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Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo Volume secondo (XVI)

Posted by on Apr 23, 2026

Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo Volume secondo (XVI)
13. Rivolture nel Palermitano.

Per appoggiare i moti di Basilicata mandarono nel Salernitano un Giovanni Matina e un Luigi Fabrizi modenese; che accozzato una mano de’ più caldi corsero a Sala, dove il sottintendente Luigi Guerritore a’ 30 agosto con solenne atto, riconoscendo Vittorio e Garibaldi, rassegnava nelle mani del popolo insorto la potestà, e dichiarava mettere nelle mani del colonnello Medina e del cittadino Fabrizi tutti i poteri militari (ch’egli stesso non aveva!).

Cotesti due, proclamatisi quegli prodittatore, questi capo dell’insurrezione, gridarono decaduti i Borboni, inaugurarono Vittorio con Garibaldi dittatore. Posero le mani nelle casse, crearono un cassiere; ma vedendo le popolazioni masticarla male, fecero commissarii organizzatori delle rivolture in ogni parte; e per infrenare la reazione stamparono al 1° settembre un ordinanza per disarmare i cittadini della provincia, con giudizi! marziali, e stessa pena a qualunque uffiziale civile e militare non desse braccio agli esecutori. Un Lucio Magnani, uno di tai commessarii, con altra ordinanza minacciò fucilazione per gli arrotamenti d’armati. Ribassarono il sale; e decretarono a’ 4 settembre un indulto agl’imputati e condannati per qualsivoglia ragione, fuorché chi il fosse per reazione, così liberarono i ladri, e carcerarono gli onesti. Negli stessi modi un Lorenzo Curzio proclamò a’ 27 agosto la rivoluzione in S. Angelo Fasanella, e poi un Claudio Guerdile nel distretto di Campagna. Stefano Passero la proclamò in quel del Vallo a’ 31 agosto; si fece comandante l’esercito del distretto, fe’ comitati a Gioj, a Stio, a Laurino. Cose facili ed impunite; ché la potestà regia secondava, le soldatesche ritraevansi a Salerno, e i popoli senz’armi, tenuti compressi da’ governanti e da’ ribelli, non potevano fiatare. Intanto il Turr sbarcava gente a Sapri il 2 settembre. Il Garibaldi con pochi uffiziali giunse il 5 a Sala; mangiò a lauta mensa, e fe’ il Matina governatore della provincia; poi andò ad Auletta.

§. 14. Benevento tolta al Papa.

Racconto il fatto di Benevento. Dissi già d’un Achille Iacobelli di S. Lupo, liberale nel 48, reazionario dappoi. Suo padre Gregorio fu masnadiero insieme a un Antonio ladonisio; ambi condannati alla forca, questi fu giustiziato, quegli ebbe grazia: le spese del giudizio, benché per condanna obbligati, mai non pagarono gli eredi, quantunque arricchiti. Stretti dunque da’ legami patemi, Achille Jacobellie Filippo Iadonisio agli ereditati bottini aggiunsero industrie di brogli e appalti, per favore amministrativo prosperosi. Achille dopo il 49 vestiva la divisa di tenente-colonnello regio, comandava le guardie urbane, ebbe da Ferdinando la concessione del ponte sul Calore al Torello; Filippo fu ricevitore della dogana a Pontelandolfo. Lor s’aggiunse un Giuseppe De Marco di Paupisi impiegato anche in quella dogana. Tal triumvirato, sperando maggior fortuna ne mutamenti, reggea le file settarie in quei luoghi tra Molise e l’Avellinese; vi spandeva il clandestino foglio Ordine, e i comandamenti del sebezio comitato. In Pontelandolfo si scoperse la cosa; fu denunziato il De Marco; e il giudice Arpaia faceva il processo; ma da Napoli venne ingiunto si ponesse cenere, e l’Arpaia in pena fu traslocato a Sepino. SI trionfando i congiuratori, s’avvilirono gli accusatori; la congiura seguitò, e data poi la costituzione si palesò. Prese il De Marco ad accozzare in casa sua a Paupisi qualche soldato pontificio disertato da Benevento; cuci camice rosse, raccolse arme, munizioni e moneta. Al 1° settembre fe’ una ragunata di tristi nel piano beneventano, armolli con arme tolte ai corpi di guardia nazionali di là dattorno, li vesti rossi, né fe’ squadre, largì gradi, si creò maggiore; e alla dimane in quasi dugento entrò in Benevento: ove già Domenico De Simone, Nicola Vessichelli e un Mutarelli aveano la sollevazione iniziata. Non trovato ostacolo, depose gl’impiegati papali, arse gli stemmi, vuotò le casse, occupò il castello, il collegio de’ Gesuiti, e ’l palazzo municipale. Liberò parecchi carcerati, alzò il governo per Savoia, e vi pose a capo, ricusantisi molti, un Salvatore Rampone notaio e sonatore di flauto. Seguitarono atti sacrileghi contro i Gesuiti; aggrediti in casa, spogliati, scacciati, obbligati a mendicar pane e sussidii per andare altrove. Il cardinale Carata tennero prigione in casa, aspettando il cenno del dittatore. A’ 4 settembre abolirono i dazii. Di là il De Marco ingrossato scorreva la campagna, poi andò ad Ariano; poi s’uni a’ garibaldini in Maddaloni. Il Rampone si die’ a vilezze ed estorsioni; onde gli si oppose Carlo Torre; il quale mandato a Napoli some di formaggi e salami, e forse anche perché più di lui alto nella massoneria, ottenne d’essere esso creato governatore in sua vece.

§. 15. Stato di Terra di Lavoro e Abruzzi.

Cheta era Terra di Lavoro, ché, sendovi soldati, i faziosi cagliavano; ma intendente v’era il conte Francesco Viti, servitore de Borboni tanti anni, e scrittone anche da adulatore, uomo che sapea navigare; il quale in sul bello si chiari rivoluzionario e fellone. Costui col braccio d’un Rispoli, già regio giudice, mandato da D. Liborio sottintendente in Piedimonte, avea lasciato unir sul Matese un dugentocinquanta rompicolli, che, come dirò meglio, andarono al Garibaldi. Più cheti stavano i più lontani Abruzzi; benché l’altro fellone generale De Benedictis vi tenesse vivo sotto la cenere il fuoco, lasciasse il paese sguarnito, ed ei stesse con le soldatesche a Giuliano va, ad aspettare gli eventi, per dichiararsi.

Bentosto ne’ paesi sollevati fu anarchia: occupazioni di terre demaniali armata mano, a Potenza, a Matera, in Capitanata, Terra di Bari e altrove; uccisioni per vendette private al grido d’Italia, rapine alle casse pubbliche, insulti e soprusi alla gente quieta. Che che facessero di nefando, la stampa lodava, sendo la stampa rivoluzionaria sola permessa;e sì sfacciatamente, che sin dal principio d’agosto usciva in Napoli un giornaluccio col titolo Garibaldi, portante l’eroe in cielo, e percotente la monarchia. Stampa senza compratori; sparsa a ufo, co’ danari torinesi.

§. 6. Le cose di Puglia.

Furon qua e là conati di reazioni. A Matera uccisero liberali; a Bari si tumultuò per Francesco: a Bovino il 20 agosto si gridò Viva il re, s’assali la guardia nazionale faziosa, e si scacciarono dai paese i galantuomini ribelli; ma tosto il ministero mandò soldati a dare in fronte a’ fedeli al trono. In Ariano a’ 4 settembre scoppiò la reazione; i popolani assalirono nazionali e galantuomini, e fecero sangue; chi la scampò ricovrò a Greci. Per contrario fu moto rivoluzionario a Foggia il 17 agosto; e i due squadroni del 2° dragoni presenti lasciarono fare, per reità o viltà d’un maggiore Maresca comandante, e d’altri uffiziali.

Era comandante territoriale delle Puglie un Filippo Flores, nato siciliano, che comprato da fanciullo il grado di capitano, quantunque ubbriacone e tacciato di nefando vizio, era salito a maresciallo; venuto colà con gran potestà, grosso soldo, e più onorificenze. Faceva il terrorista assolutista, perseguitava ì liberali, e nominando il re piangeva di tenerezza. Un di a Bari, avendo un gentiluomo di Barletta urtato a caso un figlio di lui, disse averlo fatto per ispregio perché liberale, e volea dargli le legnate, e ’l faceva, se gli uffiziali noi tenevano. Altra fiata certi seminaristi gridarono Viva la libertà; ed egli trascorse a batterli con le sue mani. Questo così despota, come udì la costituzione, uscì liberale. Mandò pochi soldati verso Foggia, per sedarvi i moti del 7 agosto, ma per via un ordine ministeriale l’arrestò, e v’andò solo senza gente il brigadiere Bonanno, ch’avvisava si richiamassero di là gli squadroni dragoni; ma il Flores non volle. Anche in Ostuni entrando settembre s’alzò Savoia, e altre terre qua e là, secondo le novelle ch’arrivavano.

Nelle Puglie eran queste truppe: i detti due squadroni a Foggiala Bari due di carabinieri, mezza batteria da campo, un battaglione di gendarmi a pie’, e uno squadrone a cavallo, sparpagliati in tutte terre. Oltracciò otto compagnie del 15° di linea, reggimento già retto dal famoso Landi di Calatafimi, sperimentato indisciplinato a Trapani, a Melazzo e a Reggio, e ‘l comandava il siciliano colonnello Andrea Trigona, di dubbia fede, e nuovo ad esso. Il tutto era una brigata, col Bonanno, giuntovi il 42 del mese. Il re per consiglio dell’Ischitella ordinò tutti s’accentrassero a Foggia, per unirsi all’esercito, col quale allora tentava dar battaglia; ma il Pianell né fe’ restar parte indietro, e all’altra prescrisse la via sì lenta, che arrivò dopo la catastrofe. Il Flores presa la volta per Avellino, ove diceva aspettarlo il collega Scotti, mosse da Bari il 4° settembre. Uscendo il 5 da Barletta, seppe Canosa oppressa da’ ribelli de’ dintorni, e aspettare i soldati per iscacciarli; però a non passarvi, prese co’ cavalli la via dell’Ofanto. Ma il Bonanno co’ fanti sulla via consolare, come s’accostò a Canosa, seppevi entrati la vigilia i rivoltosi, e che spezzati gli stemmi reali, volessero assalire i soldati. Di fatto Posarono dalle colline, ma lasciato qualche morto tosto fuggirono. Incontanente tornò l’ordine in Canosa; e il Bonanno volle un processo verbale firmato dal municipio, attestante egli essere stato provocato albi pugna; perché a quel tempo il combattere i ribelli sembrava reità di Stato. Riparli, dolendosene i Canosani; e a Cerignola fu rampognato dal Flores d’esser passato per Canosa. Questi il 6 tenne consiglio sulla via da fare: tutti avvisavano s’andasse per Foggia a prendervi i dragoni, e poi voltar pel Sannio a Capua; egli s’oppose, dicendo non voler impacciarsi con conflitti in Foggia rivoltata; dover volgere ad Avellino, ove l’aspettava lo Scotti. Prese via traversa tra Orta ed Ortona sino alla taverna di Bovino; quivi accampò i cavalli e i cannoni, ci co’ fanti riposò in Bovino tre giorni, sino al 9. Colà vennegli una deputazione d’Ariano, ch’avea reagito iH; e certo tutto il paese era realista, sì che un uomo di cuore n’avria cavato partito. Quel che facesse dirò a suo luogo.

§. 17. Minacce di controrivoluzione in Napoli.

Anche in Napoli era facile il reagire. Al 25 agosto scopersero casse di tuniche crocesignate, e ’l modo come il giornale né parlò, significò fatte per reagire. Alla dimane i capi nazionali andarono iti deputazione alla reggia, a dichiarare essi terrebbero l’ordine; il monarca benigno li assicurò Napoli udrebbe il cannone, ma distante; né sarebbe campo di guerra. L’altro dì vigendo ancora a parole lo stato d’assedio, tolto il Ritucci, fu messo il general Cutrofiano a comandante la Piazza. L’Ischitella prese il»ornando de Nazionali; a’ quali si dovean dare altri posti importanti, cioè banchi, ministeri e prigioni, perché le soldatesche si mandavano a Salerno. Il Cutrofìano, non ostante le opposizioni de’ ministri, die’ una ordinanza minacciante giudizio militare a’ contravventori: ciò spiacque a chi voleva le ordinanze soltanto contro i realisti. Questi vedendosi la voragine davanti, volean fare uno sforzo per salvare il paese; a’ 29 agosto si trovò affisso a’ cantoni un indirizzo stampato, col titolo: Appello dì sedute pubblica. Il popolo napolitano ed suo re Francesco II. Diceva: «La patria è in pericolo, e il popolo ha dritto a chiedere difesa al suo sovrano. L’inimico è alle porte, il tradimento di pochi vili l’ha aiutato, una diplomazia più trista lo sostiene; tra pochi di né porrà il giogo, né farà Piemontesi, né torri la cattolica fede. Ma noi da molti secoli siamo Napolitani; il vostro avolo Carlo né redense dagli stranieri; vogliamo restare Napolitani. Il figlio di Pedinando non saprebbe usare lo scettro glorioso del padre? il figlio di Cristina né abbandonerebbe al nemico? Sire, salvate il vostro popolo; in nome della religione che v’ha sacrato re, in nome delle leggi de’ vostri predecessori, in nome del dritto e del giusto, in nome del dover vostro, che v’impone di vegliar per noi, e di morire anche per la salvezza del popolo, velo dimandiamo. Sire, la patria pericolante vi chiede ad alla voce quattro provvedimenti: 1(o)Il ministero è traditore, discaccíatelo; chiamate alla potestà uomini onorati, devoti al popolo, alla corona, e alla costituzione. 2° Molti stranieri son qui a cospirare contro al trono e alla nazione; espelleteli. 3 In Napoli son molti depositi d’arme si sequestrino. 4° Tutta la polizia è del nemico; mettete invece di essa una polizia onesta e fedele. Sire, questo vi chiede il popolo napolitano. L’esercito è devoto; sguainate la spada, e salvate il paese. Quando è per noi il dritto e la giustizia, è Dio con noi.»

Tai sensi che avean eco in tutti i cuori generosi, furono di spavento alla setta e al ministero; perocché attuati, potevano in un colpo istrappar loro di mano il trionfo. La sera di quel dì 29 un Diana garzone della tipografia Ferrante denunziò aun Davino fatto allora commissario di polizia, l’autore esserne un prete francese Ercole de Saugliers, che abitava in via S. Teresa, N. 6. Tanto gravava la pressione poliziesca su’ sudditi fedeli, ch’era stato mestieri valersi di quel Francese. Incontanente D. Liborio ch’era sordo alle proclamazioni garibaldine, si fe’ di fuoco a questa che faieva appello al re; né vergognò d’andare egli stesso col Bardara prefetto di polizia a mezzanotte alla tipografia a S. Anna di Palazzo, e a casa il Saugliers. Quella trovò chiusa e vi mise guardie; questa invase, perquisì, tolsevi esemplari dello scritto, e arrestò il prete. Poi agguantato il tipografo, apersero la stamperia a forza e preservi ottomila di quei fogli. Quindi il Romano insieme al Pianelli andarono al re, narrando l’empietà della cospirazione; ond’ei lor disse con ironia: «Siete più bravi a scoprire le cospirazioni realiste che le settarie.» Appellavano cospirazione un indirizzo protestativo, dichiarante la cospirazione ministeriale; e né davano carico al conte di Trapani e al Cutrofiano. Poi s’andavan trionfando, quasi liberata Napoli da eccidio. La paura addoppiò loro sforzi; ringagliardirono di numero e arme i Nazionali; co’ giornali moltiplicarono gl’improprerìi; contro la reazione tutto permesso, violazioni di domicilio e persone, carceri, busse, in fa inazioni; per puntellare la rivoluzione ogni mezzo, bocche nefande, stranieri armati simulanti popolo, pompa di potestà e legalità. Veementissimi libelli e foglietti ogni dì impunemente si scagliavano per Napoli e province, contro il re, il padre, gli avoli, e sin contro l’onore della privata sua casa. In questo solo libertà di stampa; non per la nazione ma per la setta e pel nemico.

I capi nazionali andarono a’ ministri, come spaventati, mostrandosi pronti contro la reazione; e minacciando chiesero a quei conniventi l’espulsione del Cutrofiano governatore della Piazza, che a mantener l’ordine avea spiegato nelle vie le forze militari. Con queste lustre la rivoluzione guadagnava riputazione di vincitrice. La sera del 1° settembre al teatro Nuovo, cantandosi l’inno scritto per la guardia nazionale, dove la canterina sventolava bandiera de’ tre colori, fu gridato Viva Vittorio, Viva Garibaldi; e nessuno fu punito. Né tampoco si punivano ladri e incendiarii. Ne’ di 2 e 5 scoppiavano Incendii di palagi al vico Fico al Purgatorio, e alla casa Giura alla strada Capodimonte. La potestà regia non aveva occhi chea sorvegliare realisti, non mani che a sospingere la cacciata del re.

§. 18. Francia vuoi soddisfazione per le bastonate al Brenier.

Francia non si lamentò già del violato domicilio francese e del carcerato Sauglier; ma acciò fra’ tanti assalimenti all’animo di Francesco, gli si togliesse anche il tempo da deliberare e spirito da risolvere, chiese riparazione per le bastonate al Brenier due mesi innanzi. Vollesi andasse a Parigi un’ambasciata straordinaria per solenni scuse, si desse la fascia di S. Gennaro al Thouvenel (il più ostile al regno) e si pagassero con moneta tutti i danni a’ Francesi sofferti a Palermo, come Sicilia fosse rimasta a noi. Il ministero, pagante il tesoro, tutto concesse. Andò il duca di Caianiello a Napoleone, con lettera autografa del re.

§. 19. Proposta di far Napoli neutrale.

Francesco sceso alle voglie del ministero, si fe’ da prima persuadere a non permettere si traesse colpo in città; onde questa divenne campo d’impunità a percuoterlo. Gb facean credere un minimo che produrrebbe un eccidio, e sì ruinirebbele venture sorti della dinastia: speranzavanlo nel futuro, perché si facesse scacciare di presente; però ministri suoi e stranieri lodavanlo sempre di benignità. Poscia indusserlo a nuova proposta; e presentavate il De Martino il 27 agosto agli esteri legati. Diceva: «Aver fatto ogni sforzo per impedire la invasione sul continente, e liberare i suoi popoli da una guerra inaudita; ora compiere per umanità un ultimo sagrifizio. Napoli, città capitale, centro dell’amministrazione pubblica, deposito delle forze della monarchia, dovrebb’essere l’ultimo suo baluardo; ma essa è anche centro di civiltà, industria e commercio; vi vive una grande popolazione, e stanvi persone venute da tutte le parti della terra a fidarvi loro capitali e famiglie. Pertanto volendo il re salvarla dalle calamità della guerra, ordinerà: 1° Che le regie truppe vadano a combattere l’inimico fuor delle mura. 2’ Che in città resti guarnigione lieve, come in pace, per tener l’ordine insieme a’ Nazionali. 3° Che i Regi non tacciano fuoco contro i cittadini, fuorché per difesa, ove fossero assaliti. 4° Che cessi ogni tema di bombardamento. Usando così ogni potere per allontanare te guerra dalla città, non sarà da incolpare il re, se il nemico dentro la pacifica capitale portasse le ostilità. Di colali ordina. ioni che siciliano stranieri e cittadini si dà contezza agli esteri ministri, con preghiera le notificassero a’ loro governi; acciò nello interesse della civiltà, e ne’ modi competenti al pubblico dritto avvisino al fine di rendere Napoli neutrale».

Tal proposta tendeva a ottenere intervento estrattore porre la città a premio del vincitore, effimero disegno, fatto per pascere il monarca di vane speranze e distrarlo dalle pugne. Ove mai riuscito fosse, ei rinunziava alla sua città, quasi abdicasse, e poneasi come in duello a pari col Garibaldi, in parità di dritti. Né tampoco piaceva al Garibaldi, che, certo de’ brogli, voleva Napoli appunto per aggrandirsi delle sue ricchezze, né alla setta, che voleva Francesco n’uscisse senza patti. Adunato il corpo diplomatico, molto si disputò. Il Brenier si storceva dicendolo intervento; Austria e Spagna ripetevano lo stesso; l’inglese EIliot si negava, e ’l sardo Villamarina volea se né dimandasse il consenso al Garibaldi. Di ciò il Tedesco e ‘l Nunzio pontificio si sdegnarono; e quando il Villamarina dichiarò doverne scrivere a Torino, non si fe’ altro.

Dopo questo si pensò rivolgersi a quei soli ch’avessero milizie nel golfo, perché le sbarcassero a mantenimento dell’ordine; e non ottenutolo, il nostro ministero invitò il Villamarina solo a fare scendere i suoi Sardi; vergognosissimo atto. Nulladimeno il Villamarina che si vedeva il tutto in pugno, considerato ch’avuta la città in deposito da Francesco, era poi più onta a pigliarsela, rifiutò.

§. 20. Tentativi per nuovo ministero.

Cotante inette difficoltà sorgevano, perché non volevano far guerra, bensì dar tempo al Garibaldi d’arrivare. Ma Francesco intendendo dover tentare la sorte dell’arme, invitò lo stesso dì 29 il ministero a risolvere il come evitar conflitti in città. Esso rispondevagli con dimanda firmata da tutti quanti, se volesse continuare la lotta o lasciare il regno. Francesco II accommiatò; poi al presidente Spinelli disse, andrebbe a combattere, provvedesse egli a evitar sangue nella città; e a quel di guerra impose d’attuare il disegno da assalire il nemico; e ben si poteva, sondo vi là d’attorno trentamila uomini intatti.

Ma ben comprendendo nulla poter da que’ ministri sperare, già dal 24 agosto avea dato all’Ischitella il carico di trovar personaggi per un ministero nuovo; ci non seppe trovarne. Dappoi rivoltosi a Pietro Ulloa, neppur né trovò. L’ischitella, il Falcone, il Cenni, il Gigli, il Lauría e qualche altro, richiesti si negarono; anzi il primo tanto spavaldo in tempi sicuri, allora spavaIdamente ricusò, con modi villani. Mancò chi coraggioso si gittasse tra la rivoluzione e la patria: chi rinvergava scuse da celar la paura o il calcolo; chi anche andò al comitato a farsi merito del rifiuto; e il Falcone e il Gigli, uomini gravi, non avean fede in quei colleghi. Ognuno temeva d’esser tenuto reazionario, e non osando reagire, non si volean porre a far cadere la monarchia per le mani loro.

Frattanto il ministero rumoreggiando accusava di cospirazione il Cutrofiano e l’Ischitella; cospirare allora significava sorreggere il trono. Nel consiglio dei 31 quei due minacciarono i ministri; onde questi, sicuri di sé, chiesero le dimissioni, ma sino alla venuta de’ successori restarono al posto. Per transazione il Cutrofiano s’obbligò di niente fare senza la venia ministeriale; ma subito fu sostituito dal generale Cataldo, nel quale la setta fidava. Non però son da lodare l’Ischitella e il Cutrofiano, che scorta l’ancora nell’operar da forti, non doveansi stare a battagliar di parole, ma valersi di loro forze per salvare la patria. Non è gloria ove non è pericolo; e spesso la sfidala fortuna dà fama immortale.

Il ministero che da mezzo agosto fea le lustre di ritirarsi, superata la opposizione de’ due generali, richiese al 1° settembre la dimissione; e lodò l’opere sue, dicendole state salutari e profittevoli; madie mutale le circostanze, e pensando il più di essi in modo diverso (non dicea qual diversità) non poteva più esser utile come prima, e lasciava le sedie. Lo Spinelli dal 27 dicendo la moglie maiala, avea pregato per andarsene; negatoglisi, ora firmava la dimanda co’ colleghi. Il re mancando i successori non l’accolse. Intanto la stampa e i capi nazionali, da essi stessi sospinti, insistevano che restassero, accusando il re di voler ministri reazionarii; eglino dichiararono per le stampe aver ritirate le dimissioni; e si fecero lare col braccio de’ camorristi le luminarie a ringraziamento.

L’Ulloa desistendo dall’incarico consigliò il rea non più rimuovere il fedifrago ministero in quei momenti estremi; la quistione esser militare; la vittoria darebbe cento ministri; la disfalla meglio peserebbe sovra quelli traditori, acciò non isfuggissero l’infamia: il trarneli parrebbe colpo di stato, e forse menerebbe a conflitto in città. Tal consiglio parve arguto; ma l’arguzia non salvava il reame. Qual conforto alla patria venduta è la confermata nefandezza di cinque o sei tristi? Non era solo quistione militare, ma anche civile: quei ministri eran la forza viva del Garibaldi; abbatterli, valeva ridurre costui alla sola effimera forza de’ camiciotti rossi. Scorrea forse un po’ di sangue; ma ne risparmiava i torrenti versati dappoi senza pro.

§. 21. Seconda proclamazione del Nunziante.

Il Cavour mal vedeva il dissolversi dello esercito napolitano, ché temeva il reame cadesse ne’ garibaldini; a questi volea dar la mancia e mandarli via; meglio sarehbegli piaciuta l’annessione per rivoltura militare, come in Toscana. Pertanto valendosi del Nunziante, già ito al suo soldo, e ch’ei teneva sopra una fregata nel nostro golfo, gli fe’ dare un’altra proclamazione all’esercito, in tai sensi: «Compagni d’arme. Già pochi di lasciandovi lo addio v’esortai ad esser forti contro i nemici d’Italia, e dare prove di militari virtù nella nuova via aperta dalla Provvidenza a tutti i figli della patria comune. Ora è giunto il momento. Da voi lontano s’è cresciuto in me il pensiero della vostra gloria e prosperità; e studiate le italiche ed europee condizioni, forte mi son convinto, non esser altra via di salute per voi e per cotesta bella parte d’Italia che lo unirvi sotto il glorioso scettro di Vittorio Emmanuele; di questo ammirevole monarca, già dall’eroico Garibaldi nunziato alla Sicilia, e scelto da Dio per costituire grande nazione la nostra gran patria indegnamente spogliata. Tal pensiero m’ha ricondotto a voi, e mi spinge a compiere fraternamente il santo mandato di cui ne’ supremi bisogni della patria ciascuno è investiro. Sinché Dio volle Italia divisa, fui più che altri fido alla causa che mi trovavo avere abbracciata; ma quando l’Onnipotente tende a unirla, chiunque non ne siegue lo impulso è traditore della patria. Questa santa verità si rivela da sé alla coscienza, e vi spinge a diserzioni parziali. Ma tal via è funesta all’Italia. Vittorio nel quale è l’Italia incarnata, ha bisogno d’aver tutti uniti, per volgere le vostre braccia contro lo straniero.»

Le parole di santità, Dio, onore, patria in bocca a questo svergognato stomacarono ogni persona di qualsisia partito. Esaltato da’ Borboni, disertato al Savoiardo, venduto all’Inglese, esoso, avido, soperchiatore, favellare d’Italia! egli impiccatore del Milano, appellare eroico il Garibaldi! Si spiaceva delle diserzioni parziali, volea la diserzione di tutti; mutare la propria bandiera con quella del nemico appellava virtù militare, traditore chi non tradiva. Ma i soldati che pur traditi si sbandavano per non servire il nemico, udirono indignatissimi quella invereconda scritta; e s’egli avesse osato mostrarsi a terra, faceva la fine del Brigante.

§. 22. Decisione per dar battaglia a Salerno.

Siccome questi avea prima scritto il disegno d’assalire il fìlibustiero in Sicilia, e ora dicevalo eroe, così l’altro generale De Sauget, reclamatone di innocenza pe’ fatti del 18, e poi in settembre 1860 vedremo invitare il Garibaldi, ora a’ 26 agosto proponeva del pari di vincerlo in Calabria, o almeno ad Eboli. Segnò tre corpi di truppe, a Salerno, a Nola e a Nocera, comandati dal re: da opporsi al nemico, o che a Salerno, o che a Pozzuolo sbarcasse. L’Ischitella si dimise dal comando de’ Nazionali, perché s’aspettava d’esser mandato a capitanare l’esercito a Salerno; anzi distese il disegno di guerra col Pianelli; ma questi poi noi volle firmare, e forte s’oppose ch’ei v’andasse. Esso Pianelli n’avea fatto un altro: accorrere egli e il Bosco con sei battaglioni cacciatori, congiungersi al pigro Vial, e investire il Reggino. Milizie, arme e cannoni eran pronti; ma tra mille disegni, mai non s’andava. La indecisione prese tutti i generali; chè dopo la lettera del Siracusa, stavan con gli occhi a Torino, tementi o speranti di mostrarsi ostili o favoritoli a quello cui presagivano vincitore: vergogne che tra pochi di doveano diventar glorie. Il re si trovò in un attimo tra pusillanimi, che forse avanti al nemico facevano il debito loro; mancava il sentimento del dovere, cresceva quello dell’utilità.

A’ 24 agosto s’era stabilito: il Pianelli con elette soldatesche facesse campo a Salerno, per procedere contro il nemico, con facoltà d’ingrossar via via con soldati d’ogni arme, dove né trovasse. Però s’eran formale a Salerno due brigate, sotto il Won Mechel e ’l Bosco, folli brigadieri, che aspettavano il promesso Pianelli; mentre questi baloccando il re e l’esercito, tra i tanti disegni, facea che l’un servisse all’altro di pretesto e inciampo a combattere. Il Bosco alla prima scrisse al conte di Trapani la truppa esser volenterosa, e anelante la pugna; ma tosto per dolore a’ lombi trasse a Napoli. Dopo tre dì era chiamato alla reggia, dove il re in consigli odi generali discuteva che fosse da fare. Già presa la risoluzione, si scriveva; lessela il Pianelli; ed era s’aspettasse l’avversario presso Napoli. Il Bosco osservo quello valer disonore all’esercito, morte alla monarchia; i soldati esser ili male per defezioni di duci; il Garibaldi non avere sperienza di soldato, ma audacia, per trame settarie; combatterlo col ferro era vincerlo. Poi dimostrò buono il postarsi ad Avellino e a Salerno, tenere le comunicazioni tra i due Principali, e aver Napoli a base d’operazione. Il re approvò; i generali annuirono col silenzio. Solo il De Sauget chiese al Bosco spiegazioni su qualche suo motto, che parea pungere gli autori dell’avviso precedente: allora il re, tratto dallo scrigno il disegno di lui De Sauget dato da pochi dì, disselli: «Voi stesso con questo scritto proponeste quel campo a Salerno, indicato ora dal Bosco; e oggi perché consigliate la difesa dentro Napoli?» II vecchio arrossendo rispose: «Sire, esso è pensiero dell’Ischitella, e v’ho acceduto per deferenza all’età.» Confessava non consigliare con coscienza.

Il re severo né comandò al Pianelli l’esecuzione, onde s’accrebbero le genti ad Avellino e Salerno, con battaglioni tra’ luoghi intermedii, e si postarono altre brigate a Nocera e a’ Pagani. Ma indarno tre dì vi si aspettò il Pianelli; invece vi mandò il maresciallo Gaetano Afan de Rivera. Si studiò il terreno, si mutarono i posti avanzati dei corpi stranieri, creduti propensi a esser sedotti, si provvide a sbarrare ogni adito, donde il nemico disordinato e senza ingombro di bagagli potea sboccare. Erano a Salerno dodici migliaia d’uomini desiderosi di battaglia, la quale su’ piani d’Eboli per la nostra buona cavalleria avea bella speranza di vittoria. Però le popolazioni ilari e sicure s’aspettavano vicino il trionfo della patria bandiera.

§. 23. Indecisioni.

La setta si die’ da fare: spargesi nel campo il re partito da Napoli, che serve pugnare?, tutto sciogliersi l’esercito, ciascuno andarsene a casa. Nei corpi stranieri eran Boemi e Tirolesi, pigra gente, venuta a posta a far disordine, che poco valeva, e mostrava gelosia d’ubbidire a Svizzeri, laonde non era da farvi conto, salvo che sul solo battaglione svizzero prodissimo. Aggiungile rivoluzionarie novelle di Calabria, Potenza e Benevento, le torme sopraggiungenti di soldati sbandali, il fatto del Caldarelli passato con la brigata al nemico, le menzogne molte della stampa, tutto movea le fantasie. Il Bosco fe una ordinanza a’ soldati a rassicurarli a non credere a sgomenti, a star fidi al vessillo reale.

Vie più assai l’arti stesse lavoravano entro la reggia, e vi facean correre voci paurose e false, e di defezioni e anche fellonie dell’esercito tutto. Però Francesco al 1° settembre volle ogni generale desse avviso sulle milizie sue; i più assicuraron le volonterose, altri destreggiavansi dubbiando, altri dissero non saperlo. Ingiunto anche al Bosco d’indagar gli spiriti della sua brigata, ei fe’ l’errore d’ordinare una votazione segreta d’uffiziali; ciò mise dubbianza in tutti, quasi stesse all’uffiziale il dire se voglia o no fare suo debito nel momento dell’agone. Gli uffiziali del 7° cacciatori tenerlo ad oltraggio, ricusarono, e unanimi gridarono guerra; il 9° votò, e di 28 uffiziali furon cinque negativi; per l’opposto nell’8 furono 18 negativi contro cinque. Per questo il Bosco a’ 5 settembre mandò al re il capitano Francesco Dusmet, confermando lo avviso del combattersi a Salerno, ma che si scambiasse quell’8° cacciatori. Il re per non dare a tutto il corpo l’onta di pochi, negò il mutamento, e poi fu visto sul Volturno quel battaglione combattere da prode. Fra tante indecisioni, sdegnati chiesero al 1° settembre le dimissioni i conti di Trapani e di Tratti, quegli zio, questi fratello del re, quegli da ispettore delle guardie reali, questi da colonnello del 16° cacciatori. Il Trapani disse per salute; il Trani aperto perché disapprovava il modo di difesa, vedea dubbiezza e inerzia in ogni parte, e più l’onor militare in periglio.

§. 24. Condizione di Napoli.

Il comitato rivoluzionario detto Ordine s’era modificato co’ fuorusciti; i quali mandati dal Cavour a posta con danari per far l’annessione prontamente, vi s’erano posti a capi: Ciò spiacque a’ precedenti, che più giovani e focosi sdegnarono lo star da banda; mandarono messi al Garibaldi, e fecero altro comitato, che appellarono Azione. Tal surta dualità non fe’ loro danno, sendo ambo sforniti di braccia e di sequenze, e ambo concordi a dar la patria allo straniero, se non che quello Ordine cavourrino, volea proclamare Vittorio pria che arrivasse il Garibaldi; e quello Azione, mazziniano, volea dar a questo la città. Ambi senza forze materiali, lavoravano con cabale ascose attorno al re che avea la forza. Però fortissimo era il ministero, che col nome regio teneva il regno in pugno; ma anch’esso tentennava se darsi all’uno o all’altro, onde lasciava correre la rivoluzione per decidersi con gli eventi, solo combattendo la reazione ch’avrebbe tutti a un colpo abbattuti. Il prefetto di polizia per rassicurare le due fazioni, nunziò a’ 3 con manifesti vinta la reazione, mentre sugli stessi cantoni si vedevano cartelli di Viva Vittorio, e camorristi a guardarli.

L’Ischitella lasciava il comando de’ Nazionali, e ’l surrogava lo zoppo De Sauget, che aspirava al grido d’un tradimento famoso, e già da più dì il ministero e la stampa il predicavano degno di tal posto. Costui in altro consiglio di generali, in quel dì stesso del 3, disse inutile la lotta, e presentò un suo terzo disegno, per mandare le milizie di là da Capua. Il re chiamò alla sua presenza lui e i maggiori nazionali, e disse non farebbe la città campo di guerra, la fiderebbe ad essi, ed eglino a suggellare la promessa, stamparono un indirizzo a’ ministri, ampliando le graziose parole sovrane, e pregandoli a restare in sedia, perché le persone loro erano rassicurante pegno, e ‘l propugnacolo pia forte della libertà. E si consolavano che il re area promesso di preferire un sagrifizio magnanimo alla gloria stessa della vittoria, e di aver ottenuto lo allontanamento d’alquanti generali. Ciò stamparono per dar l’ultimo colpo a’ realisti, che in quella regia risoluzione vedevano svanire ogni speranza di riscossa. E ’l Romano per mostrarsi necessario, lo stesso dì mandò quell’indirizzo al re, con sua lettera, dove si firmò devotissimo e obbedientissimo suddito di Vostra reale Maestà.

fonte

https://www.eleaml.org/ne/margotti/1868-DE-SIVO-Storia-delle-due-Sicilie-dal-1847-al-1861-BB-2025.html#LIBRO_VIGESIMOQUARTO

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