Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo Volume secondo (XIII)
LIBRO VIGESIMOTERZO
SOMMARIO
§. 1. Dìffalta del Nunziante. — 2. Programmi del ministero. — 3. Sue fatiche. — 4. Funerali al Pepe. — 5. Esilio del conte d’Aquila. — 6. Stato d’assedio. — 1. Gloria il disertare. — 8. Posizione de’ regi nelle Calabrie. — 9. Acconci a perdere. — 10. La provincia di Reggio. — il. Primi sbarchi garibaldesi. — 12. La brigata Ruitz.— 13. I volontarii del Pianciani. — 14. Numerazione de’ Garibaldini. — 15. Passaggio sul Continente. — 16. Presa di Reggio. — 11. Ridicolo assalto del Brigante. — 18. Resa dei castel di Reggio. — 19. Rea convenzione del Brigante. — 20. Le nostre crociere. — 21. Il Melendez sale al Piale. — 22. Non è dall’altre brigate seguito. — 23. Arriva il Vial, e riparte — 24. Tregua di tre ore col Melendez. — 25. Dissoluzione. — 26. Il Vial retrocede anch’esso. — 21. Uccisione del general Brigante. 28. Abbandono del Vial. — 29. Vergogne del Ghio. — 30. Vergogne del Caldaroni.
§. 1. Diffalta del Nunziante.
Napoli pei’ non credibile fatto stupì. Dissi chi fosse Alessandro Nunziante, figlio di Vito, fratello di Ferdinando, ch’avean tante prove dato al trono di fede e lealtà; egli nella reggia cresciuto, per regio favore arricchito, e perché abusatone esoso a tutti, non si credeva arrivasse a tradire. Quando cominciasse a nudrir rei pensieri chi ’l sa? Re Ferdinando credo l’avesse in sospetto, ché benché sei tenesse di costa, noi contentò mai della chiave di Gentiluomo di Camera. Da qualche anno era strettissimo del Filangieri; sovente s’era visto in carrozza e di notte col Salmour ministro sardo; e pur col sopravvenuto Villamarina; tutto era dell’Elliot inglese; gente che cospirava. Capo segreto era del comitato militare adunantesi in casa il Villamarina; dove interveniva l’ammiraglio sardo Persano, e ’l pur sardo general Ribotti, quello graziato del capo da re Ferdinando. La sua parte era il mover l’esercito a far esso la rivoluzione, prima ch’arrivasse il Garibaldi; che non gli riuscì per la fedeltà dei soldati. Ma coperta era la fellonia di lui: il casato, i benefici, Tessere inviso allontanavano i sospetti; tanto più ch’avea cooperato a far presto condannare il regicida Milano. Sapeva andar sì a verso a’ potenti, che d’ogni dura pietra cavava sugo. I faziosi parevano odiarlo, i realisti odiavanlo perché tristo; anzi avea nome di membro della camerilla, cioè d’un circolo di cortegiani consortieri attorno al trono. E sì tal voci crebbero, che re Francesco a mostra di saper fare esso, un dì gli fe’ intendere si mostrasse poco a Corte.
Sin dall’8 giugno fu messo a duce d’un corpo di ventiquattromil’uomini per difendere Puglia e Calabria, da farne tre divisioni in sei brigate; ei chiedeva artiglierie, ospedali ambulanti e su bastimenti da costeggiar le terre, e tutto otteneva. L’avanguardia con Matteo Negri già stava ad Auletta; e un tenente Fiore nel Cosentino visitava le Guardie urbane, per ordinarle in isquadre. Ciò eran mosse finte; ch’ei proponeva invece al re un suo disegno da ripigliare Palermo dalle mani de’ filibustieri, con due sbarchi contemporanei di truppe, sotto un sol duce, cioè esso. Ma data la costituzione, voltò carta; a’ 2 luglio dimandò la dimissione; anzi visto il Pianelli ministro, quasi offeso la ridimandò a’ 17 del mese, dicendo: «egli uomo retto ed onesto non poter altrimenti respingere le calunnie delle due fazioni estreme, che son le più pericolose nemiche de’ troni e degli Stati.» Fu un momento che parve si spingesse al dovere, e n’ebbe come dissi una briga col conte d’Aquila. Lo stesso dì 17 ebbe il ritiro, eì permesso d’andare all’estero; ma il rifiutò, cosi a’ 22 rispondendo: «Quando è speranza di combattere per l’onore e la gloria della patria, un soldato non chiede il ritiro. Aver chiesto dimissione non ritiro, quella volere, o protesterebbe su’ giornali.» Goduti tant’anni soldi grossi e potestà, abbandonar la bandiera in tempo di guerra era onore a quest’uomo onesto. Differenza tra dimissione e ritiro altra non v’ha che con questo correvagli il soldo; ed egli era certo d’averlo dal Piemonte. Infatti corso a Torino a confabulare col Cavour, e tornato sulla fregata sarda la Maria Adelaide, si era fermato in rada a far quelle bravate. Di là lo stesso dì lanciò altra lettera al presidente de’ ministri: «Non poter egli portar sul petto decorazioni d’un governo che confonde uomini onesti, retti e leali, con chi sol merita disprezzo; però restituire i diplomi degli ordini a lui conferiti.» E la moglie scriveva al re: «Il posto di Dama di Corte non mi appartiene, le restituisco il brevetto.» Ma l’uomo leale in quel giorno medesimo, a prova solenne di tradimento, mandò suoi addii in istampa ai battaglioni cacciatori e alla divisione mobile (da esso preparata contro i filibustieri) con tai parole: «Vi lascio per santo pegno dell’amor mio l’esortazione di mostrarvi soldati della gloriosa patria italiana, valorosi verso i nemici d’Italia e generosi nella nuova via di gloria destinata dalla Provvidenza a tutti i figli della gran patria comune.» Ciò contro la patria e i benefattori spacciava, sperando i soldati gli ubbidissero; ma cotai motti in quella bocca stupefecero ogni persona; i soldati fremendone, stracciarono quelle scritte. Osò anche una notte scendere travestito a terra, ma tosto spaurito ritornò al legno sardo. Già prima avea stipulato vendita finta ad un Inglese del suo palagio alla nuova via della Pace, che fu di ria guerra auspice nefando.
Codesta stranissima diffalta fe’ danno; ché tenuto per gran conoscitore de’ suoi interessi, al vederlo da prona cortigianeria passare a spavaldi insulti, si conchiudeva il monarca dover cadere.
§. 2. Programmi del ministero.
A Napoli subugli e disordini. Giornali, ministri, polizia, magistratura, tutti cospirando a diroccare il trono, si bisticciavano a chi corresse più presto; laonde è inconcepibile la cecità di chi avrebbe potuto pigliare il timone e salvare il paese e noi fece; ché il precipizio era scoperto a tutti. Da’ legni piemontesi scendevano uomini di tutte lingue per simular popolo, entravano arme per ogni spiaggia; se né intercettarono a Castelvolturno; arme vendevansi e ritratti del Garibaldi per le vie, e lui a voce e in istampa si celebrava. I giovani correnti a’ miracoli, lor parendo un bel che, s’accanivano a quel nome. Imperlando i ministri temendo le passioni sollecite guastassero la cosa stuzzicando reazioni, addormentarono la gente con un tratto d’ipocrisia. Stamparono a’ 5 agosto il loro programma, scritto da D. Liborio: promettevano: «protezione al culto de’ padri, attuazione piena e sincera della costituzione del 48, forte e legale repressione di ogni avverso conato, questo essere il sostrato immutabile del governo; voler lega italiana, e tutto esser pronti ad imprendere, per raggiungere il grande scopo della monarchia costituzionale.» Ciò fatto per tener a bada i legittimisti, scontentò chi voleva annetter Napoli a Torino: quindi rovello, critiche, lacerazioni e accuse a quei ministri della rivoluzione che parevano disertare. Temendo si fermassero a mezzo, come già il Bozzelli, presero a scantonarli e diffamarli. Tra l’altre loro apposero voler dare un decreto per torre il divieto all’uscita de’ cereali, e si affamerebbero il popolo. Sin allora avean maledetto il divieto, ch’avrian voluto tumulti pel caro del pane, e l’avean detto contrario al commercio; ora maledicevano il toglierlo, ché volean si tumultuasse contro la libertà. Logica di settarii, vituperare e lodare la stessa cosa, purché meni a subugli. Ma il ministero ch’andava al fine medesimo per altre vie, subito dichiarò non aver pensato mai di permettere l’uscita de’ grani; ed esso essere indeclinabilmente ligio al suo programma, cioè alla monarchia e alla lega italiana. Come declinasse servendo al Garibaldi il vedea chi avea occhi.
§. 3. Due fatiche.
Non volendo attuare la costituzione, e men la elezione de’ deputati, D. Liborio propose si ritardasse la convocazione de’ collegi elettorali, fingendo agli elettori doversi tempo di studiare la scelta; però a’ 27 luglio prorogò la formazione delle liste d’elettori ed eligibili al 10 agosto. Pel decreto del 4° luglio i collegi s’avevano a convocare a’ 19 agosto; poi con decreto del 16 di questo mese s’aggiornavano a’ 26; e poi con altro del 20 si prolungavano a’ 30 settembre, e il parlamento a’ 20 ottobre, cioè per quando la monarchia dovea esser caduta.
E col pretesto delle elezioni sorsero comitati detti elettorali: uno al vico Campane a Toledo, preseduto da Orazio Costa; altro al palazzo Partanna al largo Cappella, preseduto dal Leopardi tornato d’esilio, che v’era ospitato, in casa un Inglese assente, apertagli dal suocero di questo, certo Lorenzo Bevere, uomo tre volle fallito. Quello lavorava pel Garibaldi, questo pel Cavour. Qui si vedea spesso bazzicare il ministro Pianelli. Ambi mandavano adepti per le province, a farvene di simiglianti.
Il ministero era operosissimo a far la guardia nazionale, co’ più faziosi del regno; acciò col terrore tenesse inerte la popolazione a subire la invasione. Uffiziali superiori vi creava settarii, notissimi, o settarii ascosi, cui tosto con general maraviglia si videro a sfolgorar liberaleschi paroloni. Costoro poi assembravano uomini facinorosi, e pur truffatori e ladri, e n’escludevan chi spirito avesse pel dritto; bensì per fare il numero v’infarcivano di buoni, che per condizione o timidità fossero inetti a contrasto: ma non li facean neppur caporali. Ciò spezialmente nelle province. E il Giacchi direttore, parendogli s’andasse lenti, avea scritto a’ 27 luglio agliintendenti facessero presto.
A’ 13 agosto un decreto approvò la già falla Guardia di polizia nuova, tutti camorristi, ch’avean servito a devastar le case e ad uccidere gli uffiziali della polizia vecchia. A cotai vincitori si dettero soldi grossi; tale che pigliavan ducati 4956 al mese, con eccesso d’annui ducati 52,818:00 su quello che si pagava prima. Così i liberali abborrenti la polizia, se né fecero una più gravosa per soldi, più lurida per persone, vera guarentigia del disordine. Seguitandosi a scardinare la regia potestà, si die’ sulle Beneficenze: amministrazioni rette da signori, di spirito e di sangue, che non si potevan chinare al tradimento de’ loro doveri. Liborio inventò una Giunta da proporre nuove leggi di beneficenza, e attuare il principio che i luoghi pii debbono possedere non amministrare. I liberali hanno una grande smania d’amministrare essi, e negano a tutti la facoltà d’amministrare il suo. A’ 14 agosto die’ sue istruzioni alla Giunta; poi prese a destituire quei signori dagli onorati uffizii, per darli a’ silibondi suoi cagnotti. Inoltre tolse alla delegazione speciale la direzione de’ telegrafi elettrici, richiamandola al suo ministero; e si in quei supremi momenti spogliò la sovrana potestà di quel modo pronto di corrispondenza, e né infermò il segreto e la celerità.
Adunque stando il re nella reggia, con soldatesche fide e frementi, con la maggioranza de’ sudditi indignata, si compieva la rivoluzione; la quale circuito il re, pel re imperava. Nel nome regio si sdradicava l’antico, si imponeva a’ soldati di patire insulti, a’ cittadini di sopportare le diffamazioni per istampa, e le grida e gli assalimenti degli armati camorristi. Nel nome regio e con regie arme si comprimevano le popolazioni, si punivano del reagire; e ’l regio nome ligando le braccia ad ogni elemento di ordine, slegavate al disordine. La forza secolare e rispettala della monarchia, messa nelle mani de’ suoi nemici, combatteva sé stessa: il re con la sinistra si troncava la destra.
§. 4. Funerali al Pepe.
Scena più significativa segui l’8 agosto nella chiesa de’ Fiorentini in Napoli, cclebratovisi un funerale a Guglielmo Pepe famoso ribelle. Volevano i repubblicani andarvi in processione con la Guardia nazionale, uscendo da S. Chiara con serica bandiera e su il cavallo sfrenato e il lione, per significar Napoli libera, e Venezia difesa dal defunto; e certo nell’atto avriano osato anche più. Ma il ministero, temendo una troppo sollecita crisi, discese a transazione: i funerali permise, la processione no. Nondimeno si parò la chiesa con emblemi di repubblica. Vi vedesti uomini stati personali nemici del morto, chi a Venezia l’aveva abbandonato, echi assolutissimo sin allora s’era da curvo cortegiano strisciato per le regie sale; ché paura, ambizione e ingordigia univano uomini di vita e pensieri disparatissimi. V’andò il De Sauget col figlio Guglielmo, smentendo così le stampate proteste d’innocenza per la palermitana diffalta del 48; né vi mancò il conte di Siracusa zio del re, itovi a pubblica mostra di pregare per l’antesignano de’ nemici di casa Borbone. Di ciò alto la stampa il lodò; e anche chi il crederia? per onorarlo assimigliaronlo a Filippo d’Orleans, regicida nella prima rivoluzione francese. E tanti che si vantavano patrioti, per cenno di setta a onorare quel ridicoloso Pepe, che con fuga avanti a’ Tedeschi ad Antrodoco, disonorò la divisa militare, e fe’ la pagina più vergognosa che abbia la bandiera napolitana.
§. 5. Esilio del conte d’Aquila.
Se aperto il Siracusa congiurava contro il re nipote, di gravi sospetti pesavano sull’altro zio conte d’Aquila. Da più anni avea fumi al capo, proteggea malcontenti, aveva stranii amici, pareva invanito a imitar gli Orleanesi di Francia. Fu si stretto a D. Liborio, che quando nel 59 era cerco per colpa di Stato, tennelo nella sua villa ascoso a Posillipo, e anzi gli salvò il fratello Giuseppe e altri de’ suoi. Retta qual capo tant’anni la Marina, essa divenne il più marcio arnese del regno. Egli più che altri sospinse il nipote alla Costituzione, che il dovea sprofondare; e credendo suo ligio D. Liborio, spinselo al ministero. Ma costui che non la setta s’era servito del principe per averne braccio a congiurare, afferrata la potestà, tenea lui per inciampo, e gli sbiettava. L’Aquila se n’accorse; e fremendo dell’ingratitudine, si spaventò del precipizio spalancato a tutta casa Borbone; e cercò di tornare addietro, e anche tentar la sorte per istender egli la mano al limone.
Preparò ascoso uomini ed arme; e persuaso il re d’abbattere il ministero, chiamò Pietro Ulloa magistrato e ’l tornato fratello Girolamo, e lor propose di formare un ministero con l’Ischitella presidente, per porre Napoli in istato d’assedio vero, rifare la Guardia nazionale e la polizia, sciogliere i comitati, e scacciar gli stranieri entrati co’ passaporti sardi. Ciò fu anche approvato dal re. Ma l’Aquila fe’ l’errore d’aprirsi con uno dei ministri che stimava suo, credo il De Martino; e mandogli un Guarnaschelli siciliano con lettera perché l’udisse. Il ministro respinse la proposta, e die’ la lettera a D. Liborio. Per essi era momento supremo, essere o non essere, trionfare o cadere: però il Romano corso al re spiattellò, il principe far doppia trama, scoppierebbe rivoluzione repubblicana con braccia assolutiste; vincitore vanterebbesi restauratore della monarchia,vinto Ringrazierebbe col Mazzini; in ambi i casi qualunque vincesse egli salirebbe al potere. Aggiunse aver sorprese casse d’arme e divise nazionali per mascherare gli operatori; sguainò parecchie centinaia di ritratti di lui, con sul petto una fascia e la parola Reggente, cui disse intercettate; né gli fu difficile presentar prove del congiurar di lui, quando egli statogli a’ fianchi né poteva alquante avere alle mani. Francesco uditolo, rispose con ironia: L’Aquila potere aspirare all’impero del Brasile (per cagione della brasiliana moglie), poi tacque. Quegli non sicuro della vittoria, unì parecchi ministri, e iti al presidente Spinelli, conclusero unanimi aversi a sbandire il principe; ma osservando lo Spinelli non esser tutti, convennero il ministero intiero andrebbe il dì seguente al real palazzo. Nel frattempo il Romano provvide s’interdicesse al principe la visita del re. Il re alla dimane non volle presedere al ministero nelle regie stanze riunito. Questo confermata la deliberazione per l’esilio, mandolla al sovrano pel De Martino; e ’l Garofalo ministro di marina, stato tant’anni dal conte protetto, s’offerse a eseguire la sentenza, inviandogliene l’ordine pel general Palumbo già precettore di lui; che ove non ubbidisse l’arrestasse. E sì fu fatto.
A quei dì la setta avea fabbricata una opinione d’infamia alla reazione: il nome di reazionario parea la versiera. Avean martellato tanto su Ferdinando spergiuro, che Francesco al sentirsi mancar la terra sotto, si contentava piuttosto di sprofondare, che cercar di salvarsi reagendo. Non osò pertanto ostare a’ suoi ministri. Il Giornale ufficiale del 14 agosto stampò l’Aquila recarsi per missione a Londra. Ma Francesco non persuaso del chi più reo, scrisse, il 13, un’affettuosa lettera d’addio allo zio; cui questi rispose dal legno protestando contro la violenza e la calunnia; lamentava essergli inibita la real presenza, quando volea mostrar prove di sua innocenza; e confermava suoi sensi di divozione al re, alla patria e all’Italia. La povera Italia entrava allora in ogni guazzetto. Ei si partì la notte del 14.
§. 6. Stato d’assedio.
Quei liberali tanto declamatori dell’illegalità passate, iniziavano cosi la potestà loro con tanto arbitraria tirannia contro un principe reale; scacciato senza giudizio, senza poter parlare. Cosi D. Liborio si sdebitò de’ benefizii. Quei ministri che volean parere imparziali, aveano scritti pomposi mandati d’arresti per gli unitarii e repubblicani Mezzacapo, Spaventa, Ajala e altri; ma non eseguiti, come parti il principe, mentre ebbri del trionfo si gloriavano di gran reazione compressa, non solo quelli rivocavano, ma altresì gli ordini d’espulsione a’ Mazziniani e alla moglie del Nunziante, tutta gente collegata col Cavour o col Garibaldi. Lo stesso dì 14 con ordinanza del Ritucci comandante la piazza, si ripose lo stato d’assedio; e ’l ministro di guerra ingiungeva all’esercito di stringersi alla Guardia nazionale, per mantenere le libere istituzioni del paese. Quello stato d’assedio fu messo non contro la rivoluzione imperante, ma a sua tutela, ma a comprimere qualche molo di controrivoluzione, che certo riusciva terribile e sanguinosa. L’arme regie mantennero l’ordine della rivoluzione che abbonivano. Intanto giunte le nuove de’ primi sbarchi garibaldeschi sul continente, molti lasciavan Napoli; primo il Filangieri, che si partì per mare il 12 agosto. Fuggivano i mercatanti su’ bastimenti col più prezioso. Nerissimo l’avvenire, incerto e spaventevole il presente.
§. 7. Gloria il desertare.
I liberali che sempre parlano di patria, sconosconla sempre, patria per essi è là dov’è la rivoluzione. Appellavano redentore il Garibaldi nizzardo-francese, e dicevan Croati i soldati napoletani difensori della terra dov’eran nati. Con libelli raccomandavano la diserzione del tiranno la patria, dicevano, star ne’ Garibaldini, il soldato combattente pel patrio re esser traditore della patria. Un disertore tenente De Benedictis, figlio del generale comandante gli Abruzzi, vi stampò su di luride lettere; altra né le’ un Marselli, in nome d’alcuni uffiziali; e l’Ayala con un libercolo da Firenze simiglianti dottrine avea sciorinate. Correvano a dozzine scritte minute, o giomalucci su quel tuono. Il Garibaldi a’ 6 agosto da Messina proclamava a’ soldati nostri: «Ho provato che siete prodi; non vorrei provarlo ancora. Sia tra noi tregua; accettate generosi la mia destra.» I mandatarii suoi sin dentro Napoli avean bottega senza mistero, dispensando danari, e ingagiando sottuffiziali e soldati, a corrompere l’esercito. Tutti sapevano la casa e le persone, solo il governo noi sapeva. V’eran poi di segrete adunanze d’uffiziali cospiranti a non far combattere l’esercito: in Napoli una in casa un Cassola, altra in via della Pace. Si giunse a tale che il 18 agosto parecchi uffiziali presentarono al ministro di guerra una petizione firmata, per indurre il re ad andarsene senza guerra. E quel Pianelli ch’aveva il dovere di farli da un consiglio di guerra condannare, si contentò di far ritirare la codarda domanda. E che n’aveva egli mestieri? Fingendosi limano lasciava fare, e aspettava gli eventi. E perché i soldati già sospettosi guardavan bieco, tai mene correvan coperte; e a’ traditori non restò albo partito che il reissimo di guidar quei generosi a morir di stenti e miseria. Nulladimeno non mancarono uomini di cuore pronti a capitanare una opposizione, ma erari respinti da’ congiuratori ministri. Tra l’altre proposero un’associazione per unire gli sforzi in comune, e fondare giornali ostili a’ rivoluzionarii; ma i ministri inculcando prudenza, con traditrice passività, pur l’impedirono: un d’essi obbiettò di non aver danari, e ’l dì stesso assegnava diciottomila franchi a un giornale della setta. Irretito così, franto, tradito l’esercito, è maraviglia che tanto contrastasse, eppure odo anch’oggi chi dopo aver lavorato a tai nefandezze, mal pagato dal Piemonte osa nella comune rovina accusar di codardia quei soldati.
§. 8. Posizioni de’ Regi nelle Calabrie.
Il Garibaldi per dar ardimento a rivoltosi strombazzava a’ quattro venti che passerebbe in terraferma; però il nostro governo avvisato avrebbe dovuto provvedere. Era chiaro la invasione comincerebbe da Reggio vicina, sia per dominare il Faro, sia per procedere da Messina base delle sue forze, dove a vista d’occhio si vedevano gli allestimenti. Allora l’esercito regio, partito in più divisioni, n’avea due nelle Calabrie, la 5(a) e la 6(a) capitanate dal maresciallo Giambattista Vial, giunto a Pizzo il 30 luglio, chi aveva altresì preso il comando territoriale delle tre province. Tai due divisioni s’eran ite formando co’ reduci da Messina, e con altre soldatesche scese dalla parte superiore del regno. La 5(a) fe’ due brigate. Una col brigadiere Giuseppe Ghio avea dodici compagnie del 2° di linea, e dodici del 12°, uno squadrone di gendarmi a cavallo, e una batteria da campo; spartita fra Monteleone, Pizzo, Nicastro, Maida e Catanzaro. L’altra col brigadiere Nicola Melendez avea dodici compagnie del 4° di linea, e otto del 15°, uno squadrone lancieri, e una batteria da montagna, spartita tra Nicotera, Tropea, Palmi e Bagnara. La sesta divisione comandata dal Brigadiere Bartolo Marra, avea la 5(a) e la 4(a) brigata, cioè: la terza sotto di lui composta del 1° e del 14° di linea, uno squadrone lancieri, e otto obici da montagna, divisa tra Villa S. Giovanni, Altafiumana, Torre Cavallo, Punta del Pezzo, Scilla e Reggio, e la 4 col brigadiere Giuseppe Caldarelli con l’8° di linea, il reggimento carabinieri a piedi, due squadroni lancieri, e una batteria da montagna, di cui metà rigata; divisa tra Cosenza, Rogliano e Paola. Dappoi l’8 agosto vennero da Napoli altri due bei battaglioni cacciatori, il 1° e il 5°. Comandavano le arme delle province il brigadiere Carlo Galletti in Reggio, il colonnello Camillo Locacelo in Catanzaro, e ’l colonnello Giuseppe Ferraiolo in Cosenza. Il ministro di guerra avea prescritto che ovunque sbarcasse il nemico, le brigate si congiungessero per aggredirlo, dicendo potersi vincere di leggieri al suo primo arrivare. Ma tra Cosenza e Reggio erano 108 miglia; e sarian corsi più giorni per accozzar le truppe e arrivare stanche contro avversarii treschi. Ciò nondimeno saria stato niente contro a’ Garibaldini, se alle truppe avessero preposti comandanti volonterosi. Questi s’eran mandati in fretta allora, ignari dei soldati e de’ luoghi: il Marra giunto a’ 30 luglio, il Melendez a’ 2 agosto, poi il Brigante a’ 9. Nessuno de’ capitolati di Palermo e Messina aveva subito punizione; anzi qualcuno era stato promosso, perché facesse le seconde geste. Chi pur non era reo, vista la impunità, titubava, aspettando l’avvenire; e temea piuttosto guai dal fare che dal non fare. Oltracciò quasi tutti i colonnelli eran nominati di fresco, ignoti a’ soldati loro, l’un dell’altro diffidente, però disciplina molle, sospetti, inobbedienze. Nelle compagnie eran filtrati settarii; i quali più gridatori di fedeltà, valendosi de’ mali umori, susurravano, accrescevano le diffidenze, per far sorgere a tempo il fatai motto di tradimento, che in uomini meridionali, di viva fantasia, è forte dissolvitore. S’era ogni corpo tagliuzzato e disseminato quà e là a spizzico, sotto duci di corpi diversi, il che distruggeva la coesione del tutto. Da ultimo si mancava d’ogni ben di Dio; non foraggi ai cavalli, non pane agli uomini. I fornitori venivano senza danari. E per mancanza di moneta si sospesero i lavori al castello di Reggio.
Disapprovando il re con lettera tal partizione delle soldatesche, il Pianelli promise mandar altra gente alle prime nuove d’assalimento, e andare egli stesso a dirigere la guerra. Dopo aver sì disposte le cose a perdizione, credo vi sarebbe ito, se a caso avesse udito qualche vittoria, per farsene vanto: perocché da tutto quanto ei fece si vede sarebbesi trovato bene con qualunque vincitore.
§. 9. Acconci a perdere.
Il Marra comandante la sesta divisione notò le mal divise truppe, la mancanza de’ mezzi da vincere, la poca fede da porre in certi duci, massime nel Gallotti, comandante l’armi in Reggio, e più volte provocò migliori provvedimenti. Prima a’ 2 agosto chiese venire a Napoli, per parlare al ministro di guerra; scrissene al Vial, e dimandò piuttosto le dimissione che perder l’onore. Riscrisse il 4 cederebbe il comando a un colonnello: nessuna promessa mantenuta, mancare istruzioni, uffiziali del genio e di stato maggiore, mancar danari, vesti, pane, e più che altro la buona fede. Al ministro che il minacciava replicò più acre il 5. E il Pianelli ordinò al Gallotti mandasselo a Napoli; come fe’ l’8 sul vapore Pompei; ma giunto fu messo in castel S. Elmo. Felice che con l’arresto scampò alle imminenti vergogne. Alla brigata di lui preposero Fileno Brigante promosso allora a’ 4 agosto a brigadiere, in premio a’ mali servigi resi a Palermo, e alle male imbarcate artiglierie, e più pei servigi da rendere. Ma a quella sesta divisione non posero comandante; si le due brigate restarono disgiunte e indipendenti, e prive d’ogni cosa, là appunto dove il primo cozzo dovea seguire. Il Brigante aveva il carico di difendere i forti sulla costa da Scilla a Reggio, che ove li avesse il nemico, dominerebbe il Faro, però egli se né stava alla Catena, co’ soldati stesi lungo la spiaggia. Il Melendez tra Gioia e Bagnava aveva ordine di sorreggere il Brigante; il Vial stavasi a Monteleone, il Ghio a Catanzaro, il Caldarelli a Cosenza. Così ventimil’uomini disseminati in tanto paese, eran fievoli dovunque avessero assalto.
Ma d’avvantaggio il paese era del nemico; comitati rivoluzionarii in tutti i municipii, creati nuovi allora dal ministro; guardia nazionale scelta faziosa, vigile a comprimere chi osasse mostrarsi pel trono; la stampa cospiratrice (sola permessa) inventante pericoli, divulgante guai, magnificante le cose garibaldesi. Per contrario i Regi diventati stranieri in patria, spiati, infamati in ogni minuta cosa. Gl’impiegati ligi al nemico mettevano inciampi all’andar delle munizioni, al passaggio degli ordini e de’ dispacci; tentavano i militari, e dove trovavan presa rendevanli veicoli di corruzioni. Solo sui soldati non facevan breccia, né riuscivano a nulla le circolanti proclamazioni incitanti a disertare. Ma non valute queste, valsero i mali duci. In somma capi felloni, municipii ostili, senza vettovaglie e munizioni opportune, senza spie, sperperati, ignari de’ luoghi, ignoti gli uni agli altri. tenuti immobili, disagiati, irrisi, i fidi soldati del reame eran destinati a disfatta senza battaglia.
§. 10. La Provincia di Reggio.
La meglio concia era la provincia di Reggio, ove s’aveva a preparare la prima vittoria all’invasore. Fattosi intendente a’ 25 luglio il Balani ex sindaco, questi s’affratellò tosto col Gallotti comandante l’armi. La prima vittoria chiurla a’ 27 del mese contro i miseri Compagni d’arme e poliziotti di Sicilia, fuggenti da Messina per iscampo sul continente. Il Balani mandò Nazionali ad arrestarli; quelli fuggirono in mezzo a’ Gendarmi; i quali per salvar loro le vite ebbero a menar le mani. Ma intervenuto il comandante Galloni, chiuse i gendarmi in castello, carcerò i Siciliani, e scrisse a Napoli ch’eran borsaiuoli! Miseri, fuggenti la patria perduta, non trovavano sicurtà, neppur sulla terra di quel re che avean servito! Da ultimo fur mandati a Napoli; e i gendarmi in pena di non averli lasciati uccidere, furo da Reggio allontanati. D. Liborio per questo ed altri fatti dell’Intendente alto il lodò; e questi il ringraziò a’ 2 agosto d’aver approvato la lealtà de’ suoi servigi. Dappoi a’ 18, quando già cominciati erano gli sbarchi garibaldesi, rassicurava esser migliorate le cose; egli esser pienamente d’accordo col vigilantissimo comandante le armi, che lo seconda con amorevole sollecitudine: Nazionali e truppe esser pronti ad accorrere. Infatti scoppiati i moti reazionarii in Cerchiara, subito vi mandò Nazionali a comprimerli, i magistrati a punirli; e fe’ dal buon ministro destituire il Rizzuti giudice regio. Quei regi uffiziali prontissimi contro le reazioni, non avean occhi per l’ordine pubblico. La notte del 1 agosto al ponte del Calderaio fu aggredito il procaccio e ucciso un gendarme. Il 7 a Matera i sediziosi, dato addosso a un Francesco Gattini, per avere i titoli de’ terreni usurpati, dicendo questi non averli, l’uccisero con altri due. E il capitano Castagna che chiedea d’andarvi con gendarmi da Potenza, l’ebbe vietato da quell’intendente e comandante l’arme. La notte del 12 nel distretto di Castrovillari si saccheggiava la salina di Limerò. Ciò andava bene; ma guai a chi gridasse viva il re!
§. 11. Primi sbarchi garibaldesi.
Il continente del regno ha 133 miglia quadrate, con sei milioni e 800,000 abitanti. La schiena degli Appennini vi s’alza per mezzo sino alla punta di Reggio. Avea quindici province, che eccello l’Aquilano e l’Avellinese, tutte hanno mare Adriatico o Tirreno, col mezzodì nel Ionio, che vi s’ingolfa tra Puglia e Calabria. La punta calabra incontro a Sicilia ha sulla costa Reggio, Villa S. Giovanni, Scilla, Bagnara, e Palmi. La prima, capo di provincia, ha un vecchio forte rovinaticelo; e di là a Scilla stanno a guardar lo stretto alquante batterie con torri; ma fievoli, sottostanti a’ monti, nulla valenti contro chi da terra le investisse. E le rimasero senza munizione, né da guerra né da bocca; gliene manda vano da Reggio.
Il Garibaldi prima di muoversi mandò sue proclamazioni il 6 agosto ai popoli e a’ soldati, magnificando sue vittorie, alludendo ad aiuti stranieri, promettendo certo trionfo. Il dì stesso da una finestra a Messina nunziò che partirebbe, e die’ l’addio a’ Siciliani. La sera dell’8 montato sull’Aberdeen, vide partire la prima spedizione di 450 uomini, ov’eran Sardi, Francesi e Inglesi, su venti barche, comandati da un Missori, detto maggiore; per isbarcar a modo d’avanguardia in Calabria, là dove stavan 100 cannoni regi, e 10 regi legni in crociera. Speravano pigliar per sorpresa Torre Cavallo; ovvero guadagnare i monti, chiamar le popolazioni all’arme, e con esse molestare i Borboniani alle spalle. Partiti in più drappelli, s’accostano col ciel nuvoloso; ma la parte ov’eran Francesi e Inglesi, scorta dalla batteria ad Altafiumana, non ostante il buio, è dagli artiglieri sì bene imberciata che dà addietro. Gli altri, un cinquanta, col Missori piglia terra presso Cannitello; e se un capitano d’ima compagnia del 1° di linea facea suo debito, tutti li agguantava; tolse 17 scale, funi, cappotti, e altri arnesi, un milite ferito, e quattro prigionieri; gli altri non perseguitò. Il Missori tirò in salvo sull’Aspromonte a tre miglia; dove da’ faziosi ebbe vettovaglie e qualche centinaio d’uomini da’ luoghi circostanti; di sorte che ruminò un colpo di mano a Bagnare, per prendere i cannoni d’un posto di soldati. Vi andò sull’alba del 15, guidato dal capitano nazionale di Bagnare, sorprese l’officina telegrafica sulla strada, ruppe il filo;ma i soldati afforzati pur da quattro compagnie del 4° di linea che giungevano da Palmi, li fugaron sì presto, ch’ebbero appena un ferito; l’inseguirono sin sulle alture d’Altafiumara, alquanti n’uccisero, e 17 Sardi presero. Costoro, stranieri, senza ragion di guerra combattenti, dovevano andar fucilati, ed ebbero invece cortesie: fur mandati alla cittadella di Messina; ed anzi un Eduardo Telling suddito inglese, richiesto dall’inglese ammiraglio, a’ 5 settembre fu lasciato libero; quasi l’Inglese pigliato con l’arme in mano su terra altrui, avesse privilegio d’impunità. Lo stesso di 15 agosto seguivano altri lievi sbarchi sulla costa orientale a Bianco e a Bovalino; mentre le fregate Ettore Fieramosca e Fulminante di crociera in quelle acque, niente vedevano.
§. 12. La brigata Ruitz.
Anche quel dì venian da Napoli il 1° e il 5° cacciatori; quello sbarcava a Reggio, questo a Bagnara; che la dimane per ordine del Vial si congiunsero a S. Roberto, e volsero al monte Piale alla cerca del Missori; ma fuggito questi sul Melìa, tornarono indietro. Poi non si fe’ altro, e quantunque il Vial ingiungesse di snidar da’ monti i faziosi, non ere ubbidito; ond’ei credè rimediare con altro ordinamento che riuscì più tristo. Fe’ de’ battaglioni cacciatori 1°,5° ed una brigata nuova,col carico d’inseguire quelle bande; e fidolla al colonnello Ruitz, cui appellò sperimentato bravo. che restò senza dipendenza dall’altre brigate. Costui tolte le truppe migliori, fe’ men che nulla: servì a smembrar più l’esercito, e a sperperarlo peggio. Fedele il Vial, ma debol di mente, corbellava la setta; e fidò in quel Ruitz, già al vecchio Vial suo padre sospetto; che sei tolse da vicino nel 1849, perché affratellalo co’ faziosi nel Casertano, e mandato in pena ne’ corpi di linea. Poc’anzi s’era ben condotto a Catania, ma ora il vedremo. Cresciute le brigate, s’ebbe meno: ciascuno comandava, domandava, consigliava, nessuno faceva; ciascuno in disparte aspettava d’essere assalito. il maresciallo invece di venire scriveva: andate, sperdete quella nidiata di ribelli; pria che scenda il nemico o vi troverete tra due fuochi. Tutti eran sordi, e il Brigante rispondeva: il paese esser sicurato, disarmati e domi i liberali.
Calabresi buoni, ch’eran molti, al vedersi inermi avanti alla implacabile rivoluzione, al mirar quello sparpagliamento di milizie, e i preparamenti avversi sulla opposta siciliana sponda, presagivano la catastrofe; e con rimostranze a’ generali si proffersero di guardar essi le spiagge, purché avessero un fucile a persona e un carlino a’ più bisognosi; così le brigate unendosi in un campo, potrebbero accorrere grosse sull’avversario dove sbarcasse. Il Melendez lo rapportò al ministero, né ebbe risposta; ché il ministero temeva più armare la reazione che il Garibaldi.
§. 13. I volontarii del Pianciani.
Questi, fallitogli il rapimento del vascello, tirò in Sardegna a pigliarsi i novemila raccolti dal Bertani. Il Pianciani che li comandava assicura fossero 8940 in tutto, divisi in sei brigate; un battaglione carabinieri, due squadroni di guide, due compagnie di genio, due batterie rigate da campo, e i servigi amministrativi e sanitarii: ogni brigata aver quattro battaglioni, ciascuno quattro compagnie, si che se né potesse accrescere la gente senza alterare i quadri. Il Garibaldi giunto il 14 a Cagliari, solo parte né trovò, ché due brigate navigavano a Palermo, e parte dell’altre due stavano per arrivare da Genova; dove il Pianciani aspettò sinché ebbe lo moneta dal governo; però fu alla baia di Terranova sul tardi di quella sera;c raggiunse a Cagliari il Nizzardo che v’avea menato il resto della gente. L’incontrò presso al porto in una barca venutagli incontro a ingiungergli di voltar per Palermo. Egli, romano, che forte si struggea di farla al Papa, si turbò; per via sopraggiunselo il Gulnava avviso di guerra sardo, che a nome del governo andava comandando a tutti quei legni di sfilare a Palermo. Giunservi la sera del 17; ma il Pianciani ricusò di far quella guerra, e se né tornò a Livorno; il surrogò il prussiano Rustow, che li menò a ordinarli a Melazzo.
Eran parte di queste bande le raccolte dal Nicotera, dicevan da 2500 uomini a Castelpucci presso Firenze; il più soldati vestiti rossi, ch’avean da entrare nel pontificio. A queste il Pianciani con un bando disse: «La nostra bandiera ha ì colori della nazione; essa vi deve porre lo stemma.» Questo putiva di repubblica; e oltracciò s’aveva a ubbidire a Napoleone, che non volea tocco allora il papa; però il mattino del 28 arrestarono a Firenze il Nicotera e il Sacelli uno de’ suoi maggiori. Dopo poche ore liberaronli, dissesi, a patto d’andar subito con la gente in Sicilia, e con promessa di quarantamila franchi ed altro. Imbarcati a Livorno, aspettavano la moneta e l’altre promesse fatte dal Ricasoli, e non si movevano; ma accorsero cannoni sul molo, e un Commissario di polizia loro ingiunse partissero, o andrebbero a picco. Il Nicotera rabbioso protestò, e andò; ma dopo pochi di stampò una lettera al Ricasoli, tutta insulti; dove gli rinfacciò: «Mi prometteste: Se Torino si oppone mi torrò la maschera e verrò con voi; ora, sig. barone, quante sorte di maschere avete sul viso?» Fu svelato appresso ei fremesse, perché non quaranta, ma solo trentamila franchi gli dettero. Certo quei soldati sardi mascherati colla casacca rossa sforzati furono dal governo di Vittorio a venir contro noi, mentre ancora quel re teneva i nostri legati in corte. Le maschere di cotesta gente sono infinite.
§. 14. Numerazione de’ Garibaldini.
Gli scrittori garibaldini enumerano le loro milizie cosi: il Bixio con 4500 presso Taormina e Giardina; altre dodici migliaia a scaloni sulle coste nord-est; le divisioni Cosenz e Medici e la brigata Eber presso Messina a Torre di Faro con ottomila; la brigata Succhi di 1500 presso Spadafora, e ’l Rustow con 4000 a Melazzo. Inoltre l’Orsini con gli artiglieri uniti a Palermo, dodici cannoni, una batteria da montagna, altra da campo e due mortai veniva; per via tolse due mortai a Melazzo; e arrivò a Torre di Faro con trentanove pezzi, dove elevava sei batterie di costa, e altre galleggianti, e ponti da imbarcare cavalli. Da tale enumerazione sembrano i soli contati da trentunomila; ma giugnendovi quelli contro la cittadella, i corpi d’artiglieria, quelli rimasti a Palermo, e i 2500 del Nicotera, parrebbero da quarantamila. Ma credo esagerasserli, per magniiicarsi, per mostrar non comprate le vittorie, o perché tanti ne figurassero pagati. Certo pochissimi erano Siciliani; la massima parte parlanti barbare lingue venuti di lontano, eran Sardi, Ungari, Polacchi, Russi, Dalmati, Svizzeri, Inglesi, Francesi, Greci e Affricani; gente ch’avea fatte le guerre rivoluzionarie, vogliolosi di fortuna, buoni rapinatori. Tanti n’erano stranieri che a notarne quei soli ch’eran capi, nomino Turr, Milbitz, Eber, Rustow, Dunn, De Flotte, Tharrena, Csudafy, Ebherard, Pogam e altri di cotai strani nomi, in quell’italianissimo esercito liberatore d’Italia.
La loro flotta avea già undici legni, tra disertati, predati e comprati; cioè cinque armati, Veloce, Ferrei, Anita, Indipendente e altro senza nome, e sei da trasporto, Washington, Oregon, Duca di Calabria, Elba, Città d’Aberdeen, e Torino, capienti diecimil’uomini, senza contar altri vapori e barche. Ma di marinai mancavano; i Siciliani si facevano indietro; bisognò servirsi di marinai sardi e francesi, fatti disertare! Tai forze di terra e di mare mal connesse e disordinate non valean molto; ma il Garibaldi fidava ne’ duci nostri, nel favor francese e inglese, e nelle seduzioni e corruzioni; onde giudicò bene valersi poco di quelle materiali arme che potean fallire, valersi del momento, non dar tempo a pensare, e presto dar sopra.
§. 15. Passaggio sul continente.
Tenendo Reggio pria d’averla, sendovi suoi l’intendente, il comandante, e il comitato, s’avventurò a passarvi con una mano d’uomini; perché a venirvi con molti risicava a far concentrare le sparpagliate soldatesche, e perdere il frutto di mille minuti inganni; dove arrivando improvviso aveva a fare con una brigata sola, della quale era già sicuro. Lasciò a Torre di Faro molta gente e barche in mostra per chiamarvi gli sguardi; ed ei corse a Taormina, e il dì 17 e 8 agosto caricò due legni il Franklin e il Torino, questo ampio, quello piccolissimo. Gli scrittori suoi dicono fossero 1200 uomini sul primo, e 3100 sul secondo, ch’è menzogna, non potendo quelli capire più di 1600 uomini tutti e due. La notte traversarono il mare, il Garibaldi Franklin, il Bixio sul Torino, giunsero all’alba dei 19 a vista di Melito sulla costa orientale calabrese, il cui telegrafo scopertili, non segnalò a Reggio, e l’uffiziale se né vantò poi; invece indi a poco quello al capo dell’Arme fe’ suo dovere. Erano a Reggio due regie navi a vapore, l’Aquila e ‘l Fulminante col general Salazar, capo di tutta la flotta nel Faro, uomo di non so che mente; il quale sino dal 1° agosto aveva assicuralo il governo che la marina non avea bisogno di sproni per fare il debito suo, ma ch’ei volentieri cederebbe ad altri il comando: in risposta a’ 7 del mese fu promosso; rispose esser riconoscentissimo, e anelar di mostrarlo co’ fatti. Intanto alle fregate or mancava il carbone, ora s’ardeva quello che v’era; or non valeva l’artiglieria, ora era un’ancora rotta, ora il pennone, or mancava il macchinista, ora il pilota, ora le vele; e sì mandato con tai scuse a Napoli il più de’ legni, stavasi con sol tre fregate e l’avviso la Saetta, con inadatta artiglieria. I capitani or questo or quello si davano per malati. Saputosi da spie che il nemico sbarcherebbe verso Bianco e Bovalino, il ministro con dispaccio del 17 ordinavagli incrociasse in quelle acque; ed ei si stette a Reggio. E quando il segno telegrafico del mattin del 19 assicurò accostarsi il Garibaldi a capo dell’Arme, il Salazar avuto ordine d’andarvi, udì prima con suo comodo la messa, e si partì sul mezzodì.
Intanto gl’invasori s’accostarono a un luogo dello Portosalvo; e il Bixio die’ col Torino nell’arena a disegno, come avea fatto a Marsala, per isbarcar presto: il legno restò dritto, sicché in breve la gente fu a terra, e quelli del Franklin servendosi di esso come ponte sbarcaron del pari. Poscia il Garibaldi col Franklin prese a trarre da quella secca il Torino; ma noi potendo, voltò al Faro, a cercarvi altro legno di più forza che l’aiutasse a cavarlo. Per via incontrò e si trovò in mezzo alle due navi regie, ch’era l’ora una e mezzo pomeridiana, e alzò bandiera americana. Il Salazar si fermò alquanto a guardarlo, e spiccò anche una lancia, poi vistosi il legno passar vicino, assai piccolo e vuoto, il lasciò andare. E v’era il Garibaldi dentro; ché se il pigliava come era suo dovere, finiva la guerra. Andava al luogo d’uno sbarco ostile, il frapposto tempo dicevagli ch’avea già dovuto seguire, incontrava un legno vuoto in quelle acque, nò pigliava sospetto, anzi non vedeva quello certo esser degli assalitori? Dicono il Salazar inetto, ma tanto? Trovò, ch’eran l’ore tre, il Torino arenato, e i Garibaldini altri sulle alture, altri a lavorare ancora a vuotarlo del resto delle munizioni. L’Aquila con pochi colpi disperse le camice rosse, e la ciurma del Fulminante prese del vuoto legno possesso.
Il Garibaldi campato da estremo periglio, udendo il cannone, capì il Torino esser perduto subito si fe’ sbarcare sulla costa, congiunsesi a suoi poco discosti, e con essi per le alture fermò alla contrada Anno, nel casino Ramirez, ma giungendo pur là le palle dell’Aquila, si gettò più dentro verso Melito, a circa venti miglia da Reggio. Stette la notte sur un letto di fiumara a due miglia dallo sbarco, mancando d’ogni cosa, sicché ebbe alquanti uomini morti proprio di fame. Raggiunselo al mattino il Missori e Agostino Plutino, con quei ch’avevano accozzati ne’ monti, ma gli uni e gli altri affamali, pallidi, scoraggiatissimi, vistisi schifati dalle popolazioni, si tenevan perduti, fuorché il Garibaldi che sapeva il fatto suo. Il Salazar tolte le munizioni e l’arme rimaste sul Torino, lavorò sino a sera per ritrarlo a galla, ma non riuscendo, e vista guastata la macchina, l’abbruciò. Altri due legni in crociera di là da Melito, non si videro punto.


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