Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo Volume secondo (IV)
LIBRO DECIMONONO
SOMMARIO
§. 1. Duro uffìzio dell’autore. — 2. Sforzi per sommovere il regno.— 3. Melensi frutti. — 4. Pretesti a Stati stranieri. — 5. Mutamenti ministeriali e il Conte di Siracusa. — 6. Apparecchiamenti in Sicilia. — 7. La vigilia. — 8. Il 4 aprile. — 9. Fazioni de’ seguenti giorni. — 10. Ordinazioni del re. — il. Falli delle province. — 12. Seguito detratti d’arme. — 13. Tredici fucilati. — 14. Conati inani a Napoli. — 15. I legni sardi. — 16. Alessandro Nunziante. — 17. Insidie insigni. — 18. Provvedimenti del governo. — 19. Il Garibaldi. — 20. Preparativi di lui.— 21 Partenza da Genova. — 22. Fatto del Zambianchi. — 23. Lo sbarco a Marsala. — 24. Proteste e le bugie Cavourrine. — 25. I duci chiudono le truppe entro Palermo. — 26. Fievoli provvedimenti.— 27. li Garibaldi a Salemi. — 28. Fatto di Calatafimi. — 29. Infame ritirata del Landi. — 30. Conseguenze.
1. Duro uffizio dell’autore.
Giunto sono a’ tristi casi. Studiando i latti e i documenti, udendo i testimoni, confrontando i tempi, l’opere e gli scritti, l’animo resta affranto; e il pensiero non sa donde cominciare la nefanda iliade di codardie, inettezze, e tradimenti di molti che per somma napolitana sventura si trovarono alla pubblica cosa preposti. Tali e tante stoltezze e nequizie vedemmo, che a noverarle vorrebbersi volumi, e tempo, e pazienza infinita. Il cuore sanguina, la mente si prostra, e l’anima angosciata quasi quasi rilutta contro la volontà del Signore, che tanta ignominia e infelicità permise insozzasse la già lieta patria nostra. Qui è duro l’uffizio dello storico: nudar piaghe, vituperare persone, forse parenti ed amici, sfidare vendette di potenti, borie di dominanti, ire di vincitori, false interpretazioni d’invidi o di stolti; svelare le false amicizie, i perversi consigli, il tradito sangue, le insidiose protezioni; affrontare tutte insieme le iracondie di genti perverse, che son tante e diverse! certo sono pericoli e amaritudini e dolori inenarrabili e supremi.
Non mai fur visti più viluppi di malizie, più strazio de’ venerati nomi di patria e libertà, più versamenti di sangue innocente per più ingorde cagioni. Mai più furon viste nazioni potenti ch’avrebbero potuto per la forza conquiderne con minor danno, usar arti di premeditale calunnie e corruzioni, per farne iniquamente l’un l’altro uccidere e subissare. Si voleva usurpare la monarchia, e s’è percossa la nazione; si voleva abbattere un re, e si sono spenti centomila sudditi, e spogliali, coperti d’onta e messi al bando delle genti nove milioni d’uomini, che eran tranquilli e prosperosi. In nessun tempo mai fu tanto calpestato lo onore, tanto punita la virtù, tanto irrisa la fedeltà, tanto scontorta la ragione; né mai per contrario fu tanto disonore estolto in trono, tanto premiato il vizio, baciato il tradimento, o gloriato il sofisma. Gli antichi videro per guerre cadere città e monarchie; ma d’impudenti ipocrisie, di spergiurati patti, d’assalimenti senza guerra, di rapine sì spudoratamente vantate, mai non ebbero esempio. Questo i fati serbavano alla nostra generazione.
Nondimeno facciamo cuore, diamo pel futuro bene sociale la nostra quiete; ché la vita e l’avvenire d’un umile scrittore bene sono spesi per la manifestazione del vero. Potenti d’oggidì, cingetevi pure gli occhi e la fronte con aureole d’infamie celebrate; ma la Provvidenza aguzza le penne della storia, acciò restiate avvolti del vostro fango al cospetto della posterità.
2. Sforzi per sommovere il regno.
Benché tutte Farti rivoluzionarie usate nel regno vi tenessero le cose in pronto, pur non vi potevano fare il miracolo di Toscana, dove in quattr’ore il ministro sardo avea tolto il seggio al Granduca: qua la popolazioni devota alla monarchia tenea il sangue suo in un esercito numeroso; né valeva averne compri o corrotti parecchi duci. Che potevan questi fare? palesarsi ed essere schiacciati saria stato un attimo. Bisognò procedere per vie contorte, con lento lavorio. Tolsero lo assunto di smembrare e distruggere con le proprie mani quell’esercito fedele, dissolverlo, sperperarlo, con disagi, stenti, vane pugne e vergogne.
Dissi come stretta lega tra Piemontisti e Mazziniani, col mezzo dell’Hudson ministro brittanno, avea il Cavour, consentendolo Napoleone, ripreso il seggio ministeriale, per seguitare la guerra italica, non contro Austria, ma contro Pio IX e Francesco II. A operare sicuramente, e torre al governo sardo la responsabilità degli eventi, Vittorio re, e ’l Garibaldi marinaio si strinsero le mani al buio; e fu data carta bianca a costui, fatto presidente dell’Assemblea nazionale, e poi dell’altra società La nazione arma! a così sopportando in apparenza un governo nel governo, laddove il Flavoni amico di Napoleone era operatore del tutto. Fu detto allora che l’Hudson scherzando chiedesse a chi s’avesse a volgere se al Garibaldi capo della nazione armata, ovvero al ministro capo dell’esercito regio. Protestarono i potentati, ma ne rise il Cavour, che già pagato aveva alla Francia l’impunità delle future rapine. Della società nazionale afferrava la presidenza il già segretario La Farina, lancia del Cavour. Questi gli dava rimbeccata, quegli eseguiva in nome della nazione: si creavano in piazza una opinione fittizia, e il ministro poi fingea calarsi alla volontà nazionale ch’esso stesso avea fatto simulare. Cito fra le tante una sua lettera del 21 febbraio 60 al detto La Farina (poi stampata) dichiarante dargli il là cioè il tuono da trasmettere a’ giornalisti settarii, ed era questo: «Chiedete risentitamente una risoluzione; spingete l’armamento, dicendo assurdo il fidare nella diplomazia, non potendo essa riconoscere abbattimenti di troni, se non quando fossero fatti compiuti; prendete tuono non ostile, ma un po’ minaccioso. Non è ch’io abbisogni di spinta per andare avanti; ma sarammi utile poter dire che sono premuto.» Oh talento ministeriale!
Cosi pure nelle parti nostre ei dava il tuono. Servivalo il Villamarina legato, strettisi attorno i primarii congiurati di Napoli e delle province, e col conte di Siracusa zio nel re. quei che in casa di costui bazzicavano. Gli erano ausilio i ministri di Inghilterra e Francia, e il conte d(1) Aquila altro zio del re, allora capo della flotta, il quale visto il torbido, sperava con la proiezione francese pescarvi in forma di reggente il potere supremo. Cosi la rivoluzione democratica fu servita da due grandi personaggi, che presto n’avevano i primi a patir le percosse. Il Cavour avea inoltre corrispondenze dirette nel paese, dove faceva negozii d’importanza. Mandò anzi sfacciatamente a Palermo in febbraio 60 un Enrico Benso suo parente, per tirarsi quei nobili versipelli con lettere di fuorusciti, e fe’ frutto; sfrattato dal governo, osò passare a Napoli, e né fu anche espulso. Di Torino venivano stampe e danari, e promesse larghe d’armi e d’uomini, e anco di mandare l’esercito e re Vittorio: con quel danaro si pagavano i Camorristi, e quanto occorrea per far dimostrazioni, cui poi celebravano unanimi e spontanee, con esso stampavasi un giornaluccio clandestino il Corriere di Calabria, tutto calunnie e speranze faziose.
3. Melensi frutti.
Eppure tanti sforzi riuscirono a’ melensaggini. Una volta gittarono dal ponte di Ghiaia nastri a tre colori: un’altra né lanciarono dalla piccionaia del teatro Fiorentini. Altresì in Acerra, patria di Pulcinella, dove molto potea casa Spinelli ch’ereditò roba ex feudale, si videro per terra di quei nastri un dì sull’alba. Il municipio dichiarò con deliberazione l’innocenza della città. Tai cose infatti facevanle i pochi speranzosi di tumulti; e come n’usciva patente l’impotenza, voltavan carta, e n’accusavano la Polizia, quasi il facesse pel piacere d’inveire: di quella accusarono il caporale dei gendarmi. Qualche altra scipidezza simile fu in Abruzzo, e su’ confini. Le popolazioni guardavate con ispregio, irridendo gli ignoti congiuranti, che con vili Camorristi intendevano a rovesciare la monarchia; niuno sapeva i Camorristi collegati con re e imperatori.
A Taranto il 18 luglio 59 si vide sur una colonna un busto in gesso, passato la gola fuor fuora, lordo di sangue cavallino, e una scritta: Morte alla nobiltà, viva l’unità e la costituzione, morte al sindaco. E una lettera cicca al sottintendente de Monaco diceva: Avete veduta quella testa di Francesco II? tra breve vedrete la sua vera testa in Napoli infìtta alla sua spada; a Lecce quella dell’intendente; a Taranto quella del sindaco Mannarini ecc. Fecesi il processo a un Vito Cicala; ma l’autore principale era un notaio Di Palma; ché sorpresa una sua lettera, si provò per stima di periti il carattere essere io stesso della scritta. Carcerato costui il 27 gennaio 60, andò tosto alla potestà giudiziaria; ma la corte di Lecce trovò modo da mandarlo libero; anzi il procuratore generale Pietro Corigliano il 3 luglio gli sollecitò l’applicazione dell’amnistia del 25 giugno. E poi con la vittoria della rivoluzione il Di Palma si potè vantare martire.
Poi nel carnevale 1860, certi compri sicarii presero a dar colpi di mazze a persone pacifiche, e tre col figlio del sottintendente né ferirono. Apparve anche una tabella a tre colori col motto costituzione; e più sere sparsero per le vie tricolorate nappe.
La setta pur negli ergastoli stese sue reti, e v’avea adepti, il tre maggio transitando per Taranto certi galeotti, che dal bagno di Nisida andavano a quel di Brindisi, si trovò sopra un d’essi, certo Giuseppe Monterosso di S. Eufemia, la nappa tricolorata, una moneta con la effigie sfregiata di Francesco II, molte carte sediziose, un programma di cospirazione, e ì giuramento di perseguitare la stirpe borbonica, di vendicarsi de Gesuiti cagioni di ruina di tutti i popoli, e di spargere il sangue per la Giovine Italia e poveri dogmi di Cristo. Confessò di avere il carico di propagare la setta negli ergastoli, e svelò stare arme nascoste e preparate rivoltare nel Reggino. Per presto punire tal difensore di Cristo, il Procuratore generale Corigliano in tre dì chiamò a Lecce la processura; ebbe il reo l’8 giugno, lo interrogò, n’ebbe altre rivelazioni, e lui pose non già nel carcere centrate addetto ai rei di stato, ma in quel di S. Francesco poco sicuro, d’onde l’11 sparve. Fu chi il disse ucciso acciò non rivelasse oltre, né più se n’ebbe nuova. Quel Corigliano, surta poi la rivoluzione, quando i galeotti s’alzavano a redentori d’Italia, dal balcone gittava confetti a’ tumultuanti.
Che s’era fatto nel Reggiano? a’ 2 aprile 60 apparve presso Villa S. Giovanni una bandiera a tre colori con motto latino celebrante re Vittorio. Altra senza motto se né trovò all’alba del 10 sugli scogli del forte Scilla. La gente non se né curava. Cercandosi i rei, incolparono una realista, venuta la rivoluzione i rei si vantavano del gran fatto, e dell’acuta calunnia.
4. Pretesti a Stati stranieri.
Eppure cotali fievoli e inani conati liberaleschi servian di pretesto ai governi di Francia e Inghilterra, per ispingere di continuo Francesco a riforme. Licenziati gli Svizzeri, avean cominciato a martellare; seguite l’annessioni italiche, si rinfocolarono; in marzo raddoppiarono i consigli. Il Brenier e l’Elliot, per incoraggiare i congiurati a tentar cosa di più momento, fecero in quel mese apparire le due flotte avanti Napoli: speravano come in Toscana far la rivoluzione senza guerra; ma i Napolitani non ci posero mente, e i congiurati non osarono fiatare. Il governo vigilando i passi di questi stava in impaccio; farli giudicare era magnificare il male, e mostrar palese la protettrice mano straniera; lasciarli are, e’ poteano suscitare subugli da far co’ rei pericolare innocenti; però a tutelare la cosa pubblica, s’avvisò sbandeggiarli. Al 1. marzo il marchese di Bella, il marchese Vulcano e qualche altro cicalone furono sloggiati. Ed ecco il ministro inglese Elliot piglia a difenderne l’innocenza, e concitato rapporta a Londra dell’ingiusto esilio di quelli, cui chiamava suoi amici.
Il La Farina qual presidente della Società Nazionale, scoccava da Torino a’ 22 marzo una focosa proclamazione all’esercito napolitano, incitante a ribellare. Diceva i Borboni stirpe di vigliacchi, Vittorio stirpe di eroi; la rivoluzione essere invincibile, certo sarebbero vinti; avrebbero vergogna eterna; e aggiungeva: Già la metà di voi è preparata a unirsi a noi come vede la nostra bandiera. Così seminava sospetti e sgomenti. Subito dopo i fuorusciti, soprattutto quelli usciti di fresco per grazia dagli ergastoli, preseduti dal Poerio, si adunarono con gran sicumera a Torino, e senza mandato di nessuno, quasi fossero nove milioni, deliberarono a 1. aprile, che Francesco II cessava d’esser re, e ’l reame era annesso al Piemonte. Quest’atto non più visto di servitismo a stranieri, su terra straniera, esautorante la patria a pro del pagatore, si celebrava per coraggioso patriottico atto; e il governo pagatore stampavalo ne’ giornali uffiziali!
§. 5. Mutamenti ministeriali, e il Conte di Siracusa.
In quei gravi momenti il Filangieri, che volendolo avria potuto salvar la monarchia e il paese, usando forte della potestà e delle leggi, invece alla vigilia appunto della rivoluzione siciliana, pria dello scoppio, si dimise con parte del ministero, e ne cadde anche il Cambo ministro di Sicilia. Pertanto a calmarlo il re co’ decreti de 16 Marzo e 4 Aprile fe’ presidente de’ ministri il principe di Cassero, uomo insigne ma vecchio molto, pose il generale Winspear alla guerra, il Gamboa alla giustizia, e agli altari di Sicilia il principe di Comitini con direttore il Bracci; restarono gli altri con sempre il Filangieri in privato alla direzione del tutto. Il Comitini non accettò.
E mentre, come or narrerò, la rivoluzione era il 4 aprile per isfavillare, ecco appunto il giorno innanzi esce il Conte di Siracusa a darle appoggio morale. Togliendosi la maschera, con la quale tanti anni impunemente nel suo inviolabile palazzo avea fatto congiurare, mette di sua mano la firma a una lettera scritta dal Fiorelli suo segretario, ispirata dal Villamarina. Egli non insignito di uffizio pubblico, tolse pubblicamente a consigliare il re nipote: si salvasse pigliando politica nazionale, si collegasse col Piemonte, desse la Costituzione. Non sapeva ei forse non bastare le Costituzioni a’ nemici de’ Borboni? non avea viste l’annessioni toscane e romagnole? non sapeva la già da’ fuorusciti a Torino dichiarata annessione del reame? ignorava la rivoluzione essere unitaria? Il dare la costituzione era allora abdicare, ch’avrebbe scissa la nazione, fiaccata la potestà, sconnesso l’esercito; e presto lo evento il provò. Il Siracusa non pago di quella lettera sparsa per tutto il reame a stuzzicare le passioni, altra indi a poco né fe’, inculcando a Francesco imitasse la duchessa di Parma, liberasse i sudditi dal giuramento, si desse nelle braccia del Piemonte. Costui credo più che reo stolto; e par non avesse capetino sangue nelle vene.
6. Apparecchiamento in Sicilia.
La congiura sul continente nulla poteva, molto nell’isola pronta a novità; onde là si risolse dar principio, e là cominciare il disegnato dissolvimento dell’esercito. Più facile era là, perché un vecchio errore governativo facea mandarvi come in pena gli uffiziali di mala condotta, o che non avessero protettori; però tristi o mal contenti. I congiurati avacciarono, sendo propizie le congiunture; re giovine, insidie in famiglia, Europa istigante o inerte, milizie quasi tutte reclute nuove, e duci in parte compri. Dal novembre 59 i comitati segreti trattavano con gli impiegati regi acconci a voltar bandiera; in gennaio si spandevano scritti incitatori; a’ 10 febbraio uscì un indirizzo all’Europa in nome de’ popoli del regno; si die’ qualche grido in teatro, si vide qualche mazzetto di fiori a tre colori e si strillò viva Verdi! perché le lettere componenti tal nome significavano Vittorio Emanuele re d’Italia. In marzo quasi ogni dì sulle muraglie palermitane s’appiccavano proclamazioni, consigli, e ordinazioni del comitato: larghe promesse al popolo, nere minacce al governo; nunziavano il Garibaldi, soccorsi sardi, aiuti inglesi, unità italiana, annessione a Sardegna, o il motto Italia e Vittorio Emanuele.
Da qualche tempo parecchi nobili e ricchi, alcuni anche gentiluomini di Camera del re, tenevano a prezzo certi facinorosi, avanzi del 48, in bande nelle circostanti campagne e ne’ distretti; sicché o per finire di spendere, o per tema di essere scoperti, o perché ardenti o spinti, risolvettero gittare il dado. Il Mazzini mandò Lombardi e Piemontesi, come viaggiatori, pronti a dar nell’arme; e il fuoruscito Rosolino Pilo fratello del conte di Capace allora intendente di Palermo. Questo Pilo poco avanti era stato da’ Piemontesi agguantato a Bologna, con nella valigia una lettera del Mazzini; tosto liberato perché corresse in Sicilia a portare il fuoco. Fuvvi mandato altresì Francesco Crispi fuoruscito anche, e n’ebbe il modo dal Farini allora dittatore nell’Emilia, consentendolo il Cavour, il quale l’assicurò non mancherebbero i denari alla spedizione de’ volontarii, allestita a Genova dalla Società Nazionale. Costoro ed altri insistevano per pronta levata, i paesani dubbiavano se levarsi prima o dopo l’arrivo del Garibaldi, ma questi ricordandosi del Pesacane, promise venire, ma dopo la sollevazione dell’isola; acciò ingaggiata, non potesse voltargli le spalle.
Il governo sapeva tutto, ma nel dualismo governativo non usava opere efficaci. Il Castelcicala, come già il Mayo del 47, circuito da’ nobili cospiratori, mal sorreggeva il Maniscalco, che volea dare in testa alla serpe; diceval visionario, gli troncava i passi; e i faziosi imbaldanzivano. Sul finir di marzo egli andò a Napoli, e sì da bambino giunse ad assicurare il re Sicilia esser tranquilla, il Maniscalco nella sua assenza a’ 30 marzo mise le mani addosso ad alcuni del comitato; e gli altri s’ascosero. Ciò li avvisò essere conosciuti, funesto ogni indugio, prontissimo dovere levar la bandiera. Disegnarono cominciar da Palermo, assalendo i quartieri e i posti di polizia; quei del contado correrebbero in aiuto; Messina, Catania e Siracusa e altre città imiterebbero Palermo, e bande rivoluzionarie tutte campagne infesterebbero.
7. La vigilia.
Era un Francesco Riso, fontanaio; il quale sendo de’ congiurati s’avea fittato, botto colore di porsi arnesi del suo mestiere, un magazzino del convento detto della Gangia de’ minori osservanti, dov’era una porticina ascosa che l’univa al convento. Quei buoni fraticelli, il più conniventi, fecero entrare di là due cannimi, molti scoppietti, lance, e arnesi e munizioni da guerra. Era statuito che allo stormo di quella campana la città levasse rumore; perché ampio, e di facile difesa il luogo, provveduto di uscite fuor di mano; o presso alle porte di Palermo potea di leggieri aver soccorso di fuori, e pronta la ritratta. Anche designato era il 4 aprile, martedì santo, ne’ dì di Pasqua, per ricordare il famoso Vespro.
Il Maniscalco la vigilia da un frate stesso, Fra Michele da S. Antonio, né ebbe avviso a un puntino, fuorché del luogo dell’arme, perlocché la sera ilei 5 mandò un Chinnici capitan d’arme, a perquirere il convento. Ma o questi fidasse nell’onestà de’ religiosi, o se né lasciasse persuadere, non bene rovistò il luogo, né visitò le sepolture, dove stavan celate le arme, né si avvide d’un egresso segreto in sottostante giardino: rinvenne soltanto sotto una tettoia lo scheletro senza testa d’una donna, forse da sei mesi estinta; che mostrò di quali atrocità quei frati liberali fossero rei, e come spesso ai liberaleschi spiriti moderni i malvagi si danno. Benché non si trovassero arme, il Maniscalco tenea sicuro ravviso; postò il Chinnici co’ compagni di arme ne’ dintorni, a guardar le porte del convento; e la stessa notte nunziò per telegrafo al re, che Palermo la dimane si solleverebbe.
Sull’imbrunire la città mostrava calma significativa, una sfida muta,uno scendere da tutte case a comprare commestibili per farne serbo. Nei monti di Monreale erano bande armate; quei d’attorno Palermo avean fuochi come d’accampamenti; e si buccinava che al mattino al tocco della campana scenderebbero difensori a propugnare la sollevazione. Impertanto il generale Salzano comandante l’arme della provincia, che si portò da uomo, mise fuori aliassi opportuni milizie da affrontare gli accorrenti, e al villaggio S. Lorenzo, ove dicevasi s’adunassero i ribelli, mandò il maggiore Polizzy dello stato maggiore, con due compagnie di fanti e uno squadrone di cacciatori a cavallo, ed egli fe’ suo quartier generale a piazza Bologna.
8. Il 4 aprile.
La Gancia ha da’ canti viette strettissime, ma sta sur una buona strada, con a fronte quella che va a Castellammare. La notte i faziosi a uno alla volta entrando nel giardino, eran messi dentro dal frate portinaio intorno a sessanta; gli altri viste le sentinelle, tenuta la congiura sventata, eran dati addietro; nondimeno quei sessanta sull’alba, in punto alle ore cinque, cominciarono da finestre e da’ tetti a sparar moschettate sulla pattuglia dei Compagni d’arme e sulle sentinelle ch’erano giù scoperte alla strada, e poco dopo a suonare a stormo. Il primo a cader morto de’ regi fu un soldato Domenico Cipollone del 2. cacciatori, sentinella al secondo posto della Zecca, principio di sangue infinito. Odi di qua Viva il re! di là Viva Vittorio! Incontanente battuta la chiamata generale, i soldati lanciansi a’ designati posti e un battaglione del 6° di linea col tenente-colonnello Perrone rafforza i Compagni d’arme e poliziotti. Come un obice sfonda la porta e la barricala interna, i soldati con le baionette v’entrano a frotte. De’ ribelli muoiono diciannove ed un frate, e sette cadono feriti tra’ quali è quell’Antonio Riso figlio del fontanaio, di cui dissi svelasse, morente all’ospedale, la congiura. Il resto con due frati furono agguantati. Due non veduti si ascosero nelle sepolture tra’ morti, donde dopo tre dì poterono scampare per una finestra, cui poscia la rivoluzione vincitrice appellò buca della salvezza, e vi pose una lapide. I buoni fraticelli, che quasi tutti avean combattuto, fuggirono a’ campi. Si trovarono polveri, lance, granate, altri strumenti, due cannoni, uno di quercia, altro di ferro. I regi ebbero due morti e nove feriti. Ma l’edifizio preso d’assalto andò sossopra; il popolaccio ne compì il sacco, e né sarebbe ila la chiesa, se un corpo di soldatesche non l’avesse guardata. La città non rispose al movimento.
Le milizie scorrevano la città da un capo all’altro, e pochi altri corpi si traevano sulla via alla Fieravecchia, quando apparvero armati faziosi presso S. Maria di Gesù fuor delle mura, e quindi a Boccadifalco, e alle porte di Termini e S. Antonino, e alla Sestacasa; i quali con le consuete bandiere e motti assalirono i soldati postati; ma respinti fuggivano e si sgranellavano altrove. Nelle ore pomeridiane investirono i regi a’ Por razzi, respinti anche. Ingrossati ritornavano, e pur sempre rifuggivan dispersi. Poterono un istante occupare i molini indifesi, e deviarne Tacque, e far mancar le farine alla città. Frattanto il Polizzy, non trovato nemico a S. Lorenzo, né tornava; ma rinforzato per via da tre compagnie, con ordine di voltare indietro a’ Colli, a perseguitare una mano di ribelli vista in quelle parti, vi si avviò.
Il Salzano lo stesso dì pose la città in assedio, e ordinò si consegnassero l’arme tra ventiquattr’ore. Ma la ribellione soffocata nel suo primo conato a Palermo, divampava ne’ dintorni. Il dì stesso moveansi Bagheria, Misilmeri, Carini, Partinico, Piana, e Capaci; a Termini fu qualche mostra, contenuta dalla presenza della guarnigione. Ciò seguiva stando il Castelcicala luogotenente a Napoli; giunto l’annunzio, riparli subito la dimane.
9. Fazioni de’ seguenti giorni.
Il Polizzy al mattino s’avanzò a S. Lorenzo, accolto fuor del villaggio da gran colpi di mani invisibili, annidali nelle case: bisognò combatterle ad una ad una, e sì prese mezzo il paese; ma verso l’ore undici retrocesse a occupare il piano del castello, dove avuti due cannoni e un’altra compagnia di fanti ricominciò fiaccamente la pugna, tale che indi a poco,dicendo che le bande avverse ingrossavano e potrebbero circondare, si ritrasse nell’ore vespertine alle casine Airoldi e indi a Palermo, perduti da trenta uomini tra morti e feriti. Questo fu il primo esempio dello andare indietro.
Intanto i faziosi accorrenti da molte parti dell’isola cercavano d’entrare in Palermo, però la fregata Ercole, posta tra Tacque de’ Corsari e Bagheria, traeva a scaglie su quanti di là tentassero il passo. Stava a Monreale il maggiore Ferdinando Bosco col suo battaglione 9° cacciatori; e sebbene assalito di frequente, resisté. I sollevati dalle casine de’ Porrazzi percuotevano gli avamposti regi; però investiti fuggirono, lasciando morti e prigioni. Inoltre tagliavano qua e là i telegrafi, vietavano il transito a’ corrieri, e la notte dove vedean soldati d’avamposto percussavanli e fuggivano. Una notte s’appiattarono in una gran fabbrica di cuoi, e bisognò per isnidamenti ardere il caseggiato.
A Bagheria due compagnie del 4(n) di linea col comandante Rizzo, circondale da molti, s’ebbero a ritrarre nella casina Inguaggiato, e ancora che strenuamente si difendessero, pur digiune e stanche per due giorni di zuffe, avean bisogno di pronto soccorso. V’andò il generale Sury da Palermo il 6 con sei compagnie di fanti, quattro obici, e mezzo squadrone di cacciatori a cavallo; arrivò in punto che forte si pugnava, operò col cannone, arse tre case, prese due bandiere, e parecchi prigioni; e scacciati i rimanenti, liberò quei del Rizzo, e seco giusta l’ordine a Palermo a sera li riportò. Egli il giorno 8 andò pe’ villaggi propinqui; e come i faziosi gli fuggivan d’avanti, le popolazioni festeggiavamo con viva il Re. La notte seguente fu stabilito assalire S. Lorenzo con due colonne; una col Polizzy per la strada regia, l’altra col tenente-colonnello Torrebruna? che con Forcute sbarcherebbe a Mondello al nord-ovest del villaggio. Di fatto il primo con sei compagnie di fanti, venticinque pioneri, cinquanta cacciatori a cavallo, sessanta compagni d’arme, e due cannoni du campo andò per la Favorita; mentre il Torrebruna con quattro compagnie del 4° di linea, pochi compagni d’arme e venticinque pionieri entrava in mare. Costui sull’alba sparato il cannone, convenuto segno, scese a Mondello, e s’incamminò; laonde il Polizzy dopo un’ora investi S. Lorenzo, donde invero dalla sera erano i più de’ ribelli sloggiati; però senza sforzo, ma con inopportuno rigore, fu dal Polizzy ripreso quel paesello torbido, stato terrore de’ dintorni. Il Torrebruna, giunto dopo, volse a Baida e a Boccadifalco, e fe’ perquisizioni, e dove trovava arme, punizioni severe. Poi tornarono a Palermo lo stesso dì.
Frattanto dal governo al 7 si arrestavano sette del comitato, nascosti in casa Monteleone, cioè il barone Riso, il principino Niscemi, il principe Giardinetti, Gentiluomini di Camera del re; il duchino Cesarò, il principe Antonio Pignatelli Monteleone, il cavaliere S. Giovanni, Ottavio Lanza sacerdote, e con essi un La Croix cameriere. (11 padre del Niscemi si godeva per grazia regia 1500 ducati annui di pensione!) Menali in carrozza sino alla gran piazza, poi di là a Castellammare, fui tratti a piedi, fra’ gendarmi; per ordine del Salzano: il che fatto a pompa crebbe odio al Maniscalco.
Eglino in Castellammare gozzovigliavano fastosi; poi tratti alla vicaria, vennero divisi;con un regio assegno di novanta ducati al mese per ciascuno.
10. Ordinazioni del re.
Domata in città la ribellione, spazzale le campagne, racconci i molini, parca calmata la bufera; ma i soldati erano stanchi, trafelati, per troppe veglie e viaggi, sempre sull’arme e in campagna sparpagliati. Cotali fazioni s’eseguivan quasi tutte per ordini veementi di Napoli. II Castelcicala avea chiesto un battaglione di pionieri ed uno di carabinieri a piede, e tosto il 7 su tre navi arrivavano: avea chiesto farine pe’ cittadini, e ne giungeva il Capri carico; che portò ordine si distribuissero da’ parrochi quattromila ducati a’ poveri che per mancato lavoro patissero inedia; perlocché quei miseri dettero in benedizioni infinite. Il re forte da’ primi dì quello star sulle difese disapprovò. Scriveva: «Se più a lungo vi difendete senza assalire, tutta Sicilia ribellerà. Solo a Palermo avete quindicimil’uomini, e quattro fregate, oltre i legni di commercio: rifate i molini, mandate da Termini a dar nelle reni a’ ribelli; disponete i navigli in guisa da impedire sbarchi stranieri sulle coste. I soldati riposino, dormano, onde stiano freschi al bisogno; non date retta a falsi allarmi, riposate e combattete a proposito, impedite il sacco, ciò frange la disciplina o inimica anche i buoni. Presto dovete fare a distruggere le bande che infestano il paese, o che saranno pretesto di gravi diplomatiche perturbazioni.» Ma non bene ciò si eseguiva; si spiccavano soldati qua e là; fugali i faziosi, tornavano a casa; la dimane rifacevano la via stessa; quindi stanchezza, sciupio d’arnesi e munizioni; pericoli cresciuti, diffidenza de’ duci, e sospetti. Quando pareva sedato ogni cosa, la fazione con più ira rialzava il capo.
Era un marchese Letizia stato giocatore e malversatore, cospiratore antico, fatto nel 48 colonnello di Nazionali; il quale perché al 15 maggio parve farsi regio, era stato in premio fatto colonnello d’un reggimento di linea dimoralo più anni sull’isola. Costui surte queste sollevazioni nuove, chiese al re d’esservi mandato a domarle; e gli fu con infausto consiglio concesso. Altresì fu al brigadiere Clary fidata la guarnigione di Catania; e per rafforzarla andavano da Napoli a Messina due altri battaglioni del 14° e 15° di linea, una batteria d’obici e quattro squadroni di lancieri.
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