Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo Volume secondo (II)
12. L’amministrazione civile.
Dell’amministrazione civile ho parlato al libro 5. e poco è da aggiungere, perché essa poco variò da’ modi piantativi dal Sant’Angelo, che nel 47 n’avea lasciato il ministero. Dopo i ministri rivoluzionarii del 48, tennerla il Durso, il Longobardi, il Murena e il Bianchini. Dal 1849 al 55 si rivendicarono a’ comuni 108,950 moggia di terreni usurpati; e furo parecchi terreni demaniali divisi a coloni poveri. Anche sino al 60 molti altri terreni si rivendicarono.
Tutte le usurpazioni verificare, giudicare e reintegrare non si potè; né tampoco menare a fine gli avanzi delle liti feudali. I commessarii ripartitori de’ demanii aveano al tempo de’ Francesi grandi potestà, eppur quell’opera gravissima di scrollamento feudale in breve a grandi colpi in gran parte eseguirono: succeduti con le nuove leggi gl’intendenti, questi avean troppe faccende, né guardavano i demani); però usurpazioni, lamenti, liti continue. S’avevano a mandar delegati, e perché mal pagati svogliati; poi rapportare, citare, udir le parti, giudicare, e con forme solenni andare sino al re per la decisione. Ciò forse era necessità per evitar gli abusi; ma ritardò l’opera, né credo mai si compirà, senza magistrati di eccezione; dotti e integri.
Lo abbandono delle cuse demaniali menò a male quel bene de’ demanii spartiti a’ poveri. Non si seppe impedire che questi vendesserlì per nulla; onde nacquero speculatori succeduti agli usurpatori primieri; i quali con più brogli che monete presero il luogo qua e là degli antichi baronetti.
Niuno negherà che l’amministrazione in questi ultimi anni procedesse più oculata. A forza di spremere sugli affitti dei fondi e de’ dazii s’alzarono di molto le entrate comunali; le spese con più ragione e modo s’eseguivano; e credo i municipii, ove fossero stati alla sola dipendenza de’ superiori ordinata dalla legge, meglio sarian prosperati. Ma il pazzo sistema d’accentramento guastava tutto: generava brogli, concussioni, ritardo, latrocinii, stolti ordini, inesecuzioni, e menzogne. Tutto si tirò al ministero; quindi istruzioni, regolamenti, lettere, rampogne a milioni, per indurre l’amministrazione a formule da risolvere tutti i casi a una misura: si volea in Napoli preveder tutto, saper tutto, approvare o disapprovar tutto. Gl’intendenti e i sindaci non potean movere un carlino, non rimuovere un servo comunale. Conseguitava uno scrivere eterno, un andare e venire di carte, dimando, spiegazioni, incertezze ed errori; certo il ritardo, incerto l’esame, danno certissimo alla cosa pubblica. Il ministro non bastando a leggere, udire e risolvere tante miriadi di faccende, dovea fidare; e cosi giovanetti uffizialetti del ministero, senza esperienza né conoscenza, comandavano a batocchio. Non si lasciavano amministrare secondo la legge a quindici Intendenti le province loro; e per accentrare la amministrazione la si sparpagliava in mille del ministero; onde udivi definizioni dissimili di casi consimili, e vedevi capricci, arroganze, deferenze e peggio.
Ma la testardaggine umana non muta natura alle cose. L’amministrazione è fiume gonfio cui non basta dir ferma, ch’ei t’allaga. Dire a’ municipii non fate senza permissione, significava non vivete; la bisogna sociale vuol subiti provvedimenti, e segue sua urgenza: si cercavano permessi talvolta dopo l’opere. Però altro parere e altro fare; e la necessità del mentire metteva capo al rubare; ché viste approvar tardi cose da farsi ch’eran fatte, qualcuno n impetrava per cose da farsi che non faceva. Il ministero si gloriava d’avere accentrato, e avea burle. Gli uffiziali impacciati sul tavolino per tante minuzie, non avean tempo da verificar molto.
L’accentramento voleva gran braccia pel grande scrivere; però mentre tutto era risparmio occorrevan molti a lavorare; più erano, e men si pagavano; più bisognosi, che si provvedevano con la man rovescia. Mille richieste per una approvazione, e passavano anni: quindi ritardi alle discussioni de’ conti, danno gravissimo. Né seguivano spesse significazioni e condanne a’ sindaci, che Aerano sforzati a viaggiare, tener procuratori, dar beveraggi, o pagar del proprio. I disonesti sapean come rifarsi; gli onesti fuggivan la carica, né bastavan multe a sforzarli, ché fuggivan da’ paesi. La legge comminava multe di venti ducati, bisognò un decreto l’elevasse a dugento. E pagavanla, né facevano i sindaci.
S’ebbe a’ 7 aprile 51 un nuovo regolamento sulle intendenze. Prima gli uffiziali di esse non avean decreto governativo; per accentrare pur questo capo s’ordinò la nomina ministeriale; così si resero men dipendenti da’ superiori del luogo, e riottosi e baldanzosi. Spada a due tagli: Se cadevano in colpa, potevano per protezioni sul ministero sfuggir la pena; ma per contrario se avean là qualche nemico, per un nulla eran traslocati lontano, costretti a viaggiare con famiglie e mobili appresso, con pochi ducati di soldo. Vedevi visi nuovi arrivati da lungi, ignari delle costumanze, sparuti e miserrimi. Si venne a tale che pur qualche usciere fu fatto in consiglio di Stato.
L’altra fantasia fu nell’opere pubbliche. Esse invero sono vanti de’ Borboni. Carlo III fe’ monumenti insigni, Ferdinando e Francesco seguitarono; Ferdinando II guardò più al numero che alla grandezza, e n’era caldissimo. Dal 51 al 55 si spese sul continente in opere pubbliche per 14,692,182 ducati; nel 56 se né spesero 4,517,587. Le strade nel 1828 erano appena per miglia 1505; nel 55 giunsero a 4587, e più dappoi. Ma tal lodevole intento uscì in vizio, pel troppo volere di certi governanti andare a verso del re; che mancando spesso i denari usavano arbitrio. Talora s’occupavan fondi privati, s’abbattevano case, e di compensamenti si parlava poi. Quando tai cose il re conobbe, ordinò severamente non s’occupasse per pubblica utilità nulla più, se non pagato prima.
L’accentramento inoltre è idea rivoluzionaria partorita dall’89, che fa facili le rivoluzioni. Per esso un tumulto riuscito in una città capitale rimuta a un botto lo Stato; siccome s’è visto in questo secolo più volle in Francia, accentrata a Parigi.
Tra noi lo accentramento cominciò ad esagerarsi sotto il Sant’Angelo; sempre più co’ seguenti ministri s’alzò; più debaccò col Bianchini, che non fe’ altro che firmar carte. Surto col nuovo re il Rosica, si prese a restituire all’amministrazione le facoltà di legge; ma subito la rivoluzione guastò tutto.
13. La Polizia.
Mentre si stampavan vituperii contro la napolitana polizia, quasi non ve n’era; ridotta a forme, gravante solo su’ piccini. V’era venuto a’ 14 settembre 55 direttore il detto Bianchini, ch’era anche all’interno, si cumulando due grandi ministeri, uomo più da corteggiamento che da lavoro. Bentosto gli fecer siepe attorno settarii d’ogni maniera; e sì raddormentarono ch’ei si credeva in paradiso. La setta in quei cinque anni s’ordinò tutta da un capo all’altro del regno; stabilì comitati, sistemò la propaganda, e le corrispondenze, sparse attorno mandatarii impunemente, guadagnò pubblici uffiziali e magistrati; e per più tenere il direttore in riguardo, fea stampare all’estero cose tremende di questa polizia, allora appunto ch’era rimbambita. Certo non mancavano soprusi; ma tutte le polizie moderne sono come le scope, che per nettar altri imbrattati sé. Inoltre è da considerare l’indole del popolo napolitano, tutta passionata, che di leggieri dà in troppo, e nell’azione e nella reazione. Qui tanto il male che la repressione del male ha faccia di veemenza; ogni cosa fassi con modi maneschi e rumorosi; perlocché quante polizie qui vedrai, parrai! sempre angariatrici e opprimenti. Più assai birresca fu la polizia del decennio francese; e quella de’ liberali dopo il 60 non ha più tristi paragoni, incredibile nemica d’ogni umano e divino dritto.
Dissi iti alle Finanze i fondi per le spese di Polizia: ciò tolse al ministero la potenza preventrice de’ reali; ché chi per niente fa l’arte della spia? e chi la fa a prezzo, se questo è palese, fuggito da tutti, niente spia. Nelle province gli intendenti non aveano un ducato da spendere in segreto, e per averne aperto era uno stento. Però mancandosi di occhi ad appurare i maneggi settarii, la polizia stava solo per le cose comuni, dove riusciva pianta parassita anzi che fruttuosa. I suoi bassi agenti scarsi di soldo, e talor d’onestà, s’ingegnavano a render servizii per mance a’ ricchi; su’ poveri pesavano; ond’essa in breve restò fiacca per la sicurezza dello Stato, valida per noiar la buona gente. Così s’avvezzavano a poco guardare, a niente operare; e chi si zelava tacciavano imprudente o almanaccante, mandavanlo viaggiando per province discoste. Finì ch’anco i buoni uffiziali si turarono la bocca, per non aver guai da quello stesso governo che dovea premiarli. Anche attorno al re, sendovi una sezione di polizia addetta al palazzo, v’era il marcio grande; e il fatto provò che i più spiavano non la setta, ma il re per la setta.
Dissi anche delle liste de’ sospetti, severe a pompa, non eseguite. Quelli atteggiati a vittime di dispotismo, aven favori da ogni parte, esenzione di cariche onerose, dritto a lamentarsi, e a farsi credere oppressi. Parecchi viaggiavano gratis sulla regia strada ferrata; s’avean sempre il miglior posto, e per poche regalie la Pasqua e il Natale trovavano tutte porte aperte. Per contrario la gente minuta, devotissima al trono, vedevi compressa per ogni minimo fallo; un po’ di tabacco intercettato, un qualche grosso cane, un bastone rossetto lor facevano sperimentare la potenza poliziesca; in mentre i Mazziniani, in carrozza alla libera, armati e baldanzosi, s’avevano le scappellate de’ regi uffiziali. La polizia, non più forza al governo, era utile a’ cospiratori.
14. I. Gendarmi.
Erano i gendarmi quasi settemila, tra fanti e cavalli, in cinque battaglioni e cinque squadroni, disseminati per ogni paesello. Dopo il 48 non più come prima potenti, né soperchiatori, con questo men solerti, volsero l’arme a uso di mercanti, a’ ricchi servendo, a’ poveri imperando. Costituita s’era da moltissimi anni, a’ tempi del Del Carretto, una ruberia sistemata quasi aperta. Un caporale in ogni paesello metteva prezzo mensuale a taverne, locande, caffè, bigliardi, pizzicagnoli e venditori ambulanti; e si chiudeva gli occhi sull’infrazioni dell’ordinanze, cioè giochi proibiti, star aperti in ore vietate, e altre minute contravvenzioni. Della tolleranza, anzi del mancare al dovere, s’avean fatto un provento; ciò fruttificava al capitano, e anche più su; laonde si spartivan per le terre tai caporali e sergenti per favore, secondo il più 0 il meno che pagavano a’ superiori in ogni mese; e talora se né facevano licitazioni, ponendo quelle ruberie all’incanto. Costoro pertanto sicuri e protetti, se né rivalevano per dieci doppii, e pesavano sul popolo; ché i faziosi facevanseli amici per un carlino. Severo sono, ché questa fu troppa vergogna. Venuta la rivoluzione, vedesti i più di quei caporali farsi disarmare senza dir motto,0 scappare,0 voltarsi a quella, come fecero i loro comandanti Brigadiere Santamaria e colonnello Francesco Dupuy. Il quale di casa dal re beneficatissima, carico di croci, tradì vilmente; e fu tra’ fieri persecutori de’ suoi compagni rimasti fedeli. Nondimeno pur molti uffiziali e soldati di gendarmeria egregiamente fecero il debito loro, come narrerò a suo luogo.
15. Le guardie urbane.
Le guardie urbane erano agricoltori, artegiani, mercanti e cittadini in ogni contrada del regno; però numerosissimi, devoti all’ordine e alla monarchia; e fu la più utile instituzione nostra, de’ cui servigi sempre si facevan belli i gendarmi. Resero di tatto servigi grandi alla sicurezza della proprietà e dello Stato, senza rimunerazione, servian la patria per amore. Eglino presero i Bandiera nel 44, trassero fucilate al Garibaldi ad Arce nel 49, debellarono e uccisero il Pesacane a Sanza nel 57; eglino tenevan gli occhi su’ latenti maneggi della setta, però odiati da’ faziosi, e tenuti sempre depressi da chi vedevali ostacoli a’ tradimenti. Erano la vera rappresentanza armata del popolo; e avrebbero ben essi combattuta la rivoluzione; ché non avria potuto pur mostrarsi, sendo pochi e disseminati qua e là i congiuratori, senza forza nò seguenza. Erano l’antidoto della rivoluzione, anzi la controrivoluzione in potenza. Però tenuti quasi senz’arme per affettata diffidenza, mal sopportati da parecchi militari, poco sostenuti dagl’Intendenti, dove rapportavan cosa su’ settarii, risicavan d’esser detti visionarii, denunzianti, e mossi da livori di parte e da vendette private. Trovavano ostacoli in ogni dove; dalla setta di nascoso, da molti uffiziali regi in palese; nondimeno con ammirevole costanza, mossi da sentimento arcano e dall’amore della cosa pubblica, lottavano non isconfortati. Ed era lo stesso per gli Urbani di Sicilia. Pertanto a preparare la rivoluzione in quell’isola si cominciò ad abolirli in Catania e in qualche altra città grossa, sotto colore di alleviare i comuni dalle spese di caserme. E quando il Garibaldi dovea passare sul continente, il ministero traditore s’affrettò a scioglierli e lor surrogare i Nazionali. Sperperata la rappresentanza ilei popolo, s’alzò la rappresentanza della setta. Di ciò meglio appresso.
16. L’esercito.
L’esercito nei 1848 e 1849, quando ben s’era condotto, avea diciotto reggimenti di 2200 uomini ciascuno, nove battaglioni cacciatori di 1150, ottomila e più Svizzeri, oltre la cavalleria, i gendarmi e i veterani invalidi. Dappoi s’accrebbero cinque battaglioni, tra cacciatori, tiragliatori e Svizzeri. La sperienza del 48 avea mostro il paese mancare di fortificazioni buone a difesa, e sendo l’erario dalla rivoluzione scusso, né il re volendo imporre tasse nuove, non v’era modo a spendere. Dall’altra sì pensava il regno non poter crollare per rivoluzione; de’ conati venuti di fuori essersi visti gli sforzi inani, e nessuna difesa bastare contro grandi potentati. Chi sospettava dell’arme del Piemonte, e de’ suoi brogli incredibili? Pareva dunque equo non aggravate i sudditi di spese per armamenti, che credevansi non servire. Inoltre i soldati non avean buone arme, nessun corpo avea fucili a percussione, né carabine rigate. Si pensò scemar le forze dei corpi, e con quelle economie rifar l’altre cose. Così costruirousi lavori a Gaeta, e qualcosa a Messina e in altre cittadelle, ma poco. Nulla a Capua, sendo idea di Ferdinando ergervi un gran campo trincerato, che non seguì, per mancanza di moneta.
Per tai ragioni scemato assai il numero de’ soldati, si giunse che una volta un reggimento, tolte le guardie e gli assenti, contava appena trecento in ischiera; quindi negli uffiziali ignavia, mancanza d’esercizio e comando, scemamento di spirito marziale. Per risparmiosi tardavan gli ascensi, e v’eran vecchi impotenti e giovani scontenti. Nel 1858 l’esercito era in quadro piuttosto che in fatto, né com’era composto poteva entrare in campagna. Ciò si taceva dal governo; sapevalo la setta. Nulladimeno i battaglioni cacciatori eran belli, prodi e svelti; ché i nostri soldati, massime gli abruzzesi, sono gente indurita a fatica, a disagi di monti, a parsimonia, pazienti e coraggiosi; e tutti siccome figli di buoni contadini amavano la patria ed il re. Buona la cavalleria e ben montata; scarsa l’artiglieria, ma bene istrutta, mancava di cannoni rigati, inventati allora allora. Gli scrittori garibaldeschi, per non far vedere loro vittorie compre, gittan giù l’esercito napolitano; celano il buono, esagerano il male, e sbagliano sempre, non sapendo dire neppure veramente il male, intenti ad abbassarne alla cieca. Io dirò il male, forse più che essi, ma vero. Eglino, per salvare i traditori pochi, infamano la nazione tutta; io della nazione tradita mostrerò la compressa energia, e de’ colpevoli narrerò le vergogne.
Difetto era negli uffiziali; poco sapevano di lettere e scienze, istruiti nel maneggiar l’arme e delle ordinanze: geografia, fisica, tattica, strategia pochi intendevano. Quei d’artiglieria e genio bravi nel mestiere, senza più: come uscivan di collegio quasi non studia van altro. Già, lo Ajala stato maestro al collegio militare, v’avea schizzato il seme settario; uscito lui, restaron suoi scolari, e v’entravano suoi scritti di nascoso. Però nell’artiglieria e genio v’era infezione, e anche nello stato maggiore, dove il Filangieri e ì Nunziante vi lasciarono entrare parecchi adepti di sètte. Questi poi nei momenti di guerra, stancando o menando a male i soldati crearono le corone al Garibaldi. L’Ayala stesso ha stampato nel 1860 che istigati da lui gli uffiziali a disertare, rispondessergli nol farebbero aperto, ma sperare la rivoluzione li vincesse. Questo è l’onore de’ settarii.
Fra gli uffiziali di linea era men fradicio, ma più ignoranza e miseria, una legge vietava menar moglie a’ sottuffiziali; poi impetravano la grazia. Altra vietavate agli uffiziali, se non con dote di quattromila ducati; e pure avean grazia, e simulavano la dote. Venuti figliuoli, né bastando il soldo si dovean gittare a rubacchiare nelle compagnie e né pigliavan l’abito; sicché vedevali inonesti pur negli alti gradi. La miseria tronca gli spiriti, snerva il coraggio; l’ignoranza addoppia le fantasie de’ pericoli; l’amor dei figli, il timor del lasciarli orfani su piana terra, tien l’uomo riguardato nel fervore del conflitto. Gli uffiziali divisi per arme si guardavano in broncio, gelose l’una dell’altra, e tra loro gelosi. I sottufficiali eran quasi un’altra casta, e un’altra i soldati; quindi diffidenze in tutti. Tra quei di mare e di terra era un abbisso: parean di due nazioni. Quindi in tutti vizio di egoismo, non virtù di colleganza. Nello insieme fu detto del nostro esercito, e si sperimentò, che avesse soldati bravi, buoni sottuffiziali, mediocri uffiziali, mediocrissimi colonnelli, e generali di nessuna bontà. Certo furonvi onorevoli eccezioni, e la storia alquanti né noterà; ma il più degenerali erano uffiziali fatti vecchi; ovvero uomini che comprato il grado da fanciulli, eran saliti sopra gli altri. E appunto da questi ultimi uscirono i più traditori.
L’accentramento e l’economie infierivano pur nelle cose militari, ma qui sovente pel ime d’aggraffare. Gli ispettori di fanterie e cavallerie, le direzioni del Genio, dell’armature, de’ vestiarii, degli ospedali pensavan sempre a stringere le spese. Al soldato toglievano ogni refrigerio. Un ordine tolse la cenere del loco de’ ranci alle povere mogli de’ soldati. Altro volle gli ospedali serbassero le briciole cadenti da’ tagliamene del pane, onde non si comprasse il pane grattugialo. Altro chiese ad introito il valore delle carte de’ maccheroni. Un qualche colonnello faceva spegnere le lucerne pria dell’alba, per risparmio d’una sopra dieci. L’ispettore di fanteria pigliava da ogni compagnia una piastra al mese, risecala dal lustro, cioè dalla privazione de’ poveri soldati. Gli ospedali stringevali le Tibie sulle fedele, sul nutrimento, su’ pannilini. Le direzioni dell’arme stringevan sugli artefici. L’ispettore di cavalleria scemava fieno e biade a’ cavalli; e per non ismagrarli diminuiva gli esercirli. Il De Sauget capo della giunta de’ vestiarii lavorava grosso. Non finirei a dir per minuto tai vergogne. Quando andavan reggimenti per le province, eran la disperazione de’ sindaci: volevano alloggi, paglia, olio e danari; e come l’ordinanze vietavano le due ultime cose, il sindaco talvolta per amor di quiete pagava esso. È maraviglia che tanta avidità li lanciasse poi a farli corrompere? Quasi tutti quei che sperimentammo traditori eran già noli malversatori e inonesti. Il governo colpava di poca severità co’ ladri, purché credesseli fedeli; ma la fedeltà è virtù, né può stare con le ruberie. I più ladri si scopersero i più liberali, quando venne il tempo dell’Italia una.
Questi veri con amaritudine dico, ma essi furon cagione della poca coesione di quell’esercito bello a vedere. In essi è il segreto delle sue sventure guerresche. Meglio svelar tai malori e le infamie de’ pochi, che lasciar nell’Europa e nella posterità note ingiuste di codardia sulla nazione. Sapendoli, sarà anzi giudicata un portento la lunga difesa.
17. Come s’afforzasse.
Adunque l’esercito era fievole per numero, per arme, scienza e pensieri; quando nel 1858, visto abbuiarsi il mondo, si corse a reclutare ed armare in fretta. Si chiamò la leva di quell’anno e del precedente, e s’ebbero trentaseimila reclute, che alquanto riempiuti i vuoti trovarono mediocri uffiziali. Per non gravar l’erario, non si tentarono rimedii radicali, né si giubilarono i vecchi. Si scelsero pei battaglioni cacciatori quasi i migliori uffiziali, ma non si potè nulla pe’ ventotto battaglioni di linea rimasti scheletri. I loro 68 capitani facevano quasi diecimil’anni d’età, cioè ciascuno aveva intorno a sessantanni. Non si fe’ altro sforzo; ché sendosi in pace, si credea bastare a tener l’interno, non ostante le mene straniere. Dopo le annessioni d’Italia, sospettandosi aggressione, si chiamò la leva del 1859, e si resero compiuti i reggimenti di linea; ma con vecchi e inerti duci eran piuttosto numero che soldatesche.
Sopraggiunta la cacciata degli Svizzeri, e la certezza de’ brogli con l’oro sabaudo, venne evidente la necessità d’armarsi bene, e surrogare altra gente a Svizzeri mancati. Si ridussero a percussione i fucili, e si chiamò l’ultima leva del 1860, in altri diciottomila; cosicché quattro leve fatte in breve posero nell’esercito settantaduemila reclute non istruite, quando erano imminenti le pugne. Considerandosi Sicilia non dar soldati, né bastare il solo continente, s’apersero reclutamenti di volontarii siciliani ed esteri, da farne due reggimenti di linea, quattro battaglioni cacciatori, e tre esteri (de’ quali ho su detto); il che sul cominciare del 60 era avviato alla meglio.
Tai solleciti incrementi, e le necessarie promozioni molte e in fretta, fero il danno che posero uffiziali e generali nuovi a nuovissimi soldati. Fu così grosso l’esercito, ma disunito, poco fidante in sé, e con nemici nelle sue file stesse, venuti a posta di dentro e di fuori per farlo distruggere. Gli scrittori stranieri n’esagerano il numero; ma da documenti uffiziali ho per fermo che a’ 4 aprile, principio della rivoluzione, era tra fanti, cavalieri, artiglieri, genio, guide, gendarmi, guardie reali, uffiziali alle classi sedentanee e in commessioni, collegi militari ed altro, in tutto di 93,09 uomini e 9194 animali; fra quelli erano 2869 uffiziali. In Sicilia si trovano 24,864 uomini e 1538 animali.
Facevano i fanti sedici battaglioni cacciatori, uno di carabinieri esteri, quindici reggimenti di linea, due granatieri e uno cacciatori della guardia reale, uno di marina, un bel battaglione di tiragliatori della guardia, due di zappatori e pionieri, e uno di pontonieri. L’artiglieria avea due reggimenti, una brigata di seicento artiglieri, quindici batterie montate da campo e da montagna, e una batteria a cavallo. I cavalli eran nove reggimenti: due ussari, due lancieri, tre dragoni, uno cacciatori, e uno carabinieri, oltre uno squadrone di guide e parecchi di gendarmi.
Ogni reggimento di fanti facea due battaglioni di sette compagnie, ciascuna di 160 uomini. Il reggimento di cavalli facea cinque squadroni di quattro plotoni ciascuno, ogni plotone avea venticinque nomini. Ogni batteria era d’otto cannoni, con circa dugento tra servienti e conduttori. Ma tai numeri, come sempre avviene, mai nel fatto eran compiuti, e l’Ordinanze prescrivevano farsi in tempo di guerra battaglioni da operare, minori de’ consueti, più agevoli a’ movimenti. Conciò risparmiavi uffiziali superiori. Adunque se togli i gendarmi, gl’invalidi, i collegiali, i mancanti, e altri molti scritti sì ne’ ruoli, ma inabili al servizio, consegue che l’esercito napolitano effettivo pronto a combattere non passava i sessantamila, su tutta la superficie del regno.
18. L’armata.
Molto il paese s’aspettava dall’armata, costata tanto, ricca di navi, potente per cannoni, florida per marinai ottimi, animosi e destri; eppure di là venne la maggiore mina. Fece brutta mostra d’infedeltà, pel cuor vendereccio o dappoco del più de’ suoi capi. Gli uffiziali in gran parte né onesti né sapienti, surti per favori, beneficati oltre misura, avean grosse mercedi, croci cavalleresche, percettorie, collegi gratis a’ figliuoli, e a’ figliuoli e nepoti uffizii per grazia in magistratura, in amministrazioni, nelle Finanze e nel esercito. Fatto i Sardanapali all’ombra de’ gigli, presero la croce sabauda piuttosto per iscansar fatiche che per congiurazione. Non che congiuratori vi mancassero, ma i più subirono la congiura per codardia. La setta stava tra’ giovani, ché nello stesso collegio di marina era tra’ maestri il mal seme. A’ 3 agosto 1850 s’era creato un Consiglio d’Ammiragliato, preseduto come dissi dal conte d’Aquila Luigi di Borbone, che per farsi proseliti non curò la disciplina, e lasciava fare. Però non avea in pregio i sapienti e i decorosi, ma gli spioni, o chi il solleticasse favellandogli di ballerine e cavalli; perlocché i più furbi o venderecci più salivano in grazia. Da più anni si sussurrava di furti grandi nelle costruzioni de’ bastimenti, e su vettovaglie, polvere e carbone. La forza di mare costava all’erario due milioni e settecento mila ducati annuali; e servì a combattere il regno.
Era numerosa, e dopo il 48 crebbe. Prima il Vittis e ’l Bombay fregate comprate a Londra dalla Sicilia, cui riappellammo Veloce e Fulminante; poi nel 50 l’Ettore Fieramosca con macchina di Pietrarsa, e ’l Monarca vascello a due ponti, varato il 5 giugno a Castellamare; nel 54 a’ 18 luglio si varò la Maria Teresa, brigantino a vapore; e nel 56 a’ 28 maggio il Torquato Tasso, fregata con macchina pur fatta a Pietrarsa. Sicché nel 60 avevamo in tutto due vascelli: il Monarca misto di 90 cannoni, e ’l Vesuvio a vela di 84, ma non atto a entrare in guerra; due fregate da 60, tre da 44, una corvetta, cinque brigantini, un Coller, una bombarda; di legni a vapore, dodici fregate, quattro corvette, quattro brigantini, quattro golette; poi 79 barche cannoniere e bombardiere, e le navi da trasporto. Certo alto numero di navi, ma alquanto addietro per la qualità alle migliorazioni seguite negli ultimi anni nell’altre armate; ché non bene opportuni avevamo porti militari, arsenali e approvvigionamenti. Ma il male interno era la mancanza di nesso tra gli uffiziali, i pensieri diversi, le avidità, le malizie, l’ignavia di ciascuno. Pochi eran buoni. Importante credo che l’armata nostra non poteva entrar in lizza né anche a forze uguali con navi inglesi e francesi, ma certo superava quelle dei Sardi, e di leggieri combattendole poteva averne la palma.
È da notare che benché molti porti antichi sulle coste richiedessero lavori grandi, pur vi si spendeva: quello decretato nel 56 a Pozzuolo, col farsi il canale tra’ l mare e i laghi Lucrino e Averno, si stava eseguendo. Si lavorava in Puglia e in Sicilia agli altri. Nel 55 s’era instituita la corderia navale presso il cantiere di Castellammare; e nel 52 s’era costruito il bacino da raddobbo a Napoli. Ma molto e molto restava da fare.
Il commercio mercantile molto per leggi e in fatto favorito, avea nel 1825, legni 5008, di tonnellate 107,958; nel 1855 aveva già 9174 legni di 250 mila tonnellate; cioè in trent’anni era duplicato. In quell’anno 1855 Piemonte avea 5475 legni, la Toscana 911, Roma 1525, e ’l Lombardo Veneto 4819, in tutti 7226; sicché le Sicilie sole avevano 1948, legni più di tutto il resto d’Italia. E ne’ seguiti cinque anni pur crebbe.
19. La giustizia.
Non serve a parlare della bontà delle leggi nostre. Nel regno la giustizia civile avea pieno compimento: illesa la possidenza, sicure le strade, rispettate le persone, i costumi e la religione. Più scarsi che altrove erano i delitti. Nel 54 sulle provincie continentali furono 27,481 processure, e né usciron rei soli 5767; il che mostra l’accuratezza del giudicare, e la tenuità de’ condannati in quasi sette milioni d’abitanti: v’erano i furti a ragion del 25 per cento, le insidie per interesse al 15, le lascivie al 12, le gelosie al 13, le invidie al 10, le dissensioni domestiche al 9.
Le prigioni eran migliorate. Ampie, nette, divise per classi, occupazioni speciali d’arti e mestieri, riti religiosi, pratiche di morale, buona igiene e buon nutrimento. Nelle città grosse s’eran fatti splendidi edilizii penitenziarii. Uno bello a Palermo; né serve a notare quelli d’Avellino, S. Maria, Aversa, Campobasso, Trani e altrettali.
I magistrati già furono ottimi, poi come dissi guasti in parte, dopo il 48 peggiori. Quell’anno v’entraron parecchi, usciti di setta, che mutato il vento voltarono carta, e anzi iniziarono le reazioni. Per protettori segreti, e per quelle lustre, restarono in sedia; ma non paghi della toga arraffala con la man rovescia, passato il primo tremore, lavorarono a porsi sopra agli antichi, e né trovarono le vie. Messe, confessioni, riverenze a vescovi e potenti; si fingevan calunniati, s’atteggiavano a sofferenti, vantavano onestà e imparzialità. Striscianti nelle sale e ne’ cortili di re Ferdinando e de’ suoi ministri, venuta la riscossa gittaron le maschere; e li vedesti Garibaldesi a un botto; venendo Abd-el-Kader fariensi Algerini, pronti a stare con qualunque vincitore. Si crebbero le barbe, si posero cravatte rosse, e cappelli puntuti con penne di capponi. Allora con altissime cervici, inesorabili co’ colleghi; codardi nell’audacia impunita, accusavanli, spiavanli, e facevanli dal Dittatore destituire.
Tai magistrati negli undici anni erano stati i protettori della genia de’ paglietti. Paglietta in Napoli significava curiale o avvocato cavilloso, senza coscienza, capace di farsi pagare dal cliente e dall’avversario, o vender l’uno all’altro, malizioso non ingegnoso, ciarlatore non eloquente, saputo non dotto, con l’occhio non all’onore ma al denaro, intento non alla scienza ma al sofisma. Paglietta è camorrista di tribunali. Né fu tipo Liborio Romano. Cotal genia fu il nucleo de’ comitati settarii nelle province, donde poi senza risico per mezzo di clienti stendevano le branche in tutti i paesi. Protetti da’ detti magistrati questi vantavan giusti, sé invincibili, e a quelli fama, a sé moneta e nomea procacciavano. La catena scendeva nelle cancellerie, dove era chi per un carlino si vendeva al demonio. Così in quella magistratura ch’aveva a tutelare lo Stato covava il nemico.
Questi magistrati settarii, ne’ giudizii contro i rei di maestà, lavorarono astutamente. Gravavano la mano su’ più bassi, per farsi dire severi; contro i grossi facevano gli schifiltosi, e sì destreggiavansi che i più ne salvarono, con lieve o nessuna condanna. In tal guisa notai fatti liberi Agesilao Milano, il Bentivegna ed altri. Inoltre su’ testimonii onesti spargevan dubbii, quasi vendette private, e ne’ buoni colleghi poneano scrupoli; sicché salvando il reo spandean per giunta una nebbia sull’onestà degl’integri cittadini. Per contrario il falso testimone dicevano schietto. Udii io stesso un certo liberale in settembre 1860, ebbro del trionfo, gridare a proposito di tai testimonianze in giudizio: A pro de’ liberali si giura anche il falso!
Certo eran molti i magistrati integri; ma l’onestà che abborre le cabale, forte di sua coscienza non fa partiti; però i molti buoni e disgiunti sottostanno sempre a’ pochi ligati in setta. Ne’ giudici regi fu il peggio. Quasi tutti aveano premuto le popolazioni; e la rivoluzione li premiò.
Queste cagioni con altre minori ferono zoppicare la giustizia. Il governo non s’avvedea che tai magistrati gli minavano la base del potere. E i liberali a disegno sclamavano su’ rigorosi scrutinii, sulle liste a’ attendibili, sulla magistratura codina, perocché volevau che ninno, proprio ninno, de’ lidi sudditi sedesse a difesa vera della legge. Né placavanli l’inesauribili grazie regie, anzi né facevan arma d’accusa; dicevante polvere agli occhi, favori a ladri, politica di paura. Pochissimi per maestà ebbero condanne capitali, quasi tutti graziati; né più che dugento dopo il 48 uscirono dal regno. Ferdinando faceva grazie dove si trovava: nel 55 ad Ischia perdonò un De Honestis confinato colà, e più gli pagò i debiti. Ho già notate le grazie di Francesco quasi generali; sicché stavan fuori quelli soli pertinaci che non vollero promettere di star quieti.
20. Il clero.
Ferdinando a sorvegliar meglio la morale accrebbe come dissi i vescovadi in Sicilia. Sul continente nel 48 repristinò l’arcipretura d’Acquaviva, aggregandola a quella d’Altamura; nel 50 divise in due la diocesi di Capaccio; nel 52 reintegrò il vescovado di Cerreto, separandolo da quello d’Alife; l’anno seguente surse quello di Vasto; nel 55 divise quei d’Acerra e S. Agata, nr stabilì uno a Foggia, separandolo da Troia, e fe’ arcivescovato la chiesa di Gaeta. Prima s’erano represtinati i vescovati a Caiazzo e altrove. Cose approvate dal Pontefice. Il regno giusta remunerazione fatta nel 58, avea 26 sedi arcivescovili, 78 vescovi, 22 cattedrali, 6 abbaziali; in tutto 130, con abitanti cattolici 8,985,731.
Delle dimande episcopali del 51, quasi tutte negate, e poi concedute in buona parte nel 57, già per minuto narrai. La fama dell’operoso clero della città di Napoli era meritata. Esso provvedea di confessori, predicatori e catechisti le carceri, gli ospedali, l’Albergo de’ poveri, l’Annunziata, e molti conservatorii e ritiri di orfani e poverelli. Eran dieci congregazioni di spirito per studenti, e ogni settimana vi si spiegava il vangelo e ’l catechismo, e si ministravano i sacramenti. Eran 68 cappelle serotino pel volgo e gli artegiani, antica istituzione accresciuta da S. Alfonso: ogni sera rosario, dottrina, e un sacerdote facea l’istruzione, poi nel pomeriggio i fedeli in ordine d’età per le vie con la croce a capo, recitavano orazioni sino a qualche giardino, o fuor delle mura, ove in ricreazioni oneste sotto gli occhi de’ sacerdoti si trattenevano. Eran anche due congregazioni di spirito per gl’infermi e gli ospedali. Non dirò le prediche, le confessioni, le quarantore, le processioni, e tutto quanto era debito sacerdotale, il clero di Napoli era operosissimo e morigerato.
Non così nelle province; distanza da’ pastori, rilassatezza, male usanze teneano i preti più intenti all’interesse che al culto. I vescovi di leggieri erano ingannati da infedele rapporti, e sovente consacravano molti preti, né tutti meritevoli: i quali inoperosi nel santo ministero, operosissimi erano a lacerarsi l’uno l’altro,il loro mal esempio spesso a’ secolari era scandalo e incentivo. Liti spesso tra sacerdoti e secolari, e talora v’entrava il municipio, dove pel padronato d’una chiesa, dove per una via o per un bosco} e la foga delle private passioni traeva gli uni e gli altri al male. In questi garosi brogli talora si chiamava la polizia, rimedio peggiore. Anche nelle province i buoni prelati e sacerdoti non mancavano, e molti ve n’ha per dottrina insigni. Ma il fatto mostra che dove questo regno in tutta Italia s’è visto il più contrario alle dottrine rivoluzionarie, esso ha poi dato il più de’ religiosi alla setta. Cito per tutti il vescovo Caputo vergogna nostra, e d’altri barcollanti v’ha.
21. L’istruzione pubblica.
Speciosa accusa al governo fu d’avversare l’ingegno, né ei a vero. Università, licei, collegi, ginnasii, teatri, pergami, concorsi, tutte cattedre di dritto e di scienze, musei, accademie d’arti e lettere, istituti d’incoraggiamento, pensionati artisti a Roma, pubbliche mostre di obbietti d’arte e prodotti, società economiche, orti botanici e sperimentali, compre di quadri e statue, osservatorii astronomici emetereoiogici, conservatorii di musica, archivi! classici, biblioteche magne, cura di monumenti antichi, disotterramenti d’antiche città, maestri primarii e secondarii, scuole serotino, quanto era mestieri all’educazione buona del popolo non mancava qui, e molte branche dell’umana sapienza n’andarono avanti assai. N’è prova che avemmo in proporzione più scienziati, oratori, filosofi, poeti e artisti che il resto d’Italia; n’è prova il Piemonte che a’ nostri esuli dava cattedre; e anche oggi non è forse parte d’Italia dove non sien maestri napoletani in arti e scienze. La censura de’ libri, e più quella del teatro, state già grette, dopo il 48 furon più sminate, e s’aveva onesta libertà di scrivere e pensare, purché non contro la religione e lo Stato. Né al vero sapere era n chiuse le vie degli uffizii; e a citar solo recenti morti, il Nicolini, il Galluppi, l’Avellino, il Ventignano, lo Sperduti, il Ruffa, il Genoino ed altri uomini preclari, che or ora noterò, avean cattedre e onorevoli impieghi. Quasi a tutti i primi gradi accademici e di uffizialità s’andava per concorsi, larga entrata era aperta alle libere professioni; per esami s’avean lauree d’architetti, patrocinatori, medici, chirurgi, ostetrici., farmacisti e salassatoci, per concorsi le cattedre all’Università; per concorsi i disegni di monumenti ed edifizii; si davan premii per opere dotte, e su temi prestabiliti, sicché fra tante migliaia di uffizii e professioni. non mai l’ingegno e ’l merito vero restavano senza pane e senza fama. V’era inoltre un fondo di quattromila ducati annui, per soccorsi a letterati poveri, e ogni ministero lor porgea le mani, comprandone le opere, e raccomandandole (forse con troppa faciltà) a’ Comuni e alle amministrazioni. Oh quanti di colali aiutati in tutte guise dal governo si smascherarono in un attimo felloni, e sin Garibaldesi e Piemontisti! 11 Troya, lo storico de’ Goti, che fu il famoso ministro del 5 aprile 48, aveva ottenuti si larghi e pieni soccorsi per quell’opera sua, che ne trasse oltre a trentamila ducati!
Veramente era avversato alquanto l’ingegno settario, e la falsa scienza: vietavansi libri tristi, predicatori falsi, giornali sediziosi, poesie disperate, né si poteva alla libera percuotere la morale, il culto e lo Stato, né con libelli e immagini oscene attentare al nome e al pudore de’ cittadini. Però dicevano retrogrado il governo, ché pei tristi il progresso è la diffusione del male. Grave fatto fu che al male si contrastava più a parole che a fatti; entrando ascoso libri, giornali e poesie sovversive quanto né volevano. Ma dicevano ignoranza il credere a Dio, ubbidire a leggi, ossequiare il re; più che ignoranza il lodar Dio, re e leggi. Eglino di non buona scienza forniti, tassavan barbari i dotti e religiosi uomini. Quando poi trionfanti han gittato alla via ogni uomo di mente, e cattedratici e accademici, e sciolto accademie, collegi, e istituii di religione e dottrina, han dimostrato eglino niente tanto abborrire quanto scienza e ingegno.
Un’opera insigne a pro delle lettere fe’ il governo, ordinando il grande archivio dal regno; quasi creato con decreto del 55 da Ferdinando. Sin da Guglielmo I si fean degli atti feudali registri detti defetarii, Carlo I v’unì i diplomi; e si crebbero, che Roberto li pose là dov’è la Zecca. Gli Aragonesi v’aggiunsero le decretazioni della Regia Camera; emisero l’archivio a Castelcapuano, statovi sino al 1818. Ferdinando I il divise in cinque sezioni: Politica e diplomatica, Amministrazione, Finanze, Giustizia, e Guerra e Marina. Ferdinando II stabilendo nel 55 l’archivio nell’ex monastero Benedettino a S. Severino, vi recò ogni sorta di documenti, pria sparsi per curie e conventi. V’ha carte saracene del secolo ottavo; più che quarantamila diplomi in greco e greco-latino; da trecentottantamila pergamene e atti angioini in 578 volumi; il che basteria a fare la vera storia civile del reame, di quei secoli mal conosciuti. V’ha tra l’altre cose un registro privato di Federigo II imperatore, con sue lettere ed ordini che lumeggerebbero (niella storia segreta.
Provveduto con infinite scuole pubbliche s’era all’educazione popolare massime all’istruzione della donna. La prima volta in ottobre 45 vennero a Napoli otto suore della Carità; e tosto cresciute assaissimo, s’addissero a tutti gl’istituti di mendicità donnesca. A’ 25 aprile vennero sparse in tutto il regno. Nel 55 si fe’ in Napoli una casa centrate, con noviziato, e una Visitatrice generale; nel 59 eran già sul continente cinquanta case, e altre molte in Sicilia: solo in Napoli ventisette convitti. Non dirò come queste pie figlie di San Vincenzo attendessero alla muliebre istruzione, a curare i miseri e gl’infermi. e al sollievo dell’umane infelicità; lodante le sette con le loro ire e vendette.
Del decreto del 55 vietante agli studenti provinciali il lasciar lor licei per istudiare in Napoli, molto i liberali si lamentarono, quasi ruinasse la scienza. Che sapienza gli studenti apparassero a Napoli non so bene; certo poco popolavano l’Università, molto i caffè. Qui la setta tenea cattedra per acchiappar giovani, cosa difficile a fare in provincia; però tiranno il decreto. S’era sempre osservato il reame aver città secondarie, gran capo su piccol corpo; a ciò s’andava provvedendo, aggrandendo le province con porti franchi, borse, banchi, tribunali di commercio e licei; onde ogni suddito dovunque nascesse avesse propinquo suo bisogno. I genitori tenevano i figliuoli sotto gli occhi, con meno spesa e minori seduzioni; ma la setta per contrario si trovava con meno adepti in piazza da insegnar la rivoluzione.
Fu grave errore del governo l’isolarsi in breve cerchio, in una esclusività cieca e impolitica; e ’l non valersi de’ talentosi, e farli propugnatori del dritto e del buono. Sogliono i potenti largheggiar favori piuttosto a’ bassi che agl’ingegnosi, per l’umana albagia che non vuol chinarsi all’altrui virtù, ma anzi star ritta sul fievole e ’l mediocre. I nostri potenti di allora credean meglio gittare una coltre su tutte cose; meglio dissimulare che luccicare. Il governo non avea né volea giornali, che il bene del paese mostrassero: intento al bene materiale, sdegnò la lotta che la stampa esterna con pertinaci calunnie provocava; non rispondeva, non volgea la buona stampa contro la mala stampa. Peggio che sospettò degli scrittori, non li adoprò, né molto permise s’adoprassero; gl’indotti saliti alto, temendone il confronto, sempre li scostavano; e tai stolte repulsioni ne fecero parecchi scivolar nella rivoluzione, che avrebbero servito il paese ed il trono. Il governo facendo suoi i sapienti, avria alla protesta aggiunta la leva del sapere, la forza delta penna: dovea far nazionale la istruzione, e nol fece. All’opposto la setta mondiale trovati adepti in quei mal curati ingegnetti, strimpellando in tutti i tuoni contro il nostro paese, vi trovava l’eco dentro; e ne persuase il mondo, che ne credè Ottentotti governati con la mazza; e plaudì poi alla mina nostra, appellandola rigenerazione.
22. Notizie di dotti trapassati.
Qui vuolsi serbar memoria di uomini eccellenti regnicoli, mancati a’ vivi in questi anni. Nel 1848, Nicola Parisio, giureconsulto, ex ministro, Maria Giuseppa Guacci, poetessa, Leopoldo Pilla, mineralogista, Michele Cimorelli, letterato. Nel 49, abate Cataldo Iannelli, archeologo, Gaspare Capone, giureconsulto, abate Antonio Ottaviano, interprete di papiri, Pasquale Borrelli, gran giurista, oratore e letterato, Giovanni Salemi da Palermo, letterato, Gioacchino Arresto da Messina, chimico, Carlo Rocco, matematico. Nel 50, Francesco Maria Avellino, grande archeologo, canonico Michele Savarese, dotto di scienze sacre, monsignor Fra Giuseppe Maria Mazzetti, dottissimo, che fu presidente dell’Istruzione pubblica, Luigi Ruggiero, cattedratico di meccanica, Giuseppe Castaldi, letterato, Salvatore de Angelis, matematico, Giuseppe Cammarano, pittore, Giacomo Filioli, Vito Buonsanti, e abate Matteo Carpino, letterati, Orazio Angelini, architetto, Tommaso Arnaud, incisore, barone Michele Cali-Sardo d’Acireale, giureconsulto, e Antonino di Giacomo, professore di Patologia in Catania. Nel 51, canonico Andrea de Jorio e Raimondo Guarini, archeologi, Giuseppe Bonolis. pii ture. canonico Pietro Paolo Parzanese, poeta, Francesco Buffa, poeta, Nicola Santangiolo, ex ministro, uomo di Stato, barone Giovali Carlo Cosenza, drammaturgo, Fedele Amante, matematico, sacerdote Placido Baccher, di vita devota, rinomato oratore popolare. Nel 52, Vincenzo Stellati, cattedratico in medicina, Salvatore Cammarano, poeta, abate Luca Cagnazzi, statistico, Giuseppe Patania di Palermo, pittore, abate Francesco Saverio Abbruscia, letterato, abate Giuseppe Berlini da Palermo, filarmonico, Agnello Carfora, giureconsulto, Vincenzo Murena, economista, sacerdote Matteo d’Ambrosio, oratore sacro. Nel 53, Leonardo Santoro, eccellente chirurgo, canonico Bartolommeo Pessetti, grecista, Francesco Romani, medico, Maria Landolina di Siracusa, e conte Vito Capialbi, letterati, monsignor D. Benedetto Denti, cassinese, palermitano, promotore di studii nel clero. Nel 54 Francesco Navarca, giureconsulto, Giacomo Paci, Fisico, Giuseppe Cua, cattedratico d’agricoltura, Benedetto Vulpes, medico e poeta, Giuseppe Genovesi, cattedratico di Paleografia, monsignor Francesco lavarono, teologo e letterato, Antonio Prestandrea,. botanico, Salvatore Puntali di Catania, naturalista, Gabriele Sperduti, autore di 28 tragedie, Giacomo Borselli, economista, abate Mariano de Laurentiis e abate Giacomo Rocca, archeologi, abate Mangiacomo, poeta e oratore sacro. Nel 55, canonico Nicola Lucignano, latinista, Filippo Garrillo Michele Agresti, giureconsulti, mons. Fra Giuseppe Maria Maniscalco, rinomato per opere ne’ luoghi santi, abate Giuseppe Placente, teologo e fisico, monsignor Francesco Maresca, apostolo in Cina. Nel 56 abate Giuseppe Canonico, cattedratico di Paleografia, abate Domenico Culillo, cattedratico di dritto naturale, abate Gaspare Selvaggi, grecista, abate Gaetano Greco, Filippo de torio e principe Pietro di Valguarnero siciliano, letterati, Agatino Sammartino e abate Antonio Serao messinese, matematici, monsignor Basilio Clary, dotto scrittore d’apologie. Nel 57 Prospero de’ Rosa dei marchesi Villarosa, antiquario e giureconsulto, Nicola Nicolini, giureconsulto insigne, morto a 4 marzo, Giovanni Guarnii, chimico, Salvatore Cirillo, grecista, abate Pasquale Panvini, medico siciliano, Lorenzo Camilli, che scrisse sulla declamazione, Gennaro Maldarelli, pittore. Nel 58 Pietro Magliari, medico-chirurgo, Carlo Troya ex ministro, insigne storico, Vincenzo Tineo, cattedratico e naturalista siciliano. Nel 59 Agostino Cappello, scienziato abruzzese, conte Troiano Marulli, archeologo, Pietro Valente, architetto, Nicola d’Apuzzo, scrittore d’architettura, canonico Andrea Ferrigni Pisone, cattedratico di scrittura sacra. Nel 60, il duca di Ventignano, poeta tragico e comico insigne, marchese Giammaria Puoti, conomista e giureconsulto, Vincenzo Lanza, celebre medico, Stefano Delle Ghiaie, gran naturalista, Francesco Oliva, pittore. Nel 61, padre Venanzio da Celano, scrittore d’opere apologetiche, Pietro Perrone scrisse di scienze mediche, Michele Tenore, rinomato scrittore della Flora-napoletana, Francesco Foderaro, cattedratico di Patologia, Angelo Granito principe di Belmonte, ex soprintendente al grande archivio, solerte ritrovatore di codici antichi, padre Gioacchino Ventura, Teatino siciliano, celebrato oratore sacro. Non è qui mio debito notare il trapasso di chiarissimi uomini mancati dopo.
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