Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo Volume secondo (VI)
21. Partenza da Genova.
Seguì I imbarco il 5 maggio a sera. Fra il Garibaldi e la compagnia Rubattino era segreto accordo, men segreto col Fauché amministratore di essa, perché desse due bastimenti a vapore. Era quella medesima che dette il Cagliari al Pesacane, e poi tanto reclamante innocenza l’aveva avuto restituito per forza inglese. Questa volta pretese vendere i legni, e ’l Medici pur ne convenne il prezzo; ma non volea consegnarli sulla nuda firma del Garibaldi. Voltisi allora al Farini ministro dell’interno, questi non potea firmare come ministro, né il volea come privato, senza essere da altri garantito; onde si pensò farvi entrare il re.
Fecesi istrumento per man di un notaio Badigni a Torino, dove i legni fur venduti; e v’intervenne il Medici pel Garibaldi, il general Saint-Frond pel re, e il Riccardi pel Farini. Impertanto lasciati nel porto genovese i due bastimenti il Piemonte e il Lombardo, il Bixio vi simulò violenza; su la mezzanotte con quarant’uomini v’andò dal porto interno su due barche; e preseli, sendovi dentro pochi conniventi. Nondimeno il Garibaldi segnò di sua mano a’ direttori della Compagnia un attestato d’aver egli tolto violentemente i legni; attestato simile a quello del Pesacane, ch’ebbe virtù di persuadere Inghilterra dell’innocenza de’ Rubattino. Tosto i due battelli dato fuoco uscirono dal porto, e gittarono rancore presso il quartiere della Foce, presente gran popolo; e vi s’imbarcarono munizioni, bagagli, armi, e uomini. Questi arrivavano in carrozze tra amici e parenti, plaudente la moltitudine. Il Garibaldi con mille e dugento seguaci d’ogni nazione, e pur con qualche uffiziale e soldato sardo in divisa, con quasi nessun napolitano, si partì sul far del giorno, egli sul Piemonte, il Bixio sul Lombardo. Parve la spedizione degli Argonauti per rapire il vello d’oro. E oh quanti milioni d’oro fur rapiti alle contrade nostre, che per nuove traditrici Medee videro seminate per le terre le membra de’ suoi figli! Ecco frutto di civiltà: spedizione di avventurieri, in pieno dì, nel mezzo del secolo XIX, per ispogliare e imbarbarire un popolo civile. Ma erano scesi Francesi in Italia.
Il condottiero, partendo, mandò lettera a re Vittorio, scritta affinché il mondo non credesse alla complicità di lui. Diceva anch’egli aver sentito il grido di dolore della Sicilia, e che aggiungerebbe altro gioiello alla sabauda corona. Scrisse al medico Agostino Bertani, incaricandolo d’unire a possa uomini, arme e danari, per soccorrere la spedizione che andava in Sicilia a combattere i nemici d’Italia. Die’ un ordine del giorno incitatore a’ suoi, e che il grido di guerra sarebbe Italia e Vittorio Emmanuele. Avea preparate e diffuse altre proclamazioni: una agl’Italiani, onde ogni città ribellasse; altra a’ soldati italiani, dicente doversi sbarazzare il mezzogiorno d’Italia; altra all’esercito napolitano, perché i Sanniti e i Marsi s’unissero a’ Siculi e a quelli del settentrione; altra a’ Siciliani che s’armassero tutti, altra a’ popoli del Napolitano che imitassero Sicilia. Questa era pur firmata da Giuseppe Ricciardi e dal barone Stocco, e finiva; I fratelli del settentrione non ambiscono che l’amplesso vostro. E il vedemmo! Ma il Ricciardi, o malato come disse, o che ricordasse Calabria e il 48, non partì. L’ultima proclamazione volse a’ Romani, e disse: Distruggete lo straniero, e i preti. Non credo intendesse stranieri i Francesi, pei quali avea possa da far quelle bravate; stranieri intendeva i Napolitani, il papa, Francesco II, propugnatori del dritto patrio.
Partito, ecco i Rubattino far subito un simulacro di protesta pe’ due legni presi con violenza, e ’l mattino stesso viene ordine rumoroso da Torino a Genova, catturassero l’arme, sorvegliassero le coste! e più fu spiccata dal porto la flotta regia, con ordine visibile d’impedire lo sbarco garibaldesco in Sicilia, ma veramente per proteggerlo. S’è poi trovata lettera di pugno del Cavour al Persano ammiraglio, così: Vegga di navigare tra Garibaldi e gli incrociatori napolitani. Spero m’abbia capito. E il Persano rispondeva: Credo aver capito, e dato il caso, ella mi manderà a Fenestrelle. Tai lettere oggi il governo italico fa stampare; perché preso il tutto, per non dar le parti, vuol far vedere come esso fece la rivoluzione. E dice il vero; ma si vide mai cinismo e ingordigia simile, da spiattellare come vanti cotali infami vergogne?
22. Fatto del Zambianchi.
Il Garibaldi al mattino del 7 scese a Talamone, porto di Toscana. Quivi lasciò un Zambianchi con dugent’uomini; del resto fe’ sette compagnie, con capitani i nominati Bixio, Orsini, Stocco, La Masa, Anfossi, Carini e Cairoli. Un Musto pose a capo de’ carabinieri genovesi, il Sirtori allo stato maggiore, un Minutelli al Genio. Ciò scrisse in ordine del giorno che finiva: la organizzazione è la stessa dell’esercito italiano cui apparteniamo. A sera si rimbarcò, ponendo due compagnie sul Piemonte co’ carabinieri genovesi e lo stato maggiore, e cinque sul Lombardo. Al mattino fu ad Orbitello sulla stessa costa: egli vestito da generale sardo, benché si fosse dimesso, facevasi rispettare da’ comandanti del luogo, e mandò un Turr ungaro, gran Massone, suo aiutante di campo cui chiamò colonnello, al governatore d’Orbitello; il quale per ordine del Fanti ministro di guerra, gli die’ centomila cartucce, quattro cannoni e trecento cariche. Allora fe’ comandante le artiglierie l’Orsini, nostro disertore del 48, e alla sua compagnia surrogò un Fumo. A Piombino e S. Stefano, già nostri antichi presidii, ebbe carbon fossile, piombo e altre arme e munizioni.
Il Zambianchi era già impiegato papalino nelle dogane, messosi nel 48 a capo di sicarii; sicché durante l’assedio di Roma avea fatto scannare parecchi preti, sospetti di favorire i Francesi. Questi dunque scelto a redimere lo stato della Chiesa, aggiunta a’ dugento altra masnada de’ dintorni, accozzata col permesso degli uffiziali sardi, passò la frontiera toscana, e s’inoltrò rapinando verso il lago di Bolsena; e taglieggiando i villani si spinse a Latera nel Viterbense, e la saccheggiò. Il colonnello papalino Pimodan, udito che a’ 19 maggio quella gente era al villaggio Grotte, v’accorse da Montefiascone, con soli sessanta carabinieri a cavallo e ’l foro capitano Luigi Evangelisti; e mentre gavazzavano per taverne e bagordi sparpagliati, improvviso li colse, né uccise e ferì parecchi a colpi di stocchi, e li mise a sbaratto. I contadini del paese fecero il resto. Fuggirono sì ratti in Toscana, che soppravvenuti gli Zuavi del papa, non li poterono raggiungere. Fu tra’ morti trovato un altro Orsini, fratello di quello giustiziato a Parigi per le bombe al Bonaparte; e avea lettere addosso, provanti come il governo di Torino lor pagava le spese.
Caduta l’impresa cosi, il Cavour stempò nel Giornale Ufftziale di Toscana che il governo volea disarmare il Zambianchi, non averlo potuto pei fiumi grossi. Autore e pagatore di quell’orde, dettava tale bambinesca protesta; se vincevano, se né vantava come fe’ per Sicilia. Questa era la gran mente italica! 11 ministro russo a Torino gli sguainò in viso l’ordine uffiziale, che ingiungeva al comandante d’Orbitello di dare al Turr quanto chiedesse. Il Cavour per farsi credere arrestò il Zambianchi; e a mostrar sua onestà fecegli anche il processo, per attentato a mano armata contro uno staio straniero ma costui dalle carceri toscane spiattellò la verità; e venimmo a sapere ch’ei non alle terre papali, ma agli Abruzzi era volto, per mettere il fuoco altresì sul Tronto.
L’esempio di valore di sessanta soldatelli del papa è monumento di scorno a’ nostri generali.
23. Lo sbarco a Marsala.
Il governo di Napoli avuto notizia della partita spedizione, incontanente a’ 6 maggio nunziavala al luogotenente in Sicilia, poscia l’8 con lunga lettera prevedeva il caso di sbarco in più luoghi, tra quali indicava Marsala, e dava norme da combattere utilmente dovunque fosse. Ma chi regolavan le cose nell’isola, non eseguendo bene i comandamenti, solo stancavano i battaglioni con marce e contromarce. Il re dal 5 maggio con lettera al luogotenente l’avvisò: Sopra Marsala o Mazzara lo sbarco sarà facilmente diretto. Così s’era mandato da quelle parti la colonna del Letizia; ma questi appunto nel più grand’uopo, passato da Marsala a Mazzara, s’era come ho detto tornato a Palermo; e intanto si faceva uscire il Landi con altra colonna. E non poteva quegli restare colà? osservava il re con lettera del 7 maggio. Il perché Dio lo sa; e forse il Letizia vecchio carbonaro volle fuggire all’infamia de’ prestabiliti eventi. Era anche provveduto che dal continente si mandassero soldatesche sul luogo dello sbarco, per dare addosso agl’invasori, e metterli in mezzo; e in qual maniera s’ubbidisse il vedremo.
Marsala fabbricata da’ Saraceni sull’antico Lilibeo, è città di venticinquemila anime sulla spiaggia occidentale di Sicilia, in fertile pianura tra Girgenti e Trapani; ha mura del medio evo rovinate, un sobborgo, e un porto con fondo basso, cinto di bastioni e terrazzi, ma senza artiglierie, né guarnigione. Il Letizia l’avea con due battaglioni visitata, e due dì prima s’era partito. I nostri legni facevan le crociere stando la notte ne’ porti; a giorno uscivano un poco, né si scostavan guari, né punto esploravano il mare. Presso Marsala stava la fregata Partenope con due legni a vapore: lo Stromboli col capitano Acton, e il Capri col capitano Caracciolo, poco l’un dall’altro distanti; e sebbene il giorno avanti avessero avviso dal luogotenente che là appunto sbarcherebbero i garibaldesi, non vollero tener gli occhi aperti. Invece due vascelli britanni l’Intrepido e Argo, lasciato improvvisamente Palermo, la sera del 10 maggio tiraron dritto appunto a quel dimenticato porticciuolo di Marsala; e vi furono la dimane verso l’un’ora pomeridiana, e subito sbarcarono gente a terra come a passeggio. Il Garibaldi co’ suoi due piroscafi e una barcaccia s’era ascoso la notte dietro l’isole di Levanzo, e poi dietro Favignana: al mattino, udito da altro bastimento inglese che Marsala non avea legni napolitani, sforza le macchine, e alzando il vessillo sardo entra poco dopo i vascelli inglesi. Intanto i telegrafi avendoli scoperti sin dal mattino, tosto n’avean dato avviso a’ nostri incrociatori; i quali invece d’accorrere presto a catturarli, evitaronli, pigliando il largo verso la fregata a vela Partenope ch’era discosto; la presero a rimorchiare, e lentamente s’appressarono a Marsala. Il Bivio col Lombardo arrivato dopo il Garibaldi, vede avvicinacelo Stromboli, e con subito consiglio arrena il legno alla bocca del porto, per chiamar sovr’esso l’attenzione del Napolitano, e dar tempo al Garibaldi. Aveva il consolo sardo fatto trovare da quaranta barche e molti carri, per far presto lo sbarco e traghettar dentro le bagaglio; però frettolosamente cominciò la discesa.
Il Capri rimorchiando la fregata avea di che mostrare d’andar lento; ma lo Stromboli svelto non potea non camminar di più, onde giunse mezz’ora prima dell’altro: era pien meriggio, dardeggiava il sole, il mare cheto, in niun modo si poteva non vedere, però lo Stromboli (lo stesso legno che nel 48 avea catturati i Siciliani presso Corfù!) fa le viste di far fuoco sugli sbarcanti; ma l’inglese Ingrham comandante dell’Argo, s’accosta dicendo aver gente a terra, aspettasse che prima tornassero: ciò basta a intrametter lunghe discussioni, che? parvero maravigliose anche a certi candidi scrittori garibaldesi. Gl’Inglesi a terra, benché chiamati dal Marryat capitano dell’Intrepido, tardarono tanto da dar campo agl’invasori di scendere, e ascondersi pel più dietro l’edifizio della dogana. Così lo Stromboli e il sopraggiunto Capri si stettero a veder lo sbarco impunemente, né pensarono a trarre un colpo solo al Piemonte che l’affondasse con gli avventurieri: sol dopo due ore il Capri tirò su’ pochi ancora sparsi pel molo, ma da non far male, sicché due appena ferì. Qualche Garibaldino stampò che i Napolitani non impedirono lo sbarco, per prudenza.
I duci de’ legni, avrebbero anche dopo lo sbarco potuto metter gente a terra, per chiamarsi attorno quanti uomini armati si potea da’ dintorni, i quali protetti dalle artiglierie loro, potean tenere in riguardo gli avventurieri, in quei primi momenti affraliti dal mare, e sbaldanziti dal paese che trovarono avverso. Invece catturarono il Piemonte vuoto, e si posero a trar dal fondo l’arrenato Lombardo; ma lavoratovi indarno ventiquattr’ore, pigliato il solo Piemonte, menaronlo a Napoli pel trionfo della loro iniquità. L’avrebbero condotto a Palermo, se non l’avesse vietalo il luogotenente, per non farlo vedere a’ Piemontesi in quella rada. Fecero rapporti gloriosi, come di battaglia vinta, con centinaia di nemici morti e altre tronfie goffaggini: e il governo non fe’ giudicare e impiccare i comandanti; ché il trono era assiepato da umanitari traditori. La impunità surta a regola precipitò le cose.
Il Russell interpellato in parlamento sul perché favorisse lo sbarco, rispose: le navi britanne esser ite a Marsala per tutela de’ sudditi inglesi; ma che i bastimenti napolitani avrebbero potuto tirare sulle navi garibaldesi, e nol fecero. Marino Caracciolo, comandante del Capri, dappoi delle sue vergogne si vantò, ché nel 61 arrestato dal governo piemontese per sospetto di secondo tradimento, dichiarò al magistrato rivoluzionario la sua fede alla rivoluzione, citando le sue geste, e disse: Come seguisse lo sbarco di Garibaldi a Marsala, la storia parla della mia persona. E soggiunse che il Garibaldi a’ 16 settembre 60, presentandolo a’ suoi uffiziali, dicesse: Ecco il più caro de’ miei amici, quello cui di dritto si deve la gloria che s’attribuisce a noi. E seguitò spiattellando a lungo la serie de’ suoi servigi alla setta. Beneficatissimo egli e la sua casa dal Borboni, si celebrava dell’ingratitudine; e la storia giustamente parlerà di lui, turpe onta a una famiglia onorata.
Primo pensiero de’ Garibaldini fu correre al telegrafo. L’uffiziale n’aveva già a Trapani segnalato l’arrivo; e mentre quel di Trapani ridomanda, egli deve fuggire e altro segnalatore garibaldino risponde: «M’ingannai; sono due bastimenti carichi di zolfo.» Così guadagnan tempo. Intanto gittano veementi proclamazioni, gridano Libertà, Italia e Vittorio, sventolano bandiere, si piglian l’arme di certi soldati malati, occupano le quattro porle, e vietano a ogni persona l’entrata e l’uscita. Ma nessun Marsalese risponde, stan deserte le vie, il municipio non si trova; e quando l’invasore chiede l’atto di riconoscimento a Vittorio, niuno va alla casa comunale. Di ciò scontento, mette lo stato d’assedio; per tema ’aggressione non alloggia nelle case, sta raccolto, e dorme in chiese e sulle vie. Pria dell’alba si schiera sulla porta di Calatafimi; e con trentacinque carri di bagaglio si volge a Salemi.
24. Proteste, e le bugie Cavourrine.
I giornali della rivoluzione, seguito lo sbarco, incielavano il Garibaldi; dicevanlo il figlio eroico d’Italia, il Genio italico, il redentore, l’Arcangelo Gabriele: i giornali dell’ordine appellavanlo pirata, filibustiere, bandito, avventuriero e anticristo. Il Carafa, il 12 maggio, protestò all’Europa, per l’atto di pirateria consumato contro il reame, e preparato in territorio di Stato amico. Nunciava i fatti, gli apparecchi, l’arme, i denari, gli uomini raccolti a Genova, a Milano, a Torino, a Livorno e a Siena; le napolitane reclamazioni, le promesse sarde inadempiute; e concludeva: «Quali saransi le conseguenze future di tanto attentato, in violazione d’ogni legge internazionale, e che forse partorirà in Italia e in Europa una sanguinosa anarchia le responsabilità dovranno pesare sugli autori, promotori e complici della barbara invasione.» E i potentati d’Europa non tacquero, chi per sentimento, chi per pudore, chi per ironia. Berlino fe’ rimostranze al Piemonte, e chiese a Londra spiegazioni sulla condotta de’ legni inglesi a Marsala. Vienna spedi corrieri a Parigi e a Londra, protestando contro l’invasione violatrice del dritto delle genti. Russia parlò alto, e dimandò a Torino se si fossero puniti gli ufficiali di Genova, se il Garibaldi avesse divisa di generale sardo. E sul dispaccio l’imperatore mise di una mano: C’est infame, et de la part des Anglais aussi. Al Sauli ministro sardo a Pietroburgo disse a voce, ch’ove la Russia fosse posta in luogo vicino, già con l’arme saria intervenuta, non ostante il non intervento proclamato dagli Stati occidentali. Indignazione molta, ma sterile. Francia con nota del 17 maggio, ricordati i continui avvisi dati a Torino, ne lamentava la negligenza a non aver impedito un fatto meritevole di generale disapprovazione; e se ne lavò le mani come Pilato. L’inglese Russell dopo aver detto nella vigilia della spedizione sperare che non si farebbe, fatta, spinse una certa protesta, disapprovante men la cosa che il modo, quasi avesse desiderato nel Cavour avvedutezza maggiore.
Costui niente smarrito, s’armò di bugie. Prima solennemente il suo Villamarina a Napoli protestò contro l’accusa di complicità data dal Carafa, e dichiarolla falsa e ingiuriosa. Avea ragione, ingiuriare uomini d’onore! Poi il foglio uffiziale sardo a’ 17 maggio stampava: il governo non aver saputo niente, disapprovare il fatto, aver ordinato alla flotta d’impedirlo, non esservi riuscito; ma saper l’Europa come il re di Piemonte conosca e rispetti i principii del diritto internazionale e senta il debito di farli rispettare. A Francia e agli altri il Cavour con fronte invetriata disse: esser sorpreso della partenza del Garibaldi ch’avea promesso differirla. E al nostro ministro a Torino ch’avea chiesto si disapprovassero gli atti del Garibaldi dicentesi dittatore per re Vittorio, rispose a’ 26 maggio: «Benché non possa cader dubbio sul proposito, dichiaro il governo sardo affatto estraneo a qualsisia atto del Garibaldi, e a qualunque titolo costui avesse usurpato, e formalmente lo disapprovo.»
Egli avea dato denari e arme, l’avventuriero era partito da porto regio, da mezzo a regi vascelli, di giorno; i giornali ufficiosi avean fatte proclamazioni e collette, egli avea mandati ordini scritti per dargli ausilio; fingeva ignorar tutto, e non puniva suoi uffiziali? era ingiurioso il sospetto di complicità, e non protestava contro il possesso che si prendeva di Sicilia in nome di Vittorio? Ingiurioso dicea lo spoglio non compiuto; compiuto, fu glorioso; e se né vantò autore in parlamento, a! cospetto degli stessi ministri di quei potentati cui avea protestato innocenza. Uomo abbiettissimo.
25. I duci chiudono le truppe entro Palermo.
Il buono ma fievole Castelcicala non potea bastare in tempi grossi. Attorniavanlo uomini astuti; tra’ generali fermentavano pensieri varii, però sfiducia e sospetti tra essi, tra generali e colonnelli, tra ufficiali e soldati. Nello stato maggiore, il cui capo era il Polizzy, stava ascoso un seme perverso, infirmante tutta la condotta della guerra: si mandavano innanzi i dappochi, rattenevansi in quartiere gli animosi; si lasciavan ne’ campi afforzare le bande, si tenevano i soldati a disagio stretti nelle mura. I congiurati prima dell’arrivo del Garibaldi, certi che verrebbe, aizzati dai presenti legni sardi, ritentavano le sommosse; le bande si riprodussero in viso all’inerte general Primerano, ponendo a sacco e fuoco più luoghi dei distretti di Termini e Cefalù, donde i buoni paesani fuggivano per protezione a’ generali regi, che non se né curavano. Dugento entrarono in Castelduccia a disarmaronla; altri andarono verso Bagaria, Trabia, e Altavilla; e tai miseri conati cui bastava un colpo a spegnere, serviano di pretesto a persuadere il luogotenente di non movere soldati da Palermo.
Il re nella lettera dell’9 maggio avea pure indicato Salemi, per porvi una colonna militare, siccome incontro a Marsala e Mazzara, dove si sapea verrebbe il nemico, e non se né fe’ nulla. Giunse la segnalazione da Marsala del seguito sbarco; e benché la seconda smentisse la prima, ben si vide esser da altra mano dettata. Il Castelcicala tenne consiglio; e considerato il Garibaldi starsi in luoghi senza regie truppe, con Salemi sguernito, disposesi che da Girgenti il maggiore Sforza con 18.° cacciatori navigasse a Trapani, ad aspettarvi le soldatesche che da Napoli doveano andare al luogo dello sbarco avvenuto, per dare insieme addosso all’assalitore. Però subito si segnalò a Napoli il fatto, e che pel domani si mandassero almen due battaglioni a Marsala. Speravano che questi e ’l Landi da Alcamo, cui ordina, rono assalisse il nemico, il mettessero in mezzo. Inoltre decisero spedire prestissimo la Saetta vaporetto veloce, che in quindici ore sarebbe ito e tornato da Marsala, a intendere le forze degl’invasori, e la via presa; e poscia mandar per mare soldatesche in luogo vicino, per assalirli. Il generale Chretien di marina scrisse l’ordine alla Saetta, e mandollo al capitano del porto, il Fawis, (già comandante del Carlo III, saltato in aria); ma la Saetta non parti, e la ragione non so. Or mentre chiedeano soldati a Napoli, perché non mandarne de’ tanti soverchi di Palermo?
Il re infatti maravigliato che tanta truppa in Sicilia non bastasse contro mille avventurieri, né riprese il luogotenente; eppure faceva partire da Gaeta la sera dell’11 stesso non due ma quattro bei battaglioni e una batteria, col colonnello Bonanno per Marsala, in navi guidate dal Salazar generale di marina. Oltracciò mandò anche il 3. battaglione carabinieri, e il 14.°; e si lamentò del perché, seguito lo sbarco nemico, le soldatesche da Girgenti, Alcamo e Trapani non si fossero mosse convergenti a opprimerlo subito; com’era ordinato. Ma il Salazar lento navigando, invece di tirare a Marsala, si fermò il 14 avanti Palermo, per chieder ordini al luogotenente, quando gli ordini li aveva. E sulla considerazione che il Landi a quell’ora dovea già perseguitare i Garibaldini venne l’ordine di sbarcare a Palermo, quasi colà fosse il bisogno. Allora sendosi sollevato il distretto di Corleone, rotte le strade e i telegrafi, non passavano corrieri; e invece d’uscire a campeggiare, s’addensavan tutti dentro la città.
Il Castelcicala, accorgendosi credo del male indirizzo delle cose, già il 13 chiesto aveva al re di ritrarsi, e più forte il ridimandò la dimane; buono in questo che vistosi inadatto nel pericolo, volea che più gagliardo braccio operasse. E vedi fatalità, fu appunto pel suo ritrarsi, che il sopravvenire d’altro duce precipitò le cose. Sovrani, che vi compiacete a estoller pusilli ad alti uffizi), voi con le mani vostre v’aprite la ruma; in pace inetti a far benedire la potestà, in tempesta son nulli: allora cercate uomini, e non li trovate, ché gli uomini non s’improvvisano, ma si creano colle prove e col tempo. Ecco tanti baldanzosi, indorali di ricami, brillanti di ciondoli, ignoranti o furbi, vigliacchi o traditori, rattenere qualche raro prode, e calunniarlo od obbliarlo; rattenere ventimil’uomini volenterosi, abbatterli con marce, accampamenti, fame e pidocchi, per dar la patria a mille sconosciuti. Ed ora che mirano la patria saccheggiata e vituperata, vivono ancora; e ancora s’appellan generali!
36. Fievoli provvedimenti.
Un consiglio di generali nel dì 13 avea deciso non iscemarsi le forze della guarnigione palermitana, dove dicevano si deciderebbero le sorti dell’isola. Murarono le piccole porte, sol restate le principali. A veder questo la popolazione fuggiva spaventata a’ bastimenti, disertavano i preposti alla cosa pubblica. Le notizie dello sbarco divulgate, la ripigliata baldanza di faziosi, il favore e gli aiuti del corpo consolare e degli ammiragli esteri nel porto, rialzavano le rivoluzione; e il comitato segreto a’ 14 volse lettere a’ consoli, nunziando la rivoluzione essere annessionista, che scacciati i regi, il popolo voterebbe per re Vittorio. Impertanto a’ 13 riposto fu lo state d’assedio, ma di nome; che ordinanze militari non s’eseguivano, se non per forma. Tradimento di pochi, codardia di molti, e imbecillità codardia e tradimento insieme, cumularono onte eterne sulla patria bandiera. Si chiusero, quasi assediati da spregevoli mascalzoni, che occupavano Gibilrosso, il Mezzagno ed il Parco. Mandaronvi al mattino del 15 il colonnello Bonanno, venuto la vigilia da Gaeta, sminuzzandogli la bella brigata; che occupasse con due battaglioni e due obici il Parco, mentre altro battaglione andrebbe a S. Maria del Gesù, e altro a Villabate. Il Buonanno giunto al Parco, villaggio in fondo a una valle dominata da rocce, fu assalito da lontani colpi; e mandò poche compagnie col capitano Bellucci; le quali consumata molta polvere, e scacciate col rumore l’abbietto nemico, furono a sera richiamate giù. Colale melensa avvisaglia, dove solo un sergente fu sgraffiato, spinse il colonnello a chiedere d’esser tolto di là. Del Garibaldi, di qual via avesse presa, niente si sapeva, e di undici corrieri alla fila mandati verso Corleone non ne era tornato uno. Allora quando una buona colonna d’esercito avrebbe dovute andarlo a trovare, tutti si serrarono dentro Palermo.
27. Il Garibaldi a Salemi.
Il Garibaldi, lasciate Marsala che non gli avea dato un uomo, s’avviò scorato verso Salemi, che è a venti miglia dentro; avea mandato con un po’ d’avanguardia il La Masa a far popolo; e quegli sparse già sbarcati quattromila Sardi, altri sbarcare sopra altre coste. Il Nizzardo accampò a Rampingallo presso Zafferana, accolto da un Mistretta, cui poi in premio fe’ governatore di Salemi sua patria. Quivi entrò il mattino del 15 fragorosamente, sendovi già ite bande co’ fratelli Santanna, Coppola e altri; il che lo rianimò. Alloggiò in casa il marchese Torralta, che n’ebbe poco piacere; allogò la gente nel collegio de’ Gesuiti, mise alla meglio i suoi cannoni sopra affusti, e accozzati da tremil’uomini, benché non tutti armati, gli parve esser forte. Pertanto il domani 14, proclamò la sua dittatura in nome di Vittorio Emmanuele, disse, sull’invito de’ notevoli dopo le deliberazioni de’ comuni liberi dell’isola. E quali erano i notevoli, quali i comuni deliberanti? nondimeno la fe’ riconoscere da paeselli vicini, prese i danari delle casse pubbliche, e die’ un decreto di diciannove capi per la creazione d’un esercito siciliano, a modo delle novelle arabe, ch’avrebbe dato duecentocinquantamil’uomini; onde non ebbe né allora né mai nessun principio d’esecuzione. Dappoi arringò a’ sacerdoti in una sala del collegio gesuitico: favellò del suo mandato, dell’unità, del regnar di Vittorio, e del papa che vi era il più grande nemico; al che quelli allibendo chinarono gli occhi, e come lor venne fatto sbiettarono. Pur trovò qualche prete; ma scorto che l’isola era religiosa, smise il bestemmiare il papa; e anzi die’ una proclamazione a’ buoni preti, incitandoli a unirsi a lui contro gli oppressori, per mostrare la vera religione di Cristo non essere estinta. A Salemi fe’ un opificio d’artiglieria, co’ due macchinisti del Piemonte e del Lombardo, fe’ artiglieri i marinari, e scelse una compagnia di carabinieri genovesi o cacciatori con a capo il suo figlio Menotti. Stato così due giorni, fu visto a ristretto con qualche soldato regio dicentesi disertore; e uditi i Borboniani ad Alcamo, invece di scansarli, mosse loro incontro il mattino del 15, come a sicura festa.
28. Fatto di Calatafimi.
Francesco Landi fatto brigadiere dieci dì prima, già carbonaro del 1820, secchio e malaticcio, non era uomo da fare; ben qualcuno ciò osservava al Polizzy, capo dello stato maggiore; difeselo dicendo non v’esser ragione da torlo da quell’onore; onde s’era mandato lui fuori, quando appunto l’altre colonne regie s’eran chiamate dentro Palermo. Parve scelto a posta per intessere la prima foglia d’alloro al preconizzato Nizzardo. Il luogotenente, fatto aspettare lo Sforza con l’ottavo cacciatori a Trapani due dì, visto scendere a Palermo il Buonanno che dovea sbarcare a Marsala, allo Sforza ordinò raggiungesse il Landi; il che subito fece. Pertanto questo brigadiere uvea seco tre battaglioni: l’8.° detto, il 1° del 10° di linea col tenente-colonnello Pini e ì maggiore Afflitto; il battaglione carabinieri col tenente-colonnello de Cosiron; più uno squadrone di cavalli e quattro obici; in tutto da tremila uomini, volenterosissimi di venire alle mani. Egli spinto dagli ordini del Castelcicala, mosse il 14 da Alcamo incontro al nemico; e senza cagione s’era fermato a mezza via, sette miglia discosto da Salemi, a Calatafimi, città d’ottomil’anime, sul pendio tra due colli, presso le mine dì Segesta. Prima ordinò che l’8.° cacciatori fosse esente da servizio di campagna, per riposare del fatto cammino; poi a un tratto il mandò d’avamposto verso Salemi, due miglia avanti, con due altre compagnie, cioè la prima cacciatori del 10°, e 2(1) cacciatori carabinieri, due obici e ventiquattro cavalli, con ordine di solo riconoscere il nemico.
Questa gente lo Sforza comandante pose sur un’altura detta Pianto de’ Romani, e fra essa e ’l propinquo comune Vita sta un piano con la strada per mezzo. Il Garibaldi giunto sull’ore nove di quel giorno 15, fatte sol quattro miglia da Salemi, al vedere i Regi fermò, e stette più ore titubante, anzi fe’ qualche barricata per difesa de’ suoi mal retti cannoni, e aspettò. Poi o s’ingegnasse causar lo scontro, o al non vedere i Napolitani accostarsi da amici, come pare s’aspettasse, o cercasse lor girare i fianchi, lasciò la via, e prese i monti della dritta. Allora lo Sforza parlò a’ suoi; disse non aver ordine d’appiccar la zuffa, ma parergli vergogna dare addietro avanti a quello spregio di nemico. Risposero Viva il re! Spinse tre compagnie, cioè la 7.° dell’8.° cacciatori, quella del 10.° e l’altra carabinieri comandate da Gaetano de Blasi capitano del 10.°; le quali non badando al loro poco numero, discesero al piano, fer testa dietro una casuccia; e mandarono tre plotoni in cordone a’ colli opposti a investir l’avversario. Era mezzodì.
I Garibaldini appiattati per terra, come li videro a tiro, levandosi tutti costrinseli co’ loro numerosi colpi a rinculare su sostegni; dove cominciò più grosso schioppettìo; sicché presto prevalendo la disciplina, i cacciatori con ben nudriti fuochi di linea, e poi con la baionetta fugarono gli avventurieri. Indi a poco tornarono con a capo Menotti figlio del Garibaldi ch’avea nelle mani la bandiera; ma ferito alla destra, l’ebbe a cedere a certo Schiaffìni; questo fu ucciso da un soldato calabrese di nome Francesco Serratore; e però ratto l’altro soldato Angelo de Vito afferrò la bandiera, mentre il resto de nemici si dileguavano. Allora i Regi avendo quasi finite le munizioni, mandarono nunziando la vittoria al Landi, e che accorresse con la brigata a proseguirla.
In quella aspettazione, i Garibaldini come sicuri del Landi, ebbero il tempo di raggranellare le genti, delle quali il più de’ Siciliani erari fuggiti; e ricondussero alquante compagnie a trarre da lontano co’ moschetti; e com’erano investiti, traevansi per tornar da altri lati. Così quelle tre compagnie regie con un’altra dell’8.° cacciatori stettero fucilando più ore inatte pel poco numero a compiere la disfatta del nemico, e manovrando di posizioni or qua or là, aspettando la brigata, spiccando al Landi messi sopra messi. E certo di vederlo arrivare, lo Sforza non ispiegò il resto del battaglione; sicché nel fatto solo quattro compagnie di fanti combatterono. Ma il Landi che col farsi solo vedere avrebbe finita la guerra, prima fe’ il sordo a’ reiterati inviti de suoi; poi fe l’adirato perché lo Sforza aveva ingaggiata la zuffa contro gli ordini avuti, e comandò la ritirata.
Il tocco di tromba per la partenza, nel momento che ancora alla lontana il nemico combatteva, produsse un po’ di confusione: chi fremeva, chi imprecava; e sendo morta la mula d’un obice cui sera pur rotto il cilindro, per non portarlo addosso rovesciaronlo in un burrone. Retrocedettero con rari fuochi di ritirata, per difetto di munizioni, e chi non n’avea gittava pietre; perlocché i Garibaldini imbaldanziti per la maravigliosa vittoria trassero i loro cannoni dalla barricata, e dettero appresso a’ regi; i quali non tanto nella pugna, quanto in questa ritirata perdettero tra morti e feriti da sessanta, che in proporzione de’ cinquecento ch’avean pugnato fu grave danno. Trovarono presso Calata fimi sulla rampa che mena al paese gli altri due battaglioni con cannoni e cavalli, e l’arme a fascio come in pace. Il Landi al vederli fa una commedia; afferra la conquistata bandiera, e grida vittoria, mentre i soldati si abbraccian l’un l’altro, per isperanza di tornar congiunti presto alla pugna. Di fatto parecchi soldati, uscenti rabbiosi dalle righe, con grave voce chiedevano al brigadiere di combattere; ma ei grida stessero in linea o li farebbe decimare; e nondimeno alquante centinaia di tutti i corpi, sordi alle voci degli uffiziali, si lancian su pel monte contro i nemici. Il Garibaldi al vederli da lungi, supponendo fosse la brigata intiera, chiamò indietro la sua gente alle lasciate posizioni. Così finì la giornata.
29. Infame ritirata del Landi.
Il Landi con due battaglioni intatti, e con uno anelante di ripigliare la vittoria, scrive al luogotenente un rapporto da codardo: dice immensi i nemici, abbietta i suoi, chiede soccorso pronto, si confessa vinto (quasi avesse combattuto), parla di molini perduti, di non aver farine; e pur finiva che aspetterebbe aiuto in luogo elevato. Mandò tal rapporto, tutto costernazione, che ito in man del nemico servì a incoraggiarlo; il quale con sue giunte il fe’ andare a Palermo a scoraggiare i regi. Egli poi chiamò consiglio, presente il sindaco di Calatafimi; fa da questo affermare, non aver vettovaglie, né fornai; egli dice trovarsi circondati, soli, lontani tante miglia da Palermo, privi di pane e munizioni; unica salvezza lo andarsene. E il sindaco approvava. Contradisse la Sforza: non mancar nulla, se mancar fornai, farebberli i soldati, abbietto il nemico, potersi vincere a un urto; potersi moschettare il sindaco se non desse grano. Afforzaronlo con parere stesso il Pini, l’Afflitto e il Cosiron. E il sindaco spaurito mutò stile, e promise grano, fornai e tutto. Allora il Landi rabbioso del non aver potuto trarre a’ suoi fini il Consiglio, nonostante l’avviso contrario, il disciolse muto, giocò d’autorità, e dopo due ore die’ riciso l’ordine della partenza. Questo fu uno de’ frutti dell’aver perdonati e innalzati Carbonari.
Né tampoco cercò posizione alta come avea promesso nel rapporto; né pure fermò ad Alcamo, messa in alto e abbondante di vettovaglie, dove certo gli arrivavano aiuti; vi passò fuggendo. A Partinico, sendovi accorsi alle poste i ribelli de’ dintorni, bisognò che i soldati colpiti rispondessero col ferro e col fuoco. Più avanti scontrato un compagno d’arme travestito, e saputo starsi bande nelle gole di Borghetto, piegò a sinistra per Montelepre corrente al mare. E quivi anche ebbe a combattere con danno per passare, e sempre a’ fianchi e a coda molestato. Fe’ d’un fiato quarantatré miglia di montagne, ove n’avria fatte trenta piane. Però co’ soldati spedati, stanchissimi, sparpagliati, e abbandonati arnesi e bagaglie, giunse sull’alba del 17 a Palermo vergognosamente. Il più strano di questo fatto fu che non patì castello, né consiglio di guerra; anzi fu fatto seguitare a comandare in quella stessa Palermo i traditi soldati.
30. Conseguenze.
Il Garibaldi trovò scritto perdesse 110 uomini con sedici uffiziali; altri dice settanta: stette la notte sul luogo ove s’era combattuto, aspettando che mai facesse il regio duce suo proteggitore. Saputolo partito, entrò il domani in Calatafimi trionfante, e die’ a suoi ordini del giorno gloriosissimi. L’incredibile vittoria risquillò per tutte le trombe della fama; e un fatto dove cinquecento Napolitani avean respinti più volte tremila avversarii, sonò turpe disfatta al cospetto dell’Europa. Gli scrittori garibaldesi ne fanno una pugna omerica; fan combattere il Landi con migliaia. Non so come il Nizzardo se la intendesse con costui, che questi tradisse diconlo i fatti: die’ ordine di non combattere, cominciata la pugna lasciò lo Sforza solo, non mandò munizione, non corse a compiere la vittoria, comandò la ritratta; tenne consiglio per farsi consigliare d’andarsene, consigliato a guerra, con abuso d’autorità levò il campo, e si presentò in miserrimo stato a Palermo per iscorare l’esercito tutto. Che fuggisse per codardia non è da credere, ché la zuffa lontana da lui potea finir vittoriosa, sol ch’avesse mandato un altro battaglione. Traditore il gridò concorde la fama, traditore affermavanlo a voce molti Garibaldini stessi. Seguita la catastrofe del regno, ei si moriva improvviso in marzo 61; e fu notorio, e anche stampato il perché, ch’io ho verificato vero. Mandò al banco di Napoli a cambiare una polizza di quattordicimila ducati, ma trovatasi essere di quattordici ducati, e alterata e falsa nella cifra, costretto a parlare confessò averla dal Garibaldi; laonde per dolore tocco d’apoplessia lo stesso giorno si morì.
Il Castelcicala, ignaro ancora della giornata, avea mandato al mattino del 16 il buon colonnello Won de Medici col 5.° battaglione estero sulla pirofregata Ercole a Castellamare del golfo, per accorrere a rafforzare il Laudi, che supponeva incontro al nemico; se non che giunto a Palermo sul tardi il fuggito sottintendente d’Alcamo a narrare i casi di Calatafimi e la defezione del Laudi, subito fu inviato il vaporetto l’Eolo a richiamare l’Ercole e il Medici, che sbarcato appena ebbe a tornare a Palermo. Chi avesse voluto mostrare il viso avrebbe anzi ingrossato il Medie] a Castellamare, e spintolo nelle reni a’ Garibaldini, mentre altre colonne da Palermo li assalirebbero di fronte; ma quei duci studiavano non il pugnare, non i] vincere, ma come con inoperose arme perdere senza pugna, e tener i soldati stretti e impacciali, per dar tempo all’avversario da guadagnare riputazione e forza.
Questi a Calatafimi riparava le sue perdite; vuotava le casse de’ comuni rimasti in sua balìa, reclutava uomini, animali, arme e. vettovaglie da ogni parte. Colà si videro barbarie oscene: straziar feriti, farli a pezzi, negar seppellimenti, gittare le membra a’ cani, e sin con sentinelle guardar quello scempio, e vietare qualche pietoso coprisse di terra i morti corpi. Gli ausiliarii ell’erano i facinorosi dell’isola, aveano spogliati i cadaveri, né sol de’ Regi, pur degli Italici, Polacchi o Ungheri che fossero; e a questi avean rapito di dosso l’oro che il condottiero avea tra loro partito, per tenerlo sicuro in ogni evento; perlocché il Garibaldi, rabbioso per non aver trovato sul corpo d’uno de’ suoi la moneta che gli avea data, decretò a’ 17 la pena di morte contro i ladri. Ma chi se non ladri gli accorrevano? però quel decreto restò pompa di parole. Per darsi aria di vincitore, decretò lo incameramento de’ beni de’ Gesuiti e de’ Liguorini. Così afforzandosi, il 17 stesso fu ad Alcamo, il 18 a Partinico, e la sera accampò a Renna presso Morreale, ch’è a quattro miglia da Palermo. Colà raggiunselo il domani Rosolino Pilo Gioeni, ch’avendo accozzati alquante centinaia d’uomini, se n’era fatto colonnello; di sorte che forte d’oltre a cinquemila, divisava per Morreale progredire a Palermo; ma si trattenne tre dì a S. Martino.
A Calatafimi gli si era presentato un frate di S. Francesco, padre Giovanni Pantaleo da Castelvetrano, più sgherro che frate, giovine ignorante ed entusiasta; il quale salutollo appellandolo Messia della libertà. Lo avvisò di stare tra un popolo superstizioso, e che ben farebbe a entrare nel duomo d’Alcamo a udir la messa; perché volea egli innanzi a Dio ed agli uomini torgli dal capo l’ingiusta scomunica, e rendere a Dio quel ch’è di Dio. Si prestò a tal commedia, e tolse seco il frate, sperando valersene a guadagnare il popolo superstizioso. E il frate acconciato a maniera scenica,. con pistole, sciabole, crocifisso e fasce a tre colori, fu il più gran buffone che mai si vedesse.
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