefano con men d’ottanta uomini e male armati. Gli vanno incontro Antonino e Agostino Plutino, Federico Genovesi, Domenico Muratori, Antonio Cimino, Casimiro de Lieto ed altri. Corsero la città con alla testa un diacono Antonio Suraci, avente in fronte scritto Pio IX, con nella manca un crocifisso, e una pistola nella destra, gridando libertà. Il Romeo alla prima assale le carceri, opprime i pochi gendarmi, e le sfonda; la dimane intima la resa al castello dove s’era chiuso co’ fanti il principe d’Aci, che senza pugna, invitito posa l’arme. Il Romeo allora piglia il denaro della cassa provinciale, sforza il vescovo a benedir la bandiera, e piantala sulla torre; poi scacciate le regie potestà civili, fa un governo provvisorio di sette persone con a capo il canonico Pellicano. E stampano un programma proclamante la costituzione del 1820. con in fine: Viva l’Indipendenza italiana eia libertà! Un giovinetto Michele Bella lo stesso di corse a propagare la rivoluzione nel distretto di Geraci; s’univa a Bianco con Domenico Salvatore, vi chiamava Rocco Verducci e la sua gente da Caraffa, e Pietro Mazzoni con altri da Roccella. Il sottintendente Buonafede misesi in barca con un uffiziale e tre gendarmi 1)er accorrere a Bianco, ma il Bello e il Verducci itigli incontro, per mare o presero. Indi a Bovalino, trovato con altra gente un Gaetano Ruffo, cantarono il Te Deum; il 5 giunsero a Siderno, la dimane a Roccella. Volevano assalire Gerace, ma i cittadini atteggiati a difesa li fecero retrocedere.
28. Presto domate e lamentate.
Il telegrafo segnalò il fatto la sera stessa del 2, e il tre mossero da Napoli soldati: un reggimento di fanti, un battaglione cacciatori, e due cannoni su due fregate, il Ruggiero col capitano Leopoldo Del Re, e il Guiscardo col capitano Antonio Bracco. Appena giunti ebbero una deputazione da Reggio invitantili a pigliar terra per discacciare i ribelli; ma il Del Re non ben fidando in essi, tenneli a bada e tirò a Reggio dove finse tentare lo sbarco in luogo vicino, passando abbatté con una cannonata la bandiera de’ tre colori; e quando ebbe fatto accorrere gli avversarii sul minacciato sito, disperseli con pochi colpi, e girò le prue per isbarcar i soldati al vicino villaggio Pentimele luogo aperto, come a salvamano gli riesci. In quella il capitano de’ gendarmi che s’era unito a’ faziosi, vista la cosa andar male, trasse un colpo al Romeo, che noi colse, ma incontanente esso fu spento da seguaci di lui. Costoro non osando combattere, fuggirono in disordine alla città; indi, pe’ monti e per le spiagge a Staiti, perseguitati dal Tenente colonnello De Cornè. Sull’altra Calabria sbarcò con duemila uomini il brigadiere Ferdinando Nunziante; e aiutato dalle Guardie Urbane, s’avanzò per Gerace sopra Staiti; dove il Romeo veggendosi stretto da esso e dal Cornè, fe’ sbandare i suoi. Gli altri ribelli a Roccella si dispersero la sera del 6, liberato il sottintendente Buonafede; quindi il Nunziante giunse senza colpo a Gerace il 9, poi a Staiti; e mandò soldati ed Urbani appresso a’ fuggitivi per le balze d’Aspromonte e nelle Sile. Domenico Romeo fu colto in una capanna dagli Urbani di Pedavali e Seido co’ capi Carbone e Ruffo; si difese, ed uccise un Urbano, poi esso cadde morto. Altri si presentarono, e fra essi i fratelli superstiti del Romeo, il Mazzone ed altri; dugento vennero presi. Bentosto una commissione militare a Gerace sentenziò Michele Bello, Pietro Mazzone, Gaetano Ruffo, Domenico Salvatore e Rocco Verducci, poi fucilati a 2 ottobre. Altra commissione a Reggio in novembre molti a prigionia, quattordici a morte condannò, de’ quali morirono sol quattro; al resto il re fe’ grazia, e fra essi il Pellicano e i fratelli Romeo. E a 17 novembre ordinò che cessando le commissioni militari, i rei scritti nei ruoli de’ banditi fossero giudicati da Corti speciali; per gli altri abolito ogni procedimento penale; a qualunque sentenza capitale si sospendesse l’esecuzione. Di fatto in quel mese fe’ grazia del capo ad altri tre. Le stesse prescrizioni e grazie corsero per Messina, dove un solo, Giuseppe Sciva calzolaio, subì la morte. I graziati furono quelli appunto che prepararono ed eseguirono le rivoluzioni del 18 e del 1860.
I giornali della setta stampavan racconti maravigliosi in Italia, in Francia e in Inghilterra, come la rivoluzione Calabra fosse universale sull’appennino, e come negli scontri vincesse i Regi e uccidesse generali e soldati. Poi quando non poterono più stravolgere il vero, voltaron verso strepitarono alla rovescia, con improperii in capo a’ vincitori. Ferdinando tiranno, spietatissimi i ministri, scherani, croati i soldati, fratricide le Guardie Urbane, bombardatorino il conte d’Aquila (che nulla avea fatto), e immanissimo il Nunziante; mostro, sanfedista, degno dell’abhominio dei posteri. Inventarongli ch’ei promettendo grazia inducesse a presentazione il Mazzone, e presentato il fucilasse; mandasse i condannati al supplizio prima del tempo dato dalla legge, e altre menzogne. Invece il generale per quei cinque avea chiesto a Napoli la grazia, che non venne. Cotali accuse eran dardi a disegno contro gli uomini fidi al dovere, per isconvolgere l’opinione del dritto, e col rombo delle contumelie ispaventare gli uffizioli del governo. Per contrario santificavano i ribelli percossi; questi promotori di civiltà, redentori della patria, martiri di libertà, beati d’aver dato le vite per causa santa. Maraviglia fu che il Del Carretto stato già liberale, vedendo la tempesta vicina, volea riamicarsi i liberali, e anch’esso lamentava alto i rigori del Nunziante e del Landi in Calabria e Messina, dimentico del suo efferato rigore in Sicilia, e contro i Capozzoli al Vallo, e di Bosco arso.
Veramente, salvo quei primi capitati, si usò indulgenza, e si rattenne la severità delle leggi; il che i congiurati dissero debolezza; però confortati dal rumorio contemporaneo dell’alta Italia e dalle instigazioni straniere; né si vedendo puniti, alzar le cervici, e sbizzariron con parole e fatti.
29. Nuovo ministero e primi plausi in Napoli.
In Napoli era venuto sul finir d’ottobre ambasciatore di Francia il conte di Bresson, bene accolto a corte. La mattina del 2 novembre ei fu trovato cadavere nella sua stanza all’albergo Zir avanti la villa, tagliata la gola con un rasoio, robe e carte sparnazzate per la camera, e ’l suo cameriere fuggito. Fu suicidio, e n’è arcana ancora la cagione; molto se ne vociò, i giornali rivoluzionarii in Italia s’ingegnarono a dimostrarlo assassinio, incolpandone la polizia e non so qual Gabinetto nero; fu chi in istoria scrisse il Bresson esser venuto a proporre consigli di riforme a Ferdinando, che non è vero. Voce pubblica fu, e costante, recasse documenti segretissimi di stato, cui l’Inghilterra Incessegli involare dal compro cameriere; ond’ei disperato per salvar l’onor suo s’uccidesse. Certo fu l’involamento; né parmi avesse estranea parte alla rivoluzione che a capo di tre mesi fu fatta compiere in Francia.
Ferdinando in molti anni di regno avea di rado fatto eseguire sentenze capitali; ora tirato per la tutela della cosa pubblica a dura necessità di supplizii, volle scrutare se cagioni fossero reali di inala contentezza. A far cessare i clamori contro i ministri, alcuni né mutò. A’ 11 novembre die’ il ritiro al Ferri, e mise a quel ministero di Finanze Giustino Fortunato, vecchio Massone. A’ 16 concesse anche il ritiro al Santangelo, con onore di consigliere di Stato e titolo di marchese; e ad esempio di Francia costituzionale divise quel ministero dell’Interno in tre, cioè: Interno, Agricoltura e Commercio, e Lavori pubblici; e li die’ a Giuseppe Parisi, Antonio Spinelli, e Pietro d’Urso, uomini allora in fama. Io non credo buona cotale divisione di branche governative; perché sendo in più parti essenzialmente congiunte, spartite portan ritardo e inceppamento. Nondimeno, piacque, perché nuova, perché principio di concessioni, perché caduto il Santangelo tant’anni potente. Gli uomini pur degli Aristidi si stancano. Lo esaltamento di questi tali ministri segna la nuova politica delle concessioni, che ruinò il regno, l’Italia e l’Europa. La fazione sicura di essi, baldanzosa di avere steso le braccia ne’ regii consigli, subito cominciò sue commedie. La sera del 22, suonando la banda musicale come per consueto avanti la reggia, udisti viva a Pio IX, all’Italia, e al Re, pe’ dimessi Ferri e Santangelo; poi s’avviarono per Toledo, sino al palazzo del Nunzio apostolico, colà le grida gioiose addoppiando. A Leopoldo zio del re dissero riva in teatro S. Carlo. Al mattino la potestà ordinò cessasse quei plaudire turbatore della pubblica quiete; ma la sera stessa dell’editto fu peggio, anzi chiesero la cacciata del ministro di polizia, del confessore del re, e non so che altro. Per prudenza non fu suonato più avanti la reggia: e mancato il teatro mancò la scena colà, ma trovarono altro campo.
30. Vane compressioni, e vane mitezze.
Come i gridatori non patiron nulla, questa non pria vista indulgenza, persuadendo che come a Roma e in Toscana non si oserebbe eseguir le minacce, molti diventaron bravi. La sera del 14 dicembre ripresero i viva sotto la Nunziatura al largo della carità, e cercavano di raccozzar gente per le strade vicine; ma una pattuglia di gendarmi e poliziotti li affrontò, e si venne a zuffa con mazze e stocchi, però dopo molte legnate e alquante ferite i plauditori sparirono. Chi fu preso andò in carcere, v’andarono Camillo Caracciolo di Torella, il duchino Proto, Gennaro Sambiase di S. Donato; e il pittore Saverio Altamura; colà s’avean visite e carezze d’amici, e rinomanza; e con libri e giornali e desinari si sollazzavano, come in villeggiatura. Peggio che la Corte Criminale li mandò assoluti; perché v’era ito poco innanzi procuratore generale del re il settario Raffaele Conforti; onde usciron di prigione a 7 gennaio 1818, gloriati con corteo per la via, e poscia in un pubblico albergo vennero convitati a banchetto, dove un Bonghi lor lesse studiato discorso, tosto messo a stampa. La sera seguente ebbero la libertà Carlo Poerio e Mariano Ayala, già per mandato di polizia sostenuti, uomini di nota nimistà al trono; però usciti appena dal carcere iniziarono la ribellione aperta nel Cilento, come narrerò. Anche la gran Corte di Chieti dichiarava costare non essere rei moltissimi imputati di setta Giovine Italia. Mitezze, che crebbero ai faziosi animo, nomea, sicurità e seguaci.
Per tutelar la quiete blandamente, si perlustravan le strade con pattuglie miste di soldati e Guardie civiche; le quali come erano elette bene, prestarono buoni servigi. Per questo uscirono cartelli a vituperarle d’essersi accomunate a mercenarii; quest’onta doversi lavare col domandare riforme a seconda de’ mutati tempi e degl’italiani destini. Incitavano cosi la guardia a ribellare, e a vilipendere il braccio regio. Eran saliti di speranze, per la vittoria de’ protestanti sopra i cattolici in Isvizzera (e a Roma s’era gridato, viva i protestanti), e perché sapevano la solidalità della causa irreligiosa con la loro. Visto riuscire a busse il plaudire in Napoli, né inventarono un’altra. Ogni di, sul meriggio, uomini ignoti per via Toledo e in altre parti si lanciavan di botto a correre, come fuggenti da pericoli, i consapevoli s’intramettevano e affettavano spavento; e seguiva un serrar d’usci e botteghe, uno spaurirsi, un fuggir di popolo e carrozze e cavalli. Tosto s’acchetavano, ma rimaneva un vociare, un sospetto un’incertezza, e la dimane si ripeteva il gioco.
Era astio da parecchi anni tra il Del Carretto e ’l maresciallo Giovanni Statella comandante la piazza di Nopoli; il re sapevalo, e ’l sopportava, o nol curasse o ’l credesse opportuno a tener ambo in riguardo. Avvezzi dunque ad avversarsi, a procurar impacci l’uno all’altro, per fiaccarsi a vicenda, come sopravvennero questi turbamenti, lo Statella ch’era lido al trono, non si pensando poter proceder tanto, sol vide in essi una congiuntura buona a far cadere il ministro, però a dimostrar co’ fatti non esser quegli capace a tener l’ordine materiale, non gli dava aiuto di sorta. Intanto il governo, che non mettea mano a ferri, teneva le milizie chiuse a’ quartieri; né poneva modo a quelle paure finte che turbavan la città, notavano i buoni e i commercianti, per quel disordine molestati nelle faccende ch’eran lor di lucro e sostentamento. Inoltre i reggitori credettero più del rigore giovar le carezze; e i ribelli s’accorsero esser venuto il tempo loro. Io vidi pochi garzonacci fischiare alla sicura un drappello di gendarmi a cavallo, giganti della persona; i quali frementi per l’onta sopportavano, per ubbidienza agli ordini, quel vilipendio ingiusto, cui un solo mover di braccio avrebbe vendicato. Sul finir dell’anno i caporioni italiani per aiutar la barca aveano pubblicato un lungo indirizzo a re Ferdinando, intitolandosi Gl’Italiani dell’Unione; pregandolo accedesse alla politica di Pio IX, di Leopoldo e Carlo Alberto; Italia aspettarlo, Europa guardarlo, Iddio chiamarlo. Firmavanla Brofferio, Cavour, Durando, Masi, Silvio Pellico, Sterbini, Armellini, d’Azeglio, e altri cosifatti. Ma già affrettava gli eventi la rivoluzione siciliana, della quale ho a far lungo racconto.
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