Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo Volume secondo (V)

Posted by on Mar 8, 2026

Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo Volume secondo (V)

LIBRO VIGESIMO

SOMMARIO

§. 1. Il generale Lanza con l’alter ego. — 2. Sollevazioni nell’isola. — 3. Pratiche vili. — 4 La colonne Mechel e Bosco — 5. La colonna Orsini disfatta. — 6. Posizione de’ Regi a Palermo. — 7. li Garibaldi tien consiglio. — 8. Si caccia in Palermo. — 9. Il Lanza non volle vincere. — 10. Sua stupenda vergogna. — 11. Arriva il Won Mechel, e non lo fan vincere. — 12. Le sospensioni d’arme. — 13. Fraudolenza di esse. — 14. Tregua approvata e prolungala. — 15. Abbandono di Palermo. — 16. Lanza si difende. — 17. I cannibali. — 18. Rivoluzioni delle province siciliane. — 19. Moti di Catania.— 20. Fatto d’arme di Catania. — 21. Ritirata dopo la vittoria. — 22. Il Clary a Messina. — 23. Come s’ordinò il disordine in Sicilia. — 24. Come si fe’ l’esercito. — 25. Persecuzioni a’ Gesuiti. — 26. E a’ Liguorini. — 27. Gare tra il Cavour e 7 Garibaldi. — 28. Circoli lafariniani. — 29. Gare tra il La Farina e il Garibaldi — 30. Giustizie garibaldesche.
§. 1. Il generale Lanza con l’alter ego.

Dimessosi il Castelcicala, sendo urgente provvedere alla luogotenenza in più gravi momenti, il re per mandarvi un uomo insigne si volse al Filangieri. Questi potea col nome suo chetare nell’isola quella tempesta; ma benché sin allora avesse consigliato da lontano, rifiutò d’andarvi, perché vecchio e malato, credo perché sapeva la preparata catastrofe. Ripiegato, disse volerne dimandare al medico; invece andò al ministro di Francia, e tornò con la proibizione del medico. Anche l’Ischitella, già tanto burbanzoso, e amico di lui, si ricusò; disse non volere andare a fare il boia. Costoro e il Nunziante gli misero avanti il vecchio Ferdinando Lanza, allora tenente-generale, corso co’ gradi in cavalleria, tristo amministratore, mediocre soldato, niente generale: il fatto di Palestrina in campagna romana nel 49 aveal mostrato di mente grossa; che fosse codardo niuno sospettava. Da lui non si poteva aspettare opera di mente, si credeva facesse almeno menar le mani; e saria bastato. Chiamato e accettato, all’Ischitella rise l’occhio, consolandosi, e il disse, d’essere egli uscito da quel brutto impegno. A’ 15 maggio un decreto fe’ commessario straordinario in Sicilia con alter ego quel Lanza, con di costa ministro di Stato il Ventimiglia. Si prometteva luogotenente, dopo chetate le cose, un principe reale, e amnistizia. A lui si dava libertà d’operare, e un foglio scritto sulla distribuzione delle truppe, ingegnosamente intento a circondare gl’invasori e combatterli; consigli buoni del Filangieri, che sapeva niuno li eseguirebbe. Quegli infatti ritardava con pretesti lo imbarcarsi, e fattolo, restò a lena il loglio scritto. Giunto la sera del 46 a Palermo fu nuovo strumento nelle stesse mani: medesimo stato maggiore, medesima strategia. Chiamò subito dentro Palermo dal Parco e da S. Maria di Gesù le milizie col Bonanno, che l’avea chiesto; poi scordando gli ardui doveri del suo mandato civile e militare, serrossi in una camera della reggia, lunghe ore, co’ figli e la nuora e i nipotini. Credesi il parentado allora il guadagnasse, o lo spingesse, o lo spaurisse, persuadendolo tutto esser perduto. Egli lasciò il palazzo, a precipizio rifugiò a’ Quattroventi, presso alle navi; e al mattino scrisse al Salzano pigliasse il comando di tutta la truppa, e provvedesse all’ordine del paese, ma niente senza sua adesione intraprendesse. Il quale rispose risoluto non poter accettare senza libertà d’azione, non poter due comandare un esercito, lasciasse il governo dei soldati, o tornasse in città. Allora egli tornò a Palazzo; ché spinto da chi il volea tenere in cerchio fatato, per fargli comandare il non far nulla, si ritenne la somma delle cose. Nondimeno uomini di cuore, denunziandogli il fremilo dell’esercito, l’indussero a dar fuori il 19 maggio due proclamazioni a’ Siciliani e a’ soldati; buone, ma non seguite da fatti. Ricaduto in inerzia, aperse gli orecchi a’ ribelli, restrinse le truppe a quattro punti soli, Quattroventi, Palazzo, Castellammare e Finanze, lasciato libero il resto della città, quasi per darla aperta al Garibaldi ch’entrasse. Col pretesto di togliere al popolo ogni ragion di sdegno, abolì i posti di polizia messi dal Maniscalco; stringendo la polizia nell’Università, e la città lasciò vuota, da tumultuare con sicurezza. Esso era già in rivoluzione morale: sui cantoni vedevi annunzii di vittorie garibaldesehe, incitamenti a’ soldati per disertare, e a’ cittadini per sollevarsi, porte, botteghe, officine chiuse, ufuzii deserti, tribunali vuoti, non disordine né ordine, parea sospesa la vita sociale. Ninna dalle province notizia, non traffico, non telegrafi, non corrieri; navigli, fanti, cavalli, cannoni, tutto agglomeralo e inoperoso: ventimil’uomini irti d’arme, non assediati da nessuno, chiusi per volontà de’ duci, come aspettanti il fato.

Il Lanza co’ primi rapporti scoraggiava: «tutta Sicilia ribellata (e non era vero, né il poteva sapere), rotti telegrafi, strade vietate, corrieri uccisi, mancar vettovaglie, Palermo star sul ribellare, e avvisava concentrare la gente a Palermo e a Messina, star sulla difesa, abbandonare il resto.» E al maresciallo Rivera a Caltanissetta comandava piegasse a Catania a unirsi al Clary, e dove non vi si potessero tenere, ambi riparassero a Messina. E statosi tre di, senza aver visto nemico, scriveva a Napoli il 9 più vergognosamente, pingendo a neri colori le cose; concludendo sarebbe gran ventura potersi ritrarre a Messina, per mare o per terra. Il Salzano per contrario sin dal 17 scriveva criticando quell’operare.

Il re, benché pe’ rotti telegrafi, sentisse mancar le relazioni tra l’isola e il continente, e dovesse pensare il peggio, pur rispondeva indignato, mostrando l’onta della ritirata; nondimeno, perché men disonorevole per terra, indicava le due vie, o per le coste settentrionali o per l’interna, cui preferiva. Diceva non poter mandare più gente, sendo in Napoli settemil’uomini appena, nessuno ne’ Principali e Terra di Lavoro, molte, inutili, se non combattenti tante legioni a Palermo, anzi di là potersi mandar soccorsi a Catania e a Messina. Ne’ giorni innanzi avea già ordinato movesse alle offese §. il 17 mandava biscotto, salami e formaggi, il 19 due brigantini, uno con 4100 cantaia di carbone, l’altro con trentacinquemila razioni. Inoltre il 18 rimandò olà a conferire col Lanza il Nunziante, e a recargli una cifra nuova per le segnalazioni segrete. Chi mai allora sospettava costui traditore? Già da più anni avea e rii fatto crear da re Ferdinando un Bozza lombardo, direttore de’ telegrafi sellaiin iniquo; il quale venuto questo tempo, svelava i telegrammi a’ comitati; che poi uscivano, benché in cifra, tradotti sui giornali; ovvero anche li sopprimeva, ovvero li falsava, per dar alla reggia novelle continue di diserzioni e sconfitte a spavento. Di che poi ebbe premio.

§. 2. Sollevazioni nell’isola.

Quello starsi de Regi die’ l’isola alla rivoluzione, l’autorità scarsa di forza non poteva operare nei’ paesi; i faziosi alla sicura pigliavan Farini; seguitavanli chi ne’ torbidi sperava fortuna. S’era sollevata Termini, risollevata Castellammare del golfo; la guarnigione di Trapani avea dovuto col cannone scostare i ribelli. A Catania il 16 un legno inglese dava la nuova dello sbarcato Garibaldi; si sparge ne’ dintorni Catania in sommossa, e tumultuano Adernò, Paternò, Biancavilla; rumoreggiano Noto, Modica, Avola e Spaccaforno; poi udita Catania quieta, quietano. A Cefalù si fa un governo provvisorio per Vittorio; e il consolo sardo con la bandiera tre colori dal balcone ringrazia. Il distretto di Piazza si rivolta, fuggono le potestà regie. Per la provincia di Girgenti scorrazzano bande, e vuotan le casse. A’ 15 un legno mercantile inglese sparnazza a Messina sì calde nuove, che tosto tutta intorno la provincia ribella. L’ultimo filo elettrico tra Monreale e Palermo cadeva tagliato il 20 maggio.

§. 3. Pratiche vili.

Frattanto la rada palermitana formicolava di navi straniere, il più inglesi. V’arrivava il 20 il retro ammiraglio Rodney Mundy col vascello Annibal, egli confabulalo col consolo inglese, certo Goodwin gran partigiano della rivoluzione, scambiò tosto parecchie visite col Lanza, egli censurando le compressioni militari, questi nulla di forte operando. Alla dimane gl’inviò una lettera, mostrante speranza non si venisse al bombardare una città aperta. Lo stesso dì il capitano Paternò Sessa, parente di parecchi nobili, recossi a dire al Lanza che la rivoluzione poserebbe, e che ben pagato il Garibaldi rimbarcherebbesi a Trapani, dove s’avesse la costituzione del 1812. Tale sciocca proposta il Lanza accolse, tenne consiglio, e il giorno dopo autorizzò il Sessa a trattare; però la duchessa di Monteleone che n’avea tolto il carico chiese la mediazione del Mundy, e provocassela il decurionato di Palermo; se non che, convocato il consesso, niuno vi andò; invece si vide pubblicato in istampa che il municipio s’unirebbe sol dopo mandato via il direttore di polizia, e armata una guardia civica. La solita storia del dammi l’arme per cacciarti. Nulladimeno il Lanza scriveva il 22 al re. di suo pugno (perché diceva, sapendosi, poter altri attraversarne l’idea) proponeva la costituzione del 12; e finiva col ritornello della ritirata, e ì motto del maresciallo di Sassonia: Val meglio una buona ritirata, che una battaglia vinta.

Che vergognosa ritirata facesse vedremlo; ma non pensava punto né a vincere né a combattere. Eppure egli stesso redatto a’( )23 maggio lo stato di quella guarnigione, vide avere 571 uffiziali, 20,290 soldati, 684 cavalli, 175 muli, e 56 cannoni. Assai men di tanti nel 49 aveano riconquistata la fortificala e indipendente Sicilia; ed egli avente tutte fortezze e città in mano, non sapeva tenere Palermo.

§. 4. La colonna Mechel e Bosco.

I reiterati ordini regi per ricominciare le offese, avevano qualche effetto a’ 2l maggio, ché diessi al colonnello Won de Mechel del 5.° battaglione estero il comando d’una colonna militare per cercai l’inimico. Ei si tremò a Moi reale ov’era il maggiore Bosco, che sebben minacciato da grosse bande, avea col suo 9.° cacciatori sostenuta la posizione, quivi si lasciò il colonnello Bonanno con tre battaglioni; e il Mechel e il Bosco con circa tremil’uomini e quattro obici da montagna, tolti viveri perire dì, si misero in via, desiderosissimi essi e i soldati di venire alle mani. Quel dì stesso 21 fecero con due battaglioni una ricognizione di là da Monreale verso Partinico, dove credeano. trovar fievoli bande, e invece era tutto l’esercito del Garibaldi, il quale, aspettando la levata di Palermo, intendeva a mettere i Regi tra due fuochi. Incontrarono alla prima le bande del mazziniano Rosolino Pilo, che ne’ giorni avanti avea messo la rivoluzione in Carini; ma quella gente detta alla siciliana i picciotti, benché fosse in mille, si difese fuggendo; soltanto vi morì esso Pilo con altri nove. Parecchi vennero agguantati, e trattati con carità: gli altri in gran fretta corselo ad avvertire il Garibaldi che si faceva da vero; perlocché questi, che già s’era mosso a soccorrerli, si rattenne a un botto, turbatissimo; e considerato la cosa non esser da parlamenti, subito voltò faccia. Invece d’avanzare a Palermo per Monreale come avea proposto, si gittò ne’ monti a dritta, sperando né le bande del La Masa e del Fuxa, e più ne’ maneggi e nelle promesse della setta, che erano grandi. Quindi per la via di Renna, piovendo a dirotta, in notte buissima, coi cannoni, sulle braccia, e a digiuno in gran disagio marciando giunse all’alba del 22 sul monte Calvario, due miglia sopra Parco; dove sino al 25, in luogo detto Pizzo del fico, accampò.

Il Mechel di natura alemanna, bravo ma lento, stettesi fermo il 22 e il 25; finalmente statuì urtarlo di rovescio e di fianco; e scrisse al Lanza mandasse soldatesche al villaggio Le Grazie, che tingendo assalir di fronte, si spingessero sotto il Parco, infatti il generale Filippo Colonna, giunto allora da Napoli invece del Primerano richiamato, vi andò il 25 con due battaglioni. due cannoni e pochi cavalli e presso le Grazie con pochi colpi fugò il nemico; poi giuntogli dispaccio del Mechel, che verrebbe la dimane, tornò indietro e accampai Porrazzi, Il giorno seguente da ambi i lati s’avanzarono al Parco il Colonna e il Mechel; al primo urlo le genti del Turr fuggirono sbandale; e il Garibaldi vistosi quasi circuito, riparò rattissimo sulle creste del monte, un miglio su; e vi si trincierò co’ suoi cattivi cannoni. I Regi aspettarono di sforzarlo alle dimane, che fu grave fallo; onde egli si potè fuggire la notte verso Piana de’ Greci; né tampoco si fp’ vedere a Piana, ma corse dritto alla volta di Corleone. Furono presi alquanti prigionieri, esteri di nazione; certo indegni di perdonanza, eppure vennero graziosamente trattati. La rivoluzione fiaccata da questo colpo, restò malconcia; a Palermo i felloni impallidivano; e le bande siculo che già gremivano i monti, vista la fuga, discioglievansi, e alla spicciolala si rintanavano ne’ loro focolari, dicendosi ingannali dagli stranieri. Il Mechel sfuggitogli il Nizzardo, non trovando mimico alla Piana, tenne consiglio: il Colonna proponea tornare a Palermo, sospettando non forse il Garibaldi vi ripiegherebbe, per cercarvi salvezza nel sollevamento della città; appoggiavate il Bosco; ma egli volle seguitar verso Corleone i fuggenti. Laonde il Colonna retrocesse co’ suoi: e prese buona posizione al mezzodì di Palermo, al ponte delle Teste, dove certo impediva l’entrata al nemico, ma ito a conferire a Palazzo, la sua gente fu chiamata dentro, che fu ruina del tutto.

§. 5. La colonna Orsini disfatta.

Col Medici eran quasi quattro battaglioni, cioè 2.° e 9.° cacciatori,5.° estero, e quattro compagnie scelte del 5.° di linea, coloro comandanti Morgan te, Bosco, Giovanni Marra, e ‘l capitano Luvarà dello stato maggiore, uno squadrone di cacciatori a cavallo e quattro cannoni, tutta brava gente. Eran sì volenterosi, che tra il 2.° e il 9.° cacciatori surse rivalità sul posto all’avanguardia, e fu deciso v’alternassero un giorno per uno.

Il Garibaldi già ito quand’era fievole incontro al Landi, ora ingrossato non osava guardare in viso al Mechel, sapendo non poterlo comprare, di combattere neppure pensò. Chiamò a consiglio i suoi Sirtori, Turr, Orsini e Crispi, egli sbalordito pel vedersi abbandonato da’ Siciliani ausiliarii, propose lo internarsi ne’ monti, e aspettarvi o un rivolgimento pieno dell’isola, o tempo e modo da imbarcarsi, ciò forte oppugnarono gli altri, soprattutto il Turr, consigliante audacia, e cercar di cacciarsi in Palermo da sforzare la fortuna, aggiungeva, la guerra parteggiata dei monti lor sarebbe funesta; ché le popolazioni stesse al vederli fuggenti loro darebbero addosso. Inoltre i ribelli di Palermo con gran promesse li chiamavano. Decisero non potersi in ninna guisa combattere, doversi anzi ingannare i perseguitatori, dividendo le forze, e sì almanco salvarne una parte. Si divisero al quadrivio della Ficuzza, là dove la strada è tagliata dall’altra, che da Corleone mena a Marineo e appresso per Misilmeri a Palermo: questa tra monti e boschi prese il Garibaldi col più della gente, gli altri con le salmerie e i cannoni tolse l’Orsini, e via per Corleone precipitoso.

Giunto a quel quadrivio il Mechel, scorgendo formo dall’una e dall’altra via, fermò dubbioso, e chiamò i comandanti a deliberare. Il custode della Ficuzza (terra patrimoniale del re) disse il come gli stranieri si fossero divisi. Allora forte il Bosco insisté si stringesse il Garibaldi, a impedire che si cacciasse in Palermo, in contrario il Mechel struggendosi lel pigliarsi i cannoni, volea inseguir questi verso Corleone. Quegli mostrò Palermo pronta a levarsi, bastare la presenza del Nizzardo a mandarla in fiamme, la guerra vera esser dov’è costui, necessità dargli addosso, vietargli la città, o entrarvi combattendolo alle reni. A lui s’accostava il Luvarà. Ma il Mechel prode uomo, ma testardo: «lo, sclamò, non debbo supporre che sedicimil’uomini a Palermo abbian bisogno di noi, per accoppar colui, prenderò tutto su di me.» E comandò la marcia per la dritta.

Scontento il Bosco, corse col suo battaglione all’avanguardia, e giunto il 27 a Corleone, trovò l’Orsini postalo con l’artiglierie ad un torrente al mezzodì della città, sur un’altura isolata, e con bande siculo appiattale ne’ dintorni. Tosto lo investì, e lo sbaragliò, fuggendo quelli a precipizio, uomini e cannoni. Egli con ottanta uomini d’arme a cavallo e mezzo squadrone di cacciatori gl’inseguì sino a notte, ma non li raggiunse, ché l’Orsini, inchiodati i cannoni, e gittandoli ne’ valloni, e ardendo gli affusti, senza posar mai trovò fiato a Sambuca. Il Bosco prese una colubrina fusa a Livorno, e si riprese l’obice abbandonato dal Landi a Calatafimi.

Distrutta questa parte delle forme rivoluzionarie, ma con perdita di tempo prezioso, il Medici stette un giorno a Corleone, poi si rivolse sulle tracce del Garibaldi, ma senza fretta. Allungò sino alla Ficuzza, e anche lento scese a Marineo, indi a Misilmeri, indarno istanti gli uffiziali d’affrettare le marce; però giunse il mattino del 50 avanti porta di Termini a Palermo quando già eran seguiti gravi fatti.

§. 6. Posizione de” Regi a Palermo.

L’altro danno prodotto dalla venuta del Lanza fu il mancato accordo fra il luogotenente e il Salzano. Dissi com’ei per non dare a questo la libertà d’operare, tornasse a Palazzo a far da sé. Il re saputo quell’incidente, temendo non la dispaiata dei voleri de duci principali nocesse alla guerra, chiamò ai 25 il Salzano a Napoli,surrogandogli Pasquale Marra maresciallo; ma il Lanza noi sofferse, e si tenne tutti e due: confusione maggiore. L’esercito era spartito fra’ Quattroventi, Palazzo, Castellammare e Finanze, oltre le dette colonne Mechel, e quella Bonanno a Morreale, inutile presidio. Pertanto la città era guardata dal nord al sud-ovest; la flotta sicurava la spiaggia; ma poca o ninna difesa avean le porte S. Antonino e di Termini, cui avrebbero dovuto anzi guardar più, siccome quelle appunto donde tutti i soccorsi arrivavano a’ ribelli. Pareva, e lo si diceva pe’ trivii, si lasciassero a posta sguarnite. Se avessero lasciato il Colonna al ponte delle Teste, il Garibaldi non poteva entrare; ma come ho detto chiamaronlo dentro, restando quel varco dischiuso; e il mondo il dica, se per istoltezza o malizia. Tra’ duci era profonda apatia, non si pensò a provvedere di viveri il palazzo delle Finanze, sito con solo una compagnia nel mezzo della città; le vettovaglie stavano parte alla reggia, e parte a Castellammare, luoghi discosti dal quartier generale; sicché presi i luoghi di mezzo, era spezzata la linea, e Paure truppe restavano affamale e senza munizioni di guerra. Il Maniscalco e altri uffiziali tentarono più volle di scuotere il Lanza, di richiamare il Bonanno da Morreale; d’afforzarlo, e mandarlo a scacciar le bande che s’udivano raggranellarsi a Gibilrosso; ripondeva sempre: domani! Solo fu previdente a trarre a’ 21 maggio dal regio Banco settecentoventimila ducati, da servire per la ritirata; e sulla fregata Ercole li assicurò.

Giusto quel momento che il Mechel parca tutto aver vinto, era la vigilia della sollevazione generale. Fugato il Garibaldi, sperperalo l’Orsini, il nascondersi de’ capi felloni, la voce di vittoria piena, e più i ventimila soldati intatti, davano arra certa di trionfo. La setta mai non fu a peggior condizione nell’istante della lotta, né mai tanto con più sotterranee arti operò.

§. 7. Il Garibaldi tien consiglio.

Il Garibaldi udito i Regi perseguitare l’Orsini, s’inselvò la notte in una foresta a dritta dalla via a Marineo; al mattino del 25 entrò in questa terra, vi stette il giorno, sull’imbrunire volse a Misilmeri, giunse vi a mezzanotte. S’erano accozzate a Gibilrosso parecchie bande siciliane, altre venute da Mezzojuso col La Masa, altre da Bagaria col Fuxa, altre de’ dintorni raggrandiate da’ fratelli Mastricchi, onde il Garibaldi andò a vederle il mattino del 26. Quel dì si recarono a parlargli parecchi del comitato palermitano; forte segandolo a entrare in città, ch’al suo apparire leverebbero a rumore; e v’andò a persuaderlo un Eber Ungaro, ch’era a Palermo giornalista corrispondente del Times di Londra. Lo avventuriero creò costui colonnello; ma tentennava sul da fare, e voti ben consigliarsi co’ suoi. Avea due vie da tentare: o fuggir dentro terra a Castrogiovanni, per ordinare alla brigantesca quelle sue orde incomposte; ovvero tentare a fortuna con un colpo di mano in Palermo. Il primo divisamento era periglioso; ché a tener la campagna incontrava il Mechel, che l’andava cercando; il secondo parea più arduo, a gettarsi in mezzo a ventimil’uomini, ma le pratiche che v’avea non li facean terribili; vedea una parte di città, aperta, la popolazione per lui, e 1p antenne sarde e inglesi pronte a dargli scampo, ove soccombesse. Però dopo non molta discussione, scortosi che il cacciarsi in Palermo era piuttosto necessità che consiglio, si si risolvé. Ciò vantarono come stratagemma esimio; e poterono farlo parere co’ seguiti fatti; ma la consultazione tenuta fa evidente che non prestabilito disegno, bensì logica risoluzione in quella alternativa fu, tra’ due mali partiti, scegliere quello dove miglior gioco potea dargli fortuna. Se fu stratagemma, il fu col Lanza a fronte: con qualunque altro minimo caporale l’avrebbe pagato caro.

Or mentre egli passava le bande a rassegna, e teneva consigli e pratiche quasi alle porte della città, dove stava da due notti, il Lanza non volea saper nulla, e lasciava mal custodita appunto la porta donde ei dovea entrare. Giunse sul mezzodì del 25 l’Intrepido, legno inglese, a dar la nuova che il Garibaldi stava al Parco; ciò produsse nella popolazione un fermento, e nel regio duce più voglia di serrarsi. Sul meriggio del 26 venne polveroso e trafelato un uomo da Bel monte, a nunziargli aver colà visto le camice rosse, e che il Garibaldi movea per Palermo: ci non si smosse; ed a parecchi che supplicavamo di mandar soldati fuori a combatterlo, rispose: lasciato scendere che lei conciò per le feste! Dopo due ore un sacerdote sfuggito alla vigilanza de’ faziosi lo avvisò che la città tumultuerebbe la notte, e i faziosi si farebbero grossi alle quattro cantoniere; sopravvenivano a confermarlo i segreti agenti di polizia; ei fe’ il mulo. E al general Colonna che suggeriva di prevenne la sollevazione occupando quelle strade, rispose. non voglio far nulla: se si rivoltano, bombardo! Della sollevazione imminente nessuno dubitava: la sera si leggeva per Palermo una lettera del Garibaldi al barone Narciso Cozzo, dicentesi presidente d’un comitato, dove il preveniva ch’entrerebbe all’alba per porta di Termini, che volea trovar barricate pronte, e udir campane a stormo. Il principe di Lampedusa scrisse all’ammiraglio Mundy, che permetterebbe ad ogni uffiziale inglese di salire sulla torre del suo palazzo, per godere del combattimento. Un uffiziale regio degli avamposti rapportò che certo il nemico entrerebbe la notte. Niente: il Lanza si teneva le genti serrate in palazzo. S’aggiunse la lettera d’un gentiluomo al brigadiere Bartolo Marra, assicurandogli certa la levata popolare nella notte, e l’entrata de’ rossi. Il Lanza, lettala, disse: bombarderemo! però il fratello Pasquale Marra maresciallo scrisse a Bartolo in risposta: Dormi, dormi, dormi. E di fatto questi ch’era a Porta di Termini, e comandava nella parie meridionale della città minacciata, e avvisato avrebbe dovuto egli almeno vegliare, si addormì. In contrario tutta notte fu uno scambio continuo di segnali tra la città e le montagne.

§. 8. Si caccia in Palermo.

I garibaldesi in tremila e cinquecento la notte tra il 26 ed il 27 maggio, giorno di pentecoste, evitando le strade battute, lasciarono le alture di Gibilrosso, e pel Mezzagno, e per sotto S. Maria di Gesù, sur un secco letto di torrente scesero all’Oreto, donde si lanciarono al ponte dell’Ammiragliato sull’albeggiare. Alle vicine porte di Termini e S. Antonino erano soltanto 260 reclute del 2(n) cacciatori, sul ponte stava una compagnia del 9° di linea, la quale, benché il nemico s’accostasse frammisto a carri, fece il debito suo con un fiero trarre di moschetti, ma a’ primi colpi il capitano Giuseppe Follo, fingendosi ferito, si fuggì, facendosi recare in braccio a porta di Termini, a portarvi con atti e parole lo sgomento, i suoi senza capo non potendo reggere alla piena, rincularono combattendo alla stessa porta, dove più grossi fecero testa. Guidava la vanguardia assalitrice un ungaro Tukery, e fu respinto, soccorsela il battaglione del Bivio, ambi ancora respinti, e il Tukery vi morì. Allora si combatteva acremente e là e sull’altra porta S. Antonino, e se il Lanza avesse mandato subito truppe per la via delle mure sulla sinistra degli assalitori, avrebbe finita la guerra. Bene il Garibaldi il temé, e postò i suoi ne’ campi da intrattenerli se vi venissero; in mentre faceva ogni sforzo per entrar prestissimo dentro. Ma il duce regio, non che pensare a quella diversione, neppure a tempo mandò soccorsi alle porte, però i pochi difensori, patendo molte morti incontro al sovrabbondante nemico, e sentendo alle spalle sonare a stormo e ribellare la città, posti tra due fuochi, ebbero a retrocedere per la via delle mura della Pace. Tosto le camice rosse gettandosi a dritta e manca da porta di Termini presero vicoli e palagi, e sempre crescendo tra case e case s’avanzavano. Accorse tardi un battaglione a rafforzare i rinculanti per la via delle mura, e con l’artiglieria guidata dal capitano Guglielmo De Sauguet, che fece molto rumore e nessun frutto. Bartolo Marra preso il comando, avrebbe dovuto gittarsi su’ campi, per isnidare i nemici appiattati, e dar poi nelle spalle a quelli entrati, ma combattendo con isvantaggio sulla strada, segno a tutti colpi, presto chiese soccorso, e prima d’averlo retrocesse: si fermò un’altra ora al bastione Montalto; in fine si ritirò al largo S. Teresa.

Restata libera la città, s’ergevano barricate, e i faziosi si facevan grossi a Porta Macqueda e ai quattro cantoni. Là da presso stava il Landi (quello di Calatafimi) che a’ primi colpi proditoriamente die’ indietro. Non così il tenente colonnello Marulli accompagnato fuori porta Macqueda col 5.° di linea; il quale assaltò la barricata avanti la porta, ma non la superò, perché colpito egli stesso e molti de’ suoi da invisibili nemici. Gl’invasori alla Fieravecchia s’unirono a’ membri de’ comitati; poco dopo entrava il Garibaldi a cavallo; e alla piazza Ballare fu spettatore del sacco dato alla casa d’un Filadelfio Mistretta, creduto spia di polizia; favoreggiando così quel primo sfogo di popolo, che ebbe poi seguito innumerevole a danno di chi non volea farsi ribelle. Prese stanza al palazzo pretorio, chiamò a sé il municipio, si rigridò dittatore per Vittorio; e nunziando con un editto a’ comuni dell’isola la sua entrata in Palermo, da dittatore li chiamò alle armi. Riconobbe il comitato generale preseduto da Gaetano La Loggia, già poco d’ora prima costituito; e ad esso e al fuoruscito Crispi, cui nomò Segretario di Stato, die’ il governo. Arringò al popolaccio dal balcone, infiammandolo ed esortandolo a sagrifizii. E per far gente, oltre raccogliere ogni sorta di persone, aperse le carceri della Vicaria, e il Bagno dei condannati, così liberati un migliaio e mezzo di quei bambinelli, accozzò molta turba reissima, armata di fucili da caccia, coltelli, spiedi e uncini; certo impotenti contro soldati, potenti dove non aveano avversarli. Pochi battaglioni guidati da chi avesse voluto vincere, investendo a un tratto il palazzo pretorio, avrebbero spento il Garibaldi e la rivoluzione.

Invece i Regi avean pugnato sol per ritrarsi, dove il valore de’ giovani soldati era vano, ché niun vantaggio era seguitato, e si dava sempre modo al nemico d’afforzarsi, e barricare ogni vietta che toccava. Inutilmente si pugnò al largo Bologna, alla casa arcivescovile, al rione Ballarò, a porta Macqueda, al giardino inglese, a S. Francesco di Paola, alla villa Filippina, a’ conventi de’ Benedettini e dell’Annunziata, al bastione Montalto, e al quartiere S. Giacomo, investito dal lato del Papireto. La giornata senza nulla intraprendere trascorse; e i soldati mormoravano. Il maresciallo Cataldo che guardava da tramontana la città con un nerbo di truppe, dove non era nemico, spediva telegrammi sopra telegrammi, dicendo non potersi là stare; e a sera consigliandosi non so se con la paura o con la fellonia dell’animo suo, abbandonava il posto, e si rificcava co’ suoi in palazzo. Anche il Bonanno se ne venne da Morreale. D’avvantaggio si chiama altresì a palazzo le truppe de’ Quattroventi; e si dà l’agio a’ condannati di quel bagno a ingrossare come ho detto il nemico. Importante una sì gran moltitudine di soldati, sanguinosi, frementi, bisognosi di ristoro e di spazio, si accalcavano in luogo stretto, perché naturalmente senza pugna cadessero vinti.

Il Lanza sui tardi mandò l’ordine al forte Castellammare che bombardasse, ma con riguardo, ogni cinque minuti un colpo, vano rumore, e danno a innocue case. Fu uno scherzo, ché a Castellammare comandava il colonnello Fileno Brigante, quello poi tanto famoso in Calabria. Il mondo udiva essersi bombardato; e ciò bastava affinché i duci regi avessero mostralo di voler vincere; e né fosse uscita più lucente la prodezza garibaldese. Bombardare una città ribelle sta nel dritto, ma dove s’accompagni con azioni assalitrici, per far efficace e breve il bombardamento: usarlo a quel modo era danno agli innocenti, inutile ira, e (che si volea forse) infamia al braccio regio. La Bolla da mare non fe’ altro che guardare; una fregata sola con un solo cannone misesi avanti via Toledo, e seppe trarre con tanto garbo, che potè uccidere tre soldati regi e sette ferirne avanti il palazzo. Quel dì i Borboniani s’ebbero 120 leciti e forse altrettanti morti, per inutili zuffe.

Ma bastò perché il duce quella stessa notte s’abbassasse a mendicare pel mezzo del Mundy una sospensione d’arme, per medicare i feriti e seppellire i morti: vi mandò il generale Chretien di marina; ebbe risposto si volgesse al Garibaldi. Però allora ei non ebbe il coraggio di quest’altra viltà.

§. 9. Il Lanza non volle vincere.

All’alba del 28 giungevano in rada i battaglioni esteri 1.° e 2.° i cui comandanti, udendo i colpi, con grandi istanze chiesero di sbarcare e combattere; ma il Lanza che vincere non voleva, e capiva quanta gli verrebbe onta se quei pochi vincessero, sendosi egli tratto indietro coi molti, vietò che sbarcassero; dicendo sarebbero per via trucidati. Il maggiore Migy fremendone osservava: «Averlo il re mandato in fretta; tener soldati nuovi, raccolti allora, mancar d’arnesi e vesti, ma grande ardenza sorreggerli; tutto darebbe la vittoria, dispererebbero dove per inazione quei soldati stranieri patissero disagi.» Non esaudito, fur lasciati tutto il dì e la seguente notte su’ bastimenti; poi 29 il si fecero scendere a Castellammare, e quindi di notte al palazzo reale per istare con gli altri. E per via, non che esser trucidati, ebbero appena quattro feriti.

Il Mundy, non avendo visto ancora il Lanza pregare il Garibaldi, e invece scorgendo volar le bombe, protestò per l’umanità, e si volse alla nostra flotta per quella fregata che con un cannoncino spazzava la via Toledo; e sì la trovò benigna, che incontanente quel mattino dei 28 fu tolta dall’incomoda offesa. Stretta lega era tra lui e ’l Versano, ammiraglio sardo, e ’l Garibaldi, cui davano ogni maniera di soccorsi; e sollenne testimonianza né fe’ poscia il Bixio a’ 8 maggio 1863, quando nel torinese parlamento dichiarò esser più volle ito al Versano, per cose dilicate e difficili; perché sapendosi si scoprivano gli aiuti ch’avevano dal governo di Torino. E la nostra flotta si facea fare queste tresche in barba.

Tutto il 28 si combatté fiaccamente, quasi per dar tempo al nemico d’afforzarsi. Si perdè l’ospedale per tradimento del cappellano, e per codardia del comandante, andandone i soldati con parte degli infermi nel forte Castellammare. L’altre posizioni il Lanza, traendo i battaglioni indietro, abbandonava; sicché a sera si fe’ chiudere nel palazzo, perdendo le comunicazioni col detto forte e col mare ov’era la sua base, imprigionandosi da sé con tante migliaia d’uomini, morti di fame e disagi. Voleva farsi venire le munizioni dalla flotta, ma le volle dal forte; e il Brigante mandolle con sol quarant’uomini di scorta, però eran felice preda del nemico a Porta Macqueda, il quale nella scarsezza di quei momenti era così provveduto col pane de’ Regi. Sul mezzodì il Lanza, risoluto di piegare a Messina, subito inviò avanti la flotta tutta, legni a vapore, a vela e da carico, con le vettovaglie; che mosse di giorno verso Solanto, quasi a mostra; ed emanò anche l’ordine della ritirala per la notte. Ciò divulgato, non si pensava a vincere; e se ancora si versava sangue, era per ripulsare gli assalitori, e per rabbia de’ soldati. Però una sola compagnia dell’8(0) di linea, scorti i ribelli sul campanile della cattedrale, si lancia gridando, Viva il re! e sotto una pioggia di fuoco, sfonda le porte, e passa per l’arme e gitta giù per gli archi quanti trova È il generale Wittembach sortendo con un battaglione del 10° fuga i ribelli sino al Monte della Pietà.

Ver quanto quel ritrarsi fosse vergognoso, pure poteva riuscire a ruina del Garibaldi; perché una volta fuori dalle anguste mura, le soldatesche veggendosi intatte e grosse, e più rafforzate dalla vegnente colonna del Medici, avrebbero potuto vincere il partito di assediare gli avventurieri dentro la città; importante a scansare cotesta possibilità, si lavorò a distornare anche il pensiero della ritirata per terra sotto colore fosse difficile il trasportare i feriti. E non c’era la flotta? Questa mandarono richiamando nel porto.

Intanto il dittatore sicurissimo faceva e sfaceva: die’ un altro proclama, felicitando il popolo per la sua attitudine e probità decretava la formazione d’una guardia nazionale, faceva collette di danari, e comitati di guerra per le reclutazioni; discioglieva il municipio, e ne creava altro con pretore il duca della Verdura, cui fe’ anche presidente d’un comitato di difesa, per costruire barricate e forare muraglie. E sendo per lo sforzo di tutta la setta, e per gli aiuti sardi ed inglesi e pel guadagnato tempo diventato più grosso, prese sull’ore undici del 29 ad assalire i conventi dei Benedettini e dell’Annunziata, e ’l bastione Montalto, ch’eran quasi sguarniti di gente. Quest’ultimo sta a manca del palazzo reale, a seicento passi, entro una cortina: i soldati forte difendevansi da’ colpi vegnenti da’ casamenti d’attorno, ma patendo perdite gravi chiamavano soccorso con trombe e messi; mentre i duci regi in palazzo con quel furor guerresco sugli occhi facevano i sordi. Volonteroso il maggiore Auriemma chiedea d’andare a sloggiare il nemico dalle pugnaci case, mai volgeangli le spalle; anzi il general Letizia il garrì. Pertanto il bastione dovè cedere; e soffersero l’onta del vedere la bandiera mazziniana a stesa di mano. Nel modo stesso fu occupata la cattedrale vicinissima, dalle cui torri percossi i soldati col parco d’artiglieria sulla piazza reale, ebbero a sgombrare entrando nel palazzo, e rifugiando al lato opposto fuor delle mura. E il Lanza da sbalordito si dimenava per le sale. Gli fu notato essere impossibile quello starsi tanti si stretti, senza viveri, in piccolo spazio; e i generali Salzano e Colonna ottennero di poter investire il nemico. Subito il Colonna riacquistò con la baionetta i conventi de’ Benedettini e dell’Annunziata; il tenente-colonnello Grenet ritolse Porta di Castro, con sangue avverso, e occupò il Maneggio, e il general Sury, uscendo dalla porta del Papireto, rovescia quanto incontra, ripiglia la cattedrale, e arrivaselo al convento dei Sette Angeli. Tai fazioni seguivano baldamente a petto scoperto contro ascosi, che da tetti e usci percotevano: i soldati, sonando le trombe, col grido Viva il re procedevano; i cacciatori spiavano i nemici e imberciavanli, e da ogni banda li scacciavano. Udivi già tra’ Garibaldesi: Si Salvi chi può. Ma perché non seguitare? perché render vano il sangue sparso? perché non finirla contro il nemico fuggente e senza cannoni? ecco, invece le fatali trombe richiamare i vincitori addietro, che mordendosi per rabbia le mani, dovean sofferire nella comandata ritratta i fischi de’ fuggiti che gridavan vittoria!

Tai pugne inutili affatto, ben erano a danno de’ cittadini. Percossi spogliati, feriti dagli uni e dagli altri, e più da’ galeotti usciti dal bagno, diventati militi di libertà, e da’ facinorosi di tutta Sicilia e del mondo, colpi, saccheggi, foco e morti da ambe le parti ricevevano. Lo stesso Garibaldi a frenar quei suoi seguaci, quel di medesimo 29 decretò morte contro i ladri e saccheggiatori; cosa illusoria, ché chi giudice, chi punitore? vendette private, ingordigie, eccessi nefandi seguivano, in quelle zuffe cadean più case minate, e più quelle propinque al palazzo ov’era il fuoco. Il palagio Carini (e ’l padrone era ambasciatore del re) fu quasi diroccato. Nondimeno parecchi uffiziali regi, e anche di garibaldesi, salvarono con pericolo della vita famiglie e masserizie e case, dal furore de’ combattenti esaltati e inferociti dal sangue. Chi riparava a’ campi o a’ bastimenti; chi nelle cantine e in sepolture s’ascondeva. Schiere di famiglie a fuggire; fuggire suore claustrali fra mezzo allo schioppettio e alle cannonate; vecchi e infermi, portali sulle braccia, donzelle pudiche, fanciulli piangenti, signori e plebei, cittadini e villani, per isfuggire dolori e morti, incontravano morti e dolori, abbracciando la cara patria terra, sospinta a ruina da straniere avidità. Ma il Mazzini e il Cavour da lontano tripudiavano.

§. 10. Stupenda vergogna.

A sera i feriti a Palazzo eran 335, e in quelle angustie mancavano tarmai i e letti. Il duce supremo, che per la prova fattane poteva della vittoria esser sicuro, rinnovando una pugna generale, né pure vi pensava. I ribelli respinti da tutte parli, aspettavano tremebondi l’ultima spinta; i posti perduti, il sopraggiunto a’ Regi soccorso de’ battaglioni esteri, la mancanza che avevano d’arme e munizioni, li scoravano affatto. Ma il Lanza non ebbe altro coraggio che d’affrontare la vergogna. Quella sera, nella ressa di tanti feriti, gli si mise attorno il colonnello Gonzales del Genio; e tanto sel pasteggiò che il persuase a fare col Garibaldi una tregua verbale, per mandare i feriti alle fregate; ma quegli, padrone de’ passi, mancò di parola. Questo ch’avrebbe indignato ogni minimo uomo, spinse anzi il capitano regio a mendicar pietà dallo spregevole avventurerò: al mattino, 30, die’ a un prigioniero sardo una sua lettera al Nizzardo, cui appellava generale; e pregavalo permettesse al general Letizia il passo, per recarsi al Mundy a trattare d’armestizio, per sotterrare i morti e mandare i feriti a legni. Un furbo scrittore garibaldino nel suo candore appella colossale stupidità l’avere scritta quella incredibile viltà; ma il Lanza ne fe’ poi anche di più grosse. Il Garibaldi che meglio ch’afferrare la fortuna pel ciuffo? Dopo un’ora pel prigioniero stesso rispose sì, e ch’egli andrebbe col Letizia al Mundy. E fu disposto per l’ora una pomeridiana da tutte le parti cessasse il fuoco.

fonte

https://www.eleaml.org/ne/margotti/1868-DE-SIVO-Storia-delle-due-Sicilie-dal-1847-al-1861-BB-2025.html#LIBRO_DECIMONONO

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