Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo Volume secondo (XXI)
13. Parti tra’ congiuratori divise.
Napoleone per far fare avea più ragioni: mal vedea quel nodo di legittimisti armati col Lamoricière; voleva eseguito il libello del suo Guerronière; voleva strappato il bel nido di Napoli a’ Borboni. Protestantismo, bonapartismo e massoneria, d’accordo a distruggere l’opera di Carlo Magno, s’eran divise le parti. Sardegna con la militante setta mondiale operava; Inghilterra, mentre quella interveniva, gridava non intervento; e Francia, fingendo sconsigliare l’assalimento, stava con l’arme cariche, a impedire ch’altri entrasse con l’arme a guastarlo. Inghilterra fu il macchinatore, Vittorio il masnadiere, Napoleone il manutengolo. E chi ebbe la parte migliore?
§. 14. Colloquio di Chambery.
In agosto Napoleone era venuto a visitare le sue nuove province savoiarde. Il Cavour mandò a Chambery il medico Farini ministro, e il general Cialdini; giunsevi il 28, sotto spezie d’omaggio, ma per concertare il modo e avere il permesso d’assalire. Fu significativo quello scegliere il Farini settario ribelle al papa, e ’l Cialdini non men settario soldato; costui accennante non a cerimonie ma a guerra. I giornali francesi ammutirono; gli stranieri stamparono, quei due iti a cercar licenza d’invadere Marche ed Umbria, e Napoleone rispondesse: Fate presto: sbrigatemi del Lamoricière. Tornati frettolosi a Torino il 29, seguirono due dì consigli lunghi di ministri. Il Persigny ministro intimo del Bonaparte, scrisse a Torino; importare che Italia si pacifichi non importare il come. I giornali parigini ufficiosi dichiararono bugiarde quelle voci; ma il fatto sbugiardò essi.
§. 15. Il Piemonte arma ed insidia.
Incontanente il Piemonte raguna quattro divisioni e mezzo di soldatesche in Toscana e Romagna sulle frontiere; il Fanti fingendo rassegnarle si pone ad Arezzo, il Cialdini alla Cattolica. Chiamano volontarie, un Masi in Toscana, il Roselli in Romagna accozzano masnade. In breve sessantamila soldati e molti avventurieri stan pronti; e il Fanti sparge prepararsi a impedire al Garibaldi d’entrar nel Pontificio. Il papa chiesto pel ministro francese il perché di quell’armamento, n’ha in risposta, nonne temesse, sarebbegli anzi d’aiuto. E per darla più a bevere stampano che una sollevazione romanesca danneggerebbe la causa italiana; e che i sardi passando la frontiera avrieno a combattere i Francesi. I giornali prezzolati d’Italia e Francia ripetevano a nausea esser fida e onesta la politica sarda; non attenterebbe all’altrui, calunniarla i clericali. Intanto di nascoso co’ comitati sospingevano forte i sudditi papalini a rivoltura, sperando si movessero, per dire d’esser chiamati. Non riusciti a niente, dovettero svergognarsi affatto.
§. 16. Pretesti inventati.
Vittorio cominciò il 7 settembre con una nota del Cavour al papa; così: «Vedere con rammarico mercenarii a servirlo; questi offendere la coscienza politica d’Italia e d’Europa, mantenere il fermento negli animi, ingiuriare il sentimento nazionale, impedire la manifestazione de’ voti popolari. Vi mettesse riparo; la sua coscienza obbligarlo a impedire che stranieri soffocassero l’espressione de’ patrii sentimenti; niuno aver dritto di porre lo arbitrio de’ venturieri sopra un paese civile. Aver pertanto ordinato a’ suoi soldati in nome dell’umanità vietassero a’ papalini di comprimere l’Umbria e le Marche; però invitare il pontefice ad ordinare issofatto il disarmamento di quei corpi, minaccia continua alla pace d’Italia.» Questa intimazione fatta insolente a posta, perché in niuna guisa vi potesse accedere, fu il pretesto inventalo per ispogliare il papa, sovrano il più aulico ne’ tempi moderni.
Nel 1859, quando Austria dimandò lo scioglimento de’ corpi franchi al Piemonte, questo con molto scalpore, sorretto da dugentomila Francesi, il negò; ora esso manda consimile ordine al fievole papa, cui il proteggitore francese costringe a non essere aiutato da nessuno. Ma i corpi franchi del Piemonte erano preparati per assalire l’Austria, dove i corpi papali stanno a difesa; sono cristiani chiamati dal vicario di Cristo, a tutela de’ suoi sudditi cristiani contro i settarii, braccio di protestanti. Vittorio mandante il Garibaldi, francese di Nizza, con Ungari, Polacchi, Prussi, Inglesi, Dalmati e Greci, per recare la rivoluzione e scannare Napolitani, ora teme ch’un Lamoricière turbi la pace d’Italia! Questi servente un sovrano indipendente nel suo territorio turbava la pace, le masnade del Masi, del Roselli, del Nicotera, del Bertani, tutelavano la pace, entrando armata mano in terra altrui!
Il Cavour ciò scrivendo era goffamente smemorato. Diceva quelli stranieri offendere la coscienza d’Europa; e obbliava quelli essere stati chiamati per consiglio di Napoleone e di tutte le nazioni cattoliche, obbliava aver egli stesso nel parigino congresso al 27 marzo 56 proposto il papa soldasse stranieri, per non aver più guarnigioni tedesche e francesi nei suoi Stati. Dunque consigliava egli nel 56 ciò che nel 60 diceva offendere la pubblica coscienza?
Per cucire poi una veste a quello strano atto, più imperturbato faceva stampare, il Lamoricière prendere atteggiamento sospetto, con esso, poter il papa minacciare il trono sabaudo, sconvolgere Italia, commovere Europa, doversi presto presto fiaccare, per salvare l’ordine sociale. Con questa polve negli occhi a’ balordi, fingendo averla non col papa, ma co’ suoi stranieri barbari, fece inventare e stampate ne’ suoi giornali un falso ordine del giorno del Lamoricière, come questi promettesse a’ suoi il sacco di dodici ore in tutte città rivoltate. Subito il giornale di Roma smentendolo dichiarò la turpezza dell’invenzione. Egli niente arrossendo seguitava a stampar menzogne, e pronosticare imminenti sollevazioni, e a sollecitarle; ma con tutti i suoi sforzi le popolazioni stavan chete.
§. 17. Come intimati.
A mostrare come egli credesse alle accuse che dava al pontefice, senza aspettarne risposta, anzi prima che l’intimazione partisse, il ministro Fanti a’ 6 settembre faceva imbarcare a Genova ventiquattro cannoni, da servire, come scrisse nel rapporto uffiziale, per l’assedio di Ancona; e la dimane esso Cavour ordinava con lettera al Persano di menar la flotta ad Ancona, e dipendere dal Cialdini: per pigliare prestissimamente questa fortezza. E gli ingiungeva si recasse ad avvisarne il Garibaldi, per andare intesi, ma pregasselo del segreto. Volea colpire improvviso e alle spalle. Inoltre gli mandò il Dora carico di cannoni d’assedio. Poscia il giorno 8 lanciava due squadre d’avventurieri a provocare con la invasione le rivolture nelle terre papali, una sopra Urbino, altra a Città della Pieve. E mentre ciò faceva, mandava lo ultimatum accusatore; anzi pei renderlo più esoso, e provocarsi una mala risposta da farne rombazzo, mandollo pel conte della Minerva, quello, che ministro sardo a Roma, v’aveva istigata la fellonia, onde n’era stato scacciato a’ 5 ottobre dell’anno prima; sicché questo tristo, giunto il 10 settembre a Civitavecchia, non fu fatto entrare, e dovè spedir per un corriere la lettera, ch’arrivò dopo la invasione. Il cardinale Antonelli rispose la dimane, confutando i nuovi principii di dritto pubblico sguainali dal Cavour, e lo strano pretendere che solo il papa non avesse stranieri al soldo, cosa di dritto d’ogni sovrano, di tutte le età. Rispetto al Santo Padre, capo comune de’ fedeli, niun cattolico essere straniero; tutti i cristiani aver dritto a difendere lo stato della Chiesa, retaggio della cristianità. Confutava eziandio le ingiuste accuse a quei papali soldati, e dimostrava come le conseguenze della repressione di Perugia eran da imputare a chi da esterna terra l’avea provocata, e dato arme, danari, e modi da ribellare. Conchiudeva la Santa Sede appellare al dritto delle genti, e protestare delle violenze.
§. 18. Insulti del Fanti e del Cialdini.
Prestabilito lo spoglio, il Fanti ministro e duce supremo dell’esercito sardo, pria che tai note diplomatiche si scambiassero, scriveva il 9 al Lamoricière, nunziando il suo re averlo mandato sulle frontiere, per occupare Marche ed Umbria, 1°, se i papalini usassero forza a comprimere le manifestazioni nazionali di quelle contrade; 2° se avessero ordine di marciare in qualunque città, per opporsi alle manifestazioni; 3° se già si fossero represse, e il Lamoricière non richiamasse i suoi, e non lasciasse libere le popolazioni. Qual meritava risposta siffatta intimazione da Gengis-Kan, minacciante in casa altrui guerra a chi l’ordine pubblico tutelasse? Il duce papalino, dicendo non aver facoltà, mandò a Roma il dispaccio. Ma il Fanti non aspettata risposta richiamò il messo l’11; e cominciando la non denunziata guerra, die’ un ordine del giorno, e disse: «Bande straniere venute la ogni parte d’Europa han piantato nell’Umbria lo stendardo di religione che beffano…» e finì: «L’Italia non è più il convegno e il trionfo d’un audace o fortunato avventuriero.» Accennava al Francese generale del papa, in quel tempo ch’egli stesso mandava gli avventurieri Masi e Roselli, e ’l suo governo sguinzagliava il Garibaldi, seguiti da stranieri di ogni lingua. Ma il più di lui bestiale Cialdini, con più impudenza, in altro ordine a’ suoi prorompeva: «Vi conduco contro una masnada di briachi stranieri. Combattete, disperdete inesorabilmente tai compri sicarii!»
Il Fanti e il Cialdini ambo furono molti anni mercenarii allo straniero, ambo sempre al soldo delle rivoluzioni, e allora appunto servivano a prezzo i Sardi spodestatoli de’ loro sovrani e avean faccia da denigrare i difensori del papa; de’ quali i più erari nativi dello Stato, e gli estrani erano quasi tutti gentiluomini, venuti per divozione a sostenere la Chiesa sotto un duce rinomato. Il Farini nella sua lettera circolare del 13 agosto avea detto non potersi tollerare che nel regno si facessero preparazioni di violenze a”governi vicini: ed ora dopo men d’un mese, sendo egli ancora ministro, entrava in casa il vicino, a violentarlo con masnade e soldatesche. Di tali assalti alla barbara, Europa stupì. Pio IX provvide all’onore di quei nobili guerrieri della cristianità, con lettera del 10 settembre al cappellano maggiore delle sue truppe.
§. 19. Finzioni napoleoniche.
Ei non poteva credere gli mancasse il promesso aiuto della cristianissima Francia, e del suo imperatore, cui poco avanti avea tenuto a battesimo il figliuolo; né credeva tanto Sardegna imbaldanzita che osasse invadere lo stato papale; sì bene s’aspettava a vedervi lanciato un qualche Garibaldi; e si tenera forte abbastanza da ricacciarlo fuori. E Napoleone ch’era il perno di tutte queste nefandezze, usi) infingimenti insigni, per mantenere il Santo Padre in illusioni. Non un verno sul conciliabolo di Chambery; lasciava correre subornali quanto se né diceva, sino al 1S del mese, dopo i fatti compiuti, come dirò. In prima il Grammont suo ministro a Roma assicurava non entrerebbero i Sardi, già ventimila Francesi prepararsi a occupare le piazze dello Stato; solo dal Garibaldi si guardasse. Poi Napoleone lasciava divulgare il sunto d’una sua lettera a re Vittorio, sconsigliante lo assalimento; e il Grammont dava il 10 un dispaccio al governo papale, con facoltà d’inserirlo nel giornale, come l’imperatore avesse da Marsiglia scritto per telegrafo al re ch’ei sarebbe obbligato a opporsi con la forza alla invasione; onde era ito ordine che da Tolone venissero truppe ad aggrandire il corpo francese. (Un battaglione venne subito; il grosso arrivò al 1° ottobre, dopo lo spoglio, venuti credo a combattere Austria, se interveniva a difendere il papa). E dove una sua parola detta davvero tutelava lo Stato, con subdolo giro fe’ dal suo ministro a Torino dire che troncherebbe le relazioni ufficiali dove non si desse assicurazione di non invadere. Ed il Grammont dandone scienza al Courey consolo francese ad Ancona, e al cardinale Antonelli, diceva: «L’imperatore non tollererà la colpevole invasione del Piemonte.» Ma come dal Courey tal dispaccio ingenuamente era reso pubblico, il comitato rivoluzionario d’Ancona spiccò suoi adepti al Cialdini per sapere il netto; e tosto divulgò nella città egli aver risposto: Né il Grammont né il consolo anconitano sono iniziati ne’ segreti della politica imperiale. Certo egli tornante da Chambery ne sapea meglio. Laonde i giornali ministeriali di Torino presero in celia la cosa; e la Gazzetta del Popolo cinicamente stampò: «La Francia ha il privilegio di gridarci, e noi di udire le sgridate; ma come sotto il tavolo teniamo la sua mano unita alla nostra, così mai non avremo a temere opposizioni vive da questa buona e indulgente amica.»
Mentre Napoleone con quelle moine addormentava Roma e il suo duce, acciò fossero sopraffatti, Vittorio a quel teatrale brontolare rispondeva non poter seguire i consigli di lui. E l’11 settembre, giorno seguente alla minacciosa lettera del suo alleato, riceveva in udienza certi fuorusciti Marchegiani ed Umbri, che s’era fatti venire a presentargli il grido di dolore delle popolazioni, e a supplicarlo proteggessele contro l’anarchia ed ei consolavali che li libererebbe. Il dì stesso l’esercito suo, per ordine anteriore, senza aspettare le risposte di Roma alla intimazione, non credendosi forse in debito d’aspettarle, valicava il confine alla Cattolica, assaliva Pesaro, e iniziava l’invasione da Napoleone vietata, e sì n’era sicuro che il giorno medesimo stampò nella Gazzetta i decreti di nomina del Pepoli e del Valerio a commissarii regi ne’ paesi da conquistare, e d’altri sei dignitarii e amministratori, nelle persone di esuli espulsi da Roma il 6 marzo.
Cominciò la guerra senza dichiarazione di guerra, all’usanza sarda. Solo uscì quello stesso dì 11 una proclamazione di Vittorio a’ soldati, scritta dal Farini, dicente andare a restaurare l’ordine civile, a togliere una cagione perenne di discordie; e che egli aveva si una ambizione, ma quella di restaurare i principii dell’ordine morale in Italia, e preservarla dalla rivoluzione e dalla guerra. Ciò lanciando in quieti paesi disordine, rabbie civili, brigantaggi ed empietà. Ma i nostri antichi videro mai sfacciatezza più grossa? La dimane il Cavour emanava un memorandum lunghissimo per giustificare l’aggressione, con tutte le ragioni del lupo. I sovrani europei per non far guerra, benché fremessero, si spinsero a solo rimostranze severe a Torino. Ma Napoleone che minacciava guerra a chi difendesse il papa, non restò dal difenderlo egli a parole: disapprovò l’assalimento, e più richiamò da Torino l’ambasciatore con gran sicumera; ma vi lasciò un incaricato d’affari, sicché scambiate le persone e il titolo, rimase la cosa con l’amicizia inalterata. Compiuta la conquista, ei tornò un po’ indietro. Prima il Grammont rettificava una parola nel sunto dei suoi dispacci, v’era detto l’imperatore s’opporrebbe con la forza, protestando non aver egli scritto tal parola. Ma essa nascente dal contesto d’ambo i dispacci, era sottintesa nel primo, ove si prometteva afforzamento di Francesi, ed era chiara nel secondo, ov’era detto, l‘Imperatore s’opporrebbe en entagonìste. Certo a opporsi a’ cannoni bisognavano cannoni. Poscia i giornali parigini lamentaronsi che il papa avesse stampato quei dispacci: non rimproveravano Torino d’averli disprezzati, e laceravano Roma d’aver fatte pubbliche le ingannevoli promesse di Parigi. Da ultimo, quando la gente apriva gli occhi, t’esce il Moniteur a’ 15 ottobre a difendere il padrone, negando aver mai il Grammont nunziato il 7 settembre al Lamoricière il soccorso de’ ventimila Francesi; averlo solo scritto al consolo Courey d’Ancona, e ciò disapprovato dall’imperatore. Or come il dispaccio non ai Lamoricière, ma al governo romano era ito, così il Moniteur, parendo negar tutto, nulla negava.
§. 20. La sua innocenza.
Facendo rumore la risposta del Cialdini al Courey, e uscendo un po’ di chiaro dalla conventicola di Chambery, il mondo teneva il Bonaparte complice delle geste sarde; però il Thouvenel suo ministro credè a’ 18 settembre con lettera diplomatica parlare di Chambery, parendogli il suo imperatore n’uscisse innocente. Disse il Farini accompagnato dal Cialdini esser ito colà per cortesia; ma mostrato lo imbarazzo del re pel garibaldino trionfo, ch’ove proseguisse nel pontificio solleverebbe Italia e assalirebbe Venezia, il che susciterebbe guerra europea, aver dimostralo esservi un modo solo a scongiurare tanto pericolo; entrare i Sardi nelle Marche e Umbria a ristabilirvi l’ordine, senza attentare all’autorità papale, combattere la rivoluzione nel napolitano, e aspettare da un congresso le sorti d’Italia. Quindi, soggiungeva il Thouvenel, Napoleone, benché deplorasse la tolleranza sarda a far tanto procedere le cose, non disapprovava la proposta di porvi fine; ma che ciò supponeva doversi veder prima compiuta a ruina della monarchia napolitana, che la potestà pontificia fosse salva, e che l’Europa sentenziasse sull’ordinamento italiano. Però facendo Torino il contrario, la responsabilità dover pesare su Vittorio, non su Napoleone innocente.
Con questa cicalata il Thouvenel difendeva l’onore del suo padrone, quando spogliato era il papa, e Vittorio veniva non a combattere, ma a sorreggere il Garibaldi. Napoleone sempre fermo nel fine, sempre titubante ne’ modi, con giocolini di parole sì pensava accalappiare il mondo stolto. Ma il mondo gli rispondeva: È onore per Napoleone il dire d’essere stato ingannato? e sopportava lo inganno? E perché avea permesso entrassero Sardi ov’erano Francesi? Egli sentinella del non intervento, dava ad altri facoltà d’intervenire? E s’era per fiaccare la rivoluzione, perché non potea fiaccarla il papa co’ soldati suoi? Concedeva a stranieri il dritto negato al legittimo signore? E perché di tal dato permesso non n’aveva avvisato il papa, e anzi avealo assicurato i Sardi non entrerebbero? E perché poi licenziò il consolo Courey in pena di avere sperato il Cialdini trattenesse l’invasione? Napoleone con quelle subdule e contraditorie cose incantava la Europa, dando a sperare che facesse egli; dopo il fatto faceva l’innocentino con le pappolate del Thouvenel. Costoro con cinquecentomila baionette padroneggiavano, aspiravano al vanto di sì scioccamente mentire.
§. 21. Invasione rivoluzionaria nelle Marche.
Dardeggiato co’ fatti, volea medicare a parole: ciò dicono politica nuova; ma è scelleratezza puerile fare il male, e condannandolo negare d’averlo fatto; come il folle che chiudendo gli occhi nega il sole. Plombières precedette la guerra italica; il Pepoli a Parigi precedette le annessioni delle Romagne; Chambery precede le invasioni Marchigiane. Dopo Chambery, il Piemonte slargò il programma; prima tentava le Marche co’ corpi franchi, or manda anche soldati regi a conquista; suoi giornali nunziano la invasione, e doversi far presto, pria che avanzi il Garibaldi; andrebbe la gioventù avanti, si suscitassero rivolture piccole o grandi, l’esercito verrebbe dietro.
Dissi il governo sardo aver mandato un Masi a radunare volontarii, mentre diceva niente saperne. Fe’ costui colonnello; e ’l decreto gli fermava il soldo dall’8 settembre in poi. E appunto l’8, questi rompe il confine con ottocento d’ogni età e condizione vile; entra la dimane in Città della Pieve, sopraffà e respinge pochi gendarmi, e volge a Piegaro piccola borgata. Qui proclama Vittorio, guasta il telegrafo, assassina due gendarmi, deruba certe case di campagna, e rompe un ponte; ma udendo venire il generale Schmid, rifugge in Toscana. Lo stesso dì 8 il Roselli con altra marmaglia sorprendeva Urbino; entrava il 10 in Fossombrone, e n’era da pochi gendarmelli discacciato. Le popolazioni non si mossero, e anzi accolsero bene i soldati papali.
Avvenne in queste ignobili invasioni che alcuno supponendo arrivassero a Tivoli, mandò due documenti al sindaco, da darli al Masi. Erano un mandato di pagamento a costui qual colonnello, e la quietanza di esso per lire 665,25. Né uscì provato come il Cavour pagavagli il soldo, mentre protestava contro quelle bande. Uomo dichiarato insigne, che si faceva cogliere sul fatto con la menzogna in bocca. Per aggiungere all’azione invaditrice il foco interno e distrarre le forze de’ difensori, fu suscitato un po’ di susurro verso Frosinone e Rieti; ma quivi anco bastò qualche soldato a smorzarlo, e a fugare gli agitatori.
Chetando i popoli, s’aveva a fingere che ribellassero. Torino pingea come rivolture del paese le invasioni de’ Masi e Roselli, e ne elaborava nei giornali le notizie prima de’ fatti. Per darvi più colore facevano venire, a nome di queste provincie, deputazioni d’uomini, che da più tempo fuorusciti aveano domicilio a Torino. Qualcuno di questi si disagiò sino al campo del Cialdini, per parer di tornarne col mandato de’ suoi compatrioti. Perlocché il re galantuomo, non potendo restar sordo a cotesto nuovo grido di dolore, quando già l’esercito suo avea passato la frontiera, faceva stampare nel Giornale uffiziale 12: «avere il re al mattino accolta la deputazione dell’Umbria e Marche; e rimasto commosso de’ perigli di quelle popolazioni, aver ordinato a’ suoi soldati v’andassero a proteggere l’ordine.» Eppur non mancò chi plaudisse, perché le insidie felici sembrano cose belle al volgo.
§. 22. L’esercito di Pio IX.
L’esercito pontificio già fievole, si stava da qualche anno accrescendo, per consiglio del congresso di Parigi e di Napoleone. In aprile 1860 Napoleone stesso d’accordo co’ potentati cattolici avea proposto al papa compiesse l’esercito con cattolici di tutte nazioni, acciò senza intervento esterno guardasse lo Stato. Ma esso dovea bastare a combattere le aggressioni rivoluzionarie,non a far battaglie, sondo il papa in pace con tutti i principi della terra. Adunque s’era accresciuto con Francesi, Belgi, Irlandesi, Tedeschi e altri, tutti cattolici, e quasi tutti gentiluomini e agiati,che spregiando i sarcasmi, ed anche i segreti dispetti di certi sovrani, erano corsi a difendere S. Pietro, quando i potenti abbandonavamo alla rapacità de’ nemici. Il Lamoricière v’aveva aggiunto il suo nome; e benché molto in pochi mesi operasse a render soldati quei volontarii, pur non poteva, mancando la moneta, ordinare pienamente l’amministrazione e ’l fornimento, e meno assettare a difesa le fortezze.
Visti i Sardi ingrossare sulla frontiera, le assicurazioni di Torino e Parigi avean dileguati i sospetti, e veramente non era da credere il Piemonte aggredisse aperto il papa, però il Lamoricière pensando avere a pugnare col solo Garibaldi, udito che i soldati di Napoli aveano sdegnato d’unirsi a costui, era certo di fronteggiarlo bene con le forze sue. Ma avendosi a guardare dalle bande a massa di Toscana e da quelle del regno, cioè da settentrione, da mezzodì e dal mare, dové sparpagliare l’esercito tra Ancona, Pesaro, Perugia, Orvieto, Viterbo, Spoleto e altri luoghi. Tutto tra indigeni e stranieri montava a ventunomila, non bene addestrati, né bene armati: l’artiglieria difettava di cavalli e d’uffiziali istruiti, i fanti, salvo due battaglioni e mezzo, non avean fucili rigati e a percussione, mancavano traini ambulanti da feriti, e ogni cosa fatta in fretta non era perfetta. Il duce poste le dette guarnigioni fe’ del resto tre colonne mobili: lo Schmid a Foligno, il Pimodan a Terni, e ’l De Courten a Macerata, egli con una riservetta si pose a Spoleto. Eran da movere in tutto quattordici smilzi battaglioni, cioè ottomila fanti, cinquecento artiglieri e trecento cavalli. Contro sì pochi il Piemonte, per ischiacciarli a un colpo, mandò quarantamil’uomini, oltre le rivolture e i corpi franchi.
§. 23. Disegno del Lamoricière.
Entrati questi e ricacciati, come ho detto, arriva la lettera del Fanti al Lamoricière a Spoleto, però questi minacciato, fuor d’ogni pensiero, da tutte l’armi sarde, pur si preparava a far fronte, quando la sera del 10 il governo gli faceva sapere che l’ambasciatore francese assicurava aver Napoleone scritto a Vittorio ch’ei s’opporrebbe. E ’l 62.° di linea navigato in fretta a Civitavecchia il parca confermare. Finzione acciò il Lamoricière fidando nel soccorso non provvedesse al periglio. Incontanente sboccano due eserciti da Toscana e da Romagna, per porto in mezzo, laonde egli, non valendo più il disegno fatto contro il Garibaldi, il mutò a un tratto, e la stessa sera del 10 ordinò il concentramento delle sue poche forze, per correre veloce ad Ancona, e dar colà forse una battaglia, o ricovrare nel forte. Lasciò cinquecent’uomini a Spoleto, scrisse al De Courten piegasse ad Ancona, allo Schmid d’arretrare a Viterbo e a Perugia, ed egli il 12 usciva da Spoleto, seguito dal Pimodan, chiamato da Terni. Così, raccolto a Foligno altro battaglione giunto da Perugia, egli con otto battaglioni di fanti, sedici cannoni e trecento cavalli s’affrettava per Tolentino a toccar Macerata, ch’è a otto miglia da Ancona pria che il nemico gliel violasse. Fidando nel soccorso di Francia, studiava a non farsi cogliere a pugna disuguale pria dello arrivo de’ francesi.
Lo Stato pontificio, perdute le Romagne, avea quattro provincie: il patrimonio di S. Pietro con Roma e le legazioni di Civitavecchia, Viterbo ed Orvieto, la Campagna e la Marittima, con Velletri e Frosinone, l’Umbria in tre legazioni di Perugia, Spoleto e Rieti, e le Marche nelle legazioni d’Urbino, Ancona, Macerata, Camerino, Fermo ed Ascoli. Pertanto i Francesi occupando il patrimonio, venivano a coprire anche Campagna e Marittima; sicché all’avidità sarda restavano sole aperte Marche e Umbria. Queste due regioni son divise dall’appennino che va da settentrione a mezzodì: il Tevere era in certa guisa il limite occidentale del territorio minacciato. Da ciascuna parte dell’appennino era una città da far difesa, Ancona di là, Roma di qua; però due disegni il Lamoricière poteva fare: o ripiegare sull’ima o sull’altra. Ei sapendo Roma guardata da’ Francesi, stimò correre ad Ancona, per non farla cadere.
Ciò molti han criticato. Dicongli errore il ripiegare sopra Ancona non difendibile, e aver lasciata Roma, dove avrebbe salvato l’esercito; appongongli il non aver tutti raggranellati i suoi, e che invano lasciasse soldati a Roma sicuri, e battaglioni per perire a Spoleto, Perugia, e altrove; e accusanlo d’inopportuno coraggio, per serbar sua fama d’intrepido, anzi che salvare con onorata ritratta l’esercito al papa. Facile è giudicare dal successo. Credo il disegno saria stato buono, se l’aiuto francese non fosse mancato. Nondimeno s’egli piegava intatto su Roma,avria potuto, minacciando le spalle a’ Sardi, tenerli dall’entrare nel regno in aiuto del Garibaldi sul Volturno; e forse Italia non arrossirebbe delle fucilazioni piemontesi.
§. 24. Invasione sarda.
I papalini non ebbero tempo di ragunarsi. Il Fanti da Toscana con due divisioni entrò da tre parli. Il Cialdini dalle Romagne con tre divisioni la sera dell’11 assaliva Pesaro e Fano. Sorprese nella prima il colonnello Zappi con milledugento uomini quasi tutti italiani, e tre male accosciali cannoni di ferro; il quale col delegalo monsignor Bellà si ritrasse nel forte vecchio e guasto, con mura smattonate; dove benché percosso e con la breccia aperta, si tenne tutta notte, e altre quattr’ore della dimane. Alzata bandiera bianca, usci il prelato a parlamentare, e poco mancò non l’ammazzassero. Il Cialdini ricevettelo con fosco ciglio, volle prigionieri tutti, né risparmiò al Zappi e a’ suoi nessuna contumelia, quasi fosse gran vergogna l’aver fatto suo dovere. Tenneli nove ore in piedi sul campo, sotto cocente sole, minacciati di sterminio, senza pane, senz’acqua; e quando ebbe la canaglia pronta, mandolli in città. Gente pagata e briaca a fischiare, a gridar vituperii, e gitlar fango e torsi. Peggio prepararono a Rimini. A monsignore fischi e bestemmie; confiscale carrozze e cavalli, rullalo il mobile, disseppellito e rapinato il vasellame d’argento, lui mandato per le ribellate città quasi in berlina berteggiato al passo, sino a Torino. Il Cialdini prese a Fano trecent’uomini, e a Sinigaglia tagliò la via ad altri mille col Kanzler, che v’era ito per combattere il Masi, e udendo Piemontesi assai, dava addietro; eppure circondato e stanco dal cammino, si difese presso il villaggio S. Angiolo quattr’ore, eruppe il cerchio; e perdendo sol cencinquant’uomini, danneggiato il nemico, si salvò a Monte Mandano, e la notte ad Ancona. E riuscì ad entrarvi anche il De Coni teli con un reggimento.
Il Cialdini a Sinigaglia ebbe da’ traditori uffiziali del telegrafo i dispacci del Lamoricière, dicenti come con seimila s’appresserebbe a Macerata per guadagnare Ancona; onde corse a serrargli il passo. Fu allora che per via incontrò il messo del comitato anconitano, cui fe’ le fiche e die’ la famosa risposta. Sendo innanzi al duce papalino, fatte quaranta miglia in trent’ore, ii sera del 6 occupò con due divisioni Osimo e Castelfidardo, donde dominava le due strade che menano ad Ancona, e con barricate vi si afforzò.
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