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Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo Volume secondo (V)

Posted by on Mar 1, 2026

Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo Volume secondo (V)
11. Fatti delle province.

Rotti i telegrafi, il luogotenente più giorni ignorò i fatti delle province che ebbero contemporanei turbamenti; perché i congiurati volevano che al segnale di Palermo tutta l’isola si sollevasse; il che fe’ sì magro effetto che si può dire abortisse. A Termini, a Cefalù l’ordine si serbò. A Caltanisetta per cagion de’ molini fu lieve subuglio in piazza e benché fievole il presidio, il popolo si mostrò devoto al governo; anzi vi si fecero i consigli distrettuali e provinciali, e feste e fiere consuete, anche dopo venuto il Garibaldi.

Catania era grata a’ Borboni, per freschi benefizii; l’ordinata irrigazione del Simeto, il fatto porto, la cassa di sconto, il vescovato fatto arcivescovato, il tribunale di commercio concesso l’anno prima a’ 22 luglio; né sperava altro. Però stette cheta; sol per gente corsavi dal contado seguirono lievi rumori l’8 e 9 aprile, sventati dal contegno dei cittadini. Nondimeno per timore d’altro s’imbarcarono per Napoli quarantadue famiglie di militari; ma niente fu, e a’ 7 maggio si tenne il consiglio provinciale. A Girgenti solo pensieri caldi; apparve una bandiera faziosa piantata a terra fuor del paese, senza più, sino al Garibaldi. A Marsala un Lipari consolo sardo corse le strade il 7 in divisa uffiziale sfacciatamente, con lo stendardo subalpino e una gridante bruzzaglia. Certi Damiani e D’Anna unirono gente con danari delle casse pubbliche, e speranze di bottino, per correre a Palermo; e sparso, non so come, che i Gesuiti palermitani dessero quattromila moschetti a’ rivoltosi, ne pretendeano altri da’ padri di Marsala, se non che alla dimane uditosi Palermo sedato, i caporioni fuggirono a Malta; chi altro s’ascose; i più al solito si rimutarono in denunziatori e spie, che mai i più fedeli di loro.

In Messina seconda città dell’isola i congiurati volean far rumori. Vi era intendente un marchese Artale di pel rosso, ch’avea sempre blandito i felloni, per averne popolarità, e trovarsi bene ove trionfassero. Capo di polizia, tirava in fronte la polizia cui scherniva, rimproverava, e lasciava inerte. Nel giugno 59, passando pel porto la flotta sarda spinta contro Venezia, lasciosi rumoreggiasse in piazza con grida sediziose a plaudirla; ed egli trascese a passare in carrozza in mezzo alla folla, con mazzo di fiori a Ire colori, e salutando col cappello. Ora conscio della giurata caduta della monarchia, smessa la prudenza, con calcolata inerzia chiudeva gli occhi su tutto, e pur su’ viaggiatori. Così mandatario del Mazzini e del Cavour, potè impunemente sbarcare colà a’ 10 aprile Rosolino Pilo con Giovanni Corrao fuorusciti, e poi anche il Crispi che andaron propagando in ogni paesello: Garibaldi arriva, Viva Vittorio! A questo regio intendente i congiurati a’ 7 aprile mandarono dicendo ritraesse da’ consueti posti i poliziotti; ed egli subito gli tolse. Poi i consoli francesi e inglesi e ’l comandante di un legno inglese andarono al maresciallo Russo comandante la piazza. chiedendogli se la cittadella facesse fuoco in caso di rivoltura, e raccomandando blandizie: avuto risposta gagliarda, pregarono esser prima avvertiti. Già aperto i ribelli tenean due comitati; uno di guerra, altro civile, andavano sulle case per danari; cosa che molto spaurì, e fe’ moltissime famiglie fuggire dalla città. Bentosto col braccio d’incogniti stranieri suscitarono tumulti sul pomeriggio del giorno 8: un fuggir per la strade, un assalire le pattuglie e corpi di guardia: sicché s’ebbe a versar sangue, e sedare con la forza le cose; e poi la dimane bandire lo stato d’assedio. Conseguentemente, sollecitandolo il maresciallo Russo, l’Artale fu chiamato a Napoli, date al segretario generale Curtada le funzioni d’intendente. I ribelli delle campagne tornarono a’ 10 del mese ad assalire il posto di S. Leone, e alla dimane quello di Portazaera e il forte Castelluccio, sempre respinti. Ed ecco i consoli sardo, francese e inglese (nativi di Sicilia) protestano quel dì stesso 4, con apposita scritta, e v’osan pretendere che in caso d’aggressione i Napolitani non si difendessero con arme da fuoco, ma cercassero prendere gli assalitori con altri mezzi. E intanto spargeano in piazza notizie paurose, trionfi palermitani, certezze d’aiuti esteri, tutto a fomentare la ribellione. Ma a loro dispetto stando cheti i cittadini, riposta in breve la pace, il Senato messinese con suppliche al re protestava a’ 17 aprile l’innocenza e la devozione della città, turbata, dicevano, da pochi tristi, aspiranti alla roba altrui. Il re dispose s’usassero quattromila ducati del tesoro in opere pubbliche, di che il senato con indirizzo del 12 mostrò riconoscenza, riprotestando fedeltà. Anche alle milizie, uscite in colonne mobili pe’ pacsi attorno, le popolazioni facean festa, e gridavan al re viva infiniti.

Fu poco rumore a Barcellona, niente a Patti, niente a Noto. Siracusa chetò sino al 10 maggio. Qualche cosa s’udì ad Alcamo, fuggiti gli uffiziali civili, disarmati i compagni d’arme; il simigliante a Castellammare; ma ambe udite le repressioni di Palermo rinsavirono; e tutto tornò a posto. Le cose di Trapani eran ite cosi: L’intendente Stazzane era si stretto co’ capi faziosi in casa sua, che fu detto egli stesso vi tenesse il comitato. Poco avanti un legno genovese v’avea recato impunemente armi e munizioni. Pertanto i congiurati, fatto numero in arme, pretesero alzando bandiere di tre colori di tener essi l’ordine; e quell’intendente e anche il comandante la piazza Iati eh colonnello del 15° di linea gliel concessero; sicché quelli si formarono in compagnie, fecero Turillo Malato maggiore, e alzarono i tre colori. Chiesero poi si lasciasse a loro il corpo di guardia, e il laudi ritrasse al castello i soldati frementi; vollero non si facesse veder polizia, e l’intendente l’ordinò; vollero si mettesse in libertà un Coppola ribelle e altri 15 rei di maestà, e ’l procurator generale li scarcerò l’8 aprile. Da ultimo la guardia cittadina fatta dall’intendente col sindaco a capo compie la rivoluzione, grida Vittorio, e comanda luminarie. Ed eran presenti mille soldati chiusi dal colonnello in fortezza! Né tampoco contenti, procedettero a pretendere l’arme dei soldati, che irosi rifiutarono; nui l’intendente fe’ con suo ordine disarmare le poche guardie doganali e della marina. Quando il capitano Correale osservò al colonnello il disdecoro di tanta viltà, fu da esso scacciato fuori di stanza. Il laudi era valoroso col suo subordinato.

Vennero da Napoli il 10 ordini di giustizia: al Iauch sostituito il brigadiere Giordano; allo Stazzone il San Secondo. Poco stante a’ 23 aprile giunto il Letizia colà, menò il Iauch per ordine sovrano a Palermo, senza divisa militare, e chiuselo in castello, benché lo stesso Letizia cercasse d’aiutarlo. Ma egli e lo Stazzone a 1° maggio, quando parca la rivoltura finita, con suppliche protestarono innocenza.

Adunque la sola provincia infestata da bande rivoluzionarie era Palermo, e un po’ Trapani: il più de’ comuni si guardavano da sé; vietavano con l’armi l’entrata a’ ribelli; ed eccetto due o tre intendenti, la potestà civile stette salda. Fu la mala condotta de’ duci militari che ruinò il regno.

12. Seguito de’ fatti d’arme.

L’11 aprile a Boccadifalco la soldatesca respinse i faziosi, e tolse tre bandiere. Sull’alba del domani investirono il maggiore Bosco a Monreale; e altresì perduta la bandiera si fuggirono. La sera dell’11 il Salzano disponeva che quattro compagnie del 4° di linea movessero al convento di Gibilrosso, per facilitare le mosse del generale Cataldo, che dovea piombare su Misilmeri occupato da’ ribelli. Costui infatti con due battaglioni di fanti, uno squadrone di cavalli, cinquanta compagni d’arme, ventiquattro pionieri, e quattro cannoni da montagna, mosse pria dell’alba; trovò Misilmeri vuotato dai ribelli, e v’entrò, dal popolo plaudito. Ivi quel mattino proclamò grazia à qualunque tra ventiquattr’ore si presentasse. Poi procedette a Marineo. dove neppur trasse colpo, tra’ plausi del paese. I rivoltosi fuggenti s’eran divisi; parte andò a Villafrate, ma combattuti dalle guardie urbane del luogo, si dispersero; l’altra indietreggiò a Piana; e sentendo rumoreggiare il Cataldo, volse verso Partinico. Quivi in mezzo tra il Cataldo di fronte e il Bosco accorrente per la via di Montelepre, s’andarono ad afforzare dentro Carini. Intanto reagendo, come dissi, le popolazioni in Alcamo e Castellammare del golfo, i ribelli perdean le speranze d’andare avanti. Erano gli avanzi di più bande: una d’Alcamo comandata da Stefano Santanna, altra di Partinico con Mariano Giani, altra di Piana guidata da certi Salapò e Petta, altra di Corleone con certi Fermaturo e Vassallo, e la banda di Cerda con Luigi La Porta; i quali uniti facean forse duemila a Carini.

Per circondarli si postava il Cataldo su’ circostanti monti, e il Bosco scendeva verso la valle S. Martino; dall’altra banda partian da Palermo il Torrebruna a’ 17 con sei compagnie di fanti, due obici e alquanti cavalli, e la dimane per mare il Perrone con due battaglioni del 6° di linea da sbarcare sulla spiaggia di Cinisi, e simultaneamente l’uno e l’altro stringere Carini. È città di ottomil’anime, a diciotto miglia da Palermo, credesi esser l’antica Hiccaria, sta sopra alla collina con una pianura a piè. Il Torrebruna giunto il primo, sia volesse combatter solo, sia, come disse, che pochi uditi colpi gli facessero credere appiccata la zuffa, non aspettò; e investì ch’era quasi il meriggio. I difensori postati sulle rampe che menano al paese, poteano opporre gran contrasto a’ salienti cacciatori; ma presto rincularon dentro, per combattere dalle case, e là pure fecero mala prova, e fuggendo scontrarono due compagnie del Cataldo ch’entravano dalla banda opposta. Molli nondimeno scamparono; chi s’ascose nei sotterranei, chi dava nelle scolte agli sbocchi. Vi morirono intorno a cinquanta, e dieci de’ paesani; e se il Torrebruna avesse aspettato come doveva, tutti erari presi o sterminati. Il Perrone giunse dopo il fatto. Ma i soldati dettero in eccessi, arsero una dozzina di case; e quei del 4° di linea non ben dagli uffiziali repressi, si dettero al bevere e al sacco, il che vituperò la giornata, ed ebbe dal re biasimi severi, ed anche punizione. Il Torrebruna trasse i suoi dalla trista scena, menandoli a Capace, e là raccolti gli arnesi rapiti, li mandò restituendo a’ padroni.

Cotai fatto produsse uno sgominio. A Carini stesso si presentarono i tre capi di quei luoghi. A Corleone, entrate quattro compagnie di fanti, e ’l già fuggito sottintendente, presentavansi a torme. Lo stesso a Piana, Monreale, Montelepre e Misilmeri. Il resto perseguitati, sparnazzati pe’ campi, perpetrarono gran furti e assassini’! ne’ distretti di Termini e Cefalù, massime a Cimmina, Petralia, e Caccamo. Pertanto le soldatesche eseguivano il disarmamento in tai paesi; e sì le strade sicuravano, aprivano le comunicazioni con le province, riponevano i telegrafi. Volse per mare una colonna col general Primerano pel Termi uose; altra col Letizia come ho dello a Trapani; ambe a’ 25 aprile.

13. Tredici fucilati.

Da quando eran giunte in Napoli le prime nuove della ribellione e dei prigioni falli alla Gancia, il re scrisse promettersi l’amnistia a’ traviati, il che potendo interpetrarsi per debolezza, si strinse a munire il general Cataldo, operante con una colonna militare nel contado,’delle facoltà di perdonare chi spontaneo si sottomettesse, ciò fatto, si raccolsero in breve dì da tremila fucili. Ma la perdonanza niente poteva ne’ congiurati, che aspettavano il sicuro soccorso del Piemonte. A’ 15 accozzano in Palermo un dugento persone, e fan gridare Italia e Vittorio e abbasso la polizia; incontrati militari disarmanti, poi accorrendo le pattuglie si disperdono. Il giorno dopo gittano per la città scritti incendiarii; e la sera del 15 si scopre un deposito di polvere, granale ed arme, presso la chiesa della Magione. Si sussurrava d’altro tumulto alla dimane; ma vigilando la potestà non fu nulla. I governanti persuasi della necessità di dare un esempio severo, il 13 stesso tennero il consiglio di guerra, a giudicare i presi alla Gancia. I monaci uscirono innocenti; e solo i tredici artesiani e villani ebbero condanna, eseguita al vespro. Queste sono le sole giustizie fatte, che dettero tema di lamentazioni infinite a’ liberaleschi del mondo.

Tal rigore, e più la rotta di Carini, scoraggiò i congiuratori, che in quel nucleo di bande tenevano speranza; laonde Palermo tornò alle consuete faccende.

14. Conati inani a Napoli.

Le notizie di Sicilia s’andavano a Napoli buccinando a rovescio, per mover subbugli. Il venerdì santo, che giusta l’antico costume, proibite le carrozze, i Napolitani sogliono girar per le vie con vesti sfarzose, per recarsi alle sacre funzioni, venuta l’una ora di notte s’udirono grida da’ vicoli della Corsèa e dalle Chianche della Carità: Vivano i fratelli siciliani! viva Garibaldi! qualcuno pur Costituzione! E tosto poche dozzine di studenti tenentisi a braccio, presero a scendere giù aggruppati per Toledo, strisciando i piedi per terra senza dar voce. Passavano a caso il conte di Capaccio Boria, e ’l marchese Vito Nunziante, giovanetti uffiziali d’Ussari, il secondo sondo in vesti da borghese prese a rimproverare gli studenti, che in quel sacro dì turbassero la passeggiala; e mentre quelli rispondevano, e s’altercava alto, eccoli lo Sbordone ispettore di polizia che col bastone dette poche opportune busse, e le’ sparire i dimostranti, La sera seguente scoppiava una bomba al vico rollo S. Carlo, a imitazione del fatto in Toscana, ciò spezzò i vetri alle case vicine. Da ultimo all’alba del 14 si trovò incollato a’ cantoni un manifesto, che celebrando la rivoluzione siciliana (che appunto allora era doma) l’invincibile Palermo, e ‘l Maniscalco co’ suoi sgherri fuggito incitava il popolo a rovesciare il governo: conchiudeva: L’indifferenza è fratricidio, l’inerzia è tradimento. Ma i Napolitani preferirono esser fratricidi e traditori, e restarono inerti. Questo fu tutto lo sforzo della rivoluzione indigena sul continente.

§. 15. I legni sardi.

I nemici stavano fuori. Il governo dava avviso al luogotenente di Sicilia a’ 29 aprile della spedizione garibaldese preparantesi a Genova, e destinava quattordici legni da guerra per far le crociere, ciascun legno guardante una parte di costa designata, con ordine d’impedire qualsivoglia sbarco d’esteri. Videsi presto come venduti alla setta erano i nostri uffiziali di marina: allora dubbiosi dell’avvenire, parendo le cose pender prospere al regno, si mostravan volenterosi a parole, ma operavano titubanti e fiacchi, e faceano le crociere ad occhi chiusi. Accadde che entrando a Palermo il 1° maggio un legno inglese e un altro olandese mercantili, richiesti i comandanti se avessero viste le crociere, risposero sì, ma con maraviglia non essere stati chiamati all’ubbidienza. Ciò sparso nella città rianimò le speranze de’ faziosi. il consolo nostro a Genova né die’ avviso che il 21 aprile era di là partito il Governolo fregata sarda, e si sospettava stessevi il Garibaldi per menarlo in Sicilia insieme ad altro legno co’ volontarie Di ciò ci die’ parte al luogotenente, acciò sorvegliasse: e operasse con prudenza, per non appiccar guerra col Piemonte e la rivoluzione insieme. Di fatto il Governolo comandato dal marchese d’Asta, e l’Authion corvetta comandata dal cavalier Piola, giungono il 23 a Palermo; il che die’ certezza dell’aiuto sardo; però i ribellanti presero animo, andavano e venivano dalla fregata, dettero qualche grido sedizioso per le vie; e bisognò tornare al duro ufficio del carcerare. Poi saputosi che si volea far gridio alla discesa della ciurma a terra, fu mandato il Polizzy sul legno a prevenire il comandante, ch’ove allo scendere dei suoi ne venisse tumulto, i soldati farebbero il loro dovere, e sarebbe increscevole si trovassero Sardi nella folla. Promise non far discendere uomo, e tenne parola; ma richiesto il consolo di far allontanare i legni, rispose gravemente partirebbe la corvetta nella notte, come avvenne, ma resterebbe la fregata per tutela de’ sudditi sardi (e in Palermo non era stanziato che un Piemontese solo!) e per pigliare a bordo il consolato nella vicina sommossa dì tutta Sicilia. Subito la casa di quel consolo fu il focolare degli incendii, il maneggio degli brogli. E perché tutta l’isola sapesse dell’ausilio sabaudo, il Piola con l’Authion se ne andò girando le coste attorno, visitando Trapani, Girgenti, Siracusa, Catania e Messina, e recando poscia al telegrafo sottomarino di Cagliari tutto quanto al Cavour occorrea di sapere. La vicinanza di quelle bandiere sarde teneva agitati i popoli, e in moto le truppe. Ricominciarono le dimostrazioni: una il 24 in piazza Ballarò e porta S. Antonino, con solite grida e qualche colpo di fucile; altra a’ 26 di studenti a porta Maqueda: per le quali cose, benché in Palermo fossero tante migliaia di soldati, pur quei duci vi richiamarono in fretta il Cataldo con la sua colonna; cosi quasi abbandonando il contado. Subito il 27 furono aggrediti i posti telegrafici di Sferracacallo e Cinisi; fuggono gl’impiegati, v’accorrono milizie, e torna l’ordine. Similmente il Bosco a’ 28 snida certi ribelli dal monte Beddolampo. A Cimmina nel Terminese una banda saccheggia, e al venir soldati si disperde. Il dì seguente entrano ribelli in Petralia presso Cefalù, e v’uccidono il sindaco e altri; sinché i naturali s’armano e li scacciano. Peggio che a’ 50 aprile s’aggiunsero altri due legni sardi. Le bande ricomparse a Campofelice tra Termini e Celata con un Meli a capo, andavan parecchi paeselli devastando. E il general Primerano che con un nerbo di truppe per quei luoghi passeggiava, quasi sfuggendo quei malfattori, aggiratosi più giorni, in fine se né tornò bello e sano a Palermo. Stringevano i tempi. Aspettandosi il Garibaldi, sapendosi seminata la divisione e la corruzione nell’esercito, gli stessi realisti cominciarono a disperare; molti uffiziali abbandonarono le sedie, e molti o conniventi, o tementi le vendette rivoluzionarie, stesero alla rivoluzione la mano. Il governo restò isolato; e dove non avea soldati non era ubbidito.

16. Alessandro Nunziante.

Il re mandò in Sicilia il maresciallo Alessandro Nunziante, nel quale molto fidava, affinché vi scrutasse lo stato delle cose. Questi figlio e fratello d’uomini rinomati per operosa fedeltà al trono, e però di casa da umile ad allo stato salita, fu sempre accanto a Ferdinando II, militare insieme e cortegiano. Per la moglie fu duca di Migliano; corse rapido i gradi sino a maresciallo, ebbe ciondoli e soldi; e niuno più di esso abusò de regi favori, tanto da guadagnarne odio meritato. Ottenne che il piccolo Mignano diventasse capo di circondario con danno de’ comuni circostanti, e sì duplicò il valore de’ suoi fondi. Ottenne che il municipio napolitano aprisse la via nuova della Pace; perché ei v’elevasse un gran palagio, che tolse l’aria a’ vicini. Ottenne si facesse un traforamento sotto il colle Pizzofalcone, perché altra via mettesse a quel suo palagio, e per averne le pietre gratis da fabbricarlo, mentre il municipio comprava poi le pietre per far muraglie in quel traforamento stesso, e pagava i danni a’ possidenti delle pericolate case superiori. Ottenne danari dalla Cassa di sconto, sebbene ei non fosse mercante, contro gli statuti, e seppe con tutte arti diventar ricco, e porsi in cima di onorificenze e poteri. Solo di buono fece, l’ordinamento de’ nostri buoni battaglioni cacciatori. Se il dispensare qualcuno dalla legge è ingiustizia, per nessuno mai ne fu fatta più che per costui: ma la Provvidenza punisce l’ingiustizie con l’ingratitudine di quelli appunto che n’ebbero favore. Fatto grande dai Borboni, fu tra’ primi traditori de’ Borboni; amico del Filangieri, il vedemmo con esso strumento alla cacciata degli Svizzeri, venduto all’inglese Elliot e al piemontese Villamarina, il vedemmo percuotere i suoi benefattori, e primo disonorarsi con la sabauda divisa.

Questi adunque il buon Francesco mandava in Sicilia, quasi altro se stesso. Il quale già assolutissimo, e despota nel suo uffìzio, tristo mobile di forte, esoso ad ogni partito, diventa a un tratto cedevole e umanitario; disapprova le cose fatte, disapprova la Polizia (rimasta solo argine, benché lieve, all’imminente ruina), disapprova lo stato d’assedio, e tornato, rapporta i Siciliani non volere Costituzione, ma buon governo, cattiva esser la Polizia, non saper nulla, molta essere la miseria, e altre simiglianti. Conseguentemente il Castelcicala a’ 5 maggio die’ un’ordinanza contro gli asportatori di arme, ed una proclamazione a’ Siciliani, dove nunziando ritornato l’ordine, concedeva l’indulto, e toglieva lo stato di assedio a Palermo. Lo stesso dì si tolse anche a Messina. Ciò fu grave errore, che mostrò debolezza, quando era notorio il livore de’ ribelli. Rimaste le porte non guardate, molti facinorosi delle sperperate bande si cacciavan nelle mura a starvi ascosi, in aspettazione degli eventi. Allora in tutta l’isola si parlava aperto del Garibaldi accorrente. E per giunta il re udendo quel crudo Nunziante parlar d’umanità e buon governo, e più spiacendosi de’ tredici fucilati, si persuase di leggieri, e a’ 7 maggio ordinò non s’eseguissero giustizie capitali senza sua saputa.

Ricominciano le dimostrazioni, anche nelle chiese di Palermo, s’intima alla gente di non uscir di casa, o subito ritirarsi, si spande già il Garibaldi sbarcato a Terranova o a Licata. A’ 7 maggio aggruppamenti nella città, colpi di fucili agli avamposti. A’ 9 la città è uno squallore, botteghe chiuse, vie deserte, ma sulle ventitré ore in via Maqueda si fa folla d’ogni ordine di persone, anche magistrati e uffiziali civili, le donne a’ balconi, si grida Italia e Vittorio, s’insultano e s’incalzano le pattuglie accorrenti; bisognò calar le baionette, sparar qualche colpo, uno muore, sei restan feriti, e torna la quiete. Alla dimane cresce il fermento per le mene dei consoli esteri, i faziosi imbaldanziscono, i buoni si scorano, la potestà è in mani bacche. E laddove si era certo il Garibaldi sbarcherebbe sulle coste, si facevano rientrare in Palermo le colonne del Letizia e del d’Ambrosio, quivi così quindicimil’uomini irragionevolmente concentrando.

11. Insidie insigni.

Come di fatto l’ordine materiale era riposto, subito cominciò fuori del regno il piagnucolare sulle violenze delle compressioni. Uscirono ne’ giornali invettive furenti, menzogne sperticate; un La Varenne scrisse a posta un libello La torture en Sicile, che a furia di calunnie tendeva a mover ciclo e terra; noi novelle, romanzi, e storie peggio che romanzi ribadivano il chiodo. Il Brenier ambasciatore francese diceva che la polizia siciliana facea soprusi, torture ed estorsioni. Il governo doveva essere infallibile, e il non fallire gli si rendeva impossibile; gli si aizzavano le ire, gli si avventavano le fazioni: perditore dicevanlo abbonito dal popolo; vincitore gridavanlo iniquo e mostro. L’ammiraglio sardo rapportò a Torino essersi riposto l’ordine (ché nol potea celare) ma n’eccettuava Marsala, ch’anzi era quietissima: forse fu gergo per indicare il luogo opportuno da farvi sbarcare il Garibaldi; e sel sapeva lo ammiraglio inglese, che appunto colà mandò vascelli a dargli spalla.

Il Cavour teneva del tutto avvisati chi preparavano la spedizione; e si son trovate e stampate lettere di suo pugno nunzianti i fatti principali, e incitanti a far presto. Interpellato in parlamento a’ 15 aprile, rispose sibillino, e finì: I nostri compatrioti continuano la lotta. Da qual parte erano i suoi compatrioti? ipocrita istigatore di guerra civile cui fingeva deplorare, accennava a italianità, quasi non fossero italiani i combattenti pel dritto. Per esso erano italiani e compatrioti i ribelli, i traditori e i codardi che gli venderono la patria.

La lotta con l’arme era sopita, durava con le insidie. Gli uffiziali di marina sarda scendevano nelle città in divisa, lanciando sguardi protettori, e quando da qualche finestra avessero fiori e nastri a tre colori, ringraziavano e blandivano; in case, caffè e crocchi davan promesse larghe, s’affratellavano, incitavano odio contro il legittimo sovrano. E tai legni costeggiavano tutta l’isola per spargere novelle, ed eccitare le popolazioni, e dar gli ordini a’ loro consoli. I comitati ogni dì diffondevano scritti, e vaticinavano il Garibaldi, gittavan nappe per le strade, facevano vestir nero il dì della fucilazione de’ tredici, sparavan bombe la notte, e tenevano la potestà affaticata. Se poi si reagiva, si malediva alla ferina ferocia de’ Borboni.

18. Provvedimenti del governo.

Il governo, certo della invasione, provvide. Quattro fregate a vapore, due a vela, e altri nove piroscafi da guerra incrociavano attorno all’isola e al canale di Malta; alquante compagnie d’arme s’erano postate sulle spiaggie più solinghe. Il general Primerano vagolava nella provincia di Palermo con forte colonna, e fiacco animo, senza cannoni; che aveali lasciati sulla nave, per essere più lesto a rimbarcarsi. Il Letizia tornava allora da Trapani e da Marsala; il 6 maggio altra colonna col Laudi, allora promosso generale, usciva verso Mazzara. Era il maresciallo Gaetano Rivera a Caltanisetta con truppe colà ed a Girgenti, pronto a correre verso Terranova e Licata. A Catania il brigadiere Clary, il maresciallo Russo a Messina. Inoltre le compagnie d’arme e la polizia e le guardie urbane, dove s’eran rimaste, facevano il debito loro. Per le quali provvidenze pareva il Garibaldi dover esser preso o in mare o in terra a prima giunta; il che secondo il natural corso delle cose avrebbe dovuto avvenire. Inoltre si sollecitò lo incremento de’ lavori pubblici, si curò il basso prezzo de’ cereali; e ogni dì si facevano dispensare a Palermo da’ Cappuccini cinquecento zuppe a’ poverelli.

19. Il Garibaldi.

Il Garibaldi, condottiero della rivoluzione mondiale, avea una fama con gran cura fabbricata in molti anni. Lui audacissimo, celeberrimo capitano predicavano, aver vinto i Francesi a Roma nel 49, vinto i Tedeschi nel 59, ora dover incarnare l’italiche speranze cacciando lo straniero. Nell’ultima guerra egli con certe migliaia di saccheggiatori, avea potuto, proietto da’ Francesi, campeggiare sulla loro sinistra, e turbar la pace di qualche borgata, imprese date per vittorie insigni e maravigliose. Niuno gridava Viva Napoleone, ch’avea fatto morire cinquantamila Francesi, e si gridava viva Garibaldi!

Ma il Cavour, sendo fresche le spampanate garibaldesche nella Camera per Nizza e Savoia, avendo a mandare in Sicilia un redentore, punto non volea lui, e pensava al Bixio, rompicollo più alla mano. Allora dolentissimo il Nizzardo, scordò la venduta patria, e scrisse umilissime lettere al La Farina, scongiurandolo d’aiutarlo, nulla potendo egli fare senza il concorso di tanto uomo. E tra l’altro soggiungea: «Bisogna fare e presto. Io non sono che povero braccio, voi siete la mente, consigliatemi, guidatemi, soccorretemi con ogni mezzo; e siate certo che non volterò mai il tergo alla bandiera del re Galantuomo.» Quando poi in Palermo trionfatore arrestò questo stesso La Farina, questi a scornarlo stampò nel Cittadino di Palermo in novembre tai lettere.

Allora il La Farina lo rappacciò col Cavour, perocché quel marinaio già dalla stampa mazziniana magnificato, quasi promesso da’ fati, per patti segreti tra reggitori di popoli potenti, con l’oro del Piemonte indebitato a posta, doveva lanciarsi a portar guerra civile nelle Sicilie. Bocche e scritti settarii facevanlo uno spauracchio, ma saria riuscito inane fantasma all’urto d’un braccio onorato. Il Filangieri di dieci anni avanti, i morti Nunziante e Pronio avrebbero tenuto a fortuna d’avere l’opportunità d’agguantare questo scorazzatore alla brigantesca. Cosa provata nel 49, quando si ficcò nel regno, e statovi quattr’ore, non osò aspettarvi il Nunziante che gli correva addosso. Ora dovunque sbarcato fosse era lieve il pigliarlo, i soldati né bollivano dal desiderio, ma i principali loro duci voleano voltar le spalle.

20. Preparativi di lui.

Il La Farina presidente dell’assemblea nazionale, già con manifesto del 22 marzo avea detto che gran numero de’ napolitani uffiziali sentissero in seno un cuore italiano, egli saperne i nomi ed i sensi; e sì svelando i tradimenti futuri seminava diffidenze nell’esercito nostro. Prometteva dar danari e armi per la spedizione in Sicilia, a’ primi annunzii della ribellione scoppiata. Dappoi scriveva al segreto comitato di Napoli, ch’avea per simbolo assunto la parola Ordine, dichiarandolo parte della società nazionale, con facoltà d’usarne il nome; però pregava quanti volessero Indipendenza, Unificazione e Casa Savoia, a cooperare con esso comitato. Questo pertanto dava fuori il giornaletto Corriere di Napoli, e altri fogli spezzati, cui imprimeva con suggello il mollo Ordine. l’opposto del desiderio, per non ismentire il programma di menzogna della rivoluzione. Anche il Mazzini mandava altra proclamazione alla Sicilia, dicente venuta l’ora del riscatto.

Il Garibaldi che pel negozio della venduta Nizza parca nimico mortale del Cavour, allontanatosi da Torino, per meglio gabbare il mondo, s’annidò nella Villa Spinola al villaggio Quarto presso Genova, dove reclutava volontari]. Mezzani tra esso e ’l Cavour erano quel La Farina, un Sirtori ex prete, un Nino Bixio, e qualche altro. Costoro dopo il trionfo l’hanno spudoratamente dichiarato; vantandosene il Bixio in parlamento a’ 19 giugno 63; e in quella tornata stessa il Sirtori assicurò che il Cavour gli avea detto: «Va bene che la rivoluzione cominci dal sud per salire al nord. Quanto ad aiuti, io per audacia non son secondo a nessuno, v’aiuterò.» In fatti mandava al Garibaldi tutti i dispacci che veniali di Sicilia; il quale per non iscoraggiare i volontarii e i pagatori con quelle notizie della rivoluzione domata, né faceva storcere il senso al siciliano Crispi, che aggiustavan a mo’ da far colpo nel pubblico. Esso Cavour diegli 1019 fucili, e in prima ottomila franchi per principio di cassa militare, altro denaro die’ la società nazionale; il resto s’unì in varii modi. La Gazzetta di Milano a’ 26 aprile invitava al suo uffizio chi volesse esser dell’impresa di Sicilia. Da ogni banda si facevano collette per moneta: in Francia facevale l’Opinion Nationale giornale, e a’ 16 maggio dichiarò non pubblicare i nomi degli offerenti per ubbidire al Ministero: facevala a Londra il Times il 9 maggio; e a’ 17 se né parlò alla Camera de’ comuni. La società nazionale stampava lettere a’ settarii del mondo, inculcando generosità di borsa. E l’ambasciatore inglese a Torino teneva a mensa in aprile il Garibaldi con molti nostri fuorusciti.

Perché libero operasse, fu fatto rinunziare d’esser deputato al parlamento, e generale sardo. Egli a Quarto provvedeva all’apparecchio; ragunava uomini, gli stessi già stati con lui a Roma e nell’ultima guerra, accoglieva Veneti, Siculi, Romaneschi, giovani disperati, e aperto accozzava arme e munizioni, e facea cucire camice rosse. Ingaggiatori e armatori erano un ebreo Giuseppe Finzi, e un medico Agostino Bertani, quello rappresentante il Cavour, questo il Mazzini. Né solo s’univan quelli da andare col Nizzardo, ma altri ancora. Avemmo nuova di 220 partiti il 3 maggio per Malta con carabine e pistole a rivolta; e anche di 330 fucili, ottocento pistole a rivolta, e 1200 granate vuote, tolte dall’arsenale di Genova, e imbarcate su nave sarda. Giorno e notte eran menate arme ed arnesi, gli avventurieri arrivavano festeggiati e accompagnati; passeggiavan per Genova, sebbene non militari di nessuno stato, armati alla militare e in frotta. La partenza fu prima nunziata, poi differita. Tutta Genova correva a vedere, solo il governo no. Reclamando il nostro ministro, il Cavour si storcea, mendicava parole, e prometteva impedire l’andata. Il Thouvenel ministro parigino fe’ le viste d’avanzar né inchieste, e ’l Cavour non capiva. A’ I maggio vigilia della partenza, il Russell ministro inglese interpellato nella Camera diceva: «Spero che la spedizione non si faccia.»

Tanto rumore a Genova dando troppo nell’occhio, quella potestà non volendone la responsabilità fe’ qualche rimostranza; ma venne il La Farina con lettere del Cavour al prefetto, e nessuno fiatò; anzi s’ebbero aiuti manifesti, e fu visto un Fasella ispettore di polizia aiutare con due suoi uomini il trasporto de’ fucili a mare.

fonte

https://www.eleaml.org/ne/margotti/1868-DE-SIVO-Storia-delle-due-Sicilie-dal-1847-al-1861-BB-2025.html#LIBRO_DECIMONONO

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