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Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo Volume secondo (III)

Posted by on Feb 24, 2026

Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo Volume secondo (III)
22. Notizie di dotti trapassati.

Qui vuolsi serbar memoria di uomini eccellenti regnicoli, mancati a’ vivi in questi anni. Nel 1848, Nicola Parisio, giureconsulto, ex ministro, Maria Giuseppa Guacci, poetessa, Leopoldo Pilla, mineralogista, Michele Cimorelli, letterato. Nel 49, abate Cataldo Iannelli, archeologo, Gaspare Capone, giureconsulto, abate Antonio Ottaviano, interprete di papiri, Pasquale Borrelli, gran giurista, oratore e letterato, Giovanni Salemi da Palermo, letterato, Gioacchino Arresto da Messina, chimico, Carlo Rocco, matematico.

Nel 50, Francesco Maria Avellino, grande archeologo, canonico Michele Savarese, dotto di scienze sacre, monsignor Fra Giuseppe Maria Mazzetti, dottissimo, che fu presidente dell’Istruzione pubblica, Luigi Ruggiero, cattedratico di meccanica, Giuseppe Castaldi, letterato, Salvatore de Angelis, matematico, Giuseppe Cammarano, pittore, Giacomo Filioli, Vito Buonsanti, e abate Matteo Carpino, letterati, Orazio Angelini, architetto, Tommaso Arnaud, incisore, barone Michele Cali-Sardo d’Acireale, giureconsulto, e Antonino di Giacomo, professore di Patologia in Catania. Nel 51, canonico Andrea de Jorio e Raimondo Guarini, archeologi, Giuseppe Bonolis. pii ture. canonico Pietro Paolo Parzanese, poeta, Francesco Buffa, poeta, Nicola Santangiolo, ex ministro, uomo di Stato, barone Giovali Carlo Cosenza, drammaturgo, Fedele Amante, matematico, sacerdote Placido Baccher, di vita devota, rinomato oratore popolare. Nel 52, Vincenzo Stellati, cattedratico in medicina, Salvatore Cammarano, poeta, abate Luca Cagnazzi, statistico, Giuseppe Patania di Palermo, pittore, abate Francesco Saverio Abbruscia, letterato, abate Giuseppe Berlini da Palermo, filarmonico, Agnello Carfora, giureconsulto, Vincenzo Murena, economista, sacerdote Matteo d’Ambrosio, oratore sacro. Nel 53, Leonardo Santoro, eccellente chirurgo, canonico Bartolommeo Pessetti, grecista, Francesco Romani, medico, Maria Landolina di Siracusa, e conte Vito Capialbi, letterati, monsignor D. Benedetto Denti, cassinese, palermitano, promotore di studii nel clero. Nel 54 Francesco Navarca, giureconsulto, Giacomo Paci, Fisico, Giuseppe Cua, cattedratico d’agricoltura, Benedetto Vulpes, medico e poeta, Giuseppe Genovesi, cattedratico di Paleografia, monsignor Francesco lavarono, teologo e letterato, Antonio Prestandrea,. botanico, Salvatore Puntali di Catania, naturalista, Gabriele Sperduti, autore di 28 tragedie, Giacomo Borselli, economista, abate Mariano de Laurentiis e abate Giacomo Rocca, archeologi, abate Mangiacomo, poeta e oratore sacro. Nel 55, canonico Nicola Lucignano, latinista, Filippo Garrillo Michele Agresti, giureconsulti, mons. Fra Giuseppe Maria Maniscalco, rinomato per opere ne’ luoghi santi, abate Giuseppe Placente, teologo e fisico, monsignor Francesco Maresca, apostolo in Cina. Nel 56 abate Giuseppe Canonico, cattedratico di Paleografia, abate Domenico Culillo, cattedratico di dritto naturale, abate Gaspare Selvaggi, grecista, abate Gaetano Greco, Filippo de torio e principe Pietro di Valguarnero siciliano, letterati, Agatino Sammartino e abate Antonio Serao messinese, matematici, monsignor Basilio Clary, dotto scrittore d’apologie. Nel 57 Prospero de’ Rosa dei marchesi Villarosa, antiquario e giureconsulto, Nicola Nicolini, giureconsulto insigne, morto a 4 marzo, Giovanni Guarnii, chimico, Salvatore Cirillo, grecista, abate Pasquale Panvini, medico siciliano, Lorenzo Camilli, che scrisse sulla declamazione, Gennaro Maldarelli, pittore. Nel 58 Pietro Magliari, medico-chirurgo, Carlo Troya ex ministro, insigne storico, Vincenzo Tineo, cattedratico e naturalista siciliano. Nel 59 Agostino Cappello, scienziato abruzzese, conte Troiano Marulli, archeologo, Pietro Valente, architetto, Nicola d’Apuzzo, scrittore d’architettura, canonico Andrea Ferrigni Pisone, cattedratico di scrittura sacra. Nel 60, il duca di Ventignano, poeta tragico e comico insigne, marchese Giammaria Puoti, conomista e giureconsulto, Vincenzo Lanza, celebre medico, Stefano Delle Ghiaie, gran naturalista, Francesco Oliva, pittore. Nel 61, padre Venanzio da Celano, scrittore d’opere apologetiche, Pietro Perrone scrisse di scienze mediche, Michele Tenore, rinomato scrittore della Flora-napoletana, Francesco Foderaro, cattedratico di Patologia, Angelo Granito principe di Belmonte, ex soprintendente al grande archivio, solerte ritrovatore di codici antichi, padre Gioacchino Ventura, Teatino siciliano, celebrato oratore sacro. Non è qui mio debito notare il trapasso di chiarissimi uomini mancati dopo.

23. Quali i nemici interni.

Le calunnie contro l’istruzione pubblica del reame inventale dalla rivoluzione, caddero di per sé quando la vincitrice rivoluzione edificar nulla seppe, ma Dille le glorie nostre distruggere. Gl’ingegni presenti ebbero il latte della pace e degli ozii dottrinarii, cui un governo forte e proteggitore della civile libertà, guarentiva; l’età vegnente sentirà i frutti di questo latte rivoluzionario superbamente indotto e bestiale. Gli uomini d’ingegno e di studi sotto il regno di Ferdinando non mancarono; e se né contan pochi iti alle sètte; molti né conti tra’ retrogradi, tutti però da’ predicatori di scienza e civiltà destituiti d’impiego. A scrutare la vita passata degli uomini dell’ordine e di quelli della rivoluzione, trovi cattivi di quelli dieci fra cento, e di questi trovi tra cento dieci appena di onesti illusi; il resto fur notorii per immoralità, malversazioni, libidini, prepotenze e altre malvagità.

Ma i molti buoni non facean rumore, i pochi tristi strepitavano, e parean molti. Erano ambiziosi, sfaccendati, curiali, che nella potestà trovavano argini a’ cavilli, architetti scontenti del rubar poco, professori di dritto nuora, dissoluti avversali nelle libidini, preti vogliolosi di donne, giornalisti impediti di scrivere spolitica, poetastri repressi dal piangere Italia, sollecitatori non ottenenti l’ingiusto? mercanti impediti da’ monopolii de’ grani, studenti ch’avean lasciato Virgilio pel Guerrazzi, proletarii agognanti i demanii, possidenti speranzosi di non pagar fondiaria, babuassi speranti l’ignoto, falliti fiutanti soldi, medici imbriacati perle fortune dei Cialdini e de’ Favini, e ragazzacci abbagliati da’ rumorosi nomi d’Italia e redenzione. Afforzavanli l’oro sardo, le protezioni di Londra e Parigi, gli asili inviolabili de’ ministri esteri nelle loro case, e quella del conte di Siracusa; nella quale quasi una dozzina di nobili convenivano, sotto spezie di letteratura e drammatica, a congiurare; afforzavanli i traditori compri che spingendo co’ mali consigli il governo ad errori, aspettavano il momento per fare i Bruti e i Catoni. Tutti costoro si dicevano oppressi perché volevano opprimere. Ma quanti avean gravità di costume e di senno e di scienza furon netti da quel contagio.

24. Condizioni della Sicilia.

Scrutiamo ora la condizione vera di quella Sicilia, cui da mezzo secolo si fan fare rivoluzioni, cagioni e pretesti di tutti i guai comuni. Dopo il 48 dissi come separala dal continente fu l’amministrazione dell’isola. A Palermo s’era nel 49 fondalo il Gran Libro del debito pubblico siciliano; così quei popoli accontentando del non avere i loro capitali soggetti a perturbazioni straniere. Allora i debiti di Sicilia montavano a 19 milioni e 555,580 ducati; cioè pretesi dal tesoro di Napoli 13,774,716, e dai pubblici stabilimenti 5,760,864. Però come narrai (lib. II, §. 22) il debito si fe’ di venti milioni per riparare a’ disavanzi preveduti a dover seguire nei primi anni. Ma ebbero più, perché conteggiato con Napoli, il debito si moderò a 9,983,773 e grana 49; cioè 3,790,943 men del preteso: che servì a pagare i tanti danni della rivoluzione.

Si riposero le tasse ch’eran prima del 48; cioè fondiaria, dazii indiretti, compreso dogane e macinato, registro fisso, e lotti, poste e procacci. Si tentennava a riporre il macinato, grave più pel modo del riscuoterlo che per sé. Esso durava dal 1594, rendita principale de’ comuni; e il decreto del 1842, a simplificarne la percezione, avocato aveva al governo in una amministrazione il dazio comunale e il regio, fermatolo a carlini cinque per cantaio sulla macinatura de’ frumenti; e dava a’ comuni un tanto corrispondente al consumo presunto della popolazione. La rivoluzione per fingere la generosa abolì il dazio; ma anche tolse gli assegni a’ comuni; i quali però posero tasse nuove, e maggiori e più moleste. Restaurala la potestà regia, i municipi! supplicarono si riponesse il macinato, e l’ottennero a’ 3 settembre 49 come nel 42, con modifiche, da renderlo men grave: cosi restituiti gli assegni, s’abolirono le nuove tasse. Se non che sendo Telano in iscapito, il luogotenente propose crescere d’altre grana venticinque a cantato il macino; s’udì la consulta, e due apposite commessioni; le quali dichiararono quello essere il men gravoso de’ dazii; onde fu approvato a’ 15 novembre 54, fuorché per Palermo e Messina. Da ultimo re Francesco II ridusse a metà questa soprattassa di grana 25.

Questa del macinalo era la parte più solida del reddito pubblico, e il più antico balzello, ma increscevole a’ contadini; perlocché i congiuratori soffiavano fuoco, e promettevano d’abolirlo. S’era serbata la tassa posta dalla rivoluzione sulle finestre; poi tramutata in imposta del sei per cento su’ predii urbani; poi tolta via a’ 26 marzo 58. Si ripose il dazio di due tari a quintale sulla esportazione dello zolfo, gravante gli stranieri. Misesi la carta bollata come sul continente. A moderare il dazio doganale si concesse il fido, cioè dilazioni a’ mercanti di pagarlo dopo sei mesi, senza interesse; bella facilitazione che vivificò il commercio; tanto che a’ 4 giugno 59 il governo n’avea un credito di ducati 793,611. Oltracciò sendosi non riscossi nel 48 e nel 49 i tributi fondiarii in Palermo, questi con altri arretrali sin dal 1826 montavano a 505,568 ducati; e il re a’ 17 dicembre 58 li condonò.

A’ 15 aprile 50 si riordinarono le due Casse di Corte di Palermo e Messina, indipendenti da Napoli; e sì prosperarono che nel 56 s’ebbe ad aggiungere in Palermo una seconda Cassa d’Argento, e crescere gl’impiegati in ambe. A facilitare i negozii col napolitano i banchi insulari pigliavano in pagamento le carte bancarie di Napoli; Napoli ricusava quelle insulari, temendo di non puntuali rivalute; ma re Francesco a’ 15 settembre 59 ordinò che dal 1 gennaio 60 si scambiassero in contanti le polizze di qua e di là del faro reciprocamente. Al 1 aprile 59 s’attuarono due casse di sconto a Palermo e a Messina, da potervisi pegnorare pur le rendile del Gran Libro, con un milione dato dal tesoro, tosto accresciuto; che davan danari a tre e mezzo per cento. Un decreto del 2 maggio 59 ordinò altresì casse di risparmio dipendenti da quelle di sconto, e si stavan preparando. Sicilia non avea coscrizione militare, tolta già a’ 26 maggio 24, per dar le braccia a’ campi; ma quell’erario insulare pagava al ministero di guerra ducati otto per ogni persona chiamata a servire, ch’era niente; cosa tutta rifluente sulle popolazioni di terraferma. Per tanti benefizii, la proprietà immobile avea duplicato valore; e la rendita siciliana, negoziata la prima volta a’ 18 giugno 50 all’87 per cento, alzò sino a 116 e ¾. Quel tesoro a’ 4 giugno 58 avea ducati contanti 2,954,125 e grana 77. Il banco palermitano che a’ 15 maggio 49 venne nelle mani regie con soli ducati 825 in rame, e duemila in argento tosato, era colmo; ed esso e quel di Messina tenevan da undici milioni de’ privati. Lo stato discusso del 59 fu di ducati 10,450,709 e grana 28.

I creditori dello Stato e tutte obbligazioni eran soddisfatte a un puntino, l-e strade sicurissime, s’eran moltiplicate l’industrie, migliorata l’agricoltura, cresciuta la pastorizia, e si sospinta l’esportazione dello zolfo, che ogni anno n’usciva per sei milioni di ducati. Abbondantissima l’annona e vigilata, rotti i monopolii di grani negli anni magri 55 e 54, proibita l’uscita del frumento, scemati i dazii d’entrata, e menati grani dall’estero con perdita, a ingrossarne i mercati.

Notai l’opere pubbliche eseguite in Sicilia. A Messina il porto franco s’estendeva a tutta la città, si costruiva la palizzata, s’elevavan monumenti, e i colossi marmorei di Ferdinando 11, infranti dalla rivoluzione, rifacevansi per gli scultori Cali, Persico ed Angelini. Aveva un Liceo, ed ebbe l’Università. Saria noioso noverare l’opere in tutte le città: s’iniziava la via Toledo a Palermo, si faceva il ponte ad Imera, e i saggi per l’arginazione del Simeto nel piano catanese. Gridavano mancassero strade; ma si correva in poste migliaia di miglia. Sono strade tra tutti i capi di province e de’ distretti, e vie carreggiate fra’ paeselli e le consolari. S’eran falle quattrocento miglia tra Palermo e Messina, per la Marina, oltre l’antica per l’interno. Le vie ferrate s’eran ritardate, non per negarle, ma per farle con danari proprii; eppure, come or ora dirò, se né facevano i disegni; e già un giornale delle Strade ferrate in Sicilia usciva a Palermo.

Il più delle strade e dell’opere Pubbliche si eran fatte dopo il 1815; che nel 12 quando v’era la Costituzione, tanto dappoi piagnucolata, quando la rappresentanza nazionale votava l’entrata e le spese, non era segnato in quei bilanci per opere pubbliche altro che novemil’onze l’anno. Prima del 12 non v’era quasi nulla. E i faziosi che accusano i Borboni d’aver fatto poco che han fatto poi ch’han vinto? ingoiato tutto. La Sicilia invelo era prosperosa in proporzione della sua popolazione e de’ suoi mezzi; e aveva inoltre pace, commercio, lettere, ordine, sicurezza e giustizia.

25. Lamentanze sicule.

Certo erano errori nel governo: quasi gli stessi che sul continente; ma nell’isola s’esageravano più. Sospiravano indipendenze di in unici pii, meno giri di carte, meno inceppamenti al ben fare. Dicevano gravi le imposte, poco guadagno dalle lettere, noiosa censura di stampa, non protetta l’industria, e che in coda al secolo stesse la patria. I congiuratori stuzzicavano quella natura siciliana dello sdegnar le cose napolitano, e lor facean veder tutto nero. Offesa lo star ligati a Napoli, veder soldati napolitani, non aver la Corte; almanco avessero un principe reale viceré, con ministri e pompa regia. Errare il governo, massimo errore esser governo napolitano. Ricordavano la storia, Palermo culla della monarchia, stato reame distinto più secoli, poi viceregenza ma separata, ora ridotta a quarto di regno. E come le aspirazioni s’incarnano in un’idea, cosi messe le voglianze d’una corte e d’un re, ripingevanoi pensieri a quella costituzione brittana del 1812, quando il re stava in Sicilia quasi con essa tornasse il paradiso.

Nelle province eran altre lamentanze: tenean Palermo in conto di tiranna di Sicilia; volente sempre imporre a tutta Pisolale opinioni sue. I governanti con errore fortificarono tal predominio, perché il più degl’impieghi si davano a Palermitani. Palermitani i quattro direttori di ministeri, il più de’ Consultori, e cinque de’ sette intendenti. Moltissimi fra gli impiegati del macino eran di Palermo, cumulati così gli odii della tassa e delle persone. Dicevano: se muore il boia anche Palermitano il faranno. Eppure in Palermo favoreggiala co’ mali umori delle province s’iniziò la rivoluzione.

La nobiltà siciliana aveva una parte minata, e corrotta; e benché caduta, avea sequenze nel popolo e lavorava a infellonirlo. L’Unità Italiana era in pochi e pretesto; nessuno la voleva, tutti guardavanla per istar con quel molto uniti a rovesciare il governo regio, salvo il da farsi poi.

26. Il Castelcicala.

Paolo Rullo principe di Castelcicala, ito luogotenente dopo il Filangieri, uomo buono a ubbidire, salvo l’onestà e la fedeltà, non avea pregio da stare in tanta sedia. La gara tra il Filangieri e ’l Cassisi facea zittire i Siciliani; che in essa vedevano un’egida al loro paese; ma caduto lui che parca propugnarlo, restarono offesi nella boria nazionale, e si tennero abbandonati all’ire di quel ministro. Rivolsero allora gli occhi alla setta. Intanto, sendo il Castelcicala passivo, il Cassisi da Napoli governava il tutto; ma l’isola fuor dell’occhio della potestà, stretta da un accentramento assurdo fuor dell’isola, si sentiva più odio, e più larghezza da congiurare.

Siccome in Napoli l’inerte Bianchini avea resa nulla la polizia e lasciato costituire di nascoso la setta, così in Sicilia quel bonario Castelcicala fe’ alla setta stendere le reti. In Palermo e nelle città primarie eran nati comitati sin dal 54: quel di Palermo avea il principe di S. Elia, un Marinuzzi, un Nicola Botta da Cefalù, Fortunato Vergara Crachi, Narciso Cozzo, e segreto operatore Gaetano La Loggia, stretto coll’ostretico Raffaeli (lo inventore della cuffia del silenzio) che si carteggiava col Gladston. Nelle Province eran capi questi: a Cefalù il fratello del Botta Carlo, con un barone Filippo Agnello; a Termini Pietro Gullo cognato del La Masa; a Gratteri Francesco Buonafede: a Partinico Antonio Modica; a Trapani Turillo Malato; a Girgcnti Gaetano Lo Re e Gerlando Scozzaci; e così altri altrove. Costoro collegati e corrispondenti, denigravano la potestà, promovevano ire, facevano adepti, raccoglievan sussidii, stillavan paure e false nuove; e i motti della setta mondiale e gli ordini e le idee propagavano. Fatti a governo sotterraneo con segreti uffiziali, lavoravano a muta guerra al governo legale. I fuorusciti mandavano da Torino proclamazioni stampate per tutte terre, gittate per le vie, ne’ caffè, e anco in chiesa a rinfocolare le passioni. Gl’impiegati già ribelli, graziati e messi in uffizio dal Filangieri, rimutando non natura ma mantello, erano alla saliente rivoluzione occhio e voce e braccio e speranza. Che sapeva il Castelcicala? che il Cassisi? Mentre quegli sonniferava, e questi padroneggiava, la rivoluzione stendeva (’unghie. Inghilterra, Piemonte, i costoro consoli, la stampa settaria per tutto l’orbe mostravano facile, plaudita, protetta l’impresa; davan danari e arme, promettevano soccorsi e impunità. E si giunse al 1860.

27. Il Maniscalco.

Salvatore Maniscalco, già uffiziale di Gendarmi, ito in Sicilia col Filangieri nel 49, fu prevosto del campo, poi ebbe la sorveglianza di Palermo; dove mostrato animo e mente, fu a’ 27 ottobre 51 messo a direttore di polizia nell’isola. Mantenne l’ordine legale senza notare gli onesti, scelse uffiziali astio modo, die’ buoni soldi, severe regole e militare disciplina; ebbe il plauso de’ più, sventò ogni tranello, sciolse ogni conventicola faziosa, tenne il piè sulla setta. Risorte con l’uscita del Filangieri le nuove speranze, il Maniscalco restò al posto, solo contro tutti. Sino allora stato amico di gentiluomini, n’aveva avuto lodi; vistili a cospirare, tenne al suo dovere; ed eccolo di buono diventato malo. Cicco il Castelcicala, egli veggente, unico puntello alla potestà, cominciò a sentire i dardi settarii.

Come a Napoli, andò anche colà il motto del festeggiare le giornate di Magenta e Solferino; dicevasi aperto Austria aver perduta l’Italia; e gli stessi realisti ripetevano stolidamente esser bene che il re non fosse più mancipio di Tedeschi. Dimenticavano il re anzi essere stato troppo indipendente, e ’l non aver soccorso Austria giusta i trattati, esporrebbelo a esser mancipio d’altri, o cadere. La domenica 5 luglio 59, correndo le quarantore alla chiesa di Portosalvo, s’eran fatti inviti per illuminazioni; che si festeggiasse Solferino pochi sapevano. Dopo l’imbrunire apparvero lumi ai balconi e splendidi doppieri in tre casini: presso i Centonnari, alla Madonna del Cassero, e in quello de’ Nobili in Piazza Bologna; poi gente a spasseggiare. Il Maniscalco che il fine intendeva, mal sopportando quello stecco negli occhi, mandò poliziotti, che vedendo giovani parlar alto di politica avanti al caffè di Sicilia, intimarono si sciogliessero, e trovata resistenza alzarono le mani. Fu un po’ di tumulto, scende il Maniscalco ed è fischiato; infuria, e seguito da dieci de’ suoi entra nel casino de’ nobili, né udendo le dolci parole del marchese Ugo (legittimista) col bastone abbatte i doppieri. Alla dimane fa pigliare quarantatré de’ nobili della sera, non già i figli del Santelia ch’eran pure i principali. Per contrario quel mattino seguirono a vendetta plausi infiniti al console inglese nella Flora. Certo fu indecoroso l’atto del direttore sceso di persona a’ fatti in Piazza. S’andò sussurrando grandissima offesa, innocenti quei lumi, i diporti, i serenanti; gli sgherreschi modi insulto alla nobiltà; questa dover raccogliere il guanto. Messina e Catania, ma più quella, fecero eco, il resto dell’isola non fiatò. Appositi mandatarii col braccio dei consoli stranieri, andavano e venivano da Torino. Né furono arrestati, ma i tribunali codardi o felloni liberavanli. S’era in punto che forviata l’opinione pubblica, la legge non è più presidio allo Stato; e soverchiato il principio di autorità riesce impotente: volevasi legge militare a salvarlo.

La notte dell’8 al 9 ottobre di quell’anno 59, si volea far novità in Palermo con facinorosi del contado: saputosi, la potestà occupò i luoghi, e sventò la cosa. Nondimeno da sessanta facinorosi accozzati in Bagheria volean tentar la notte d’entrar nella città, ma affrontati per via dalla forza pubblica furon rotti. Al mattino il Maniscalco die’ un’ordinanza, e fe’ il disarmamento di Palermo, l’arme serrò in Castellamare, e promise restituirle, chetati quei rumori.

28. Tentano assassinarlo.

Questo scacco sì irritò i congiuranti, che statuirono torsi davanti quell’incomodo direttore di polizia. Di costoro trovo i nomi nelle memorie scritte dal Maniscalco medesimo (ora defunto) cioè il Trigona principe di S. Elia, Antonio Pignatelli di Monteleone, il barone Riso, il figlio del marchese Rudinì, il principe di S. Cataldo, il professore Casimiro Pisani, principe Corrado Niscemi, Francesco Riso popolano, ed altri; i quali per seicento ducati trovarono l’assassino, che fu Vito Farinella camorrista, cui dettero il prezzo del sangue, e un pugnale. Il direttore la domenica 27 novembre dopo il mezzodì andava al duomo a udir la messa; tenea per mano due suoi figliuoletti, seguivalo la consorte incinta; pioveva, eran le strade deserte. Entrato dal vestibolo di dietro, accostandosi alla pila dell’acqua benedetta, si sente da tergo conficcare un ferro sotto i reni; vacillò, ma visto fuggir l’uomo gli corse appresso, poi venne manco; l’inseguì un famigliare, e indarno, ché i congiurati avean preparato l’asilo al sicario in quei viottoli presso la cattedrale; il quale gittata barba e cappuccio, uscì di nuovo e si mescolò nella folla de’ curiosi.

La città atterrita del reo colpo, i principali corsero a onorar di visita il direttore; tra’ primi i congiuratori atteggiati a commiserazione; ma la ferita fu lieve e guarì presto. Il re gli scrisse, e diegli la Gran Croce di Francesco I e l’assimilazione al grado e il soldo di direttore di ministero. Dopo una settimana preso era il sicario Farinella; ma il tribunale procedendo legalmente agli atti, miselo provvisoriamente in libertà.

Dell’assassinio già un giornale svizzero avea data la nuova anticipata; mancato, la tattica settaria fe’ suo debito. Nella città spargevano il fatto non aver colore politico ma personale; nell’altre parti infamavan la vittima, plaudivan l’assassino; corsero pel mondo calunnie inique, menzogne sperticate e fantasiose come novelle arabe sulla sicula polizia, piovevano libelli, e giornali da ogni banda. Anche il drammaturgo Victor-Ugo scagliò di Francia la sua pietra. Il tutelatore dell’ordine fu detto oppositore alle grandi aspirazioni de’ popoli; i suoi precedenti meriti diventarono colpe; e ehi l’avea già plaudito, poi che mutò pensieri, gittò l’onta sull’uomo che non avea mutato.

Per non tornare su questa turpezza, noto che sendo proceduti gli atti fiscali contro il feritore, avvenne come dirò lo scoppio della congiura della Gancia, dove ferito a morte il lontanato Antonio Riso, morente all’ospedale civico, svelò i nomi del comitato, de’ mandanti, del mandatario Farinella, del prezzo di seicento ducati, e confermando la propria reità spirò. Ma il sicario era in salvo, unito a’ rivoltosi fuggiti a’ campi. Trionfato poi il Garibaldi, a questo si presentò il Farinella vantandosi del colpo, mostrandone il certificato del Monteleone e del barone Riso; ed ebbe da quel rimuneratore d’assassini quindici ducati al mese di pensione, cui oggidì re Vittorio Emmanuele sta pagando.

Dopo questo ferimento, il comitato composto di nobili borghesi e popolani, denominato Bene pubblico, faceva collette per comprare arme e munizioni. Conseguenza necessaria dell’audacia faziosa era il rigore governativo per contenerla; quindi più vigilanza, più censura di stampa, e arresti di felloni; quindi la libertà del paese dovea risentire la tensione de’ legami e della condizione pugnace tra governanti e governati. E i sommovitori accusavano la potestà regia di quei rigori da esso loro provocati.

29. Il clero di Sicilia.

Vi dava la mano una parte del clero. Eran nell’isola mollissimi sacerdoti irreprensibili e rinomati per virtù e scienza; ma pur ve n’avea, cui non vocazione ma interesse avea spinti all’altare. Notai nel libro 3. numerosi preti corsi pe’ soli benefizii ecclesiastici, poco ordinati seminarii, vescovi a correggerli impotenti, e clero quasi da Roma indipendente, sottomesso al poter civile del tribunale della monarchia; quindi inobbedienza, rilassatezza di costumi, e fazioni. Il più de’ corrotti era tra’ novizii. Il popolo tien gli occhi al clero, che gli è guida, moderatore ed esempio; onde n’è tratto o al bene o al male, o almanco a scusa e corruzione. Molto valsero i mali preti a guastare la morale nell’isola; da quel clero uscì il Pantaleo, cumulo d’ignoranza e baldanza.

Assai la setta avea lavorato a pervertire i preti e i giovani. Nelle università stesse, s’insegnavano con varie forme idee panteistiche; in quello scoglio urtava l’innocenza giovanile; e corruzioni e vizii e ateismo s’apprendevano colà dove i genitori supponevano la vera sapienza si spandesse. Là reclutava la setta; là non iscienza ma arte da cospirare s’imparava.

Talora i professori aperto eruttavano massimo di dritto canonico condannate dalla Chiesa. Il Gerofilo giornale religioso di Sicilia meritò che Roma il ponesse all’indice. Il governo con incredibile errore ordinò si desse nell’Università la filosofia del Mancini, che in apparenza è una sbiadita Giobertinata, e in sostanza un intingolo degli errori del Bruno e del Kant. Al tempo delle sventure di Santa Chiesa, quando la Cristianità tutta, e il resto del regno mandava indirizzi e voti al Pontefice, solo l’isola stette dura; e come il canonico Turano fe’ a nome dell’arcivescovo di Palermo un indirizzo affettuoso, fu segno a persecuzioni.

Ferdinando nel 56, conferito col Papa a Porto d’Anzio, mise un freno a’ suoi ministri ne’ rapporti con la Chiesa, e temperò le massime invalse nell’uso. Un breve pontificio del 50 gennaio di quell’anno, avea statuiti nuovi principii, in ispezialtà su’ voti monastici e sulle cause matrimoniali; ma poco se né fece; perché date quali concessioni del Principe, per questo appunto mancò il riconoscimento e l’esecuzione del dritto papale. Quando poi Papa Garibaldi abolì quel breve ed altri, i mali preti tennero valida l’abolizione.

Col clero si corrompeva il popolo. La nobiltà scaduta dal lustro antico, era in parte sdrucciolata nella setta; dove sul continente per contrario tur pochi i nobili felloni. Guasti gli artegiani e i giovani borghesi, quasi solo i contadini eran religiosi e quieti. Ma quelli facevan rumore, e uniti eran molli.

Ben tutti i gesuiti propugnavano la Fede. Avean nell’isola 508 religiosi, e quindici case, con rendita in tutto di quasi quarantaquattromila ducati; e dovean provvedere alle spese d’amministrazione, a collegi, scuole, biblioteche, limosine, e a riparazioni d’edifizii. Eppure co’ risparmii fabbricarono case in villa per diporto degli allievi. Espulsi al 48, tornati al 50, ripresero loro fatiche, soprattutto l’insegnare.

A Palermo avean 500 scolari d’ogni condizione, ond’ebbero a comprare casamenti per allogarli; e ottennero l’antico Noviziato distrutto nel 48, cui per la sopravvenuta rivoluzione non giunsero a ricostruire. I Catanesi lor fidarono il rinomato collegio Culelli. Aci-reale, Caltagirone, e altre città domandavanli, con petizioni alla Consulta ed al re. I padri con missioni, confessioni e congregazioni lavoravano per la vigna del Signore; e per questo, non già per l’impacciarsi di governo, che mai noi fecero, meritavano l’arcerbe accuse della setta; la quale con l’ateismo e l’immoralità s’ingrossa. Ma i Gesuiti in Sicilia, come in ogni dove, avean le simpatie dell’onesta gente.

30. Come a’ nostri errori rimediò la setta.

Parmi aver dello e sul bene e sul male del governo napolitano quanto coscienza dettava, né ho risparmiata severità, perché niuno possa stimarmi parziale. Chi non è tinto de’ colori trionfanti vedrà gli errori di Napoli non esser cardinali né invincibili. Molti Stati e possenti ha l’Europa oggidì che n’han di gran lunga maggiori; eppur niuno con tanta pervicacia li condanna. Gli errori nostri eran pel più suscitali da chi appunto accusavanli e aggrandivanli; e tutti eran poi sopportabili polla bontà delle patrie leggi; sicché unico rimedio ai mali credo saria stato più eletta scelta d’uffiziali, premiare e punire, e severamente invigorir d’esecuzione le leggi.

La rivoluzione strombazzante quelli errori, li corresse forse quand’ella vinse? Noi poteva; perché l’errore appunto è il suo regno; e per necessità dové fare il rovescio del nostro bisogno. Essa non era popolare né nazionale, ma straniera; e per reggersi dovea mutar tutto, uomini e cose: abolir leggi buone per male, conculcar la religione per l’empietà, scacciar uffiziali onesti per premiar traditori, vuotar l’erario per satollarsi, far debiti e tasse per empiere le bocche a’ famelici adepti, versar sangue a fiumi per regnare. A’ pochi sopportevoli mali sostituì arbitrio, e vendette e spogli. Né poteva fare altrimenti. Piangono i popoli, ma la setta gavazza.

§. 31. Un anno di Francesco II.

Francesco II giovine, proclive a studiare, aneloso di correggere le amministrazioni, molto lavorò; già dell’opere del suo breve regnare qualcosa dissi; qui né farò epilogo breve. Disapprovò con rescritto del 20 ottobre 59 lo accentramento amministrativo, n’enumerò i danni, ordinò s’eseguissero le leggi, non s’inceppassero con vani giri di carte. Nel consiglio di Stato del 24 luglio aveva disposto s’accedesse alle giuste proposte de’ consigli provinciali, perché i Governi debbono subito concedere quel ch’è lecito di dare; l’affermativa per sé esser bella, la negativa doversi giustificare con la ragione e la necessità. E pronto annuì a più voti di consigli. A Catania un tribunale di commercio e le Casse di Corte e di Sconto; a Trapani lavori al porto; a Messina abolito il doppio dazio di stallaggio sui depositi a quel porto franco; a Palermo franchigie daziarie; e per tutta Sicilia condonati gli avanzi della tassa sulle aperture, già soppressa dal 57. Il decreto del 17 febbrajo 60 provvide all’agricoltura nell’isola, all’incremento de’ capitali e delle popolazioni rurali, accedendo a’ voti de’ consigli, cioè ordinando le permutazioni de’ beni patrimoniali de’ Comuni. A’ 27 di quel mese si smezzò, come ho detto, la sopraimposta al macinato, s’abolì la tassa diretta sulle case terranee per la gente povera; s’ordinarono riforme al metodo di riscuotere i dazii sulle solfaie.

Istruzioni e regolamenti die’ il 51 ottobre 59 a’ consigli di reclutazioni, da evitare brogli e baratterie. A’ 15 settembre s’era risoluto il dubbio che i figli de’ Siciliani anche domiciliati sul continente fossero esenti di leva. Ciò fu all’isola favore, al continente gravezza, dove quei giovani fruendo i diritti civili, eran salvi del duro servigio personale, debito dagli altri soggetti. Riformò, come notai, i giudici regi, cresciutine i soldi. Mandò regi verificatori a’ Comuni e a’ giudicati circondariali. I decreti del 15 marzo e 1. maggio 60 sminuirono le tasse su mercanzie straniere, così mettendo in atto quasi libero commercio, sol restando di dazio quanto bastasse a coordinare gl’interessi fiscali all’industria privatale lo scemamento fu prova dell’incremento d’ambedue. Quei decreti coordinarono altresì lo tasse tra Napoli e Sicilia, buon provvedimento.

In breve s’approvarono molti monti frumentarii e di pegni, casse di risparmio e di prestanze in parecchi paesi. Anche stabilimenti di Figlie della Carità, altri istituti da ospedali, educandati e proietti; a Gaeta ponevansi i padri Ignorantelli per insegnare a’ giovanetti. A’ 15 giugno s’apriva in Napoli l’ospedale servito da’ Cavalieri di Malta, per poveri ecclesiastici infermi.

S’aggiunsero cattedre a’ collegi: tre a Foggia per dritto romano e patrio, patologia e ostetricia, e medicina pratica e legale; a Chieti quella d’agronomia; a Trani due pel diritto civile e ’l penale. S’ordinò miglior vigilanza alle scuole primarie comunali, e dove mancasse danaro, pagasse la provincia. Pur si provvide a’ fondi per le spese delle società economiche.

Una legge del 1° marzo 60 prescrisse a tutti i fondi le servitù degli acquidotti, il che favorì l’irrigazione de campi, vietò gl’impaludamenti, tutelò la pubblica salute. Uscì a 5 maggio un regolamento per l’opera di disseccamento del Fucino, ove fu provveduto per arbitramenti alle insorgenti quistioni, a troncar liti lunghe. Altro né uscì a’ 10 aprile per le cave di pietre adiacenti alle strade. A’ 19 di quel mese era sanzionata una convenzione con l’Ottomano, per le tre linee telegrafiche aperte ne’ paesi turcheschi.

Seguivano sempre nuove disposizioni ad abolire l’accentramento. Ai 12 settembre 59 si rivocava un decreto del 1827, che sottoponeva ad approvazione ministeriale le spese per opere pubbliche non urgenti: così gl’Intendenti e i municipii ripigliavano anche quella responsabilità cui la venia superiore lor toglieva. Il rescritto del 10 dicembre fiaccò ogni arbitrio, statuendo che l’espropriazione per utilità pubblica si avesse a dichiarare per atto sovrano. A’ 10 gennaio 60 si sanzionò un regolamento per l’opere pubbliche di Sicilia, e a’ 26 marzo altro per la città di Napoli.

Si die’ impulso novello ed efficace a tutte opere. S’ordinò per l’ampliamento di Napoli a’ 25 febbraio una commissione. Si decretò una strada tra Montesarchio e Pontelandolfo, da congiungere in questi altri due punti le strade Irpina e Sannitica, un nuovo ponte sul Calore si fe’ con arco di ferro laminato, lungo dugento, largo 21 palmi. Fu continuato il raddrizzamento del Sarno, con altri cinque ponti, un canale navigabile di mille palmi, e le molte strade da unir quei paeselli. Seguivano anco lavori alle paludi Napolitano, e allo sgombro della foce del Sebeto. Compievansi i fari sulle coste siciliane. Cotesto e altro si faceva con denaro nostro, senza debiti.

32. Le strade di ferro.

Vieta e facile accusa la poche strade di ferro. Eppure la prima fatte in Italia si vide nel regno, poi surse l’altra a spese dell’erario a Capua, e voltata da Cancello per Nola, Palma e Sarno a Sanseverino. E pur l’erario costruiva l’altra lunga da Capua al confine romano. Ferdinando non avea troppo voluto impacciarsi con istranieri, e perché avea ragione di temerne insidie, e perché volea piuttosto a’ suoi sudditi che ad estranei dar quei lucri. Nel regno certo non mancavano capitali, perché chiamarne di fuori a padroneggiare, e a venir poi con vascelli, a sostenerne per ogni piato le pretensioni? Impertanto avea concesso a privati quelle da farsi per Abruzzo e Puglia, le quali non s’eseguirono, non concorrendovi i possidenti, o perché soffiati a negarsi, o perché non ben vedendone l’utilità. Venuto Francesco, stracco del sentir l’accuse, ordinò si compiesse presto quella di Roma, e chiese conto del perché quelle date a’ privati non s’eseguissero. Inoltre con ‘decreto del 28 aprile 60 stabilì una rete di vie ferrate per tutto il regno: tre lunghe linee sul continente da unire l’Adriatico col Tirreno e col Ionio: una per Foggia, Brindisi e Lecce, altra per Basilicata a Reggio, e altra per Abruzzo al Tronto. E tre in Sicilia, da Palermo a Catania, altra a Messina, e l’ultima per Girgenti a Terranova. Fe’ una commissione per esaminare le dimande di concessioni, estudiare i disegni e i modi d’esecuzione: si stesero anche i patti su cui accogliere le dimande.

Parmi il nuovo indirizzo dato al governo, col minore accentramento, in breve desse buoni frutti. Ma ne mandarono la rivoluzione.

33. Tutto è pronto.

Questa non poteva aspettare che gl’influssi del nuovo regno operassero, e meno che il giovine re avesse tempo di ben conoscere gli uomini e il paese, e forte afferrasse lo scettro. Già il Piemonte compiute le annessioni nell’Italia mediana, irrequieto, ansioso di nuove prede, non voleva soffreddasse l’ardore rivoluzionario, né che il tempo svelando le nefandezze e le rapacità di lui, lasciasse all’entusiasmo seguire il pentimento. Già la setta repubblicana, postasi all’ordine di un re per esser protetta a ribellare, aguzzate avea l’arme. Quello era il momento di spingere tutte le mondiali forze rivoluzionarie contro quel regno delle due Sicilie, che nel 1848 le avea saputo fiaccare. Umiliala Austria, contenta Inghilterra, e Francia, la gran setta poteva impunemente tutte sue universali arme lanciare sul nostro bel paese, per ischiantarvi la religione e la prosperità.

Il reame non era più quello del 1848. I faziosi v’avean preso i migliori posti: ve n’era fra’ consiglieri della corona, ne’ ministeri, in magistratura, nell’amministrazione civile, nella Polizia, nel clero, nell’esercito e nell’armata; ve n’era d’alti e bassi in ogni uffizio, in ogni luogo. Ciascuno avea la sua parte; chi fingersi lido a consigliar male, chi aperto ribellare, chi disertare a tempo, chi spaventar con paurose nuove, chi tradire il segreto, chi spiare, chi combattere pel re, per farlo perdere, né mancò chi dovea seguirlo in esilio per iscrutarne le angoscie e i pensieri. Tutto era, siccome la nave d’Agrippina, acconcio a far crollar da sé l’edilizio, e da tutti i lati, per mano de’ suoi stessi difensori. Mine, stipe, fradici puntelli avean posto; sol mancava una scintilla, e fecerla recare da un marinajo di Nizza. Sì vili e svergognati furono tai nostri congiuratori liberali che non ebbero animo d’alzare il braccio essi stessi, coprire almanco la fellonia con l’audacia, che talora quaggiù innalza anche le scelleratezze; ma ebbero bisogno d’un melenso straniero che lor recasse il coraggio della colpa. Nelle tante distribuite parti lasciarono a stranieri le ardimentose; e serbarono per sé Farti codarde del mentire, del tradire e del fuggire.

Napolitani! la nostra nazione così assalita cadde, ma pur riluttando e combattendo. Ora ergiamo un monumento in calcarei massi, da scolpirvi i nomi de’ venditori della patria; affinché i posteri n’abbiano memoria eterna, e un salutare rossore pe’ più abbietti cospiratori che mai si vedessero al mondo.

fonte

https://www.eleaml.org/ne/margotti/1868-DE-SIVO-Storia-delle-due-Sicilie-dal-1847-al-1861-BB-2025.html

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