Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo Volume secondo (XX)
LIBRO VIGESIMOSESTO
SOMMARIO
§. 1. Disinganno di re Francesco. — 2. Il ministero di Gaeta. — Riordinamento dell’esercito. — 4 Diffidenze ne’ soldati. — 5. Il Ritucci duce supremo. — 6. Altri provvedimenti. — 1. Tradimento del generale De Benedictis. — 8. Vergogne di Siracusa ed Augusta. — 9. I difensori della cittadella di Messina. — 10 Proteste. — 11 Proposta d’unire Napoletani e papalini. — 12 Perché non accolta. — 13 Parti tra’ congiuratori divise. — 14 Colloquio di Chambery. — 15. Il Piemonte arma ed insidia. — 16 Pretesti inventati. — 11 Come intimati. — 18. Insulti del Fanti e del Cialdini. — 19. Finzioni napoleoniche. — 20. La sua innocenza. — 21. Invasione rivoluzionaria nelle Marche. — 22. L’esercito di Pio IX — 23. Disegno del Lamoriciére. — 24. Invasione sarda. — 25. Perugia e Spoleto. — 26. Castelfidardo — 27. Conseguenze. — 28. Ancona. — 29. Protesta di Napoleone. — So. Proteste di Pio IX. — 31 Protesta di re Francesco. — 32. Persecuzioni al clero — 33. Proteste de’ Gesuiti. — 34. Confutazione all’inglese.
§. 1. Disinganno di re Francesco.
Francesco allontanandosi dalla città capitale v’avea lasciato governo, soldati, Nazionali e ministero; ma questo, entrando il Garibaldi, si scioglieva, e ’l suo presidente il partecipava per telegrafo al sovrano. Il quale però stando ancora sul legno, prima di scendere a Gaeta, era tuttavia consigliato a più non far sangue, e, com’era disegnato, licenziare l’esercito e partire. Tal ritratta avea dato il crollo al reame; ma avea pur rannodato in gran parte le soldatesche, depurate di più traditori e vili, tolte dal contatto de’ settarii, e messe lungi dal monopolio della fittizia opinione. Erano in manco numero, e sconnesse per diffalte e onte patite, più fievoli per la perduta metropoli, sede della potestà, e per mancanza di moneta, di mezzi e spedienti; ma per questo appunto frementi, e anelanti di cancellare le vergogne. L’istinto nazionale moveva le popolazioni a sorreggerle; da ogni banda si dava favore a’ soldati per raggiungere il Volturno, e non ostante fiumi e monti, e l’ire e le carceri e le fucilazioni rivoluzionarie, i soldati a migliaia calavano d’Abruzzo e da Calabria e Puglia; né curando i parenti e le natie capanne, accorrevano al re, per isfidare stenti e cannoni. I parenti stessi incitavanli. Udii una madre gridare al reduce figliuolo: «Che vieni a far qui, quando a Capua il re combatte per noi?» Chiusa Capua, molti alla spicciolata dettero nelle scolte garibaldesi, ed empirono le carceri; pur molti mentito vesti, risicando le vite, a nuoto il fiume passarono; altri in villici panni aspettava qualche scaramuccia, e lanciandosi tra’ camerati, carpata qualche arma per terra, si faceva conoscere a’ colpi contro il nemico. Lo esercito regio sommò in breve intorno a quarantamil’uomini, tra’ quali buone artiglierie, e quarantacinque squadroni di cavalli.
I conti di Trani e Caserta giovanetti germani del re, siccome colonnelli, s’eran co’ loro reggimenti recati a Capua per terra, e avean veduto lo spirito e l’entusiasmo della truppa, però chiamati a Gaeta, al fratello ch’era ancora sul legno, il mattino del 7, apersero come forte, numerosa e fida fosse la soldatesca, e ben si dovesse sgarar le acque e sfidare la fortuna. Francesco scorgendo l’errore ove l’aveano tratto, e ’l fatto d’esser partito per mare, straccia la preparata proclamazione d’addioe mostra il viso.
§. 2. Il ministero di Gaeta.
Fuorché l’impudente D. Liborio, il resto del ministero Spinelli, chi tornava a vita privata, chi lasciava il regno: primo, come dissi, il Pianelli, poi l’8 settembre i Torella e Spinelli, ma costui lasciava i germani a corteggiare la rivoluzione. Il De Martino diplomatico scriveva l’8 al re, quasi vantandosi d’aver co’ colleghi, cedendo al Garibaldi, salvata Napoli, e attestava fedeltà, e chiedeva ritiro; mentre il figlio s’acconciava nella diplomazia dell’usurpatore. Il più di tai ministri parlando mozzo e compilato, e operando doppio, si sarebbero sublimali a fedelissimi, se trionfavano i gigli. Francesco adunque, accogliendo loro precedenti rinunzie, creò nuovo ministero. Già due giorni avanti avea surrogato al Lanzilli il magistrato Pietro Ulloa, e ’l riconfermò al ministero di giustizia, giugnendovi quelli d’interno e polizia, pose l’ammiraglio Leopoldo De Re alla marina, il commendatore Giuseppe Canofari agli esteri, il barone Salvatore Carbonchi a finanze, co’ lavori pubblici, istruzione e culto, e ’l generale Casella fe’ ministro di guerra e presidente, a’ 11 chiamò direttore di guerra Antonio Ulloa colonnello: uomini di pensieri diversi.
Incontanente il 7 s’ordinava all’intendente di Terra di Lavoro venisse a Capua col suo consiglio e l’amministrazione; ma ei celato l’ordine, si recò col consiglio (salvo due soli che si negarono) a prostrarsi al Garibaldi, però focosi nuovo intendente Francesco Longo con residenza a Mola, che poscia a’ 29 fu dichiarata capoluogo. Un decreto del 10, citando l’articolo 67 dello statuto, sciolse le guardie nazionali di Capua, Teano e Pignataro, circondarii sede di guerra. Quindi l’11 si proclamò lo stato di guerra pel reame; e s’ordinò a tutti magistrati di ubbidire al militare. La dimane un altro decreto, ricordando come pel 30 dovessero seguire i collegi elettorali, e poi il parlamento a’ 20 ottobre, considerandone la impossibilità, li differiva. Altresì stabilissi la Gazzetta Ufficiale a Gaeta, direttore Michele Farnerari; e ’l primo foglio usci a’ 11 settembre.
§. 3. Riordinamento dell’esercito.
Il 7 stesso si ordinò l’esercito in tre divisioni di fanti e una di cavalli. Il brigadiere Filippo Colonna con la prima ebbe due brigate comandate dal general Gaetano Barbalonga e ’l tenente colonnello La Rosa. La 2‘ divisione col maresciallo Afan De Rivivrai, anche in due brigate, col brigadiere Luca Won Medici, e ‘l colonnello Vincenzo Polizzy; la terza di riserva, col brigadiere Luigi Tabacchi in Ire brigate, guidate da’ colonnelli Gennaro Marulli, Giovanni d’Orgemont, e Giuseppe Ruitz. Il marchese Giuseppe Palmieri brigadiere comandava la cavalleria in tre brigate, co’ brigadieri Antonio Echanitz, e Fabio Sergardi, e ‘l colonnello Rodolfo Russo. Intanto si ricomponevano gli sbandati corpi; il 12 cacciatori venuto, come dirò, d’Abruzzo, e i battaglioni F,5°, F, e 13.° I soldati di cavalleria come giungevano s’inviavano a’ loro corpi verso Gaeta; lo stesso per artiglieri, gendarmi e treno. A Gaeta si ordinò il i di linea co’ suoi soldati stessi. De’ reggimenti 2°, 4°, 11°, 12°, 13° e 15°, pria si fecero piccoli battaglioni, poi dopo i combattimenti di Morrone e Caserta se né accozzarono due reggimenti co’ numeri 2° e 4° di linea.
Risoluto dunque a guerra, il re l’8 settembre die’ un ordine del giorno, cosi: «Soldati. È tempo che la voce del vostro re s’oda nelle vostre file, di quel re che crebbe tra voi, che tutte cure vi prodigò, e ch’ora viene a dividere la vostra sorte. Non sono più tra noi gl’illusi e i sedotti, che hanno immergo il reame nel tutto; però appello all’onore e fedeltà vostra, perché fatti gloriosi cancellino l’onte della codardia e de’ tradimenti. Siamo ancora tanti da fiaccare un nemico combattente con arme di seduzioni e d’inganni. Volli sinora molte città risparmiare; ma ridotti sul Volturno e sul Garigliano, aggiungeremmo altri umilianti ricordi alla nostra condizione di soldati? Permettereste che il vostro sovrano lasci il trono, e v’abbandoni a infamia imperitura? No, in questo supremo momento raccogliamoci attorno alle bandiere, per difendere i dritti, l’onore, e il nome napolitano, già scemato. Che se ancora v’hanno seduttori che v’additino a modello gli sciagurati corsi per viltà al nemico, ricordate invece quei bravi che seguendo le sorti di re Ferdinando IV, s’ebbero lodi universali, e regia gratitudine e beneficenza. Quel bell’esempio vi sia di gara generosa; e ’l Dio degli eserciti proteggerà la giusta causa nostra.» Alfine i soldati si sentivano parlare d’onore e di pugna; alfine si sentiva ricordare laudata la generosa fedeltà de’ seguaci del quarto Ferdinando, cui tant’anni sin dentro la borboniana regia s’era irriso; perocché i grandi veri han bisogno di grandi infortunii per isfavillare. L’ombre onorate di quelli esuli decennali avevano almanco refrigerio di loda; ma ahimè, presso a un secondo e più aspro esilio di Borboni!
§. 4. Diffidenze ne’ soldati.
I soldati proruppero in grida d’entusiasmo e d’affetto: ma dubbi eran molti loro duci. Parecchi uffiziali avevano seguito l’esercito, credendo si sciogliesse; speravano salvare il decoro, e far col nemico una capitolazione che lor sicurasse gradi e soldi. A udir motti di battaglia allibirono; molti codardamente di notte disertarono; altri restaronsi, per giovare alla rivoluzione più seguendo il re da traditori che combattendolo aperto; né mancò chi con l’animo all’avversario, rimasto a posto per dovere, operava svogliato e fiacco. Certo solo i soldati eran colà fedeli tutti; gli uffiziali chi sì chi no, parecchi spaventati dal mal vento temevano di perdere il pane avvenire; né volevano per troppo zelo serrarsi la via d’acconciarsi col vincitore. Tal necessaria condizione dell’esercito, per le minacce settarie, e la potenza d’Anglia e Francia, né rese sempre dubbii i consigli, e incerti i trassi. E i soldati sospettando de’ duci, con le meridionali fantasie crescevano e dubbiezze, davano in mormorazioni che infermavano la disciplina; e per mancanza di confidenza si tentennava a seguire la via rapida e dritta della vittoria. A’ 6 settembre venne la cancelleria del comando delle armi, con le persone e lo stato maggiore. Gli ubbidienti furono tre colonnelli, due tenente-colonnelli, due maggiori, venticinque capitani, e trenta subalterni; il resto avea ridesto quel mattino stesso la dimissione.
Era a Capua governatore da qualche anno il maresciallo Raffaele Pinedo; questi il 7 settembre si mise in letto. Il duce Ritucci il visita e ’l trova malato; ma la dimane, avuto ordine di mandarlo prigione a Gaeta, mancò di porgli la guardia; ond’ei la notte con tutta la sua famiglia sparì. Si sparse avesse pattuito dar Capila al nemico, e perché scoperto fuggisse; altri disse per codardia. Certo dopo due giorni egli da S. Maria (dove già stava il nemico) scrisse al Ritucci dichiarandosi innocente; essersi allontanato per iscampare da ordita calunnia, e che poi si scolperebbe. Il Ritucci gli surrogò provvisoriamente il general De Cornò; e il 9 proclamò lo stato d’assedio; nel qual dì prese il governo della fortezza il maresciallo Salzano, quello ch’avea fatto il debito suo a Palermo, richiamato a posta dal ritiro.
§. 5. Il Ritucci duce supremo.
L’esercito,ingrossando ad ogni ora con soldati sbandati, avea mestieri d’un duce. Francesco stette in forse se porvisi egli stesso. Aveva a Palermo lasciato il comando a’ generali Castelcicala e Lanza, ed egli col Filangieri da Napoli aveva emesso consigli, ineseguiti. Ne’ fatti di Melazzo, Messina e Calabria, quasi non prese parte; fe’ fare a’ ministri, e fu peggio. Ora sul Volturno, spiccatosi da grossi traditori, veggendo men fosche le cose, poteva egli stesso capitanare le soldatesche, ma se stimando ignaro dell’arte di guerra, e valutando la difficoltà di movere su largo paese un esercito operatore, diffidò. Senza uomini di consiglio, né mai sperimentati, tra un turbinio d’avvenimenti, distratto dalle cose civili e politiche, ove credeva più valere, non volle sottoporsi altresì al pondo de’ doveri di capitano. Anche religione e pietà il contennero, parendogli baldanza e colpa, non sentendosi capace, pigliare la responsabilità di vita e morte di tanti soldati. Impertanto stando già il generale Giosuè Ritucci a capo delle truppe, il confermò. Questi s’era nostro buon soldato; avea combattuto a Palermo e a Velletri onoratamente; era in età virile; ministro costituzionale, per non imbrattarsi co’ colleghi, era disceso; però si poteva sperare in lui.
Francesco possedeva allora quelle terre che occupava con le milizie; ché il reame, pe’ presidi messi dal ministero Spinelli, sotto ferrea pressione si teneva pel Piemonte. Era opportuno subito lanciarsi all’offesa, armare le popolazioni, e far che il paese insorgesse contro i felloni e lo straniero. Ma questo, sapendo di reazione, spaventava quei consulenti; e datisi alle deliberazioni, che sempre ne’ grandi fatti riescono a niente, si strinsero alle sole cose di guerra. Il re fu di parere investir Napoli con trentamil’uomini, e sì o chiamare in campagna rasa il Garibaldi, ove era facile il superarlo; o nella città bloccarlo e affamarlo. Contrastò il Ritucci: disse le truppe tolte appena dalle seduzioni rivoluzionarie, allora raggranellate, doversi riordinare; meglio con iscaramuccc alzarne gli spiriti prima. Ciò a’ primi dì era bene; protratto a un mese, fu fatto.
§. 6. Altri provvedimenti.
Con decreto del 10 concesse a vedove ed orfani militari morti in battaglia pensioni uguali al soldo de’ defunti, da valere dalle prime ostilità di Sicilia. Il 12 a premiare gli uffiziali militari e civili, ch’avean passato il Volturno, si decretò la durala del servizio lor si contasse doppia, e fossero dispensati dal servire i quarant’anni, e d’aver sessantacinque anni d’età, e de’ due anni dell’ultimo grado, per aver soldo intero al ritirarsi d’ufficio;che il tempo durato ne’ collegi militari s’intendesse servizio, e che ciascuno ritirandosi godesse un grado d’onore superiore al grado suo. Al 14 una lettera ministeriale del Casella dichiarò disertore chi de’ militari chiedesse licenza, o si fosse allontanato dalla bandiera.
Già dal 6 in Napoli s’era ingiunto a’ comandanti i reali legni armati o svernanti si recassero a Gaeta, o per sé, o facendosi rimorchiare da’ piroscafi nostrani o francesi, e s’eran dichiarati ribelli i disubbidienti. Poscia l’8 da Gaeta il ministro di marina die’ due giorni di tempo, acciò gli uffiziali marini si recassero in quella nuova sede di governo, o s’intendessero deposti. L’altro di il ministro a nome regio lodava il comandante e la ciurma della Partenope e lor prometteva premii; e dichiarava rei d’alto tradimento i rimasti a Napoli.
§. 7. Tradimento del general De Benedictis.
Ho detto di soldati accorrenti d’Abruzzo. Colà fur traditi alla rivoluzione la piazza di Pescara e i forti dell’Aquila, in questo modo: Vi comandava il generale De Benedictis, uomo sin allora strombettalo sapiente, che faceva il buono e il fido, e avea pianto all’udire suo figlio Biagio in Sicilia disertato de’ primi al nemico. Il 6 luglio avea dato agli Abruzzi una proclamazione, raccomandante ordine, e astegnenza dalle avventatezze ch’avean fatto abortire la costituzione del 1848; e tutti incitava a unirsi attorno al costituzionale trono di Francesco II. Dappoi dimandò la dimissione, appunto a quei dì che chiedevala il Pianelli ministro: coincidenza di pensieri e di fatti. Ritrarsi al momento del pericolo era codardia sposata a tradimento, ma aspettando il decreto restava a posto, per corrompere le milizie cui comandava. Nulladimeno il 10 settembre, simulando l’onesto, scriveva a Gaeta, dicevasi minacciato di vita, e aggiungeva: «Tutto Abruzzo, levatosi come un sol uomo, con tripudio immenso e generale, chiede l’annessione; le tre province han proclamato dittatore il Garibaldi; resta Pescara; indarno vi si avrà sangue e saccheggio; il re non vi guadagna che il rancore de’ popoli.» E allora anzi cominciava in Abruzzo la reazione pel re, ed egli la comprimeva. Fatto cedere il forte d’Aquila, il 10 medesimo scriveva al ministro di guerra del Garibaldi a Napoli: «Pochi militari dementi o perfidi, di cui le dirò i nomi, vogliono avvelenare il tripudio universale. Ho riparato pel forte d’Aquila; per Pescara si minaccia alla vita mia e al comandante; i Nazionali non bastano contro truppe ordinate; mandate un battaglione per mare da Ortona a tener Chieti.» E finiva svelando il numero e le qualità del presidio di Pescara. Questo savio uomo facendo la spia al nemico, e cercando soldati estranei per vincere i proprii soldati, appellava dementi o perfidi i fedeli alla bandiera e al giuramento. Avendogli Gaeta risposto, ei si smascherò l’11: «Aver già dal 5 chiesto licenza esso e i figli Giambattista e Michele.» E tant’anni esso e i figli avean mangiato il pane de’ popoli, che or tradiva a ignobile straniero.
La guardia avanzata di Pescara il 5 avea preso cinque carri d’arme e munizioni, volte ad Aquila, per armarvi i corpi rivoluzionarii che vi si accozzavano; il De Benedictis ordinò per telegrafo li lasciassero liberi. Comandava a Pescara un colonnello Piccolo: v’eran sette compagnie del 12’ cacciatori col maggiore Pirelli, la batteria N. 9 col capitano Dupuy, quattro compagnie Zappatori con l’aiutante maggiore Escamardi, e una compagnia d’artiglieria di piazza. Giunse l’8 il dispaccio di D. Liborio nunziante il governo dittatorio, e ordinante i soldati aderissero o si congedassero, gli uffiziali aderissero o sarebbero deposti. Il consiglio di difesa, citando gli articoli 142 e 145 dell’Ordinanze di piazza, decise nullo l’ordine liberiano, si difenderebbero. La truppa dette in Viva il re, sonò l’inno borbonico, ma corso il comandante Piccolo ordinò zittissero, onde il fiutarono traditore. Bentosto un dispaccio del De Benedictis aggiunse: a Francesco per volontà di Dio è uscito dal regno, consiglio alla guarnigione di ubbidire al dittatore.» Nulladimeno gli uffiziali riconfermatisi nella difesa, mandarono il 10 a Gaeta un tenente Ricciotti per avere ordini sovrani. Ma tosto il giorno dopo sollevandosi pel re da tutte parti i contadini abruzzesi, questi acchiapparono una carrozza con entro un De Cesare governatore garibaldino dì Teramo, un Tripodi maggiore nazionale reclutante garibaldini, e un Delfico travestito da servo; e li condussero a’ soldati, con isperanza fossero ammazzati, il Piccolo a salvarli poseli nelle sue stanze, sotto paruta d’arresto, ma lor faceva avere carte, giornali e visite, tale che di là dentro reclutavano felloni a prezzo, e dirigevano sicuri la rivoluzione. Anzi costoro e il Piccolo e il Pirelli confabulando, stabilirono di torre al re quelle soldatesche. Cominciossi a trarre cannonate la notte, fingendo essere investiti; poi sparsero mancar vettovaglie e denari, niente esser da fare, meglio andarsene a casa; appresso misero nell’ordine del giorno i soldati poter liberamente servire il Garibaldi o andarsene, e promisero d’avvantaggio a chi se n’andasse quindici giorni di paga, e il congedo scritto. Da ultimo i capitani stessi, fatto posar l’arme, licenziarono la gente a’ 16 del mese. Il Piccolo die’ il forte a’ Nazionali. Ma l’Escamardi con dodici uffiziali e intorno a quattrocento soldati camminarono a Capua; fecero lo stesso altri drappelli sparpagliati negli Abruzzi.
§.8. Vergogne di Siracusa ed Augusta.
Anche i forti di Siracusa e Augusta in Sicilia cedettero per tradimenti. Ambo i comandanti dipendevano dal Fergola, ch’era nella cittadella di Messina. Con futili pretesti tolto da Siracusa il comandante Rodriguez, poservi il Locascio, uomo venale. Il quale con alquanti uffiziali superiori presero dal 29 agosto a buccinare il re fuggito a Trieste, doversi i soldati affratellare alla Nazione; e certi uffiziali e sott’uffiziali congiurati s’andavano fuor della piazza spasseggiando con nappe tricolorate al petto, a corteggio della bandiera sarda e delle musiche rivoluzionarie per le strade. Pertanto a’ 31 il Locascio scriveva al Fergola, il forte essere aperto, la guarnigione stare a contatto con le truppe italiane; e chiedeva danari e istruzioni sul da fare. Indignato risposegli il Fergola: danari avrebbe; il suo dovere star prescritto nell’articolo 112 delle Ordinanze. Intanto il 5 settembre venivano da Napoli cinquantamila ducati a Messina e diecimila cinquecento a Siracusa pel soldo alle truppe; però come i soldati videro lo Assirien portare con uffiziali di tesoreria il denaro, e assicurare il re stare a Napoli, e inculcare fedeltà, tutti prorompenti in Viva al re, sparlaron forte dei Locascio, sicché costui spaventato s’imbarcò, ma gli artiglieri voltarono i cannoni sul legno, minacciando affondarlo, se partisse. Egli mandò il figlio a giustificarsi, e dicendo essere ordine regio lo abbandonare Siracusa per difendere Napoli, con intramessa de’ consapevoli uffiziali li indusse. Cosi senza capitolazione a’ 6 settembre lasciò il forte a’ paesani, di che ebbe rampogne acerbe con lettera dell’onoralo Fergola? ma non uguali alla vergogna. Aveva una compagnia d’artiglieri, una de’ pionieri, e due di granatieri dell’11° di linea; tenneli sette giorni accampali sulla marina, provveduti di vettovaglie dal comandante garibaldino, mentre suscitava in tutti i modi la diserzione; e ottenne che molti uffiziali e sottuffiziali s’aggregassero al battaglione rivoluzionario, che là si formava, detto Cacciatori delle Alpi. Imbarcò la gente il 13 su vapore sardo, e giunto il 15 a Napoli s’ascose. Allora l’altro maggior traditore general Ghio, comandante, come dissi, pel Garibaldi la piazza di Napoli, per più mostrarsi devoto al nuovo padrone, fe’ pubblica mostra di quella ingannata truppa per via Toledo, tra plausi e fiori; ma i soldati abborrenti da quell’onta, la dimane fuggendo la vituperevole bandiera, per varie vie e con pericolo accorsero al re sul Volturno.
Di simile vergogna si bruttò il colonnello Pietro Tonson Latour comandante d’Augusta. Il 6 settembre per introdotto del comandante garibaldino di Messina scrisse al Fergola, dicendo il popolo per l’esempio dell’avuta Siracusa dimandare Augusta; ebbe risposto studiasse l’Ord manze, facesse suo dovere. Egli tenne sino al 17, quando contratto col municipio un patto di recarsi a Napoli, non isforzato da nessuno, lascia la piazza e s’imbarca sul Protis, che mandato dal re arrivava dopo la capitolazione. Il console francese di Siracusa, sopra un legno sardo raggiuntolo in mare, volea tornasse addietro prigione di guerra; ma il capitano del Protis noi sofferse, e tirò a Napoli. Qui si pretese i soldati scendessero senz’arme da prigionieri; e li avrebbero sforzati, se il Barbier de Tinan ammiraglio francese non s’opponeva. Posti i soldati a scegliere tra l’andare al re, o tornare a casa, o restar col dittatore, si divisero cosi: 559 andarono col Protis a Gaeta,190 tornarono a’ loro focolari, uno solo si pose con la rivoluzione.
§. 9. I difensori della cittadella di Messina.
Il Fergola nella cittadella di Messina faceva il debito suo. Il 21 agosto, caduta Reggio, un Leila consolo sardo era ito a tentarlo con promesse; e vi tornò addoppiandole il 29 e il 31. Costui faceva il mezzano a uffiziali di; seriori chiedenti il congedo. Pel decreto garibaldino del concedere dieci giorni agli uffiziali per aderire al suo governo, e per le tolte Siracusa e Augusta, si moltiplicarono seduzioni e minacce. Sovente assalivano i posti avanzati, non ostante la scritta convenzione, sperando in un colpo di mano; ma il presidio quantunque patisse qualche diserzione, più si scaldava alla difesa. Il 10 settembre per l’Assirien ch’avea portato il danaro, mandò a Gaeta una deputazione, cioè il colonnello Cesare Anguissola, sette uffiziali e due soldati di ciascun corpo. Francesco accoltola benignamente, mandava il 14 questo scritto: «Soldati. Lontano da voi, e da’ vostri bravi uffiziali, sento il bisogno di manifestarvi d’esser pago del contegno e valore della guarnigione. Le fatiche durate e avvenire accresceranno a voi gloria, all’arme napolitane onore. Ubbidite a’ superiori, questo è il primo movente alla vittoria. Ricordate che sono re e soldato; che cresciuto tra voi, palpito di gioia, udendo i vostri bei fatti; ricordate di difendere una fortezza di storico rinomo, e che i miei pensieri son per voi. Benedica il cielo l’arme vostre; e un dì potrete dire con vanto: Io nel 1861 fui tra’ difensori della cittadella di Messina.» I deputati tornarono il 25 del mese, recando altri uffiziali desiderosi d’onore. Il Fergola pubblicò la lettera regia, e anche le regie proclamazioni dell’8,42 e 20, il che crebbe l’entusiasmo. Eran promossi brigadieri i colonnelli De Martino, Cobianchi, Anguissola e Albanese; maresciallo il Fergola. Il quale tenne bene la disciplina; celebrò i giorni di gala, e talvolta respingendo gli assalimenti messinesi, mescolava a fuochi di gioia, quelli a palle. Cominciando il 15 ottobre a mancare la moneta e le vettovaglie, i soldati s’accontentarono di scemare il pasto, e tutti uffiziali e soldati unanimi offersero i loro risparmi: accozzano quattordicimila ducati, e danli al comandante. Cosi questi calunniati soldati napolitani in quelle strettezze, divisi dalla società, ira tutti implacabili nemici, anzi che reclamar paghe, soccorrevano del proprio la cassa. Ma che valea? doveansi vituperare nel mondo le cose nostre, buone o male; e 4 ministro napoleonico Billault diceva al senato parigino, che l’esercito napolitano avea voltato le spalle, sì a disegno confondendo traditori e fedeli, codardi e prodi.
§. 10. Proteste.
Restando a’ regi le due sponde del Volturno e del Garigliano, Capua e Gaeta, la cittadella di Messina, Civitella del Tronto e Baia, già queste due isolate, cinte d’assedio o bloccate, si difendevano. Il general Casella presidente del ministero, mandava a’ 16 settembre agli stranieri ministri nel reame questa protesta:
«Il general Garibaldi, seguendo sue usurpazioni, entrato in Napoli, dava tra gli altri tre decreti, su’ quali è da chiamare l’attenzione de’ monarchi. Col primo a’ 7 settembre dichiarava flotta ed arsenali del regno uniti a quei di Vittorio Emmanuele re d’Italia; e che di questo cosi intitolato re fossero le arme da porsi ai suggelli dello Stato e delle pubbliche amministrazioni. Sin dal principio di queste imprese, restando Europa attonita, ma impassibile, si chiedevano dal napolitano governo spiegazioni al Piemonte; e il conte di Cavour a nome del suo re rispondeva, esser contro gli ordini suoi cotesti attentati al dritto delle genti; e che il Garibaldi pigliando la bandiera facevasi reo di manifesta usurpazione. Ma non ostanti tai dichiarazioni il pirata continuava suoi preparativi sul suolo piemontese. Dal 6 maggio sin ora sono usciti pubblicamente da’ porti di Genova, Livorno e Cagliari più di venticinquemil’uomini, e armi, munizioni, battelli a vapore e a artiglierie: uffiziali sardi, e deputati al parlamento torinese vennero a dirigere le operazioni militari, e rivoluzionarie e politiche del condottiero della invasione; e numerosi comitati a Genova e a Torino aperto lavoravano a ec citare e a sorreggere le rivolture sul territorio nostro. La forza straniera sospinge e dà la mano all’interna fellonia. E l’occupazione di Sicilia e di gran parte del continente sono conseguenze dell’incomprensibile tolleranza del governo piemontese, soprattutto dopo la dichiarazione data il 26 maggio dal Cavour. Mentre i porti sardi erano inviolabile asilo a tanta pirateria; mentre il vessillo sabaudo proteggeva quelle masnade, i legami tra le due corone eran di pace; e il ministro di Vittorio alla corte di Francesco assicurava ogni di, e sino all’ultima ora, gli amichevoli sensi del suo re.
«Sua Maestà Siciliana bramoso d’evitare altri conflitti in Italia, e fidando nel suo dritto incontrastabile, spera respingere la invasione e terminare la guerra, senza aggiungere a’ torbidi interni le internazionali quistioni; ma s’è giunto a tale, ch’egli è costretto fare appello alla ragione, alla giustizia, e a’ più legittimi interessi d’Europa. Le bande raccolte su terra amica hanno occupata la maggior parte del regno, con la città capitale; e la rivoluzione non le precede già, ma le segue. Il duce di esse piglia la dittatura, fa dono della flotta napolitana, la mette agli ordini d’un regio ammiraglio sardo, decreta che la giustizia si renda a nome del re sardo, e a questo attribuisce titoli di sovranità sur un reame, che costituito con solenni trattati, fa parte degli stati indipendenti d’Europa.
«Impertanto re Francesco, protestando contro tali atti d’usurpazione violenta, chiamai sovrani a considerare qual sorta di pubblico dritto si tenda a stabilire nel mondo civile; e spera che il sardo re s’affretti a reg spingere con l’indignazione della lealtà questo presente vergognoso all’onor suo della flotta e del territorio d’un re amico, fatto da chi egli stesso ha usurpatore appellato. Spera che al vedere i grandi mali prodotti dall’eccessiva tolleranza del suo governo, quel re non permetta più che il suo nome e la sua bandiera servano a invasioni di pacifici stati, a versamenti di sangue innocente, e a violazioni di trattati. E spera che non manchi dal protestare contro questo titolo nuovo di re d’Italia, dato dal Garibaldi, che suppone l’estinzione de’ dritti riconosciuti, e degli stati indipendenti che sono ancora nell’italiano paese.
«In ogni caso il governo dì Sua Maestà protesta di nuovo contro i garibaldesi decreti; li dichiara nulli e illegittimi, anche nelle conseguenze, e fa appello alla giustizia d’Europa, contro si reo operare; che farebbe del mediterraneo, mare di civiltà e commercio, un campo aperto alla pirateria: e lascerebbe a una nazione il profitto della conquista, senza aver passati i pericoli e la responsabilità della guerra.»
Seguivano altri atti protestativi, de’ quali notai quello del 5 ottobre contro l’usurpazione de’ beni di casa reale; e d’altri parlerò appresso. Qui accade notare l’altro del 6 ottobre, denunziante all’Europa il cinismo di quel duce della rivoluzione, che a nome d’un re facea l’apoteosi del regicidio, premiando i parenti di Agesilao Milano. Il Casella conchiudeva: «Non protestare egli contro tanto scandaloso decreto, perché ogni senso d’onore, morale e religione impresso nella coscienza dell’umanità protestavano per esso; ma denunziare alle genti civili questo orrendo deificare l’assassinio, come chiarissima prova della depravazione di gente immorale, che co’ tradimenti avean rapita la potestà.»
§. 11. Proposta d’unir Napolitani e papalini.
Francesco parendogli bene coordinare le operazioni del suo esercito con quelle dell’esercito papalino, mandò a Roma Francesco Luvarà, capitano di stato maggiore, per trattare col Merode ministro dell’arme pontificie sul modo di difesa contro il comune nemico. Offeriva: il Lamoricière si avesse anche il comando de’ nostri; il papa prendesse un po’ di nostra artiglieria e cavalleria, soverchia a noi, a lui opportuna; difendessesì in comune il territorio tra Capua e La Cattolica, siccome quello occupato allora dalle due bandiere; e che chi uscisse all’offesa da tai due limiti, farebbelo senza mutua obbligazione di soccorso. Ciò proponendo, il re voleva provvedere a due difetti, a noi d’un generale, al pontefice di soldati. Il Luvarà recava eziandio lettera del conte di Trapani del 9 settembre al Merode; la quale accennando alle proposte, mostrava come le patite spoliazioni di Benevento e Pontecorvo nel reame doveano essere stimolo e ragione ad accettarle. Inoltre l’11 settembre movea per Roma il generale Cutrofiano con lettera autografa di Francesco al papa. Ma a Roma temevano infirmare le sorti della chiesa, e perdere il sostegno che speravano di Francia. Primo il Lamoricière si negò, così al Merode scrivendo: «I Bonaparti in Francia, i Murat a Napoli: difendere Francesco è ostilità a Napoleone. Proponete Changarnier o Bedeau; eglino ponno salvare la monarchia. Il Grammont ha saputo la lettera del Trapani; però se non rassicurate la Francia sul mio non intervenire a Napoli, abbiate certo che non farà nulla per noi contro il Piemonte, lo non voglio Napolitani, se non con la nostra nappa, e sul territorio nostro.» Il Merode rispose al Trapani ricusando, e facendo diversa offerta: «Essere, diceva, il Santo Padre memore di Gaeta ospitale; però niente più caro al suo cuore che una speciale alleanza coi reali di Napoli; ma tra’ perigli che cingono il trono pontificale, saria mal consiglio rendere la causa della Chiesa solidale d’altri umani interessi, alti che fossero. La causa della sedia di S. Pietro per esser la causa di tutti dev’essere la causa di sé sola; debbono i suoi difensori chieder si a tutti i fedeli soccorso; ma evitar di darle rischi per umane controversie. Impossibile che il Lamoricière lasci il territorio papalino. Se il re di Napoli non è padrone de’ suoi Stati, neppure Vittorio è padrone de’ suoi; perché questi non è che il vessillo, o piuttosto la maschera della rivoluzione, ch’è guerra dell’ingiusto contro il giusto. Il re protesti contro lo spoglio, lasci guarnigioni nelle piazze forti, e dimenticando le sventure proprie si lanci a difesa di Santa Chiesa. Così soldati e cannoni porterebbe intatti in campagna romana, prenderebbe egli ed i suoi la bandiera, la nappa, e ’l soldo pontificio, sarebbe d’altissimo aiuto; e ’l mondo ammirerebbe il sangue di S. Luigi sacrare la spada alla Fede. Consiglio è questo più eroico che consueto, ma l’opere mezzane non bastando, esso è degno del discendente della casa più illustre della cristianità.»
Tal consiglio immaginoso era; ma non poteva un re con l’arme in pugno voltare le spalle a un Garibaldi, e lasciar la difesa del suo regno, allora appunto che una sola giornata felice bastava a restituirlo trionfante nella sua reggia. E quale aiuto riusciva al papa un fuggiasco con la vergogna sulla fronte? Per contrario, considerate le condizioni d’allora, certo il nome del Lamoricière bastava a ripigliare Napoli a un urto; e una volta gittata la rivoluzione indietro, forse il Piemonte non si smascherava; e salvalo il regno, restavano salve l’Umbria e le Marche. Il re a’ 15 settembre offerse al papa tremil’uomini, di quei tornati dagli sbandamenti, perciò più fidi; a’ quali porrebbe la nappa pontificia; e più offerse cavalli e sedici cannoni montati. Chiese almeno il Lamoricière mandasse un uffiziale a stabilire un disegno di guerra. E di fatto ordinò che un corpo col maggiore Pagano movesse per Coprano, con mezza batteria da montagna e altri cannoni da campo. Già un uffiziale papalino avea tolti due nostri obici ad Isoletta.
Da Roma fu risposto; il Lamoricière non poter accettare altro comando, che il devierebbe dalla difesa di santa chiesa, non potersi aver relazioni con l’esercito napolitano; s’accoglierebbero truppe, purché mutassero napolitana bandiera. Il Luvarà dichiarò la impossibilità dello aderire, per restarne affievoliti, senza utilità del vicendevole accordo. Nondimeno il De. Merode e ’l Lamoricière mandarono a Gaeta il colonnello Mortilliet, e ’l capitano Maquelon; ma mentre si trattava, i fatti di Castelfidardo e Ancona distrussero l’esercito papale. Eppure il re non abbandonò il trattato; ché volea l’unità della difesa uguale alla medesimezza degl’interessi, e sperava Napoleone al veder quei turpi assalimento voltasse a politica generosa; ma il Merode sempre insisteva che il re venisse al soldo del papa. Anzi sorsero tai difficoltà sulla gente menata dal Pagano, che questi tornò indietro; e il Mortilliet dispiaciuto si dimise, e servi tra noi.
Un altro fine del re era assicurarsi un luogo di ritirata in caso sinistro, e tenervi in pie’ un po’ di truppa, come il duca di Modena nel Veneziano; ma noi potè persuadere al Merode, temente di Francia, perlocché il Luvará ito e ritornato, e ’l Cutrofiano ed altri per sino a mezzo ottobre nulla conclusero. Questa pratica né riuscì di pregiudizio; ché tenue i pensieri di salvezza colà donde partiva il danno, dico in quelle terre tenute da napoleoniche arme; che ove si volgevano gli animi alle forze interne, e a sorreggere e propagare le reazioni, si salvava il reame col reame, e si tenevano i soldati alimentati e agguerriti a danno dell’invasore.
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