Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo Volume secondo (XII)
21. Dubbiezze del re.
Il Pianelli avea rampognato il Clary pel vilipeso onor militare, e perché volea forse intatto l’esercito e pattuir col Piemonte; ma dominato da’ comitati rivoluzionarii, egli era strumento, né potea che ubbidire; laonde si copriva di doppia veste, faceva più parti per trovarsi vincitore con gli eventi; e vi riuscì, ma con infamia. Allora strascicato dalla rivoluzione, la serviva parendo avversarla. La setta sapeva ogni cosa civile e militare, e per quanto segretissima la divulgava. I dispacci in cifra che passavan pel telegrafo eran stampati netti in Calabria. Il re ordinò si mutasse cifra, non fu ubbidito, e se né dolse a’ 27 luglio in Consiglio di Stato.
Spinto nella via costituzionale in quei momenti quando occorrevagli anzi dittatura, ei non poteva combattere la tempesta. Più volte pensò scuotere il giogo di quel ministero, disarmare i camorristi, non far più vessare i buoni, e tor via l’efferato ministeriale dispotismo gravante sovr’esso e sul paese. Più volte volea accorrere in Sicilia e in Calabria, capitanare egli l’esercito, usar gagliardi atti; e lo stesso conte d’Aquila, intravedendo allora lo abisso, cominciava a consigliargli forti provvedimenti; ma al mattino i ministri sapevano rattenerlo. Francesco vedeva talora la buona via,ma per la costituzione sforzato, non potea seguitarla. Talora volea tentare il contrario: un di propose a capo della Guardia nazionale quel Girolamo Ulloa liberalissimo tanto, tornato coll’amnistia; ma perché dono i fatti di Toscana era sospetto agli annessionisti che il tenevan ligio del Murat o del principe Napoleone, il ministero noi volle.
§. 22. Frutti della sicula libertà.
La rivoluzione trionfante s’avea Sicilia sciolta da ogni impero di legge. Tenevansi le leggi per annullate, senza potestà i magistrati, abolita la polizia, chiusi i tribunali, cerchi a morte i precedenti correggitori, tutte sfuriate passioni, ogni scelleratezza gloriata. Assassini e ladri correvano le terre, sommovevan le città, facevan vendette, ponean taglie, pigliavan ricatti, perpetravan nefandezze inaudite fra Cristiani. Le rapine sanguinose del La Porta e del Meli ho raccontate. Un Biondi capo di masnade dichiarò guerra all’onestà e all’agiatezza; ucciso in pochi di ventisette persone; dove incontrava uno, il faceva leggere; e se il sapeva diceval signore, e ’l rubava e trucidava. La durò impunito più mesi, talora col capo alto, trionfando per Catania e Palermo. Lo stesso videsi a Trecastagni, S. Filippo di Argirò, Castiglione, Noto e altrove, ma durato meno. L’anarchia giunse a tale che un Saia liberalissimo un dì gridò al De Pretis prodittatore: «Tal vostro governare, fa desiderare il Maniscalco!» Non narro, ché noi potrei, tutte le brutture di quel tempo, frutti prima! di libertà, moltiplicati poi tanto: i giornali coprivanli con racconti gloriosi, e dove trapelavan fuori, dicevanli mene ai preti, di reazionarii, di nemici d’Italia. Da tutte le parti del mondo venivano avventurieri a vedere quella prima terra della licenza, e a simulare un popolo strepitante che non era palermitano. Eran nell’isola una dozzina di partiti, ciascuno con giornali suoi: il garihaldese, il cavourrino, il repubblicano, quei che volevano o il duca di Genova o il conte di Siracusa, o il principe Napoleone, il costituzionale d’unione con Napoli, l’annessionista, l’autonomista volente annessione condizionala, e in ultimo il Borboniano puro, ch’era il più numeroso, ma più debole, perché vinto, inerme e da tutti percosso. Gli altri or si davano la mano, or si suddividevano. E in quel pandemonio, solo chi avea carpito uffìzio e soldo, andava quà e là abburattato, gridando pace e Italia fatta.
§. 23. Uccisioni a Bronte.
Il 1° agosto in Bronte i popolani messi su per cagion dei demanii tumultuarono gridando libertà e repubblica. Rinfocolati da’ facinorosi, che in ogni rumore sono attori, barricano le porte, pigliano parecchi galantuomini, e moschettanli; altri ardono nelle case, altri gittan da’ balconi. Cosi diciassette persone di varie condizioni e partiti son sacrificate. Accorsero sei compagnie di Piemontesi, poi il 6 il Bixio da Taormina con due battaglioni di cacciatori detti dell’Etna e delle Alpi; ch’entrarono traendo fucilate per le strade. Il Bixio chiamò il sindaco, l’arciprete e i più facoltosi; e dichiarato Bronte reo di lesa umanità, impose multe di lire cento per la prima ora, di cinquecento per la seconda, e di mille per le susseguenti, sinché non isvelassero i nomi dei capi ribelli. La paura del Re del peggio strappò lor di bocca nella seconda ora alquanti nomi.
Issofatto tai nominati prese e fucilò in piazza; sicché tra questi e i primi morti furon da due dozzine; poi riscosse le multe, ligò i men rei, e menò a Catania. A un uomo che per giustificarsi gli si accostava, trasse con la pistola, e se lo freddò a’ piedi. Umanitario liberatore, gastigava cosi Bronte sommariamente, dopo aver sorriso ai trucidatori de’ poliziotti a Palermo. Dappoi per più anni si fece giudizio di tale fatto, definito reazionario nel 64; e molti andaron condannati, mentre il Bixio più assassino di tutti si dimenava da generale a Torino. Anche in agosto fu una reazione in Montemaggiore: un consiglio di guerra dannò venti a morte, e altri a’ ferri.
Temendosi reazioni a Palermo, v’accorsero da Messina Garibaldini poco dopo, e v’arrestarono molti sospettati, il più nobili; mentre n’esulavano gran parte per Malta, Napoli, Roma e Francia. Ogni dì in Palermo si facevano consigli di guerra, presidente un Antonio Mordini repubblicano, già segretario del Mazzini; e si fucilavano persone, ree e innocenti che fossero. Grande era il terrore, e crebbe per isparsa voce d’essersi trovate liste di quattromila segreti agenti di polizia.
§. 24. Rapine rivoluzionarie.
In tra tanti spaventi, il De Pretis prodittatore promulgava a’ 3 agosto lo Statuto sardo: quello, disse, che faceva lieto il regnare di V. Emanuele; comandò il giuramento d’ogni uffiziale darsi a quel re e a quello statuto, lo stemma di Sicilia esser quello del regno d’Italia, cosi prima di fingere i voti d’annessione fecerla di fatto. Il ministero per la quarta volta si modificò: abolito quello di sicurezza pubblica s’univa all’interno; abolita la segreteria di Stato presso il prodittatore, il Crispi pigliava l’intorno, l’Interdonato i lavori pubblici, Michele Amari l’estero, invece del La Loggia, fatto ispettor generale di salute. Licenziarono i principali magistrati. È perché gli onesti non si lanciavano in quel lezzo, il Garibaldi quello stesso di 3 agosto fe’ un proclama alle donne, acciò incitassero gli uomini ad armarsi pel riscatto.
Correvano tempi di piglia piglia. Da’ beni dei Liguorini e Gesuiti volsero ducati diciottomila annui alla pubblica istruzione. Ordinarono una sovraimposta del due per cento sul valore di tutti i beni del clero, da pagarsi in tre rate. Da tutte le parti del mondo eran venuti sussidii e obbligazioni per la santa causa della rivoluzione; fatta questa vincitrice, non si tenne conto di quei denari, e si obbligò il tesoro siciliano a pagar milioni per arme, cannoni, munizioni, vestiarii, cavalli, spie, e altri compensamenti, e anche ducati 700,000 prezzo dei quattro decrepiti legni a vapore sicché il Garibaldi e ’l Crispi si rivalsero d’ogni minimo quattrino speso, e intascarono quanto era stato offerto da’ rivoluzionarii del mondo. Né sazi di tanto, il dittatore in ottobre comandò allo scrivano di razione cosi: «Rimborserà il tesoriere generale d’un milione e quattrocentomila ducati, per estinguere cambiali all’estero, senza darne conto ponendo l’esito al capitolo delle spese comuni nello stato discusso.» E v’era la firma di Domenico Perenni allora ministro di finanze. Il denaro sei presero, i conti sapevanli il Garibaldi, il Crispi, il Perenni e un Michele Minneci; avesti due beneficatissimi di Ferdinando li, allora predicatori acerrimi ella tirannia de’ Borboni.
Sendo direttore degli affari di Sicilia in Napoli un Bracci, questi all’entrare del Garibaldi avea sulla madrefede intorno a novantatremila ducati: se la sentì col Crispi, promise darli, purché avesse il ritiro con soldo di ducati tremila; così si fece, con una mano piglia il decreto, con l’altra consegna i novantatremila. Il Crispi già morto di fame diventato riccone in un mese, comprò anche un palazzo in via Macqueda,. rimpetto a’ Crociferi, sotto nome d’un Moggio suo cugino. Di tai rapine narrate si giudichi il sacco per grande e per minuto dato al regno. Poi quando il Garibaldi tornò a Caprera, i suoi stamparono che niente si portasse, altro che un sacco di patate!
§. 25. Ipocrisie ed empietà.
Benché il Garibaldi, capo-truppa della setta odiasse Santa Chiesa, e avesse esordito scacciando Gesuiti e Liguorini, avvedendosi Sicilia esser cattolica, si moderava e affettava divozione. I suoi dicevanlo santo, messo di Dio, uomo del Signore. Percorreva i monasteri fingendo devozione, dicendo non voler molestare le vergini sacre, aver per dura necessità scacciato Liguorini e Gesuiti; s’inchinava a’ santi, abbracciava gl’infermi religiosi, e faceva strombazzare il suo pellegrinaggio a S. Rosolia. E nella festività di questa protettrice di Palermo presiede nel Duomo alla messa pontificale, vi si atteggia a legato apostolico di Santa Chiesa (prerogativa de’ monarchi siciliani), monta sul trono reale in camicia rossa, e all’evangelio snuda la spada, come a mostrar di difendere la fede, solevano i re. A’ 31 luglio mandò in dono al convento della Gancia una campana fusa a posta, con su la data 4 aprile, ordinò sonasse in ogni anniversario di quel giorno iniziatore della rivoluzione. Così era santocchio colui che poco stante dovea dire il papa sozzura, cancro Italia, vergogna di diciotto secoli.
Ma tra queste commedie intenti a scrollare la religione, per isradicarla dal cardine crearono a Palermo un collegio pe’ figli del popolo, con diramazioni nelle provincie, e assegno di tre carlini al giorno per alunno, direttore il Mario famoso marito della famosa Miss White, mazziniano, il quale nel programma stampò: «L’educazione non sarà quella de’ preti, non s’insegneranno ridicolaggini di confessione, di comunione e di Papa, ma invece dottrine accomodate a’ tempi, e alle nuove condizioni di Italia rigenerata.» Intanto i Garibaldeschi versavano a piene mani la miscredenza e la depravazione nel popolo. Giornalucci da un soldo movean le passioni, schizzavano idee sovversive, celebravano l’anarchia e la scostumatezza. In burla i dogmi, i riti, e le preghiere, l’Immacolata, il papa, l’eucaristia; dispregiate le leggi di chiesa, calunniati i sacerdoti, insultato il pudore. La Forbice di Palermo, emula del Fischietto di Milano, e altri fogliacci, oltre gli scritti inverecondi, davan figure sozze, per più stuzzicare i sensi e fiaccare il costume. Vedevi preti in grottesco, papi e cardinali, re e regine in isconci atti, i misteri, i dogmi, significati con emblemi oltraggiosi. E Garibaldini a voce spiegarli, e a vantar l’empietà. Eglino a mettere i piè sull’immagini sacre, bucherarle con baionette, stracciarle, gittarle in cloache, poi canti liberaleschi impudichi, bestemmie grosse, baccanali. Libri d’ogni tristizie pieni, in pulite edizioni per allettare, invadevano il paese: commedie, racconti, romanzi, storiacce, filosofie empie, catechismi guasti, almanacchi osceni, storie galanti da bordelli, poesie luride, compendi! di protestantismo, a soprassello le bibbie tradotte dall’apostata Diodati, davansi a prezzi bassi, ligate in oro, quasi per niente. Stillavano veleno ne’ cuori, sofismi nei pensieri, voluttà ne’ sensi, ma l’appellavano rigenerazione.
§. 26. Persecuzioni alla Chiesa.
Intanto si lanciavano sulla Chiesa, a saccheggiar monasteri, capitoli, mense vescovili, luoghi pii, imponendo vettovaglie, letti, ospizio e danari. E in quel clero insulare ov’era un po’ di fradicio trovarono di preti e frati coadiutori allo spoglio, i quali messi su con tuniche rosse, e insieme pistole crocifissi e fasce tricolorate, salian su’ pergami a predicare eresie e infamie al papa, a canzonare le scomuniche e le cose sante, sino a meritar gli elogi del Garibaldi. Questa vergogna del garibaldese elogio toccò anche a monsignor Giambattista Naselli arcivescovo di Palermo, siccome il primo prelato italiano che rendesse visita ad esso Garibaldi. Uomo era pusillo, facile strumento d’astuti: movealo un Luigi Siciliano suo procuratore, il nipote Sant’Elia, e certi pretuzzi italianizzanti, un Nascè, un Casaccio, un Teresi e altri che il tirarono a inchinarsi al dittatore, onde andò e tornò dall’Olivuzza alla casa pretoria, con turpi onoranze, tra suoni e strumenti e bandiere. Anche elogi grandi meritò il canonico Ugdulena, fazioso del 48, graziato e premiato con promozioni, il quale l’anno innanzi s’era col Pontefice scolpato de’ suoi trascorsi, ora ripentuto del pentimento, rifattosi liberale, meritò salire a ministro. E più meritò promovendo le bande rivoluzionarie; spulando lettere a’ vescovi contro le canoniche discipline e la libertà della Chiesa; e approvando quel diluvio di protestantismo sulla terra siciliana. Nondimeno molti furono illibati e degni ministri dell’altare, e in Palermo, e in tutta l’isola, che spregiando canonie, carceri ed esigli, s’alzarono a sostegno della Chiesa. Il vescovo Guttadauro di Caltanisetta dichiarò alto non parteggiar pe’ novatori, e severo a’ suoi lo inibì. Il Criscuolo vescovo di Trapani minacciò scomuniche e sospensioni a qualunque religioso rispondesse all’appello garibaldesco. Il Natoli vescovo di Caltagirona meritò che una schiera di sgherri entrassero sin nelle sue stanze, per istrapparlo dal palazzo e dalla diocesi. Il Papardo vicario generale di Messina, poc’anzi con una pastorale (encomiata dal S. Padre) avea detto i Garibaldesi predoni nemici di giustizia; però entrati questi, pochi tristi pretazzuoli il plaudirono; e il Garibaldi a vendetta chiamò il vescovo a Palermo. Ei si negò, e fu preso e tradotto colà, per esser giudicato da una giunta speciale, che non trovò da condannare; invece gli s’intimò l’esilio; e protestando egli non partirebbe se non a forza, a forza fu sbandito.
§. 27. Convenzioni di Baden e Toeplitz.
Mentre la Massoneria faceva tai prodezze in Italia, parve Alemagna si dissonnasse un istante; ché i suoi principi s’unirono a Baden, per provvedere a’ casi loro. Napoleone videlo con gelosia, e v’andò anch’esso il 15 luglio, e stettevi due dì. Furonvi il principe reggente di Prussia, i re di Wurtemberg, di Baviera, di Sassonia e d’Annover, i duchi di Darmstadt, di Baden, di Nassau, e altri sovranetti alemanni. Austria non v’andò. La Prussia con lettere a’ suoi legati all’estero disse Napoleone aver promesso di non aspirare a ingrandimento, e come fosse sorpreso che Germania s’armasse. Quell’andata gli valse a trattenere gli spiriti guerrieri, e lasciar campo al Piemonte d’aggraffar l’altrui. Ma quei principi, partito lui, protrassero le conferenze altri giorni; e poscia a’ 26 del mese seguì a Toeplitz un congresso tra il reggente di Prussia e l’imperatore d’Austria, del quale restò segretissimo il frutto; certo fu manifestazione di ravvicinamento tra quei due potentati, dove la setta soffia sempre gare e rivalità; e la stampa prussiana assicurava quella esser guarentigia di pace e d’equilibrio europeo. Vi fu parlato di noi; e Austria impegnò la Prussia a chiedere al Bonaparte ch’affrenasse il Garibaldi: impegni senza ferro. In quella congiuntura i prenci tedeschi visitarono l’imperatore; e indi a poco a 12 agosto in solenni banchetti a Salisburgo tra l’imperatore e ’l re bavaro, s’udirono brindisi all’unione de’ popoli germani. Parve certo ch’ove l’Austria fosse tirata a pugnare con altra nazione oltre Sardegna, sarebbe dall’Alemagna aiutata: certo si fermò il punto fondamentale d’alleanza difensiva, per respingere uniti dal loro territorio ogni straniera aggressione. Ma mancando la Russia all’accordo si tentò conciliarla; onde seguì il congresso di Varsavia in ottobre, del quale a suo luogo narrerò.
Tai cose diero ombra al Cavour e a’ suoi protettori. L’Austria con una nota aveva accusato all’Europa le minacce degli armamenti sardi; da’ quali assalita si difenderebbe; perlocché il Russell a 23 luglio con altra nota assicurava al mondo non si toccherebbe Venezia; e avvertiva il re sardo a non provocare i forti, e suscitar guerre europee.
§. 28. Commedia diplomatica.
Questi infatti facea gran provviste d’arme, munizioni e soldati; compieva l’armamento della Guardia nazionale mobile, e de’ corpi franchi, chiamava a militare due classi di contingenti; rigava fucili e cannoni, faceva affusti, metteva fabbriche d’arme a Firenze e a Brescia, e sino in Isvezia mandava a comprare artiglierie. Ciò dicevano servire contro il Tedesco, ma eran contro Napoli italiano già compro. Intanto lavorava d’ipocrisia, tergiversando per dar tempo alla rivoluzione di fiaccarne, pria di torsi la maschera dal viso. E per far l’innocente e coprire la complicità col Garibaldi, fingeva accondiscendere alla lega.
Avea il nostro ministero, come dissi, chiesto che trattandosi la lega, seguisse una tregua col Garibaldi: cioè costui tenesse Palermo e Catania, i Regi Siracusa e Messina, si sospendessero l’arme, e Piemonte non soccorresse. Francia infingendosi nulla potere sul Cavour, parendo approvare il disegno, pregava il Russell a persuaderlo, e questi nunziando a Torino il desiderio francese, v’aggiungeva triste condizioni per noi. Con siffatto circolo il Cavour pregato, avea chiesto l’abbandono di tutta l’isola, come unica inalterabile condizione d’armestizio, e i nostri ministri subito condiscendevano a tanta vergogna, e che l’isola libera si scegliesse un governo a suo grado, purché la lega seguisse. Il De Martino a’ 20 con telegramma il nunziava a Londra, a Parigi e a Torino; e alla dimane scriveva all’Elliot s’adoperasse al trattato. Aderiva Francia, il Russell né faceva le viste; e per affrettare Germania, scrisse al Piemonte mostrando i rischi della rivoluzione ove procedesse, e raccomandandogli far sospendere le siciliane ostilità. Ciò in palese, in segreto il ministro inglese a Torino parlava diverso.
Il Cavour per l’incredibile condiscendenza del napolitano governo, era in impaccio, non si trovando ragione di ricusare: disse niente poter sul Garibaldi, farebbegli scrivere da Vittorio. Ma già il ministero nostro, condotto a tanta bassezza il re, prima ancora di veder accolta la codarda proposta, l’aveva eseguita, lasciando andar le soldatesche sul continente, e abbandonava pur la messinese cittadella, se il re non tenea fermo.
Vittorio scrisse patetico al marinaio nizzardo, chiamandolo Caro Generale: ricordavagli non aver approvata la spedizione, ora il consigliava risparmiasse il sangue italiano, e purché re Francesco abbandonasse l’isola, non passasse lo stretto. Mandavala pel conte Litta suo uffiziale; ma temendosi il dittatore ubbidisse, fu spedito in fretta a lui il Riccardi genero del Parini, a dirgli si dichiarasse indipendente, laonde quegli a’ 27 luglio da Melazzo die’ al Litta la risposta: «Aver rispetto e devozione al re, ma non potergli ubbidire, ché mancherebbe alla sacra causa d’Italia. Ora sarebbe disubbidiente, ma liberate le popolazioni dal giogo detestato, gli ubbidirebbe tutta la vita.» Noti il lettore come alla dimane di questa lettera il nostro general Clary firmava l’eseguita convenzione di lasciar Messina; e il ministero la ratificava. Ma fu mai un paese subbissato in più trista guisa? Allora il Cavour dichiarò a’ legati napolitani: il Garibaldi prevalersi della sua indipendenza, e non accedere ai consigli regi, non potersi uscir da’ consigli, per non prender parte a una guerra tra Italiani deplorata. I legati risposero: «A non pigliar parte, s’avrebbero a vietare le spedizioni di volontari da’ porti sardi. A che tendono tai spedizioni? quai nemici vanno a combattere? chi a difendere? la rivoluzione? ma questa non è l’Italia, l’interesse italiano e del Piemonte e di Napoli vogliono che tai due paesi, si diversi per politiche e civili condizioni, sieno alleati..
§. 29. Vili perfidie.
Durando questa commedia, il Cavour mandava a 28 del mese all’ammiraglio Persano una lettera (poi stampata) così: «Si congratulasse per la vittoria di Melazzo col Garibaldi e compagni. Non vedere come gli s’impedirebbe il passaggio sul continente. Saria stato meglio i Napolitani compiessero o almeno iniziassero l’opera; ma poiché non vogliono o non possono, si lasci fare al Garibaldi.» Dunque sapeva i Napolitani non volere, e mandava a liberarli. Oltracciò mandogli il deputato Bottero con cinquecentomila franchi, per sollecitarlo al passaggio; e poco stante altri cinquecentomila né recava l’ex deputato Bartolommeo Casalis, con l’ordine ai legni sardi di facilitare la cosa. Conseguentemente il De Pretis pur deputato, mandato da esso da Commissario regio, e fatto prodittatore, die’ a’ 5 agosto un bando; dove detto il patto tra re Vittorio e l’Italia, egli per delegata autorità decretava legge fondamentale in Sicilia lo statuto sardo; col qual atto l’isola era annessa di fatto, anche pria del plebiscito.
Il Piemonte intanto armava a furia volontarii, per gittarli nel pontificio a fare il resto. Adunava gente a Genova il medico Bertani, lasciatovi dal Garibaldi, e vi mettea colonnelli un Rustow prussiano, e un Pianciani fuoruscito romano, di casa beneficatissima dal papa, e ch’ora aspirava ad assalirlo. Reclutava in Toscana il calabrese Nicotera, già compagno del Pesacane, preso a Sanza, graziato del capo da re Ferdinando, allora per grazia uscito dal carcere di Favignana, corso a sdebitarsi da settario, ripigliando la fellonia. Adunò a Caslelpucci, aiutato dal Ricasoli governante per Vittorio in Toscana, e con danari avuti da esso per le mani del panicocolo cavaliere Dolfi, duemilatrecent’uomini, il più venuti dal Garibaldi stesso; che come indisciplinatissimi se n’ora con quel pretesto sbarazzato. Facevali istruire da uffiziali sardi venuti a posta, e volea farli capitanare dal Cosenz, poi dall’Ulloa, e né corsero pratiche; ma questi si negò d’andar contro il papa, e propose gittarsi nel regno sua patria, in Basilicata, a patto di non far l’annessione immediata; onde fu ricusato. Però egli, come dissi, accettata l’amnistia, ritornò a casa tranquillo. Il Nicotera volea sorprendere Perugia; ma si scoperse la trama. Era a Firenze un comitato per ribellare lo Stato romano, e far disertarci papalini; e una volta era giunto a pattuire per quattromila franchi la diserzione d’un battaglione da Viterbo; ma aspettandosi la venia da Torino, si spillò la cosa; il battaglione fu mutato, e in Viterbo si fecero arresti. La venia ministeriale arrivò dopo. Molto coniavano sulle diserzioni; e n’avean buono in mano, come si vide a Castelfidardo.
Quest’aperto insidiare il Pontefice fe’ rumore; e fu pe’ giornali divulgato l’Austria tenesselo per caso di guerra. Essa allora s’armava forte. E Napoleone cui la guerra avria frastornati i disegni sulle cose italiane, mandò ordine severissimo s’impedisse per allora ogni offesa al Papa. Il Piemonte ch’odiava l’Austria, ma che senza Francia non potea nulla, quella temeva, a questa ubbidiva. Il Farini ministro dell’interno corso a Genova favellò duro al Bertani, mostrandogli l’inconvenienza di quel dritto urtare il pontefice; a miglior tempo assalirebbelo il re, con arme regie; e venne a patti seco; cioè che a salvar l’apparenze, la gente armata navigasse pria in Sicilia, e di là come spinta (lai dittatore corresse nelle terre papali. Per l’effetto il Bertani cominciò a mandare la masnada in Sardegna; e lasciato un Antonnini a reclutare, volse in Sicilia a confabulare con l’eroe.
Inoltre il Farini die’ con pompa al conte Borromeo a Genova il carico di sorvegliare la gente raccolta; e lo stesso al Ricasoli per quella in Toscana. Più sospinto dagli ordini di Francia, e per tener l’Austria a bada, fe’ a’ 25 agosto una lettera a’ governatori del regno in un curioso senso repressivo: lodava l’entusiasmo pel Garibaldi; e citando le lodi date alle nazioni che altre fiate avean soccorso America, Grecia e Portogallo, si sperava che pur quest’età lodasse il Piemonte. Confessato così ciò ch’avean tanto negato, inculcava poi prudenza, e di non dar in imprudenti attentati, o che avrebbe dovuto con la forza reprimerli; non potendosi tollerare si preparassero violenze contro i governi vicini. Lettera impudente e vile, ché dichiarava la complicità col Garibaldi, l’ubbidienza alla Francia, il timore all’Austria, e come, volendo, potesse impedire le aggressioni. E cosi scrivendo faceva l’opposto. I volontarii, già in novemila, fean gli esercizii a Genova e a Firenze, avevano onori militari, transito per le vie, gratis la strada ferrata, gratis il telegrafo, armi dagli arsenali, danari dal tesoro. Partiano da Genova la notte seguente al 7 agosto per Terranova di Sardegna, dove nell’assenza del Bertani s’ordinavano. Appellarono quella divisione Terranova anche per accennare a un nuova terra da unire all’Italia, quella del Papa. Dirò poi come partissero le genti del Nicotera da Toscana. Intanto apertamente da Genova, da Livorno e pur da qualche porto francese passavano in Sicilia uomini, arme e danari ogni dì. I reggimenti piemontesi s’assottigliavano per diserzioni non punite, e alla spicciolata ingrossavano il Garibaldi.
§. 30. Viaggio del Garibaldi.
Non credo si possa ben sommare la gente corsagli da fuor del reame. Gli scrittori garibaldini dicono 1085 gli sbarcati a Marsala, poi il Medici con 2500, poi il Cosenz con 1600, e il Sacchi con 1500. Arrivavano inoltre a drappelli tuttodì da Italia, Francia, Malta e Grecia, bruchi da ogni contrada accorrenti sulle terre nostre. Sembra su’ primi d’agosto avesse da ventimila stranieri; su’ Siciliani, benché fossero migliaia facea poco conto; e intenti a rapinare in patria, non volean passare il Faro. Laonde avendo ei visto i Regi ritrarsi intatti e frementi, stimò non bastargli quelli, e fe’ pensiero su’ novemila del Bertani; però udito quelli volersi gittar nel Romanesco, statuì andar egli a pigliarli. Lasciò al Sirtori il preparar la passata dello stretto, e postar batterie sulle coste a Torre di Faro (dove s’organava il corpo di spedizione, coll’aiuto de’ legni inglesi e sardi); ed egli sparso d’andare a Torino per rispondere a voce a quel re sull’assalir la Calabria, si imbarcò sul Washington a’ 12 agosto.
§. 31. Tenta rapire un vascello.
Si fermò nel golfo di Napoli a tentare un colpo. Si disse fosse venuto anche prima, la notte del 1, e disceso a Posillipo a favellare col Nunziante e coi capi del Comitato; il che può esser vero, sendo in seggio il ministero Spinelli-Romano. Era un Manzi, nostro uffiziale di marina, buono per l’arte, reo di costumi, beone, giocatore e indebitato, perciò dimesso da re Ferdinando; tornato con la costituzione, sul finir di luglio chiese il congedo, dicendo voler mercature d’olio a Castellamare, dove di fatto andò. Quivi era il Monarca, vascello in atto d’armamento; il cui primo capitano Vacca, il mattino del 15 agosto ordinò si togliessero le catene di ferro ch’assicuravanlo a terra, restassero quelle sole di canapa. Ciò si fe’, ma per l’ora tarda una di ferro né rimase. A notte buia il Washington del Garibaldi entra in porto a predare il vascello; e manda barche con uomini a segarle gomene. V’era poca guardia, nessun sospetto, dormivan profondo; ma la catena di ferro guastò tutto; che scricchiolando destò la sentinella; la quale vista la nave a vapore senza fanale accostarsi, e i pirati altri a tagliar gli ormeggi, altri a salire all’abbordaggio, die’ il grido. I regi marinai carpate l’arme in fretta li affrontano, e chi già salito è sul cassero ammazzano e travolgono in mare; accorrono soldati da terra a far fuoco; e altri ascesi al propinquo fortino detto Pozzano, caricati cannoni, tirano a casaccio, da far paura molta, danno poco. Ma i marinari credendo udir la voce del Manzi traditore guidare i nemici, e d’altri uffiziali disertati Sà col Veloce, infuriano e menan le mani assai bene; però il ‘Washington, fuggendo tra gli altri legni del porto, potè col favor del buio senza esser colto pigliare il largo. Fu catturata una barca, e altra se né trovò poi presso Vico Equense affondata. Sul vascello un marinaio ucciso, e due feriti; e lieve ferita ebbe altresì l’Acton secondo capitano; ond’ebbe lodi, promozione, e la croce di S. Ferdinando. Nondimeno è sospetto ei fosse reo, e che per la prontezza de’ marinai si trovasse in mezzo a’ colpi; perché poco stante fu de’ primi a passare alla rivoluzione, dalla quale ebbe premii. Il Vacca dopo il fatto corre a rifugio sur un legno inglese; che provò la complicità col nemico.
Il colpo, mancato per caso, fu non pertanto assai celebrato dalla stampa, che ogni rivoluzionaria impresa, riuscisse o no, menava alle stelle. Invero i marinai, i soldati, la Guardia nazionale di Castellammare gareggiarono d’ardore. Ma la cosa confermò i sospetti di ree macchinazioni; laonde nell’incertezza del dove il nemico colpisse, si sperperarono le soldatesche in luoghi diversi. S’armò a difesa in Napoli il littorale; i soldati accorrevano ai posti co’ Viva al Re; le persone agiate fuggivano alle ville; si spargeva ‘l Garibaldi entrasse per sorpresa, come a Palermo.
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