Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo Volume secondo (VIII)
LIBRO VIGESIMOPRIMO
SOMMARIO
§. 1. Re Francesco non trova un generale. — 2. Il ministero di polizia. — 3. Lettere tra Francesco e Napoleone. — 4. Come usci la costituzione. — 5. Male accolta. — 6. I Camorristi — 7. Loro prove immediate. — 8. E battuto il Brenier. — 9. Assalimenti ai Commissariati di polizia. — 10. Lo stato d’assedio. — 11. La nuova polizia. — 12. Destituzioni di fedeli, ed esaltamenti di traditori. — 13. É richiamata la costituzione del 48. — 14. La Guardia nazionale. — 15. La stampa, le prigioni, e le legnate. — 16. Altri tumulti.— 17. Reazione soldatesca. — 18. Mutamenti di ministri. — 19. Come si trattava la lega italiana. — 20. Cinismo del parlamento sardo. — 21. Consigli di D. Liborio. — 22. Abbattimenti d’uffiziali a furia. — 23. Distruzioni di municipi!. — 24. Primi conati di reazioni nelle province. — 25. Come si corruppe l’esercito. — 26. E l’armata.
1. Re Francesco non trova un generale.
Cotanti raggiri di fedifraghi nemici potevano precipitare a un urto: volevasi un uomo, che stringendo le redini governative usasse la gran maggioranza del popolo devoto alla monarchia, e spingesse a battaglia i soldati, bramosi di vendicare le non meritate onte. Né certo il regno d’uomini mancava; ma depressi o tenuti bassi i più capaci, stavan su ignoranti o trisii. Nelle cose di governo l’opinione è forza; e dove il merito è stato ascoso o compresso, non avendo potuto mostrar sua valenza né guadagnar voce, noi trovi all’insorgere del pericolo, né con utilità il puoi chiamare al timone. Re Francesco si guardava attorno, e in quella cerchia di gente sa- lita alle cime era poco da scegliere, chi inetto, cui tenuto discosto, chi discreditato, chi odiato, e quei pochi in cui sperava eran venduti. Sperava in tre o quattro. Avea posto il tutto nel Filangieri capacissimo, e questi avea scacciati gli Svizzeri, chiamato in alto uomini dubbii, poi chiariti felloni, proposto il Lanza, e mandatolo luogotenente, che fabbricò tanta ruina. Fatto quasi re, pigliava a gioco il trono, non volle sguainare sua spada, non padroneggiare gli eventi, non salvare il paese: accusanlo non l’amicizia col ministro inglese, non il sospetto d’essersi voluto vendicare del richiamamento suo da Sicilia, non la posteriore sua concordia co’ vincitori; lo accusa la sua stessa valentìa, ché chi potendo non adempie al suo dovere, e traditori protegge, quegli è traditore. Messo in suprema potestà, or faceva il disgustato, e traevasi in villa, or pregato né tornava; né dava più che consigli; e prima se li faceva con grosse grazie pagare; sapendo che nessuno li eseguirebbe. Da ultimo si piantò affatto a Pozzo-piano su quel di Sorrento. Ozii fatali, che aspra sentenza dalla giusta posterità e dalla storia severa gli meriteranno!
Il re fidava alquanto nel generale Ischitella stato ministro di guerra, o benché ciascuno sapesselo di poca mente, pure, perché spesso la boria par coraggio, reputavanlo buono a zuffa manesca; e in vero col Garibaldi non occorrea di più; ma ei si tenne indietro: dissero covasse pensieri Murattini, credo sentisse sua nullità. V’era Alessandro Nunziante, esoso a tutti; ma perché stato a capo di quei nostri bei battaglioni cacciatori, tenevanlo capace; e il suo casato, di notoria fede, crescevagli valore. Però Francesco s’era volto a lui, sin da quando era il Lanza in Palermo; uscitone costui? accettò l’impresa di riconquistarla, e né scrisse anche il disegno: ripigliar Palermo dalle mani de’ filibustieri, preparando segretissimamente un corpo di spedizione, e far due sbarchi contemporanei e notturni a Solanto e a Sferracavallo, e stringere la città a rendersi o a cadere. Però raccolte con alacrità parecchie truppe, si die’ voce fossero desinate per Calabria; anzi si mandò innanzi il maggiore Matteo Negri, con avanguardia che giunse ad Auletta; ma quando tutto era pronto, sopravvenne la costituzione, che ogni ostilità regia sospese; e il Nunziante voltò (p)arta, ovvero si smascherò. Sperava Francesco altresì in Salvatore Pianelli, comandante allora sulla frontiera d’Abruzzo. Costui figlio d’un commessario di guerra, studiò a spese regie nel collegio, comprò il grado di capitano, poi nel 48 il vedemmo nel comitato rivoluzionario di Cosenza, quindi implicato nel processo, trovò d’aver grazia; e il Filangieri che molto l’amava, procuratogli onore nel riconquisto di Sicilia, sì lo pose nelle grazie di re Ferdinando, eh ebbene croci cavalleresche, la ricca percettoria d’Acerra, l’uffizialità negli ordini di S. Giorgio e S. Ferdinando, il grado di maresciallo, e, sposando la figlia del conte Ludolf, la dote dalla regina e il titolo di conte. E per tanti benefizi il volgo, che da’ premii misura il merito, tenevalo valente. Ma creato del Filangieri né avea l’imbeccata.
Francesco adunque fidava in questi due Nunziante e Pianelli; stimando s’alzassero all’altezza del pericolo. Intanto i soldati fremevano, i colonnelli posavano guardandosi attorno, il resto de’ generali, qual vecchio, qual messo da canto, pigrivano, il popolo era al buio degli eventi, e la rivoluzione mondiale s’avanzava sicura.
2. Il ministero di polizia.
Era da quasi un anno direttore di polizia Luigi Aiossa, stato intendente a Salerno a tempo dello sbarco del Pesacane, uomo fido e volonteroso, ma di mediocre ingegno. Venuto dopo il Bianchini e il Casella, che avean lasciato infiacchiare la polizia, in tempo di tante inique trame straniere, tra’ molti scogli e marosi, non so se, anche capacissimo, avria potuto vincere la burrasca. I faziosi ch’avevano leccato il Bianchini, e sorriso al Casella, lui aperto odiavano e beffavano, e belva dicevanlo, grosso di mente come di corpo. Il re volendo schiettamente conciliare i partiti, tolselo da quel posto a’ 15 giugno; e fattovi star provvisoriamente altri per pochi di, da ultimo a’ 10 giugno fe’ ministro di polizia il generale duca di S. Vito.
Le liste degli attendibili abolite con decreto a tempo del Casella, e non abolite per lettera di lui, restavano ancora come a’ tempi del Peccheneda che l’avea fatte; ma, come dissi, state sempre spauracchio, non forza. Il S. Vito ordinò subito si ardessero; e queiratto in quel progredire della rivoluzione parve non giustizia, ma debolezza. L’Aiossa lasciò anche i Lavori pubblici, e v’andò il Rosica ch’era pure all’interno; che fu altra concessione alla rivoluzione giunta alle porte.
La polizia non avea più forza morale. Eserciti in ritirata, silenzio tristo, nuove sinistre, immobilità, non difese, non provvedimenti, nimistà manifesta di due potenti Stati, occhi brilli di faziosi, subdoli ipocriti lamentìi di traditori e codardi; eran cose da sospingere ciascuno a guardarsi attorno per sicurare sua persona. In quei solenni giorni quando si voleva azione, fu immobilità; il reame parve esterrefatto augello al fascino del serpe, che s’avanza; l’edifizio sociale parca fendersi e tentennare; niuno a puntellarlo, tutti a uscirne di sotto; crollò, e schiacciò tutti.
3. Lettere tra Francesco e Napoleone.
Il giovine monarca abbandonato da quelli cui da bambino era uso ad aver fede, tra molti traditori e pusillanimi, spinto a ruina da parenti ambiziosi, premuto da esteri prepossenti sovrani, nuovo al trono e al mondo, non potea bastare alle soverchianti traversie. Quell’era congiura contro la dinastia, fatta da’ più forti dell’età; a’ quali non maravigliò già la prestabilita sua caduta, ma la non prevista sua lunga resistenza. Francesco fu e sarà accusalo di non essere sceso in campo più presto; egli stesso più volte volea correre a Palermo, o a Messina; e forse messosi allora alla testa de’ soldati, sforzava la fortuna; ma posergli dubbiezze in mente sulla fedeltà di quelli, e ’l recente esempio di Toscana le confermava. E poi chi lasciare a Napoli?
Ma il più fiero colpo vennegli di Francia. Non ostante tanti tranelli ed insidie, v’era ancora nella monarchia tal forza, che almeno sul continente non potea cadere. Qui non bastava sconnettere con mali comandi le soldatesche. Guardie urbane, popolazioni, municipii, tutti devoti e interessati alla monarchia, avrian fatto guerra all’invasore; e forse in quei rimescolamenti poteva scorgere un uomo a capo del sentimento nazionale. Perché il re cadesse, era necessario il re stesso infrangesse il suo scettro, disciogliesse quelli ordini, disarmasse le guardie urbane, sperperasse i municipii, e per contrario armasse di forza materiale e morale i nemici suoi; p questo in quel momento non potea farlo che la costituzione; però tutte arti volgersi a persuadergli cotai suicidio. Napoleone mostrava scontento pe’ non seguiti suoi precedenti consigli, ora si valea delle garibaldesche imprese per dargliene al re colpa; e sempre più concessioni liberali inculcava. Il perché Francesco, sospinto dal Brenier e dallo zio conte di Aquila, avea tenuti consigli molti sullo scorcio di maggio e ’l cominciar di giugno: furono i pareri tanti quanti i consiglieri: chi concedere tutto, chi nulla mutare, chi cose mezzane, chi si governasse bene, chi si migliorasse l’amministrazione e l’uffizialità. Solo il vecchio generale Carrascosa disse netto: Credo la costituzione sia la via più breve per detronizzare la dinastia; e più volte propose doversi allora pensare a combattere e vincere; pigliasse il Filangieri il comando, egli vecchio il seguirebbe a Palermo. Predica a’ sordi: nulla fu concluso; e che concludere quando si volea barcheggiare per non menare alla pugna i soldati?
Alcuni avvisarono si mandasse a Napoleone a dimandare, se concedendosi riforme guarantisse la monarchia, e come ciò sin dal 13 maggio s’era pur dal Filangieri proposto, il re vi si calò; e scrisse a’ i giugno una lettera di sua mano al Bonaparte. Ringraziavate delle sue sollecitudini per la quiete del regno e d’Italia, diceva contare sul possente concorso di lui, per metter fine a’ mali che l’estera invasione recava alla Sicilia, egli esser pronto a fare quanto fosse di sua coscienza e della dignità del trono, per risparmiare a’ sudditi l’anarchia. Fu scelto a recarla il De Martitino, chiamato da Roma ov’era ministro, mostratosi propenso a’ franceschi consigli; il quale tenne una sessione co’ ministri di Francia e Russia, poi parti; e unito all’Antonini legato nostro a Parigi, diella il mattino del 12 giugno all’imperatore a Fontainebleau, ed ebbe con esso e col suo ministro Thouvenel una conferenza di due ore, ed altre dappoi, dove il Thouvenel si mostrò aspro più del dovere, sempre stuzzicando il suo padrone, quando parea che cedesse alle istanze. Prima proposero dividere il reame con due re della stessa dinastia, a Palermo ed a Napoli, poi concessero serbare la integrità. Il De Martino offerse una costituzione come quella di Francia; Napoleone non volle, dicendo egli dover essere d’accordo coi suoi alleati, pei quali quello statuto avea due difetti: mostreria esclusiva pressione o simpatia francese, e saria un porre in disamina o veder riprovate le istituzioni sue: egli non consigliare costituzione pel valor suo, ma per le esigenze europee, però dover le apparenze sembrare più che si potessero larghe. Al re rispose di suo pugno graziosamente così: «Tocco della fidanza che V. M. ha in me, vi corrispondo con piena franchezza. Parmi gl’Italiani avere due istinti, uno a unità nazionale, altro ad autonomie. Ne’ ducati prevalse il primo, perché il sentimento nazionale voleva appagamento però dove voi provereste di non esser solo re di Napoli, ma pur memoro potente della gran famiglia italiana, afforzereste vostra potestà e l’autonomia dello Stato. Se v’intendeste col Piemonte, scongiurereste il pericolo. Ben vorrei darvi io soccorso, ma quando anche mi fosse permesso, non sogliono i soccorsi stranieri afforzare gli Stati: il vostro meglio saria riconciliarvi con la Sicilia, senz’altro sangue.» Questa lettera finiva con cerimonie molte: non guarentiva nulla, consigliava molto, e a rovescio, e facea travedere il tuono. L’Antonini e il De Martino conferirono con gli altri ministri esteri: tiepido quel di Russia, tepidissimo quel di Prussia, l’Austriaco alzò le spalle; lo Spagnuolo parlò chiaro, che cioè Francia e Inghilterra impedirebbero ogni aiuto al regno, previde sarebbe annesso come Parma. Il De Martino tornò il 20, con novelle tutte male, e l’Antonini da Parigi scrisse non si sperasse nulla di buono, unica speranza ne’ soldati e nelle popolazioni: non si temesse il Piemonte, che non poteva far guerra, e meglio, facendola, averlo nemico aperto.
4. Come usci la costituzione.
Lo ambasciatore Brenier a voce rintoccava su’ consigli. Questi costavano di tre parti: costituzione e principe reale in Sicilia, altra costituzione a Napoli, alleanza offensiva e difensiva col Piemonte. Sendo allora i più de’ regii consiglieri guadagnati o persuasi; e stando il re malato, tennesi il 21 luglio a Portici consiglio di ministri, con intervento di tre principi reali, in tutto tredici, per deliberare se sì o no accedere alla proposta francese. Luigi conte di Trani fratello del re, prevedendo il già designato deliberamento, non volle udire la discussione. Avvisarono pel no i ministri Troya. Carrascosa e Scorza, pel sì il Cassero, il Comitini, il Winspeare, il S. Vito, il Carafa, i direttori Rosica e De Liguoro, e i zii del re conte di Trapani e d’Aquila. Questi aggiunse doversi far subito e d’avvantaggio, chiamato dentro il conte di Trani, il volea con bei mondi sforzare ad approvare; ma ei benché giovanetto ricusò severo, e dicendo non firmerebbe l’abdicazione della dinastia, incontanente firmò No. Il Cassero la stessa sera si disdisse, e pregò il re sostenesse il niego. Dopo di questo lo stesso dì 21 si segnalò a Parigi, chiedendosi se dove si cedesse a consiglio s’avesse guarentia al regno: fu risposto che né Francia né Inghilterra garentirebbero nulla, solo userebbero buoni uffizii. Il Brenier a sera andò al Carafa. per sapere il risoluto; gli fu risposto l’assenza del re non aver fatto risolvere niente di certo.
In quell’ore molta ressa face vasi al re in opposte sentenze: Una parte ricordavagli: «Sempre fatale il concedere alle sètte; più fatatele per fievolezza. Vincitore, concedere è generoso, perditore è viltà. È momento di conflitto, di stringere lo scettro, di vincere o cadere nobilmente; concedere ora, è esser vinto senza pugna, cadere senza spinta. La rivoluzione è sociale più che dinastica, dinastica più che progressiva, progressiva più che riformatrice; essa volere Italia una e repubblicana; velo è Vittorio, pretesto le riforme; però la costituzione non contentare nessuno. I settarii se ne valeranno per iscalzare impunemente il trono; con essa prenderanno il governo, per gittarlo nel lezzo; ed essa anzi che tavola di salvezza a’ Borboni, sarà pietra da trarli in fondo. Non valere napoleoniche parole, quando stipulati patti di Zurigo non son valuti. Il Piemonte e la rivoluzione vogliono Italia tutta, altro che costituzione, questa bensì daragli inerme il reame. Il reame non voler novità, volerle gli stranieri, e questi voler la ruina nostra: consigliano il male, né guarentiscono il bene. Cavar la spada, stringere la potestà, fare appello al vero popolo. armarlo contro lo straniero e la setta, ciò sarà facile salute; la costituzione è ruina certa, è abdicazione.»
Dall’altra banda s’opponeva: «contro Francia, Inghilterra e Sardegna unite, che poter fare Napoli abbandonato da tutta Europa? Antico il desio costituzionale; costituzione vuol Calabria, dove saran della guerra i primi fatti; costituzionale è Europa, né può Napoli sola, tutta commerciò e vita, vivere vita separata dal resto delle nazioni. La setta si vale ‘ degli spiriti costituzionali avversati per combattere il trono; appagati, la setta resta fievole e sola. Francia allora potrà pigliare la difesa del re e del regno, allora potrà attuare i patti di Zurigo con l’italica confederazione. Questa taglia i nervi al Garibaldi, questa lo scaccia di Sicilia, questa stringendo in un nodo di pace le due corone d’Italia, costituisce la nazionalità italiana, e preparata a nuovi e grandi destini. Noi non consigliamo costituzione per ambizione: perché, ministri di re assoluto, scendiamo col nuovo statuto da’ seggi; la consigliamo pel bene della dinastia e del paese. Essa non menoma lo scettro, rafforza anzi, se a forti braccia e ad uomini cari alla nazione si fideranno le redini del governo; essa stringerà in eterno i nodi tra sudditi e sovrano; e con uomini nuovi farà dimenticare gli errori e le ire degli uomini precedenti.»
Questi argomenti speciosi non veri (come han poi mostro i fatti) non persuadevano il re; che però malato in letto se ne stava, non ricevendo persona. Ma la sera del 24 entrò, quasi sforzando il passo, lo zio conte d’Aquila, a nunziargli, lo ambasciatore di Francia Brenier dovergli parlare, per necessità di pubblica salute; e l’obbligò a vederlo, presente la giovine regina. Il Francese in lunga discussione mostrava necessario il proclamar subito le forme rappresentative, per calmar gli spiriti e ridare la pace al regno. Contrastava Francese, dichiarava fallace il supposto, difficile l’impresa, certi i tumulti immediati; e alquanto mostrato d’intravedere l’insidia ricusò. Allora il Brenier (sorpassando il mandato scritto del suo governo) favellò alto e torbido, minacciante fosco avvenire e compressioni; si fattamente che il re sopraffatto da tema di chiamar sul regno più neri danni, gli rispose: «Cotal modo di richiedere d’un ministro di Francia mi costringe a cedere; ma la responsabilità delle conseguenze della concessione cui mi sforzate, peserà su voi.» Questo Brenier fu il demone incenditore del reame.
La dimane, memorando 25 giugno 1860, si firmò in Portici l’atto sovrano promettente ordini rappresentativi, conformi a’ principii italiani; amnistia piena per reati di maestà; Antonio Spinelli fare un ministero da compilare lo statuto; accordo col Piemonte, per gl’interessi comuni alle due corone in Italia; la bandiera co’ tre colori, e l’arme dei Borboni; e alla Sicilia una costituzione a lei conveniente, e principe reale a viceré.
Dappoi che i fatti smascherarono l’insidia, e Francesco esule in Roma era a’ 10 dicembre 1861 consigliato dal Lavai ette, altro ministro francese, a esulare più lontano, egli enumerati i mo ti consigli di Francia riusciti a male, massime quello del Brenier, si ricusava di partirsi da Roma; perocché il La vallette si difese accusando il Brenier d’aver sorpassate le istruzioni imperiali. Ma non sappiamo né fosse punito. Questa gente coll’affermare e il negare, col parlar doppio e il mentire si crede insigne.
5. Male accolta.
L’atto sovrano ebbe mala accoglienza. I buoni a leggere l’improvvisala concessione non richiesta, dolenti e stupiti presentivano l’avvenire. I settarii gongolanti, sentendo l’ora dell’impunità alla rivoltura, dovendo procedere innanzi assai, s’atteggiarono a cupo silenzio, e né sparsero il motto; sicché dove aspettavi i consueti ipocriti plausi, fu una calma provocatrice. Nel 48 i fallaci battimani, nel 60 lo sfidatore disprezzo: allora erari deboli, ora si sentivan forti. Ninno compra l’atto sovrano, pochi leggevanlo su le mura, ciascuno andava per sue faccende, quasi nulla fosse; nel pomeriggio si serrarono le botteghe, famiglie intiere fuggivano alle ville; i mercatanti loro merci ascondevano, o su mare in navi fugavanle; i più scrivevano sulle porte: domicilio francese o inglese. Si temeva o si fingeva temere sommosse di plebe e sacco. Poche righe di promessa costituzione turbavano in un’ora la pace goduta tant’anni, il primo atto accennante a libertà e italianità sturbava la sicurezza di tanti Italiani, che speravano scampo dicentisi stranieri. Peggio ma con più vero dolore s’udì l’atto sovrano nelle province, ché, men guaste di sètte, vedevano la mina. Nelle campagne costituzione suona anarchia; fatti due sperimenti, niuno sulla natura del terzo s’illudeva. Spontaneamente in più luoghi reagirono, e bisognò il governo li comprimesse a forza.
Nondimeno gli onesti confortavansi col nome dello Spinelli chiamato a fare il ministero. Uomo tenuto talentoso, gentiluomo di camera del re, cognato del duca d’Ascoli gran sonagliere di Corte, aveva avute onoranze e cariche splendide, sino a ministro un po’ sulla vigilia del 48; ben nato, ricco, in fama di moderato e onesto; ciascuno sperava si facesse moderatore di ree passioni, salvatore della monarchia e del paese. Egli fu il capo e il fabbro di quel ministero che il re e la patria tradì. Questo surse il 27, e benché mescolasse uomini che parean di diversi pensieri, pur non ispaventò. Esso Spinelli presidente, il commendatore Giacomo De Martino (reduce allora da Parigi) agli esteri, Gregorio Morelli a grazia e giustizia, il principe di Torella al culto e all’istruzione, Giovanni Manna alle finanze, Federico Del Re a interno e polizia, il generale Ritucci alla guerra, il marchese Augusto La Greca a’ lavori pubblici, e il viceammiraglio Francesco Garofalo alla marina: uomini tutti, fuorché il Manna, stati in alti uffizii negli anni precedenti, però stimati devoti all’ordine e al trono. Ciò appunto fu il più duro inganno.
Lo stesso dì 27 Francesco senza pompa veniva da Portici a Napoli, percorrendo parte della città. Non ebbe plauso. E chi plaudirlo? i faziosi che il volean cacciare dal trono? i buoni fuggiti o fuggenti? o il volgo che il compiangeva e commiserava? il mattino passò in paurosa quiete.
6. I Camorristi.
Sul vespro s’alzò la bandiera de’ tre colori ai castelli; e al veder quel vessillo che sempre tra noi fu principio di sangue, ogni onesto ebbe un batticuore. Incontanente va in istrada bieca turba, sozza, proterva; un vociferare sinistro, minaccioso, foriero di subiti guai; ecco la più vile gente dei mondo, alleata del Garibaldi e di Vittorio, cominciare la serie lunga d’assassinii impuniti, di rapine premiate, d’immoralità e irreligione laudate e pagate; principia il regno de’ Camorristi.
La sommossa di Masaniello dissesi de’ Lazzari, perché fecerla gente semi-nuda, come Lazzari uscenti di sepolcro; la rivoltura del 60 si dirà de’ Camorristi, perché da questi goduta. Nel reame eran da antico Camorristi, sì detti da camorra, in ispagnuolo querela, o forse dal gioco della morra, dove usano soprusi. Tai bravacci s’allargarono nelle carceri e nelle caserme soldatesche, riscotenti premi da paura altrui, poi nelle strade, in bettole, bische, postribuli, mercati, dovunque possono speculare sul coltello. Cavano moneta da’ carcerati, dai giocatori, da’ mercanti, da’ contratti d’ogni sorta. Vestono giacca di velluto, calzoni stretti a’ ginocchi e larghi a piè, canna d’india in mano, anelli molti alle dita, capelli lisciati, coltelli in tasca. Per similitudine diciam Camorristi i giocatori ladri, gli storcileggi, i sicarii, i vagabondi, e qualunque non fatica e vive di brogli. Camorrista è un composto di ladro, galeotto, pugnalatore, usuraio, contrabbandiero e proletario.
Sono setta antica; credesi venuta con gli spagnuoli; hanno statuti con certi articoli in apparenza onesti: per essere ammesso devi essere onorato, non stato mai ladro, né gendarme, né poliziotto, né congiunto a meretrici; ammesso, devi poi ubbidire cieco a’ superiori, e perpetrare furti, assassinii, e peggio. Prima nel noviziato imparano scherma di coltelli e un linguaggio furbesco; passano avanti per esami, che son duelli a pugnali, e vanno al grado di Sgarra; poi a Contaruiamolo, forse perché conta l’arme ch’ha in deposito, il cui numero dicono pianta. Per essere capo-società debbono accoltellarsi contro dodici, e ferirne almeno tre; né mai rifiutare sfide. A rubare si dividono le parti: chi fa chiavi false, chi il borsaiuolo, chi il rapinatore, chi il manutengolo; e chi non sa meglio là il palo cioè la spia, per ispiar da rubare, e avvisare d’ogni pericolo gli operatori. L’insubordinazione puniscono con isfregi al volto; appellano infame chiunque in giudizio fa testimonianze contro di loro, e si vendicano. Sono aiutati da loro donne in tutto, massime nelle esazioni; sicché anche nelle carceri han la parte de’ guadagni, e ’l sostentamento. Il popolo minuto sopporta cotesta tirannia abbietta, e paga senza fiatare; anzi ne’ giudizii non trovi chi si quereli, né chi testimoni contro loro. Oltracciò i Camorristi paghi del tributo, proteggono talvolta il fievole contro il forte, e fanno i pacieri.
Eran molti, e qua e di là del faro; e come era loro istituzione il non impacciarsi di politica, eglino nel 48 s’erano valuti de’ torbidi, ma poco solo sul finire vi s’eran mescolati. Il governo e prima e dopo tentò d’estirpare questo flagello della società civile; li reprimeva, puniva, tenevali in carceri e al confine, e sin sopra isole li relegava; ma trovavano protezione in altri Camorristi vestiti alla borghese, che di più grossi mercedi facevan mercato, e in chi preparavano la camorra in grande, per divorare con la rivoluzione le ricchezze dello Stato. Costoro col pretesto di liberare la patria, valendosi delle persecuzioni della polizia contro quelli, di leggieri li tirarono a sé; e già da più anni assoldati, vivendo con tai paghe facevano il mestiero con più agio e men rumore. Venuto a questi ultimi anni l’Aiossa a direttore di polizia, visto non valere legalità, trovati documenti della setta, ne agguantò più centinaia e li spartì per l’isole. I faziosi ch’avevano eglino stessi saputo indurre il direttore a quel passo, subito gridarono all’illegalità; i giornali torinesi vomitavano insulti; e da questo i congiuratori trassero opportunità da stringersi meglio con la camorra.
7. Loro prove immediate.
Uscita la costituzione, il ministero la prima cosa pose Camorristi in uffizio. Lo stesso dì 27 giugno fece prefetto di polizia D. Liborio Romano, storcileggi o paglietta, nato il 1791 in Patù nel Leccese, massone, carbonaro e mazziniano. Costui carcerato nel 1850, andato esule a Parigi, supplicò per grazia, e avutala scriveva il 22 aprile 54 al re, protestando devozione e attaccamento alla sacra persona reale, che avea coscienza di non averlo mai offeso, ma ove inconsapevolmente l’avesse, prometteva per lo avvenire irreprensibile condotta. Ferdinando lo accolse in regno; ed egli fe’ obblianza firmata di rispettare le leggi; ma ricospirò più avveduto. Però ora tra’ capi brogliatori, tenuto patrono e cima di Camorrisii, era da’ cieli destinato a infame celebrità. Chiamò quei suoi clientuli; e fattili certi che la potestà tacerebbe, lor disse: Fate. Niuno domandi se alzassero la testa, sendo sicurati dal prefetto, e come coraggiosi si lanciassero a vendicarsi di quei poliziotti ch’avean lor dato la caccia. Corso il motto, si radunarono in piazza, anche con loro donne e bagasce. Capitanava le femmine una Marianna de Crescenzo, tavernaia, detta la Sangiovannara, addobbata alla brigantesca; la quale, tutta di D. Liborio, da molto co’ denari della setta aveva abbeverato di vino e carboneria quella ladronaia: ella con altre andava avanti come a trionfo, quasi ebbre, piene di fasce e colori e bandiere e pistole e coltelli. Capitanavano gli uomini un Nicola Iossa, un Capuano, un De Crescenzo, un Mele e altri siffatti. Seguitavanli bruzzaglia, monelli, proletarii, prostitute e vagabondi, il più della Pignasecca e di Montecalvario. Sul cader del dì corsero le vie con grida faziose; pochi viva la costituzione, molti Viva Garibaldi, Italia, Vittorio gridavano; e minacciavano, percotevano le genti di polizia che vedessero. Pugnalarono un Peppe Aversano stato de’ loro, che aveva all’Aiossa svelati loro segreti. Fu qualche ispettore di polizia con pattuglia che mal sopportando gl’insulti cavò la spada. Per questo un giovine ispettore Cioffi fu malconcio, e salvò la vita a stento; per questo il più giovine ispettore Perrelli, a Toledo presso S. Nicola la Carità, difendendosi, e lasciato solo dagl’immobili gendarmi, pagò con la vita l’esercizio del suo dovere. Messo sanguinoso in una carrozzella, potea guarire; ma per ultimo colpo di Ferdinando Mele capo della masnada, boccheggiando, prima d’arrivare all’ospedale, spirò. E ve’ giustizia di Dio! Esaltata la canaglia, surto quel Mele commissario di polizia garibaldesca, venne anch’esso, nello stesso mese di giugno dell’anno dopo assassinato da un Demata camorrista, di quella stessa sua brigata ch’avea ucciso il Perrelli; e messo boccheggiante in consimile carrozza, prima ancora di giungere all’ospedale, similmente per via lasciò l’anima trista.
8. É battuto il Brenier.
La città in balia di costoro trepidava. Eglino incontrando soldati gridavano; Viva la truppa! e passavano. Era già buio, quando il francese ministro Brenier usciva dal palagio il Nunzio apostolico in carrozza; il cocchiere sferzava i cavalli, come era uso nella quieta Napoli, ma quel popolo libero bastonò lui; e come il Brenier levandosi e dicendo suo nome si aspettava plausi, ebbe due colpi di mazza sul capo; sicché sanguinando se né andò. Ciò fecero, sperando impacciare il re con Francia. Francesco mandò tosto a visitare il ferito due suoi aiutanti generali, e lo zio conte di Aquila, che sino a notte tarda gli fe’ compagnia. I liberali strombazzarono il feritore dover essere assolutista, non potendo il popolo rigenerato mazzicare il rigeneratore; e per farlo credere imputarono un Giovanni Manetta, costruttore di bagni a mare, noto per devozione a’ Borboni; ma il Manetta con altri, stato carcerato parecchi mesi, pitoccò lunga pezza il giudizio al sopravvenuto governo sardo, che benché voglioso di trovarlo reo, da ultimo innocente l’ebbe a liberare. Nulladimeno fu scritto un indirizzo al Brenier, firmato da tre personaggi anziani per ogni quartiere della città, dicentisi incaricati dal popolo (e dov’era il mandato?) a manifestargli il dolore dei Napolitani, per la ferita toccata al rappresentante di Francia; e la certezza fosse colpo di assolutisti e retrogradi. D. Liborio tai cose stampò a’ 2 luglio sul Giornale Uffiziale. Non so perché non arse la carrozza dov’era seguito il fatto, a imitazione di Parma ch’avea atterrata la colonna insanguinata dall’ucciso Anviti. Il Brenier rispose a’ 4 luglio: esser convinto del rispetto de’ Napolitani al rappresentante d’un sovrano ch’avea compiti mirabili fatti pel bene d’Italia. E di tanto bene avea le prove sul capo.
9. Assalimenti a’ Commissariati di polizia.
Le dimane, 28, peggio assai, li comitato Ordine comandò s’abbattessero i Commessariati di polizia; e die’ anzi prescritte le ore da durare il disordine. Camorristi e baldracche con coltelli, stocchi, pistole e fucili correan le vie gridando Italia, Vittorio e Garibaldi; e come le pattuglie de’ soldati avean ordine di non usar l’arme, si sopportavano l’insulto dell’udirsi celebrare il nemico in viso; onde quelli, sapendo esser padroni delle strade, impunemente birboneggiavano. Seguitavanli monelli e paltonieri, per buscar qualcosa, gridando Mora la polizia! Assalgono i Commessariati; le guardie senza capi, non difese da’ Gendarmi, poche e scorate, non osan difendersi; però battute, manomesse cercano scampo, in mentre i vincitori gittano per le finestre e carte e suppellettili, e sin le porte van fendendo e sgangherando. Poi giù raccolto il tutto, né fanno falò, con balli e canti. Di là difilati ad altri quartieri, vi fan lo stesso, e in tutti i commessariati, l’un dopo l’altro. Alla Stella soltanto trovata resistenza, nulla osarono; se non sul tardi, quando i difensori, accortisi che il governo il volea, se n’erano iti; però fu l’ultimo commessariato disfatto. Così un solo nodo di manigoldi in sì ampia città ebbe agio di perpetrare tanto atto di ribellione, senza pericolo. Dappoi gli stessi Camorristi con piatti nelle mani andavano attorno dimandando mercede per la buon opera fatta: e chi volete negasse? E i membri del comitato Ordine, poi che si smascherarono, menarono gran vanto del fatto: lodavanlo sapienza politica, colpo di stato.
10. Lo stato d’assedio.
Questo stesso dì il popolo di S. Lucia, udendo quelle vergogne, s’assembrò ed armò, e uscì per via di Palazzo gridando Viva il re! ma la Guardia reale a impedir sangue vietò il passo. Gran prudenza che sempre ligava le braccia agli amici e scioglievale a’ nemici! Il posto di S. Maria degli Angeli insultato da certi scarcerati che venivano dalla prigione di S. Maria Apparente, fe’ fuoco e né ferì qualcuno. I Gesuiti impaurendo sciolsero il convitto; dettero le chiavi della Chiesa del Gesù al parroco della Rotonda; e si dispersero. La vedova regina, visto da quel principio la mina, per mare co’ suoi fanciulli si ritrasse a Gaeta.
Il ministro Federigo Del Re, uomo di pensieri legali, fe’ tosto togliere dal comando della Piazza il generale Polizzi che avea permesse quelle ruine, e proclamare lo stato d’assedio dal nuovo comandante il duca di S. Vito; il quale proibì ogni assembramento maggiore di dieci persone, e l’asportazione di arme e di grossi bastoni, pena la vita; e anzi volea procedere al disarmamento secondo l’ordinanze; ma forte s’oppose D. Liborio, che non volea levar l’arme alla setta, e vinse il partito; sicché lo stato d’assedio seguì di forma. Corse anche l’ordine al municipio di presto fare una guardia cittadina. Il mal esempio valse in qualche paese de’ dintorni. In Acerra pochi faziosi baldi per la spalla d’uno Spinelli fratello del capo ministro, disarmarono il Corpo di Guardia Urbana; ma eran sì pochi, ch’io scrittore per ordine v’andai solo una notte, vi riposi la quiete, e vi feci una Guardia provvisoria d’uomini tranquilli.
11. La nuova polizia.
Il ministero lavorando a diroccar l’edifizio, scelse quei momenti di disordine, per dare a’ 30 giugno un decreto abrogante l’altro del 27 dicembre 58, ch’avea stabiliti consigli di guerra per giudicar rei di Stato colti sul fatto; onde tornò la giurisdizione a’ magistrati, secondo il codice. Quel decreto del 58 non mai ben eseguito, e meno ora in tanto bisogno, disfacevanlo, perché ciascuno pigliasse animo a percuotere lo Stato. Meglio anche provvidero a tale intento, costituendo la polizia rivoluzionaria, cui dissero nuova. Prima fu fatta, poi i decreti. Quello del 7 luglio revocò le attribuzioni poliziesche, limitandole alla prevenzione de’ reati e alla sicurezza; però fuorché in flagranti non potea carcerare, né entrare in case private, senza mandato di magistrato. Saria stato un bene; ma il decreto uscì per sicurare i congiuratori: contro i buoni, a malgrado il decreto, si carcerava, s’esiliava, s’abbattevan porte, con istizza settaria. Quel decreto ordinava anche nuova polizia, con più grasse paghe e nuove assise: ciò per dar premio a’ Camorristi, arnesi d’ergastoli e lupanari, braccio della setta. D. Liborio loro capo feceli tutti guardie di polizia invece de’ vecchi, quasi mercede di vittoria: la società dové pagare i percussori dell’ordine sociale;! cittadini fur dati in custodia a chi tutta la vita avean guerreggiato alla roba altrui. D. Liborio a chi nel riprendeva rispondeva trionfando, averli rimunerati per toglierli alla reazione, cui si sarebbero uniti; necessità valersi di quelli, non potendo fidar ne’ Gendarmi e ne’ soldati, tutti del re; un governo riparatore aver obbligo di riabilitare quei poveri parias; l’uomo di Stato dover negli stessi clementi di disordine cercar l’ordine. Egli invero voleva al disordine con gli elementi del disordine provvedere; ma che n’avesse necessità per far la rivoluzione è certo: la camorra era il suo popolo. Vedemmo in conseguenza Commessari un Gozzolongo cameriere di locanda, il garzone d’un parrucchiere a Ghiaia, un parrucchiere dei teatro Nuovo, e quel Mele ucciditore del Perrelli, stato soprastante a’ scopatori di strade; un Gallicchio taverniere fatto ispettore, e altri peggiori, noti per vergogna, meritevoli per essere spioni della setta. Così i ministri del re iniziarono la cacciata di lui, col fargli dalla sua mano creare i suoi percussori, e costituire la polizia garibaldesca. Talvolta vedevi da lui estolli uomini stati spie del passato governo: un Raffaele Carisio, benché da Giudice di Sora destituito nel 49, facesse poi la spia pagata, fu fatto uffiziale di ripartimento. Così vedesti prefetto di polizia un Bardari, anche destituito da giudice di Monteleone, che faceva poi la spia a’ consettarii per prezzo; e n’avea avuto anche il figlio impiegato in polizia. Costui, surto dopo pochi dì ministro D. Liborio, fu prefetto; tale che lo stesso Garibaldi non poteva bramare di più. Subito con editto avvertì i liberali, la Polizia essere loro protettrice, non nemica ne’ loro fini; e di tai magnanimi sensi ebbe lodi infinite.
Riabilitati i parias, cadeva sul lastrico a morir di fame chi fido al dovere avea tant’anni lavorato. Degli antichi restarono quei pochi che innanzi, tradendo l’uffizio e ’l giuramento, avean servito la setta; così antichi e nuovi del pari degni. Allora insulti a virtù, a fama, a roba, a potestà; liste di persecuzioni, estorsioni e vendette durate più anni. Quella polizia con febbrile ansia, paventando la reazione, e comprimendola col nome regio, spingeva la rivoluzione a sublimare il Garibaldi: la quale prima che arrivasse costui aveva trono e scettro.
12. Destituzioni di fedeli, ed esaltamenti di traditori.
Iniquità uguale sull’altre cose di governo. Uffiziali servito tant’anni onoratamente, tutelato l’ordine e la pace, or non eran degni di servire lo stesso re, perché costituzionale. E;li è che usati alla legge, non poteano valere dove legalità si proclamava a ludibrio, dove si volea l’arbitrio e il disordine preconcetto, e spazzar la strada allo straniero. Voleansi uomini del dritto nuovo, adepti di società segrete, ubbidienti al motto, e a senza coscienza eseguire. S’aveva a corrompere la popolazione tenace alla lealtà e alla Fede, vietare che insorgesse contro l’estrano assalimento, sbrigliarla se rea, contenerla se buona. Né dovendo dell’antico restar nulla, si facevano dal re destituire i migliori, e alzare i suoi nemici. Francesco da prima riluttò, poi cedé. Primi destituiti andarono gl’intendenti, vedesti intendenti nuovi, ignoti al paese, noti a’ congiuratori. Come gli uffizii settarii ne’ conciliaboli eran divisi, così con facile trapasso, la setta abbrancato il potere poneva a uffiziali pubblici gli uffiziali suoi: essa né mandava le note a’ ministri, questi né facevano i decreti, il re firmava. Lo Spinelli, impadronitosi del monarca, fe’ dal re stesso armare e insediare i felloni: a’ quai tutti il sopravvenuto Garibaldi die’ ringraziamenti e guiderdoni. Usavano quest’arte. Pria sozzi giornali s’avventavano a nomi onorati; poi i ministri parevano accontentare l’opinione, e sì uno pria infamato, poi destituito, poi carcerato, pagava l’aver voluto esser libero di setta. Per l’opposto esaltazioni incredibili di gente senza cuore, senza mente, senza morale ad alti uffizii in un botto. Uno scrittorello di giornali fu coadiutore di ministro, uno speziale fu intendente a Campobasso. Guai a’ fedeli: non valeva esser povero, carco di famiglia, onorato e capace, non illibatezza di costumi, non sapienza, non fama, veramente la virtù fu colpa. Molti poi si vantavano di servigi resi alla fazione, e anche inventavanli per farsi belli del tradimento, incarnatiti, pettoruti parlavan alto d’italianità; e vedevi sbalzamenti strani di bassi in alti seggi, di magistratura in amministrazione, d’amministrazione in finanze, di finanze a governo; e crescer barbe, e incappellarsi con penne, e gridar redenzione chi più chini s’eran visti baciatoci di mani fuor delle sale regie. Veramente viltà e reità furono pregio.
Sendo colpa imperdonabile l’essere stato fido, e merto preclaro l’aver tradito, sin da’ primi di avean cominciato il mutare; ma da prima per moderazione promosso qualche onesto in voce di liberale, tosto con generoso emendamento destituirono questi stessi promossi da loro; poi percossero in grosso e spietati, sino all’ultimo dì del regnar di Francesco; creati così con la mano di lui gli uffiziali al Garibaldi, e risparmiato a costui tanta odiosità del destituire. Migliaia di famiglie perdettero il nane tant’anni sudato, né allora aveano altre arti da campare; percuotevate la calunnia, non trovavano lavoro, ché minacce e paure comprimevano i cuori. Schernito era l’onore della povertà in uffiziali, caduti appunto per onestà. Li alimentò tra stenti e disagi l’ascosa carità dell’anime belle.
13. E’ richiamata la costituzione del 48.
Il ministero compì sua insidia a 1° luglio. Con l’atto sovrano del 25 giugno era dato allo Spinelli il carico di compilare lo statuto nuovo; ma questi co’ colleghi, consultato D. Liborio, ordine parlante del comitato, volse al monarca un indirizzo dicente: «non abbisognar nuovo statuto, dove quello del 1848 non mai abrogato stava nel pubblico dritto del regno. Si richiami in vigore; e lo straniero ammirerà la sapienza della mente sovrana in si alto provvedimento; e il popolo s’avrà in esso novello pegno della buona volontà del re.» Ma già il giorno innanzi D. Liborio prefetto avea nunziato al pubblico, la costituzione sarebbe quella del 48; ciò per togliere la faciltà del niego; però Francesco, per non cominciar una lotta ne) primo passo costituzionale, e sospinto dallo Spinelli che forte la proposta propugnava, cadde, benché il vedesse, nel laccio; e rispose in iscritto: «l’accettazione partorire gravi conseguenze, mettere a rischio la dinastia e la pubblica tranquillità; nondimeno non volersi separare dal suo ministero responsabile.» Quel di stesso,1 luglio, un decreto richiamò a vita il malaugurato statuto del 10 febbraio 48; altro designò i collegi pe’ deputati a’ 19 agosto; altro sospese la piena libertà di stampa, ritornandosi a’ decreti del 25 maggio 48 e 27 marzo e 6 novembre 49; altro dava al ministero dell’interno facoltà di fare una Commessione da preparare al parlamento i progetti di legge elettorale, e di leggi sulla Guardia nazionale, sull’Amministrazione civile, sul Consiglio di Stato, sulle responsabilità ministeriali, sulla stampa. Un decreto del 5 ordinò altra Commessione, da preparare legai per riforme di tariffe doganali, e sulla dogana, la navigazione, i contrabbandi, e per far depositi di mercanzie, e ampliare il porto. A’ 15 si dichiarò la Consulta Consiglio di Stato; e messi molti Consultori a ritiro, si crearono consiglieri liberaleschi.
Richiamando lo statuto del 48, il ministero Spinelli rovesciava sul trono e sul paese una trista eredità. S’atteggiava in dritto di ripigliarne la via interrotta, mostrava tenere illegali undici anni di quieto governare, metteva la fazione in vista di vittima ingiustamente oppressa, e le dava facoltà di rivendicare il suo imperio sulla piazza e ne’ tumuli. Astutamente si valea dello errore de’ precedenti governanti, che non avean, sebben dal regno richiesti, abolito lo statuto; ond’esso pareva propugnatore di legalità, nel momento stesso che stava per attentare a tutte leggi. Conseguenza logica né fu il decreto di piena amnistia, anche pe’ contumaci, il richiamamento degli esuli, la condonazione e la restituzione de’ danni e delle spese giudiziarie. Nulla doveva mancare al trionfo. Ma non s’udì un plauso: i faziosi volean altro; fra’ buoni era tutto.
Per l’effetto si chiamarono per le poste gli sbanditi, anche quelli che poco innanzi avean proclamata la decadenza della dinastia; i quali si sparpagliarono per le province, affinché la grazia giustificassero con più durature fellonie. Né ben fidando in questi, il Cavour né mandò per movere la rivoluzione parecchie delle sue lance; tra’ quali un Zanardelli, e l’ebreo Pinzi, l’ingaggialore garibaldino, cui il ministero lasciava libero per Napoli brogliare e congiurare. Il conte d’Aquila stato di tanto aiuto, già ammiraglio, fecesi comandante supremo della Marina, e presto se né vide il fruito. A’ 2 luglio si tolse lo stato d’assedio; il comandante di piazza S. Vito mandaron via, e poservi il generale Viglia, cui speravano più morbido. Diminuirono di molto le pene pe’ reati comuni; cosa già tanto criticata a’ re; ora per guadagnar popolo il facevan essi. Reintegrarono in uffizio i ritirati o dimessi per opinione. Per istanze dell’altro zio conte di Siracusa, il ministero mandò liberi, cedendoli al Villamarina gli ottocento Piemontesi, catturali come dissi mentre andavano in Sicilia; i quali usarono la libertà correndo al Garibaldi. Il re non contradiceva, perché non era del regale animo rifiutar grazie sollecitate da’ suoi ministri; e avendo protestato al Brenier per le conseguenze della concessione, le lasciava libero corso. Tal generosità per avversarli implacabili ritornanti sempre alle offese, rendeva vani gli sforzi de’ pochi fedeli, e li scoraggiava: i ministri lodavanla per sapienza civile e politica conciliatrice, arra certa di accordo con Sicilia: intanto col nome del re, comandavano dalla reggia futile del nemico.
Come resistere Francesco, fidente in Napoleone, sperando guadagnarselo seguendone i consigli conciliativi, sul pendio delle concessioni, solo tra felloni o spauriti, e dal suo stesso sangue insidiato? Pertanto la nazione compressa, menato a corruzione l’esercito, tutti dal real governo costretti a inazione, si vedea venire senza rimedio la rivoluzione famelica e prepossente. E mentre si preparava l’infrazione ad ogni giuramento, uscì agli 8 luglio il decreto di formola del nuovo giuramento al re e alla costituzione.
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