Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo Volume secondo (XVIII)
§. 1. Raggiri del Villamarina. — 2. Come il sindaco andò a Salerno. — 3. Il morto nato governo provvisorio. — 4. Lettere e proclamazioni.— 5. Concione di D. Liborio. — 6. Entrata del Garibaldi— 7. Gita a Piedigrotta.— 8. Rabbie contro i gigli. — 9. Il general Cataldo cede i costelli. — 10. Partenza degli ultimi regi. — 11. Colonna del Flores disciolta. — 12. Punizione di Ariano. — 13. La nostra flotta. — 14. Ministero e Municipio garibaldino. — 15. Decreti dittatorii.— 16. Entrata di Sardi e garibaldini. — 17. Tirannide liberalesca. — 18. Spogli a’ Gesuiti ed al clero. — 19i Spogli a casa reale. — 20. Casa e impiego al Dumas. — 21. Il Gavazzi. — 22. Il Pantaleo. — 23. Il Caputo. — 24. Libertà di coscienza. — 25. Giuramenti. — 26. Cacciala dell’arcivescovo. — 27. E d’altri vescovi. — 28. I poteri illimitati. — 29. Fasi del ministero Romano. — 30. Gare tra’ l Cavour o ’l Garibaldi. — 31. Reazioni. — 32. Carcerazioni e nefandezze. — 33. Santificazione del regicidio.
§. 1. Raggiri del Villamarina.
Se fu fallo il lasciar Napoli, nol fu minore il non aver prima in altra città tramutata la sede del governo. Le redini dello Stato restarono in balìa di quel ministero, metà dimesso, metà esulato, diviso di corpi e di pensieri. Dovea stare a posto, come già il senato romano all’entrata di Brenno; ma D. Liborio ch’uvea condotto le cose a tal passo, e volea compiere la nequizia, tingendo aversi a risolvere ciò ch’era risoluto, aduna i ministri la sera del 6 in casa il presidente Spinelli, e vi chiama il sindaco della città. Il partito rivoluzionario concorde alla fellonia, ora trionfante per l’uscita del re, si manifestava scisso in due sette, pel Cavour e pel Garibaldi; ciascuna agognante agguantare pria dell’altra la potestà. Il municipio napolitano (il solo municipio cui Liborio non potè mutare) avea unanime deliberato di non aderire alla rivoluzione; se non che quattro soli de’ ventiquattro eletti aggiunti (che non han voto) osarono proporre di presentarsi al Garibaldi, e furono scacciati via. Il sindaco principe d’Alessandria, temente si sforzasse il Corpo di città ad aderire, avea di segreto convenuto con gli eletti non si facessero trovare in nessun luogo; egli si recò in casa lo Spinelli, ove già fervevano discussioni. Chi volea nuovo governo provvisorio; chi sosteneva starsi il governo nel ministero. In quella giungeva il Villamarina con Rodolfo Afflitto e altri suoi congiuratori; e molti giù nel cortile lasciava, per averne spalla alle dimande, e che desse faccia di pubblico voto. E dette brevi parole su’ due partiti, e sul pericolo di conflitto e sangue, chiese il ministero riconoscesse Vittorio re; egli aver facoltà da dichiararsi commissario regio, e, data l’adesione, farebbe scendere i bersaglieri ch’aveva in rada, per tener l’ordine nella città. Lo Spinelli, volendo le cose con regola, notò la illegalità che ministri di Francesco dessero il governo a Vittorio; meglio farebbelo il sindaco col Corpo di città. Allora il Villamarina al sindaco che ricusava reciso, alto favellò di pericoli imminenti, di cozzi di fazioni, di barricale e sangue cittadino, solo rimedio gli sbarcanti Sardi, solo modo a chiamarli, l’adesione. Quegli rispondeva Napoli avere il re, non volerne altri, il municipio stare al dritto, né mancherebbe; perlocché il Piemontese indispettito dichiarò pesare la responsabilità delle conseguenze sovr’esso Alessandria; ma che otterrebbe dagli eletti la condiscendenza debita al nuovo ordine di cose. E se n’andò di mala voglia.
Tosto giunto avviso al sindaco come ignota gente circondatagli la casa il dimandassero, uscì risoluto di non farsi più vedere; ma in istrada soffermaronlo parecchi, un de’ quali disse appellarsi Pisanelli, presidente del comitato Ordine; e forte in nome dell’umanità pateticamente richieselo aderisse a Vittorio; onde fu una fatica a sbarazzarsi di costui. Era stato un altro colpo del Villamarina, che voleva, e non potè raggiungere la gloria del suo collega Boncompagni, cui si tassò nella Camera inglese che meritava la forca; ma è incredibile come tai ministri del Piemonte pregiassero l’onore. Napoli lasciata cheta dal re, divisa nello stesso partito rivoluzionario, con plebe armata, e tutte concitazioni e paure, incominciava la sua italianità.
§. 2. Come il sindaco andò a Salerno.
Il sindaco, al minacciar di zuffe e sangue, memore delle raccomandazioni regie volte a lui e al comandante i Nazionali De Sauget, andò da costui per provvedere all’ordine delle strade. Ma questi già venduto al nemico, nsposegli niente occorrere; e mostrogli un telegramma avuto allora, affermante il Garibaldi stare con grande esercito a Salerno, per entrare in Napoli la domane; unico rimedio a evitar conflitti in città lo andare a pregarlo di venir solo, senza truppa. E senza dargli tempo, atterrendolo con fantasmi di barricate e saccheggi, menollo issofatto alla strada ferrata, dove entro un vagone più ore lo intrattenne. Esso e il più de’ ministri eran garibaldesi; e chi era o si fingeva ancora Borboniano susurrava tra’ denti che il darsi al Piemonte saria stato danno al re, dove piegare al Nizzardo era non risolvere la questione di dritto. Con queste baie velando la fellonia e la codardia, si consolavano. Mentre scorrevano Tore, il De Sauget segnalava a Salerno l’andata sua e del sindaco; ma prima il ministero v’avea mandato un Emilio Civita, tutto del Romano, e il già cameriere commissario Cozzolongo; e la guardia nazionale i suoi maggiori Di Lorenzo e Rendina; i quali d’ogni cosa dettero contezza al Garibaldi. Laonde questi a prevenire le mene del Villamarina, presto presto per telegrafo a D. Liborio rispose: «Appena il sindaco e il comandante nazionale che aspetto saran qui giunti, io verrò a voi.»
Quando questi due giunsero a Salerno, il sindaco veggendosi ricevuto da uffiziali garibaldini venuti a posta, né scorgendo truppe, domandò dove fosse il campo; e udì con sorpresa il dittatore star nell’Intendenza, solo. Accortosi dell’inganno, volea dar addietro; ma fu con bei modi costretto a proseguire. Quindi detto al Nizzardo le pressioni avute dal Villamarina e dal comitato Ordine, dichiarò; il municipio esser devoto a Francesco, e lascierebbe l’uffizio. Rispose: «Createne voi altro ch’abbia spiriti italiani.» E il sindaco: «Anch’io lascio.» Né, pregato, mutò. Nondimeno dové tornare a Napoli insieme col dittatore; ma subito uscito dal vagone, prese commiato. Di tal gita del sindaco a Salerno, la setta con mendacio né traeva, il municipio aver invitato il Garibaldi; ma quegli ito per inganno, senza mandato, punto non invitò; né esso era rappresentante del municipio. Questo anzi lasciò il posto; né tampoco fe’ pur l’atto di chiedere la dimissione all’invasore.
§. 3. Il morto nato governo provvisorio.
Quella notte Ira il 6 ed il 7, quando il Villamarina spacciava temer barricate e conflitti, riuscì quietissima; perché ambo i comitati contendenti non avean forze, fuorché di cabale e parole, e mancavano barricatori e combattenti. Solo in carta s’installò un governo provvisorio di sei, cioè Ricciardi, Libertini, Agresti, marchese di Bella, Colonna e Pisanelli, fior di libertà; i quali si posero nel palazzo ministeriale; e ne stamparono la notificazione su’ cantoni. Il Garibaldi scorta la gherminella, e forte irritato, ordinò l’arresto de’ sei; e volle che nel primo giornale uscito il 7, con lo stemma di Savoia, il prefetto protestasse contro essi, i cui nomi costui stesso il mattino avea pubblicati, e che sarebbero puniti. Ma ei non poteva durarla contro quei tanto benemeriti, ch’aveangli le porte della patria dischiuse; presto si placò; e il giornale seguente fe’ altra dichiarazione agrodolce, scusando il fallo; e disse con manifesta contraddizione, essere equivoco del prefetto la pubblicazione di quei nomi, e ch’aveano assunta la potestà sino all’arrivo del dittatore. Questo subito dopo lor die’ alti uffizii, com’era di ragione.
§. 4. Lettere e proclamazioni.
Prima che movesse da Salerno eran corse lettere e proclamazioni, che trascrivo a parola, per memoria dell’italianissimo stile: «All’invittissimo general Garibaldi dittatore delle Due Sicilie, Liborio Romano, ministro dell’interno. Con la maggiore impazienza Napoli attende il suo arrivo, per salutare il Redentore d’Italia, e deporre nelle sue mani i poteri dello Stato, e i proprii destini. In questa aspettativa io starò saldo a tutela del l’ordine e della tranquillità pubblica; la sua voce già da me resa nota al popolo, è il più gran pegno del successo di tali assunti. Mi attendo gli ulteriori ordini suoi, e sono con illimitato rispetto, Di lei, Dittatore invittissimo, Liborio Romano. — 7 settembre 1860.» E dopo ch’egli scrittore dell’addio di Francesco, avea scritto siffatto invito, fe’ anche un bando, così: «Cittadini, Chi vi ricorda l’ordine e la tranquillità in questi solenni momenti è il general Giuseppe Garibaldi. Osereste non esser docili a quella voce, cui da gran tempo s’inchinano tutte le genti italiane? No, certamente. Egli arriverà tra poche ore in mezzo a voi, ed il plauso che ne avrà chiunque sarà concorso al sublime intento, sarà la gloria più bella cui cittadino italiano possa aspirare, lo quindi, miei buoni cittadini, aspetto da voi quel che il dittatore Garibaldi vi raccomanda ed aspetta. Il ministro dell’interno e della polizia, Liborio Romano. 7 settembre 1860.» E tai scritte fe’ stampare e affiggere a’ muri.
Il liberatore la stessa mattina mandava da Salerno questa proclamazione: «Alla cara popolazione di Napoli. Figlio del popolo, è con pari rispetto ed affettò ch’io mi presento dinanzi a questo nobile ed imponente centro di popolazione italiana, cui secoli di dispotismo non han potuto umiliare. né ridurre a piegare il ginocchio avanti la tirannia. Il primo bisogno di Italia era la concordia per realizzare la unità della grande famiglia italiana: oggi la provvidenza ci dà questa concordia; giacché tutte le province sono unanimi, e lavorano con magnanimo slancio alla ricostruzione nazionale. Quanto all’unità la provvidenza ci ha pur dato Vittorio Emmanuele, che in questo momento noi possiamo chiamare vero padre della patria italiana. Vittorio Emmanuele modello di sovrani, inculcherà ai suoi discendenti i doveri che dovranno adempiere per la felicità di un popolo, che lo ha scelto per capo con ossequio entusiastico. I preti italiani che han la coscienza della loro missione, han per garanzia del rispetto col quale saran trattati, lo slancio, il patriottismo, l’attitudine veramente cristiana de’ loro confratelli; i quali da’ degni monaci della Gangià sino a’ generosi preti del continente napoletano, noi abbiamo veduti alla testa de’ nostri soldati, sfidare i più grandi pericoli delle battaglie. Io lo ripeto, la concordia è il più grande bisogno d’Italia. Noi dunque accoglieremo come fratelli coloro che non pensavano come noi in altri tempi, e che vorranno oggi sinceramente portare la loro pietra all’edilizio patriottico. Infine noi rispettiamo la casa altrui, ma vogliamo esser padroni in casa nostra, piaccia o non piaccia a’ dominatori della terra. Giuseppe Garibaldi».
Delle bugie sbardellate da questo redentore niuno maravigli; ché esse son le ragioni de’ settarii: affermare, non dimostrare, scambiar le idee del bene e del male, farsi aureola della colpa. Parlava di secoli di tirannia finita, quando appunto ei cominciava la cruenta tirannia dittatoria; vantava concordia piena, evocando la guerra civile; appellava re Vittorio egli repubblicano; quello modello di re, del quale i re aveano vergogna. Ipocrita in paese religioso, lodava preti, egli carceratore e percussore di preti buoni; e mentiva averli visti ne’ pericoli delle battaglie sul napolitano, dove battaglie non erano state. Dava colore di santa crociata a impresa irreligiosa. Rispettare la casa altrui egli che l’altrui casa veniva a saccheggiare; e sfatava alla spartana i dominatori della terra, mentre egli con istraniera gente era sorretto dal braccio de’ dominatori, al cui favore s’era già pagato il prezzo con due province italiane. Tai menzogne sciorinava a noi, non per noi; ma acciò pel mondo si strombazzassero, siccome evangelio del redentore novello.
§. 5. Concione di D. Liborio.
Quelle eran lettere pel pubblico, le segrete chi le sa? Credo i duci regi comandanti ne’ castelli facessero le sicuranze; perché il conquistatore s’avventurò a venire in Napoli, con solo dieci uffiziali, e altri pochi giovini napolitani iti a riverirlo, tra’ quali unico gentiluomo il principino di Fondi. Messosi presso Vietri nella strada di ferro, arrivò sul mezzodì. Liborio Romano lo aspettava alla stazione col suo popolo prezzolato, un battaglione nazionale, i direttori Giacchi e De Cesare, e ’l Bardari prefetto. Cavò una diceria scritta da esso già da più giorni, a nome del ministero, ma da esso solo firmata, e da’ due direttori, febbricosi per farsi nominare in quella tradigione sozza; e quasi in loro tre stesse il ministero, così egli leggendo perorò:
«Generale. V’è innanzi il ministero di Francesco III; ma noi ne accettammo la potestà, per far di noi un sagrifizio al nostro paese. facci tettammo in difficile momento, quando il pensiero dall’unità italiana con Vittorio Emmanuele, che da gran tempo agitava gli spiriti napolitani, sostenuto dalla vostra spada, era già onnipossente; quando era cessata ogni fiducia tra sudditi e sovrano, quando antichi rancori, e diffidenze riprodotte dalle ridate libertà costituzionali, facevan che il reame stesse angosciato, per tema di nuove e violente reazioni. Accettammo il potere, nel fine di mantenere l’ordine, e salvare lo Stato dall’anarchia e dalla guerra civile. Il paese comprese questo nostro intento, e né ha apprezzato gli sforzi. A noi non mancò la confidenza de’ nostri cittadini; e noi dobbiamo al loro concorso l’aver preservata questa città dagli atti di violenza e distruzione, fra tanti odii di partiti. Generale, tutti i popoli del regno, sia per sollevazioni aperte, sia per istampe, ed altri modi, han manifestato chiaramente la volontà di voler far parte della gran patria italiana, sotto lo scettro di Vittorio Emmanuele. Generale, Voi siete il simbolo più alto di questa volontà, e di questo pensiero; però in voi si girano tutti gli sguardi, in voi tutte speranze son riposte. E noi depositarii della potestà, noi pure cittadini italiani, trasmettiamo il potere nelle vostre mani, certi che il terrete con vigore, e che saprete menare la patria verso il nobile scopo ch’è scritto nelle vostre vittoriose bandiere, e impresso ne’ cuori di tutti: Italia e Vittorio Emmanuele.» Confessava aver fatto il ministro di Francesco per iscacciarlo. Come da leguleio si possono difendere clienti per far loro perdere la lite, e aver paga dall’avversario, così da ministro avea fatto. E il vincitore il rimertò stendendogli la mano, appellandolo salvatore di Napoli, e tenendolo ministro della sua dittatura.
§. 6. Entrata del Garibaldi.
Napoli quel giorno stava così: nobiltà esulante, borghesia in casa, botteghe chiuse, tutte persone del dritto fugate, carcerate o smurite, i castelli con soldati regi cui si vietava l’azione, ogni vero Napolitano commiserante la patria. Invece settarii di tutto il mondo corsi al grasso convito, le migliaia mandati da Torino a simular popolo, faziosi provinciali fuggiti dalle reazioni, camorristi prezzolati, contrabbandieri, tristi tenuti tant’anni a seguo ora sfuriati, malfattori scarcerati, proletarii, bagasce, monelli, tutti irti d’arme, con pistole e pugnali sguainati, scorrevano le strade trionfanti. Inoltre popolo inerte, venuto a guardare la Festa non più vista, creduta passasse presto; uffiziali civili nuovi e i pochi vecchi rimasti che per amor del soldo si mascheravano di libertà, e per dar nell’occhio, correvano in carrozze, sventolanti bandiere, inneggianti al nuovo sole. Alcuno si vantava liberale del 1820, che avuto dal rea grazia il servire, ora si ‘panneggiava di tradimento. V’era d’ambiziosi che volevano torbido, di falliti che risperavano fortuna, di illusi vagheggianti elisi, di famelici al fiuto del banchetto, ed anche di donne scostumate o vecchie che credevano trovar marito tra scavezzacolli nuovi. Ciò facea folla nelle vie dove avea a passare il corteggio; s’erano prese locande e osterie e case opportune, dove nastri, zendadi, fasce, bandiere avean messo. Ogni qualunque casa dové sventolar bandiera a tre colori; compravala la paura, chi più realista più n’aveva. Fu gran gridare Italia, Garibaldi, Liborio, Re galantuomo; e camorristi maschi e femmine con coltelli luccicanti, gridanti a gola piena isforzavano ogni persona a gridar con essi Italia una; né si contentavano d’un viva solo, con gli stili a’ volti volevano le repliche: e Una e Una e Una ripetevano con gl’indici in alto; senza neppure intendere che mai quell’Una significasse.
Carrozze con camorristi in piè, squassanti arme e drappi; altre con femminacce luride baccanti, burlevoli amazzoni; altre con preti spiritati usciti dal bagno di Nisita, o venuti di lontano a far clericali ovazioni; altre di monaci, fra’ quali un Giuseppe da Foria, mezzo scherani, mezzo frati, mescolanti corone e coltelli; altre con nobilicchi, già, per vizii esclusi dalla corte; altre di studenti imbriacati di libertà vocale. Di signori, benché invitati, qualcun raro andò; nessuno del municipio. Presente era la ben creata guardia nazionale.
In quella indescrivibile orgia, primo il Garibaldi in carrozza, con accanto il Bertani, procedeva in piè come Pompeo magno, in camicia rossa, e col fazzoletto svolazzante al collo; e levava alto il cappello colle code di cappone, sì rispondeva co’ Viva a’ Viva, a’ plausi e a’ fiori che la rivoluzione gli versava da’ preparati balconi. Seguitavano altre carrozze del Sava, già sartore, poi lanaiuolo, fatto ricchissimo e cavaliere da’ Borboni, con entro camiciotti rossi; poi il Villamarina, poi il padre Gavazzi vestite rosso e nero, accanto a donna in rossa camicia, tunica verde e bianca veste. Lentamente pel Piliero al palazzo, il trionfatore ascese alla Foresteria; e là passandola un balcone all’altro ringraziava e arringava. Disse: «Giusto è il vostro entusiasmo in questo di che cessa la tirannia, e comincia la libertà.» Poco udito, niente compreso, moltissimo plaudito. Poscia in una sala gli s’appresenta l’Ayala con altri, cui appellò deputati della città che fecegli un tronfissimo discorso, chiedendogli dargli un bacio, bacio di 500,000 abitanti!
Tosto ridiscende nella carrozza del sorbettaio Donzelli, e sì anche a processione va al Duomo, a pregar S. Gennaro; copiando le imposture dello Championnet di sessant’anni prima. Aveal preceduto colà il Pantaleo; ma benché iti gli ordini per l’apertura del santuario, il trovò chiuso, senza un piote del luogo. Sforzati! cancelli, mancano gli arredi sacri; non riescono alla prima a sfondar le porte della sagrestia, e van per fretta a’ Girolomini; battono il portinaio, e li rapiscono. Cercan preti, né vedono uno a caso ad orare, gli impongono si vesta, e com’ei nega, là dentro la chiesa il percuotono. Il Pantaleo, venuto il dittatore, sale iti pergamo irto d’arme, in veste talare e l’ostensorio in mano; e predica sopra tre stati della legge. Dice: «Dio pria die’ la legge a Mose, poi la mandò più perfetta pel Cristo suo figlio redentore; ora l’inizia perfettissima per questo Garibaldi; redentore novello.» E la turba, e ’l Garibaldi stesso rispondeva: «Viva Dio! Viva Maria Immacolata! Viva Giuseppe Garibaldi!» Da ultimo il sacrilego oratore intuona il Te Deum, e dà la benedizione, tra plausi e risa e baldorie. In chiesa come in mercato compratori e venditori; si mangia, si beve; chi per curiosità è accorso, stomacato fugge. La setta che a religione non crede, vuol a forza con religiose moine profanare le cose sante, e celebrare i suoi eccessi.
Il trionfatore uscito di chiesa si piglia in carrozza Liborio Romano, ambo plauditi. Ferma al palazzo Augi i allo Spirito Santo, a dispetto di quel principe di casa Doria fuggito in Francia; dove pure alloggiarono pria lo Championnet, poi il Massena. Ei si pose al quarto piano, sotto il tetto, dissero per sicurezza: gli appartamenti occupò la sua marmaglia. Per altro dispetto all’assente principe di S. Antimo di casa Rullò, mettongìi al palazzo Bagnara il Pantaleo, e gli uffiziali detti di stato maggiore, che crede case di principi non vedessero mai. Bentosto il Garibaldi cominciò a ricevere visite di traditori, tra’ primi il general Lanza, il suo avversario di Sicilia! Il dì passò quieto: per Toledo curiosi e stranieri, poche donne civili, quasi nessun gentiluomo, molte bandiere, e, per voglia o forza, luminarie la sera. Il rumorio della giornata, fatto a forza di denaro, gravò sull’erario: e si disse Liborio vi facesse spendere ventiquattromila ducati.
§. 7. Gita a Piedigrotta.
La dimane otto settembre, dì sacro alla festa solenne de’ re nostri a Piedigrotta, il dittatore volle esso pure andarvi per divozione, con D. Liborio. Procedeva in carrozza da nolo fra ale di camorristi, con due in piè sugli staffoni, vestiti rosso colle pistole in resta, pronti a difesa; mentre il cielo a dirotto pareva piangere dell’onta nostra. Accanto alla carrozza vedevi un Pancrazi bullettinaio del teatro Fiorentini, e quei commedianti armati di picche, cosa assai bullona. Il Gavazzi e ’l Pantaleo, mancati i preti della chiesa, posero alla vergine i tre colori; lui benedissero, e presentarono, come s’usava a’ re, del mazzo di fiori benedetti; ed ci col collo torto rispondeva cristianamente; e baciucchiava quanti eran là camorristi, preparatigli a onoranza.
§. 8. Rabbia contro i gigli.
Sin da un’ora prima che partisse il re s’era preso a fracassare gigli dove se né vedessero. Vi si svelenivan su con mazze e martelli, tra parole oscene di sacrileghe bocche, cosi iniziando la moralità del governo incivilitore. N’andarono sfregiati i monumenti patrii; ché quella foga durò molto, e dura; e come nel reame quanto v’ha di meglio fu opera di Borboni, v’erano gigli in ogni parte, e pur ne rimangono, non visti o non tocchi, a dispetto di questi che vorrebbero abolire la storia. In più luoghi i villani si levarono a difesa de’ monumenti. A Marcianise i contadini, carpate falci e marre, si schierarono avanti la fontana co’ marmorei medaglioni di Ferdinando IV e Carolina, e li salvarono.
§. 9. Il general Cataldo cede i castelli.
Re Francesco aveva ingiunto al Cataldo governatore di Napoli, e al general Marra, di custodire i castelli, non bombardare, resistere ad assedio; assaliti, rispondessero giusta le ordinanze. Questa inazione comandata fe’ passare impunemente l’eroe sotto le bocche de’ cannoni regi. Un momento al Carmine gli artiglieri volean tirargli addosso quando ci scendeva dalla via ferrata, ma gli uffiziali con l’ordine reale li rattennero. A sera certi camorristi ferirono la sentinella di quel forte, i soldati trassero colpi, e furo anco affrenati da’ comandanti. Bentosto sfolgorarono le cagioni de’ miracoli garibaldesi: più che settanta uffiziali d’artiglieria, altrettanti del genio, e moltissimi d’altri corpi, corsero a servire lo invasore, benché i più per ingordigia e codardia. Tenendo perduto il re, volevano la paga dal vincitore; gridavano Italia una, e non risicavano la pancia.
I capi della congiura confabulato col Cataldo, uomo già da esso loro insediato a quell’uffizio, ebbero i castelli. Per tal cessione ei non ha scusa niuna; ché i codici militari di tutte nazioni il dannano; e gli articoli 142 e 145 dell’Ordinanze nostre prescrivono, i forti non dover cedere, se non per estrema violenza, o per ordine di mano del re. Il colonnello Girolamo De Liguoro col 9° di linea, vista quella vergogna, tenne unito il reggimento, poi uscì a bandiere spiegate con arme e bagaglio, trapassò rispettato le vie di Napoli, e giunse intatto a Capua, il 10. L’esempio fu seguito in parte dal 6° di linea de’ forti Uovo e Carmine, ché anche ordinate otto compagnie raggiunsero il Volturno. Le altre quattro presidiavano S. Elmo, con una di artiglieri: questi furono sciolti dal loro capitano Bassi, il governatore del forte si fuggì. Il tenente colonnello Paternò, dato in iscritto ed a voce alle quattro compagnie del 6° l’ordine di cedere il luogo, fu per essere ucciso da’ soldati, e un granatiere s’impadronì delle chiavi. Finalmente gli uffiziali persuasili della impossibilità di sostenere quel castello privo di difesa, li spinsero a ritrarsi a Capua, però uniti con arme e bagaglio, scesero baldanzosi per mezzo la città, senza che un solo osasse far loro gli oltraggi ch’eran sì di leggieri lanciati a’ deboli e agl’inermi.
Non così il 13° cacciatori. Il Cataldo fecelo il mattino del 7 entrare nel quartiere Pizzofalcone. A sera si presentò un capitano Valentino Zecca a nome del Nunziante, inculcando agli uffiziali recassero il battaglione sotto il palazzo del Garibaldi a giurare: diceva impossibile il passo per andare a Capua; con Vittorio guadagnerebbero gradi e soldi. Aflìancavanlo i capitani Gaetano Pomarici, Michele Giordano, Valentino Ortini e Giuseppe Huber, tentennava il comandante Golisani, poi aderì a’ più, inviando l’alfiere Ballo a Capua a domandare il cenno del re. Ma il mattino dell’8, venuto ordine garibaldesco che il battaglione andasse al quartiere Ferrantina, i soldati gridando Viva il re, chiedevano d’andare a Capua, se non che il Golisani già traboccato alla rivoluzione, con l’aiuto degli uffiziali traditori, riuscì a unirli senza arme; e parlò dicendo, volere il re servissero Vittorio, chi si negasse, potrebbe andarsene a casa. Tutti li lasciarono. Solo il primo tenente Francesco De Fortis di guardia al Molo, col suo drappello, ballò ritirata a Capua onoratamente. Si susurrò sparisse la cassa del battaglione, il magazzino delle vesti, e altri arnesi.
Il reggimento marina, aspettando indarno la esecuzione dell’ordine regio per la partenza,Testò spettatore del baccano, senza che uno de’ suoi capi facesse atto, e i soldati per non servire il nemico, si sbandarono. Il re avea raccomandato a’ soldati ubbidienza, a’ duci l’onor militare, questi credettero onore la viltà, e i soldati li abbandonarono. Moltissimi con alquanti uffiziali recaronsi a Capua, il resto giunti dopo chiuse le porte, rimasero fuori. La gendarmeria spartita per Napoli, fu rattenuta, per fellonia dei suoi duci, general Santamaria, e colonnello Dupuy beneficatissimo da’ Borboni, i quali si presentarono al napolitano disertore Cosenz ministro del dittatore. Sì vedemmo lo spettacolo di quei gendarmi con la croce sabauda in fronte. Delle guardie del corpo seguì il re l’Esente Luigi Milano, e trentasette guardie, fatti a Capua uffiziali. Anche parecchi alunni del collegio militare, benché fanciulli, corsero a Gaeta, dove da alfieri fecero il debito loro.
Il vecchio maggiore Giacomo Livrea, nel forte fievolissimo di Baia con 145 invalidi e artiglieri, non volle cedere, quantunque v’avesse molta polvere in deposito, e in camere inadatte ebbe l’assedio.
§. 10. Partenza degli ultimi.
La guarnigione di Castellammare il 7 si ritirava, lasciando i bagni e ‘l cantiere a’ Nazionali, cui il ministero la vigilia avea dato 350 fucili. A Torre Annunziata il comandante tenente colonnello Antonio Ulloa avea preso a pagamento pel mattino del 7 un convoglio della strada ferrata; ma il Carabelli amministratore di essa mandò dicendo non poter tragittare soldati regi. Costui era figlio del Corso Carabelli traditore di Gioacchino Murat; ora arricchito all’ombra de’ gigli, mostrava sua gratitudine a Francesco Borbone. Pertanto l’Ulloa costretto a ritrarsi a piè, chiamò anche da Scafati le tre compagnie granatieri, doganieri e armieri, e malgrado i raggiri de’ faziosi, pur eccetto qualche uffiziale, l’ebbe tutti. Trasse arme e strumenti dalla fabbrica, e date di questa le chiavi al primo eletto del comune, prese la via di Napoli il 7 sul mezzodì; poi da Portici per Castelnuovo a Capua. Solo pochi veterani per gli ordini del De Sauget loro superiore tirarono a Napoli. A Maddaloni una camerata di 75 allievi militari del collegio fuggì l’8, a fare i soldati del re. Neppure un figlio di truppa volle intendere Italia una.
Nella ritratta andarono perduti per incuria o frode parecchi magazzini d’arnesi militari, che qualche uffiziale s’improvvisò italico per depredare. Io vidi un magazzino accanto la strada ferrata di Maddaloni saccheggiarsi da camorristi, da Nazionali e da pur qualche galantuomo de’ liberali. Molti se né lasciarono a posta per provvedere il nemico. Non fu disfatta la strada di ferro, non tratti a Capua i vagoni, non segali i pali, né rotte le macchine del telegrafo elettrico, tutto intatto si lasciò, acciò l’arme e le ricchezze della monarchia aiutassero la rivoluzione. Da Capua andò tardi la chiamata agli impiegati della via ferrata; ma sendone i più compri, non ubbidirono.
§. 11. Colonna del Flores disciolta.
Dissi la brigata delle Puglie giungesse col maresciallo Flores presso Bovino. In quel mezzo il maggiore Maresca a Foggia, avendo ordine di raggiungere co’ suoi dragoni la brigata, voltò invece a Lucerà a proclamarvi il Garibaldi, che fece colonnello lui, e promosse gli uffiziali. Il Flores si tratteneva a Bovino, senza apparente cagione, per aspettare gli eventi; i soldati ignorando i casi napolitani, facevano ai strane congetture, se non che iti al Flores due telegrammi in cifra, subito tira per Ariano. Per via incontra una staffetta, con lettera suggellata ad arme regia; leggela, e come si trova con la famiglia in carrozza, chiama il brigadiere Bonanno, e gl’ingiunge menasse la brigata ad Avellino, ch’egli è dal ministro chiamato. Dimandato chi ministro, risponde, il Pianelli. Ciò tutti allieta: se il Pianelli è ministro, il re regna. Quegli mentito cosi, per rapire la brigata al sovrano, a sfuggire altre dimande, sferza i cavalli, e via.
La colonna giunta la sera del 9 ad Ariano, ebbe da’ reazionarii vincitori festevole accoglienza, ma la paura di soccorrere la reazione fu fatale: sorretta, si propagava in tutto il regno. Abbandonata Ariano (che poi fu punita da’ Garibaldini) chi osava alzar un dito? le popolazioni inermi non potevano che pregar Dio. Colà s’avevano i giornali nunziatori de’ seguiti fatti, sopraggiungevano a stuoli i soldati sbandati delle Calabrie con crude novelle: re partito per Ispagna, esercito sciolto, il Garibaldi ito alla parata di Piedigrotta, nessun soldato ad Avellino, ma camice rosse, e altre siffatte, vere e false. E d’avvantaggio viene al Bnonanno una lettera del Flores.
«Consigliargli e comandargli, pel bene de’ bravi soldati, di porsi nelle file del dittatore: non valere titubanza, dicesselo al Trigona, al Cosenza e agli altri capi di corpi; egli assumerne la responsabilità avanti l’Europa. Altra speme non avere la misera patria, che vederli fidi soldati dell’eroico uomo della Provvidenza; a lui poter servire, reprimendo le reazioni popolari, che sanno di barbarie. Si decidessero da Italiani.» Questo vile che tutta la vita avea fatto lo sfegatato assolutista, pigliava allora quella sconcia maschera liberalesca; appellava barbaro il popolo che vuole il suo re; e acconciatosi col nemico, dice misera la patria che ha tradita. Nientedimanco in quella fuga, preso come un fante da’ camorristi a Montefusco, cominciò a gustare le prime italiche dolcezze.
Tal diffalta scoraggiò i soldati; dopo tanta via, si sentono in grembo al nemico; veggono in ogni uffiziale un traditore. Il Buonanno dovea subito voltar pel Sannio; ma tenuto consiglio, si risolse a leggere le proteste del re a’ soldati, aggiungendo si darebbe congedo a chi ’l volesse. Unanimi dichiararono volere il re; e si stabilì partire pel Volturno. Dappoi sopraggiungendo altri sbandati, dicenti tutto finito, primi i gendarmi presero ad abbandonare la bandiera, poi quelli del 15°, ultimi artiglieri e carabinieri, tutti stimolati da certi uffiziali. Due capitani rubate le casse fuggirono i primi a farsi Italiani; ma altri uffiziali rattenendo la gente, accozzarono parecchie centinaia d’uomini; il più carabinieri, per cagion del loro bravo maggiore Cosenza.
La reazione d’Ariano avea turbato l’alloro del Garibaldi; il quale a spegnere tosto quel fuoco, mandovvi l’ungaro Stefano Turr, con illimitata potestà di punire. Questi con poca e trista gente, che saria fuggita a’ primi colpi, sendo anzi egli stesso malato, dové fermarsi in un’osteria a Dentecane; dove udito dagli uffiziali disertori lo stato della regia colonna,mandò per telegrafo proponendo patti al Bonanno. Questi che poteva difendersi o libero ritrarsi, nel momento appunto che stava per voltare a Capua, accetta la proposta telegrafica, manda i capitani Ludovico Bidognetti, ed Emmanuele Occhionero a Dentecane, i quali sebben vedessero in letto quel Turr con pochi mascalzoni, pattuirono che i regi andrebbero ad Avellino a posare le arme: gli uffiziali liberi di servire o d’andare, anche a Gaeta: i soldati o a servir la nazione, o cheti alle case loro. Non credo se né vedesse mai una più ridicola: posar le arme a nemico non esistente. Intanto il Bonanno sin dalla sera lasciato Ariano, avea retroceduto due miglia, con la superstite gente alla taverna di Camporeale; la dimane ebbe la capitolazione, e l’approvò. Ma i soldati a udirla, sdegnando soffrir quell’onta, ciascuno da quel luogo stesso prese la sua via. Avanzavan solo da settanta carabinieri a cavallo; e ’l Cosenza volea con essi far la via dei monti a Gaeta, ma opponendosi proditoriamente gli uffiziali, pure si sbandarono. I cannoni lasciati sulla via fur poi presi da un Ferrara nostro uffiziale disertore; il nemico raccolse su quei campi 150 cavalli, alquanti fucili e altre armi. Dappoi parecchi uffiziali e soldati di questa colonna passarono alla spicciolata il Volturno; anzi il Trigona presentò la bandiera del 15°, e aveal per vanto; cui un real principe rispose: «Dovevate portarla col reggimento.» Il Bonanno a Gaeta, dopo l’arresto e un giudizio, ebbe sentenza di non colpevole.
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