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Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo Volume secondo (XXV)

Posted by on Giu 1, 2026

Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo Volume secondo (XXV)

LIBRO VIGESIMONONO

SOMMARIO

§. 1. Anarchia. — 2. Pericoli del padre Gavazzi. — 3. Capua non presa. — 4. Fatti di Civitella del Tronto. — 5. Protesta di re Francesco. — 6. Simpatie francesi ed inglesi. — 7. Affetto all’infortunio. — 8. Le grandi misure del Cavour. — 9. Avvisaglie sul Volturno. — 10. Attentato al Garibaldi. — 11. Fatto del Macerone.— 12. Il radiatore dei paesani. — 13. Disegni di guerra. — 14. Succede duce il Salzano. — 15. Abboccamento del Cialdini e ’l Salzano. — 16. Incontro di Vittorio col Garibaldi. — 17. Scontra a Cascano. — 18. Pericolo corso da re Vittorio. — 19. Capua bombardata. — 20. Resa. — 21. Commedie garibaldesche. — 22. Prima impresa del Chiavone. — 23. La linea del Garigliano. — 24. Vittorio respinto dal Garigliano. — 25. Il regio campo bombardato da mare. — 26. Nuovi disegni di guerra. — 27. Pratiche per passare la frontiera. — 28. Mola bombardata. — 29. Nuove diffalte.— 30. Tentata capitolazione a Terracina. — 31. L’arme a’ Francesi. — 32. Il basta all’Italia. — 33. Gaeta. — 34. Fazioni a Montesecco. — 35. Diffalta del colonnello Pianelli. — 36. L’assedio a Gaeta. — 37. Il presidio di Messina. — 38. Il congresso di Varsavia. — 39. Ibridezza inglese.

§.1. Anarchia.

Il libero pensare mena all’errore, il libero fare mena al male; e la rivoluzione ch’è libertà di pensare e d’operare è menzogna e delitto; però col trionfo, diventata essa governo, si succedono innumerevoli fallacie e misfatti, che sono impaccio al narratore. Codardie, tirannie, ferocie, spogli, false glorie, vendette,rappresaglie tutte simili dovrò dire, sol variando nomi e luoghi, né per far opera più gradevole inventar posso, né tacer voglio. Come la provvidenza tutte cose dispone a un fine, così un filo lega coteste peripezie uniformi, ch’han tanto bruttato e insanguinato il reame, e ridottolo al presente servaggio; ma il fine della Provvidenza sta nello avvenire, lo storico narra il passato.

I camorristi fabri plateali di quei brogli, lor parendo aver dato il trono a re Vittorio, pettoruti si fecero domini di fatto. Viaggiavano gratis per le vie ferrate, accompagnavano alla libera i contrabbandi, battevano i doganieri, imponevan multe e contribuzioni a’ privati, comandavano feste, lumi, bandiere, menavan gente in carcere, schiaffeggiavano, ferivano, uccidevano qualunque lor paresse. A ogni sopruso s’accompagnava l’inno garibaldese, quasi compensamento d’ogni male, notte e dì negli orecchi. Andavano per piazze vendendo le rubate cose, le mercanzie di contrabbando, il sale a un soldo il rotolo, e gridavano: Sono usciti i ladri! Ladro il governo di Francesco per miti imposte, galantuomo Vittorio che le lasciava a loro; ma presto s’assaporarono le imposte del galantuomo. I Garibaldini peggio de’ camorristi, dove gli occhi le mani: padroni di tutti luoghi, entravano in case e conventi, vi portavan figli e mogli o drude, comandavano con la frusta, e pigliavano a libito, sin la carrozza per andare a spasso. Ciò facendo, e d’ogni sacra cosa sparlando, dicevanla libertà!

Pigliò una vertigine a tutti. Il 25 ottobre s’ammutinarono gli artefici dell’arsenale; e due loro ispettori ferirono. Lo stesso due giorni dopo a Pietrarsa; accorsero soldati, e chiusero il luogo. Lo stesso alla fonderia d’Heardy. I garzoni sartori si scioperarono per far crescere la mercede. Il prefetto di polizia a’ 29 minacciò punizioni a’ perturbatori, ordinanza morta. Soffiavano nel fuoco parecchi giornali stranieri, e paesani, ché volean la rivoluzione più avanti sospingere; ma chi abbrancato il potere voleva fermarsi s’infuriava per la furia altrui. Il ministro di Polizia con ordinanza il 5 novembre abolì molti giornali francesi e la Torre di Babele, perché metteva in canzone persone inviolabili, cioè esso Conforti e consorti.

§. 2. Pericoli del padre Gavazzi.

Fra tanta anarchia anche la religiosa. Il Pantaleo, il Gavazzi, il padre Giuseppe da Foria, e altri apostati facevan prediche per libidine di bestemmiare; stampavano, strepitavano, mescolavano armi e crocifissi, pugnali e rosarii, cocolle e tuniche rosse, cingoli e fasce tricolorate, e in piazza, in teatro e in chiesa. Il Gavazzi col dittatore volevano piantare il protestantismo in Napoli; però abolito il concordato col papa, e i posteriori decreti sino al 57 per libertà ecclesiastiche, davan suoli gratuiti a’ protestanti, da ergere un tempio a Messina, e due a Napoli; de’ quali uno per la Congregazione evangelica. Il Gavazzi per far più presto, cominciò pigliando le chiese fatte, cioè voltando chiese cattoliche al nuovo culto; e pose gli occhi su quelle de’ Gesuiti espulsi, il Gesù nuovo e S. Sebastiano. Ottennele a’ 23 ottobre con decreto dicente: «dargli quei locali, acciò si destinassero al culto cattolico romano nella sua purità, e alla spiegazione della scrittura, e alla semplice evangelizzazione di quelli che da gran tempo il desideravano.» Appella locali le chiese, quasi prima vi fosse l’islamismo. Il Gavazzi ne prese possesso il 25, scacciandone il rettore messovi dal cardinale.

Invano il Vicario generale reclamò e protestò. Tosto fe’ radere il marmoreo giglio dallo sendo della porta, simbolo dell’Immacolata, ch’ei credè di Borboni; tolse i quadri de’ santi gesuiti, e un’enea statuetta della Madonna, dicendo l’altre immagini e i confessionali abolirebbe dopo. A’ 27 affisse un cartello nunziando sé direttore, un Miele rettore, e un Bottini vicerettore, la chiesa appellarsi Il Cristo risorto; invitarsi il popolo per l’apertura la dimane, e alla predica del nuovo titolo; e andar poi tutti in processione al camposanto, a inghirlandare le teste de’ martiri del 48. Il popolo ne fremé, e spiacque anche a quei liberali che non volevano scismi, e più a certi preti liberali, che in quella chiesa trovavano a dir messe ben pagate, i quali giurarono d’impedirlo. Inoltre un Arduino, maestro di cappella del Gesù, che dal rito puro prevedeva aver lo sfratto, sendo uffiziale nazionale, pose su i colleghi; e corsero in molti al general Tupputi, minacciando su bug li; sicché spinserlo a ottenere dal prodittatore la rivocazione del decreto. Pertanto al mattino, sendo liberali e non liberali contro il novatore, popolo, nazionali e preti schieraronsi in piazza; e comparso il Bottini con le chiavi, Francesco Caravita maggiore del 3.° battaglione, svillaneggiandolo, gliele tolse, e ’l mandò via. In quella parecchi popolani chiamando con gran voce il Gavazzi, dicevano: «Voleste la costituzione, e noi zitti, ora ve la pigliate con la casa di Dio; ma è finita, oggi chi more more.» Gl’italianissimi venuti a udire la predica del Gerofante, a tal predica non fiatarono. Il popolo statosi là minaccioso più ore, non si partì, se non viste ite le chiavi al ministero. Poi messo le soie al Gavazzi, saputolo il 30 ascoso in casa un amico al vicolo Carrozzieri, il chiamò giù con istrepito; ma i Nazionali accorsi, a scansare il peggio, preserlo prigione, e tra fischi e improperii sei portarono. Ma avendolo a sera rimandato libero, il popolo gli corse a casa: ei fuggì, s’ascose, si tagliò la barba, smise la giubba rossa, e con cartelli dichiarò solennemente non esser protestante. Liberale sì, martire no. Rinunziò al decreto e al dritto sulla chiesa; la quale stette chiusa, sinché, tornato l’arcivescovo, l’ebbe il parroco del rione. Dissesi il Gavazzi carpisse dal tesoro da dodicimila ducati, per paga di prediche; ma per allora là restò l’oscena commedia. Il Pantaleo più buffone né fe’ altre.

§. 3. Capua non presa.

A’ 23 ottobre avemmo una burla squisita. Il Fasciotti consolo Sardo stampa: Capua s’è presa; v’entrano i Garibaldini: e col bollo della polizia l’affigge a’ cantoni. Parve crudo l’annunzio, benché si fosse avvezzi a veder l’impossibile. Già i camorristi preparano baldorie e chiassi, cominciano i viva; ed ecco sul tardi un altro cartello sotto al primo, firmato Pantaleo, che uomo privato avvisava i Napolitani, così; «La presa di Capua è un sogno per ora.» Costui e il Fasciotti sì insultavano a una grande città; ma esecutori erano di più lontano insultatore. Il Cavour volle in quel dì della riapertura del suo parlamento rallegrare i deputati con tal colpo da scena. La falsa notizia di Capua presa voto pel mondo con la elettricità; la smentita viaggiò poi lenta.

§. 4. Fatti di Civitella del Tronto.

Civitella del Tronto città di duemil’anime sui confine del regno, a sette miglia da Teramo, si crede surta sulle rovine di Bolegra. Al medio evo fu castello forte, famoso per l’assedio che vi fe’ Alfonso magnanimo, e pe’ respinti Francesi col Duca di Guisa nel 1557. Ma da più tempo demolite le fortificazioni basse, restava solo il maschio sul picco del monte e la cinta della città. Venne sul cader d’agosto, rivoltata Teramo, un Mensingher capitano del Genio a riparare i parapetti, e compiere il bastione a’ Cappuccini. Il traditore general De Benedictis, comandante territoriale pel re, ne trasse una compagnia che v’era del 12° cacciatori, col capitano De Falco, che tosto si die’ alla rivoluzione; e sospettando di 180 paesani volontarii e duecento gendarmi col capitano Giovine, che s’opponessero alla ribellione teramana, aveali mandati a Civitella. Sicché il presidio fu di questi ottanta veterani con l’Alfiere Giudice, sessanta artiglieri con l’aiutante Santomartino, e diciannove soldati li Dorali, con ventuno pezzi armati, quasi tutti di ferro, e vecchi. V’eran poi un maggiore Salines, l’aiutante maggiore Tiscar, e comandante il maggiore Luigi Ascione, uomini da nulla. Uditosi il Garibaldi a Napoli, e ’l surto governo rivoluzionario a Teramo, il Mensingher disertò, ed ebbe avanzamento. L’Ascione per reiterate istanze, a stento adunò il Consiglio di difesa: fu deliberato lo stato d’assedio, preparare la resistenza, e incaricarne il Giovine stato artigliere. Questi provvide alle vettovaglie, compì con mura a secco il bastione di cinta a’ Cappuccini, asserragliò gli aditi, piantò cannoni, preparò macigni per rotolarli sugli assalitori; e ascose in sicuro la polvere, che posta in alto poteva scoppiare alle prime bombe.

L’Ascione aveva ordine regio di tenersi a possa; ma trattava ascoso coi ribelli, col proditore intendente De Virgilii, e con l’altro fellone general Veltri, cui mandò atto d’adesione pei esso e nel Tiscar. A mezzo settembre vennero parlamentarii tre giorni alla fila: uno dal De Caesaris di Penne, e dal Tripoli, dicentesi maggiore, ch’avea certi mascalzoni scorrazzanti, altro dal Veltri, che speravasi presentare le chiavi di Civitella al vegnente re galantuomo, e ’l terzo dal De Virgilii, offerente quai si volessero patti. Il consiglio di difesa, tenuto a dovere dal brontolio de’ soldati, rispose difenderebbesi, giusta l’Ordinanze. Ma nell’ore vespertine del 26 il sergente Messinelli, di guardia a porta di Napoli, sorprese una donna con sotto i panni una lettera all’Ascione, col suggello di Savoia, l’aprì, e lesse il Virgilii attestargli aver il Garibaldi aderito a ogni patto. Nacquene tumulto, i soldati corrono in piazza con anche un cannone agli alloggi del comandante e del Salines, gridando a’ traditori; riesce al Giovine acchetarli, e salva quei due codardi e piangenti. Nondimeno l’Ascione potè nunziare la cosa al Tripoli, chiedendo il duplicato della intercettata lettera, da lui non letta. Pochi dì appresso si posero attorno alla piazza una mano di Piemontesi, certi Nazionali usciti di Civitella col loro capo Ortiz, quelli di Campii condotti da un Caravelli, e altri raccogliticci faziosi e doganieri, appellantisi Battaglione Sannita. Tenevan pratiche nel forte, ov’era un comitato sotto l’Altorre secondo eletto, che pur mandò l’adesione a re Vittorio. Per tai cose i soldati sospettosissimi vegliavano, e visto l’Ascione bazzicare sulle mura con le chiavi, credendo le gittasse al nemico, la notte il volevano uccidere, e la seconda volta il Giovine lo salvò, pigliando esso le chiavi. A’ 4 ottobre onomastico del re, salva reale, Te Deum, luminarie e suoni.

Gli assedianti sendo pochi, facevano gran fuochi per parer assai, ammazzavano i villani che recassero viveri, rompevano i molini, e fucilavano i molinari. Il perché il presidio, costretto a macinare a braccia, fremeva, ed era altresì incitato da’ volontarii ch’avean prese l’arme, e volevan fare, laonde il Giovine costretto ad aderire, un dì con molta gente e un pezzo da quattro assali Campli, grosso comune là da presso; dove aiutato da’ contadini e reazionarii de’ dintorni, mandò gli avversarii in volta, che i più ripararono nelle Marche. Oltre i morti perderono 24 prigionieri, 10 cavalli e 450 fucili. Fu pure un po’ di saccheggio. Due giorni dopo giunti Garibaldini raccolti nel Chietino e nel Teramano a bloccar la piazza, il loro comandante tenente-colonnello Curci, nostro disertore, postosi al villaggio Ripa, dimandò la resa. Appresso venne da oriente il briaco general Pinchi con Piemontesi, che intimò: resa, o fil di spada. Rifiutato si pose all’ossidione.

§. 5. Protesta di re Francesco.

Mentre Vittorio con fresco esercito scendeva per gli Abruzzi, Francesco da Gaeta a’ 24 ottobre faceva dal suo ministro protestare: «Sin da’ primi giorni del regnare del re, la rivoluzione lavorava aperto contro i reali dritti. La pace di Villafranca lasciava in ozio i ribelli d’Italia; ed essi s’univano ad avventurieri d’ogni nazione per invadere il reame delle due Sicilie; mentre seduzioni e tradimenti, con l’aiuto d’uno stato italiano si preparavano. Bene il re comprese il Garibaldi esser preludio d’invasione maggiore, avanguardia i corpi franchi ch’avean fatto la guerra lombarda, i volontarii italiani, ungari, inglesi, e tutti vecchi e nuovi soldati della rivoluzione mondiale. Però ad affrontare il pericolo avea provveduto: militarmente, mandando trentamil’uomini in Sicilia, politicamente, ripristinando la costituzione del 1848; diplomaticamente, denunziando a’ sovrani d’Europa lo imminente pericolo, comune a tutte monarchie, e proponendo al Piemonte di mutare le alleanze con la rivoluzione per quella col regno delle Due Sicilie, e assicurare la pace e lo avvenire d’Italia. Europa sa come s’accogliessero le previdenti offerte del re. L’Esercito in Sicilia dopo molte pugne fu ritratto, per non devastar Palermo; e si rimase all’invasore aperto il continente. La costituzione servì di sendo a’ cospiratori; e il mondo vide un ministro napolitano vantarsi d’aver nel suo ministero costituita la rivoluzione, per isbalzare dal trono il suo re. Alle diplomatiche istanze, potenti sovrani risposero il re combattesse; ché il suo valore guadagnerebbe le simpatie e l’aiuto d’Europa. Ciò il re ha fatto; ed anzi ha risparmiato alla sua città capitale gli orrori della guerra; e privo di quella forza che la ricca città suol concedere al suo possessore, con solo pochi superstiti a’ tradimenti, ha già un mese e mezzo, con tutte sfavorevoli circostanze, difeso Capua e la riva del Volturno, preso la offesa, e rintuzzato gli sforzi del Garibaldi. Dagli atti stessi. di costui l’Europa vede esservi legioni Ungaresi, Inglesi, Francesi, e volontarii d’ogni terra. Il reame ha visto battaglioni Sardi accorrere a difendere il Garibaldi nella battaglia. E non ostante ciò era il re fiducioso di piena vittoria; ma ecco arriva il re di Sardegna a capo del suo esercito, che passa la frontiera del regno; percorre e sottomette le popolazioni fedeli, e manda per mare artiglieri e battaglioni. Francesco era bastante contro la rivoluzione e le settarie mondiali bande; non era bastante a tanto sforzo d’inaspettato nuovo nemico; noi poteva essere, dopo tanti compri tradimenti, egli privo di moneta, senza la città capitale, senza tanta parte di regno; e noi poteva, perché vivendo come ogni sovrano sicuro, sotto l’egida del dritto europeo, fidato nella parola del re di Piemonte, non doveva aspettarsi gli verrebbe addosso senza cagione, senza pretesto, in piena pace.

«Per sì turpi atti forse i regi soldati saranno schiacciati; forse soccomberà l’indipendenza e la monarchia antica di questo paese; ma soccomberanno insieme tutti i dritti, i principii, e le legai, su cui la sicurtà delle nazioni riposa. Le Sicilie cadute saran prova al mondo ch’è lecito a calpestare la lealtà e la giustizia; portar prima la rivoluzione in uno stato amico, e poi tra’ legami d’amistà correre a raccorre l’ereditaggio, calpestando dritti e trattati, spregiando le umane leggi, e sfidando l’opinione dell’Europa civile.»

§. 6. Simpatie francesi ed inglesi.

Francesco aveva ancora speranza nella Francia, e in Napoleone, fattosi credere amico suo e del reame; sentiva meritarne le simpatie per gli eseguiti suoi consigli, e n’aspettava le conseguenze. Tre fatti parevano confermare le speranze. A’ 16 ottobre veniva da Napoli a Gaeta con tre vascelli e l’avviso La Mouette il francese viceammiraglio Barbier de Tinan; il quale ancorato appena nella rada si recò ad ossequiare il re, partecipandogli aver dall’imperatore ordine d’impedire qualunque blocco o sbarco di nemici da Sperlonga al Garigliano. Altro fatto che a Terracini la vanguardia francese s’ingrossava, come a serrare quella via alla rivoluzione. E, terzo, arriva a Roma una seconda divisione di truppe. Inoltre da Roma si faceva intendere queste nuove genti aver da entrare nel regno; di che re Francesco tenne pur parola co’ suoi sul Garigliano.

Né da prima alle promesse fallivano i fatti; ché comparsi il mattino del 27 presso Mondragone sei legni sardi, il Barbier spinse la fregata Descartes ver la foce del Garigliano a spiarli; e saputo che s’appressavano a Gaeta, spiccò il vascello Redoutable, giuntogli allora da Beyrut, a vietare il passo. I Sardi mandato un parlamentario al Barbier, tornarono indietro. E Francesco, ciò visto dalla spiaggia, mandò il ministro di marina a ringraziare il viceammiraglio. Però i Napolitani vivevano sicuri da mare, e aspettavano soccorsi da terra.

A’ 26 ottobre un’altra: il vascello inglese Renow, quello che al 1° ottobre avea prestato gli artiglieri al Garibaldi, venne a Gaeta, da parte dell’ammiraglio Mundy, per porgere a nome del suo governo amichevoli offerte. E ’l comandante eseguivale favellando al ministro Casella, che gli restituiva i sovrani ringraziamenti. Così due forti scesero a ingannare il debole con queste maschere, che dopo pochi di dovevano cadere.

§. 7. Affetto all’infortunio.

Non però mancarono atti di verace affetto tra’ sovrani, tra quelli dico non mobili di setta, che mostrarono esservi ancora simpatia pe’ nobili infortunii. Delle proteste de’ potentati feci motto; qui noto ch’arrivava a Gaeta il ministro sassone Kleist de Loss, a presentare al re l’ordine cavalleresco di quella real casa: cortese dono in tanta malvagità di tempi. Parecchi altresì de’ dignitarii napolitani, esulati per non vedere i debaccamenti della rivoluzione, udito il rumor dell’arme sul Volturno, più suppliche volsero al monarca d’accoglierli al suo fianco; tra’ quali son da notare il principe di Castelcicala, e quel della Scaletta tenente delle Guardie del Corno; cui il re a’ 15 ottobre, affettuosamente ringraziando, per cagione della strettezza di Gaeta, noi permise.

§. 8. Le grandi misure del Cavour.

A quel tempo l’imperatore d’Austria faceva concessioni all’Ungheria, e poneva l’arciduca Alberto a comandante l’esercito d’Italia, col generale Benedek. Di ciò il Piemonte impensierì, temendo assalto. Una lettera del Cavour all’ammiraglio Persano, del 22 ottobre, dandogli tai novelle, ordinavagli tenesse pronta la squadra per l’Adriatico, e facesse una leva forzata di marinai sul Napolitano. Ma sapendo che i regnicoli fuggivano la rivoluzione, aggiunse: «Se il codice napolitano non punisce di morte i disertori, ne stenda un decreto, e li faccia fucilare. Il tempo delle grandi misure è arrivato. Dica al Garibaldi che se siamo assaliti, lo invito a imbarcarsi con due divisioni, per venire a combattere sul Mincio.» Questo scellerato appellava grandi misure il fucilare gl’innocenti che noi volevano servire, ma se allora tuonava sul Mincio il cannone, non so quanti Sardi avrebbero ripassato il Tronto.

§. 9. Avvisaglie sul Volturno.

Al sentirsi i Piemontesi alle spalle, l’esercito regio prevedendo aver a lasciare il Volturno, pensa metter Capua in assetto da sostenere assedio. Cominciarono sortite di ricognizione, per vedere se si lavorasse ad opere d’offesa, e per abbattere gli alberi d’ingombro al tiro de’ cannoni. Laonde seguivano spesse scaramucce su’ posti avanzati, e sulle rive del fiume: una la sera del 18, altra più grossa al mattino, ché il nemico cercò impedire la tagliata degli alberi a manca della batteria Sperone. Fu un avanzare e retrocedere vicendevole; dove pugnarono Piemontesi e Inglesi: di questi perirono molti, ché ubbriachi si cacciavan sotto i cannoni, e vi cadde il loro capitano Dixon. Sul fiume il tenente-colonnello Ussani, visti fanti e cavalli presso la casina Raguè, li cacciò con le granate, quindi appiccò il fuoco alla casina Lucarelli, cui poi i nemici spensero; e co’ pezzi dal monte Gerusalemme spazzò la via di S. Maria. Similmente Costrinse a smettersi i lavori cominciati a pie’ del monte e sulle creste. Sinché si tenne quella riva, i Garibaldesi non osarono allacciarsi.

§. 10. Attentato al Garibaldi.

A quei dì stando il Garibaldi nella casertana reggia, avvenne cosa tenuta segretissima. Era solo con un uffiziale, quando questi tratta la pistola gli gridò: «Alfine ti colgo, ho aspettalo tre mesi; muori.» E gli tirò alla vita; ma non andò il colpo. Accorso il Missori dalla contigua stanza, il Garibaldi sclamò: Arrestate quest’uomo, che ho amato. Pochi giorni appresso, a’ 28 ottobre, scrivendo egli sull’alture di S. Angelo, tra certi uffiziali, uno sopraggiunse, e gli disse: Ora H…. è stato precipitato da una roccia, e s’ha rotto il collo. Rispose: Va bene! e seguitò a scrivere. Di tal sua indifferenza alla morte di persona già a lui cara molti maravigliarono: chi sapeva la cosa, tacque. Ciò ha stampato il Rustow garibaldino prussiano, che là comandava una brigata, e aveva interesse a tacerlo, né più volle svelare (2).

Vedi redentore di popoli, che poco dopo decretata l’apoteosi al punito feritore di re Ferdinando, fa morire precipitato il minacciatore alla vita di lui dittatore. Decretava tiranno il re che dal magistrato fe’ giudicare il reo; e sé celebrava liberale che senza giudizio precipitava un uomo da una roccia. Queste sono le bilance del dritto nuovo.

§. 11. Fatto del Macerone.

Era a S. Germano il maresciallo Scotti con poche truppe; il più di volontarii e soldati raccogliticci, con carico piuttosto politico che militare, per proteggere le popolazioni contro i faziosi. Dipendevano da lui quei che ad Isernia avevano il 5 e il 16 ottobre sperperati i due corpi garibaldesi; e là s’era rimasto il maggiore De Liguoro, spiando il Pateras che si diceva scendesse d’Abruzzo co’ suoi ribaldi, per punirli delle rapine. Colà recatosi anche lo Scotti non so perché, ebbe a sera del 19 notizia di grosse colonne di truppe regolari accampate nella valle Vandra, di là dal Macerone; però parecchi, asseverando fossero Piemontesi, istigavano lo Scotti a occupare la sera stessa la forte posizione del Macerone, dove si potea contrastare il passo; ma egli, duro, si stette, e lasciò il nemico v’arrivasse primo. Al mattino gli giunse da Teano il 1° di linea, minorato di due compagnie, ch’erano ad Itri; reggimento capitolato a Melazzo, poi dal Brigante a Reggio disciolto, che per alacrità di soldati accorsi volonterosi s’era ricomposto a Capua in 800 uomini col maggiore Auriemma; corpo certamente fievole di coesione, dopo tante peripezie. Adunque con questi stanchi del cammino, con poche centinaia di gendarmi, certi volontarii e due pezzi da montagna, lo Scotti il mattino del 20 mosse incontro a tutta l’oste Sarda, dicendo fosse il Pateras con la sua masnada.

I Piemontesi procedevano a grosse colonne l’una sull’altra insieme a’ pochi faziosi che raggranellavano tra via; guidava l’avanguardia il generale Griffini con due battaglioni bersaglieri e due cannoni della 4. divisione. Presso al Macerone, lasciata la strada si gittò sull’alture, e vi si postò, mandando i faziosi avanti a insultare i Borboniani. Lo Scotti al veder questi divise i suoi in tre, sulla strada, e su’ lati alle montagne, e gridò: Date la caccia a quei mascalzoni. Infatti furono respinti sino alla vetta; ma là i Napolitani si sentirono improvvisamente colti da scaglie non viste, eppure procedendo baldi, già due compagnie eran per pigliare i due abbandonati cannoni, quando sbucando di dietro al monte il 5.° d’infanteria Sarda, perduti alquanti uomini ebbero a piegare. In quella sopraggiungeva il Cialdini con la brigata Regina, che sulla via maestra corse alla carica, mentre prolungando l’ale accennava a circuire i nostri. Questi resistettero mezz’ora; mori il tenente Mattiello, fu ferito il tenente Giordano; ma visto aver da fare con un esercito, prima i volontarii e i gendarmi s’allontanarono, percossi dal 7.° bersaglieri, e da uno squadrone di Lancieri; e poi il resto del 1.° di linea rimasto solo e circuito, e per istanchezza del cammino fatto da Teano inabile a’ movimenti, ordinandolo lo Scotti, pose giù l’arme. Tutti gli altri se la svignarono pe’ monti a Venafro. Restarono prigionieri da seicent’uomini, e molti uffiziali, con lo Scotti, che parve esservi ito a posta, né s’era mosso di dentro la carrozza. Il Cialdini lo mandò con un suo uffiziale a Solmona; e notò nel dispaccio ch’ei vi consentiva volentieri. Costui vecchio carbonaro, fatto nel 49 il reazionario inviperato, ora non so se traditore o imbecille, a scusarsi d’aver combattuto pel re, stampò una umile lettera al Cavour, vantandosi liberale. Certa gente in tutte fortune va a galla, perché vacua.

§. 12. Il fucilatore de’ paesani.

Borioso per tal trionfo il Cialdini scrisse per telegrafo al governatore di Campobasso, raccontando il conflitto alla spartana, e finiva: «Faccia pubblicare che fucilo tutti i paesani armati che piglio: ora ho cominciato.» Cominciava l’arte del boia. Questi alla vigilia del plebiscito, infingendosi chiamato dal paese, fucilava i paesani che s’armavano alla difesa della patria, e mentre egli stesso altri paesani armati menava, quelli uccideva, e senza giudizio, e se né vantava. Si vide, che non parea vero, si lordo telegramma stampato sulle cantonate di Napoli. E quasi tal proclamata infamia fosse poco, v’aggiunse la spavalderia di fare scrivere dal giudice di Venafro al general Ritucci, ch’ove fosse torto un capello a’ prigionieri garibaldini, farebbe rappresaglie sul generale Scotti e su’ soldati regi prigionieri. I rivoluzionarii armati in casa altrui dovevano essere rispettati, i paesani armati dovevano essere fucilati.

Però il ministro Casella volse da Gaeta il 1.° novembre una nota al corpo diplomatico, mostrando l’ingiuria d’uno che s’appella generale d’un re, a un generale d’altro re: «I Garibaldini che secondo le leggi d’ogni paese meritavano morte, son già per regia generosità trattati umanamente, nudriti e vestiti meglio che gli stessi fedeli, in mentre i regi prigionieri fatti il 1.° ottobre sono sforzati contro ogni dritto a esser soldati della rivoluzione. Il fucilare i paesani merita più severo giudizio dell’Europa, la sola esistenza di tai schiere di volontarii confessata dal nemico, mostra quanto sia la pretesa unanimità del plebiscito, oltracciò il Piemonte con a questo nuovo dritto di guerra pretende creare a sé il privilegio esclusivo d’adoperare il nuovo elemento di forza militare da esso inventato, cioè i volontarii. Mentre re Francesco lascia la vita a’ volontarii stranieri e a’ suoi ribelli diventati Garibaldini, i generali sardi mettono a morte i sudditi fedeli del legittimo sovrano combattenti per la patria, e sì anche calpestano le militari leggi, che sublimano la vita del soldato.»

Quello stesso dì 20 il Cialdini credendosi aver finita la guerra s’avanzò con trecento cavalli sino a Venafro, e vi stette la notte; ma udito i Napolitani a Caianello, tornò ratto a Isernia; dove aspettò il secondo corpo d’esercito, e il terzo condotto da re Vittorio; il quale stato il 25 a Casteldisangro e il 24 a Forli, giunse a Isernia il 25. Allora congiunti, grossi di 56 mila uomini, s’avanzarono a Venafro, e v’entrarono la sera del di stesso. Il re sardo posò in casa i Cimorelli, scontenti di quell’onore.

§. 13. Disegni di guerra.

A Gaeta? ignorandosi da prima l’entrata di re Vittorio, dopo un consiglio di generali s’ingiungeva il15 ottobre ricisamente al Ritucci di rilanciarsi con piena libertà d’azione all’offesa. Recavagli l’ordine il brigadiere Ulloa direttore di guerra il 19. Ma venute le nuove certe de’ giunti Sardi, convenne al duce far nuovo disegno di guerra, non farsi cogliere alle spalle sulle rive del Volturno. Chiamò da tutte bande le spartite truppe. Quei di Piedimonte lasciarono cento malati, e seco menarono i volontarii. Vennero le genti da Caiazzo, Sparanise, Pignataro; si disarmarono le batterie piantate sul fiume, si lasciò Capua munita di soldati; e il grosso dell’esercito si ridusse a Teano, ove già prima stava il brigadiere Echanitz con una divisione. Restò un battaglione a Taverna nova, per guardare i Garibaldini a Triflisco, una brigata a Calvi, altra alla taverna della Catena; il resto accampò presso Teano, tale da poter da tutti i lati far difesa. Saputasi la prigione dello Scotti, si richiamò a’ 25 il battaglione da Triflisco, abbandonato affatto il Volturno.

La soldatesca pronta al suo debito in qualunque ineguale scontro, tutta ardimento lavorava a preparar difesa. Ma il Ritucci era in gran dubbiezza, e gli a lui d’attorno discordanti. Matteo Negri, promosso generale, diceva Teano male scelto per dar battaglia; proponeva i monti di Cascano, col Garigliano al dorso, sulla linea naturale di ritirata. Il duce o indeciso, o temendo di spie, non si manifestò; ma perdè tre giorni in vana aspettazione. Ha scritto voler là indugiare, come luogo mediano tra Capua e Gaeta, tra Garibaldini e Sardi, per combattere gli uni o gli altri, ovvero per S. Germano unirsi al Klitsche, e voltare in Abruzzo alle spalle de’ Piemontesi, a sorreggervi la guerra popolare. A me sembra Teano luogo non medio, ma appartalo; dove non impediva la congiunzione de’ due nemici; e poteva restar tagliato da Capua o da Gaeta, sforzato a battaglia disperata, o a ritrarsi in Abruzzo a far guerra di partigiani; il che poteva esser consiglio dopo una sconfitta, non doveva essere elezione prima della pugna.

Il re, udito il Cialdini a Venafro, ordinò al mattino del 22, s’assalisse pria che gli arrivassero l’altre genti; ma quegli già era tornato indietro ad Isernia. Come facevamo la guerra senza spie e senza danari, nulla si sapeva, e si perdè l’occasione di coglierlo quella notte che vi dimorò. Stimarono poi errore assalirlo ad Isernia, in forte posizione, noi con soldati stanchi dal cammino, con Garibaldini a tergo; ma non si mossero da Teano, che fu di peggio, anzi retrocessero a Sessa. Enorme fatto fu il perdere un regno senza dare una battaglia. Se avventato era l’assalire Isernia, ben si poteva vietare il passo al ponte tra Isernia e Venafro. Qui diecimil’uomini postati su’ monti di costa, afforzato di cannoni il ponte, certo si ributtava il nemico; come si ributtò poi sull’aperta sponda del Garigliano; s’anco ei sforzava il passo, poteva in quel disordine esser rotto di leggieri dalla nostra intatta cavalleria su’ larghi Venafrini campi. Forse non osava sforzarlo, e dovea girare il Matese per Campobasso, e shoccare a Maddaloni, ovvero entrare per Alife; dove avendo a passare a guado il Volturno, non mancava opportunità di coglierlo con vantaggio. Sempre era utile a noi, privi di forza marina, scansare il mare e difenderci dentro terra, col popolo amico. Chiamar questo all’arme, dargli le tante migliaia di fucili inoperosi nelle sale di Capua e Gaeta, movere la guerra nazionale al bugiardo promotore delle nazionalità, e molestarlo, e torgli i foraggi, e le relazioni, ciò saria stato disegno generoso, cui spesso fortuna arride. Ma i nostri militari diffidavano del popolo: salvo accettar pochi volontarii, e male armarli, non si pensò altro. Disegno proprio di guerra non si fece; perché parecchi generali non volevano far guerra.

§. 14. Succede duce il Salzano.

La stampa rivoluzionaria, le mene settarie, la stanchezza de’ disagi li aveano sconfortati. Talun diceva uscir vana la lotta, tal altro si lasciava uscir da’ denti doversi assicurare lo avvenire personale. Con questo intento inducevano il duce a tenersi grosso a Teano, sperando si venisse a capitolazione, e a riconoscimenti di gradi e soldi: risorgeva il pensiero del 7 settembre a Capua. Ma ciò ineseguibile era pe’ soldati, cui nessuno avrebbe osato proporlo. Già la mal riuscita guerra, movendone le fantasie e l’ire, lor faceva veder traditori in ogni generale, e si sbuffavano, che anche la vita del Ritucci parve in pericolo. Il re, non che di lui sospettasse, ma a evitare qualche eccesso, si recò il 23 a Cascano; e chiamatolo con affettuosi modi, sel tenne vicino. Gli surrogò il Salzano, uomo invero non buono innanzi, ma che in Sicilia e a Capua s’era mostrato volonteroso e fido, ma lo stato maggiore restò lo stesso.

§. 15. Abboccamento del Cialdini e ’l Srisano.

Che si tentasse di capitolare è certo, perché il Cialdini, avente segrete pratiche tra’ nostri, scrisse il 24 chiedendo abboccamento col general comandante, e il Salzano non so da chi indotto accedé. Recarsi a parlamentare con un invasore entrato senza dichiarazione di guerra, era bassezza, era mostrar d’acconciarsi al suo desiderio, andarvi per ricusare, fu onorare quell’avversario con discussioni vane, dove si volea ferro. Mosse il mattino del 25 con mezzo squadrone di cacciatori a cavallo verso Teano; dove incontrata cavalleria Garibaldina lasciò i suoi; avvertendo l’uffiziale avverso quelli essere sua scorta. A’ primi posti sardi scrisse al Cialdini: il quale da Presenzano rispose verrebbe tra due ore alla congiunzione delle strade di Venafro e S. Germano. Il Cialdini con preamboli magnificò sue truppe, l’Italia una, il plebiscito, l’inutilità della guerra, il re agli estremi; e concluse risparmiasse il sangue, posasse l’arme, Vittorio assicurerebbe soldi e gradi a ogni uffiziale. Il Salzano rispose, maravigliarsi che un soldato di re a soldato d’altro re consigliasse diserzioni e tradimenti; egli e i suoi, fidi al giuro e al dritto, farebbero il debito loro, ancora ch’avessero a cadere, sendo all’infamia felice preferibile la virtù sventurata. Così nemici si divisero. Tornando non trovò la sua scorta; ché i Garibaldini invitato a bere quei soldati, rubarono i cavalli, e poi essi stessi, indarno reclamanti, menarono prigioni alle Fratte. Il Salzano alto del sopruso si lamentò co’ Piemontesi che l’accompagnavano, e vi sprecò il fiato, sendo la cosa fatta d’accordo; dopo restituirono gli uomini, non i cavalli. Di questa svergognatezza dei restauratori dell’ordine morale, pur si querelò il ministro Casella, nella su citata nota del 1.° novembre.

§. 16. Incontro di Vittorio con Garibaldi.

Il Garibaldi avuto libero il Volturno, invitato da un dispaccio del Farini a farsi incontro a Re Vittorio, fe’ ripigliare la costruzione del ponte a Formicola, che si compié la sera del 24; ma sì male, che non poterono passare i carri e l’artiglierie. La dimane primo il Medici, secondo il Bixio, poi le brigate Milano ed Eber col Rustow e la legione inglese travarcarono: in tutto cinquemil’uomini, il meglio che lor restava, con cento a cavallo. Si spinsero in laberinti di viuzze tra Gerusalemme, Bellona e Vitulaccio, saccheggiando la campagna, e pigliando qua e là qualche centinaio di soldati malati, e parecchi degli stranieri, che a posta s’eran rimasti indietro. Presso Bellona il Bixio cadde di cavallo in una pozzanghera, e si ruppe una gamba, onde il portarono a Napoli, ed ei si pose nel palazzo Angri. Gli altri fermarono a Calvi; la sera accamparono a Caianello, donde stendendo i foraggiatoci a Teano, ebbero opportunità di quella bravura sulla scorta del Salzano. La notte il Garibaldi si teneva vicino la famosa Wite; e il Rustow l’altra non men famosa contessa della Torre; le quali due, quando al mattino furono messe insieme in una carrozza, vennero a tai scaramucce, che bisognò torne una, e porla col cocchiere.

Questo mattino del 26 ottobre, Vittorio col Cialdini e due divisioni veniva da Venafro su Caianello. Il Nizzardo co’ suoi avviato sur un sentiero che mena a Vairano e Marzanello, avea mandato avanti il Missori con cavalli; il quale tornò con Piemontesi, nunziando il re poco discosto sulla via consolare. Ei lasciata la gente, volse là, e incontrò prima il Cialdini, poi Vittorio, cui disse: Saluto il re d’Italia; rispose Grazie! Se arrossisse non so. Si fe’ accompagnare da esso a Teano; ma con poco gradimento dei suoi, che dietro le spalle susurravano, i Garibaldini potersene andare; però dopo mezzodì mandò a questi l’ordine di retrocedere a Calvi. Il dittatore vide a Teano con mal piglio i suoi vecchi consettari; il Fanti ministro di guerra, e ’l Farini venuto a soppiantarlo. Si ritrasse a Calvi, il re dormì a Teano.

§. 11. Scontro a Cascano.

Mentre i Piemontesi s’accostavano, i nostri duci perdevano un tempo prezioso: non dettero battaglia né a Caianello, né a Teano, né pure a Cascano, ove pria la disegnava il Negri. Risolvettero porsi dietro il Garigliano, ch’era la men difendevole di tutte le posizioni. Francesco a’ 25 con ordine del giorno a’ soldati li aveva infervorati a difendere sulle sponde del Garigliano la patria bandiera. Il Cialdini giunto senza guerra a Teano, pensò girare per Roccamorfina e Montecroce a tagliar la ritirata a’ nostri, e ributtarli sopra Capua. Ciò era mal disegno, potendo egli stesso esser tagliato e stretto in quelle sterili montagne; ma tutto era buono contro i borboniani duci, che non avevano spie, né mai pensavano ad assalire; nondimeno abbandonò il disegno, disse per male strade, e prese a molestare i nostri a coda nella loro ritirata sul Garigliano. Questi dall’ore undici del 26 avean cominciato tal movimento, con a retroguardia la divisione Mechel. Questi avea mandato con ventiquattro cacciatori a cavallo, per riconoscere il nemico, un tenente Loriol? che tratto da false relazioni entrò in Teano, e assalito, e difendendosi, riuscì, quantunque egli stesso da tre ferite colto, a salvarsi con pochi compagni. I Sardi sull’ora una pomeridiana assalirono la nostra ala sinistra al villaggio S. Giuliano, perlocché i nostri voltarono il viso; e andò il Negri con artiglierie a proteggere la divisione Echanitz e la brigata d’Orgemont lungo S. Maria la piana. Gli assalitori sormontati i monti della loro dritta, accennavano a tagliare la ritirata, mentre cercavano rappellar le nostre forze a S. Giuliano. Allora la brigata Polizzy della divisione Mechel ratta prese l’alture di dritta e sinistra sulla grande strada; ma benché difendesse il terreno, retrocesse sino al villaggio Gusti, ove fermò il piede; occupò il monte superiore, pose ingombri sulla strada, e con tre cannoni arrestò la foga del nemico, sebben sempre di numero crescente. Nondimeno non vi si poteva sostenere, se la brigata Mortillet con una bella marciata di fianco non pigliava l’alture di Cascano, e guarentiva l’ala dritta verso Mondragone, perlocché i nostri artiglieri e cacciatori ben postati chiusero da ogni parte il passo agli avversarii, e lor fecero vuoti nelle file. Videsi quei vantati italici eroi valer meno de’ Napolitani; ché non osarono avanzare sino all’otto della sera, quando disordinati dettero indietro. Mancarono i nostri (e l’hanno scritto i nemici) di prendere la vittoria in pugno, e incalzare i vinti. Un primo trionfo, rinfervorando il soldato e le popolazioni, salvava il regno; ma col preconcetto disegno di ritirarsi, il Salzano mentre più ferveva il foco, faceva passare il Garigliano a molti corpi, all’artiglieria, e alla cavalleria, condannata in tutta la guerra ad essere ingombro. La nostra retroguardia rimasta padrona del campo vi riposò due ore; poi, quasi avesse perduto, si ritirò dietro il fiume, a mezza notte.

§. 18. Pericolo corso da re Vittorio.

Tranquillamente i Piemontesi attesero più giorni a riordinarsi a Sessa, e Vittorio potè andare avanti Capua, a vedervi l’altre sue genti, giuntevi per via di mare. Il Garibaldi stando a Calvi sulla strada, fece una corsa a Sparanisi, per non incontrarsi col re; mai suoi gli resero onori militari. Tra questi era la legione inglese voracissima, tutti beoni e scorrazzanti, vagolanti le campagne a rapinar polli, pecore, porci, e botti e masserizie; dove arrivavano era un fuoco; pigliavano, fracassavano, ardevano. Né il Peard loro capo li frenava: dicea vietarlo la legge inglese; né sapendo verbo d’italiano, né comprendendo, né sendo intesi, non eseguivano comandi d’altri; tanto che neppure avean saputo l’entrata dal re galantuomo. Ora quel dì 27, passando Vittorio presso Calvi con seguito di soldati regolari, quei bestioni sparpagliati pe’ campi, preserli per soldati napolitani, e lor fecero una scarica di moschettate, che per esser tratte alla sbadata andarono alte. Il Garibaldi s’incollerì pel rossore di tanto disordine de’ suoi, dove volea farne superba mostra; e più pensando quanta infamia gli veniva dall’assassinio del re d’Italia, fe’ da un Consiglio di guerra condannare due Inglesi a morte; ma si placò, e fece grazia; perché i regicidii gli parean peccati più veniali degli attentati a’ dittatori. Subito ebbe ordine di ripassare il Volturno; laonde a sera mogio e umiliato, sulle già calcate vie giunse alla scafa di Formicola; e la dimane a Caserta si ricondusse.

Vittorio passò il fiume, e sulla via di S. Angelo sino al quadrivio vide le sue genti schierate, ebbe i consueti plausi, e la sera medesima tornò a Sessa. Là per disobbligarsi fe’ il Garibaldi Generale d’armata con la croce dell’Annunziata: questi ricusò tutto; e i liberali lodaronlo di modestia; ov’era superbia; ché voleva fare il dittatore perpetuo.

§. 19. Capua bombardata.

Il La Rocca generale sardo aveva il 22 preso il comando di tutto l’esercito assediarne Capua. Comandava il Genio un general Menabrea, Valdese, prima reazionario, che ceduta Savoia alla Francia, si rimase a servire la rivoluzione. A’ 27 ebbero da Napoli a S. l’ammaro altra colonna di truppe col Pernot. fanti, cavalli e cannoni; altri due battaglioni occuparono Cajazzo. La divisione calabrese accozzata dall’Avezzana a Maddaloni, lo stesso di andò a S. Angelo. Ne’ dì seguenti il cannoneggiamento mostrò i Napolitani tirar meglio a segno; però il galantuomo ne sgridò i suoi; e veggendo difficile e lungo l’accostarsi alla città, ordinò si bombardasse da lontano, dove il danno non era de’ soldati difensori, ma de’ cittadini, cui era venuto a liberare.

A’ 28 il La Rocca intimò la resa al governatore De Corné, con lettera, ove detto che Francesco noi poteva soccorrere, l’avvertiva ch’ove l’artiglierie sarde facessero male all’innocua popolazione, il de Corné ne sarebbe responsabile, come se egli stesso la bombardasse; e però al tempo della resa non gli concederebbe nessuna condizione. Così i nostri soldati eran detti bombardatori anche quando erano bombardati. Il governatore rispose, si difenderebbe; giudicherebbe Europa chi colpevole delle vittime per assedio d’una piazza fatto da re amico a re amico e indipendente; egli dover compiere il debito di soldato.

La fortezza aveva i posti avanzati a mille metri dallo spalto; avea guarnigione di seimila e più fanti, alcune compagnie zappatori, 1300 artiglieri, due squadroni di carabinieri, e quattro pezzi da campo; troppa gente. Sulle fortificazioni eran 240 cannoni, tra cui un solo obice da 80, due da 60, e molti cannoni da 24. Vettovaglie per cinquanta giorni, danaro no, onde bisognò imporre un semestre di fondiaria anticipato. Mali affusti, e niente ricambii, non casematte a prova, unica difesa la cinta principale, pochi e diruti parapetti, poca polvere, le polveriere mal costruite, esposte alle offese. I soldati quasi tutti sbandati di Calabria, diffidavano degli uffiziali, sospettavano tradimenti, e pur v’erano da’ settarii del paese ipocritamente aizzati. Il de Corné tenuto consiglio, quantunque molti per le dette cagioni consigliassero la resa, stette fermo; supponendo il bombardamento a sì stretta e popolosa città fosse per minaccia, credeva quel liberatore non oserebbe cosa sì atroce.

Questi costruì sette batterie di mortai, lavorandovi i nostri disertori Locaselo, Zaini, Iovine, Ferrarelli, De Benedictis, Adragna, Cosentino ed altri, che tutti per munificenza sovrana avevano studiato nel real collegio, ora pagavanlo servendo il nemico, e bombardando una patria città. Ogni batteria aveva fossi, spalleggiamenti e terrapieni, accanto a casine fortificate, con difensori coperti. Dalla Foresta salivano alla Mottola, a Ortichella, ai Cappuccini, al podere La Valle, e alle casine Gravante e Tognino; come in semicircolo attorno al forte sulla sinistra del fiume. Sulla dritta né fecero a S. Maria a Fornello.

Il De Cornè fe’ sortite il 28, il 29 e il 51 ottobre; e seguirono scaramucce qua e là, massime verso S. Angelo; mentre la piazza co’ tiri guastava i lavori. Andarono smontate le batterie alla Foresta, a Mottola, a Ortichella e a’ Cappuccini; onde le ripiantarono più lungi, con cannoni rigati, dove i vecchi pezzi capuani non giungevano. Ricostruirono la prima a Fiumemorto, la seconda al luogo Marchesa, la terza al limite della guarnigione sulla via di Napoli, la quarta al giardino Morelli. Come fur pronti, Vittorio per godersi lo spettacolo venne il dì d’Ognissanti 1.° novembre, e co’ suoi Della Rocca e Menabrea salì a S. Angiolo, per dar egli il segno dello sterminio. Né scese il Garibaldi, dissero per non veder il male d’una città italiana, credo per non stare coll’italico re. Questi sull’ore quattro vespertine alzò la bandiera rossa; la batteria Locascio dal podere La Villa trasse la prima bomba, e seguitarono tutte l’altre con orribile rimbombo.

La città era miseramente percossa; rispondevano a furia i bastioni, in duello non uguale, perché essi divergenti, i nemici convergenti traevano i colpi. Capua sembrava avvolta in turbini di fuoco e fumo, e le granate mandate e rimandate con paraboliche strisce e con lampi e scoppi terribili corruscavano l’aere, e portavano morte e ruine: a sera quella rabbia allentò, non cessò. Eran cadute molte centinaia d’italianissime bombe a danno d’italiani edilizii, e d’uomini e donne e bambini innocenti. E i nostri infami disertori, tra quei spietati spietatissimi, per mostrarsi valenti agli strami padroni, lanciavan la morte Scompagni, agli amici, a’ parenti. Il Iovine avea in Capua la moglie e due fantolini.

§. 20. Resa.

V’eran dodicimila abitanti esterrefatti, il clero orante, le monache piangenti con lamentose grida, e ’l cardinale arcivescovo Cosenza, buon vecchio, ma come di corno, di spirito fievolissimo. Sospinto da’ settarii del paese e da’ pianti monacali, ricevute più deputazioni, scrisse al governatore: «Le chiese aver dovuto smettere gli ufficii divini, già per bombe danneggiati i sacri templi, costernata la popolazione e il clero, tementi la distruzione, tutti singhiozzare e pregar lui. Egli padre di quel gregge fidatogli da Dio, supplicare il maresciallo di presto liberare la città, sotto qualunque condizione, da altre ruine; ed egli si farebbe responsabile a Dio e al re, degli effetti di tale inchiesta.»

I generali uniti in consiglio furono discordi. Fortificazioni intatte, soldati animosi, l’onor militare non ancor sodisfatto, più lunga difesa poter favorir l’esercito sul Garigliano. Per contrario s’osservava la piazza abbondare di tutto, fuorché di polvere, unica difesa in quella battaglia d’artiglierie; esservene per sei dì con risparmio, per due se con quella furia, non potersi raggiungere i cannoni avversi fuor di portata; le polveriere mal fatte poter con danno de’ cittadini scoppiare; abbondare le palle, ma non del calibro de’ cannoni; vecchi gli affusti non reggere a’ colpi; non speranza di soccorso; doversi cedere dopo due dì, e aver la città rovinata e morti d’innocenti. Potè più la pietà. Arduo era faro intendere tai ragioni a’ soldati, che stavano in orecchi, sospettosi di tradimenti, pronti a reagire: corsero momenti di gran trepidazione: come Dio volle si provvide. Sull’oro cinque matutine del 2 novembre s’alzò bandiera bianca e fanali; ma il nemico non badò, e bombardava. Fatto giorno, sendo ito a S. Maria il maggiore Negri, il Della Rocca non volle concedere tanto d’ora da avvertire re Francesco; e minacciò dopo un’ora ripigliare. Dettoglisi che non uccideva soldati ma innocui cittadini, e che noterebbelo la storia, rispose, non importargli di storia e d’innocenti, farebbe di Capua una macerie. Quel dì stesso si pattuì: «La piazza con tutte armi vettovaglie e arnesi, tra ventiquattro ore a’ Sardi; le porte e i bastioni incontanente; la guarnigione con l’onore dcll’arme uscirebbe la dimane con bandiere arme e bagagli, a duemila per volta; e, fuorché gli uffiziali, deposte l’arme a pie’ dello spalto, andrebbe a Napoli, per esser mandata ne’ porti di re Vittorio.» E altri patti minori.

Tal cosa die’ da dire alle lingue: ceduto troppo presto, poche sortite, con novemil’uomini potersi aprire il passo a S. Germano, per voltare a Gaeta o in Abruzzo. I soldati istigati da’ settarii, frementi del veder date al nemico quelle vettovaglie negate a loro per parsimonia, la notte aperti i magazzini ne fecero mal governo, e avrian proceduto a peggio, se gli uffiziali con loro pericolo non li avessero rattenuti. Al mattino gli uffiziali disertori, con incredibile sfrontatezza, vennero con gli stranieri a godersi lo infortunio de’ loro connazionali, sfilanti inermi in mezzo ai Piemontesi. Si gloriavano dell’infamia. Il La Rocca quel dì stesso scriveva a nome di Vittorio al Garibaldi, esser contento de’ Garibaldini, e l’ottenuto successo doversi in gran parte alla loro operosità. Vollero calmare il fermento degli avventurieri, e mandarli via con dolci parole; ma fu monumento di fratellanza tra il fìlibustiero e il re, che sin allora, disconosciutolo diplomaticamente, avea proclamato venir nel regno per combatterlo; fratellanza tra Vittorio e l’Avezzana condannato a morte da’ suoi tribunali.

Sendo stata Capua piuttosto magazzino che fortezza, trovaronvi molti affusti, macchine, carri e munizioni, 23095 arme da fuoco e da taglio nella gran sala, e tra cannoni di ferro e bronzo ed obici e petriere 323 pezzi, ed un solo rigalo.

A Napoli la sera del 2 i camorristi fecero le luminarie, con minacce a’ vetri; però lumi parziali, a’ primi piani, e in vie maestre. I Nazionali felloni sparavano dalle finestre e da usci, con ferite di passanti, ed esoso gioire. Chi stava a’ villaggi, credè battaglia in città per entrata di regi. I prigionieri entrarono il 4 fra insulti codardi di camorristi, e la freddezza del popolo; mal graditi agli uni e a gli altri; a quelli per aver fatto molto, a questi per aver fatto poco. La dimane salparono per Genova; ma una parte tornò indietro, e si disse per opposizione di navi francesi; i giunti a Genova, non volendo entrare ne’ reggimenti sardi, s’ammutinarono, e furon sedati colle bajonette. Gli uffiziali rimasti in Napoli ebbero assegnati due franchi al giorno per ciascuno; e chi n’avea bisogno dovea recarsi ogni mattino al Comando di piazza a stendere la mano, e prima lunghe ore aspettare in istrada alla berlina. Miseramente li vedevi con abiti consunti e smortiti, con pallidi volti, per un anno di disagi e di mala guerra, aver quella ignominia in premio; e per giunta sopportare i disertori freschi e burbanzosi per la sabauda livrea, passar loro davanti incarnatiti, inargentati di nuovi gradi! Ma avean la buona coscienza.

§. 21. Commedie Garibaldesche.

In Napoli furono altre due commedie. Un barone Spedalieri palermitano offerse al Garibaldi due bandiere; questi volle con pompa darle agli Ungari, ancorché il battaglione di tal nome quasi Ungari non avesse. A’ 31 ottobre alzalo un altare sulla piazza della reggia, a dritta si schierò la delta legione col Turr, a manca i Garibaldini, dirimpetto la Guardia nazionale. Il dittatore venuto da Caserta sull’oro nove, s’accostò all’altare col Pallavicino, che faceva il padrino; il Pantaleo, dello messa in S. Francesco, uscì a battezzare le bandiere co’ nomi di Stefano e Giuseppe; e ’l Garibaldi le porse al Teleki, con un discorso dicente, la libertà d’Italia essere stretta alla libertà d’Ungheria. Poi la legione giurò alle bandiere; e ’l Turr con diceria manifestò tra l’altre che tornando in Ungheria disperderebbero il nemico con l’impeto dell’uragano. Così costoro, che a religione non credono, fan sempre di religiose cose sacrilega mostra. Dappoi il Garibaldi sul balcone della Foresteria, e ’l Villamarina accanto, predicò: «Grande e bel giorno è questo, che annoda la fraternità d’Italia e d’Ungheria; soldati sono i liberi popoli; la libertà ha nemica l’ambizione. Questa accieca il papa-re, e gli fa avversare tal movimento nazionale sì nobile, sì i puro…» e due volle replicò sì puro «ch’è unico nella storia del mondo. Il papato è cancro d’Italia, ostacolo alla liberazione delle genti, religione del diavolo, che vuole gli uomini schiavi.» E Napoli avea gli spettacoli di tai purezze, con lascivie, ingordigie, e ribalderie non pi il viste.

A’ 4 novembre un’altra sulla stessa piazza: Palermo mandò certi uomini col sindaco Verdura a recare al Garibaldi e agli sbarcati a Marsala la cittadinanza palermitana, con argentea medaglia per ciascuno; su cui lo stemma palermitano e la leggenda: Marsala, Calatafimi, Palermo; e al rovescio; a’ valorosi seguaci di Garibaldi il municipio redento. Fanno una cerimonia in istrada; il dittatore firma i brevetti sulla foresteria, entra la moglie del Crispi, ei la presenta agli astanti quale combattente fra i mille. Di questi ch’esser dovevano 1072, rispondono 426; e la duchessa Verdura lor pone le medaglie al petto, che sue figliuole preparano. Poi il dittatore li apostrofa, li appella Giovani veterani operatori dell’impossibile, parla del passato e dell’avvenire d’Italia. Ed eglino dopo pochi dì mandarongli pel Turr una stella in diamante, con l’epigrafe I mille al loro duce.

Ma già impallidendo l’astro garibaldese, la genia rivoluzionaria voltava il viso al nuovo sole. Il giornale a’ 2 novembre stampava i nomi di trentanove donne presedute da Emilia Higgings inglese, vedova Pandola, per raccogliere danari da offrire a re Vittorio, erano le stesse che innanzi facevano collette per le camice rosse. A’ Garibaldini il 4 andò l’ordine di lasciare Napoli, dove il re sardo doveva far l’entrata solenne.

§. 22. Prima impresa del Chiavone.

In Abruzzo il Klitsche de la Grange per lo ingrossar de’ Sardi, e pel fatto del Macerone, si condusse sull’altipiano di Rovere, e tentava pigliar Aquila per sorpresa, ma occupato S. Demetrio, ebbe ordine di retrocedere. A’ 29 ottobre abbandonò la Marsica, lasciando sottintendente ad Avezzana il Giorgi di Civitella Roveto, borboniano ch’avea seguito in quei luoghi ma sbizzarrito; ché vi fe’ abusi. Rimasto per la ritratta sguarnito anche il distretto Sorano, l’ex sottintendente Golucci sbucò dal nascondiglio, e corse a S. Germano a governar per Vittorio quel distretto, e seco portò un Capocci e un Bartolomucci di Picinisco rivoluzionarii. Per primo atto incitò con editto le popolazioni a dar addosso a’ reazionarii, e a pigliar vivo o morto un Luigi Alonzi detto Chiavone. Il quale, stato militare e guardaboschi, ora capo squadra del Klitsche, non avea licenziata la sua gente, ma se la teneva, non pur anco deciso sul da fare, fe’ sapere volersi dar Parme, ma a’ Sardi, non al traditore Colucci. Questi rabbioso del rifiuto, e dello sprezzato editto, smaniando di tornar a Sora a farvi, a nome di Italia, quel ch’avea fatto a nome de’ gigli, prese a prezzo cento uomini di Casalvieri, gente ab antico nemica de’ Sorani; e sì tra cotai Giannizzeri rientrò nella sua città capitale. Tantosto il popolo afforzato dal Chiavone die sopra a’ Casalvieresi il 2 novembre, e dopo due ore di zuffa, fugati questi, dové il Colucci rifuggire a S. Germano, ruminando ferro e fuoco. Ma sondo a tutti partiti esoso, tante grida si fecero, che il ministero sei chiamò a Napoli, e ’l pose in polizia segretario intimo, e ’l fu poi dell’Afflitto, e dello Spaventa: uomo nato a far lo sgherro di qualunque governo. Il Chiavone padrone di Sora, rispettò la proprietà e le persone de’ cittadini, dicendo averli liberati da’ briganti.

§.23. La linea del Garigliano.

Sin da quando i Borboniani s’eran posti sul Volturno, temendo dalle spalle per isbarchi a Mondragone, volevano alzar batterie su quella costa, che per difetto di moneta non seguì. Conosciuta poi tarda la invasione sarda, e perduti per tradimenti i forti di Pescara e Aquila, risoluta la ritratta al Garigliano, si sentì necessità d’afforzare questa posizione. Il Garigliano figlio del Fucino, sulla frontiera si chiama Liri, e un dì si chiamava Verde, che per Isoletta gira i monti, si congiunge al Rapido presso S. Germano, e tra altri monti sbocca vicino Traetto a mare. Ha tre ponti, a Isoletta, a Pontecorvo e quel di ferro sulla foce. Sicché la seguenza di montagne circoscritte dal fiume, dal mare e dalla frontiera, era il terreno ultimo tenuto dal regio esercito, stremenzito da’ lunghi disagi; e s’aveva improvvisamente a fortificare. Disegnaronsi in fretta trincee e fossato a Isoletta, a Pontecorvo, sulle strade da questo a Pico, alle gole di S. Nicola e S. Andrea, e al ponte di ferro; ma mancando danari, tempo, utensili e artigiani, si fe’ poco; e il meno, ov’era maggior uopo, a questo ponte sulla strada da Capua a Mola, che per l’aperta campagna e pel mare, era il punto più fievole; sicché la nostra ala dritta di battaglia restava affatto indifesa.

Ma i regi credevano il mare neutrale, per le assicurazioni dell’ammiraglio francese, che pur n’avea dato allora prova, come dissi, mandando indietro i legni sardi, onde il re l’avea rimertato con la fascia di S. Gennaro. E appunto per la sicurezza di tal protezione s’era indietreggiato là, ch’era delle prese posizioni la peggiore. Adunque dormendo sul Barbier de Tinan, si lavorò solo a una testa di ponte: volevano fare due bastioni quadri con batterie di fianco, ma per fretta si cominciò un trinceramento a dente, con due mezze lunette. Eppure mancati denari e utensili, presentendo vicino l’assalto, da non poter compiere il lavoro, videro la necessità del disfarlo, ché pe’ fossi e per le alzate terre potea dar nascondiglio e riposo al nemico, né anco bastando il tempo a disfarlo, s’assicurarono togliendo le tavole al ponte. Eran due falli a un colpo, ma il terzo e ’l maggiore fu il fidare in favori altrui, e in Francia. Quasi immancabile la parola fosse di un uffiziale di Napoleone, non curarono afforzare la dritta sul mare, con batterie da combattere i legni. Qualcuno propose metter cannoni sulla collinetta avanti Scauri, e ’l Salzano additando i vascelli imperiali, rispose: Ecco là chi ci difende! Ma n’avessero pur difeso, era posizione quella da starvi a lungo un esercito si numeroso e sì stretto, risoluto a non lanciarsi mai all’offesa? la mera difesa era condannata a perire.

§.24. Vittorio respinto dal Garigliano.

Dopo il fatto di Cascano, i Piemontesi stettero a riordinarsi due giorni a Sessa, e prepararsi per isforzare il Garigliano. Videro la foce più debole, né dubitarono vincere la prova correndovi grossi. Vittorio stesso il mattino del 29 s’avanzò con tre colonne, e legni da ponti per passare il fiume. Noi avevamo colà in batteria 52 cannoni da campo e otto da montagna con tre battaglioni, 3° e 4 cacciatori, e uno del 5° di linea, e dietro al ponte come posto avanzalo il 2° cacciatori, con pochi cavalli. Vi comandava il generale Colonna. Il nemico fu scorto all’ore otto mattutine, e Matteo Negri comandante l’artiglieria, ito con pochi uffiziali a riconoscerlo, videlo numeroso, con cinque squadroni di cavalli, però lasciato al 2° cacciatori il carico di rattenerli, voltò a preparare la difesa. La cosa cominciò sendo l’aere fosco con migliaia di schioppettate, dove i nostri per la soprabbondanza degli assalitori, ebbero e rinculare combattendo. I Sardi incitati dalla presenza del loro re s’avanzarono animosi, ma il Negri li accolse con tal grandine di scaglie e fuochi di battaglioni, che di cadaveri seminarono il campo. Una mano de’ loro, spintasi a corsa, afferrò la cominciata testa di ponte, e la vecchia torre guardiana delle coste ch’è là vicino, e di là, e da’ fossi, e di dietro le alzate zolle e da altre gore, ascosi sparavano, Ma chi restò scoperto die’ addietro, e sebben più volte da Vittorio spinti, sempre decimati voltarono le spalle. In quella tra’ Borboniani, non si sapendo del disfatto ponte, levossi una voce ad appellare la cavalleria per dare addosso ai fuggenti, e in breve il 5° dragoni che fu il più prossimo s’avanzò, ma avanti al ponte vuoto ebbe a voltar le briglie; però volonterosissimi i fanti di ogni arma in fretta, aggrappandosi per le lamine di ferro, passavano sull’altra sponda a perseguitare i Sardi, a far prigionieri, e a raccorrò i feriti.

Duro fu che pel ponte smosso s’impedisse a’ cavalli di raccogliere il frutto della giornata; ma più dura riuscì la morte del general Negri, che colpito al piede, poi all’addome, cadde dicendo: Difendete questo passo e vinceremo. Nato a’ 21 giugno 1818, ferito a Catania nel 49, ora avea pugnato a Caiazzo, a Capua e a S. Angelo, guadagnato più gradi in due mesi. Felice che morì vincendo, né vide la ruina della patria. Boccheggiante, a Scauri spirò; a Gaeta ebbe esequie; il re gli decretò un monumento. La pugna durò due ore, con poco sangue, per le precoci fughe del nemico. Avemmo morti undici uomini, e feriti 86 con quattro uffiziali; 19 cavalli morti e 50 feriti, quasi tutti dell’artiglieria. I Sardi assalitori e scoperti patirono assai più.

§.25. Il regio campo bombardato da mare.

Dopo questo,Vittorio non osando ripetere la prova, pensò alla flotta. Sceso nel regno col permesso degli alleati, sapeva che l’ordine imperiale del guardare la spiaggia da Sperlonga al Garigliano era scherzo; però fe’ movere da Napoli il Persano co’ legni, per bombardare il borboniano campo da mare. Vennevi il mattino del 28; ma il Barbier in buona fede gli si posò avanti la foce del fiume, e ’l mandò indietro. Il Galantuomo conturbato del vedersi costretto a combattere con meno disuguali arme, e temente che col tempo i casi della guerra sinistrassero, si volse co’ telegrafi a Parigi e a Londra; appellò al non intervento, e fors’anco a Chambery, ch’aveagli permesso intervenire esso. Napoleone, che proteggeva Francesco come il Papa, cioè per farlo cadere adagio, avea fatto il generoso a guardare la spiaggia, credendo non servisse, e che da terra i Napolitani fossero disfatti; ma vistili saldi contro il suo pensiero, restò. Non lasciò già l’atteggiamento proteggitore; ma, fattosi con più dispacci sollecitare da Londra, volse il 1° novembre l’ordine al Barbier che guardasse Gaeta, non la spiaggia. Costui avria dovuto avvisarne, sì da poter montare qualche batteria di costa; ma o per non dispiacere al padrone, che ciò appunto non voleva, o per l’ordine perentorio, issofatto si partì. Avvisò il Persano d’avergli lasciato il mare, e sull’imbrunire né die’ contezza a Gaeta, dopo il fatto. Francesco fidatosi alla napoleonica parola, si trovò a mali partiti, con la soldatesca esposta a doppie offese di nemico implacabile, che alla sicura colpirebbela di fianco. I nostri intanto avean meglio rafforzato il posto del fiume, e pur cominciata sulla foce una batteria a dente, per quattro cannoniere da battere il mare; che in due notti era quasi co’ parapetti compiuta, ma non armata. Forse la notizia di tal lavoro fe’ affrettare l’assalto. La sera del 4° novembre, sulla mezzanotte, con tempo piovoso e torbido, il Persano fattosi co’ vascelli impunemente sulla spiaggia, cominciò a bombardare i dormenti soldati; i quali percossi come dal cielo con cannoni rigati da 80 e da 40, pur restavano a posto. Poco stante giunse l’ordine regio della ritratta a Mola, che s’eseguì ordinatamente tutta notte, soffrendo i colpi appresso appresso lungo l’aperta strada. Il Persano raggiunto lo scopo, per sola libidine d’uccider uomini traeva contro chi non poteva far risposta; ma volle il cielo recasse poco danno, per l’agitazione de’ flutti, e per poca perizia. Solo un pezzo da campo ne fu smontato, pur menato a Mola.

Come i Piemontesi videro sguernito il fiume, s’avanzarono baldanzosi. Il De Sonnaz con l’avanguardia, mentre l’ala dritta faceva vane mostre di forze verso Mortola e Suio, assalì le due compagnie del 6″ cacciatori, rimaste al ponte in retroguardia; le quali contrastarono maravigliosamente, e mortovi il loro capitano Bozzelli, vollero in gran parte cadere combattendo, anzi che darsi prigioni. Così messe tavole sul ponte, passò il Garigliano.

§. 26. Nuovi disegni di guerra.

I Borboniani posarono a Mola, a Castellone, e sulle alture: eran due divisioni di fanti con un reggimento di cavalli, altra divisione di fanti era a Gaeta; il resto, cioè la cavalleria, molta artiglieria, e quasi altri tremila fanti stavano ad Itri dal 30 ottobre col maresciallo Rivera, oltre a molti gendarmi, volontarii e sbandati. Tutti laceri e smunti da’ disagi di tanti mesi, dalla mal aria, dal poco vitto e dall’avversità.

Mola a quattro miglia da Gaeta, sulla via che tira alla frontiera di Terracina, fu in antico Formia, famosa per la morte di Cicerone. Ha ottomil’anime, è lunga, con case da’ lati, sullo stretto spazio tra il monte e il mare; ha davanti una valletta, e ’l monticello S. Antonio, che naturalmente serrano il paese, cinto di mura private e giardini. Qui in poche ore costruirono due traverse con fossi e artiglierie sulla strada; murarono le finestre delle case laterali con feritoie, posero due pezzi in batteria sopra S. Antonio, e fecero un dente sulla strada di Maranola. Questo punto difendibile pur dipendeva da mare, ma sendo il lido sotto il tiro de’ vascelli francesi, e se n’era anche avuta l’assicurazione, non vi si temeva aggredimento. Ancora si sperava in Francia! destino de’ deboli è fidarsi alle parole del forte, e soggiacere. La sera del 2 congregati sette generali, cioè i Salzano, Colonna, Barbalonga, Ruggiero, Polizzy, De Luna, e Bartolini, citato l’inganno francese, il bombardamento seguito, Mola non difendibile, dissero non convenire stendersi nelle province senza vettovaglia, né moneta; peggio a passare la frontiera, e avvisarono ridurre l’esercito al piano avanti Gaeta. Il re co’ ministri per contrario osservarono: quel piano non capir tanta gente, non aver ritirata né uscita, percosso dalla flotta avversa; doversi tosto i soldati rifugiare nel forte ultimo baluardo, che per tante migliaia di bocche dovrebbe rendersi. Proponevano, lo esercito per Civita Farnese operare nella valle di S. Germano e in Abruzzo, e aiutato dalla popolazione molestare gli stranieri alle spalle, e turbar loro lo assedio di Gaeta. Il Casella corse a Mola a persuaderne i generali, ma questi opponevano: «I soldati affaticati da sette mesi mancar di scarpe e camice, risollevati d’animo per gli scontri di Cascano e Garigliano, essersi riscoraggiati pel tradimento francese, una volta iti altrove, perderebbero la base, senza depositi, né rifugi, né denari, costretti a vivere da briganti, ora sostenerli la presenza del re, fuor di questa, sbanderebbero, come in Calabria, e un mal fine terminerebbe la campagna infelice sì, ma onorata.» Tra quei generali eran di fidi, ma surti allora co’ gradi, avean poca voce, e meno esperienza, ne’ più era stanchezza, volean finirla, e proponevano ciò appunto che prestamente la finiva. Eppure l’esercito era numeroso, né scoraggiato che pel continuo retrocedere, menarlo avanti una volta, anche si tardi, potea sforzare la sorte, nel soldato era forza e volontà, né in faccia al nemico, in tanto stremo, disertava, membra vigorose v’era, ma fiacche menti di duci; e il vigor delle membra non giova al poltrone. Qualcuno avvisò difendersi a Mola e il Mechel, promesso di tener con la brigata straniera l’avanguardia, vi si postò. Ma il Salzano, tornato a Gaeta, forte quistionava co’ ministri: questi fermi dicevano Abruzzo, egli no, Abruzzo proponeva chi non vi doveva andare; ricusavalo chi andar vi doveva.

Mentre si deliberava ancora, il Persano sul meriggio del 5 s’accostò con le navi, e cominciò a trarre sopra Mola; ma il Barbier mandò un vascello a rattenerlo, e anche scoccò qualche palla, per avvertirlo d’essergli a tiro; ond’ei s’ebbe a slargare. Ciò fu più fuoco al nostro male.

§. 27. Pratiche per passare la frontiera.

Francesco acceduto a’ consigli di Napoleone, non sospettava averne abbandono; sperava anzi fossegli d’aiuto la seconda divisione francese giunta a Civitavecchia; ma teneva per certo che mandando soldati in campagna di Roma sarebbervi accolti da amici, e restasservi in guarnigione, come le truppe Modenesi a Verona. Ciò sperando, mandò il colonnello Della Rocca a farne domanda al Papa, e a chiedere il consenso del Govon generale di Francia. Viveva allora un Alfonso d’Avalos, marchese del Vasto, fatuo babuasso, ma anche più ambiziosissimo; che, niente valendo, studiava a parer di valere: si dava l’Altezza serenissima, teneva per ciamberlani certi nobili spiantati, e riccone essendo, mostrandosi sfegatato de’ Borboni, susurrava lascerebbeli eredi del suo. Cerimoniere in corte, si tingeva tutto, spacciava protezioni, e anche a questo scemo avea la setta gittato l’amo. Talun gli diceva: Tra Altezza e maestà è piccol passo, e ringalluzzava. Agli anni passati s’era sovente recato a Roma per cose di religione, e si faceva credere mandato dal re, tra noi parea tenesse il papa per fratello. A costui dunque fu altresì dato il carico di trattare per l’entrata della truppa nel pontificio. Egli e il La Rocca da prima ne fecero intendere il Govon non opporsi all’entrata, ma voler la venia del papa; e il nunzio papale a Gaeta assicurava che volentieri, purché contenti i Francesi. Ciò incarnando il pensiero del re, divisato sin da agosto, di tener alta una sua bandiera a Roma, fu cagione dell’ultima mina dell’esercito. Del resto, ricusandosi i duci d’andare in Abruzzo, e sondo impossibile il tenerli a Gaeta, poco era da fare, e come ne’ casi disperati per consueto si risolvono cose mezzane, si ordinò che alquanti battaglioni accrescessero il presidio di Gaeta, il resto movesse per Itri, ad aspettare gli eventi. E il Salzano per eseguirlo tornava a Mola..

§. 28. Mola bombardata.

Intanto i Sardi non volendo risicare un dubbio assalimento da terra, trovarono argomenti da persuadere il francese ammiraglio, Mola esser dei re d’Italia, e potersi bombardare. Vennervi la mattina del 4 con sette piroscafi, e presero a percussare la misera città, mirando più all’ospedale, ove 1600 malati e feriti giacevano. Ruinavano i tetti, la popolazione desta nel sonno e atterrita dava disperate grida, chi fuggiva, chi nell’infime grotte e cantine ricovrava. I nostri improvvisarono batterie sulla spiaggia sotto i colpi avversi; e due né fecero, una con due cannoni rigati da 12, e l’altra con due da 24; e quantunque senza parapetti, e pochi contro tanti, drizzando i colpi i colonnelli Ussani e Giobbe, sì imberciarono che costrinsero il Persano a prendere il largo. Ebbero nondimeno smontati tre de’ quattro pezzi, con morte di molti artiglieri marinari.

Dappoi giunto il Salzano con l’ordine della ritratta per Itri, questa cominciava in ordine sui pomeriggio. I Piemontesi, consapevoli, a molestarla, fecero l’assalto simultaneo da terra e da mare. Accadde che il Mechel, ch’avea promesso difendere l’entrata di Mola, quel dì fu malato; e la sua brigata straniera a’ primi colpi si sgominò: solo gli Svizzeri a Maranola tennero fermo; ma i Tedeschi e Boemi tutti vennero meno, come avean fatto sempre. Fellonescamente lasciarono il posto, e indarno adoperandosi il Mortillet a trattenerli, si gittarono a confondere gli ordini degli altri corpi. Salvezza sarebbe stata il rivoltar tutti il viso, e già qualche battaglione cacciatori col Polizzy difendeva l’entrata al paese; ma le trombe risquillando la ritratta, e la voce dei duci, che per l’ordine avuto volevano andar via, richiamaronlo indietro. Stette a retroguardia la batteria svizzera col 10.° battaglione cacciatori, che rattenendo il nemico retrocedevano combattendo: caddero feriti Valutante maggiore del 10.°, e ’l tenente Brunner; e il capitano Feyot bravissimo, colpito presso la locanda Cicerone, lasciò la vita e la difesa. Le quattro compagnie svizzere restarono a Maranola tagliate.

Le schiere si ritiravano ordinate; ma la divisione Colonna ch’aveva ordine d’andare a Itri, e stava sulle alture sovrastanti alla strada traversa di Gaeta, dove poteva almeno difendere la ritirata, invece prima di tutti, sprezzando il regio volere, a Gaeta piegò; e dopo lei l’altre per la stessa via. E lor ne venne peggio: sbucate su quella strada ch’è di costa al golfo, fur presi di fianco dalla flotta; dar non potevano indietro, ché i Piemontesi s’erano ficcati in Mola a Castellone, e dovean procedere colpiti dal mare nemico. In tal maniera quei duci che non vollero condurre i soldati a conquistare la vittoria, furono sforzati a conquistare la disfatta. Chi pigliava l’alture, chi i fossi, e chi sul mortifero sentiero aveva a correre; né solo soldati, cannoni, carri e cavalli, vedevi carrozze con feriti, famiglie intere fuggire le bombe di Mola e incontrare le cannonate della spiaggia, a piè, sui ronzini, vergini piangenti, madri co’ bambini in collo, inalati fuggenti dal percosso ospedale, correr carponi su quella via, dove quel codardo Persano da invulnerabili legni cannoneggiava. La flotta francese guardava. La persecuzione cessò avanti al borgo: molti battaglioni accamparono a Montesecco; né pur cheti, ché i Sardi dal monte Conca co’ lunghi cannoni li molestavano.

§. 29. Nuove diffalte.

Il re pensò da prima a ripigliar Mola con doppio assalto da Gaeta e da Itri, ma considerato che vincendo, non potea ritenere il luogo, gli era uopo rimandare quelle truppe verso Itri al grosso dell’esercito. Tutti generali facevano disegni, ma la volontà non era in tutti. L’andar per Civita Farnese a S. Germano, movere le popolazioni, e ritentare la fortuna, niuno il volea sentire. Dicevano i soldati depravali, eppur non uno disertava, e anzi accorrevano Abruzzesi volontarii. Ultima sventura il comando a Itri cadde nel brigadiere Ruggiero, per ragione d’anzianità, che stando al ritiro avea spontaneo chiesto di servire; uomo dubbio molto, codardo certo. A lui andò l’ordine regio così: «Assalito, resistete; respinto, ripiegate per Fondi a Terracina.» E a rafforzarlo gli si spedi la brigata del Mortillet con lo squadrone di guide, per la via di Sperlonga dall’opposta marina. Dovean seguirli altri battaglioni, e animali della batteria da campo ritratta entro Gaeta; ma i loro capi che non volevano andarvi, tornarono indietro dicendo impraticabili quelle vie già fatte allora dal Mortillet. Sicché rimasero fuori Montesecco dieci battaglioni, i cacciatori a cavallo, e due latterie; diecimila quattrocent’uomini inutili alla pugna, ruinosi alla piazza. Fatto non più visto di generali, che, non volendo né disertare né combattere, pur sempre di posizione in posizione retrocedendo, disubbidendo al sovrano, menarono un esercito numeroso in luogo chiuso e stretto, senza speranza d’uscita, sotto le mura dell’ultimo baluardo, per costringere i soldati, il re e la fortezza ad abbassare ingloriosamente senza guerra le arme e la bandiera.

Francesco sperava il Ruggiero si difendesse ad Itri, in quelle strette gole, e desse tempo da respirare, e ritardar lo assedio a Gaeta; e ove pur sopraffatto fosse, e spinto fuor del confine, credeva i soldati trovassero riposo in paese amico, e avessero da’ Francesi accoglienza come i Modenesi da’ Tedeschi. Così sperava tener alto il vessillo, o servirne il papa; ed egli fatto ogni potere a Gaeta, sarebbesi ritirato a Roma tra’ suoi, ad aspettare gli eventi. Ma tutto mancò, perché consigli, uomini, e cose gli eran preparati a rovescio, il Ruggiero, non che combattere, non pur visto nemico, dimentico dell’onor militare, fiutata l’avanguardia sarda chiamò in fretta tutti i corpi dalle loro buone posizioni, e corse a Fondi. Già il brigadiere Palmieri, avuto l’ordine la sera, avea primo passato Portella sull’alba del 5 con la sua divisione; egli col resto della truppa poche ore dopo il raggiunse. La brigata del Grenet da Pico e S. Giovanni Incarico si ritrasse intatta coi cannoni, ma con penosa marciata pe’ monti, senz’acqua, senza pane, e senza ch’uomo sbandasse, giunse a Terracina. La brigata ch’era a Isoletta, inchiodò i dieci cannoni del castello, gittò le munizioni al fiume, e per Coprano entrò nello stato papale. E il Klitsche che a S. Germano si preparava a combattere una colonna sarda accorrente da Migliano, per ubbidienza si appressò al confine, e fu poi l’ultimo a passarlo il 6 novembre. Parecchi soldati sulla frontiera abbandonarono le inutili bandiere; ma entrarono nel pontificio 16686 soldati, 641 uffiziali, e 3551 animali; uomini e animali mal ridotti, la metà infermi, avanzi di sette mesi d’iniqua guerra. Da Palermo a Portella, sempre indietreggiando, o vincitori o vinti, s’era riuscito a distruggere senza una battaglia il più fiorente esercito d’Italia, che non voleva esser distrutto.

§. 30. Tentata capitolazione a Terracina.

Le pratiche a Roma non avean seguito i desiderii de’ regi consiglieri; i quali non vedevano Napoleone far cortesie di parole e durezze di fatti; il papa guardato da napoleoniche arme, né potere quel che volesse. Il Govon alle istanze non rispondeva, aspettando da Parigi la risposta; la quale, ritardata molto, giunse il 5, quando appunto i nostri varcavano la frontiera. «Non entrassero; o depositassero l’arme, né più mai si ricostituissero in esercito bellicoso.» Stettero fuori Portella più ore aspettando il Salzano, sinché saputolo rimasto a Gaeta, sull’imbrunire entrarono in Terracina. Allora tra il Ruggiero e ’l Palmieri surse gara di comando; perché l’uomo è vano anche nelle miserie: spettò al Ruggiero, che fu contento d’aver potestà, per dar l’ultima spinta all’esercito napolitano. Mandò il Palmieri con una divisione avanti verso Torre tre ponti, che fermò a Mesa; egli col resto. digiuni e abbattuti spiriti e corpi, si gittarono per terra sulla piazza e sulla lunga Terracinese Strada.

Al mattino la flotta sarda parata a guerra minaccia la città; e la già nostra fregata Borbone col fianco sulla piazza e le micce accese sta pronta a fulminare i soldati giacenti, e l’un sull’altro ammucchiati. L’ammiraglio Albini intimava gli lasciassero l’arme, o bombarderebbe; la potestà del luogo, temente, pressava: e in quelle penose dubbiezze entrava altresì la brigata straniera col Mortillet venuto per la via di Sperlonga. I duci dovevano con pronta risoluzione allontanare la gente, e fuor dalla vista del mare risolvere con riposato consiglio; dovean tosto voltare per Abruzzo e piuttosto morire con l’arme in mano, che astringere diciottomila uomini all’ignominia; ma i pericoli d’Abruzzo non capivano in mente di dii voleva meriggiare in guarnigioni, e inghiottirsi i soldi, però calarono al peggio, cioè a capitolare per assicurarsi l’avvenire. Mandarono un parlamentario all’esercito sardo a Fondi, e deputati a bordo. Ciò risollevò le passioni irose ne’ soldati. Allora giunse un capitano Marmony mandato dal Govon con la napoleonica risposta, e inculcante ch’ove procedessero nel pontificio darebbero l’arme a’ Francesi; risolvessero per le ore quattro vespertine. Dopo tre ore arriva con un uffiziale in carrozza il De Sonnaz, lo assassino del parroco Santi a Perugia, con la testa alta, sale alla locanda, seguonlo i nostri generali, e uffiziali quanti né capiva il luogo, ma il brigadier de Liguoro li licenziò, e chiuse le porte. Brevemente convennero sul posar l’arme; furono difficoltà sulle condizioni, su’ gradi militari, sulla sorte degli stranieri, e sulla facoltà da concedersi a ciascuno d’aderire o no. Là alzandosi le voci, gli uffiziali entrarono con impeto nella stanza. Allora il Savoiardo mal cinguettando l’italiano, e fatto chiamare l’Albini comandante la flotta, lor favellò d’Italia; minacciò bombe, e additando i vascelli, conchiuse: «Avete a dar l’arme a ogni modo, o a’ Francesi o a noi; e credo nessun Italiano vorrà cederle piuttosto allo straniero che a’ fratelli.» Risposegli dalla folla il Salerno capitano di stato maggiore: «I Napolitani cedono anzi a una grande nazione che a voi, da cui non avemmo che inganni e bombe.» Questo vero fu fuoco alla boria di quel vincitore, sì che cieco d’ira, proruppe in francese: «Laches! vous n’etes pas Italiens: je vous cracherais sur le visage!» Non seguitò, ché un urlo terribile da ogni parte interruppe lo spavaldo italianissimo, che insultava in francese, accennando col braccio alle visibili fregate. Sì bassa offesa da chi, sapendosi inviolabile per dritto delle genti, osava con codarda baldanza lanciarla a soldati infelici, era in vero cosa insopportabile e amara. Molti a gridargli, a sfidarlo, a pianger di rabbia; né mancò chi era tentato a gittarlo dalla finestra. Il Liguoro trasselo in altra stanza, e trovatolo ammorbidito, e sceso esso ad escludere dagli accordi la brigata straniera, n’uscì dichiarando tutto concluso, avrebbero gradi uguali, paga maggiore, la bandiera di Vittorio, e agli uffiziali tempo da risolvere: «No» fu una voce «non vogliamo abbandonargli stranieri stati nostri compagni d’arme; non vogliamo servire il nemico della nostra patria.» E tutti in un attimo scendono giù, sonan le trombe, e chi a cavallo, chi a piè pe’ monti di dritta, a furia verso Roma, tosto furono lontani dal cannone. Il De Sonnaz e l’Albini, sbaldanziti da quell’unanime odio di tante migliaia d’uomini, cercavano con modeste parole trattenere qualcuno: un tenente Echanitz al secondo gridò: «Ammiraglio, l’esercito di Napoli non meritava offese vili, ma rispetto generoso. Tra Napolitani e Piemontesi sarà odio eterno.»

§. 31. L’arme a’ Francesi.

Imbruniva, pioveva a dirotto, e tutti uomini e animali da due giorni digiuni, malati, estenuati, silenti, domi dalla inenarrabile sventura, senza pane, senza moneta, accalcati genti, bagagli, cannoni e cavalli, procedevano per le nude pontine paludi, come in lande infernali, senza speranza. Cacciati dalla cara patria da ingordi stranieri, andavano a dar l’arme ad altri più stranieri, in terra amica, ma non men tribolata di questa infelicissima Italia. A Velletri ebbero dal francese general Riduel cordiale accoglienza, un po’ di pane, un po’ di foco, e la terra per letto. Al mattino dell’8 novembre andarono senz’arme accantonati in più paesi dello Stato. Re Francesco assediato non avea modo da soccorrerli, il papa non aveva moneta; eppure disarmati i soldati non mancarono a’ doveri militari; la guardia, l’appello, la messa, la parata e la rassegna, come in guarnigione. Dappoi istigati da’ demagoghi di quei luoghi, e anche forniti di danari per disertare, cominciarono a pigliar le vie di casa; e anzi tacitamente, non v’essendo modo da sostentarli, si chiuse gli occhi; ed erano ridotti al terzo, quando a’ 26 dicembre giunse l’ordine regio del congedamento. I cavalli già stremi si venderono per poco; e il re fe’ parte del prezzo dividere a’ congedati, ultimo dono.

Tal disinganno suggellò le speranze sopra Francia. Ma i reduci soldati non trovarono riposo nelle paterne case; la setta padrona carceravali, percotevali, insultavali, e peggio li sforzava a servire l’abborrito nemico. Religione, patria, madri, sorelle, istinto spingevanli al niego; e il più per necessità, altri per isdegno si gittarono alla campagna; e iniziarono quella reazione spicciolata, che avvelenò a’ vincitori il dolce della proditoria conquista.

§. 32. Il basta all’Italia.

I Piemontesi a’ 14 novembre entrarono in Velletri, sperando forzar la mano a Napoleone; ma questi temente la commozione di Francia cattolica, mandò l’ordine severo; onde si partirono, restituendo altresì 700 scudi presi in quelle casse. Il Cavour allora dimandò al Sire di Francia qual dovesse essere il territorio da lasciare al papa; e quegli ch’avea già comandato al Govon di guardare il patrimonio di S. Pietro, e la Campagna di Roma, spiegò, il paese da tenere essere al sud quello di Velletri, al nord Civitavecchia e Viterbo, e all’ex sino a Castellammare; però s’ordinasse al Fanti di rispettare tai confini; e si fu fatto. Dunque Napoleone diceva avanti e indietro, sin qua e sin là, la rivoluzione ubbidiva, e in tal guisa Italia era libera, e Napoleone innocente.

§. 33. Gaeta.

Poco su da Mola, un promontorio dell’antico monte Cecubo disteso a occidente nel Tirreno, s’abbassa in un istmo che tiene una penisola di 3500 tese di giro, con pianta simigliante ad un elmo. Quel monte detto Orlando per una torre sì detta, che fu tomba romana d’un Lucio Manuzio Planco, s’alza a 166 metri sul mare, e ha sulla falda meridionale la città d’oltre a tremil’anime; ch’è Gaeta antichissima. Disserla AETA anteriore agli Argonauti; Silvio la fa de’ Lestrigoni, Strabono de’ Samesi, Virgilio da Enea, che vi seppellisse Gaieta sua nudrice, tal nome le fa dare. Il Cecubo rinomato pe’ vini, e la terra amenissima tirarono i Romani a farvi ville: ve l’avea Cicerone, e vi fu ucciso; e ve l’ebbero Tiberio, Faustina, e Antonino Pio.

Nell’ottavo secolo, distrutta Formia da’ Saracini, i fuggiaschi fortificaronsi in Gaeta, e vi si sostennero. Federigo II alzò le mura, ora vecchie, del castello; Alfonso I le nuove. Carlo V bastionò la città, ch’ebbe allora importanza militare. I Borboni miglioraronla, ma non rifecero tutto secondo l’arte moderna; aggiunsero al vecchio; sicché la piazza per natura forte, per arte difetta. Ferdinando II v’ha speso molto; vi s’arricchì un capitano Guarinelli, che fabbricò muraglioni fradici, onde l’opinione che fosse saldo propugnacolo riesci vana: non forti ripari per artiglierie, non angoli sull’istmo, non coperte alle batterie esposte, non buone polveriere, né veicoli di passaggio, non ospedali a prova di bomba; e le naturali difese, un tempo validissime, valevamo poco contro le odierne macchine che da quattromila metri lontano le percuotono.

La penisola da settentrione a occidente è roccia alta e brulla sul mare, e d’impossibile accesso, eppur v’hanno alquante batterie staccate. Sull’istmo detto Montesecco, e sul mar del golfo a mezzodì stanno le fortificazioni non disgiunte appellate Fronte di terra, e Fronte di mare. Quelle del fronte di terra alquanto convesse son di 1200 metri, di cui 500 da sinistra bagnate dall’acque di Terracina, 550 sull’istmo, e 120 sul golfo; han 230 bastioni, cortine, batterie, falsebrache, e ridotti interni ed esterni, di vario nome, con fossi tra mezzo e davanti; quasi tutti con solo un ordine di batterie scoperte, poche casematte da alloggiamenti, e una strada coperta. Sono opere a difesa l’una dell’altre, tale che percuotono il nemico negli approcci, non per combattere bombardamenti lontani; e più sendo sopra rocce, i colpi vi riescono micidiali per iscoppi certi e vicini; e perché in una linea possono esse venir colle d’infilata da mare, e in alcuna parte anche di rovescio. Avean poi cannoni vecchi, e sin di quattro secoli, più da museo che da battaglia. Il fronte di mare per 2200 metri ha tre cortine, due bastioni, e quindici batterie, parte con fuochi scoperti, e parte con casematte, anche per arsenali e alloggi. Tutto l’armamento a’ 5 novembre era di 559 cannoni, 66 obici, e 67 mortai all’antica: mancava il legname, mancavano le spianate di legno pe’ mortai; e pur di munizioni si difettava, dappoi che il ministro Piattelli appunto allora n’avea cavato 1200 cantaia di polvere, per provvedere Calabria e Abruzzo, che servirono a’ nemici.

La città ha pochi edifizi a prova di bomba, e pochi magazzini, ma coperti di sottili tettoie; ha tre polveriere non ben garantite, male ordinate, mal situate, e con pericolosi accessi. Poche batterie han magazzini, e umidi, da portarvene con rischio nell’atto del combattimento. L’istmo è di 700 metri largo,600 lungo; di là è il borgo con undicimila abitanti; poi colli e monti, denominati Atratina, Cappuccini, Lombone, Colle, Colle Torlano, Monte Cristo che va verso Itri, e ‘l colle S. Agata e ’l monte Conca verso Castellone.

Gaeta ebbe molti assedii. L’816 respinse i Saracini, il 1289 Giacomo d’Aragona, per aiuto del papa. Nel 1434 presela in pochi dì Guido Torello co’ Milanesi; presela nel 1435 per blocco Alfonso d’Aragona, dove a sua volta in battaglia marina restò prigione. Pietro Foreglia corsaro rinnegato tentò indarno d’averla nel 1463. Carlo VIII l’ebbe, e col sacco, nel 1495. Alfonso II l’anno dopo la riconquistò. Nel 1505 Consalvo di Cordova la espugnò con istento. Dappoi nel 1707 v’entrò per assalto aiutato da tradimento il Tedesco Dunn; che con molto sangue vi fe’ prigioniero il viceré Vigliena. Più di leggieri la prese Carlo III Borbonio nel 1754. L’assediò il Massena nel 1799, e vinse per ignobile capitolazione d’un comandante svizzero; ma presto l’abbandonò. Per contrario nel 1806 vi si chiuse il Philipstadt con seimila reclute napolitane; e quantunque perduto tutto il regno, vi resisté cinque mesi, contro lo stesso Massena, e morì per ferita; ma egli avea libero il mare, difeso dagl’Inglesi. Finalmente nel 1815 i Tedeschi conquistaronla per Ferdinando I, dopo quattro mesi d’assedio sul napolitano Begani, che tenevala pel francese Murat. Eppure Ferdinando a cotesto ribelle e liberale, difenditore di Francesi, die’ una pensione; e Ferdinando II il fe’ generale del suo esercito; e morto lui die’ a’ figli cinquanta ducati mensuali. Per l’opposto or vedremo gl’italici usurpatori carcerare, relegare, fucilare e sputacchiare ogni soldato che non fosse traditore del suo paese.

§. 34. Fazioni a Montesecco.

Gli accampati a Montesecco occupavano il 5 novembre le alture dal colle bombone a’ Cappuccini, monte S. Angelo, e il Borgo. Giunservi altresì intatte le quattro compagnie straniere tagliate a Maranola, varcando i monti col bravo loro capitano Hess. I Sardi mandato a inseguire il Ruggiero una parte del loro esercito, si posarono con ventiduemila uomini a Mola e a Castellone, co’ posti sino a Cappella Conca. Di là la notte del 9 trassero cannonate a’ nostri, ma colsero in mare, e pur la notte appresso un cento granate con poco frutto. La piazza non rispose per la distanza; lavorava in fretta a montare artiglierie, a spianate per affusti, a parapetti, e banchine sul fronte di terra; e a lavoratorii e blinde.

Il re sin allora non avea voluto far da capitano; ora nella piazza il volle, parendogli più lieve, non avendo a ordinar battaglie su largo paese, ma tennevi un governatore; prima il Milon,poi a’ 10 novembre il vecchio Vial, e altri dopo, come dirò. Intanto sendo necessità spacciarsi delle truppe arrivate contro l’ordine regio avanti la piazza, e che l’affamavano, il Salzano e gli altri duci pensarono mandare al Cialdini il colonnello Enrico Pianelli e ’l tenente-colonnello Antonino Nunziante, per chiedere il passo a’ congedati senz’arme, ma noi poterono ottenere. L’11 fu un caso scandaloso: il brigadiere Barbalonga e ’l maresciallo Colonna ch’avea disubbidendo menato la sua divisione colà, si spiacquero che i loro soldati stessero a disagio a cielo scoperto, quando quei della Guardia eran dentro;chiesero alto d’entrare anch’essi; non concesso, proruppero in improperii, presenti i soldati, si licenziarono, e partirono. Abbandonavano il sole d’occidente.

Già a’ soldati s’era detto il congedamento; nulladimeno uscito il re per passarli a rassegna, chiesero con entusiastiche grida di rimanere; ebbero concesso restassero là a difendere gli approcci. Net pomeriggio il nemico urtò ne’ primi posti, i quali da prima retroceduto, ripigliarono il luogo e vi si tennero con lungo fuoco di moschetteria. Un Antonini capitano del 44 per aver abbandonato il posto, fu punito; e all’alba della dimane il capitano Orlando con gli stessi soldati ripreselo a forza, e fu promosso maggiore.

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§. 35. Diffalta del colonnello Pianelli.

Quel dì 12 i Borboniani stavano così: A S. Agata e al Borgo il 15 cacciatori, a’ Cappuccini il 3 al bombone il 14a Torre Viola le quattro compagnie straniere, ad Atratina il 4.°, e alla sua sinistra verso il camposanto il 6 Sull’istmo i battaglioni 2 7 8 9.° 10.°, e i cacciatori a cavallo: comandava tutti il brigadiere Sanchez de Luna. Il giorno avanti il Pianelli colonnello del 15 postato al borgo, avea messo quattro compagnie sull’alture circostanti, una sulla spiaggia, egli col resto al centro. Fu visto andare in carrozza a Mola, e disse aver parlato al Cialdini per affari di servizio. S’era concluso lo scambio di mille e dieci Garibaldini con altrettanti Napolitani. Pelò eseguendosi quel di lo scambio avanti al borgo, gli uffiziali Sardi bevevano il caffè col Pianelli, quando il nemico urlò in tutta la linea. Il Sanchez accorse con aiuti da Montesecco a sostenere lo scontro: già il 14 era alle mani, e soccorso da quattro compagnie del 2.° si sosteneva gagliardamente; e in tutti gli altri luoghi si taceva il dovere, ma non là dove il Pianelli. Gli uffiziali sardi beventi con esso, udendosi i colpi mentre si permutavano i prigionieri, gridarono niente essere, perché giorno di tregua, e il colonnello invece d’accorrere alla pugna, si chiamò le quattro compagnie dalle alture, e schierò il battaglione col fronte al mare, e il fianco sinistro al nemico, sicché questo il potè accerchiare. Allora parlamentò col comandante avverso, tornò nunziando tutti prigioni, e fe’ posare l’arme a una compagnia per volta. Solo otto uffiziali e 78 soldati della dritta poterono con la fuga involarsi all’inganno. Il nemico sgombrata con tal prodezza la regia ala dritta, die’ di fianco e di fronte al 5.° cacciatori su’ Cappuccini, che retrocesse; ma spinto dal Sanchez tornò all’assalto e riprese il posto, poi da soprabbondanti forze colpito, perdute tre compagnie, si salvò a Montesecco. Così i Sardi procedendo colpivano di fianco e di fronte i Borboniani l’un dopo l’altro, e conquistarono le posizioni, fuorché il Camposanto dove baldamente il 6.° cacciatori resisté. Le quattro compagnie straniere con l’Hess a Torre Viola restarono prigioniere. Alle 5 vespertine il Sanchez dopo otto ore di pugna chiamò a raccolta a Montesecco. Morirono tre uffiziali e 71 soldati, feriti sette de’ primi e 56 de’ secondi, e tra prigionieri e traditi al nemico furono 51 uffiziali e 986 soldati. A sera il re chiamò tutti dentro Gaeta; e la guarnigione sommò 19700 soldati, 1770 uffiziali, con 1080 animali!

Il Pianelli dal campo sardo scrisse ad Antonino Nunziante, comandante l’8 cacciatori, stigandolo a disertare; e mandovvi un suo aiutante, che fu preso nel borgo da una pattuglia. Trovato il viglietto, il Nunziante che, quantunque fratello del famigerato traditore avea lealmente servito, fu sottoposto a consiglio di guerra, che a’ 16 dichiarò costare non esser colpevole.

§. 36. L’assedio a Gaeta.

Dunque a’ 15 novembre cominciò l’assedio a Gaeta, quando il nemico si mostrò a tiro, e iniziò lavori; ma fu da’ colpi discostato. Mancando a’ nostri la moneta, il ministro Casella ridusse le paghe a’ soli soldi, salvo il resto a pace fatta. E benché già parecchi si fossero mandati a Civitavecchia a comprar viveri e munizioni, pure il 16 del mese andò Antonio Ulloa, brigadiere direttore di guerra a Marsiglia. Pio IX donò vettovaglie, e arnesi d’artiglierie preparati per Ancona, non più serviti. Lavorandosi notte e dì per bastioni, affusti e blinde, e cominciato il fuoco, il re volle allontanare le sorelle e i fratelli bambini; però Maria Teresa vedova di re Ferdinando, con le principesse e gl’infanti conti di Girgenti, di Bari e di Caltagirone, s’imbarcava il 18 sul Generale Alava piroscafo spagnuolo, e con la contessa di Trapani e sua famiglia, andò a Civitavecchia, e indi a Roma, là regalmente ospitata e visitata dal Santo Padre al Quirinale. I principi conti di Trani, Caserta, e Trapani, e la giovinetta regina Maria Sofia restarono col sovrano, a difendere in tanta disperazione di fortuna la terra ultima del reame. I rivoluzionarli spargevano avrebbero Gaeta in pochi dì, come Ancona.

§. 37. Il presidio di Messina.

Nella cittadella di Messina, quando a’ 9 agosto succedeva al Clay governatore il maresciallo Fergola, v’erano tre reggimenti, 5 5 e 7 di linea, ma incompiuti, e quasi tutte cerne; cioè sette compagnie del 2 del genio, 83 cannonieri marinari, il 5.° 5.° e 7.° di linea, 26 artefici, 12 veterani, 38 spedalieri, 42 compagni d’arme, e 48 galeotti; in tutto 199 uffiziali, e 4155 soldati, spartiti nella cittadella, e ne’ forti San Salvatore, Lanterna, e Lazzaretto. Stavano sulla spiaggia di S. Ranieri sei legnetti sottili tratti a terra. Fuorché paglia e poca, niente v’era di casermaggio, avendo il Clary innanzi dato tutto all’appaltatore. Nulladimeno il Consiglio di difesa, come il re fu chiuso in Gaeta, dichiarò la piazza sostenersi, giusta le ordinanze. Volonterosissimi i soldati, disponendosi il congedamento a chi avesse compiuto la ferma, non pur uno il volle, tutti chiesero servire a guerra finita, e non abbandonare la monarchia, laonde un ordine regio del 2 novembre premiò quei generosi con medaglie d’argento di Francesco I. Mancato il danaro, unirono quattordicimila ducati d’offerte volontarie; spese queste, il Fergola a’ 26 novembre dichiarò esser venuti i giorni delle privazioni, sospese le paghe, fuorché la sola razione, e pur ridotta mezza. Risposero: Viva il re? e coglievano Torbe per satollarsi. Mancato il tabacco, il Fergola né comprò del suo, e altri uffiziali pegnorarono in Messina gli ornamenti delle mogli, per comprare grano. Il presidio ogni sera al Santissimo, e chi non capiva in chiesa, s’inginocchiava fuori.

§. 38. Il congresso di Versavia.

La rivoluzione, sì volente Parigi e Londra, imbestialiva in Italia, fremendone Europa, ma Europa dominata da massoni, rossa e divisa da rancori e gelosie stolte, non sapea che contemplare attonita tanto scempio di giustizia e dritto. Lettere di potenti monarchia Francesco inanimavanlo alla difesa, e promettevano soccorsi di danari e soldati; ma i loro ministri il più cime di sètte, baloccavanli tutti con gare diplomatiche e vane. Fu un momento che parve le corti del settentrione si riscuotessero. Unite, avean vinto il primo Napoleone, e i trattati di Vienna avean dato quarant’anni di pace al mondo; ma per quei patti Austria teneva Lombardia, e Russia le bocche del Danubio. Il nuovo Napoleone gitlò nel settentrione il pomo della discordia, con la guerra di Crimea; ci l’odio suggellò col trattato di Parigi nel 55, che le bocche del Danubio tolse alla Russia. Conseguitò che questa die’ alla Francia stessa la facoltà di strappare la Lombardia al Tedesco; e né nacque sotto nome di libertà il servaggio d’Italia. Però la Russia per vendetta dell’Austria, lasciò sublimare il Sardo, ito in Crimea a dargli il calcio dell’asino, e abbassare il Borbone, che a lei era restato fido; tanto è più facile restituire l’offesa che il benefizio! I due rivali settentrionali avean nondimeno odio comune al Bonaparte e alla rivoluzione; e la Prussia, anch’ella insultata a Neuchatel, parea naturale bramasse la fine delle bonapartine perfidie. Sul principio di settembre l’imperatore austriaco die’ un pranzo a Schoenbrunn per la festa dello Czar; e disse al ministro di lui che bramerebbe aver con esso imperatore un colloquio. Alessandro rispose vedrebbero! a Varsavia. il Bonaparte viaggiava con la moglie pomposamente in Algieri, per allontanarsi dalle cose d’Italia, acciò si compissero; ma udito del colloquio, s’impensierì, troncò le feste, e tornò a Parigi il 21. Intanto il suo legato a Pietroburgo, chiesto spiegazione, aveva il 13 del mese dal Gorschakoff primo ministro russo assicurato, niente contro Francia si farebbe, sol forse un accordo generale tra i potentati. Non però rassicurato Napoleone, con un memorandum a Pietroburgo, ripudiando la solidalità con le invasioni del Piemonte, dichiarava l’abbandonerebbe, ove questo assalisse l’Austria; solo tutelerebbe i possedimenti che la Francia pagò col suo sangue.

Quel congresso minaccia terribile alla rivoluzione mondiale, per mene diplomatiche, e arti sotterranee, tardò sino al 22 ottobre. Primo arrivò lo Czar, poi il reggente di Prussia, ultimo a sera l’Austriaco. Stettero tre di; primo l’Austriaco bruscamente voltò le spalle; al mondo si die’ del tronco colloquio onesta ragione lo aggravato male della Czarina madre; onde il Russo la sera del 25 si partì, e potè raccorre l’ultimo respiro della genitrice, che trapassò a’ 2 novembre. Molto da quel congresso Europa aspettava, molto se né parlò, che discutessero ancorasi domanda: Napoleone vinceva.

Se Austria sperava aggiustare le cose italiane, parmi anche a Russia importasse spezzare i ceppi del trattato di Parigi, e ripigliare le bocche del Danubio. Sinché tal principal nodo della quistione non si sciolga, ardua cosa è la lega settentrionale.

§.39. Ibridezza inglese.

Oggi la diplomazia ha sempre enigmi, perché non tien fede; e spesso credi astuzia ciò ch’è interessò. Né die’ prova solenne il Russell ministro inglese, con due dispacci opposti, per cose e persone stesse. Quando temeva il Cavour cedesse la Sardegna alla Francia, egli, stigatore delle italiche rivolture, le disapprovò; e con nota del 31 agosto 1860 all’Hudson legato a Torino disse che «re Vittorio era stato libero di non accettare i patti di Zurigo; ma accettatili, e data la parola reale, non esser libero di trasgredirla, e assalire il vicino. Austria combatterebbe per buona causa, Italia soccomberebbe, Francia interverrebbe e sarebbe guerra europea. Se ciò il Cavour spera, non si illuda; i potentati vogliono pace, e Inghilterra ha nell’Adriatico interessi da tutelare.» Ciò significava non piacergli ch’Italia, avendo Venezia, pigliasse forza in mare. Eppure dopo questa disapprovatrice nota, basata su teorie antiche, lo stesso Russell, scorsi due mesi, altra allo stesso Hudson né manda il 27 ottobre; la quale citate le disapprovazioni alle usurpazioni sarde, venute da Russia, Francia e Prussia, le confuta con teorie nuove. Bensì dice: «non voler allora discutere se il papa potesse aver ragione a difendersi con soldati stranieri; e se possa dirsi aver Francesco abdicato, quando ancora teneva alta la sua bandiera a Capua e a Gaeta. Ma certo aver ragione i popoli italiani d’aver invocato il Piemonte contro i loro tristi governi, che mal provvedevano alla giustizia, alla libertà personale, e alla prosperità de’ sudditi.» Lodava Carlo Alberto, Vittorio, il concetto d’Italia una; e s’afforzava col pubblicista Wattel, che approvò la rivoluzione portata dalla casa d’Orange in Inghilterra. Provava il papa essere odiato «perché tonava soldati stranieri; odiati i Borboni, perché vinti da un Garibaldi, con duemil’uomini. Odiati giustamente pe’ venuti Tedeschi del 1820, per le decennali prigionie deliberali del 48. A ragione i Napolitani averli scacciati, come gl’Inglesi nel 1688 avevano scacciato gli Stuardi. Inoltre la rivoluzione essersi fatta con moderazione e senno; al rovescialo governo non esser seguito scoppio di popolari vendette; essersi alzata una dinastia gloriosa, tra le simpatie e gli augurii d’Europa.» Non so s’ei rileggendo ora cotesta sua nota non rida o non vergogni, vedendo che governo è succeduto a quei tristi governi, e che libertà personale e giustizia e prosperità s’abbia tra le re legazioni, le fucilazioni, la miseria e la fame questa saccheggiata Italia; vedendo quale scoppio di popolari vendette per molti anni si reiteri dono il rovesciamento del legittimo governo, e come la nuova gloriosa dinastia s’innalzi tra la gloria delle disfatte. Ma Inghilterra lodava i ribelli altrui, mentre i suoi impiccava.

Ma perché in sì breve tempo due sì dissimili note? ingiusto in agosto liberare i Veneziani; e giusto in ottobre liberar Romagnuoli e Napolitani dai governi patrii? la rivoluzione in agosto non aver dritto d’assalire il Tedesco, e in ottobre aver dritto d’assalire Italia? Enigma parve: ma chi scambia l’interesse pel dritto, questo fa mutabile come quello, e sembra enigmatico al volgo. Poi s’è saputo il Russell in agosto volea blandire l’Austria, per cavarne un trattato su’ cenci per la cartaria che negatolo l’Austria,per non dare a stranieri un monopolio a danno de’ sudditi, sguainasse a vendetta il secondo dispaccio. Il Russell pesò il dritto nella bilancia dei cenci.

fonte

https://www.eleaml.org/ne/margotti/1868-DE-SIVO-Storia-delle-due-Sicilie-dal-1847-al-1861-BB-2025.html#LIBRO_VIGESIMONONO

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