Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo Volume secondo (VII)
.21. Ritirata dopo la vittoria.
La setta perdente coll’arme, già preparato avea leve più potenti. Veniva in Sicilia il brigadiere Rodrigo Afan de Rivera, per visitare le piazze di Messina, Catania, Augusta e Siracusa, scese il 1° giugno a Messina col colonnello Sponsilli, uomo di quelli cui la setta predicava talentoso; il quale di leggieri accalappiò il Rivera e diegli a bevere quel che volle.
Era pur là arrivato il Fitalia intendente di Catania, che dopo fattesi fare le barricate in barba avanti la sua casa, veniva mossosi dalla sua sedia, in altra provincia a dar nuove scure, e a sbalordire o corrompere i generali regi. Il Rivera e lo Sponsilli convocarono i generali a consiglio, presente quell’intendente; e sotto specie di pericoli in tutte parti, e dell’aversi a guardar Messina, e dell’esser quivi in pochi per contener questa popolosa città, fu deciso richiamarsi il Clary. Ottenuto ciò, lo Sponsilli e ’l Rivera partirono la sera del 2, e dettero al Clary in Catania l’ordine di ritirarsi. Tentennando egli, il Rivera anche scrissegli esser volere del re che ei guardasse Messina, onde si consigliò con gli uffiziali suoi, e quantunque varii fossero i pareri, volle partire. Ei s’aveva già l’ordine regio positivo di tenere la posizione, ed esso dovea prevalere all’ordine per mano d’un compagno; ch’ov’anche fosse venuto dal re (che non era) certo restava infirmato dal fatto posteriore della vittoria, ch’avea mutato faccia alle cose. Il soldato alzava gli spiriti, abbassavanli i ribelli; era il momento di cominciar l’offese, marciar sopra Palermo, rafforzarsi per via di tutti gli elementi d’ordine, ch’eransi ascosi non ispenti; e uniti a’ battaglioni ch’uscivano da Palermo, a un tratto ripigliar l’isola senza sforzo. Inoltre Catania, luogo intermedio tra’ forti di Messina, Augusta e Siracusa, e acconcio alle comunicazioni col centro dell’isola, era punto strategico d’importanza, e da tenersi. Però la setta la voleva; però si vide il fatto incredibile dello andare indietro dopo la vittoria; il che con seguenza infallibile vedemmo sino a Gaeta.
Come al mattino del 5 seppesi la partenza, il corpo consolare e i principali cittadini, presaghi d’imminenti sventure, pregarono il Clary a restare; invano, ch’ei lasciò issofatto a guisa di perditore la vinta città. Giunto aa Aci-reale, mise una contribuzione di guerra; il che recò onta all’esercito reale. Bentosto i fugati rivoluzionarii entrarono in Catania, e vi proclamarono Garibaldi dittatore.
22. Il Clary a Messina.
Le prime voci sediziose nel Messinese s’erano udite a’ 10 maggio a S. Stefano di Camastra, e il 14 a Mistretta, con la sollevazione di tal di fretto. Messina per la cittadella non si movea, ma v’eran consoli inglese e sardo due Siciliani, che all’odio settario aggiungevano i brogli diplomatici, e la certezza dell’impunità. Al tempo della guerra italica avean raccolti sussidii pel Piemonte, avean tenute deste l’aspirazioni subalpine; ora senza posa aperto lavoravano: spargevan notizie sinistre, vere o false, tenevan la mano alla fazione ostile, combattevano la potestà con voce e gli scritti, in mille forme e modi. Inoltre giravan mandatari di continuo per incitare; ogni di navi estere recevan male novelle, e tanto la città fu spaurita, che mentre vi ricovravano da tutte parti i fuggenti impiegati regi, i cittadini vuotavano case e botteghe, e uscivano alle campagne.
Sul finir di maggio s’eran cominciati lavori alla cittadella per tremila ducati, e vi si cumulavan soldati dentro; chi da Palermo, chi d’altre parli. A5 giugno v’entrava la guarnigione di Trapani; a’ 6 quella di Termini, i cui forti s’eran disarmati e abbandonati; a’ 7 giungevi il Clary con la sua gente. Lasciata senza guerra tutta Sicilia alla rivoluzione, ritenevamo solo Siracusa, Augusta, Milazzo e Messina; e a chi lamentava tanto errore, si ripeteva ghignando, gran finezza diplomatica esser quella! a’ 15 richiamavano a Napoli il maresciallo Russo; davasi a comandar la piazza al Rivera; e al Clary promosso maresciallo la divisione militare. Questi tosto naviga a Napoli, parla a Portici al re, e gli sottomette un suo disegno di pigliar Taormina, ripigliare l’abbandonata Catania, e sorprendere Palermo; propone gli uffiziali e i battaglioni, dice i soldati ardenti per la riscossa. Approvalo il re, rimandato a Messina capo del tutto, richiama il Rivera. Ciò a’ 19 del mese; e il ministro di guerra lo stesso dì con istruzioni scritte gli dà le opportune facoltà per la difesa, e per l’offesa. Egli pigliato il comando, ora per difetto di truppe, or di danari, or di affusti e bastimenti, sempre si trattenne.
Veramente da Palermo arnesi ed uomini eran tornati guasti. Il colonnello Brigante avea gittato nelle navi le artiglierie a casaccio, da rovinarne gli affusti; onde fu uno stento raggiustarli; né si trovavano fabbri, e bisognò chiamarne da Reggio. Era nei reggimenti il seme del malcontento; aggiuntevi le seduzioni paesane, parecchi uffiziali e soldati disertarono; e si vide alcuno ch’avea pugnato bene a Catania, pigliar con brutto scambio la camicia rossa; ché il comitato fazioso lor né dava il modo e i denari. Quel vedere i regi duci retrocedere sempre, sconfortava; chi volea star coi vincitore, vi si gettava. Tra’ primi disertò il tenente de Benedictis, figlio del generale comandante in Abruzzo; tutti inarcarono le ciglia; il padre si fe’ cader le lagrime; e chi sospettava ch’egli farebbe peggio?
Dopo i primi dì, niuno disertò più; e i reggimenti bramosi di vendicar Tonte palermitane, anelavano la battaglia. Già erano quindicimil’uomini di tutt’arme, oltre armate squadriglie di Siciliani, da scorrazzare di costa all’esercito regio; ma il Clary ch’ogni dì parea si movesse, nicchiò sempre; né si mosse quando doveva e poteva; sinché fe’ arrivare il 25 giugno con la costituzione; ed ebbe dal nuovo costituzionalesco ministero inibita l’azione.
23. Come s’ordinò il disordine in Sicilia.
L’inazione servì a dar tempo al Garibaldi da far le cose civili e militari a suo modo; cioè a rendere stabile la rivoluzione, o meglio a ordinare il disordine. Sendo ancora i Regi in Palermo, egli per quelle inoffensive arme, sicuro d’aver l’isola, a’ 2 giugno s’avea fatto il ministero. L’Orsini fuggito a rompicollo pochi dì avanti era chiamato con maraviglioso mutamento a ministro di guerra; il Crispi, uscito liberale per fame, occupatore primaio del banco, fu ministro dell’interno; un Guarnieri alla giustizia, il canonico Ugdulena del 48 al culto; un Peranna, già tesorier generale del re, alle Finanze; un Pisani agli affari esteri, ch’era stato del comitato di sollevazione; e a’ Lavori pubblici l’ostetrico Raffaeli, tornato di fuori come arpia alla mensa. Il quale a detta del rivoluzionario La Farina era borbonico al 47, repubblicano nel 48, deputato al Filangieri, e membro del borbonico municipio nel 49. Ma l’aver inventata la cuffia del silenzio per calunniare i Barboni, gli fu merito al ministero. Poco dopo ne fe’ presidente il Torrearsa stato nel 48 presidente del parlamento, e ancora che come creato dal Cavour l’avesse in sospetto, pure gii convenne, fecelo anche prodittatore, appena sbarcò a Palermo, che fu a’ 13 giugno. Ho detto del suo decreto promettente terre comunali a maniera de’ Gracchi; e ai sei del mese v’aveva aggiunto pensioni a vedove ed orfane de’ morti combattendo. Oltracciò divise l’isola in ventiquattro distretti, quasi l’avesse già, e vi creò il governatore per ciascuno; decretò che da’ consigli municipali fossero esclusi tutti i precedenti impiegati regi; e abolì il baciamano, e il dar l’eccellenza, cosa già sì nel paese ordinaria, da non più significar nulla.
Abolì gl’ispettori di polizia nel nome; ma v’aggiunse anzi attribuzioni illimitate. E che non può la setta a nome del bene pubblico? L’inventate calunnie alla polizia passata, cui dicevan cose segrete, gl’inventori le usavan essi corampopolo, crescendole con quanto settaria ira può di turpe. Prima l’arte della spia era infame, e facevanla pochi di bassa mano; allora diventò arte gloriosa e da patrioti: quindi migliaia d’occhi a spiare; quindi accuse, calunnie, carcerazioni, fucilazioni, percosse, mutilazioni, rapine, tutto a saziar vendette. Bastava uno sguardo, un motto, una celia, perché l’onest’uomo perdesse impiego, roba, onore, libertà e vita. Gavazzavano i tristi, e a quelle tristizie ponevan nome di libertà e redenzione. Reissimi i Borboni d’averli compressi, tutelando la possidenza e l’innocenza; giustissima la rivoluzione a scatenarli sui buoni: però l’innocenza e il diritto, legate le mani, stavan sotto i colpi di quei liberali e liberatori. A questi non pene ma elogi di giornali e di decreti, prendi, indennità, uftizii, plausi, battimani: sublimate tutte infamie, percosse tutte virtù; parca regno d’Anticristo, fine di mondo. E l’Europa risonava delle geste redentrici, del senno civile, e della magnanimità garibaldesca!
Delle ruberie uffiziali che serve parlare? più giù dirò di tre ministeri che in un mese si succedettero; qui noto che surse ministro di sicurezza un La Porta rinomatissimo masnadiero. Il dittatore per far sentire alle popolazioni, e potere strombazzare un qualche benefizio della rivoltura, abolì il dazio sul macino; ma con masnade in giro sforzava a pagar l’altre imposte, cui nessuno volea pagare. Prolungò le scadenze alle lettere di cambio; e per contrario ordinò alle Beneficenze e a’ luoghi pii di recare nel tesoro quanto avessero in moneta, da servire pel sollievo de’ patrioti. Subito emisero in carta boni del Tesoro per quattrocentomila ducati; e poco stante in agosto crebbe il debito pubblico d’altri sedici milioni di ducati.
Tante uccisioni e ruberie e scelleratezze dentro Palermo, eran viste e celebrate per glorie dal Dumas romanzatore francese, venuto a posta per questo e alloggiato principescamente nella reggia; come a posta uscivano in luce due giornali l’Unità Italiana e il Precursore, diretti quello dai fratelli Capitò, l’altro dal Crispi. Queste cose avanti le flotte inglese, francese e sartia; e i loro comandanti davano e ricevevano visite pubbliche dal Nizzardo; anzi il Sardo un dì, al vederlo arrivare in barca, gli rese il saluto con diciassette colpi di cannone. Ma peggio; sendosi accostate a Messina certe navi sarde, il comandante si fe’ fare da quei faziosi un indrizzo; e vi rispose senza maschera, ringraziando, e dicendo: «Vittorio rivendicare i dritti della famiglia italiana di cui è il capo; egli contarli già per suoi figli di cuore e pensiere; non ancora esser venuta l’ora di marciare contro il comune nemico, e contro chi lo sostiene; ma non tarderebhe a chiamarli; certo che correrebbero sotto la bandiera del re galantuomo.» E tali indirizzi andavano per tutta Italia, e in Francia e in Inghilterra. Solo sul continente napolitano da’ buoni s’ignoravano.
24. Come si fe’ l’esercito.
L’esercito rivoluzionario s’ingrossava, non di Siciliani già, ché il dittatore stesso in un editto del 6 giugno lamentava il meschino numero di volontarii che venivano, s’ingrossava per la setta mondiale. I due armatori garibaldesi il Pinzi e il Bertani, rappresentanti come dissi quegli il Cavour, questi il Mazzini, andarono a Marsiglia; e vi comprarono apertamente tre piroscafi, l’Amsterdam, con 2400 fucili rigati, l’Helvetie e il Belzume, pagati provvisoriamente con boni del tesoro piemontese, dal consolo sardo in Marsiglia; però con bandiera francese ài 54 maggio partirono da quel porto, ed a Genova, alzata la croce savoiarda, mutati nomi s’appellarono Franklin, Washington e Oregon. Ebbe in Inghilterra il The London per dugentomila franchi, e un battello d’800 tonnellate per 460 mila. Da sei mesi in qua eran venuti dagli arsenali di Francia centomila moschetti, pagati dal ministero Cavour. Il Bertani lasciato dal Garibaldi a Genova per far uomini e denari, non perdea tempo; n’aveva i modi da Cavour, dalla setta e dalle collette d’ogni maniera; e avea stabiliti battelli a vapore, che di là a Palermo con la sabauda bandiera recavano soccorsi. Parecchie centinaia d’uomini partiti sull’Utile sbarcarono a Marsala il 1° giugno. Questo medesimo legno e l’altro americano Charles-Iane, partiti di Genova il 10 con 800 volontarii, la sera del 15 sono incontrati al Capo Corso dalla nostra fregata Fulminante comandata dal retroammiraglio Roberti a posta mandato. Chiamati i capitani, ricusano; gli uomini gridano Viva Italia! Presi e tratti a Gaeta nel tragitto fanno sparire arme e munizioni, gittandone a mare. Vennero trattati con ogni amorevolezza e cortesia, benché fosse provato andassero in Sicilia. Subito il ministro piemontese Villamarina e il legato americano Chandler ebbero la sfacciataggine di protestare contro quel nostro abuso, poi surto da noi il ministero costituzionale, questo mandò liberi senza condizione legni e prigionieri; i quali tosto navigarono in Sicilia a ingrossare la rivoluzione. E quei stessi legni fecero ben altri tragitti da Genova in Sicilia, con arme armati e denari. E chi lor dava impaccio? Il Cavour con ordine espresso fe’ dare arme dall’arsenale di Modena. L’altro garibaldino Medici a li 11 giugno movea da Genova con dugentocinquanta volontari, fucili rigati, e quei tre nuovi battelli Washington, Franklin e Oregon: e portavali in porto a Castellammare del Golfo il 19, scortati da navi sarde date dal regio ammiraglio Pensano, siccome né menò vanto poi il Bixio in parlamento l’8 maggio 1863.
S’aggiungevano volontarii e soldati sardi congedati a posta, o fatti disertare a migliaia, che alla spicciolata sbarcavano a Palermo, Marsala, Terranova e altrove; né tampoco avean tolte le divise sarde, ma un po’ modificate; e anzi certi uffiziali comparivano pur col numero del loro reggimento. Il Garibaldi pubblicamente autorizzò un Giov. Sulliotti a recarsi in Sardegna, a reclutare un battaglione. L’impudenza di re Vittorio giunse a fare a’ 29 settembre di quello stesso anno un decreto d’amnistia per tai disertori. In Inghilterra s’ingaggiavano i colonnelli Dunn, Forbes. Pearl, e Styles, che aperto ne’ giornali nunziavano il reclutamento. Colà si facevano collette, e si stampavano i nomi de’ contribuenti, dove la moglie del Palmerston era la prima. Arrivavano in frotte Tedeschi, Polacchi, Ungari, Francesi, Affricani, Greci, e d’altre lingue, spinti dalla setta mondiale: se né facevano battaglioni. Impertanto il dittatore vistosi forte. con editto del 43 giugno licenziò le bande indigene, che l’impacciavano; poi pomposamente creò generali i Sirtori, Carini, Medici, Bixio, Turr, e non so quanti altri, e colonnelli e capitani, e imbriacato de’ favori della pazza fortuna, voleva eseguire la sua fantasiosa leva de’ dugentocinquantamil’uomini, co’ quali far senza del Piemonte, scacciar Francesco, il Papa e il Tedesco. L’Orsini gli mostrò l’impossibilitò di tal leva là dove mai s’eran fatte leve; ma volle almanco ridurla a quarantamila, che neppure ebbe effetto. Ordinò ch’ogni comune desse un cavallo bardato e sessanta canne di tela per ogni mille abitanti i comuni maggiori dessero un quarto tributo in muli. Avea cannoni da Piemonte, ma pose una fonderia in Palermo, e vi struggea le campane di chiese e conventi. Armata tenea la Guardia nazionale; ma vedovala con sospetto, diceva aver bisogno di soldati, non di curiali. Di Siciliani avea pochi volontarii, fuorché uffiziali, ché tutti volevan essere uffiziali; ei non li pregiava, accarezzava gli stranieri. Gl’importava di Sicilia cavar danari e robe; e né cavò per amore o per forza da’ ricchi, da’ conventi, da’ comuni, dalla beneficenza e da tutte parti; i quali insieme con quelli mandatigli dal Piemonte, servirono meglio della polvere alle sue non contrastate vittorie.
Per incalzare i Borboniani a Messina, mandò il Medici a Barcellona con truppe, cui dovevano unirsi le milizie scorrazzanti, per soffiar la rivoluzione attorno. Ma questo accozzamento indisciplinato di tante lingue era più da rumore che da guerra. Valeva col rumore contro i nostri soldati, tenuti come monaci rinchiusi da chi li comandava.
25. Persecuzioni a’ Gesuiti.
I Gesuiti espulsi nel 48, restaurati nel 49, non potevano salvarsi nel 60. In balia della rivoluzione e di un Garibaldi aperto combattitore della Chiesa, pure speravano nell’amor popolare, meritato per benefizi! spirituali e materiali. Avevano collegi e pensionati moltissimi, e innumerevoli allievi; non avean preso parte alle politiche vicende, e anzi in quelle ultime fazioni erano stati d’aiuto e sendo agl’infelici. Avean nelle case loro aperto forni, davano pane a’ poveri per metà di prezzo, porgevano soccorsi di danari a bisognosi, davano loro case in villa, per ricovero di chi per le incendiarie bande avean perduto il tetto. Per aiutare il prossimo avevano scemate le spese per sé. Accoglievano nelle chiese e ne’ loro palagi quanti fuggiti dalle fiamme e da’ cannoni, famelici o feriti; ed eglino e loro novizii e allievi accorrevano ov’era uopo a salvar fievoli, vecchi, donne o inalati che fossero; eglino avean messe in salvo le suore claustrali dei Sette Angeli; e risicando le vite tra’ colpi, ad ogni sorta di sofferenti avean porto soccorrevole braccio. Speravano che, amati e benedetti dal popolo, quella che si diceva vittoria del popolo non li dovesse colpire..
Ma sin da Calatafimi s’era decretata l’esecuzione de’ decreti del 48, e lo incameramento de’ beni de’ Gesuiti e de’ Liguorini. E che era da sperare in quel bestemmiatore della Madonna? Gli esempii antichi, i recenti di Lombardia e Romagna, le aspirazioni massoniche, e le mal velate minacce del comitato li tenevan desti; laonde cercavano mandar all’estero loro studenti, perché cheti gli studii continuassero. Questo pensiero ineseguito fu pretesto al giornalismo uffiziale garibaldese ad accusarli di patria lesa; eppure i ministri a riguardo del popolo non osarono a un colpo inveire. Cominciarono vessando: modi crudi e violenti, richieste strane e molte e ineseguibili. I Palermitani non voleano in casa né alloggi, né feriti, né dar biancherie, né denari; gli ospedali eran pieni, pochi avean carità pe’ liberatori, si volsero a’ Gesuiti, nelle case loro ospedali, a loro ordini di preparare alloggi, letti, camere, biancherie, materassi; poi mense e vivande a loro spese, per militi, anzi per fuorbanditi immorali e sanguinosi. S’ubbidiva dove si poteva, dove no, avevan rimprocci, insulti, minacce, calunnie. Non facendo l’impossibile, eran per piazze e giornali accusati nemici della patria, borboniani, egoisti, violatori della confessione, puntelli a tirannia, solite storie.
Finalmente pubblicarono il decreto di Calatafimi, sequestrarono i beni de’ padri, suggellarono musei, biblioteche, saloni di fisica, e sin le camere del collegio. Poi il ministero, spinto dal dittatore e dal Grispi, non ostante qualche ministro dissenziente, ordinò l’espulsione de’ Gesuiti e Liguorini; ma tennelo segreto. Il decreto, messovi poi la data del 17 giugno, considerava questi due ordini essere stati i più gagliardi sostegni del dispotismo, durante lo sventurato periodo della borbonica occupazione. Chiamavano occupazione un regno di centoventisei anni! Pria di pubblicarlo ne schizzarono lampi con calunnie indegne; poi dettero la voce che i partigiani de’ Gesuiti sarebbero tenuti per sorci. Dicevano sorci le persone che s’ascondevan quasi topi all’ire rivoltuose. E l’esempio de’ sorci allora allora sbranati per le vie di Palermo era tremendo: i miseri padri restarono privi d’ogni soccorso umano.
Il 12 giugno a due ore dopo mezzanotte, uno sgherrame, con uffiziali di quella nuova Questura, trovato chiuso il collegio, sfondano la porta, invadono corridoi, pongono sentinelle a ogni uscio, dichiarano i padri in arresto. Tutto il dì seguente niuno potè uscire di cella, né toccar finestra, né pur tra loro favellare, a sera un padre potè per trecentocinquanta franchi uscire, e corse alla questura a chiedere la liberazione. Finsero nulla sapere, e dettero il permesso d’uscire, nondimeno tennerli altri quattro ai quasi digiuni, in mentre i loro guardatoci, invase cucine e cantine, liberamente vettovaglie, vini, masserizie, stoviglie menavano a ruba. Finalmente denunziarono lo esilio irrevocabile, e cacciaronli il 28 sur un legno francese, che a Napoli li condusse. Pretesto alla rivoluzione era lo abolire le tirannie di punire senza giudizii, ed esordivano con esilii in frotta senza giudizii; e con ispogliamenti e uccisioni spietate. Vecchi venerandi per opere lunghe di carità e d’ingegno, scacciati dalle braccia de’ parenti, da’ luoghi natii o d’adozione, senza danaro, né arnesi, per tapinare un tozzo di pane, e in tarda età cercare un tetto per l’ampia terra! Rimastosi qualcuno per trovar moneta o aggiustar sue cose, ecco il La Porta detto ministro di sicurezza, stampa su’ cantoni, a’ 4 luglio, che qualunque Gesuita stesse ancora dopo ventiquattro ore sul suolo siciliano, starebbe fuor di legge, abbandonato al furore del popolo. Così questo masnadiero ministrante svelava al mondo la sua complicità con la plebe cannibale, strascinante e squartante cristiani per le vie. Bisognò che il Iehenne contrammiraglio francese scrivesse al dittatore per pochi giorni di ritardamente, nunziato ne’ giornali come grazia preclara. Partirono: chi noi potea per infermità patì forza; né valea scritta di medico; anche uno dottantaquattr’anni, debolissimo, cacciarono. Pertanto espulsi tutti i 308 Gesuiti, soppresse le loro quattordici case, si vide non esser timore di tirannia, ma foga d’essere tiranni, per allontanare (come scrisse uno de’ loro) l’ostacolo più possente alla propagazione del protestantismo in Italia.
Nelle province, dove non erano stranieri, non furono vessazioni. Partirono, ma ebbero tempo da abbracciare i parenti, e vedere le lagrime della popolazione e de’ loro allievi, che singhiozzando non si sapean lor dai banchi distaccare. A Modica, sendovi il Fabrizi, patirono peggio che a Palermo: perquisizioni, spogli, insulti, carcerazioni; e per via eran percossi con arme; sinché stremati di forze e digiuni, poterono sur una barca respirare a Malta.
26. E a’ Liguorini.
I Liguorini aveano tre case, a Palermo, a Sciacca e a Girgenti. Loro colpe le fatte missioni, predicando morale e Fede; non però potevan restare impuniti: spogliati, arrestati, guardati, senza un obolo, senza arredi, né pane, discacciati, vecchi e infermi senza misericordia. Persecuzioni garibaldesche come le pagane de’ Neroni. Il Santo Padre con allocuzione del 13 luglio in Vaticano né fe’ lamento.
27. Gare tra il Cavour e ’l Garibaldi.
Il Nizzardo co’ proclami suoi non facea mistero de’ suoi disegni: conquistare Sicilia, Napoli, Roma e Venezia, poi liberar Nizza da’ Francesi, in ultimo proclamare il regno d’Italia una. Queste spampanate al Cavour che gli dava le forze non piacevano tutte. Egli in contrario al governo napolitano, chiedente spiegazioni sulla bandiera e ’l nome di re Vittorio usato in Sicilia per ribellare lo Stato d’un re amico, rispose: la bandiera e ’l nome essere usurpazioni dell’avventuriero, che contro gli ordini del re perpetrava quelli attentati al dritto delle genti. E mentre così rispondeva, faceva da Genova e da Livorno andar truppe, arme e munizioni. Parea non sapere, non vedere, non intendere; protestava, negava, aspettava i fatti per entrare in mezzo per umanità, per vietar l’anarchia. e pigliarsi Italia sconvolta da esso.
Impertanto egli e il Mazzini nella rivoltura alleati, nel fruirla eran rivali, ciascuno voleala per sé. Il Mazzini imperava co’ suoi creati, Garibaldi, Crispi, Bertani ed altri, che non avean voglia di dar sì presto l’isola al Piemonte: né il Garibaldi potea darla senza infievolire i suoi divisamenti; onde procrastinava l’annessione, che avria posto fine alla sua dittatura. Perciò appunto il Cavour teneal d’occhio, e a far l’annessione il sollecitava. V’avea mandato il Torrearsa suo fedele; dopo tre dì mandovvi il La Farina sua lancia, già mazziniano; il quale, come dissi, era stato il principale cooperatore a ficcar questo Garibaldi nella guerra del 59, e poi del farlo mandare in Sicilia; stati insieme poco avanti nella Società nazionale; disgiunti poi, sol perche il Nizzardo volea correre veloce nella rivoluzione, ed egli volea affrettarsi lentamente; perlocché costui trovò meglio il mutare la divisa mazziniana per la sabauda croce. Giunse il 16 giugno a Palermo su legno da guerra sardo, Commessario generale di Vittorio; cosa spiaciuta al dittatore, che scrissegli Sicilia voler arme, non Commessarii. Ma il La Farina cominciò suoi maneggi, e ad esso lui il Cavour, mentre protestava innocenza avanti all’Europa, volgeva ai 9 del mese questa lettera: «Tutto quanto accade è bene. Il Persano le darà l’aiuto maggiore che potrà, senza però compromettere la nostra bandiera. Sarebbe gran bene se il Garibaldi passasse in Calabria. Sto concertando un servizio di vapori da Genova e Livorno per Palermo, con bandiera francese, forse bisognerà dar grosso soldo alla compagnia, figurerà Sicilia, ma pagheremo noi. La diplomazia non è soverchiamente molesta: Russia strepita, Prussia meno, il nostro parlamento ha molto senno».
28. Circoli Lafariniani.
Adunque il La Farina intento a mandare il redentore in Calabria, e a movere in Palermo il partito annessionista, si die’ ad accozzare proseliti d’ogni maniera, e a crear circoli unitarii. Di questi fe’ due principali: uno alto ed uno basso; ed è bello il dirne qualcosa, affinché i nepoti sappiano che gente lavorò ad asservare la patria. Nel primo mise Giovanni Errante, il barone Sutera, Emerigo Amari, Benedetto Travali, il duca della Verdura, e qualche altro, rivoluzionarii si ma non infami. Nel secondo poi che s’univa in casa d’un Francesco Oglialoro allora guardia dittatoriale mescolò più gente di costumi varii, e pur di disonesti famigerati. Ecco alcuni nomi degni di essere ricordati: Paolo Paternostro, fuggito nel 49 in Egitto, del quale si seppe facessesi Musulmano, per avere impiego colà, e dappoi per falsate lettere cambiali fuggisse a Malta, donde accusando oftalmia e bisogno di aria nativa, pregò di perdono Ferdinando II; e potè nel 59 insieme al Verdura ed altri tornare a casa, per ricongiurare. Un Mondini fontanaio, ladrissimo, condannato per grassazioni, allora per la rivoluzione uscito di galera. Un Gaetano Spina ex chierico, cui il governo borbonico trasse scalzo dalla strada, e fattolo studiare a Siena, gli avea pur fornito i libri da far l’avvocato: questi fu il direttore del giornale l’Annessione, primo a sclamar contro i Borboni. Il principe di S. Elia, inetto, cupido, ambizioso, di lui scrisse in uffìzio il Maniscalco: «Liberale non per sentimento ma per tener codazzo, cattivo padre, pessimo marito, sciupa non il suo, ma quello della vittima sedotta da lui.» Un Del Tignoso, curiale sprezzato, venditore de’ clienti, famoso per aver carpito al principe di Valguarnera, e venduto al barone Giaconia un documento svelante la finta vendita d’una casa, (futuro commendatore de’ santi Maurizio e Lazzaro!) Un Giuseppe Ciotti, nullo, devoto a chi paga. Un Domenico Fileti figlio di marinaio, che dappoco ebbe da’ Borboni uffizio di controloro de’ dazii diretti, arricchito per proditorie nozze. Un cavaliere Francesco Vassallo spaccacantoni. Un Pasqualino tristo prete, libertino e indebitato. Un cavaliere Avellone, spia del Maniscalco (futura spia di re Vittorio). Titta Marinuzzi, Mariano Indelicato, Salvatore Cappello, un Corona, un Morano, Federico ed Onofrio di Benedetto. Ai quali tenevano bordone altri minori.
29. Gare tra ’l La Farina e ‘l Garibaldi.
Il La Farina con questi attorno, che di molti peggiori di loro disponevano, teneva conciliaboli, movea tumulti, e tendeva a pigliar la mano al dittatore, ricordandogli la sua passata umiltà, e gl’impegni presi. Noi persuadendo, spinse i comuni a far dimando d’annessione, e ’l municipio palermitano col pretore Verdura recava il 25 del mese al Garibaldi un indirizzo di ringraziamento per le sue geste, ma dichiarante, Sicilia volersi annettere subito a Sardegna. Ciò disturbò il redentore: rispose: anch’egli volerlo, ma non esserne il tempo, perché non ancora compiuta l’opera. «Quando sarem giunti a poter dire a chicchessia, senza tema d’opposizione, l’Italia dev’essere una, quello sarà il tempo delle annessioni. Facendolo adesso, gli ordini verrebbero di fuori, ed io sarei costretto a lasciare l’impresa». Per tal discorso il Torrearsa alla dimane si dimise, ed anche il Pisani ministro agli esteri. Il Crispi vedendo in queste mene la mano lafarinesca, volle dare un certo avviso; e la sera del 25 fe’ carcerare il Cricchio, il Grano, il La Dolcetta e qualche altro de’ minimi di quella parte; di che usci un chiasso grande; e i Questori che per lo arresto non avevano avuto ordini scritti, dettero la dimessione, non accolta. Ma alle grida della piazza sclamanti abbasso il ministero, questo si ritirò tutto; onde il 26 né surse altro. Restava l’Orsini alla guerra, andava il medico La Loggia all’interno, il prete Lanza al culto, il Natoli agli esteri, il Daida all’istruzione, il De Giovanni alle Finanze, il Santocanale a giustizia; e il già citato La Porta alla sicurezza. I quali lo stesso di pubblicarono una legge elettorale, per contrabbattere alla costituzione, che, come dirò, era allora promessa da re Francesco, e per preparare le annessioni; ma senza fissar giorno pel comizio: ciò fu un mezzo concedere, tendente a pigliar tempo.
L’astuto La Farina compreselo, e tardi si pentiva d’aver proposto il Garibaldi alla spedizione; né n’ebbe risparmiati i rimprocci dal Cavour, che gli rinfacciò con lettera: esser lui stato cagione prima dell’intervento garibaldesco nella causa nazionale. L’ostinatezza del generale essere conseguenza d’averlo posto troppo su. Il La Farina, per ira e vendetta dell’ingratitudine, e per compiere bene la missione avuta dal governo sardo, usava ogni mezzo a muovere il suo partito: fece affiggere a’ cantoni cartelli per pronta annessione; lasciò spargere il Garibaldi e il Crispi volessero repubblica; e inoltre fe’ fischiare il Crispi nella via. Allora il dittatore lasciata la pazienza, circondatagli la casa, la notte del 7 luglio prese lui e due Corsi, un Giacomo Criselli e un Pasquale Totti; e tutti e tre in mezz’ora, sulla fregata Maria Adelaide, per forza mandò a Genova.
Tra queste rabbie, un altro lampo di vero uscì. Il La Farina stampò ch’era stato tre volte espulso di Sicilia da’ Borboni, e una dal Garibaldi: i Borboni gli avean dato d’abbracciare la madre, il Garibaldi gli avea negato anche il conforto di rivederla dopo dodici anni. Ve’ che figlio costui! Stato dodici anni assente, dimorato a Palermo giorni ventuno, pensando a cospirare contro la rivoluzione stessa, non avea curato di vedere la madre! Inoltre in novembre pubblicò nel Cittadino di Palermo le lettere, tutti umiltà, di esso Garibaldi; svelando quanto si era fatto per dargli la parte di redentore in quella feroce commedia. Il domani della cacciata lafariniana, il giornale uffiziale scrisse: quei tre essersi espulsi, perché congiuranti contro l’ordine stabilito nel paese. Allora cadde anche il ministero secondo; e né nacque un terzo di transazione, credo per calmare gli spiriti; dove rimanendo sempre l’Orsini, andarono il La Loggia agli esteri, l’Amari a istruzione e lavori pubblici, l’Errante a culto e giustizia, l’Interdonato all’interno. Così Ire fatte di ministri in un mese.
Il Cavour fremeva; ma quanto bugiardo vile, sentì la necessità, e s’acconciò ad ammorbidire lo ingrato dittatore. Volsesi al Persano ammiraglio sardo, che stava co’ legni avanti Palermo, e all’altro mazziniano De Pretis amico di esso; cui persuase d’andare il 15 luglio a Palermo, coll’uffizio stesso ch’ebbe il La Farina, ma col mandato di conciliarlo all’avventuriero fortunato.
29. Giustizie garibaldesche.
Era nato bel caso. Il La Porta che a’ 5 aprile aveva accozzata una banda nella provincia di Palermo, er’ito sempre fuggendo da’ soldati, taglieggiando le famiglie ricche, dicendole realiste; era entrato in Ventimiglia sua patria, e si v’avea suoi masnadieri sbrigliato a sacchi e stupri, che vi ebbero a correre Garibaldini da Palermo. Ei fuggì, spargendo essersi imbarcato; ma il suo luogotenente Meli correa le terre, agguantando altresì fanciulli e donne, cui vituperavano ed uccidevano; finalmente preso il Meli, gli rifece il processo: provatogli aver rubato 350,000 ducati in poco tempo. Se non che in quella, fatto dal Garibaldi il masnadiero La Porta ministro di sicurezza (incredibile cosa!) ei trovò modo di liberare il Meli, con iscandalo degli stessi Garibaldini inquisitori; e d’avvantaggio sel chiamò vicino nel ministero, per tenersi il sacco l’un l’altro. Questi due per rapinar meglio secondarono l’ire dittatoriali, come ho detto, contro i religiosi; ma rubando troppo, il Garibaldi che avea bisogno esso di danari, andò in furia, e ordinò li arrestassero; ma fuggirono a tempo col bottino. Surrogò il La Porta nel ministero un Gaetano Sangiorgio per qualche dì, sinché non surse il terzo ministero. Un’altra giustizia si vide: demolito il vecchio forte Castellammare, opera di Saracini, detto nido di tiranni restaronvi poche mura a guardare il mare.
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