Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo Volume secondo (XXIII)

LIBRO VIGESIMOSETTIMO
SOMMARIO
§. 1. Condizione de’ Napolitani sul Volturno. — 2. Capua. — 3. Sue adiacenze. — 4. Inazione de’ regi. 5. Il Garibaldi sul Tifata.— 6. Prime scaramucce. — 7. Assalimento del 19 settembre a Capua.— 8. A Gradino e a Triflisco. — 9. A Roccaromana. 10. E a Caiazzo. — 11. Ripresa di Caiazzo. — 12 Fatti di Piedimonte. — 13. Titubanze. — 14. La colonna Mechel. — i5. Ospedali garibaldini. — 16. Il Garibaldi recluta. — 17. E si fortifica. — 18 Sue posizioni. — 19. Posizioni de’ regi. — 20. Si cerca un generale in Francia. — 21. Il disegno della battaglia.— 22. Quale sarebbe dovuto essere. — 23. Il Garibaldi prepara la difesa. — 24. Giornata del 1. ottobre. A S. Angelo. — 25 A S. Maria. — 26. A Maddaloni. — 27. A Caserta. — 28. Critica della battaglia. — 29. Il Garibaldi si trionfa. — 30. Perché i regi non riassalirono. — 31. Il nemico provvede a sua difesa. — 32. Disordine di quell’esercito. — 33. Voce d’un Garibaldi morto.
§. 1. Condizione de’ Napolitani sul Volturno.
Re Francesco stava appoggiato a due fortezze, Capua e Gaeta, e a due fiumi, Volturno e Garigliano, con quasi quarantamil’uomini, avanzo d’esercito già fiorente. Questo rattenuto dallo schiacciare la rivoluzione quand’era neonata; fatto retrocedere quand’era bambina, acciò pigliasse forza, e padrona del regno insulare si consolidasse; fatto in parte dissolvere, quando conquistatrice sul continente s’avventò, s’era pure per ordini traditori scemato più che mezzo, e fatto lasciar Napoli, e riparare da spaurito dietro fiumi e montagne. E ora quando la rivoluzione padrona del doppio regno è adulta e vigorosa, quell’avanzo affralito d’esercito, che intiero non aveva lei bambina combattuta, ora deve in disperale condizioni affrontarla e farle testa. Nò tampoco esso è puro; ancor v’ha chi nelle sue file cospira, chi sparge sgomenti, chi sparla, e insospettisce, e diffida; i duci stessi l’un l’altro si guatati biechi; manca un uomo. Ha lasciato i campi aperti, ove a ordinate milizie e facile superare le masse, e s’è ridotto in luoghicciuoli alpestri, in arie malsane, dove fatiche, disagi e febbri affrangono il soldato, dove la forte cavalleria è più impaccio che aita. È menato in terreno a sò contrario, buono al nemico. Sanità, abbondanza, esaltazione d’animi, aiuti stranieri, danari, luogo, tempo, avvenire, tutto sta co’ garibaldesi; tutto ciò manca a’ Borboniani; ma con la rabbia dell’onte patite è il desio di vendicarle.
§. 2. Capua.
Capua è l’antica Casilino, famosa ne’ fatti d’Annibale, lontana due miglia dalla vetusta Capua, ch’era dov’è oggi S. Maria. Fondata da bandone longobardo nell’856, presso le ruine del ponte, pria sede di principato, poi città regia, patì molti assedii. Nel 1501 il duca Valentino la saccheggiò; nel 1754 il tedesco Thaun la cedé a’ Borboni. Poscia fu capo di provincia; ma trasferita la sede alla nuova Caserta, resto solo arcivescovile. Ha diecimila abitanti edifizii e chiese belle, cittadini ricchi, nobili casali. Ricordo Pier delle Vigne, Ettore Fieramosca, Bartolommeo di Capua, il Pellegrino. In capo alla Campagna Felice, pianura ubertosissima, ha corona dei monti Tifatini, e delle più vicine punte, dette Palombara, Gerusalemme, Triflisco, Calligola e altre della catena appennina.
Mulo più volle fortificazioni. Ve né fe’ buone Carlo V; poi l’ingegnere. d’Herbort dal 1720 al 1751, col metodo modificato del Vauban. Tutta sulla sinistra del Volturno, è quasi triangolo, co’ lati di tramontana e ponente sul fiume; quello a mezzodì con la porta di Napoli ha larghi fossi, da inondarsi in caso d’assedio. Qui son cinque fronti, sette sul fiume, che cinge con angolo acuto il lato occidentale; e da tal banda entra nella città con un gomito, ov’è Porta Romana. La quale sta in un’ora permanente, con batterie e casematte, e altre soprapposte a cannoniera e a barbetta; il che fa un ridotto, ch’è poi preceduto da due ponticciuoli mobili, e da opere esterne, che coprono il ponte di fabbrica, costruzione etrusca, rifatta da Federigo II. Tutte le fortificazioni con 120 cannoni hanno sette trinceramenti e nove bastioni, a orecchioni e fossi, con cammini coperti, piazze d’arme e spalti. In mezzo alla cortina del fronte S. Carlo s’erge una cittadella quadra, a torri bastionale con fosso, costruita nel 1552 da Carlo V.
Capua vale dal lato politico, perché domina la strada d’Italia, le due rive del Volturno, la più ricca pianura, e la più ampia provincia del reame; ma vai poco pel militare, or che sovrastano l’arme d’offesa; onde tiensi piazza d’ordine terzario. Più la infiacchisce la folta popolazione, e i tanti ospizii e monasteri e chiese; ch’esposti alle bombe, scorano, affamano, nolano i difensori, e sono esca alle fiamme, e materia alle ruine. Aggiungi i troppi stabilimenti messivi a questi anni: la sala d’arme, la 7″ direzione d’artiglieria, la 2° del genio, due ospedali militari, l’ospedale meretricio, e ’l laboratorio delle capsule fulminanti.
Oltracciò trattevi macchine guerresche e attrezzi e ordigni d’ogni maniera, parca piuttosto opificio che piazza forte. Tanto l’ingombro, che stettero lunghi anni allo scoperto macchine ed affusti. Ma grande era il pericolo per la polvere, le capsule e le munizioni, poste in magazzini non costruiti a prova di bombe.
I nostri generali tenevano Capua per nulla; e benché più volte si pensasse fortificarla alla moderna, e farvi un campo trincerato, sia ignavia, sia caro di moneta tenevasi per magazzino. Comincialo il fuoco in Sicilia, se né trassero alla spicciolata macchine e munizioni per mandarle altrove, e poi anche parecchi cannoni d’armamento, per fonderli in fretta a cannoni rigati. Allora si fusero di bei pezzi antichi da 24, di rame americano; e malaugurata coincidenza! il primo disfatto avea nome il Sovrano. Il Pianelli armando altri luoghi disarmava Capua. Al 1° settembre, ita tutta la polvere di dote, sol né restavano da cento cantala di grana grossa; e già milioni di cartucce a cavo piramidale e a fondello, e gli approvigionamenti da bombe da 12 e da 8, delle granate da 6 e da 5, 6, 2 eran corse a Pescara, a Messina, a Napoli e altre parti. Non v’erano spianate per mortai, e sol cinquanta affusti potevano reggere al trarre; mancava il legname per blinde, né s’era pensato a sale, tabacco, vino, aranci, farmaci, filacce, neve e altre vettovaglie. In sì mal munita e popolosa città, con arme e attrezzi vecchi, s’ebbe a improvvisare la difesa della monarchia.
Ninno credeva s’avesse a far davvero. L’8 settembre il Ritucci, visitando le fortificazioni e i magazzini, subito ordinò lavori, e le’ venire da’ dintorni vettovaglie e munizioni; la dimane proclamò lo assedio. Allora a parecchi uffiziali codardi cadde il fiato, e disertarono; preferendo al rischio della pelle il parer traditori. Il Salzano nuovo governatore si mise alacremente a render la città capace di difesa.
§. 3. Sue adiacenze.
Nasce il Volturno sotto il Ritorno, sul confine di Terra di Lavoro e ’l Chietino; volge tra Isernia e Venafro pel ponte de’ 25 archi, piega attorno Torcino a mezzodì, rivolta a levante tra Piedimonte e Caiazzo, sin oltre Amoroso; dove unito al Calore che vien da Benevento rigira a occidente, corre tra Caiazzo e ’l Tifata sino a Capua, e quindi a mare, in giù da Mondragone quattro miglia. Da Caiazzo in qua rapido e profondo, bagna terre classiche per celebrità di storia e di arti. Sulla riva dritta uscendo da Capua e la strada regia, con un ramo a destra per Caiazzo; quella, fatte più miglia, bipartendosi va per S. Germano a Ceppano, e per Sessa a Gaeta e Terracina, fuor del regno. Sulla sinistra riva, uscendo da porta di Napoli, trovi molte strade: una per la Foresta alla foce del Volturno; altra a S. Tammaro, ed Aversa e a Napoli, altra quasi retta per S. Maria a Caserta, con un ramo obliquo a dritta sopra l’antica Appia a Maddaloni e al Gaudio. Inoltre v’ha la via di ferro che presso S. Maria s’alza su’ campi, quasi lunga diga. Sulla sinistra, a oriente della piazza, è il campo d’istruzione, con in mezzo la chiesetta S. Lazzaro, e poi la via per S. Angelo in Formis, ch’è l’antico tempio di Diana Tifatina, sulle falde del monte, a un miglio e mezzo dalla città. V’ha pure due viette incassate, serpeggianti per quelle chine.
Santa Maria, Capua antica, sta due miglia ad oriente, con quasi ventimila abitanti. Essa oltre le delle strade ha quella che dell’antico Criptoporco, ora carcere, mena al fiume dov’era il ponte a battelli; di là s’aggiunge a quella ch’è tra Caiazzo e la via di S. Germano. Sede di tribunali, d’industria e commercio, ricca, prosperosa, non aveva a sperare di meglio; ma stanza di legulei e storcileggi costituiti a comitato segreto, parve la città più guasta di fellonia che fosse in questa provincia tranquilla. Statile attorno grossi borghi, diventati comuni fiorenti: Curti, S. Tammaro, S. Prisco, Casanova, Casapulla, Musicile, Regale, Portico, Macerata, Marcianise, e altri paeselli, tutti utili agli assedianti di Capua.
Caserta è quattro miglia avanti, surta da cent’anni sull’antico villaggio Torre, a piè dell’erto monte ov’è Caserta vecchia. Qui Carlo Borbottio fe’ la gran reggia, i boschetti, S. Leucio, le cascate, i mulini, i quartieri: quanto vedi è opera di Borboni, maraviglia di stranieri. Fatta capo di provincia, crebbe in pochi anni co’ villaggi a ventisettemila abitanti.
N’ha diciottomila Maddaloni, città tre miglia avanti, cedente sin da’ tempi romani sul pendio del primo colle orientale del Tifata, succeduta all’antica Galazia Campana. Prosperosa e ricca quasi quanto S. Maria, ha men loglio settario. Per lo sbocco della via Sannita ha favore di commercio interno; e saria buona posizione militare; ch’ove i regi tenevanla, Capua non s’invettiva. Per tale importanza militare Vera sin da remoti tempi Castel Galazio già combattuto da Annibale; e fu nel medio evo regio castello, fortificato da Ruggiero, ora in macerie. Sovrasta il monte S. Michele con Bercino. Nella valle tra questo e il monte Longano è il grandissimo ponte acquedotto. Ameno paese, ampio orizzonte, grassi campi, fiorenti oliveti ed ortaggi e frutteti ed aranci. Oh patria mia, accogli il sospiro dell’esule tuo figlio!
§. 4. Inazione de’ regi.
L’esercito regio, pel già fermato disegno di tener la riva dritta del fiume non curò nessun luogo sulla sinistra; dove se fossesi stato a S. Maria, Caserta e Maddaloni, il Garibaldi doveva assalirle in pianura scoperto e affrontar Capua da rasa campagna, che noi faceva, o con ruina sua. Stavano i posti avanzati napolitani avanti Capua, sulla via di S. Angiolo, a’ cappuccini, presso S. Tammaro e alla Foresta, a mo’ di grand’arco attorno la piazza; i cavalli perlustravano le strade. S’abolì la scafa a Triflisco; disfecesi il ponte a battelli, toltine gli attrezzi, per vietare quel passo; ma così anche s’abolirono due veicoli opportuni a pigliar l’offensione. La stazione avanti Capua, tagliata la ferrovia, diventò corpo di guardia. Sulla riva dritta costruirono una batteria al colle Palombara, da vietare il passaggio a Triflisco e S. Iorio. Messa guarnigione in Capua, il resto dell’esercito posava indietro a scaloni, a Caiazzo, Teano, Sparanise, e in altri luoghi circostanti, e su per le vie, anche di là dal Garigliano, sino a Gaeta. La quale diventata sede regia, ebbe presidio di seimil’uomini tra artiglieri e fanti. Il Ritucci a vietare anche sbarchi da mare verso Mondragone, postò da quella banda soldati, e ruppe il ponte fra Cancello e Arnone. Preveduto ogni minimo sbocco di nemico, tutto a difesa, niente a offesa parato, teneva sue forze in lunghi luoghi. Se avesse avute spie, e saputa l’impotenza del Garibaldi a quei di, e com’ei s’andava afforzando sul Tifata, non isparpagliava tanto la sua gente senza pro. Nulladimanco lavorava a fortificare Capua, a riordinare le soldatesche, e gli sbandati vegnenti a torme: ogni dì istruzioni e marce, e accampamenti al sereno e alla pioggia. I soldati quantunque da sei mesi affaticali,sopportavano tutto, sperando vendetta.
Scorsero parecchi dì con perdita di tempo, sendo gli avversarli sconnessi senza arnesi né attrezzi; che i Garibaldini in quel primo bollo del napolitano trionfo, pensavano a farsi vestiti teatrali, da pompeggiar per Toledo. Re Francesco sollecitato da lettere di soldati venne l’11 a Capua, e dettò un ordine del giorno, così: «Soldati lascio Capua al vostro valore, lungi l’idea del tradimento, ché i vostri duci sono leali e prodi, e ’l mostreranno guidandovi alla pugna e combattendo con voi. L’ora della prova è vicina, siate saldi, e l’onor della bandiera sarà salvo.» E voglioso di lanciarsi avanti, spiccò la dimane uffiziali a sospingere il Ritucci; il quale per contrario mandò a Gaeta il capitano Fabri a dichiarare il perché credea non muovere all’offese, di nuovo il re gli mandò il capitano Luvarà; ed ordine preciso di procedere ad offesa ebbe da una lettera ministeriale del 15. Si negava dicendo fidare nel valore di pochi, non di tutti, non dover risicare un colpo se non sicuro, respinto nell’assalire, saria rovina, stando sulla difesa, pigliava tempo, l’Europa si commoverebbe, l’esercito resterebbe intatto. Concetti erronei, che dettero tempo d’afforzarsi al nemico. Egli poi il 18 mandò un suo disegno di guerra di cui parlerò.
§. 5. Il Garibaldi sul Tifata.
Il Garibaldi scontento che tanta gente seguisse il re, e nessuno a lui si unisse, volle di nuovo tentare i soldati, e a’ 9 del mese lor volse altra proclamazione: «Se non isdegnate Garibaldi a compagno, egli ambisce pugnare a lato vostro i nemici della patria: tregua alle nostre discordie.» Ma come non che sdegnarlo schifavanlo, e lui conoscevano pel peggior nemico avesse la patria saccheggiata, anelavano di rispondergli con le schioppettate. Intanto ei s’aggrandiva d’arme, pecunia e uomini, per quanto né poteva trarre dagli arsenali e banchi nostri, e di Sardegna, e sognando ancora a rinnovare i miracoli, si pensava ch’appena si mostrasse un po’ grosso, Capua gli cadrebbe in grembo.
Il Viti intendente della provincia, datosi a lui, emanò lettere incitanti i municipii ad aderire con indirizzi al dittatore, e fece correre vece il re fuggito a Spagna; onde n’ebbe subito premio con maggiore uffìzio. Mail dittatore volendo uno strumento nuovo gli sostituì un Pizzi curiale capuano. I sindaci di Caserta e Maddaloni, quando ebbero i garibaldini, aderirono, e prima di loro, l’8 del mese, avea aderito S. Maria, ma con firma del secondo eletto, ché il sindaco ebbe paura. Qui la sera del 12 il dittatore pei telegrafo chiese novella dello stato del paese, e sicurato del pieno abbandono de’ regi, mandovvi la dimane il Sirtori con un battaglione, che mise posti avanzati fuor dell’arco antico, alla chiesetta S. Agostino, ma comparendo una pattuglia di cavalli, prese a barricarsi in città, e domandò soccorso. Dopo il mezzodì v’arrivò la brigata dell’Eber, poi quella del La Masa, e poco stante il Garibaldi, che viste le cose, andò a Caserta, nella reggia di Carlo III. Là gli arrivò altra gente. A Maddaloni venne il 14 la brigata d’un Milbitz, pseudopolacco venuto a fare l’Italia. Questi in aprile 49 capitano repubblicano a Roma, poi capo d’una certa legione polacca, dopo la catastrofe andò in Grecia, dove ingegnandosi a suscitare la rivoluzione sociale, ebbe in febbraio 52 la scacciata, al fiuto del torbido corse tra noi. In quei primi di eran già sotto il Tifala da dodicimil’uomini, duce il Turr; la sera del 15 sopravvenne la brigata raccolta dal Nicotera in Toscana comandata da un Morici.
Questa gente era una confusione: incerti i comandi, le destinazioni e gli ufficii; varii di nazioni, linguaggi, armature, vestiti; eglino stessi del disordine si vantavano, dicevanlo modo nuovo di guerra, quello il battagliar garibaldesco. A un minimo rumore s’armavano tutti, si batteva la chiamata, e più ore sotto l’arme si restavano cianciando. Uffiziali a migliaia, di stato maggiore a centinaia, mutavan corpi a fantasia, si davan da sé gradi e uffizi i, andavano, venivano, secondo il capriccio. A forza pigliavano alloggi: usavano, abusavano dell’altrui, il loro sperperavano, per un niente vendevano arme, arnesi, e munizioni, sicché molte volte eran dall’erario rimontati. Più crescevano, e più il disordine. Alloggiati nella reggia, re da taverna, scialacquanti, bravacciacci, bestemmiatori, insultatori, rapinatori: il mobile, i parati ogni dì v’assottigliavano, venduti ’circostanti paeselli; opere d’arti manomesse, colombi, fagiani, cignali, tutto ucciso e d’istrutto. Il Medici s’allocò nelle stanze di terreno sul cantone occidentale, dove tant’anni stette re Ferdinando. Nelle case private facevan peggio, portavano gli arnesi da una casa all’altra, o ardevanli o vendevanli, soprattutto biancherie, vestiti, cose preziose, dove che fossero ascose disparivano. La casa mia, tenuta tre mesi da’ Bixio, Avezzano e Carbonchi, andò derubata. Famoso fu un furto a Caserta, in casa Leonetti, di due casse con quattromila ducati, là depositate dal vecchio Vial.
Le popolazioni use a veder soldati e corteggi reali strabiliavano a tanto borboglio d’ignobili re, baldanzosi, scorazzanti senza ordine, senza comando, a quattro, a dieci, a venti, cantanti canzoni liberalesche, ignote agli orecchi, orrende alla religione e al pudore. Nondimeno a vederli sì scervellati si confortavano che presto andrebbero all’aria. Egli della guerra non si davan pensiero, tenevanla vinta. Un capitano toscano mio ospite dissemi il 14: Domani prenderemo Capua. Come, sclamai, senza assedio? rispose, Certo, l’ha detto Lui! Ma invece di Capua la sera presero me, più facile impresa.
Costoro vantandosi liberali, perché combattevano il re, s’avevan fatto del Garibaldi un re ignobile, cui prodigavano eroiche adulazioni, per averne gradi e benefizii. La cortigianeria, là tra quei liberaloni, avea sì messo il tallo, che il loro scrittore Rustow ne fa sapere, che sendo quell’eroe astemio di vino, parecchi di gran beoni affettavano di non berne, e che bisticciandosi tra loro si calunniavano l’un l’altro, per trarre il favore a sè. Quelli affettati dispregiatori de’ cortigiani a’ re nati, contraffacevanli prostrati a un re marinaio. Tra l’altre l’avean tirato a promettere feudi da’ demanii regi e comunali a’ suoi principali seguaci, nuovo Alboino Longobardo, e s’incielavano sognando le baronie. Lo stesso Rustow ha stampato egli trovarsi il 15 scritto nella lista, e che avrebbe per sé scelto il palazzo di S. Leucio, con le adiacenze (1). Frattanto si davano bel tempo, la sera a Caserta andavano a teatro a udir drammi allusivi, tra bandiere e viva; dove nessuna donna osava comparire, fuorché la moglie del Pizzi intendente, grassissima e beffata.
§. 6. Prime scaramucce.
Il Ritucci per riconoscere il nemico fe’ il 15 una piccola colonna di fanti e cavalli col capitano Giobbe, e fu quella che spaventò il Medici a S. Maria, laonde statuì assalire la vegnente notte, e ne mandò l’ordine alle brigate del Mechel e del Polizzy a Pignataro ed a Teano, ma il Polizzyarrivò tardi, e non si fe’ nulla. Poteva assalire la dimane, e restò, ma fu esso assalito. Perocché avendo il Garibaldi promesso d’aver Capua il 15, ciascuno gli credeva, per le sue precedenti profezie, avverate tutte, se non che non istava D. Liborio in Capua, nondimeno pratiche v’aveva, e credè ch’accostandosi grosso gli aprirebbero le porte, onde vi corse fiducioso. I suoi, sparsa voce i cannoni di Capua fosser carichi a polvere, con baldanza s’avanzarono il mattino del 14 sino a porta di Napoli, incalzando i posti avanzati del 9° di linea, ch’avendo fucili a selice, colpiti di lontano da fucili rigati, ebbero a retrocedere a’ bastioni, ma intervenendo i cannonieri della batteria Sperone con le scaglie, a quei primi colpi d’artiglieria tonanti in quei campi, i rossi lasciati molti morti fuggirono a precipizio. All’ora stessa avevano aggredito a Gradillo i primi posti del 14’ cacciatori, e ‘l tenente colonnello Vecchione loro rispondendo teneva cavalli in pronto per istoccheggiarli, se osavano guadare il fiume.
Il Garibaldi col consueto stratagemma del parlamentare per corrompere, e far tregua per guadagnare posizioni e girare i regi, da dar loro colore da capitolare, quel di stesso dimandò tregua di 24 ore, per seppellire suoi morti,cui il Salzano concesse, ma il Ritucci restrinse al solo fronte di terra. All’alba del 16 un Winckler ritentò il guado a Gradillo, riassalendovi i posti del 14’ e la 5(a) compagnia del 6° cacciatori, ma accolti a cannonate rincularono. Anche un’altra colonna di fanti con cento cavalli ungari investirono le guardie avanzate di porta di Napoli, e fur perseguitati dal 10° di linea e dalla cavalleria. Il dì stesso che chiese la tregua, il Nizzardo mandò uno Csudafy ungarese per la via di Maddaloni, Ducenta e Solopaca nel distretto di Piedimonte, con alquante centinaia d’uomini, per farvi co’ faziosi del luogo la rivoluzione, e dar nelle spalle a’ regi. E per coadiuvare questo e sorprendere Caiazzo, spinse per Limatola un Giambattista Cattatene romano, con altra gente, perché sulla dritta del fiume impedisse a’ Borboniani di girare le posizioni sue. Questi ingegnandosi passare a Caiazzo ove avean fautori, furono visti dal tenente-colonnello La Rosa, che mandò ottanta soldati col capitano Laus, e dodici villani con le scuri. Avvenne che un uffiziale nazionale zeloso per la rivoluzione osò strappare le scuri a’ villani; ma i soldati le fecero restituire. Disfecero le scafe di Sguiglia, Pietradelpesce, Alvignanello e Campagnano; assalirono e dispersero un cento garibaldini già passati; e ritornando vittoriosi a Caiazzo, i villani al grido di Viva il re, dettero nel posto nazionale a vendicare l’offesa del mattino. Fuggito l’uffiziale, pochi trovati là schiaffeggiarono; e tolte l’arme recaronle al La Rosa; il quale sgridandoli le restituì. Di tal fatto dappoi il Piemonte fe’ giudizio; e condannò quattordici persone alla galera, punendo con incredibile abuso la ricusata ribellione, precedente alla sua entrata. Il La Rosa dando contezza delle rotte scafe al Ritucci, aggiunse poter il nemico girare a Piedimonte, e noiarlo alle spalle; fu risposto tenesse Caiazzo, ed ebbe una compagnia di zappatori per trincerarsi.
§.7. Assalimento del 19 settembre a Capua.
Il dittatore tuttavia fidando nelle segrete mene dentro Capua, tentò il 19 un assalimento su tutta la linea regia, sperando che come giorno di S. Gennaro i Napolitani festeggiassero il loro martire nelle chiese, e gli amici gli aprissero la Capuana porta. Ciò puerile sembra, ma con più puerili stratagemmi sin allora avea proceduto. Per allentarne i sospetti, nunziò andrebbe all’arcivescovado di Napoli a venerare il santo, e si da spigolistro vi andò, ma dal dì prima, sotto spezie d’aver saputo d’essere assalito, ordinò sue genti; e la notte spinse due battaglioni con uno Spangaro per S. Tammaro alla Foresta, ch’è a ostro della piazza, intercettando la via d’Aversa, con ordine s’avanzasse al mattino sopra Capua. Altra colonna col La Masa volse a S. Angelo, il resto col Rustow e i cannoni trovati ad Ariano, tenne al centro, per operare al mattino, mentre che contemporanei eran disposti simili assalimenti a Gradillo, a Triflisco, a Roccaromana e a Caiazzo.
Pria parlo di Capua. Sull’alba il Rustow e lo Spangaro da S. Maria e dalla Foresta s’avanzarono sicuri, come a parata. Lo Spangaro incontrati i posti regi, cominciò lo schioppettio; ma alla prima respinto, riparò ferito nel vicino bosco di Carditello. Poco dopo il Rustow con molte migliaia urla ne’ posti avanzati, i quali combattendo recedono sin sotto gli spalli e nelle vie coperte. Egli per le strade di S. Maria e S. Tammaro, ascoso da’ pioppi laterali arriva al campo, vi posta due cannoni, e stimando quella l’ora promessa dal Profeta, si lancia sotto quasi a’ bastioni, sperando entrar dentro insieme co’ regi. Ma cominciano le cannonate a scaglia, prima dal forte Sperone, poi dagli altri Olivares, Conte Aragona, Castelluccio e S. Amalia, che spaventano gli assalitori. Cadono a centinaia, friggono tutti; chi s’asconde nella stazione o ne’ vagoni, chi dietro S. Lazzaro, chi ne’ circostanti casini, chi ne’ fossi; il più in carestia di nascondigli rivola a S. Maria. Ma i primi posti regi riescendo dalle vie coperte, afforzati da quattro compagnie del 9° di linea e due squadroni di cavalli, con due cannoni rigati e uno da sei, condotti dal generale Rossaroll e dal tenente-colonnello Negri, dan loro addosso; ricacciatili dagli asili, li stoccheggiano, e perseguitano di là da’ Cappuccini. Dopo tre ore co’ Viva al re tornarono indietro; e furono messe di guardia avanzata quattro compagnie dell’8° cacciatori.
A S. Maria fu un terrore. I faziosi plauditori di stranieri, a vederli fuggire, credettero entrassero i regi, e allibirono sapendo aver meritato il gastigo; però altri s’unisce a’ garibaldini a levar barricate, altri fa fagotto, e piglia vie strane, altri alza bandiere bianche alle finestre. Il Rustow racconta di parecchi de’ suoi fuggiti a Caserta, gridando: Sì salvi chi può, e tutta Caserta spaventarono. Vi perdettero quattrocent’uomini. Tra’ prigionieri morì dalle ferite a Capua un Puppi dicentesi colonnello, comandante la brigata cacciatori delle Alpi; un maggiore Montesi, il rivoluzionario Cozzo palermitano, e più che decimata restò una compagnia di 150 svizzeri al soldo della rivoluzione. Ferito fu un maggiore Piccoli parmense; e ‘l Rustow perduto il cavallo nella fuga campò a stento.
I Borboniani raccolsero pe’ campi moltissime armi e arnesi gittati. Dei loro ebbero ferite un capitano d’Arrigo, un tenente Tieri, venti soldati, e ’l vecchio generale Rossaroll. Era dal ritiro venuto volontario; dimandato perché, rispose: «Il soldato non è mai al ritiro in tempo di guerra.» Al primo colpo uscì fuori, e tornò con franta la clavicola destra. Il re promosse lui a tenente-generale e il Negri a colonnello.
Se una colonna di seimil’uomini procedeva a S. Maria, incontanente la pigliava, però i garibaldini dubitandone, a mostrar d’esser forti, nel pomeriggio all’ore quattro riassalirono i posti regie sforzaronli; ma altresì respinti dalla piazza e inseguiti rifuggirono, lasciando oltre i morti trentadue prigionieri. Dei regi fu ferito l’alfiere De Tommaso e qualche soldato. Questo preludio di guerra vera disanimò i rossi, inorgogliti pe’ facili trionfi. Fuggirono per monti e campi, a piè e in carrozza, gittando le purpuree tuniche, sino a Napoli. Dimandavano i passaporti, e fur seicento in due giorni, i più garzoncelli. Molti chiedevano impieghi civili, e n’avevano in quella cuccagna.
§. 8. A Gradillo e a Triflisco.
Mentre speravano Capua per sorpresa, a tenere i regi impacciati, assalivanli nelle altre parli. La brigata Sacchi sull’alba tentava guadare a Gradino. Il Vecchione col 14° cacciatori vi teneva d’avanti al real bosco postata la 1‘ compagnia, che bravamente si sostenne. Il Sacchi pose in luogo alto artiglierie con un Ernesto Ferrara nostro disertore, che puntolle contro i compagni d’arme; onde meritò per tal vergogna, non riuscita a nulla, la promozione a capitano. I cacciatori regi presto afforzati furono da quattro compagnie dell’8° cacciatori, e da quattro obici; e più il tenente colonnello Zattera da Formicola col resto del 14° di linea e venticinque dragoni stette su’ vicini campi ad aspettare il nemico ove guadasse il nume, che non l’osò. Anzi alquanti cacciatori guadaronlo essi, a perseguitarli in quelle fratte, e vi fecero venti prigionieri con un uffiziale. I regi v’ebbero due morti, e tra ventisei feriti, un capitano Fiore.
Altro conflitto fu avanti i molini di Triflisco, ov’era il maggiore Enrico Pianelli col 15° cacciatori. Corsevi altresì il generale Barbalonga da Vitulaccio col 2° cacciatori e sei cannoni; e poi il Colonna, comandante la divisione, col 4° cacciatori, che die’ lo scambio a’ precedenti. Anche là sloggiati da ogni banda i nemici, parecchi drappelli passando a nuoto il fiume, perseguitaronli sull’altra sponda; fecero 96 prigionieri con un uffiziale, due cannoni inchiodarono, due rovesciarono a nume, e altre arme e bandiere menarono a Capua. I prigionieri si scopersero il più soldati sardi coi congedi in tasca.
§. 9. A Roccaromana.
Lo Csudafy, ito com’ho detto nel distretto di Piedimonte, raggranellali ne’ dintorni un po’ di faziosi, corse quel mattino stesso sopra Roccaromana. V’ora un maggiore Angellotti con dodici uffiziali e 276 soldati, avanzi del 15 di linea, e carabinieri de’ sbandati d’Ariano. I posti avanzali, veggendo sull’ore dieci scendere il nemico da vicina montagna, diero il segno, e sostennero alquanto l’urto, sinché sopraffatti indietreggiavano ai compagni; allora tutti in ordine aperto sostennero il fuoco. Aiutavali la popolazione, che carpate arme d’ogni sorta, da campanili e da case traeva sugli stranieri. Nondimeno l’Angellotti, vista sproporzionata la pugna, mandò per soccorso a Pietramelara vicino, ov’era il colonnello Leopoldo Kenig comandante le frazioni unite del 2% 11 e 15° di linea; il quale disse dover guardar sé, né si scomodò; perlocché l’Angellotti, prima replicò per altro uffiziale l’inchiesta; poi v’andò esso; ne avrebbe niente ottenuto, se i soldati non avessero con alte grida chiesto d’accorrere. Prima andò una compagnia del 4° di linea, poi le compagnie cacciatori del 2°; da ultimo il maggiore De Francesco con 180 uomini; e giunse in punto che i precedenti eran per piegare. Uniti da Ire bande assalirono i garibaldini a suon di tamburo, gridando Viva il re; e con le baionette cacciaronli sin sotto il monte S. Maria di Castello, dove l’alfiere Dioguardi del 15° lor tolse la bandiera. I vinti dispersi cercarono scampo alla spicciolala; ma la popolazione uomini e donne, con rusticane arme, davano ingratamente la caccia a quei liberatori. Né morirono ottanta, sessantrè restarono prigioni, il resto qua e là passando il fiume a nuoto potè riguadagnare Piedimonte.
De’ soldati mancarono pochi; de’ contadini tre ebbero ferite. Il Kenìg che avea ricusato il soccorso alloggiava in casa di faziosi. Pur si tentò far fuggire i prigionieri, ma pe’ soldati oculatissimi cadde la trama.
§. 10. E a Caiazzo.
Per contrario a Caiazzo non fu pugna. V’era il 6° battaglione cacciatori col tenente-colonnello La Rosa, ch’avea poca voglia di starvi, ancorché il duce Ritucci ito colà, e scortala importanza della posizione, gl’inculcasse di tenerla. Quella popolazione era devotissima al trono, eccetto poche famiglie, tra le quali un Manetta fiorentino, stato agente di casa Corsi feudataria del luogo, e rimastovi possidente. Costui ebbe favori dal governo, e fu riconosciuto regio percettore, per cessione del titolare, in ringraziamento era segreto fautore di garibaldini. Dissi esser volto a questa parte con una compagnia bolognese Vincenzo Cattabene; passò il fiume a Sguiglia e a Limatola, e il La Rosa che prima l’avea fatto respingere, ora senza un perché al vederlo di lontano, raguna la sua gente, abbandona la città, e se né scende a Piana. Perlocché il Cattabene sicuramente, col favore del fiorentino Manetta, è messo entro Caiazzo per mi giardino di lui, quasi senza i paesani se n’avvedessero. Ma i giornali strombettarono egli aver preso la città a forza, combattendo strade e case a una a una, e affogando i regi nel Volturno.
Adunque in questa giornata del 19 settembre i garibaldini respinti a Santa Maria, a Gradillo, a Triflisco e a Roccaromana, per mascherare le quattro rotte divulgarono Caiazzo presa d’assalto. I regi sospettando tradimento guardarono bieco il La Rosa. I nuovi ospiti riuscirono fatali alla città; ma subito reclamavano da vincitori alloggi, arnesi, animali, vettovaglie, e d’ogni cosa altrui usavano ed abusavano. Quel Cattabene era di Sinigaglia, scrittore della Pallade nel 48, ora di Palladino fatto maggiore, s’accorse del muso arcigno de’ paesani, e mandò in fretta a Maddaloni per rinforzo. Ebbe un Vacchieri detto colonnello con un 5° battaglione della divisione Medici; che arrivò la sera del 20.
Quando dopo più mesi soppesi il vero di Caiazzo occupata senza colpo, gli scrittori garibaldesi, per celare la rotta ne’ quattro scontri, inventarono questi essere stati fìnti assalti, per distrarre i regi da Caiazzo, unico scopo della giornata. Magra invenzione; perché sol poche centinaia s’eran trafugate in quella città vuota; né era mestieri mandare le migliaia sotto Capua per occupare un luogo dieci miglia discosto. Scopo della giornata fu un assalto su tutta la linea, e aver la forte Capua per sorpresa, non Caiazzo indifesa. Ma riuscì loro funesta.
§. 11. Ripresa di Caiazzo.
Essa è città vescovile di cinquenni’ anime, edificata da remoti tempi col nome di Cajatìa, in cima a un colle, a palmi 744 sul mare. Da piè a mezzodì le passa il Volturno, che la separa dal Tifata. Lontano ha il Taburno ad oriente, il Matese a tramontana, i monti di Gerusalemme a ponente. Stante attorno paeselli, tra’ quali Piana a due miglia, Gradillo incontro al bosco a capo di bella pianura, che larga un miglio se né stende molte dietro Capua. Qui improvvidamente s’era ritratto il la Rosa, col 6.° cacciatori, uno squadrone del 5 dragoni e quattro obici a schiena; quando il mattino del 21, udito lo aiuto del Vacchieri a’ garibaldini, chiese al generale Filippo Colonna soccorso, non per assalire, ma per sicurare la ritirala. Vennegli il tenente-colonnello La Rocca col 4.(0) cacciatori, due cannoni e uno squadrone di cacciatori a cavallo; né pur gli parve bastante, ché poco stante rescrisse aver avuto respinta la guardia avanzata. Il Colonna gli mandò invece l’ordine di ripigliare la città, donde si minacciava il fianco e le spalle dell’esercito regio. Era mezzodì. Il La Rosa, preso, siccome più anziano, il comando del tutto, dispose assalire per tre parti: una compagnia del 6.° dalla collina di sinistra, altra con due cannoni da destra, ed egli per la via consolare. La quale erta e curva ben poteva andar contrastata; ma il Vacchieri e ’l Cattabene aventi mille uomini s’eran messi nelle case e dietro le barricale; il primo in città, l’altro in certi casini e nel monastero, asserragliato in un oliveto, sul fianco meridionale del paese.
Pertanto i regi non impediti sino all’alto, là cominciarono le fucilate. Il La Rosa non so con qual criterio spinse avanti a corsa la cavalleria; la quale trovato barricato il passo, percossa a salvamano, retrocedendo sgominò i fanti; nondimeno sospinti da’ sopravvegnenti si riprese lo schioppettio. Fu colto di mortai ferita il La Rosa in testa a’ suoi, sì scontando il fatto d’avere la città abbandonata. Surrogatolo il La Rocca, ringagliardì l’azione, tale che il Cattabene investito ne’ casini, veggendoli andare in fiamme, rifugiò dentro Caiazzo; donde tutti uniti i garibaldini dalle barricate e da tutte parti contrastavano. Ma commovendosi alle loro spalle la popolazione, i contadini afferrate a furia mazze e falci e pietre a ogni maniera li molestavano.
In mentre costoro, aspettando da Caserta soccorsi, alla gagliarda facevan difesa, arrivavano sul campo regio il Ritucci col Negri, e tosto anche i giovani fratelli del re, conti di Trani e Caserta. Il Ritucci da prima avea disapprovato quell’assalto, per un suo diverso disegno di guerra; ma trovan dolo comincialo, e instando il conte di Trani, si spinse a proseguirlo. Fu mandato il maggiore Giovanni delli Franci dello stato maggiore, con quattro compagnie dell’8.° cacciatori a rinforzare la pugna; e s’ordinò allo squadrone de’ cacciatori di smontare e combattere da fanti. Questi giovani ardenti precipitaronsi con impelo sulla barricala già guasta dall’artiglieria, e disfecerla in un lampo; perlocché tutti i soldati contentissimi d’esser lasciati fare, lanciaronsi in frolla dentro Caiazzo, cercando il nemico in ogni porta, cui aprivano col ferro e col fuoco. Facendo con le bajonette giustizia degli stranieri, come i popolani lor davano di braccio, e serravano le vie a’ vinti, fu un macello. I villani sbucando da case e botteghe, a gran festa andavan cercando i nascosti, a’ soldati gli uomini, a sé il bottino arrogando. Gli a cavallo presi i passi di fuori, e sulle sponde del fiume, davano su’ fuggiaschi: chi cadeva ne’ soldati campava la vita, chi ne’ villani era spacciato co’ mazzapicchi; altri disperati lanciavansi nel Volturno e percossi insanguinavanlo, altri ne’ suoi vortici affogava. Nulladimeno cinquecento col Vacchieri riuscirono in più punti a guatarlo, e per Limatola si salvarono.
I soldati furenti disfanno le combattenti case; e, menati da’ popolani, salgono su quelle de’ cittadini italianizzanti, ch’avean ricettalo il nemico, e quale ardono, quale fan saccheggiare. Indarno i superiori sforzansi a tenerli; onde bisogna chiamarli a raccolta in aperta campagna. Mandano invece a guardare la città un battaglione straniero, giunto allora dopo la pugna; ma questi al vederne uscire i vincitori con arnesi e vettovaglie rapite; non si tengono dal far peggio; e fu altra fatica a ritrarne questi secondi; sicché l’infelice città già mezzo manomessa da’ garibaldini, patì un mezzo sacco da’ Napolitani e da’ villani, e un altro da’ Boemi, lo stesso dì. Ed è bene notare che trionfando dopo più mesi il re galantuomo, i liberali saccheggiati risaccheggiarono i contadini, loro togliendo il rapito ed il loro, alcuni uccidendo, altri a vendetta carcerando; di che poi il nuovo governo fe’ gran giudizio, non contro gli ucciditori, ma contro le famiglie delle vittime loro.
Il Cattabene ferito s’era con diciotto de’ suoi nascoso in una casa bassa alla piazza del vescovado, dove fecelo prigioniero il capitano Giovanni Afan de Rivera. I garibaldini perdute arme e munizioni e due bandiere (una proprio nel conflitto, presa dal sergente Antonio Santacroce del 6.° di linea) ebbero trecento morti, cento feriti, tra’ quali cinque uffiziali e due chirurghi, e 232 altri prigionieri, che menati cortesemente vennero a Capua. Perderono i regi cinquantuno sul campo, con un tenente Massarella, e ’l tenente-colonnello La Rosa, spirato all’ospedale di Capua la notte del 23, e feriti intorno a cento, con tre uffiziali Laus, Antonini e Ferino. La pugna durò tre ore e mezzo: i soldati posero a piè de’ reali principi le bandiere conquistate.
Del La Rosa fu detto cadesse per man de’ suoi, per dispetto d’aversi a ripigliare con sangue la città da esso senza colpo abbandonata, ma passato fuor fuora dalla palla, non ben si seppe se da’ soldati o da’ nemici colpito, onde restò dubbio se da prode o da traditore finisse.
§.12. Fatti di Piedimonte.
Piedimonte città vescovile, capo distretto, con ottomil’anime, era devota al trono, eccetto pochi. In qualche propinquo paesello eran certi ambiziosi faziosi, cui facean da capi un Achille Del Giudice e un Beniamino Caso, gente da niente, arricchita negli ultimi prosperosi anni, i quali impuniti dopo il 48, avean anzi saputo trovar protezione dal regio Comando territoriale; onde potevano cospirare alla sicura, stretti col sardo Villamarina. La città era grata a’ Borboni per fresco benefizio, ché re Ferdinando itovi in settembre 11, al tempo d’un alluvione, le fe’ dare dal Tesoro settantamila ducati per le arginazioni decorrenti. Là dopo il 48 il governo relegava certi faziosi o camorristi d’altri distretti, e tra gli altri fuvvi un canonico Caporale, che prese a fare lo istruttore d’ogni adepto di setta. Alla concessione del 25 giugno, pochi tristi, istigati da mali preti, minacciarono di vita il vescovo Di Giacomo, tenuto sin allora per dotto e santo uomo; il quale chiese protezione a’ principali del paese, che alacremente con la Guardia urbana si posero a custodirlo. Creata dappoi la Guardia nazionale faziosa e ’l nuovo municipio, come giunse il 7 settembre, spacciano il re fuggito in Ispagna, l’intendente ordinare ubbidienza al Garibaldi, abolirsi i dazii. E dati trentotto ducati a’ pezzenti per imbriacarli, uniti un centinaio di monelli, seguiti da’ Nazionali, portarono in processione il busto dell’eroe, co’ consueti Viva e luminarie.
D. Liborio v’avea mandato sottintendente un Rispoli, stato regio giudice in Arienzo, ligio della setta; il quale fe’ entrar nel paese certi facinorosi, tra’ quali un Fanelli e un Pateras, ladrissimi; che corsero le terre taglieggiando i ricchi, e raggruzzarono molte migliaia. Inoltre fe’ comporre sul Matese un certo battaglione di 250 uomini tra disperati e camorristi, con anco un Paolo Zito, prete di S. Maria la Fossa venuto con ottanta persone, omicidiario già da Ferdinando graziato del capo. Costui passando per Castello fu respinto dalla popolazione armata, e rifugiò nella casina Del Giudice. Il sottintendente adunque diventato garibaldesco inviò incontanente al Turrin Ariano quel battaglione detto Legione del Matese con capo un De Blasi, mandato dal Garibaldi; fe’ il municipio aderire alla rivoluzione, e creare un provvisorio governo di sette, tra’ quali esso e ’l De Giudice, benché costui assente ito a Campobasso a fare lo stesso. Ma tal governo durò un giorno solo; ché udendo a’ 9 settembre stare i regi a Caiazzo, i reggitori s’ascosero in casa un Del Santo posta in fin del caseggiato, donde si scorgevano molte miglia di strada, sulla quale potevan venire i soldati; e spauritissimi, pregarono il duca di Laurenzana e ’l fratello conte Gaetani, ex feudatarii del luogo, andassero a Caiazzo a far atto d’obbedienza; il che molto volentieri eseguirono.
Indi a pochi giorni giunto nel distretto lo Csudafy con garibaldini sardi, questi dopo la rotta di Roccaromana ripararono a Piedimonte, e si barricarono; ma mancando munizioni non osarono stendersi a Caiazzo, ove era il Cattabene entrato, e ve li chiamava; però ripresa da’ regi Caiazzo, sentendosi in peggior condizione, spiccarono corrieri per soccorsi ad Ariano, e ad Isernia. Di là venne il battaglione De Blasi; di qua aspettavano il Pateras, riuscito buon grassatore, che menava compagno un Sarcione di Ravescanina, famoso ladro fuggito di galera. Ma lo Csudafy non ostante tai soccorsi, viste le popolazioni contrarie, e che i regi già stesi ad Amoroso potevano serrarlo, se la svignò la notte del 24 col de Blasi e co’ sette del governo provvisorio, fuggendo tra’ monti con tortuoso giro, per Cusano, Cerreto, e Solopaca a Maddaloni. Ma il Pateras a mezza via rivoltò all’Isernino.
I Piedimontesi disfecero esultanti le barricate, spezzarono le croci di Savoia,rialzarono i gigli. I principali, e primo il conte Raffaele Gaetani si posero a capi del popolo per impedire vendette; fecero una guardia nazionale buona, e chiesti soldati a Caiazzo, ebbero il 2.° estero col tenente-colonnello Migy, uno squadrone ussari e due cannoni, la sera del 26 accolli con gran festa. E anco ad Alife il 26, passando il 6 di linea vegnente da Teano, ebbe ovazioni con i ritratti reali in trono. Il Migy pose sottintendente Enrico Sanillo, uomo ricco e onesto, perquisì le case de’ Del Giudice e Gaso, e vi trovò arme e vesti garibaldine e lettere del Villamarina. Con questo si armarono quaranta volontarii sotto un sergente Paone gendarme, che andò a perlustrare il Matese. Questi pochi riposero il governo regio, e cantarono Te Deum in S. Polo, S. Massimo, Campochiaro e Pietraroia. E correndo molti a ingaggiarsi pel re, fecesi in brevi di un battaglione d’oltre cinquecento, gente buona e scrutinata prima, comandata da un capitano Pesce. Non v’essendo arme per altri, chi accorreva era mandato al generale Scotti a San Germano. Intanto creato dal re a Gaeta sottintendente Felice Retez di S. Lorenzo, questi venne; ma i garibaldini corsi a S. Lorenzo minacciarongli la famiglia, e sacco e fuoco alla casa ove non tornasse; e sì sforzaronlo a lasciare il posto, dove pertanto restò il Sanillo.
§. 12. Titubanze.
Il duce Ritucci, uomo onesto, avea nondimeno certe idee che gli facevano temere le reazioni; né sembra s’avvedesse andarsene allora il tutto in balia della rivoluzione. Dopo più spinte a lanciarsi all’offesa, egli titubante fra due temenze di far poco o troppo, aveva da ultimo il 18 settembre scritto al sovrano, proponendo movere sopra Napoli con più colonne parallele, e in due giornate; ma ne dimostrava molte difficoltà: temeva i soldati in rasa campagna si sbandassero; che anche vincendo, la resistenza della popolazione napolitana darebbe campo a rinnovare la Santa Fede del 1799, e a insanguinare la città; che Capua abbandonata sarebbe girata, e la rivoluzione detabaccherebbe sino a Gaeta. In risposta lettere ministeriali del 19 e del 21 gl’ingiungevano recisamente andasse avanti a distruggere il nemico, e a volgere simultaneamente sopra Napoli. Bene i fatti d’arme del 19 e la ripresa di Caiazzo nel 21 distolsero in quei dì ogni disegno: ma dopo questo, sperimentato in più parti l’ansia e il valore del soldato, era da por giù ogni dubitazione, e s’ei si lanciava avanti, seguendo la fortuna, in quello sbalordimento del nemico, in breve finiva la guerra. Fatalmente alla dimane si raffreddò, e scrisse al re che meglio il raccogliere le forze; tata il parere di tutti i generali di divisioni; e al ministro di guerra propose lo abbandonare altresì la presa di Caiazzo, per non tenere lo esercito troppo diviso. Re Francesco mandò a persuaderlo prima il Cutrofiano, poi il brigadiere Rodrigo Rivera, ed anche egli stesso andò con esso a discutere un disegno di guerra presso Sparanise; dove trattandosi se meglio voltare a Napoli, o assalire il Garibaldi al Tifata, non si concluse, e passarono più giorni.
§. 13. La colonna Mechel.
Dopo il fatto di Caiazzo, per nettar la sponda destra del Volturno, era ito da Teano verso Amoroso il maresciallo Won de Mechel con la sua divisione di tre battaglioni stranieri, e degli avanzi di quei di linea, comandati dal Ruiz, quello di Calabria. Il 2.° estero col capitano Violand giunse ad Amoroso il 24, e vi disarmò i paesani. Il Mechel saputo lo Csudafy fuggire da Piedimonte per serrargli la via di Maddaloni, corse sino a Sguilla; ma già quegli a Solopaca avea passato il fiume. Trovò Ducenta asserraglialo da quattro compagnie garibaldine, che osarono qualche difesa sulle prime case; ma tosto ripararono dietro le barricate, e come s’accorsero i soldati girare a circondarli, fuggirono. I dragoni aspettato si togliessero gl’ingombri, non ebbero tempo da raggiungerli; ma i tiragfiatori né uccisero parecchi, e fecero prigionieri e bottino. Quelli riparalo un po’ a Limatola, presto al rumore de’ regi, se la svignarono; ed il Mechel varcalo il fiume, spinsesi alla Cantinella, trivio tra Limatola, S. Agata e Maddaloni, senza veder nemico.
Il Bixio a Maddaloni avvisato da’ fuggiaschi, temé essere assalito; chiese soccorso a Caserta, e in fretta piantò cannoni sui gran ponte; ma il Mechel, compiuta la ricognizione tornò ad Amoroso, e là e a S. Salvatore e a Campagnano s’acquartierò; dove da Piedimonte giunse il 27 anche il Migy. Cinsi i garibaldini ricacciati sulla riva sinistra del Volturno, stavansi come in cordone su’ monti da Caserta a’ Ponti di Valle. Tai fatti d’arme e scaramucce mostrarono costoro non avere scienza guerresca, non sapersi sicurare negli accampamenti, niente valere all’aperto, sol combattere dietro mura e barricate, né quasi altra forza avere che quella delta stampe celebratrici. In fatti i loro duci erano i più giornalisti e scrittorelli, che inventando loro imprese le divulgavano pel mondo.
§. 15 Ospedali garibaldesi.
Gli ospedali loro si colmavano di feriti, di malati, e di codardi dicentisi malati, per alloggiare fuor di pericolo; ma n’uscivano a grado loro scorazzando per bettole e bische. Non bastavan stanze, né infermieri, né serventi; mancavano farmaci, filacciche, bende e biancherie. C’erano certe dame forestiere, facenti le soldatesse e le infermiere a pompa, che raccoglievano danari attorno; fra le quali il dittatore stesso strascinandosi, andava perdendo il capo; né delle gravi dittatorie parti si dava pensiero, abbandonate però agli altri. Tra esse eran famose la famosissima Miss White appellata la Mario pel marito, una Miss Flora Dorant, e una chiamata la contessa della Torre, figlia del general Salasco piemontese, moglie d’un Milanese, la quale vestendo mezzo da uomo con stivali, sproni e sciabola, in quella democrazia l’aristocratica affettava. La White avea raccolte in Inghilterra mille piastre pe’ feriti; cui il Garibaldi rifiutò, dicendo Napoli ricco non averne uopo. dotali donne per gelosia di mestiere s’odiavano forte, eppure sta vari sempre su e giù vociando per gli spedali, con noia de’ medici; i quali dicevano elleno andar piuttosto cercando bei giovani che curando malati, e anzi loro carezze ritardare le guarigioni. E veramente taluno che saria guarito, eccitalo da loro moine peri. Esse inoltre andavano scroccando, e già a’ 18 settembre un dottor Ripari capo-medico con avviso né giornali avvertiva i Messinesi a non fidare in una certa contessa Della Torre che intrigava per aver soccorsi a pro de’ futuri feriti. E costei là scornata era venuta a Caserta. Qui pure i medici strepitarono, e ottennero anche l’ordine d’allontanamento di quelle sirene, ma protette tanto facevan peggio, in quella Babilonia.
Oltracciò era surta una legione di preti evangelici, per servire gli ospedali; ragazzi presuntuosi e indisciplinati, corsi a far rumore e grassa vita, che anziché servire, si facevano servire, onde fuchi sclamò: fossero venuti per farsi adorare? Ma quella commedia prese brutte proporzioni, quando pe’ seguiti conflitti gli ospedali da Caserta a Nola e a Napoli s’empierono di feriti.
§. 16. Il Garibaldi recluta.
Il dittatore dopo i fatti del 19 e del 21, ove ebbe altresì prova della nimichevole popolazione, cominciò a smettere la burbanza, e lo abbagliamento di sua maravigliosa fortuna. S’era ito lamentando d’aver troppa gente, allora s’avvide averne poca, e sfuggirgli. La stessa sera del 19 die’ una proclamazione a’ volontari; e parlandovi vagamente di trionfi, dicea non compiuta ancora la vittoria, non libera tutta Italia, onde se li chiamava attorno. S’affrettassero tutti a far la nazione armata, supremo il momento, i loro fratelli combattere nel cuor d’Italia; doversi andare a incontrarli a Roma, per movere a Venezia congiunti. Cuore! Ferro! Libertà! E altri paroloni siffatti, che movevano chi non avea viste le cannonate capuane. Le sue masse scioglievansi tutte, se non veniva la nuova dell’entrata de’ Sardi nelle Marche, e la loro discesa alle spalle de’ regi.
Posero da per tutto ruoli d’ingaggi: chi volea farsi merito ne promoveva. In Napoli era una giunta d’arrollamento, con a capo Francesco Garrano, già guardia del corpo di Ferdinando, condannato per duello, pur graziato e fatto alfiere, e poi corso nel 48 in Lombardia con volontarii!. Ora dicentesi maggiore reclutava nel quartiere Ferrantina, per la rivoluzione. A’ 15 settembre s’accozzò una compagnia francese detta De Flotte, a onore di quello ucciso a Reggio; comandavala un Paugam. Già s’era fatto un battaglione di dugent’uomini; appellato ungherese; con a duce un Megyorody, che parlava tedesco, e sembra s’acconciasse il casato all’ungara, per parere Ungaro, cosa usata da molli; perché la rivoluzione ostentava tenere rappresentanti di quella nazione nelle file. In falli quel battaglione aveva tutte genti alemanne, e anche svizzeri, il più disertori nostri. Laonde parecchi s’infingevano Ungari o Polacchi; tra gli altri il Milbitz generale a S Maria, sendo suo vero nome Milbitz da Isenschmid, puro tedesco, si diceva polacco.
Un decreto del 25 stipendiava altri due depositi di siffatti Ungari a Napoli e Messina. E d’ogni lingua se né accozzò più centinaia.
Un Folliero, tenerne di marina disertore, cominciò un reggimento fanti di marina. Una mano di preti provinciali fe’ compagnia armata, e andavano incitando giovanetti a vestire la camicia rossa. Al caffè sul cantone S. Giacomo un Bottini prete aperse ruoli di volontari pel La Masa, costui matto per far parlare di sé. Padre Pantaleo a’ 25 settembre proclamò una crociata d’ecclesiastici e secolari. E ho citata la legione evangelica, cioè protestante, per gli ospedali. Infinite recitazioni si facevano nelle province. A Nola reclutava un Gandini. A Caserta si reclutava nel quartiere S. Carlino, si reclutava a Maddaloni, ed ad Aversa; ma mala gente, ita per mangiare e aggraffare. I Calabresi menati per grana 55 al giorno, e con promessa d’aver solo a guardar Napoli (forse sperando altro), mandati invece sotto Capua a fare a schioppettate, si richiamavano a’ patti, e il più se né andava. Di soldati regi non avevano uomo, e dove i duci loro li avean dati, sparivano. Cosi da Mola scomparve la brigata Bonanno, e quella del Caldarelli, e si dileguavano da Napoli quelle venute da Augusta e Siracusa.
Il ministero dittatorio richiamò in vigore le leggi militari precedenti; tollerò eziandio le divise Borboniane, purché con al berretto lo stemma di Savoia, e dichiarò disertori, e come tali puniti, i soldati che non si presentassero in tre di; dove in contrario chi verrebbe, scemeria la metà del servizio militare. S’invocava la borbonica legge per punire i soldati non ribelli alla borbonica bandiera; disertore chi non disertava; pena di morte a chi non s’univa allo straniero, per uccidere sulla patria terra i suoi compagni connazionali. Assurdi di logica settaria, tirannia non pili vista.
§. 17. E si fortifica.
Sperimentata impossibile l’offesa, il Garibaldi pensò a difesa. Il Turr malato va a Napoli, surrogato a comandare la divisione il Medici. Il Cosenz fa laboratorii al capo di Posillipo, a Pietrarsa e all’arsenale, per munizioni da guerra, massime cartucce e palle coniche per carabine rigate. I fornitori regi son costretti a dare quanto occorre agl’invasori. Il disertore La Via tenente-colonnello provvede ad animali e fornimenti; fan perquisizioni di cavalli e muli, piglianli senza pagare, spajano le pariglie, e dan carte. Non trovando artiglieri, ché gli sbandati presi ricusano, n’hanno da’ Sardi e dagl’Inglesi che stanno nel porto. L’altro disertore tenente-colonnello Muratti, poco avanti messo dal Pianelli a capo dell’arsenale, dà cannoni, obici, munizioni e giochi d’arme; il resto levano da’ castelli. Aiutanti il Longo disertore del 48, e i disertati di fresco Locaselo, Gaeta, Iovine, D’Auria, Zaini, Ferrarelli, Veneti, e altri di questi ingrati, cresciuti per regie grazie nel militare collegio, e che tutti hanno genitori e fratelli in quel patrio esercito contro del quale armano gli stranieri.
Serrano Ventrate in S. Maria: il disertore Morante, capitatilo del genio, vi fa batterie; una sulla ferrovia a’ quattordici ponti, con quattro cannoniere; due spazzano le rotale sino a Capua, l’altre di fianco, con trincee di 500 metri a parapetti per fucilieri. Si fa altra batteria sotto l’arco antico su la via consolare, con due pezzi, e trinceramento e fosso; e tal linea difensiva stendesi all’anfiteatro campano. Il Longo con altri disertori n’elevano verso S. Angelo: la prima di due cannoni alla cava Lucarelli, sulla china settentrionale di S. Iorio, per colpire di là dal fiume; la seconda con parapetto e gabbioni e due cannoni da 12 sulla strada avanti Capua, a dugento metri su la casa Luongo. A questa la guarnigione traeva dal bastione Sperone, senza pro; perché le spolette, vecchie del 1800, prima d’arrivare scoppiavano in aria.
Tracciavano sul monte una via per cannoni, sette rigati né postarono a S. Iorio, due sul capo del bosco, traenti alla taverna Nuova e sul piano Fasaneria, altri là dattorno. Il Gaeta costruì una batteria che prese suo nome. Da ultimo quattro cannoni di montagna e otto rigali stavano mobili sulla via di S. Angelo, da accorrere dove di bisogno. Questi otto eran la batteria detta Garibaldi, allestita dal Nicotera, giunto da Genova a’ 22 settembre, ma per artiglieri v’avean messo mascalzoni raccolti a stento. Ammannirono altresì una maniera di ponte, come a passare il fiume a Triflisco, e dar nella sinistra a’ regi;c anzi sull’alba del 27 vi lanciarono alquanti battelli, che incontanente vennero da’ regi cannoni distrutti. Iniziati anche lavori per una parallela, lavoratori e militi a’ primi colpi del forte fuggirono, nella quale occasione la soldatessa contessa sfoderò la sciabola per Fattene re i fuggenti, e ’l Garibaldi gridò più volte: Dove sono i prodi di Calatafimi? Ma là non era il Landi. Degradò gli uffiziali, e come i fuggiti erano Siciliani, n’uscì il vezzo di schernire quei picciotti, ond’egli con ordine il proibì.
§. 18. Sue posizioni.
Teneva l’esercito postato così: L’ala destra a Maddaloni d’ottomil’uonimi col Bixio, suo vecchio collega repubblicano in Roma, cui disse: «Maddaloni è di grande importanza, difendetela a possa.» Il centro era a S. Angelo, con l’Eber, il Medici e l’Avezzana (costui triumviro a Genova, e ministro nel 49 a Roma, giunto allora d’America); e la sinistra col Milbitz a S. Maria e a S. Tammaro. La divisione Turr con le riserve a Caserta, dichiarata a’ 25 quartier generale. Così occupava tutto il Tifala una catena di posti avanzati e sentinelle, per S. Angelo, Gradillo, Limatola, Morrone, Valle, e Maddaloni; col fronte a settentrione, forte per aspri luoghi, fievole da mezzodì.
Or mentre ei faceva lavori non da offesa ma da difesa, mentre scacciato dalla riva dritta stava a modo d’assediato, si die’ aria di vincitore, nunziando gravemente che assediava Capua. I suoi giornali ripetevanlo al mondo. Se non che smentendolo la crescente dissoluzione de’ suoi, rimediò nunziando a’ 27 la venuta de’ Piemontesi: «l nostri fratelli Italiani comandati dal bravo Cialdini combattono i nemici d’Italia, il Lamoricière è disfatto, le province sono libere dal papa, Ancona è nostra, l’esercito settentrionale ha passato la frontiera napolitana; noi in breve stringeremo quelle mani vittoriose.» Queste menzogne d’Ancona presa (che ancor non l’era) e dell’aver i Sardi varcata la frontiera, tennero insieme il resto de’ garibaldini, che nell’aspettazione pensarono a trincerarsi.
§.19. Posizioni de’ regi.
La loro salute fu il titubare de’ regi, che lasciolli cheti tutto settembre. Tra’ quali si perdè tempo in discussioni su minute cose di servizio, sul se e come assalire, sul voler provvedere ad ogni ideale difficoltà. Era in Capila un consiglio d’uffiziali superiori e generali dove Matteo Negri sempre preponderava. La setta sparse come il general Negri padre di lui? già disertato, comandasse a S. Maria (che non era vero); e per tal suspizione, al tiglio ripugnava lo assaltare quel luogo, ove credea combattere il padre; onde sempre sconsigliava la guerra d’offesa. A’ 26 del mese lo pseudo-polacco Milbitz comandante a S. Maria entrò parlamentario in Capila: al ritorno si vantò il Salzano gli dicesse: «Noi e voi pensiamo al modo stesso; ma noi siamo obbligati a difendere quel vessillo che tutta la vita tenemmo, ora fidatoci da un re disgraziato.» Non credo ciò il Salzano proferisse; forse altri fu, ché quel discorso tra parecchi de’ primi correva. Non si pensava davvero a sconfiggere il nemico, ma a sostenersi; e si stancavano i soldati per pigliare posizioni e fortificarle. A’ 25 s’addoppiarono i posti avanzati, s’abbatterono gli alberi sulle vie consolari propinque; si compié lo armamento con cannoni di Gaeta; si fe’ un dente di terra avanti il bastione Sperone presso il fiume al Saliceto; e una batteria alla stazione della via ferrata. Altre batterie montarono sulla destra del Volturno, a Triflisco, a Palombara, a Formicola, per vietare il guado; una alla Masseria Marra dove il fiume fa gomito verso Capila; altra a sinistra di quella, alla Tavernola; e altra presso Amoroso, dove imbocca il Calore. L’esercito accampava al Poligono dietro la città; e seguitava su tutta quella riva, con larga curva a fronte de’ garibaldesi. Avea dunque la dritta a Capua,il centro dietro i monti Palombara e Taverna Nova, con posti sulle dette batterie e la manca a Caiazzo, col maresciallo de Mechel e la brigata straniera, sino ad Amoroso.
Cosi i regi duci riposavano; e se prima era fallo, dopo i fatti del 19 e 21, quando il soldato avea ripresa la coscienza del suo valore, dopo la invasione nelle Marche, quel riposare fu inescusabile errore. Sperare Europa si commovesse per Francesco, che non s’era commossa pel papa; sperare nel tempo, quando misurato era il tempo dalle tappe de’ Sardi da Ancona al Volturno; sperare i Sardi non entrassero, dopo ch’erano entrati nel territorio di Santa Chiesa, furono fievoli concetti. Unica via di salute era il subilo sconfiggere il Garibaldi; ché o Vittorio mancando di pretesto s’asteneva d’intervenire, o, se l’avesse osato, si poteva seguir fortuna e vincer lui. Forse Vittorio recedeva, perche non si sogliono aggredire i vincitori; e ’l vincerlo, dove Si fosse istigata la guerra popolare, era lieve; come i seguiti fatti dimostrarono. Ma i nostri generali abbonivano la guerra del popolo, ed eglino non sapevano o non volevano fare la guerra militare.
§. 20. Si cerca un generale in Francia.
Re Francesco, cercando un generale, dopo la ricusa del Lamoricière, mandò pel costui consiglio in Francia a invitare la Changarnier o il Bedeau. V’andò da Gaeta, con lettere uffiziali, il capitano Luvarà a’ 24 settembre. Trovò malato il Bedeau, l’altro vide ad Auton, fattosi accompagnare dal nostro ministro Canofari; e gli mostrò lo stato del regno, quello del volonteroso esercito, e quanto la gloria di lui s’alzerebbe per facile vittoria. Ei da prima parve accettasse, e anzi studiò e discusse sulle carte la posizione de’ due eserciti, insieme col Luvarà; il quale richieselo del parere sul miglior disegno di battaglia. «Il disegno» rispose «si fa contro un generale; contro il Garibaldi si va dritto a sconfiggerlo dove sta.» Ma dopo lunga riflessione, considerando ciò potesse spiacere al Bonaparte, ch’aveva allora suscitato il disastro di Castelfidardo, annuì di venire, ma a patto Napoleone l’invitasse; il che valse rifiuto. Il Luvarà tornò vuoto a Gaeta a’ 7 ottobre.
§. 21. Il disegno della battaglia.
Intanto il re sentendo la necessità di presto movere alle offese, ingiunse il 27 al Ritucci recisamente di dar battaglia, secondo un disegno disapprovato da costui e dal Mechel; però eseguito per ubbidienza. Questo dì stesso proclamò a’ soldati: «essere favorevoli gli eventi della guerra, dover ripigliare il perduto trono, raccomandare religione, generosità dopo la vittoria, carità a’ prigionieri e a’ feriti, rispetto alle proprietà, ubbidienza a’ duci, e l’onore e ’l decoro del nome napolitano.» Non ostante tai documenti solenni, i settarii hanno stampato, il re aver promesso il saccheggio.
Il disegno (che si susurrò fosse del Lamoricière) era questo: 4500 uomini col maresciallo Afan de Rivera assalire S. Angelo; altrettanti col brigadiere Tabacchi investire S. Maria; il de Mechel con seimila da Amoroso (venti miglia discosto) passando il Volturno, e poi pe’ ponti di Maddaloni su la strada di S. Lucia sboccasse a Caserta alle spalle del nemico; ed ove trovasse Maddaloni sgombra potesse con un battaglione occuparla. Inoltre tra l’una e l’altra ala de’ combattenti una brigata col general Colonna guarderebbe la dritta del fiume da Capua a Caiazzo, da opporsi ove il guado si tentasse. Tal disegno come tutte macchine complicate, poco alla esecuzione valeva.
Era campo d’offese disposto a troppe distanze; impossibile unità di comando, difficile simultaneità di movimento; forze in più luoghi sparpagliate, deboli in ciascuna parte; restava inoperosa la cavalleria, inutile sui monti, e immota una intera brigata a guardare il fiume. Temevano il nemico guadandolo si cacciasse tra le nostre due ali; ma considerata la qualità di esso, avrei lasciato a posta quel passo per adescarvelo; ché anch’esso si sarebbe diviso, restando fievole a S. Maria e a S. Angelo, e con un’ala oltre il fiume, a petto scoperto, che di leggieri in rasa campagna andava da’ regi cavalli pestata. Era allora tra’ nostri duci una teoria; girar l’avversario, e non farsi girare; ma chi gira risica sempre d’esser girato, salvo avesse forze da pigliar tutto il paese. Per questo a non farne girare girando, mettemmo una brigata inoperosa, che se tenevasi a Capua in riserva, vinceva la giornata; per questo assalimmo il nemico là appunto ov’ei preparato stava, dove urlato di fianco, cioè da mezzodì, non avea difesa. Ma si temeva di restar tagliati dalla fortezza; il che anzi con istratagemma si doveva suscitare, per cavar da’ ripari gli avventurieri, e sperperarli in campagna aperta. Se tanta tema d’esser tagliati fosse stata negli altri eserciti antichi e moderni, non si sarebbero vinte battaglie se non di fronte, che avvien di rado.
Canone di guerra è fare al nemico quello che non vorrebbe, e ’l non fare quello che vorrebbe; e noi con doppio fatto noi tirammo in agguato, e demmo di cozzo là appunto dove egli ne aspettava. È altro canone non tentare la fortuna più volte, e noi quattro volte in un dì la tentammo a S. Maria, a S. Angelo, a Morrone, e a Maddaloni; dove perdendo in un luogo solo cadeva il tutto. E dividendo in tante parti le forze nostre, neppur le chiamammo tutte in quel supremo momento: molte migliaia restavano a Gaeta e di là del Garigliano gittati sulle strade, mentre sul Volturno pendevano le sorti supreme.
I nostri due; ignari delle fortificazioni elevale dagli avversarii, non avevano esplorato il terreno; sapevanlo, ch’era stato campo d’istruzione; ignoravano le trasformazioni fatte; spie non avevano, e temendosi tradimenti nessuno s’udiva. Credevano solo S. Angelo fortificato, e vi spinsero soldati migliori; tennero le guardie reali, nuove al fuoco, per assalire S. Maria, cui si credeva aperta; e i nuovi soldati trovaronsi a fronte ostacoli impreveduti, dove non bastava il buon volere.
§. 22. Quale sarebbe dovuto essere.
Stando i garibaldini a S. Maria, Caserta e Maddaloni, avevano a settentrione il Volturno e i regi; e a occidente Capua; onde erano liberi da oriente per ritrarsi a’ Principali, e da mezzodì per Napoli, sorgente delle forze loro. Ora tra Capua e Napoli stava quasi sgombra la via, salvo un po’ di marmaglia ad Aversa; sicché diecimil’uomini potevano una notte sorprendere Napoli, e averla a un colpo; dove il popolo insorgendo a un tratto avrebbe messo le mani addosso a’ pochi stranieri, e felloni. Presa Napoli, il Garibaldi perdea la sua base, la baldanza, e il denaro e l’opinione; perdeva il mare, si trovava stretto anche da mezzodì, né poteva che ritrarsi co’ più pervicaci a’ Principati, in fra popolazioni pronte con tutte armi a percuoterlo. L’indole de’ regnicoli li fa inerti avanti al nuovo venuto, ma spingali a furia addosso al fuggiasco.
Tal disegno balenò in mente al Ritucci, quando propose andare a Napoli con tre colonne; ma volendol fare lento in due dì, e fermare a Capodimonte e altri luoghi,per non insanguinare la città, perciò solo saria stato senza effetto. E questo medesimo timor del sangue fe’ prescegliere il disegno ch’ho enunciato; cioè d’opprimere l’avversario nelle sue posizioni, e lasciare Napoli al vincitore. Ciò avrebbe anzi più insanguinato Napoli; perocché il Garibaldi scacciato dal Tifata, si gittava sulla città, come fece a Palermo; e falle fortezze delle case, traeva aiuti dal mare, da’ Sardi, e dagli Inglesi e Francesi. Sicché tanto il disegno del Ritucci, quanto questo della battaglia sul Volturno, ambo ideati per evitar danni a Napoli, vieppiù l’avrebbero insanguinata.
E anche risoluto di combattere il Nizzardo al Tifata, meglio provvedevi a vittoria usando l’arme ove noi eravamo forti ed egli debole, dico artiglieria e cavalleria; e con tirarlo fuor da’ luoghi ove s’era asserragliato,non già investirlo di fronte nel suo forte. Ove con molte artiglierie da mezzodì lo si bombardava entro S. Maria, lo si sforzava a uscirne in campagna rasa, sotto Pugne de’ cavalli. Ma era una specie di dogma il non potersi bombardare; e più preferire far morire i soldati che guastare mura. Ma non si fa guerra senza guasti; e per non bombardare fummo bombardati.
Non pertanto l’assalire il Tifata costava poco a 22 settembre: costò molto al 1.° ottobre, e non riuscì. Credo errore il dare là quella battaglia; ed errore il tempo, il modo, la disposizione e l’esecuzione.
§. 23. Garibaldi prepara la difesa.
Lo stesso dì che a Capua si ordinava lo assalimento, il 28 settembre, a Napoli se né parlava pe’ caffè. Perderonsi più giorni per farne consapevole il de Mechel, e in epistolare corrispondenza con esso; né tampoco fu lui potuto trovare dal Ritucci ito sino a Caiazzo; onde mancata anche una conferenza, il Mechel dové solo per ordini scritti operare. Pertanto il Ritucci al mattino del 30 settembre adunò in Capua i generali, e ingiunse il da fare alla dimane, dicendolo Gran riconoscenza annata, per non dir battaglia. Bentosto il Garibaldi ebbe contezza del tutto. Oltracciò nell’ore vespertine davansi agli uffiziali le prescrizioni scritte, come s’usciva per le parale, e giravano pe’ caffè, però note al comitato rivoluzionario, che vigile stava.
Adunque il Garibaldi istrutto dell’ora, del modo, e de’ luoghi dell’assalimento, provvide a difesa. Sul mezzodì rassegnò l’esercito a Caserta e a S. Maria, avvisò il Bixio a Maddalena, poco dopo molestò i regi avanti a’ bastioni, per distrarli dall’offese e tenerli tutta notte desti. In quella congiuntura i nostri distrussero certe casipole e pagliai d’impedimento al trarre dei cannoni. Nel tempo stesso quegli ostentò forze a Triflisco; posevi una batteria parve con ponti di voler passare, onde il Barbalonga ch’era là, salutò co’ cannoni gli avversi, che fuggirono, con tutto avessero in aiuto prima uno e poi l’altro battaglione della brigata Dunn, e alquante compagnie della 1. divisione di riserva. Ma quella mostra bastò allo scopo di darne sospetto di voler passare, e costringerne a star là inoperosi a guardare le sponde. A sera il Nizzardo arringò i suoi a S. Angelo; chiamò da Napoli quante altre avea genti, otteneva dalla fregata inglese Renown marinari cannonieri, e quanti artiglieri sardi erano in rada,cui tutti pose a’ suoi cannoni; e richiamò il Turr a Caserta, e l’Orsini, che, atteso con ansia, recò batterie compiute, e munizioni e attrezzi; di sorte che adunò il massimo delle forze sue.
Dissi come prima di passare a Reggio avesse trentunomila uomini, altri gli vennero poi, s’erano formate legioni ungheresi e francesi, e battaglioni di volontarii. Quando si trattò ai pagare se né trovarono cinquantamila; ma come molti si tenevano indietro, non credo errare sommando ai quarantamila i garibaldini combattenti a 1.° ottobre; invero poco valenti in campo, ma numerosi a sparare dietro barricate e trincee. Stavano così in battaglia sopra quindici miglia curve. L’ala dritta a Maddaloni, duce il Bixio con la 18. ‘ divisione, la brigata Eberhardt della divisione Medici, e la colonna Fabrizi, tutti intorno agli ottomila con otto obici. Presso castel Morrone, tra Caserta e Limatola era come sentinella un Bronzetti della 16.° divisione, con poche centinaia. Alla stretta di Gradillo stavano le brigate del Sacchi e del morto Puppi. Il Medici e l’Avezzana tenevano l’alture di S. Angelo sino a S. Maria, con la divisione 17. i carabinieri genovesi, il reggimento Brocchi del genio, e la brigata Spangaro della 15. divisione, con nove cannoni, tra’ quali quattro rigati. A S. Maria alla sinistra il Milbitz avea la 16. divisione, ch’era del Cosenz ministro di guerra, e la 15. e quattro cannoni, con la brigata comandata da un Corte, distaccata ad Aversa. A Caserta quartier generale stava il Turr con ottomila di riserva; cioè le brigate Eber, Giorgis, Paterniti, e la calabrese del Pace con tredici cannoni. A tutti la strada ferrata aggiungeva d’ogni maniera soccorsi d’uomini, artiglieri sardi e inglesi, munizioni, farmaci e vettovaglie. E quelle artiglierie eran rette da’ nostri uffiziali disertori, che l’arte ne’ reali collegi sovente a regie spese avevano imparato. A costoro i giornali davano lodi infinite di valore e ingegno; a’ rimasti fidi lanciavano biasimi di viltà e ignoranza.
§. 24. Giornata del 1. ottobre, a S. Angelo.
La notte il Ritucci disponeva i suoi sul campo avanti al forte. Alcuni reggimenti non avevano ubbidito all’ordine di cuocere la carne, qualche altro arrivava allora; onde s’ebbero a mandare i soldati alla pugna, chi stanco, chi con solo pane. Pria dell’alba il maresciallo Rivera volgeva a S. Angelo la sua divisione di 6500 fanti e cavalli; il brigadiere Tabacchi con altrettanti ver S. Maria sulla via consolare; e ’l brigadiere Sergardi con due squadroni lancieri e Quattro cannoni a S. Tammaro. Riserva di fanti non si fece; il resto de’ cavalli in 1500, co’ brigadieri Ruggiero e Palmieri, stettero in aspettazione sotto Capua. Così di qua incominciavano tre assalimenti mentre da Amoroso il Mechel aggredir doveva Caserta e Maddaloni, ciò per riprendere a forza tali città, abbandonate ventiquattro giorni prima. De’ cinque conflitti dirò a parte a parte.
Il Medici e l’Orsini comandanti a S. Angelo, aveano la notte ricostruite le disfatte batterie alla caserma de’ pontonieri sul fiume; tenevano un reggimento Duna sur un ridotto alla casina Luongo;e sulla prima linea difensiva il reggimento Spangaro, due battaglioni zuavi e del genio, e altre genti della brigata Eber. Il resto della divisione Medici guardava la strada per S. Maria, il quadrivio, e le campagne dattorno con la mobile batteria delta Garibaldi, postata su quella strada sino al ponte della via cupa di Piazza. Nel villaggio stavano gl’Inglesi e gli Ungheresi. Inoltre era la brigata Sacchi a S. Leucio, con ordine d’accorrere pei monti a S. Angelo, ove occorresse.
Il Rivera mandò a S. Angelo le sue due brigate di cacciatori coi brigadieri Barbalonga e Polizzy, uno squadrone d’Usseri, e l’artiglieria comandata dal maggiore Gabriele Ussani. Procedendo in fitta nebbia che la tremula alba offuscava, scontrarono alla palude Ciccarelli i primi posti avversi, e li respinsero. Indi il cannone rivoluzionario, tonando dalla casina Luongo, fu segno che mosse tutta la linea di quattro miglia, da S. Angelo a S. Tammaro, nel cui centro ad angolo acuto entrante da S. Maria. Escono i garibaldini ad opporsi; e tosto rotti, perseguitati dagli ussari, ricovrano nelle trincee. Là il Longo, (quel disertore del 48, e poi preso, e dannato a morte, e graziato!) dicentesi generale, puntati i cannoni contro i connazionali, esce da’ parapetti con un battaglione della brigata Dunn; ma colpito in fronte, è da’ suoi fuggenti tratto a salvezza. Allora l’Avezzana con due battaglioni della brigata Simonelli, si caccia tra S. Maria e S. Angelo, e dà nella dritta a’ regi; mentre il Medici, raccogliendo quanto può della 17. (a) divisione e della brigata Spangaro, s’oppone di fronte; e si posta presso a una batteria sulla china del monte a occidente del villaggio. S’ingagliardisce la zuffa, e tonando l’artiglierie, e piegando or gli uni or gli altri, durano un pezzo. Soprattutto si versava sangue alla Cupa Lucarelli, là dove si congiunge con la via consolare presso il fiume; ivi i garibaldini ebbero i maggiori danni della giornata; erano i più Toscani e Lombardi, cadenti a centinaia, ferito il Dunn, e parecchi uffiziali uccisi o feriti. I regi pugnarono bravamente, massime il 7. cacciatori col tenente-colonneilo Tedeschi; e dopo alquante ore superate barricate e casine, presi i cannoni, scacciarono i nemici, e anche l’Avezzana e il Simonetti dalla strada tra S. Angelo e S. Maria; e ributtaronli dietro a fossi e barricate.
Intanto il dittatore ito sull’alba a S. Maria, e colà iniziata la pugna, udendo il cannone dalla dritta, v’accorse, sperando poter voltare il Medici sulla sinistra de’ Borboniani assalenti S. Maria. Giunse in regia carrozza, nel fitto del fuoco, al quadrivio; gli morì il cocchiere, un cavallo, e due guide, e per punto non restò egli preso; che investito da una mano di cacciatori, sguizzò gittandosi di carrozza e fuggendo per un valloncello; e perché non conosciuto, non perseguitalo. Un suo uffiziale fu da’ contadini preso, e dato a’ regi. Egli per vie traverse arrivò al Medici; comandò si tenessero a possa, e sali alla vetta S. Iorio a guardare il campo, che per la nebbia e ’l fumo non potè. Ilo al villaggio S. Angelo, scorse i regi padroni de superiori poggi, fugalo lo Spangaro che Vera a guardia; onde si sforzò di rattenere i fuggiaschi d’ogni corpo, gridando sé vincitore su tutti i punti; così rattestata una compagnia di Genovesi e due della brigata Sacchi corsa da S. Leucio, con molti de’ sparpagliali, li postò dietro macerie, fossi e macchie, a schioppettare come si potea.
Il Barbalonga poco prima, comparendo certi cavalli avversi, mandò chiamando cavalleria; vennevi senza saputa del duce il colonnello Puzio con due squadroni carabinieri, che arrivato inopportunamente, die’ una carica senza frutto. Perche i cavalli garibaldini al vederlo sparirono, e i fanti rifuggiando alle colline percotevano a man salva i carabinieri, impacciati in luoghi aspri; ond’ebbero a voltar faccia. Nulladimeno i cacciatori regi, ancorché stanchi e digiuni sempre guadagnavano terreno sino al meriggio, quando un po’ si riposarono. Ma i garibaldini non ostante il dittatore presente, scemavano d’animo e numero; e sì pochi restarono, che quando dopo un’ora i regi tornarono alla pugna non li trovaron più. Dappoi superate tre barricate, rotti gli Ungari presso S. Angelo, che soli fecero colà Qualche resistenza, presero quel villaggio;inchiodarono e rovesciarono in Burroni certi pezzi, quei sei presi alla casina Luongo con altre armi e munizioni mandarono a Capua; e fatti molti prigioni, si ristorarono con la zuppa del nemico.
Il Garibaldi involto nella fuga, vedendo ch’ove i vincitori scendessero a percuotere nella sua dritta a S. Maria era perduto; sebbene avesse chiamata la riserva da Caserta, pur né trasse buon colore d’allontanarsi per sollecitarla; e lasciò i suoi pochi superstiti, che s’andavan su per quelle creste fuor di tiro rifugiando. Sendo tutte le strade prese, dove per viottoli e vallate trafugarsi a S. Maria, ove giunse sull’ore due pomeridiane. Questo dunque de’ molti assalimenti della giornata aveva avuto compimento; mancò un generale che senza posa si lanciasse con quei prodi cacciatori a dar ne’ fianchi de’ rossi a S. Maria. Mail Rivera s’era stato giù, lungi dalla pugna; e i brigadieri Barbalonga e Polizzy, co’ soldati stanchi sedettero su’ trofei.
§. 25. A S. Maria.
Fieri affronti intanto seguivano a S. Maria. Il Milbilz vi stava con a manca il reggimento Faldella a S. Tammaro, e quello Melenchini alla via ferrata; al centro i reggimenti Langee e Sprovieri, e il battaglione volontario di Napoli, con altre riserve dietro; teneva la compagnia francese in casa La Valle incontro l’anfiteatro, e alla dritta sino alla via di S. Angelo i reggimenti Corrao e La Porta: tutti con trincee e cannoni.
Il Tabacchi menava 4500 regi in due brigate de’ tre reggimenti della guardia, mezzo battaglione tiragliatori e alquante compagnie del 9 di linea, co’ brigadieri Dorgemont e Marulli. Comandava l’artiglieria il colonnello Matteo Negri, e ’l maggiore Ferdinando Ussani. Partivansi in tre: una col Dorgemont pe’ Cappuccini s’avanzava Ira la via consolare e quella a S. Tammaro; altra col Marulli moveva sull’anfiteatro, ambe con cannoni e cavalli; e la terza d’un reggimento granatieri e due compagnie tiragliatori dovea stare in riserva col Tabacchi. il Negri, messe artiglierie dove la strada fa gomito coperto da una taverna, colpiva sulF anfiteatro e sugli archi antichi. Co ì quelle opere dell’età romane ritornavano a usi guerreschi, sempre più dall’ire umane che dal tempo percosse.
L’altra colonna di cavalli menata dal Sergardi volgeva a S. Tammaro, e fermava sulla strada presso la prima barricata nemica, alla taverna Ortichella. Il garibaldino Fardella al vederli, temente gli tagliassero la ritirata, lasciò pochi a guardia, e di corsa ripiegò sul Melenchini alla via di ferro. Ma il Sergardi stette molte ore inoperoso, ché aveva ordine di guardare la Foresta, ove supponevano nemici, e nessuno v’era, però tal comparsa di cavalli colà, non solo non fu utile, ma recò il danno di fare unire il Fardella al Melenchini, e sì ingagliardire l’avversario dov’era assalito da vero.
Tonando i primi colpi a S. Angelo, le due colonne s’avanzarono a S. Maria, ma con troppo aperte ali, onde si trovaron fievoli in ogni parte. Scontrano a’ Cappuccini i posti avanzati, e respingonli sul La Masa ch’usciva coi suoi; ed egli e quelli bentosto rifugiano nelle trincee. Il Tabacchi destinato a riserva fu spinto anch’esso colla sua colonna sulla via di ferro, e anche rigettò dietro i trinceramenti il Melenchini e ’l Fardella. I regi allora quando si credevano aver vinto, trovaronsi a un tratto avanti a ostacoli non preveduti, colpiti in fronte a scaglie su due lunghe e dritte vie dagli artiglieri sardi, colà postati da’ nostri disertori Verdinois, Morante, Iovine, Ferrari ed altri. Nondimeno sulla via consolare superarono una barricata, ma scontrarono la seconda agli archi antichi, che per l’ingombro della prima non si potea colpire, la quale fulminandoli da presso costrinseli a dare indietro. La sezione di tre cannoni troppo inoltrata né ebbe l’uffiziale Giordano sfracellato, un altro ferito su’ pezzi, e i cavalli uccisi; onde restò abbandonata e perduta.
In quella sull’ore otto del mattino arrivavano da Gaeta i giovanetti prenci reali, conti di Trani e di Caserta, i quali fattisi in mezzo, mentre con l’esempio e la voce rianimavano i soldati, soccorserli col 1. battaglione del 10, di linea col tenente-colonnello Afflitto chiamato da Capua. Il Negri con 10 pezzi dalla Taverna percosse e danneggiò le batterie contrarie; e i nostri fanti dopo un’ora riordinati tornarono all’assalto, ma uscendo i rossi ad incontrarli, in breve su tutta la linea fu general conflitto. La colonna della nostra sinistra col Marulli corse impetuosa sulla via S. Angelo, per isfondare il centro avverso, e separarlo dalla sua dritta, che già in quella parte piegava. Accorrendo il La Masa, fu tosto sforzato a rinculare nell’anfiteatro, se non che la compagnia francese da due casine con fitto fuoco rattenne i vincitori; i quali con errore si stettero a combatterla, invece di seguitare la vittoria. Anche il Milbilz, uscito dagli archi antichi era con danno respinto; tale che parecchi bravi soldati del 10.° di linea, inseguendolo, superarono gli accessi della città, e toccarono le prime case. Cercavano rinforzi, ma niuno li seguitava: riserva di fanti non v’era, la cavalleria non poteva operare ne’ luoghi abitati; e là dove un solo battaglione fresco bastava a vincere, mancò. Quindi non per opposizione di nemico, ma per difetto di compagni, ebbero a lasciare le toccate mura.
In quell’ora decima del mattino in tutta la battaglia la fortuna volgeva a’ Borboniani; fuggirono i ribelli, le strade di S. Maria eran deserte, le finestre avean pannilini, e già la popolazione s’aggruppava con voci reazionarie, e cercava arme per dar su’ fuggenti. Ma i nostri duci, mancando d’impeto, non s’avvidero del nemico scoraggiato; lasciarono passar l’oro, e dettero tempo accorresse per la via di ferro da Caserta prima la brigata Assanti, poi l’altra Pace, che rinforzando i rossi li fecero di nuovo uscire alla riscossa sulle strade. Inoltre arrivavano in fretta da Napoli e da Aversa quanto v’era d’armati e settarii stranieri, e artiglieri sardi e inglesi; di sorte che la difesa, quantunque confusa, pur potè per numero arrestare il progredimento de’ soldati reali.
Credesi non si vincesse per colpa delle guardie reali, non istruite a combattere in ordine aperto, sendo state sempre corpi d’onore. Assalendo serrali come in parata, colti dalle scaglie, parecchi s’invilirono; e quando si comandò l’ordine sciolto, spartironsi a gruppi, ed eran colpiti in frotta. Or l’uno or l’altro fingendo ferite sbiettava; altri allenando per digiuno e stanchezza, si lasciava cadere per terra; cosicché i pochi rimasti non si trovarono Inastanti contro i freschi arrivati. Brutto fu il vedere uffiziali a nascondersi o a partirsi; mentre altri bravamente, e i reali principi correvano pericoli nel mezzo de’ colpi per rattenerli. Una granata scoppiò avanti a’ cavalli dei principi, e una scheggia lacerò l’abito del conte di Caserta. Eglino adoperandosi da cavalieri menavano avanti quanto lor veniva alle mani; ma non v’essendo riserve, i pochi combattenti s’assottigliavano,così che sul meriggio tutti s’eran ridotti per terra sotto le mura capuane.
Arrivavano il re e il conte di Trapani in divise e a cavallo; e spinsero un’ora dopo novello assalto sulla via consolare, e sulla strada ferrata; il nemico da prima resisté, ma tosto restandovi ferito il Milbitz, riparò dietro i parapetti, e trasse a scaglia. Uno squadrone di cavalli ito col maggiore Pesacane, colto in fronte, ebbe a voltar faccia, e disordinò e disanimò gli assalitori. Allora il re vedendo l’impossibilità del vincer di fronte, ordinò che la colonna vincitrice di S. Angelo e ’l Sergardi da S. Tammaro, dessero sui fianchi di S. Maria; il che saria stata certa vittoria. L’ordine non andò al Rivera, che, rimasto indietro, non fu visto combattere; ma giunse a’ brigadieri Polizzy e Barbalonga, i quali per la stanchezza de’ soldati è da credere perdessero molto tempo a riordinarli. Dall’altra parte il Sergardi ubbidendo mosse co’ suoi cavalli a S. Tammaro, fugò i rari difensori delle quattro barricate; ed entrato, prese alquanti prigionieri e una bandiera; mentre il popolo festeggiandolo co’ pannilini e plausi, le case de’ faziosi ardeva. Egli più non veggendo nemico mandò chiedendo un battaglione di fanti per investire di a S. Maria, e non potendoli avere, restò.
Nulladimeno i garibaldini stavano in peggior condizione: perduto S. Tammaro e S. Angelo, sostenentisi appena agli archi antichi e all’anfiteatro, patite molte morti e feriti, erano grandemente scemati. Chi vedeva allora la guerra, lasciava il posto; e noi li miravamo arrivare a torme a Napoli pallidi e tacenti. De’ Calabresi e Siciliani pochissimi si tennero. Ma i regi combattuto in pochi e senza riserve, non avevano un battaglione fresco da ristorare la fortuna; però la battaglia durando sospesa per iscambievole impotenza, la mancanza d’azione de’ vincitori di S. Angelo e S. Tammaro die’ tempo al nemico di provvedere. Arrivava fuggente il dittatore; che al vedere tanto sgominio pur là, correva gridando: si rassicurassero; esser egli su tutti i punii vincitore; e sì rattestando andava i fuggitivi. Venendo da Caserta il resto della riserva, cioè il Turr con le brigate Eber e Giorgis, spinsele parte fuori S. Maria, parte a S. Angelo; ed altri Sardi e cannoni accorsi da Napoli postava sulle batterie della ferrovia e degli archi antichi.
Frattanto Francesco e i reali principi adunando per entro Capua e fuori i più volonterosi per tentar l’ultimo sforzo, lanciaronli sull’ore quattro vespertine contro le insuperate trincee. I rossi uscirono a incontrarli dalla via S. Angelo e dalla città, assalendoli di fianco e di fronte; onde seguinne sanguinosa avvisaglia per oltre un’ora. Là una palla lontana colpì il Garibaldi avanti la barricala, con poco danno alla gamba sinistra, il re raggranellate alquante centinaia del 10 e del 9 di linea, mandolle a rafforzare la pugna col colonnello De Liguoro; ma benché facessero prodezze, sondo magre, e arrivando poche per volta, bastarono solo a serbare le posizioni virilmente dal colonnello Marulli sostenute. Allora il duce Ritucci, considerando non si poter vincere con sì sparute forze, ordinò la ritratta, e che cavalleria e artiglierie la proteggessero.
In quel mentre per gioco della sorte quattro compagnie tiragliatori per la strada di ferro, superate le trincee, toccavano le prime case di S. Maria, abbandonate da’ difensori; e chiedevano rinforzi per entrar dentro, quando lor giungeva l’ordine di ritirata. Importante cominciando questa da tutte le parti, i garibaldini uscirono a incalzare, ma pochi squadroni di carabinieri, non ostante l’inadatto terreno e l’albereto, sì menarono le sciabole, che lor né cavarono la voglia. Ferito a morte con arme bianche caddevi un Fluget tenente ungherese con altri molti, e i carabinieri facevano più, se la fortezza noi vietava, che sovente errando i colpi scambiavali per nemici e li feriva; come avvenne presso la casa Saullo, in punto ch’eran per dare un’altra carica. Il colonnello Grenet, con soli cent’uomini superstiti del suo reggimento e lo stendardo, fe’ sosta; e aiutato da’ cavalli, tenne il fronte sinché tutta la truppa si ritirò.
Similmente per ordine ritraevansi le genti da S. Angelo e S. Tammaro, dopo un giorno d’inutili combattimenti. Lasciavano i luoghi con tanto sangue conquistati, per mancanza di mille uomini freschi, da proseguire la vittoria. E stava sulla dritta del Volturno il Colonna con una brigata intatta, a vietare gl’intentabili guadi al nemico, che né il voleva, né il poteva. Divisi in più parti, mancò l’unità del comando e la simultaneità delle offese: dove si vinse si restò fermi; si die’ a’ vinti il campo di agglomerarsi a S. Maria; dove, per pochezza de’ nostri e per gagliardi ripari avversi, più deboli eravamo; colà appunto ov’era mestieri d’impeto e forza. Il Ritucci, restato sempre avanti al fuoco, sfidò inutili rischi, poco guardò lo insieme; e parve più impavido soldato che veggente capitano.
§. 26. A Maddaloni.
Il Mechel aveva ordine di studiare il tempo, per procedere con la sua divisione da S. Salvatore pe ponti di Valle e la strada S. Lucia, e assalire il 1. ottobre i garibaldini a Caserta; il che se avesse fatto, dando lor nelle reni, impediva alle loro riserve d’accorrere, e poteva di rovescio S. Maria investire. In tal movimento stava la forza del concepito disegno; né certo era facile eseguirlo appieno, quando già il nemico, sapendolo, v’aveva preparato ostacoli e contrasto. Ma il De Mechel variò dal prescritto: scemò sue forze; die’ tremil’uomini al colonnello Ruiz (quello di Calabria) acciò per Morrone salisse a’ casertani monti, donde scendere a combattere Caserta; e a sé co’ tre battaglioni stranieri riserbò lo aprirsi il passo pe’ ponti, e occupare Maddaloni. Spinse infatti il Ruiz la sera innanzi, a guadagnar cammino; ma costui movendo da Caiazzo si fermò due ore presso la scafa al Torello, e fece una seconda fermata a Ducenta; dove il Mechel sopraggiungendo, a riposare lo trovò. Dovea prevedere non poter più quella colonna giungere alla designala ora a Caserta, e dovea ripigliarla seco; ma si contentò rimproverarlo e sollecitarlo; e co’ suoi tre battaglioni, cinquanta cavalli e dodici cannoni proseguì.
Il Bixio lo aspettava, attelato a opporglisi così: la brigata Eberardl alla dritta, sul monte Longano; l’altra Spinazzi al centro, a Villa Gualtieri, poco in giù dell’eremo S. Michele, a cavaliere sulla strada per Caserta, a sinistra quella Dezza sul monte Caro, in riserva la colonna Fabrizi, all’eremo del Salvatore sulla via di Maddaloni. E, fortificato il gran ponte con cannoni, stava un battaglione a Valle di vanguardia.
Il Mechel giunto sull’ore sette matutine fugò questa gente; e scorte le posizioni nemiche, suddivise in tre la sua brigata: mandò il maggiore Migy col 2.° battaglione sul monte Caro, il maggiore Cechter del 3 al monte Longano, ed egli in mezzo col comandato dal maggiore Goeldlin e le artiglierie, investi dalla strada le barricate sotto gli archi del ponte. Iti quelli su, cominciò verso l’ore nove, da tre parti la pugna. Le sue forze in proporzione d’uno contro quattro neppure tra sé in valore eran pari: il 3 (0 )battaglione, tutti Svizzeri, già stanziato a Maddaloni, eran bravi e fidi, sapevano le distanze del tiro su quei luoghi studiali da loro, sicché non mancando colpo, fecero de’ rossi mal governo, ma gli altri due quasi tutti Germani, il più Boemi, mandati da que Ile sètte a posta a minarne, non ebbero né valore, né fede.
Nulladimeno i Garibaldini del Dezza sul monte Caro, non punto gente migliore, al vederli fuggirono per la china occidentale del Tifala, onde accorse la brigata Spinazzi da Villa Gualtieri, e qui venne chiamata dal Salvatore la colonna Fabrizi. Quei del Dezza ristorati dal soccorso, si postarono qua e là per le vette a schioppettare accovacciati; ma li aiutò più la inazione de’ Germani, che sordi a’ comandi gittavansi per terra, accusando fame. Eran gente raccogliticcia, parlanti dialetti diversi, inintelligibili anche tra loro, che rendeva impossibile la disciplina. Gli uffiziali e sottuffiziali sendo svizzeri, frementi dell’onta, s’unirono con pochi soldati di nazione Ungheri e Viennesi, e lasciati quei tristi indietro, affrontarono il nemico, il quale ora scendeva a incalzarli, ora rinculava, e questa vicenda tra pochi bravi dell’una e dell’altra parte durò sino al tardi. Però quelle non tocche vette servirono di rifugio a parecchi fuggiaschi garibaldini della giornata.
Intanto le artiglierie regie dalla strada percussando le avverse, prima le fecero lacere, poi fuggire, perlocché il Mechel conquistato un cannone, si volse a rinforzare la sua sinistra, già presso i molini alle mani. Colà l’Eberardt si difendeva strenuamente, e si fe’ sangue: vi perì un giovinetto capitano figliuolo del Mechel, colpito in fronte. Il misero padre versò una lagrima, poi gridò Viva il re! e si scagliò a vendicarlo. Il nemico percosso pur di fianco, fuggi a rotta, abbandonando Longano: di qua gli Svizzeri né fecero strage con giusti tiri, dove quelli sbagliando le distanze davano in terra, però danneggiato molto, il Bixio col restante piegò a Villa Gualtieri, ove non essendo incalzato, si potè fermare in una linea perpendicolare a quella che teneva prima, con le spalle a Caserta e a Centurano, come a impedire quel passo.
Restando Maddaloni aperto al vincitore, il Mechel passò il ponte, e fermò a mezza via, alla Cappelletta, traendo con qualche cannone in su, a S. Michele. Se procedeva alla città, il Bixio girato alle spalle avrebbe avuto a fortuna lo scampar presto, e già per tal timore i suoi fuggivano a sclami, giù per le rocce occidentali con cavalli e bagagli in quei ripidi luoghi. La mia villa lor servì di nascondiglio, varcatene le mure, s’ascondevano per macerie e macchie. Chi gittava l’arme, chi arnesi e camice rosse, chi in tuguri! cercavan vesti paesane, gremite di fuggiaschi le vie di Napoli e dei Principati. Altri scampando per Maddaloni, allo entrare gridava s’alzassero le bandiere nere sugli ospedali per salvare i feriti; e sì il paese si commoveva alla riscossa, che un popolano uccise qualche garibaldino dalla finestra. Ma il Mechel o non sapesse lo affralimento del nemico, o impedito dalla mala volontà de’ Boemi, non occupò la città, e stette più ore in aspettazione di novelle del Ruiz, col quale piombar d’accordo sopra Caserta. Troppo distanti erano. Laonde veduto non riuscito questo scopo, verso l’ore cinque vespertine cominciò la ritratta.
Allora il Bivio con poche centinaia raggranellati per quei greppi molestò i regi a coda, ma non troppo. Raccolse la dimane 65 Alemanni, che volontarii s’eran per quei casolari rimasti a dormire, e cantò vittoria. Ma la sua divisione né fu disfatta, e centinaia di morti per quei valloncelli, mal sepolti, più mesi dopo al cader delle piogge con Tossa biancheggiarono.
§. 27. A Caserta.
Il Ruiz frattanto con gli avanzi del 6.° 7.° e 8.° di linea andando pian piano, anche a Limatola riposò. Era là un Bronzetti garibaldino con 250 uomini, ch’avean fatte empietà grandi, malconcia la chiesa, stoccheggiati i santi, guaste più case, spezialmente quella d’uno speziale, perché realista, e i farmaci e Tampone sperperate, ma al vedere i regi s’eran ritratti a Morrone. Il Ruiz, che doveva andare a Caserta, si fermò, e mandò a combatterli il maggiore Nicoletti, con un battaglione del 6.° Questi li assaltò nella vecchia torre sopra il paese, poscia afforzato da’ maggiori De Francesco e Musso con altri cinquecento, difendendosi pur quelli alla disperata, dopo più ore v’entrarono in frotta. Uccisero il Bronzetti, il chirurgo e altri pochi, il resto ebbero vivi; cioè undici uffiziali, dugento soldati, e sei feriti. Il Ruiz sul tardi s’incaminò per Caserta Vecchia, dove più non valeva lo andare, e trafelato sull’imbrunire v’arrivò. Quei ch’avean superato Morrone, venendo avanti disordinatamente, ebbero quattro colpi con l’avanguardia della brigata Sacchi al parco di S. Leucio; e preso un capitano con pochi altri, lasciato il De Francesco sul propinquo monte a guardare la posizione, si congiunsero a sera col Ruiz sopra Caserta Vecchia, stanchissimi, digiuni, e alla spicciolata. Questo Ruiz spensierato si cacciò nel convento de’ Cappuccini, e lasciò la gente al sereno e affamata, onde fu necessità che uffiziali e soldati si sparpagliassero alla cerca di pane e paglia, senza più ordine nessuno di milizia. E giuntogli la notte l’avviso del Mechel che tornasse indietro, udendo la vicinanza del nemico, invece d’unire la truppa, ordinò sull’alba a’ maggiori Musso e Nicoletti di raccogliere quanti potessero soldati, e tenere il posto, mentre egli altrove campeggerebbe; e al tenente-colonnello Freschi comandò si ponesse sulla china del monte di rimpetto Morrone, per farsi guardare le spalle. I cannoni in quello sparpagliamento rimasti abbandonati, ove il nemico se n’avvedeva erano rubati, egli con pochi artiglieri li ridusse al piano di Morrone, e raggranellando per via drappelli come capitavano, se né andò, abbandonando gli altri.
La sera del 1 ottobre, come a Caserta udironsi i regi sul monte, fu un terrore: i pochi Calabresi là rimasti nicchiarono, e fu gran fatica dell’Ungaro Teleki a tenerne alquanti. Il Garibaldi da S. Leucio vi mandò i Calabresi dello Stocco e la brigata Assante; ed egli al mattino corsevi per Briano co’ carabinieri genovesi, ordinando a tutta la brigata Sacchi di seguirlo. Oltracciò comandò al Bixio accorresse da Maddaloni pe’ monti. Il Sirtori giunto allora, spaurito più di tutti, chiamò in fretta da Napoli i Piemontesi di truppa regia; ed ebbe la notte un battaglione bersaglieri, che postò coi suoi cannoni al mercato. Tanto sgomento avanti a pochi Borboniani dispersi, mostra come la battaglia avesse l’esercito rivoluzionario prostrato.
Intanto i maggiori Nicoletti e Musso ch’avean raccolto da 250 uomini per ciascuno, e il De Francesco, credendosi seguiti dal Ruiz, e che s’avesse giusta il disegno a scendere al piano, stettero a’ loro posti così: il De Francesco alla dritta incontro S. Leucio; il Musso al centro un po’ giù dalla via a Morrone; e ’l Nicoletti presso la torre di Caserta Vecchia. Il Musso cominciato uno schioppettio co’ rossi a Casolla, come uno de’ suoi fu colto, i soldati si precipitarono giù a vendicarlo, scacciarono gli avversarii dalle occupate case, cinquanta né agguantarono, altri uccisero, fugarono il resto; ed ciati del prospero successo s’avanzarono a Caserta, mandando, al Ruiz avviso che venisse. Costui ito già più miglia lontano, mandò invece l’ordine di ritratta, il quale giunse al De Francesco solo, che con alquanti prigionieri lo raggiunse; ma il Musso pugnante non l’ebbe. Ebbelo sì il Nicoletti; ma i suoi che avean sentito lo schioppettio a Casella, non vollero dare addietro, e si spinsero al piano; dove volgendo a dritta s’accostarono a Caserta, sino ad Aldifreda e allo stradone S. Antonio. Là combattendo le pugnaci case, qualcuna a sinistra né conquistavano.
Intanto II Bixio da Maddaloni e il Sacchi da S. Leucio, già prese le alture, bersagliavano le spalle a’ regi; dalla dritta arrivava il Garibaldi, dalla manca i Calabresi, e di fronte i Piemontesi co’ cannoni infilavano lo stradone; però quelli da tutte parti cinti, senza artiglierie per rispondere, sopraffatti, posarono l’arme. Il Musso ignorando in che mala condizione fosse, sceso da Casolla, andò più ore cercando pe’ campi i compagni, sinché saputo ch’eran prigioni capitolò con la gente del Bixio sulla strada tra Centorano e Caserta. Gli uni e gli altri prigionieri furon cinquecento, ma se né trovarono molti altri per vie e capanne, dove sin dalla sera avanti s’eran iti, come ho detto, ricoverando per mangiare; sicché tutti furon da novecento presi con arme o senza: uomini dal loro condottiero abbandonati. Questo Ruiz intanto, raggruzzati di là da Morrone ottocent’uomini, passando a guazzo il fiume, a Caiazzo si ricondusse; rotto, senza battaglia; ma tre volte rischiò d’esser da’ soldati ammazzato, che il gridavano traditore; onde spaurito fuggì a Capua, solo, lasciando ogni cosa. In Calabria aveva abbandonata tutta la brigata, a Caserta né abbandonò mezza; sì due volte nella stessa guisa, in men di due mesi, mancò: esempio non più visto di dabbennagine di chi due volte fidò in lui. Fu il Crouchy del i ottobre.
§. 28. Critica della battaglia.
Questa giornata tale fu che l’ho descritta, scevra delle fantasie schizzate dalle penne garibaldesche. Assai errori di strategia e tattica reserla inutile prima e dopo. Ogni buon capitano se assale il nemico da molte bande, si a grosso in una, e fa nell’altre finti sforzi per tener diviso e incerto l’avversario; noi per l’opposto dividemmo e suddividemmo le forze nostre, facendo davvero in tutte parti, e in nessuna con numero sufficiente. Anche superando il nemico, il costringemmo a concentrarsi; e vincitori restammo inoperosi,con le membra spezzate aventi miglia, ignari gli uni degli altri. Ciascuno aspettando dell’altro novella, dopo vinto non avanzava, ond’ebbero trionfi vani. Tentammo quattro volte la fortuna; e per una sola che ne fu contraria, non valsero le tre prospere. Avevamo quarantamil’uomini, e combattemmo col terzo; non lasciammo riserve, i cavalli inopportunamente usammo. Con pochi, mentre fiorenti divisioni posavano oltre il Volturno, combattemmo pe’ destini del reame. Ignorando i ripari avversi, là dov’erano maggiori lanciammo soldati men pugnaci, e stanchi e digiuni. Respinti, invece di tentare assalti di fianco, tornammo sempre ad assalire il punto stesso, e con forze minori; sicché anche superati gli ostacoli due volte, fu vano per mancanza di seguito; e senza pro tanto sangue si sparse.
I garibaldini descrivono la battaglia tronfiamente, con pugne da epopea; ché parecchi di loro sendo scrittorelli, mandavano lettere a’ giornali encomiatrici di se stessi, poi per tutta Europa ristampate. Ma se i Borboniani non seppero vincere, neppure lo esercito rivoluzionario guadagnò terreno: dopo la giornata i regi restarono a’ posti di prima; quello scemò per fughe, perdè il prestigio, strinse le linee d’avanguardie, niente altro operò, ed ebbe necessità di quarantamila Sardi che il cavassero da quella stretta. Anche le perdite, per la nostra migliore artiglieria furono a lui più sanguinose. Avemmo mille e più fuori combattimento,oltre i detti prigioni. Il nemico, dice il Rustow, avesse 506 morti, 1528 feriti, 1589 tra prigioni e smarriti; ma vedemmo parecchi dì la strada ferrata menar feriti in Napoli, e qui pigliarsi a forza carrozze da nolo e private, per portarli ad ospedali e conventi; il rapporto uffiziale di S. Sebastiano novera 4050 feriti giunti colà nel solo 1.° ottobre. Se Napoli era pieno, i paesi più vicini eran colmi. Credo perdessero tra morti, feriti e prigionieri da quattromila: fuggiaschi non numerabili.
Confrontando i danni, vedesi i soldati regi meglio menate le mani; per l’opposto i duci loro fecero meno de’ duci avversi; di questi alquanti, e anche il Garibaldi ebbero ferite; de’ regi niuno, ché i più si tennero discosti dal fuoco. Gli uffiziali rossi risicando molto nella impresa operavano volonterosi; e dove non bastavano forze, s’aiutavano con bugie, favellando di vii; torio tra sconfitte; gli uffiziali regi se buoni tacevano, se mali spaurivano i soldati; onde avvenne che i Borboniani vincendo retrocedevano, e quelli fugati tornavano a’ posti perduti.
§. 29. Il Garibaldi si trionfa.
Il Garibaldi che pe’ nostri errori era campato da ruina, nell’ore pomeridiane fugalo da S. Angelo, diceva alto siamo vincitori; ripetevalo chiedendo soccorsi a Napoli e a Caserta; e ripetevalo al Bixio scacciato da’ Ponti di Maddaloni. A Napoli commossa per l’aspettazione del regio vessillo, fe’ incollare a’ muri un suo telegramma: Siamo vincitori su tutta la linea. Smentivalo il pallore de’ fuggitivi,le centinaia degli arrivati feriti, lo accorrere de’ Sardi e degli Inglesi. A S. Maria il 2 fu dopo il meriggio un panico terrore: Garibaldini e plebe sclamando: Viene la cavalleria regia! uscirono in frotta verso Caserta. Le botteghe si chiusero, sparirono i venditori, le barricate restarono deserte: e bel caso fu che s’incontrarono co’ Casertani, fuggenti del pari da’ veri regi scesi da Caserta Vecchia. Rassicurati poi dell’errore, ciascuno tornò baldo al posto, senza altro danno che il digiuno, per fuga de’ venditori.
In Napoli grande ansia: temere e sperare, far capannello, dimandare, serrarsi, pregar santi, secondo i pensieri e le parti. Seguì buia incerta notte, peggior domani. Il colonnello sardo Santarosa venuto in città con un reggimento, rimbarcò in fretta mezza la sua gente; e aspettava ravvicinarsi da’ regi, per navigar via col resto. Chi sospirava i gigli accorreva, mandava corrieri avanti: non si sapeva spiegare come i generali del re, tenendo la via sgombra e Napoli aperta, tardassero tanto; imminente era del popolo lo scoppio; s’aspettava la bandiera. I rivoluzionari ad ammaccar gli animi mandarono per le strade in più drappelli i prigionieri di Caserta, laceri, stanchi, digiuni, sputacchiati da’ camorristi. Allora ogni onestuomo si sentì stringere il cuore. E intanto i prigionieri garibaldini dentro Capua avean cure pietose, e anche permesso d’esser da’ compagni e dalle loro soldatesche visitati.
La sera del 2, assicurati dalla inazione de’ regi, ordinarono le luminarie in Napoli: due camorristi a nome della potestà sforzavante; ma riluttando la coscienza, furono pochi lumicini e radi. Mancava questa scelleratezza dell’ostentare allegria tra tanto versato sangue. Il Gavazzi concionava, raccontava a’ lazzaroni maraviglie, gesticolava da ossesso, e si faceva plaudire a verbo. Da una loggia del teatro S. Carlo, predicò che Vittorio dicesse al papa Datemi Roma, e vi darò Cipro e Gerusalemme. Il dittatore dettò mirabilia della battaglia; encomiò i suoi, e più gli Ungaresi (benché fossero Tedeschi), per vezzeggiare quella nazione, cui prometteva l’anno venturo sbarcherebbe in Dalmazia a liberare Ungheria; e per darne un arra, fe pubblico dono a Turr di due batterie, una da sei e una rigata. Anche pubbliche grazie rese all’anglo comandante del Renovvn, ch’avea fornito artiglieri.
§. 30. Perché i regi non riassalirono.
A ragione trionfava, poi che i duci nostri non usavano le forze. Il re la sera del 1 ottobre, ricordando che talora il non riusciuto in un dì compissi il domani, pensò d’accampare sotto gli spaldi, per ricominciare le offese al mattino; laonde vietò lo ingresso in Capua alle ritraentisi soldatesche. Se ciò s’eseguiva con fresche schiere, chiamando la brigata Colonna vicinissima, l’urto coincidendo con quello da Caserta Vecchia, per le prostrate forze avverse, risuscitava la fortuna. Ma i generali, che niente delle male condizioni garibaldesche sapevano, né punto nelle reazioni popolari speravano, vedevano dannosissima l’audacia del riassalire alla dimane; prima osservarono che meglio i soldati riposerebbero nelle mura, per uscir più vigorosi al mattino; entrati, la vinse il sonno. Al re mostrarono la mala voglia della guardia reale, sconnessa, depressa, e mezzo spogliata; la ignoranza de’ casi del Mechel; la difficoltà d’aver subito truppe fresche, e nuove munizioni e arnesi; la temenza di suscitare scene di sangue in Napoli; e la possibilità d’un sinistro, che distruggerebbe lo esercito, ultima speranza del reame. Difficile dopo anche una vittoria ripigliare il campo la dimane, difficilissimo dopo tanto contrastata pugna. Posta la ignoranza da’ danni garibaldesi, quelle ragioni parean buone; e il re la notte stessa tornò a Gaeta.
Ne’ dì seguenti il re e i ministri instavano vieppiù a persuadere il Ritucci procedesse avanti; ma venute le nuove della quasi disciolta brigata Ruiz, ei più si raffreddò. Mancandogli spie e ogni notizia del nemico e del paese, guardando solo alle scemate condizioni del suo esercito, preferì lo aspettare. Imitava Fabio, ove si voleva Marcello. Non sentiva il rumoreggiare de’ Sardi sulla frontiera; e per non combattere presto un nemico affralito, presto si trovò tra questo e altro nemico forte. Il ritardamento spiaceva a’ soldati, sospettanti di tutti: il 5 su’ bastioni, volendo quelli far fuoco senza comando, fu un tumulto; seguì il giudizio di guerra, e la fucilazione d’un sergente Bruno, del 15.° cacciatori; dopo di che a impedire altro scoppio, quasi ogni dì nella piazza erano i conti di Traiti e di Caserta. Così la sola punizione vista in tutta la guerra fu a uno che voleva combattere, mentre stavano impuniti codardi e traditori. A’ 5 ottobre il re diede al Ritucci facoltà di promovere sul campo sino a colonnello, e largire croci cavalleresche sino a commendatore. Dappoi l’8 fe’ tenente-generale lui e il Salzano, maresciallo il Mechel, e brigadieri altri; e pur così promosso, incredibile cosa, il Ruiz. Seguitarono sessioni, e ingiunzioni spesse per assalire; niente fu deciso, non ostante si sapesse il preparato plebiscito, e l’entrata de’ Piemontesi.
§. 31. Il nemico provvede a sua salute.
La dimane della battaglia accorse chiamato al campo rivoluzionario il Cosenz ministro di guerra, a comandare tutte le genti a S. Maria. Presero a far ripari: arretrarono le avanguardie, le tolsero da S. Tammaro, e crebbero le trincee attorno. Una batteria avanti gli archi antichi, con sacchi a terra, a dente, alta quattro metri, con quattro cannoniere, da dominare la campagna; e prolungarola da’ canti con due cortine a feritoie; dentro restò l’anfiteatro, e ’l terreno tra le vie di Capua e S. Angelo. Altra batteria e palizzata nella gola a manca di questa ultima strada, là dove i regi avevano sfondato, e lor disgiunte l’ale. Altra di quattro cannoni presso la stazione della ferrovia; una sul ponte verso S. Tammaro, con sacchi a terra, e tre pezzi da battere il fianco meridionale della via di ferro; e un’altra alla cappella de’ Lupi sulla via di S. Erasmo. Ogni strada asserragliarono, con fossi, parapetti e feritoie; e tutta S. Maria cinsero con una curva di circonvallazione. Sull’atrio della chiesa di S. Angelo posero due cannoni grossi; uno rigato sul piano del villaggio, e altro più giù, da infilar la via. Per lavorare pigliavano muratori a forza, e pur da Napoli. Dal napolitano arsenale, per cura de’ nostri disertori uffiziali, trassero arme e attrezzi e cannoni senza fine. Sicché quelli assedianti dopo il 1.° ottobre si serrarono da assediati, aspettando i Sardi liberatori; e i duci nostri lor né dettero l’agio e il tempo.
Garibaldi a’ 7 del mese con altra proclamazione promise danari e onori a chi disertasse dal re; ne ebbe un soldato; anzi i Calabresi a torme se ne andavano. Per aver almeno fanciulli, corse il 15 al militar collegio di Maddaloni; ma vistosi guatar bieco, lor tolse l’arme, il denaro della cassa, e sin le vesti; ancora che i suoi avessero già occupato parte del luogo, e depredato il meglio. Ma generoso lasciò invece 112 ducati per una colezione.
§. 32. Disordine di quell’esercito.
I garibaldini da spensierati meriggiavano per le vie, poltrivano per taverne e bische, tuffavansi nelle vivande, nel vino, nelle lascivie, e disperatamente giocavano e sguazzavano. Vestiti magni, ricami, galloni, trine, fasce, stivaloni, sproni dorati, mantelli teatrali e muliebri. Brilli così e scialacquanti, per denari non più sentiti in tasca, cercavano agi e fuggivano fatiche; i men valenti più gonfi, i più oziosi più rapaci; quindi disordine, abusi, ruberie. Era marmaglia ragunaticcia, senza ordinanza, né ubbidienza, invadente cose pubbliche e private; non potendo meglio barattavano gli arnesi, L’arme, le cartucce, le coperte, e fu mestieri fornirneli reiterale volte; tanto che il Zambeccari direttore di guerra, con minaccioso editto del 19 proibiva la vendita di cose militari. Svolazzati i soldati, migliaia vedevi d’uffiziali, fattisi tali da sé. Il ministro Cosenz a spurgarli, e a farli parere men tristi al vegnente re Vittorio, ordinò ch’ogni divisione notasse gli uffiziali in tre classi: pria i buoni, poi chi difettasse, in ultimo i mali. Eppure siffatto esercito non mai giunto ad aver ordine, dicevano enfaticamente meridionale; a dinotare la solidalità d’ambi allo scopo stesso.
§.33. Voci d’un Garibaldi morto.
A un tratto sparsesi per Napoli morto il Garibaldi a Caserta per ferita, il cadavere chiuso in cassa ito con lagrime e mistero alla Torre, imbarcato per Genova. Forse altro morto fu quello, se fu, ma la fola, per le sopravvenute cose, prese radici e diventò popolare. Dopo tanti vanti e ostentata vittoria, il veder quell’esercito svanire, serrarsi, né più operare, l’accorrere del Cosenz al campo, lo sparire del Nizzardo, tutto parca confermare quella morte. Quando ci fu per poco riveduto in Napoli, dissocio falso, e per oltre un anno rimase fermo nelle napolitano fantasie che più non vivesse. E la universale opinione teneva la setta, in ogni cosa menzognera, capacissima di falsare un uomo.
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