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Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo Volume secondo (VI)

Posted by on Mar 11, 2026

Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo Volume secondo (VI)
11. Arriva il Won Mechel, e non lo fan vincere.

Questo indegno fatto sagrificatore della monarchia, compievasi in quell’ora stessa ch’ai gigli sorrideva la vittoria. Il Won Mechel, dolente d’avere errato, accorreva a emendare il fallo. Già dall’oro di vespro del 29 si era dal forte Castellammare veduta la sua colonna presso Villabate, a tre miglia da Palermo, dov’ei dormì al sereno. Al mattino dall’alto del telegrafo ad asta era stato veduto accostarsi; e l’uffiziale Agostino di Palma, corso al Lanza, gliel fe’ con gli occhi proprii osservare; ma costui non mutando proposito, finse anzi niente saperne; e com’era da altri duci istigato, mandò gente più volle a richiederne il Palma, che sì tenne burlato. E a chi consigliavalo spinger battaglioni a sorreggere il Mechel, ricisamente il negò.

L’onesto Svizzero arrivò sulle porte di Palermo sull’ore dieci del mattino; e mandò travestito un sergente Siciliano, con lettera al luogotenente, avvisandolo ch’entrerebbe armata mano; ma di tal messo non s’ebbe mai novella. Spiccò il Bosco verso la marina; per assicurare la dritta, ed ci con alquante compagnie del 5° estero e del cacciatori, con due cannoni sforzò Porta di Termini, superò di forza l’una dopo l’altra le barricali, respinse i difensori, feriva il Carini che li comandava, prese cinque bandiere, liberò novanta soldati prigionieri entro un palagi»; e tanto valsi il valore, che pervenne alla piazza della Fieravecchia, con certezza di piena vittoria. I Sardi e i Siciliani pittando per terra le bandiere chiedevano mercé, gridavano Siam fratelli, che serve questa guerra? e atterriti sventolavano panni bianchi, e nunziavano la cominciata convenzione. Il La Masa pallido fugge a rapportare quella ruina al Garibaldi; il quale udendo il fuoco già nel quartiere S. Anna presso al suo palazzo comunale, e veggendo il fuggir di tutti, si teneva perduto; e preparavasi a trafugarsi su’ legni inglesi. Mandò per aiuto al Lanza stesso, perché mantenesse l’armestizio designato. Costui con la guerra vinta, e che avrebbe dovuto allora correre alla riscossa, con le genti sue, e schiacciare in mezzo il fievole nemico, che fa? spedisce con dispacci Michele Bellucci e Domenico Nicoletti capitani dello stato maggiore al Nizzardo; il quale lettili ne toglie altro accluso, e il manda per quei stessi capitani con suoi uffiziali al Mechel: era l’ordine di sostare dalle offese, perché fatta la sospensione d’arme. Fremette il Mechel; e costretto per lo imperio del Luogotenente con Alter-ego a rattenere i vincitori soldati, s’abbandonò sulla persona, oppresso dal dispetto e dal dolore. Restò in possesso della Fieravecchia.

12. Le sospensioni d’arme.

Ora perche il Lanza spedire quell’ordine pel mezzo stesso del nemico? non poteva usare il telegrafo alla flotta in rada, là appunto sulla strada della marina, ov’erano i Regi arrivati? E perché disse fatta la sospensione d’arme, quando neppure s’eran cominciate discussioni? Non v’era più che una sua lettera richieditrice, e una risposta adesiva, data dal Garibaldi in punto che sapeva il Mechel alle porte: convenzione non vi era, né scritta né verbale, e dirla fatta per porre sosta alla vittoria, era più che mentire, era tradire l’esercito, la patria ed il re. Inoltre si seppe dal reduce Bellucci lo stato tristo del nemico, e come già vinto era, eppure volle capitolare. Bentosto il Garibaldi mandò a palazzo un Cenni suo maggiore ad affrettare; e di fatto costui tornò co’ regi generali Letizia e Chretien in carrozza, che volsero al Lazzaretto; dove trovato il dittatore in tunica rossa ricamala, col Turr e altri suoi, tutti insieme montarono sull’Annibale. Quivi presenti gli uffiziali inglesi e il comandante Irochese, legno americano, il Letizia con la testa alta favellava di sue passate prodezze, e si in quel disonore ridicolosamente braveggiando, che meritò da’ circostanti le beffe. Abborracciarono quasi senza discussione la convenzione d’armestizio per ventiquattr’ore, però da durare sino al mezzodì del domani. Firmavaula adunque in tanta fretta, lunga ora dopo che s’eran fatte posare l’arme al Mechel; vergogna scritta per coprire la fellonia. E il Letizia e ’l Chretien se ne tornaron sull’ore tre pomeridiane, contentoni, come da grande impresa.

Il duce rivoluzionario fiacco per numero ed arme, senza cannoni, serralo in mezzo che non avea scampo, tra due corpi d’esercito, e un fortilizio, s’atteggiava sicuro da vincitore; e pomposamente dal palazzo municipale nunziava l’armestizio, com’ei per umanità l’avesse conceduto. E tosto si valse del tempo, asserragliando tutte le strade, ordinando la sua gente, e raccogliendo arme e danari: notte e giorno lavorò alle barricate, per trovarsi pronto, o per parer pronto al mezzodì venturo a grandissima difesa.

Nell’ora dell’assalto del Mechel eran corsi due popolani (detti sicilianamente bonachi) affannosi al palazzo, chiedendo pace a nome del popolo, e offrendo aprire a’ soldati le contrade non ancora da’ Garibaldini occupate. Il generale Salzano mandò il capitano Nicoletti (appena tornato dal recare il dispaccio al Mechel) e ’l tenente Savino a scrutare gli animi de’ Palermitani; ed eglino corsa un terzo della città, trovando cigli riverenti e udendo promesse di sommessione, tornarono sull’ore sei pomeridiane, insistendo di mandar truppe in quelle strade, ché sarebbero utili nelle zuffe del domani. Non si fe’ nulla. Invece i duci regi preparavano disegni, cui non volevano eseguire. Stabilivano ripigliar l’offese con tre colonne: una col Wittembach dal Papireto, altra col Sury in via Ballarò, una terza pel Corso col Landi di Calatafimi. Lo scegliere costui mostra il proposito del voler perdere. Benché il vincere era più facile il 30, e sarebbe costato più sangue il 31, pure non potean bastare gli incompiuti lavori d’una notte, e le difese d’indisciplinati Garibaldini a rattenere gl’inviperiti soldati. Ma ecco sull’ore otto del mattino il Buonopane, colonnello di stato maggiore, mandato dal re per esaminare lo stato delle cose, corre a palazzo a distogliere da ogni disegno di guerra; dice: «barricate essersi fatte innumerevoli, fortissime; difficile lo assalirle, impossibile superarle; meglio prolungare la tregua per altri tre di, e intanto scriversene al re». Se stesso propose per trattare col Nizzardo. Subito il Lanza accede, e manda esso Buonopane col Letizia al palazzo pretorio, a pregare lo abbietto nemico. Segue incontanente più vigliacca convenzione, firmata da esso Lanza luogotenente con alter-ego di re Francesco Borbone, e dal fuoruscito Crispi, Segretario di Stato del Garibaldi. Questi non si degnò scendere a pari col Lanza, e n’avea ragione. Furono cinque patti: 1° prolungamento d’armestizio per tre giorni. 2° Consegna del banco co’ denari al Crispi. 3(e )Imbarcarsi i feriti con le famiglie. 4° Libero passaggio di viveri alle due parti. 5° Scambio di due prigionieri garibaldini con due regi.

15. Fraudolenza di esse.

Così diessi alla rivoluzione tempo da afforzarsi, sicurezza per far gente, e denari per pagarla: Il Crispi trovò nel banco cinque milioni e più di moneta sonante, parte di privati, parte dello Stato. Or perché dare il banco? perché pattuendosi tre dì d’armestizio, si consegna tanta moneta ad esteri avventurieri, che pur dopo tre dì s’avevano a combattere? Forse quel dare il banco fu appunto la principal cagione del contratto; ché in quei cofani d’argento e d’oro v’era da contentar tutti, e prendenti e cedenti.

Ogni armestizio suppone che ninna parte debba lavorare con opere e peggiorare la condizione dell’avversario; intanto si asserragliavano le strade in viso a’ Regi, massime incontro al Mechel lasciato solo sull’altro capo di Palermo, condannato nel suo trionfo a quell’onta. Il Lanza né protestò, né interruppe come dovea col cannone quell’opere, né abbreviò l’armestizio, così fatto a solo pro del nemico. La convenzione per 24 ore gli die’ campo a fortificarsi; ciò die’ pretesto a protrarla per altri tre giorni; e le susseguite maggiori fortificazioni dier nuovo pretesto a prolungarla. Pe’ lavori d’una notte diceasi la città fatta forte, e si davan tre giorni per farla fortissima, e poi più tempo ancora pei’ farla imprendibile.

E si credano pure inespugnabili quelle improvvisate trincee; che forse le regie sorti eran disperate? Palermo pur senza assalti in breve potea cadere. Essa ha quattro miglia di giro, de’ quali uno a mare era da’ vascellli bloccato; né restavano tre da guardare, congiunte da larga via, che tutta né cinge le mura: postati i Regi a Palazzo, a Castellammare e alla Fieravecchia, si volean solo due colonne mobili, che battessero le brevi campagne da Porta Montalto alla Flora, e da Porta d’Ossuna a Forte S. Giorgio; vietato il transito, il nemico che dall’interno dell’isola traeva le forze e la sussistenza, restava tagliato, cinto da tutte bande, senza né arme né munizioni. Uscire a campo senza cannoni non poteva. Aggiungi i molini star sull’Oreto; vietati questi, Palermo popolosa cedeva tosto per fame; tronchi gli acquedotti, cedeva per sete; cedeva per foco, se il castello avesse davvero, secondo le prescrizioni dell’arte, usato i colpi di guerra. Nulla di ciò si pensò, ché non si volle; e si costrinse a subire macchie incancellabili a un esercito onorato. Fu detto e stampato il Lanza avesse di sua parte sessantamila ducati: nol so, so l’opere sue. Né bastò così aver conce le cose, bisognò anche infamare la parte regia. Mentre tutta la stampa declamava, afforzavala l’ammiraglio Mundy, scrivendo a Londra cose nere sul bombardamento di Palermo: sacco spaventevole, tutto un quartiere in cenere, famiglie arse vive nelle case, conventi, chiese e palagi distrutti da bombe.

Peggiori onte: Pel patto 4° era libero il passo a’ viveri, ed ecco a’ 2 giugno i Garibaldini fermano fuori Porta Macqueda per quattr’ore il convoglio con futili pretesti; e intanto tentano sedurre i soldati, si piglian parte delle vettovaglie, e diciannove muli, onde s’ebbe a sospendere quel transito. E perché non vendicare coll’arme questa infrazione a’ patti? I soldati indignatissimi, già ribellandosi a’ capitani, risolvevano ricominciare la guerra da sé la notte: però accorse il Buonopane a impedirlo, perché (scrisse nel dispaccio) non era finita la tregua. E il Lanza narrando dei rapiti muli, chiedeva a Napoli non si prolungasse l’armestizio, perché ruinoso. E non l’avea egli firmato? noi dovea anzi dichiarare rotto dal nemico? non avea egli l’alter-ego? Ma egli stesso in quella lettera non proponeva guerra già, ma ritrarsi a’ Quattroventi.

14. Tregua approvata e prolungata.

I Letizia e Buonopane fatta appena la convenzione corsero a Napoli a perorare per essa: rapportavano tristissime le condizioni, gagliardissimi i nemici, disperate le cose, necessaria la ritirata, meglio farla senza sangue. Parlavano a giovine sovrano e pio, educato alla pace, cinto da molti traditori. In quella, a dare il colpo di grazia, s’appresenta il Brenier, per offrire mediatore Napoleone, cui accettato, bisognò approvar l’armestizio, e anche il prolungamento. Però lietissimi e vittoriosi i Letizia e Buonopane ratti sulla Saetta tornarono a Palermo la sera del 2, dove prima parlamentarono col Garibaldi, poi andarono al Lanza, e a nome del re gli ordinarono ritraesse le soldatesche a’ Quattroventi. Più gli scrissero minacciosi, chiedendo cedesse a loro la sua potestà; ed egli sottoscriveva la cessione, poi se né lamentava con dispaccio a Napoli, e ripigliavala. Costoro gelosi si contrastavano il potere in quei tristi fatti, non già per tentare la riscossa, ma per brigar ciascuno l’onore di trattare col Garibaldi il permesso della ritirata, e chi sa che altro. Ma il sole vide mai peggio? Al mattino dichiararono al Lanza aver già prolungato col nemico l’armestizio, per imbarcare i feriti e provvedere di viveri Castellammare, e tosto ripartirono per Napoli, donde tornarono la sera del 5, con l’ordine d’abbandonare Palermo.

15. Abbandono di Palermo.

Eglino il giorno appresso, 6 giugno, presenti gli ammiragli inglese e francese, contrattarono col Garibaldi lo sgombro di Palermo, con otto patti, cioè: pronto imbarco di malati; l’esercito ritrarsi per terra o per mare a suo grado, con arme, cavalli, bagaglie, famiglie e ogni cosa di sua pertinenza, compreso l’armamento di Castellammare; scambio di feriti e prigionieri; liberazione di sette carcerati nel castello, e altri minori. Con patto addizionale, derogandosi a quel di prima, convennero la ritratta seguirebbe per mare al molo di Palermo. Conseguentemente le milizie il 7 andavano a’ Quattroventi in bell’ordine, come lo stesso dì il Lanza nunziavalo con piacere a Sua Maestà. Egli allora glorioso, per la prima volta da che era giunto, montò a cavallo avanti a tutti, né si vergognò di farsi accompagnare da uffiziali garibaldini, e lasciati indietro un magazzino di vesti e altri molti arnesi militari, e i grani e le vettovaglie a Palazzo, tutto venne contro i patti derubato da’ Garibaldini, né punto ei li reclamò.

Quelli d’avvantaggio non perdeano tempo: s’accostavano al campo, spargeanvi proclamazioni in italiano, francese e tedesco; e promettevano a’ soldati esteri il viaggio gratis per tornare a casa, e ducati quaranta secon arme, e trenta se senza arme disertassero. Di quella gente già, come narrai, mal reclutata, molti fur tratti fuori imbriachi, che tornavano al mattino; altri disertarono, e si facean rivedere vestiti rossi, a mostrar le borse ai compagni: dicevano pieno il banco, sonavano le monete, onde ne mancarono intorno a cento, che fu guadagno. Ma restò in quei corpi esteri il seme delle diffalte. Si spargeva anche un editto dittatoriale del 2 giugno, promettente terre comunali a chi combattesse per la patina. Di uffiziali nostri, chi era mazziniano disertò, di soldati disertarono Siciliani e Camorristi.

Un dì che l’esercito tutto schierato era sul piano avanti i Quattroventi, intatto, fiorente di giovani, fanti, cavalli e cannoni, parecchi a veder le migliaia di baionette luccicanti come onde di mare, piangean di dispetto. Un soldato dell’8° di linea esce di fila, e sclama al Lanza: «Eccellenza, ve’ quanti siamo? e ce ne andiamo così?» «Va» rispose «ubbriaco!» Imbarcò la gente un po’ per volta dall’8 al 19 giugno; ultimo esso sull’Etna, co’ generali e lo stato maggiore, parendogli onore.

Giusta i patti si dettero a’ 18 i forti Castellammare, Castelluccio del molo, e Lanterna sguerniti; e si liberarono i sette imprigionati già dal 7 aprile; i quali quasi trionfatori furono accolti. Come i soldati li scortavano, era una pietà vederli sfilare avanti, seguiti da laceri Garibaldesi, con bandiere, e fasce tricolorate, quasi insultantili a coda, con gran Viva a Italia e a Vittorio, fra molta marmaglia, debaccante sul muso a quei frementi soldati, obbligati da’ loro duci a tanta umiliazione. E il Lanza accolse quei sette, salutandoli, e levandosi il cappello.

Nel 1849 sedicimil’uomini avean riconquistata Sicilia, difesa da truppe ordinate indigene ed estere; ora ventiduemila si facevano cedere a pochi indisciplinati avventurieri. S’eran perduti in quelle fazioni quattro uffiziali e 205 soldati morti, e 55 uffiziali e 529 soldati feriti, e se avessero voluto vincere savia costato minor sangue. Ma il danno maggiore s’ebbe nella disciplina: due mesi di campeggiamenti, sotto piogge dirotte o caldi raggi di sole, quasi sempre senza combattere, stanchi per marce e contromarce, o fradici per inerzia, sospettosi, sprezzanti de’ duci, necessitosi sotto la mole degli umani bisogni, non più di comandi curanti, scemavano di baldanza e d’energia.

16. Il Lanza si difende.

Il Lanza con lettera al re osava a’ 15 giugno giustificarsi. Comincia numerando suoi servigi dall’età di tredici anni; e su quelli, massime in cose d’amministrazione, saria molto da dire, ma non era di essi quistione. Segue aver accettato l’uffizio per ubbidienza, dopo seguito lo sbarco e Calatafimi; ma dunque mille uomini bastavano a pigliar Sicilia? e perché su Calatafimi non inquisì, perché non sottopose a consiglio il Landi ruggito, perché lasciollo anzi a comandare soldati? Dice generali e colonnelli ordinando in nome regio lui facevano piuttosto ubbidire che comandare: alludeva ai Letizia e Buonopane; ma egli con costoro ebbe soltanto gara per capitolare non per combattere; ed egli con l’alter-ego, e con le lettere autografe del re che gli davan libertà d’azione, non provvedeva? Accusa Won de Mechel d’essersi fatto sfuggir di mano il Garibaldi; e dunque altri diciottomil’uomini con lui non valean niente? perché li avea serrati in palazzo? non era più lieve agguantare il Garibaldi entro le mura che nell’ampia Sicilia? Dice la città tutta sollevata; e non era tutta, né potendo volle la non sollevata occupare. Dice riuscito vano il bombardare di due giorni; vano doveva essere, s’egli non assaliva simultaneamente; farlo a quei modo era infamarsi senza pro, ché se davvero avesse bombardato finiva la guerra. Afferma il Mechel giunto dopo la tregua, e mentiva, ch’ei l’avea visto venire dal mattino, e giunse sull’ore dieci, e la tregua fu abborracciata in fretta dopo il mezzodì. Afferma averla fatta per provvedere a’ feriti; meglio vi avrebbe provveduto vincendo. Seguila aver disposto il combattimento pel domani, e incolpa i Letizia e Buonopane d’aver protratta la tregua, e mentisce avendola egli firmata, egli avendo ceduto il banco con cinque milioni. Confessa che senza la tregua certo Palermo sarebbe caduta; è però colpevolissimo di non averla assalita. Dicesi avvelenato di dispiacere, desiderare la morte; ma non la cercò con l’arme in mano, combattendo pel re e pel suo paese, che per sessantanni lo avean pagato e coperto d’onori e ricami. Accusa quei Letizia e Buonopane occupati a dormire e mangiare sulle fregate, venuti da ultimo a rapirgli l’onore d’aver fatto tutto; onore di aver capitolato, da farsene merito col Garibaldi, non col re delle Sicilie. Conchiude che morrà di dolore, e che mai non seppe tradire o ingannare; ma ha visto cadere ottocent’anni di monarchia, morire dugentomila e più persone, minare la patria, e fatta serva, ed ei benché vecchissimo anzi ha ripreso moglie, ed è vissuto altri cinque anni. Che non tradisse dicalo a Dio che vede l’interno, l’uomo giudica i fatti.

Ei con l’alter-ego non isfugge alla colpabilità di tanti mali, né vi isfugge il Polizzy suo capo di stato maggiore. né altri. Le lettere regie, studiate col Filangieri, mandavano consigli non ordini, cose opportune, non eseguite. Tutte dicevano: da lontano non si comanda, onde lasciavano ampie facoltà a’ duci, delle quali con astuta perfidia si valsero, per perdere.

Egli i generali e lo stato maggiore entrarono nel golfo di Napoli a’ 20 giugno, e per cenno sovrano sbarcarono ad Ischia. S’ordinò una giunta de’ generali Delcarretto, Casella, Vial e Lecco, per esaminare la condotta loro, e sottoporre i rei a consiglio di guerra; ma le sopravvenute calamità, e ’l crescentesi tradimento di tanti, posero cenere. Innocenti e rei, ingiudicati, messi a una stregua, i buoni offuscati, i tristi imbaldanziti, quella inescusabile impunità compié le ruine. Forse un Lanza impiccato salvava ‘l paese; salvo, ebbe imitatori, e molti.

17. I Cannibali.

Ora m’è strazio a descrivere i delirii gioiosi della rivoluzione: ebbra della incredibile vittoria, quelle passioni, quelle meridionali fantasie sfuriavano. Avean goduto tant’anni libertà civile, dettala tirannia;ora la libertà nuova tanto a gola gridata non sapevano, né potevano intenderla altro che il poter far tutto e pigliar tutto. Però abbattevano, uccidevano, rapivano, rubavano in tutte parti, in ogni modo, e de’ loro eccessi incolpavano i soldati: smentivan il rinnovato decreto dittatoriale contro gli assassini e i ladri, ma non avea esecuzione; restava scritto per abbagliar l’Europa sulla giustizia di quel redentore.

Barbarie inaudite contro i poliziotti. Certo non eran fior di virtù; ve n’era ch’avean con l’uffizio velata l’ingordigia, ma v’era pur chi fido al giuro non avea voluto servire la setta; però contro questi più che contro quelli le vendette sfolgoravano. Sendo cominciata la persecuzione al primo entrar delle camice rosse, i più frammischiandosi a’ soldati si salvarono su’ navigli; ma altri o nol potessero, o sperassero perdono, o stimassero non meritar pena, o non avessero cuore di lasciare la patria, restarono, e s’andaron celando, sin per entro canali d’acqua e sepolture. Fermato l’armestizio, si cominciò col saccheggiare tutte le case di quelli, poi le loro famiglie ed essi cercavano a morte: migliaia di coltelli sitibondi di sangue, migliaia d’occhi spiavanli in ogni dove: taglie, promesse, seduzioni, minaccie, tutto si tentava; né fu sacro loco, o bugigattolo, o sozzo spazio, pur nelle viscere della terra, che non rovistassero. Non travestimenti, non mutar nomi, luoghi e condizione, bastavano. Chi si tagliava baffi e capelli, chi si mozzava un membro; taluno si cavò un occhio per travisarsi, non però sfuggiva. Perseguitavano figli e mogli, e torturavanli e uccidevano; madri co’ bambini al seno mazzicate e spente, bambini fatti a pezzi nelle braccia del padre; una moglie ebbe tagliata la mammella a’ 16 giugno; poi uccisole il marito, le posero in bocca il membro genitale del cadavere. In questo orrendo giorno, gridando morte a’ Borboni, in frotta manigoldi sulle strade, per ogni minimo sospetto ammazzavano; uno che da quindici anni non più serviva in polizia trucidarono; altri sette qua e là barbaramente spegnevano; uno trassero da un magazzino alla doganella, e pugnalavano sulla piazza Marina; altri sette presso la Badia nuova cadean morti per cento ferite. Né tutti erano poliziotti: chi odiava uno, a incontrarlo gridava sbirro ed eccolo sbranato; né solo sbirri, anche liberali non eran sicuri; s’assassinava per vendetta, per piacere, per un nulla. Un capo banda a Bagheria morì per mano de’ suoi stessi seguaci. Vedevi quelle belve accaneggiarsi cercando e fiutando esseri umani. Scorti, eran presi da chi primo arrivasse; trovati, eran cavati fuori, quasi spettri pel digiuno e ’l terrore, strascinati alla luce; e ferocemente urlando gioiose quelle turbe non più umane, tra imprecazioni fischi e percosse, cadevano a membro a membro mutilati. Non valea chiedere pietà, piangere, invocar madonne osanti: sanguinosi, laceri, vesti e carni, patian colpi di tutte armi, e strazii orrendi pria di spirare. Talvolta il misero con gli occhi cavati, abbacchiato le membra, nuotante nel sangue, disperatamente ne’ ceppi, contro gli assassini si dibatteva, sinché tra sataniche risa a furia di lenti e maldestri colpi era finito. Né morti riposavano, ché nudati i cadaveri, strascicati, smembrali, a pezzo a pezzo gittavanli in cloache fra le immondezze in un canto, con proibizione di sepoltura, pasto di cani. Così ogni dì cadaveri nuovi per le vie; sol dentro Palermo più che sessanta furon conci.

I mille liberatori vedevan fare; il redentore mirava, né reprimeva quell’orgie da cannibali; forse pensava servissero per ispavento agli altri paesi da liberare. Ordinò i poliziotti si presentassero per essere giudicati; ma perché in quei momenti ei poteva comandare solo il male, e non il bene, egli stesso né fe’ senza giudizio alquanti fucilare. La morte passeggiava lurida e famelica colle negre ali sulla misera Palermo. Ciò gridandosi Italia, civiltà, e Re Galantuomo!

Nella stessa provincia palermitana non meno orribili delitti. Il 2 giugno strage a Polizzi: sull’alba una feccia di plebe s’accozzò a suon di tamburo: assalirono la casa d’un Alberto Somma, e lui trucidarono; poi quella d’un Glorioso, prete ottuagenario arsero; e lui, la sorella, due fratelli, e un servo scannarono; de’ cadaveri fecero falò in piazza. Poi ammazzarono un Borgenzano; e finalmente un tal Rampolla comandante quella Guardia nazionale fucilò un Cirino, ancorché rivoluzionario, accusandolo di pietà, cioè d’aver salvato ad altri innocenti la vita. Il 9 giugno ad acqua di Corsali presso Abate un Chimenti capo di manigoldi fece man bassa sui Borbonici, sgozzò tutta la famiglia Marino sino a una fanciulla, e i corpi entro una botte pose, ed arse. L’11 si fe’ qualcosa di simile a Montemaggiore. E il 17 a Contessa di là da Corleone, un Luca Curcia ribaldo bandito messo su dalla rivoluzione, corse con luridi seguaci le vie, e trucidava qualunque sospetto borboniano incontrava. Tutta la famiglia Loiacono sterminò e gittò giù da’ balconi, e nell’agro quattro pargoli innocenti, perché avean casato Loiacono, fe’ scannare senza pietà.

Questi atrocissimi esempii valsero nelle province: gli uomini di polizia pria del tempo fuggivano, o per paura si facevano traditori, e primi a percuotere i gigli. Dovunque la rivoluzione trionfava rinnovava simiglianti eccessi, né solo contro la polizia, ogni uffiziale regio, ogni uomo onesto poteva esser degno di morte, se pria tradito non avesse. Quindi facile appagamento d’ire private, morti, offese, rappresaglie, e l’un superava l’altro, facendo a chi più fosse liberale; quindi a’ buoni l’esilio parve felicità.

18. Rivoluzioni delle provincie siciliane.

Lasciate le province quasi senza forza pubblica, le campagne corse da bande ribelli, mancando le comunicazioni, gli uffiziali civili isolali, senza ordini superiori, non sapean che fare. Le poche e sparpagliate soldatesche sariano state buone a opprimere le fievoli rivolture; ma non avendo novelle di nulla, non potevano simultaneamente operare. Alla nuova dello sbarcato Garibaldi, i faziosi accozzatisi in drappelli entravano ne’ paeselli e sforzavanvi i municipii a gridar Vittorio. Arsioni d’archivii, e di gigli, vuotate casse comunali, requisizioni d’arme, catture e uccisioni di persone devote al trono, tutte cose da terrore, che molti per salvarsi facevano i ribelli. Comparendo soldati, tutto tornava all’antico: ma i soldati eran rari, ché marciavano in Palermo. Ove colà avessero schiacciato il Nizzardo, l’isola senza colpo quietava, e da sé faceva le vendette regie, forse troppo.

Noto si mosse la prima a’ 15 maggio; l’intendente stesso fu visto con la bandiera de’ tre colori, rotti telegrafi, aperte carceri, assalita la casa del commessario di polizia, tolte scritture e arme, infranta ìa statua di Ferdinando II, opera fresca dell’Angelmi, si proclamò Vittorio, e un comitato al governo. Per mandatarii rivoltaronsi gli altri comuni della provincia. Lo stesso a Modica e a Spaccaforno. Restavano isolate le piazze d’Augusta e Siracusa. E qui anche, a’ 22 maggio, affluendovi felloni della provincia, vanno al general Rodriguez comandante, chiedendo concessioni, il cessar della polizia, e la scarcerazione di tre rei, egli cede a tutto, e anche a ribassare d’un terzo il dazio sul macino; s’acquietano e mettono cartelli, dicenti che «non potendo quella città far come l’altre, per la presenza dei soldati, s’aspettasse il risultamento delle cose ordite sin da dicembre da mano amica al bene della patria.» Nondimeno alla dimane si trovò sull’orologio del carcere una bandiera, cui tosto un caporale e un soldato pubblicamente strapparono. E l’altro dì, il 21 sendo il dì natalizio della regina inglese, volle quel viceconsolo Carlo Azzupardi alzare la sua bandiera, cosa per lo innanzi non fatta mai. né da nessun viceconsole d’altre nazioni, ciò parve cosa rivoluzionaria a un ignorante caporale e a tre soldati; e corsero ex-abrupto a strapparla: dov’ebbe lieve ferita la moglie dell’Azzupardi. Subito reclamazioni di esso e di altri viceconsoli (quasi tutti Siciliani) e i soldati fur puniti; e subito arriva il Caradoc legno inglese a volere il resto; ma persuaso dalla ragione quietò.

Nel trapanese prima Mazzara si mosse, poi usciti i Gesuiti, fe’ poco altro. Marsala restò fida, pur dopo lo sbarco del Garibaldi, benché gl’inglesi lavoratori de’ vini, con pochi monelli tentassero tumulti; ma i cittadini con gli Urbani li tennero a segno. Uditosi il Garibaldi disfatto al Parco, più il paese si rassicurò, e il borioso consolo sardo andò con gli occhi bassi. Poscia i fatti di Palermo prevalsero; un legno estero sbarcò due cannoni; il consolo disse averli trovati sottoterra, ascosi dal 48, e sì armò una spedizione contro Trapani. E come la guarnigione di città fu tratta a Messina, quella provincia senza guerra restò a’ rivoltosi.

Girgenti s’agitava, quando vennevi un battaglione di carabinieri ad afforzarvi il 15° di linea che v’era di guarnigione, e poco stante a’ 9 maggio l’8° cacciatori sul Guiscardo col maresciallo Gaetano Afan de Rivera. Partito agli 11, come narrai, l’8° cacciatori per unirsi al Laudi, il Rivera co’ carabinieri si recò a Canicatti, a stabilirvi un quartier generale, sendovi già altri due battaglioni, uno squadrone di cavalli e quattro cannoni, e vi arrivarono il 16 altri ottocento fanti da Catania. Ma in Girgenti, partitone il Rivera, seguirono tumulti, e v’entrarono faziosi il lo; che sul meriggio disarmarono la dogana, e assalirono la torre del Molo; il cui piccolo presidio, alzato il ponte, si difese. Respinti, la piazza il giorno dopo fu messa in assedio; e tornatovi il Rivera in fretta l’altro dì con duemil’uomini, quietò tutto.

Nel distretto di Sciacca pria Mentì, poi Sciacca si rivoltò il 14, ma vedendo la fregata Archimede, tornò al dovere. Poi s’agitarono Bivona, Favara, Naro e Licata.

Per quella provincia girgentese armate bande scorrazzavan ne’ piccoli comuni, sforzavanli ad aderire, vuotavano le casse pubbliche e private. Patirono violenza Ribera, Calamonaci, S. Biagio, Montedoro e altre ville. Ma urbani e possidenti uniti ai villani s’armarono, e scacciarono da Ribera i ribelli.

S’era accozzata una frotta di questi su Montecasale, contrada presso Bisacquino, che agli 11 maggio svaligiarono la vettura corriera, e a sera entrarono in Corleone: apersero le prigioni, arsero archivii, saccheggiarono case d’uffiziali regi, fucilarono sulla piazza due compagni d’arme e ’l carceriore, e stamparono che chiunque ospitasse persona del governo, svelasselo, pena il capo. Poi rivoltarono Campofiorito, Bisacquino, e altri comuni del distretto.

A Caltanisetta scortisi i mali pensieri, si proclamò stato d’assedio a’ 17. Già a’ 15 s’era sottomesso Valguarnera in quel di Piazza, e poco stante tutto il distretto e ’l capoluogo. Ma queste due province s’abbandonarono; ché il Rivera per ordine lasciava Girgenti il 25, e per Canicattì e Caltanissetta giungeva avanti Catania come dirò: però rimasti quei luoghi in balia della riv

oluzione, Girgenti il 23 stesso dové sollevarsi; e Caltanissetta a’ 28, non potendo mancare dall’alzar la croce di Savoia, vi sopportò un comitato con un Morello presidente.19. Moti di Catania.

Catania devota a’ Borboni per recenti benefizii, quietava, sebben con poca guarnigione; avea tenuto la fiera, e a’ 7 maggio i consigli provinciali. V’era da poco intendente il principe di Fitalia, figlio al maggior fratello di Ruggiero Settimo, già amministrator generale de’ Lotti, e nondimeno, s’era il 48 gittato nella rivoluzione, però destituito, stette anche confinato a Modica, e poi a Siracusa. Francesco II, sì volente il Filangieri, con la bella politica del guadagnare i ribelli, fecelo intendente, uomo inetto ed interessato, che guardava al soldo, sicché intento a trovarsi bene, pareva fedele; ma ricoglieva la sera in casa il comitato rivoluzionario, i cui capi erano l’ex giudice di Gran Corte civile Santo de Grazia, e Giuseppe Amato Barcellona. Inoltre si mise subito di costa un Francesco Serra, stato nel 48 segretario del potere esecutivo rivoltuoso in Siracusa, che fu il tutto nella provincia. Costui presto si fece merito, servendo da spia il Maniscalco, cui svelò la congiura de’ Setaiolo, Santocanale e compagni. In Catania la prima cosa sciolsero la Guardia Urbana, sotto colore di risparmio; perché gli Urbani avean occhi e mani. Colà comandava le soldatesche Tommaso Clary brigadiere, figlio d’altro generale che fu ministro di polizia del primo Francesco; uomo ch’avea fama di avido, forse perché nel 44, lasciata la milizia, avea ottenuta la ricca carica di Conservatore d’Ipoteca in Avellino, e tosto (con brutta permessione) vendutala ad altri, era tornato a militare. Stato dunque favorito tanto, tenevasi per fido. Questi e il Fitalia si strinsero molto, e ogni di insieme. Egli a’ 25 aprile avea cinque squadroni di cavalli, dodici cannoni, e dodici compagnie di fanti; ma ita a Caltanissetta un terzo di tal gente, restò debole, e dimandava soccorsi che non poteva avere, sendo tante truppe a Palermo e sul Tronto. Anche il maresciallo Russo da Messina chiedea gente; e tra esso e il Clary seguian polemiche sul mandarne o no. L’11 maggio toccò Catania una fregata sarda ch’andava per le coste recando la nuova dello sbarcato Garibaldi; e non avendo là prodotto effetto, volse il di stesso a Messina. Nondimeno a’ 15 s’udì qualche sussurro per opera di volti sconosciuti, per triste nuove sparse, per le proteste di possibili danni, fatte a disegno da’ consoli stranieri, e più dal consolo inglese, che ospitava in casa sua il comitato d’azione. Impertanto a’ 17 s’arrestarono certi faziosi, non de’ principali, né si mise lo stato d’assedio. A’ 15 era ribellato Mistretta, il seguirono Adernò, Biancavilla, e qualche altro paese: Paternò tumultuato a’ 19 rientrò nel dovere da sé; e anche ad Aci s’abbassò la bandiera de’ tre colori. Con tutto questo, come non si vedevano soldati in nessuna parte, le bande faziose scorrazzavan libere le campagne, e intercettavano le comunicazioni, fuorché con Messina. E il maresciallo Rivera, venuto da Girgenti, e da Caltanissetta, come ho detto, non so perché né scorresse per quei paesi, né entrasse in Catania co’ suoi tremil’uomini; ma tennesi quattro giorni accampato di là dal Simeto, a vista della città, senza far nulla. Intanto era svaligiala la vettura corriera presso Augusta, e andavan disarmate o fugate le compagnie d’arme d’Aci, e di Catania stessa. Qui s’osava con arti e denari istigare i soldati a diserzione; già gli ufficiali civili quasi tutti non si vedevano più: stavasi fermo lo intendente, ma impassibile. A’ 29 del mese tutta la provincia si teneva per Savoia, e vi preparavano apertamente armi, per assalire il Clary co’ suoi pochi.

20. Fatto d’arme di Catania.

Era da Malta venuto a Modica il Fabrizi, modenese, stato a’ fianchi del Pepe a Venezia, mazziniano, incolpato di complicità per omicidii politici; il quale preceduto da uffiziali sardi, raggranellava facinorosi, aspettandovi l’altra spedizione da Genova; ma udito che questa era stata, come dirò, catturata dal nostro Fulminante, e menata a Gaeta, dové alquanti di sostare, sinché da Malta gli giunsero altri soccorsi d’uomini e munizioni. Mosse per Noto reclutando, pigliò gente a Lentini e in altri paesi, e fe’ quartier generale Mascalucia, a quattro miglia da Catania, dove tutti i paesi mandavano, per torseli davanti, uomini rei; e vi s’aggiunsero anche i minatori di zolfo, che far sempre i più tristi di Sicilia: il più non per guerra, per bottino; ma perché feroci facevano paura. Coteste orde apertamente in piazza costruivan le cartucce e s’ordinavano, passavano a dozzine avanti al muso del Clary e del Rivera, che potean con poche pattuglie agguantarle, o andare con pochissimo sforzo a dissolverle in quel sì vicino nido. Anche dentro Catania i faziosi alla liberà presero i ponti di ferro decorrenti, che stavano in serbo dietro la casa dell’intendente, e costruirono una barricata avanti detta casa e il palazzo d’Intendenza, nel centro della città, da impedire il passo a’ cavalli regi: ciò a un trar d’arco de’ posti militari, frementi, e rattenuti dal duce, quasi quella non guerra ma festa fosse.

Quando a’ ribelli parvero le cose ben conce, uscirono da Mascalucia il 51 maggio, comandati da un Giuseppe Poulet, da un Salvatore Testai, e dai due Antonio Gravina e Michele Caudullo, cui testé il Mezzasalma generoso intendente di Noto, avea cavati di prigione, sotto parola d’onore di star cheti: e s’avanzarono a Catania. Eran col Clary il 5° cacciatori, quattro compagnie del 14° e 15 di linea, quattro squadroni di cavalli e dodici obici, postati sulla piazza del Duomo, al carcere, alla caserma Castel Ferdinando II, e al seminario; col quartier generale nella casa comunale. Sull’ore cinque mattutine vennero di fuori assaliti agli avamposti, e di dentro da’ faziosi nascosti nelle case, sonando a stormo le campane. Gli avamposti piegarono; e gli assalitori poterono occupare la case del consolo di Prussia; indi per la strada Etnea di fronte, e di lato pe’ vicoli che menano al Duomo s’ingegnavano con loro artiglierie d’incalzare i Regi. Questi rispondevano; e anzi il consolo prussiano tolse la bandiera, per dar loro adito ad assalire la sua casa; ma la cosa tirava in lungo; perché i ribelli al fresco e dietro le finestre colpivano sicuri, dove i soldati spossati dalla canicola e dalla fatica, a quella codarda guerra scoperti rispondevano. Però all’ore dieci il tenente-colonnello Ruitz, visto il Clary impassibile, si die’ da fare esso, e ordinò s’appiccasse il fuoco alle case ostili, il che sforzò i nemici a scendere in istrada. Allora i colonnelli Sergardi e Macdonald lanciaronsi con la cavalleria: il capitano Virgilio del 1° lancieri, benché sulla infocata lava, conquistò un cannone, poi un altro sulla via Etnea; e un altro né strapparono i fanti che a corsa seguivano i cavalli. Così perduti tre de’ loro sei cannoni, e due bandiere, i ribelli, che punto non s’aspettavano urto, fuggirono da tutte bande. Il conflitto durò sette ore; sanguinò la vittoria, i vincitori ebbero centottanta morti o feriti, quasi il quinto de’ combattenti; vi morì il tenente Melillo del 5’ cacciatori, e vi ebbe ferita il tenente di vascello Giulio Vecina. Le case arse non furon più che il convento del Rosario e un magazzino, cui il Clary lasciò bruciare, mentre sforzava i soldati a presto spegnere il foco impigliato a un canto della casa San Giuliano, gran rivoluzionario.

Il Rivera che udendo il conflitto s’era stato fermo di là dal Simeto, dopo il fatto entrò a notte tarda in Catania. L’unione di più migliaia di uomini colà consolidava la vittoria, i paesi circostanti sgombri da’ faziosi, che s’andavano intanando, rialzavano i gigli, e con deputazioni domandavano pietà. Per questo fatto di Catania venne poi battuta una medaglia a fregiarne i soldati. Al mattino, che fu il 1 giugno, il Rivera s’imbarcava co’ suoi per Messina.

fonte

https://www.eleaml.org/ne/margotti/1868-DE-SIVO-Storia-delle-due-Sicilie-dal-1847-al-1861-BB-2025.html#LIBRO_DECIMONONO

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