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Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo Volume secondo (XXVI)

Posted by on Giu 12, 2026

Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo Volume secondo (XXVI)

LIBRO TRIGESIMO

SOMMARIO

§. 1. I Garibaldini morenti. — 2. Entrata di Vittorio in Napoli. — 3. Adulazioni. — 4. Partenza del Garibaldi e del Mazzini. — 5. Persecuzioni a prelati — 6. L’eccelso è luogotenente. — 7. Il popolo è ignorante. — 8. Scioglimento de’ Garibaldini. — 9. Come sì fa il re. — 10. Ricompense — 11. Ritorno del cardinale arcivescovo. — 12 Fatti di Gaeta. — 13. Ricognizioni — 14. Vittorio a Palermo. — 15. Mal governo, e ridicolezze dei Farini. — 16. Cresce la reazione. — 17. Proclamazione di re Francesco l’8 dicembre. 18. Critiche. — 19. Scemamento della guarnigione di Gaeta. — 20. Cose della cittadella di Messina.— 21. Come agguagliavano la ragione del debito pubblico. — 22. Re Vittorio lascia Napoli. — 23. L’ultime geste del Farini. — 24. I mobili del conte di Trapani. — 25. Reazioni e punizioni. — 26. Il Carignano secondo luogotenente. — 27. Nuovi Consiglieri. —28. Peggiori mali in Sicilia. — 29. Umanità napoleonica. — 30. Suoi generosi consigli. — 31. Fraudolento armestizio. — 32. Risoluzione per difendersi. 33. Avvisi della Commissione di difesa. — 34. Abbandono de’ Francesi.— 35. Bombe da terra e da mare.
§. 1. I Garibaldini morenti.

Venuto il Galantuomo, i Garibaldini cadevano nel nulla; perocché i felloni assicurati non aveano mestieri di più celebrare queste larve d’eroi. I volontarii se n’andavano a sclami, restava esercito d’uffiziali; e pur di questi, parecchi, voltati al sol nascente, sfatavano le cose loro e i compagni, per dar nel genio a’ Sardi. Non si parlava più de’ miracoli garibaldesi; il redentore stesso ecclissato s’impiccioliva, il Cavour gli teneva le spie a’ fianchi. Prevedendosi lo scioglimento della sconnessa turba, pensarono ad assicurare lo avvenire di ciascuno; e abborracciarono una Giunta, da notare gli uffiziali per classi; ma mancando ruoli e brevetti, foggiaronli in fretta, secondo favore o arbitrio. Né fu presidente il Rustow; e ha stampato che tenevan riguardo a’ servigi che potevano rendere, anzi che alla morale delle persone; perché Italia non dovea stai sul sottile a scrutinare ladri e truffatori, quando avea bisogno d’uomini coraggiosi, e far numero. E poi come ficcar la morale in quel guazzetto?

Il Garibaldi a’ 2 novembre scrisse a’ suoi legati a Parigi e a Londra, che pel fatto del plebiscito deporrebbe la potestà a pie’ di Vittorio; e cessò da quelle rappresentanze. Non pertanto sperando il colloquio di Varsavia portasse guerra, e i Tedeschi passassero il Po, e fosse bisogno di lui, non volea sentir parlare di licenziamento; e anzi chiese a Vittorio il lasciasse dittatore per un anno. Ma il Farini venuto di costa al re, e che si maneggiava a restar luogotenente del regno, gli rideva in faccia. Sperò tirare Vittorio col fargli vedere la sua gente; e n’ordinò la rassegna a Caserta il 6 novembre, che fu la parata funebre de’ Garibaldini; ei corse a S. Maria a invitarlo; né tornò a mezzodì solo e scuro, dicendo il re verrebbe la dimane sull’alba, e dispose anche la seconda parala; ma la notte scatenatisi venti, acque e tuoni, fu pretesto a non far nulla. Vittorio non volea vederli, e tirò dritto a Napoli, per l’entrata solenne.

§. 2. Entrata di Vittorio in Napoli.

Il Farini gli stampò una proclamazione cosi: «Il suffragio universale mi dà la sovrana potestà di queste province; accetto l’alto decreto della volontà nazionale, non per ambizione, ma per coscienza d’Italiano. Crescono di tutti gl’Italiani i doveri; più che mai vuolsi concordia sincera e costante annotazione; tutti i partiti debbono inchinarsi avanti alla maestà d’Italia, cui Dio solleva. Dobbiamo instaurare un governo che dia guarentigia di viver libero a’ popoli, e di severa probità; ed io fo assegnamento sul concorso efficace di tutta la gente onesta. Dove nella legge ha freno il potere, ivi il governo tanto può pel pubblico bene, quanto il popolo vale per la virtù. All’Europa mostriamo che se la irresistibile forza e degli eventi superò le condizioni fondate sulle secolari sventure italiane, noi sappiamo ristorare nella nazione unita l’impero di quelli immutabili e dogmi, senza de’ quali ogni società è inferma, ogni autorità è combattente ed incerta — Vittorio Emmanuele». Tai paroloni imbeccati a questo sgraziato re, parranno oggi sarcasmi lanciali a sò stesso, oggi che i popoli assaporalo hanno il suo viver libero e la sua severa probità; ma allora quelle frasi gonfie davansi a’ Napolitani, in cambio dell’avita prosperità e indipendenza.

Acciò i Napolitani s’accorgessero che dovevano gioire, i congiuratori già alto insediati, volean fargli magnifica reificata; e i bruchi piombali sul municipio si davano a spese magne. Disegnarono dodici archi trionfali e piramidi, un monumento bambagino a Napoleone III, quattro statue al Cavour e a tre generali sardi, un certo tempio al Garibaldi con una iscrizione ridicola, tutto carta, pali, tele e funi, con pitture trasparenti, lumi e ghirlande. Cominciarono venti giorni prima, ma lenti, mancando i denari, o non bastevoli alla sete de’ sovrastanti; sicché la gente per quelle dilazioni, si sperava che Vittorio non avesse faccia sì tosta da venire in Napoli. Rimediarono parecchi simulacri posticci, dove vittorie garibaldine, dove ritratti de’ Fanti, Cialdini, Turr, Medici, Cosenz, e altri massoni. Quel del Garibaldi, fatto e posto, tolsero in fretta. Avanti la reggia ascosero con panni l’enee colossali statue di Carlo III e Ferdinando I; e v’alzarono sopra un enorme catafalco quadrato, vero mausoleo di carta, e stracci, con pitture. Il bello furono cento statue di gesso simili, poste per Toledo su piedistalli, con una mano alta e una giù, quasi sonassero il contrabbasso; certe nude femmilione, cui dicevano essere le cento città d’Italia proclamanti l’unità. Ma tutti ne ridevano; e il garibaldino Rustow ha stampato ch’avevamo messe quelle bagasce in mostra, per allettar Vittorio a star con noi. Pigliarono da dugentomila ducati per tai baie.

Ma il cielo nemico d’Italia guastò tutto; la notte precedente acque dirotte e venti e turbini: a pezzi le città, colanti le pitture, sbrandellati i canavacci, bucherati i cartoni; tutto scollato, vedevi travi e funi, forche non archi trionfali. Tra quei squallori e piovendo entrò Vittorio quel dì 7 sull’ore nove e mezzo in carrozza, col Garibaldi a lato, e ’l Pallavicino e il Mordini prodittatori di Napoli e Palermo, a fronte. Gli fean corteggio a pie’ lazzaroni scamiciati, e camorristi plaudenti e saltellanti con ombrelli e frasche; poi carabinieri armati, lo Stato maggiore, e un drappello di guide, poca gente, scarsi plausi, rari fiori. Ei salutava col guanto dove vedea qualche balcone pieno, quasi voglioloso di saluti protettori. Carlo III borbonico era entrato gittando danari d’oro, bello e giovine; Gioacchino tutto diamanti e pennacchi, da eroe di cento vittorie; costui tapino, sgradevole, spauriva. Faccia scura, occhi gonfi, baffoni, tozzo, sporco; il popolo strabiliava, né si persuadeva sì laida figura portasse tante belle promesse cose. Ma gli facean rumore attorno i camorristi, tra’ quali un Antonio Lubrano, famigerato omicida, che co’ suoi strepitanti gli stette sullo sportello della carrozza sino a palazzo. Questi dappoi andò alla Polizia a vantare tal servigio alla causa, protestando non dover più esser carcerato, dopo avuto l’onore di stare a’ fianchi di Sua Maestà.

Poco stante avendosi a presentare al re il plebiscito, i prodittatori Pallavicino e Mordini andarono a prendere il dittatore ch’era sceso all’albergo. Il primo portava il cordone dell’Annunziata avuto allora, non dato al Mordini, benché pari in grado; perché quegli avea promosso il plebiscito, questi l’aveva avversato. Il Garibaldi al vederlo gl’impose il togliesse, ei ricusò, e seguirono di male parole; tanto che il Pallavicino se n’andò solo con la carrozza; e ’l Garibaldi col Mordini, in carrozza da nolo, turbatissimo andò alla reggia. Trovò il re nella stanza del trono, né si cavò il cappello; onde né fu dal cerimoniere avvertito. Sull’ore undici, assistendo il municipio rivoluzionario, e altri faziosi o vigliacchi dicentisi corpi dello Stato, il filibustiere co’ suoi ministri presentò a Vittorio l’atto del comizio. Parlò il Conforti dicendo, il popolo a immensa maggioranza averlo proclamato suo re. Ei rispose breve; si fe’ il rogito dell’atto; e sì cessata la dittatura, il ministero si dimise; e ’l Nizzardo s’andò a chiudere nella locanda co’ suoi pochi amici.

Già la sacra Penitenzieria interrogata per più dubbii, massime se i sacerdoti potessero cantare il Te Deum, per la proclamazione de’ governi nuovi, aveva a’ 6 ottobre risposto NEGATIVE. Però nel duomo, negatosi il clero, vi cantarono una dozzina di preti apostati raggranellati in fretta, e una parte del clero palatino, che con iscandalo universale, ingrati al re benefattore, per non perdere i soldi, si prestarono. A S. Lorenzo cantò il Caputo. Lumi non si videro, e incolparono la pioggia: venuto il sereno; il sindaco supplichevole più volte invitò la popolazione a illuminare almeno Toledo e qualch’altra strada; ebbe meschino effetto.

§. 3. Adulazioni.

I giornali rumoreggiando supplivano al popolo. L’Omnibus già favorito da’ Borboni, stampò la venuta di Vittorio Emmanuele esser quella del Messia; la venuta di Dio! Onesto Dio nero la sera al teatro S. Carlo ebbe Filino scritto da Domenico Bolognese; il quale inneggiato a libertà nel 48, non solo scansò qualsisia pena, ma ottenne da re Ferdinando due impieghi e due soldi; eppur cantò Garibaldi precursore, angelo e Dio, ed Emmanuele d’Italia Dio. Pose il Petrella la musica, che riuscì misera. II re niente n’udì; ché cominciato lo spettacolo, certi garibaldini volendo entrare nel teatro già pieno, trassero le pistole, e si fe’ rumore, e accorsero Carabinieri, di che turbato Vittorio poco stante si ritirò. Ma l’estro d’incensare il vincitore prese i poeti a dozzine, e pur di quei che l’anno innanzi avean cantate le nozze di Francesco. I più serviti pompeggiavano di libertà. Tosto si videro libercoli poetici di molti; né ricordo del Baili, di Sesto Giannini, di Quintino Guanciali beneficato da’ Borboni, e d’un Luigi Cancrini stato ispettore di Polizia. Uscì anche un Omaggio Partenopeo al re Galantuomo, i cui poeti furono i due Baldacchini, Stefano Paladini, Luigi Indelli, Federico Quercia, Francesco Arabia, Carlo Presterà, Francesco Proto, Carlo Dalbono, Pietro Starbini (non Napolitano), e pur tre donne, Laura Oliva, Giovanna Milli e Rosa Massa. Eran pochi; ma il loro lodatore Emmanuele Rocco, già scrittore del giornale borboniano, e poi del giornale sabaudo, sentenziò quelli essere i nostri vati più chiari, sì per servilità sminuendo gl’ingegni della patria. Ma il cielo niente adulatorio piovve quasi sempre; e sendosi le luminarie protratte a’ dì 17 e 18, con rovesci d’acqua le spense.

§. 4. Partenza del Garibaldi, e del Mazzini.

I garibaldini Bixio, Turr, Cosenz e Medici fur nominati tenenti-generali sardi. Al Villamarina ministro presso Francesco diessi il cordone dell’Annunziata, e meritava anche il cordone del Turco. Al Garibaldi oltre il cordone e ’l grado generalesco si promisero castella, la dote alla figlia, e un grado al figlio; ricusò, e insisté per avere la luogotenenza delle Due Sicilie con pieni poteri, cioè la dittatura, cui avea preso gusto. Il Farini secondo il volere del suo protettore Cavour doveva essere governator generale delle province meridionali; ma egli ambiziosetto seppe farsi luogotenente; sì guastando il disegno del Cavour, che tal posto serbava al principe Carignano. Pubblicò il decreto con data del 6 da Sessa, dov’esso ex medico d’un villaggio, Luigi Carlo Farini, era fatto luogotenente generale nel Napolitano, con potestà d’emanare, sino all’adunamento delle Camere, ogni maniera d’atti, per istabilire e coordinare l’unione di tal paese al resto della monarchia, e a provvedere a straordinarii bisogni. Alle cose diplomatiche e di guerra si provvederebbe da Torino. Ciò portò che al Montezemolo designato per la Sicilia si dové dare il medesimo, per non offendere l’isola con un da meno. Il Cavour la sentì male, ma la dové inghiottire. Al Garibaldi seppe anche più duro le esaltazioni di cotai due luogotenenti, ambo nemici suoi; vistosi abbandonato a un botto da tanti, fermò di partire.

Prima firmò due decreti con antidata, uno pel Dumas, che abitasse, qual presidente onorario del Museo, la casina regia del Chiatamone per un anno; l’altro con data dei 5 da Caserta pel Pantaleo, cui fe’ vicario al Cappellano maggiore del regno di Sicilia, invece di monsignor Lello. Poi die’ l’ultimo addio de’ compagni d’arme, tronfio di parole e concetti, concludendo si rivedrebbero presto, per liberare gli altri fratelli ancora schiavi. Pien di livore sull’alba del 9 lasciò la città, ben diversamente da quel che v’era entrato; era seco il figlio, un Bassi, un Gusmarolo, un Forsecanti e un servo Manuele. Prima di salpare sali a far visita al Mundy ammiraglio inglese, e n’ebbe saluto con l’artiglierie, l’ultima illusione. Il commediante sognando di far davvero la parte di conquistatore, bruscamente desto, pigliava la parte di Cincinnato; e sull’Annibale vascello inglese alla sterile Caprera si riduceva. Lo stesso dì partivano il Palla vicino, il Turr, e altri principali.

La Provvidenza cominciava sin d’allora a fiaccare i rivoluzionarli nel buono del trionfo. Restava capo di Garibaldini il Sirtori; ma percossi nel loro duce, e sospinti dal Mazzini, minacciavano. La sera del 42 molla gente sotto la reggia chiese il richiamo dell’eroe, e che si demolisse S. Elmo. A porta Capuana corsero fucilate co’ soldati. Uscì un prudente ordine di Vittorio, dichiarante lo esercito de’ volontarii aver ben meritato dalla patria e da Lui; e comandava s’ordinasse definitivamente secondo i regolamenti. Per l’effetto s’instituì un consiglio generale, per l’organamento dell’esercito meridionale, cosa finta a inganno. Si die’ anche il mandato d’arresto pel Mazzini, a pompa, ché non osarono pigliarlo; ond’ei si partì con comodo; e a Londra stampò aver traversato Italia tutta sino a Genova, ove s’era imbarcato.

Il 15 Vittorio tenne a pranzo da sessanta persone, cioè ministri, ex ministri, sindaco ed eletti di città; e ripeté il 18. L’Inghilterra soppresse la legazione di Napoli; che fu approvazione del fatto compiuto.

§. 5. Persecuzioni a’ prelati.

La rivoluzione sapendo il clero avverso, si sveleniva contro i Vescovi. Scacciato era dalla diocesi monsignor Salomone arcivescovo di Salerno. Il Bruno vescovo d’Uggento, insidiato nella vita, fuggiva travestito a Brindisi, dove noleggiò una barca per l’isole Jonie; ma avvisato lo aspettassero là dentro i sicarii, scampò per terra a Bisceglie. A monsignor Rotondo arcivescovo di Taranto apposero desse tremila ducati per la reazione, e dové fuggire a Grottaglie, donde di nascoso a Napoli si ridusse. Monsignor Filippi vescovo d’Aquila fuggì di notte a Rieti, e poi a Roma. Monsignor d’Avanzo vescovo di Castellando avea de’ primi raccolto collette per l’obolo di S. Pietro; però minacciato per lettere da’ faziosi d’altre diocesi, era guardato da’ suoi. Avendo il 31 agosto a recarsi all’altra sua diocesi di Calvi, era da molti accompagnalo parecchie miglia; giunto presso Gioia, due Garibaldini appostali trassergli colpi: una palla dritto al cuore cessò su la croce vescovile, un’altra gli passò fuor fuora il braccio e i muscoli del petto. Vivo per miracolo, entra in Gioia; e là una masnada di Nazionali fingendogli difesa, il mena a un casino, e multangli la vita a denari: così tra altri rischi potè curarsi a Casamassima; donde poi il 2 ottobre ad Avella sua patria riposò. La potestà ordinò farsi il processo agli assassini in via correzionale; sarcasmo di cui risero i rei gloriatisi del fatto. Monsignor Cilento vescovo di Rossano è a’ 20 ottobre assalito nel palazzo da dugento armati con un commissario di polizia; rovistala la casa, né trovato reità, lui pigliano; per viaggio presso Corigliano il tengono una notte a cielo scoperto; e a Cosenza chiudonlo in segreta, come malfattore. Era reo d’avere scritto pel dominio temporale.

§. 6. L’eccelso e luogotenente.

Il Farini stato galoppo della setta, ora addimandato l’eccelso, gran politico, grande scrittore, sendo uomo da chiacchiere, non mancò, pigliando il luogotenentato, d’accozzare una spampanata di frasi. Diceva: «un paterno reggimento manterrebbe le promesse del principato italiano, con la prosperità e ’l ben essere consoliderebbe in unità le sparse membra della comune famiglia, rassoderebbe l’ordine materiale e morale, e quelle guarentigie di libertà e pubblicità, che non tolgono, ma crescono forza a un’amministrazione riparatrice. Farebbe opere pubbliche, ravviverebbe agricoltura e commercio, riformerebbe la istruzione popolare, migliorerebbe la beneficenza, sarebbe degno interprete dell’intenzione del re, ch’è simbolo di concordia italiana.» Di si largo promettitore avemmo due mesi d’incredibili stoltezze.

Dopo impiastrata una storia, e predicato gran tiranno Ferdinando li, ora postosi a fare egli il re, la prima cosa decretò un reggimento di carabinieri per Napoli solo. Si fe’ un consiglio di luogotenenza, fior di setta: il Ventimiglia a Interno e polizia, lo Scialoia a Finanze, rifilino a’ Lavori pubblici, il Pisanelli a Giustizia, il De Vincenzi all’agricoltura e commercio, il Piria a Istruzione pubblica; e inoltre tre consiglieri senza incarichi, il Mancini, il Ferrigni e ’l Caracciolo di Bella. I dicasteri di Guerra, Marina ed Estero, restarono aboliti. A costoro rimertati per aver chiamato a nome del regno Vittorio a disfare il regno, si dettero ducati quattrocento mensuali per ciascuno, e a un certo Bonghi, segretario, dugento. Esso Farini tirava duecentomila franchi per spese di viaggio (che non viaggiava), e undicimila ducati il mese. Per segretario si chiamò un Visconti Venosta, ch’avea pur nell’Emilia tenuto. A’ 10 fece direttore di Giustizia un Gennarino De Filippo, leguleio, direttole di polizia un Giuseppe Arditi, prefetto di Polizia Filippo De Biasio maestro di scuola, e direttore di Finanze il giornalista De Cesare, che si firmava femina. Le cose di marina comandava il Persano. A’ 21 nuova mutazione: il Ventimiglia scese a direttore del demanio pubblico; andò alla polizia Silvio Spaventa, e all’interno l’Afflitto: separarono anche il dicastero di grazia e giustizia, e culto; posero al culto il Ferrigni, all’altro restò il Pisanelli; riunirono l’agricoltura ai lavori pubblici, ambi al De Vincenzi: gente ch’avea fatto parte del comitato rivoluzionario del Villamarina; e tutta, insediata cominciò il non più finito regno de’ consortieri, intento a demolire il lavoro di due secoli, e ogni gloria napolitana. Subito pubblicarono la legge elettorale sarda. E per dar più sedie, istituirono a’ 25 una Consulta di trenta, ove trenta congiuratori ficcarono; e vi splendevano i Baldacchini, de Blasiis, Capuano, Ciccone, Cosenz, Imbriani, Leopardi, Massari, Poerio, e Settembrini, detti martiri, sebben molti non avessero mai avuto torto un capello. E il Settembrini, già dii Ferdinando graziato del capo, avea poc’anzi stampato una lettera a’ Napolitani, consigliante (e chi non consigliava?) accettassero lieti la supremazia del Farini, siccome eccelsa capacità; ma profetò la luogotenenza si, ch’era opera di setta, la capacità no, ch’è dono di Dio. Tosto a’ 27 si decretò che la Consulta terrebbesi sciolta col convocamento delle Camere, poi ché si sapeva tai stessi sommi uomini vi dovevano sedere.

Fu adunque un lavorio di demolizione; dissolvere, sgominare, gittar nella via quanto era buono; famiglie a migliaia fuor d’impiego, punita l’onestà; odio, vendette, rapacità furono ragion di governo. Avean sempre congiurato, né sapevan far altro; però ignorantissimi d’ogni ordinamento governativo, davano con dottrinarie parole colpi bestiali alla cieca: finanze a ruba, molteplici comandi, impossibile ubbidienza, sferzate a tutti, favori solo alla falange stretta e insaziabile de’ consettarii. Poi tutto camuffare alla subalpina; regolamenti strani, incompresi, in lingua barbara, inutili; uno stracciare, un’ingordigia asinina, un abbeverarsi di vendette e di moneta. Leggi del luogotenente ogni dì, dove il re stesso non potea farle, foga di dettarle, e impossibilità d’eseguirle. Quindi stupori, lamenti, imprecazioni diurne contro sì stolte né credibili tirannie.

§. 7. Il popolo è ignorante.

La sera del 15 gran tumulti: a palazzo un popolaccio gridava: Vogliamo Garibaldi a Napoli. In altre strade Abbasso Farini e la luogotenenza: altrove Abbasso il SI; e in più parti Viva Francesco. Baruffe a’ quartieri Porto e Capuana tra Piemontesi e Garibaldini, con morti. La dimane al quartiere Vicaria, alla Duchesca, e nella fabbrica de’ tabacchi, moti reazionarii, con bandiere bianche Viva a Francesco, e abbassi a Vittorio. I Nazionali n’arrestarono un centinaio tra maschi e donne e fanciulli. Tutta Napoli fu assediata di soldati. Sul vespro del 16 per altra dimostrazione legittimista fuori grotta, v’arrestarono da quaranta persone, e più la notte in Napoli. Per contrario il 18 poche dozzine di preti provinciali con serica bandiera andarono sotto al palazzo a gridar Viva Vittorio Emmanuele, il quale ebbe rossore di farsi al balcone. Ma il regno, quantunque senz’arme si commoveva. Il 6 ad Amalfi avean provocata la reazione i marinari, cui si aggiunsero molti Nazionali, e bisognò accorressero milizie da Massa e da Salerno. Tutto Abruzzo, e ’l Reggino vedevano qua e là alzarsi bandiere di gigli, per moti popolari spontanei, non retti da coesione nessuna, puniti sempre ferocemente. Ciò smascherando la menzogna del plebiscito, impensierì i liberali padroni, e presero a incolparne la ignoranza del popolo. Stamparono con data del 14, e con gran sicumera una lettera di Vittorio Al mio caro Favini, dicente esser commosso del vedere ne’ Napolitani poco sin’allora curati gl’istituti d’educazione popolare, però egli dare dugentomila lire, per cotesto progresso cristiano e civile. E da siffatto re, che appunto per mala educazione faceva quella figura, Napoli si sentì rampognata d’inciviltà, e di poco cristiana!

Ma mentre parlavano sempre di scuole, l’Università stava chiusa; perché gli studenti avevano a strepitare in piazza, e i nuovi cattedratici poco di scienza e più di demagogia dotti, dovevano brogliare per farsi deputati al parlamento. A’ 19 s’istituì una cassa di risparmio, e s’ordinarono quattro scuole pel 1° gennaio, a prova ch’avevam bisogno d’imparare dal Piemonte l’abbiccì. Ciò non appagava: il popolo sbuffava dell’usurpazione. Il 22 presso Pozzuolo fu briga tra garibaldini ed un oste; accorsero Nazionali e soldati, dove sei Garibaldini morirono. Al Mercato il 24 furono tumulti, e la sera gli artefici della Darsena gridarono Viva Francesco, da farlo sentire a Vittorio su nelle stanze. Lo stesso a S. Brigida. La sera del 27 nuovi schiamazzi al Mercato, e accorsi i Sardi, i popolani si chiusero nelle case, e dalle finestre fischiandoli, sclamavano Vogliamo il re nostro! Per serrare la bocca alla plebe, s’abolì il 17 il dazio su’ cereali, per la sola città: e nientedimeno il prezzo del pane non scemò, approfittandosene i camorristi padroni del tutto, ed ebbero a rimediare con lo antico modo borboniano, già tanto da esso loro vituperato, del dar pane con perdita a minor prezzo. E là pure vedevi parzialità e brogli, e mancato il denaro, non potè seguitare.

§. 8. Scioglimento de’ Garibaldini.

Il popolo voleva Francesco, e i Garibaldini volevano repubblica. Cessando a questi le paghe, schiamazzavano ogni sera. I loro duci Sirtori, Bixio, Medici e Cosenz, a evitare lo scioglimento, proposero menarli in Lombardia, a ordinarli bene, ciò portando il fuoco altrove, e provocando il Tedesco, non si potè fare; e invece non ostante le grandi promesse, un decreto del venti cassò quell’esercito conquistatore. Si die’ a ciascuno facoltà d’andarsene, con tre mesi di soldo, e ‘l viaggio, ovvero entrar nell’esercito reale per due anni, ma soldati v’eran pochi, gl’Inglesi si spogliarono tutti; il resto fremeva. Per gli uffiziali posesi una Giunta mista, da determinare i gradi e l’anzianità, vagliando i servigi resi e i precedenti fatti. Tal rivedere le bucce all’opere passate partorì un diavoleto. Micidiarii e furfanti, stati buoni per redentori, ora volevanli onesti. Finalmente scesero a un semestre di stipendio e ’l viaggio, e subito da settecento se n’andarono, con quella paga corrucciati. Trovo scritto il licenziamento costasse sedici milioni.

Ma gli stessi dimessi domandavano impieghi civili. Stranieri, camorristi, galeotti, vantando servigi alla libertà, volevano premio: al solo luogotenente porsero 45 mila memoriali; talvolta bisognò scacciarli col ferro. A’ 25 novembre volendo entrare per forza nel palazzo ministeriale, gridando Abbasso i consiglieri, abbasso Farini, e sfasciando le porte, furono a colpi di bajonette gittati indietro sanguinosi. Il di seguente fu peggio. Il Sirtori con una proclamazione ordinò a’ suoi Garibaldini non tumultuassero, ma a’ 26 da duemila di essi per amore o per forza furono imbarcati per Livorno. Lo Scialoia consiglierò di Finanze dichiarò nel giornale non esservi impieghi più; datisene troppi, e pur troppe promesse future, pagarsi soldi oltre il potere; e anzi il servizio andar peggio di prima, cresciuti i contrabbandi e i furti. Confessioni necessarie, lodanti il passato. Costoro impinguatisi volean lasciar magri gli altri: a forza largheggiavano co’ più adunchi; rotto il freno alle passioni, l’invidia promoveva corruzione generale; più uffiziali, più corrotti. Solo quel dicastero di Finanze passava già di 65 mila ducati Io assegno pe’ soldi. Eppure il medesimo Scialoia ogni dì creava impieghi nuovi; e spesso tre impieghi dava a uno, come al martire Belletti. Molti condannati per latrocinii passavano per martiri di tirannia, e avevano uffizio.

§. 9. Come si fa il re.

Vittorio dovendo far l’entrata a cavallo in testa alla truppa il dì 20, sendo preparate le cose, uscì in carrozza sull’ore undici intorniato da Nazionali a cavallo, e andò al campo, ove passò le soldatesche e la Guardia Nazionale a rassegna. Al ritorno, avendo la rivoluzione tutti suoi sforzi agglomerati in via Toledo per le ovazioni, ei non volle passarvi; voltò rapido pel Lavinaio, e sci-rossi in casa, a dispetto de’ dimostranti. Anzi a fuggire questi e i minacciatiti e gli affamati, se ne salìa Capodimonte; e tra donne e animali, come in Harem, si chiuse. Strana condizione di questo vincitore? Re collegato con la rivoluzione, piglia l’altrui da Cosacco, e s’appella galantuomo; spoglia il papa, e si dice cattolico; promette per torre, fa trattati per lacerarli, parla per tradire, invoca dritti popolari per rapirli; e aggrappandosi a questi, non osa dirsi rivoluzionario; sdegna il popolo, si dice re per la grazia di Dio, chiama fratelli i re, e sudditi i popoli, di cui proclama la sovranità. Però odiato da’ re come apostata, da’ settarii come re, proclamatore di morale e civiltà, lordo di sangue, abbrutito di lascivie, crede ingannare tutti scialacquando e sbevazzando tra lagrime e imprecazioni. Vinto nella vittoria, infelice nel trionfo, maledetto tra le adulazioni, vivente menzogna, sforzato a delirii di sensi per non guardarsi nel cuore, è autore e vittima insieme di politica senza base, perché mancante di virtù.

A’ 22 del mese accolse solennemente i suoi stessi commessarii Valerio e Pepoli, presentanogli i plebisciti delle Marche e Umbria. A’ 26 ricevé deputazioni del parlamento sardo, con le felicitazioni per le nove annesse province. La rivoluzione gli dava a far questa parte, e lo stipendio.

§. 10. Ricompense.

Ad assettare le cose militari, un decreto del 17 novembre incorporò ì nostri uffiziali marini nella marineria sarda, co’ gradi e anzianità acquistati sino a’ 30 settembre; sicché caddero le promozioni garibaldesi, con ismacco di quei felloni. Per gli uffiziali di terra posero a 28 una commissione mista di generali sardi e napolitani, per esaminare i titoli di chi de’ nostri facesse adesione. Già un decreto de’ 17 avea fatto Alessandro Nunziante luogotenente-generale, e membro del comitato di fanteria e cavalleria, spudorato premio al tradimento, che stomacò anche i liberali: Come! gridavano, costui messo nell’esercito più onorato del mondo! Ma egli osò stampare a sua difesa, ne trovò da stampare, se non nella gazzetta uffiziale di Torino, degna di lui. I giornali e la gente la cantarono lunga; i ministri tacquero, che non potevano parlare. Per contrario quell’esercito più onorato del mondo faceva vili offeso a soldati onorati: tenevano i napolitani prigionieri in castelli subalpini, barbaramente, su fradicia paglia, affamati, con panni da state in crudo verno, sì tartassandoli per indurli a pigliar la livrea. Sempre rispondevano NO: messi in luoghi stretti e umidi, gridavano Viva Francesco! ligati talora a due a due, e mandati in fortilizi lontani, come potevano fuggivano, o a casa, o a’ Tedeschi. Di 2500 uffiziali, solo 300, e i più per bisogno, fecero adesione.

Anche i preti progressisti volevano ricompense, non s’accorgevano che il progresso vuol abolire i preti. Non avendo niente, strepitavano. La sera dei 29 novembre, col colore di chiedere il Caputo per cappellano maggiore, s’affollarono sotto la casa del Ferrigni ministro del culto, e gridandogli Abbasso. I Nazionali n’arrestarono dodici, per farli tacere.

§. 11. Ritorno del cardinale arcivescovo.

Il Farini, visto Napoli sospirare il suo cardinale arcivescovo, Sisto Riario Sforza, e anche per contradire al Garibaldi che l’avea scacciato, fa l’11 dicembre scrivere al porporato, il re desiderarlo. Rispose: «essere stato brutalmente con altri vescovi mandato fuori, niente meglio bramare che tornare al gregge, il dittatore essersi irritato, per non aver egli nelle c cose sacre potuto usar verso di lui quanto s’usa co’ sovrani non separaci ti dalla Chiesa; sperare non più si pretenda da’ vescovi quanto è nolo eglino non poter concedere.» Il Pisanelli consigliere del culto gli rescrisse una lettera tutto mele, invitandolo a tornare; cui Sisto replicò ringraziandolo dell’invito, e che verrebbe, certo il governo lascerebbe la libertà alla Chiesa, e allontanerebbe gli elementi acattolici con malizia nelle diocesi introdotti. Seguì altra lettera a nome del Farini; ch’egli dolentissimo della violenta espulsione, darebbe segno di riprovarla, mandando a Civitavecchia una fregata a pigliarlo; avrebbesi nel sacro ministero libertà d’azione; e fargli queste promesse: «1° Libero il cardinale di porsi o no in relazione col governo. 2° Starebbesi al concordato del 1818, benché egli (il Farini) pensasse che i dritti di regalia sieno mere usurpazioni dello stato. 3° S’eviterebbe d’ordinare il Te Deum, e altre funzioni sacre. 4° Governando lui non toccherebbe quistioni religiose. 5° Tornando, potrebbe esser ricevuto dal clero, e anche dal ministro del culto, se il volesse. 6° Volendo non vedere il re, aspettasse a mezzo dicembre, quando quegli partirebbe. 7° Egli Farini, a da privato gli farebbe visita una sera. 8° Egli abborrire i preti ribalte di, vestiti alla garibaldesca. Ciò a nome del governo promettere, non però poterlo a nome de’ futuri ministri e parlamenti.» Il cardinale tolto congedo da Sua Santità, e altresì dalla vedova regina Teresa di Napoli, parti il 28 da Roma. Credendosi venisse per mare, i napolitani prepararonsi il 30 a riceverlo sullo sbarcatoio sotto il baldacchino: gran popolo accorso volea staccargli i cavalli dal cocchio, e menarlo a braccia; e stavano in pronto musici, ulivi, arazzi e fiori. Ma eì venne improvvisamente per terra la sera; ond’ebbe accoglienza quanto men preparata più affettuosa. Scendendo dalla carrozza di posta a S. Giovanni e Paolo, al ravvisarlo, è arrivato il cardinale! fu un grido. La fazione rivoluzionaria usò ogni mezzo per iscemare le manifestazioni giulive: chi poneva lumi, chi con isconci atti e parole li spegneva, ma presto sovrabbondando il popolo con faci e torce, il farinaio Turco, fingendo fargli onore, misesi sullo sportello della carrozza gridando tratto tratto Viva Vittorio Emmanuele! sinché monsignore Spaccapietra ch’era anche in carrozza, stucco di quel controsenso, sclamò, smettessero le grida, invece si ringraziasse il Signore con Te Deum, e preghiere, e sì fu fatto. Indispettiti prepararono insulti pel mattino: certi preti provinciali, camorristi e Nazionali con quel Turco, corsero avanti l’arcivescovado, ma già tutto il tempio vastissimo gremito era di clero e popolo, onde con pompa si cantò il Te Deum. dentro si pregava Dio, fuori si bestemmiava. Poi tutto il dì quei tristi, piena di loro cagnotti la non ampia piazza, schiamazzarono sotto il palazzo, minacciando fuoco; e sovrapposto lo stemma sabaudo al portone, chiamarono il porporato al balcone per benedire le bandiere. Vennero Nazionali d’altri. quartieri a metter pace, ma non valendo le buone, volevasi ferro; perlocché un maggiore Como, pensò di porre una bandieruccia al balcone; e supplicò il cardinale che a impedire sangue civile, benedicesse il popolo; ciò fece; e gli schiamazzanti fingendo avesse benedetta la bandiera, s’acchetarono. Il Farini, avvertito durante la violenza, disse non poterla impedire; ma il giorno dopo gli pose carabinieri di guardia, ridicola difesa; e alle reclamazioni di Sisto, rispose soavemente, avrebbe sempre domalo i tumulti di piazza.

Il clero presentò il suo pastore d’una ricca pianeta e messale la vigilia dell’Immacolata, anniversario della sua elezione a quella sede.

§. 12. Fatti di Gaeta.

Il Cialdini lavorava a stringere Gaeta; avea seco il generale del genio Menabrea; piantava batterie a Castellone, a!l’Accampamento, alla Scansatoia, alla Fontana, su Montecristo, a Casa Arzano, sul colle S. Agata, nella Valle Calegno, a’ Cappuccini, a Casa Occagno, a Casa Tucci, a Torre Viola, e su’ colli Alcalina e bombone. Costruiva inoltre una strada nella alle S. Agata. La piazza co’ tiri disturbava i lavori, ma con cannoni vecchi non sempre arrivava; laddove il nemico n’ebbe poi 166 rigati, traenti da’ mille a’ quattromilasettecento metri: assedio non era, ma opera da bombardamento, cui la fortezza non aveva da ben rispondere. Occupato parte del borgo, però molestato da’ colpi, i cittadini né fuggivano, onde il Cialdini a’ 18 novembre chiese poche ore di tregua per farli sloggiare, e l’ebbe. Alla sua volta il governatore Vial dimandò rispettasse le case di Gaeta, che secondo l’uso alzassero bandiera nera, per coprire infermi: rispose limitandole a tre, e a una quarta per la regina; ma Sofia desiderò si mettesse invece sul bel tempio gotico di S. Francesco, da poco edificato. Concesselo, purché le bandiere non eccedessero le quattro; come tenesse parola, vedremlo.

Il Vial la dimane scrissegli aver 600 cavalli e 560 muli; gliene darebbe la metà, purché lasciasse passare gli altri nel Romano; o si dovrebbero uccidere. Negollo, aggiungendo, uccidesse pure; ma niuno ebbe cuore di farlo. Il re a torre da’ rischi i ministri stranieri, li invitò ad andare a Roma, e terrebbeli come presso di sé; die’ l’ordine di S. Gennaro al Nunzio Apostolico, e a’ ministri di Austria, Russia e Prussia; il cordone costantiniano a quel di Sassonia, e l’altro di Francesco I a quel di Toscana. Nulla allo Spagnuolo, ché avea già tutti gli ordini cavallereschi napolitani; il quale volle restare, affettando magnanimità; tristo consiglierò, non ultima cagione di queste rovine. Quei ministri s’imbarcarono sul Loreley, battello prussiano. Mancata la moneta, a’ 25 si sospese la diaria a’ soldati.

Una tempesta del 25, obbligò quattro navi mercantili sarde a salvarsi nel porto di Gaeta; e furono catturate; ma Francesco a non punire mercanti innocenti libere le rimandò.

§. 13. Ricognizioni.

Il brigadiere Bosco avea scritto dal 6 settembre al re di seguirlo, poi sendo malato a Napoli, ebbe un trattato con l’Ayala ch’allora comandava i Nazionali; il quale a’ 13 nunziavagli il governo l’avrebbe volentieri nelle file italiane; o che desse parola di non raggiungere Francesco per due o tre mesi; perlocché egli a’ 15 scrisse aire aver promesso per solo due mesi. Per questo fatto fu chi il tacciò disertore; i giornali disserto redento all’Italia; ma egli il 1 ottobre protestò nel Lampo, dichiarando seguirebbe il suo re. Pertanto il 17 novembre scrissegli da Civitavecchia esser finito il tempo della parola data, e verrebbe. Infatti giunse il 19, ed ebbe una brigata.

Scorgendo il nemico lavorare in più posti, sospettandosi lavori d’approccio e di batteria nella valle Atratina e dietro i Cappuccini, si designava una sortita; ma col Bosco si decise far prima una ricognizione sino a’ Cappuccini, e di là guardare nella valle di Calegno. Splendendo la luna, s’aspettò l’alba; però su quell’ora, il 29 il Bosco con 440 cacciatori scelti dall’8, 9, 16, ed esteri col tenente-colonnello Migy, lasciato altro battaglione scelto da’ 7 8° e 9’ cacciatori col maggiore napolitano Gottshcher, s’avanza. Il Migy sale il colle Atratina, sorprende nella valle la sentinella, ma al rumore la guardia grida all’arme. Avvenne per caso che il Cialdini quel dì passasse a rassegna là da presso parecchi battaglioni; però scorti i Napolitani dall’alto, potè incontanente opporre due battaglioni dal borgo, e da’ Cappuccini, e col telegrafo ne chiamò un terzo dal colle bombone, nostri ingaggiato il fuoco, pochi contro tanti, si ritraevano combattendo, e fu il Migy colto da una palla fuor fuora. Accorse il Bosco con due divisioni a sorreggerlo; ma le artiglierie della piazza comandate dall’Ussani, percotendo il nemico in fronte il costrinsero a celarsi. S’era visto non lavorarsi sulla valle Atralina; e benché pochi cacciatori avanzatisi durante la zuffa, non vedessero lavori avanti a’ Cappuccini, non poterono gir oltre; sicché la ricognizione riuscì per metà; ma col danno di trenta soldati tra morti e feriti, e cinque uffiziali feriti, di nome Napoli, Della Noce, Zelger, Rieger, e ’l Migy, che la sera morì all’ospedale.

Il governatore Vial vecchissimo e malaticcio ritraevasi a Roma il 2 dicembre; surrogavalo interino il brigadiere Marulli. Il nemico sapeva tutte le cose della piazza; ché mandava uffiziali vestiti all’inglese a vederle. Sapendo dunque le male condizioni delle polveriere e ’l loro sito, fe’ una batteria sul Montecristo di cinque cannoni rigati da 30, per colpir quelle, e ’l laboratorio al torrione francese, lontana 3200 metri, cui la piazza non poteva rispondere che con tre soli cannoni rigati da 11 e da 4 dalla batteria Trinità. Molte granate non iscoppiate si raccoglievano, e si rifondevano.

Per demolire l’ultime case del borgo, ch’ascondevano armati, il Bosco propose una sortita la notte del 4 dicembre. Il maggiore Simonetti con 120 cacciatori del 7° 8° 9° e otto artiglieri inermi col tenente Corrado vi s’accosta, fuga la guardia, e pianta la polvere. Ritrattosi, due scoppi due né diroccano.

Queste due lievi sortite senza più si fecero durante l’assedio; di che v’ha chi accusa gli assediati, e chi li scusa. Dicono ineseguibili le sortite per la molta distanza della piazza al nemico, da esser girati e tagliati fuori; non potersi spiegare molte forze nello stretto istmo, subito esser viste e affrontate; molto sangue e poco frutto. Altri osserva ciò valere per una piccola guarnigione, non per Gaeta, che mandando fuori dodicimil’uomini protetti da’ bastioni, poteva in una notte disfare le batterie avverse, e ridersi delle girate; non tutte l’opere distare 4000 metri; si potevano rovesciare le più vicine; certo si versava sangue, ma la guerra si fa col sangue.

I Sardi sicuri dietro batterie fuor di tirala percotevano la città, né curavano bandiere nere, anzi sembra pigliasserle a bersaglio, malgrado le promesse. A’ 6 dicembre due granate sfondarono il muro e la scala di S. Francesco, con tutto la bandiera. Alle reclamazioni il Cialdini promise baderebbe meglio. Nulladimeno quell’ospedale s’abolì; i malati menaronsi ne’ quartieri di S. Caterina e S. Domenico, luoghi più lontani; ma nunziatili al Cialdini, acciò vi rispettasse le bandiere, negò, dicendo mettessero i malati nelle casematte, o per mare li mandassero altrove. A quei dì il bombardamento era lieve, né passava i trecento colpi al giorno.

§.14. Vittorio a Palermo.

In Sicilia il garibaldino Antonio Mordini, contento della prodittatoria podestà, suscitava suoi partigiani a dimandare con indirizzi a Vittorio che vel lasciasse; se non che prevedendo lo sfratto, facea decreti in fretta, massime per pensioni a martiri e vedove. A’ 26 novembre nunziò la venuta del re; e dal balcone parlò al popolo, gloriando quello e ’l Garibaldi. Vittorio dopo il mezzodì del 30 novembre partì da Napoli col Cassinis ministro di giustizia; giunse al mattino seguente, e trovò la dimostrazione d’entusiasmo, come si preparano alle ballerine. Prima religiosamente s’inginocchiò in Duomo, accolto da quell’arcivescovo tiralo da certi suoi preti. Il dì stesso emise un bando, ricordante un suo avolo stato re di Sicilia, e suo fratello re eletto nel 1818; e prometteva il ben di Dio. La dimane fe’ luogotenente il marchese Massimo Cordero di Montezemolo, che sbarcò col Cordova e La Farina. E ’l Cassinis anch’esso proclamò, che alla dittatura ch’avea leso ogni principio di moralità, succedeva governo di riparazione e concordia. SI spudorati furono che confessando immoralissimo il governo dittatorio, tenevanlo a base di loro dritto, e pigliandone l’eredità, l’insultavano, e si vantavano riparatori. I due bandi non piacquero; e per tal cinismo, e per la stoltezza di ricordare l’avolo Vittorio Amedeo li che in due anni di regno fecevi odiare il nome piemontese. Malgrado la promessa concordia, avendo il Sindaco nunzialo alla città, il re voler camminare a piedi, qual cittadino tra cittadini, né l’impacciassero con troppi onori, questi invece usci in carrozza con carabinieri, e sciabole nude, pompa simigliante a paura, spiaciuta assai.

Sursero consiglieri di Luogotenenza il La Farina all’interno, il Cordova alle Finanze, lo Scalia a’ lavori pubblici, il Pisani all’istruzione. Da Torino si provvedeva per le cose straniere e militari. Così fini la dittatura e la prodittatura, che in pochi mesi avea sciorinato 654 atti di signoria, cioè 18 leggi e 248 decreti per lo interno, 10 leggi e 89 decreti per le Finanze, 10 leggi e 155 decreti per la giustizia, e 7 leggi e 117 decreti per la sicurezza. Avea messo fondo a quanto v’era di moneta; i governatori di Palermo spendevano da seicento franchi al giorno per soli sorbetti! Computo fatto, le mercedi per impieghi, pensioni, assegni e sussidii pigliavano l’entrate di dieci mesi dell’anno; sicché con quelle di due mesi s’avean da sostenere i pesi dello stato. Ma a quei rapinanti primi succedevano avvoltoi secondi, e maggiori.

Ma i rimasti scavalcati, e chi nel caos sperava fortuna stavano di mala voglia. Garibaldini e repubblicani, ahborrenti il La Farina e la luogotenenza, col pretesto di sonare l’inno garibaldese, facevano tumulti con Viva ed Abbassi; perlocché il re Galantuomo ripeté quello che a Napoli, con una lamentosa lettera al Montezemolo sulla poca istruzione popolare de’ Siciliani; cosi questo popolo dottissimo poc’anzi nel plebiscito ch’avea chiamato lui, era tassato ignorantissimo oggi che non si piegava alla servitù. Fece commendatori de’ Santi Maurizio e Lazzaro gli arcivescovi di Morreale e di Palermo, il Torrearsa, lo Spedaletto, e cavalieri altri molti. Il 7 dicembre presto presto, lasciando quel pandemonio, corse a Gaeta a vedere i lavori el bombardamento; e subito si rificcò nella reggia di Napoli, senza farsi vedere a nessuno; perché qui eran rumori più grandi.

§. 15. Mal governo, e ridicolezze del Farini.

Sempre grida, quistioni, risse, per caffè, teatri e strade, tra Piemontesi e Garibaldini, tra questi e Napolitani, tra camorristi e paesani; uccisioni impunite, paure, e spavalderie, busse e imprecazioni: a tutto rimediava l’inno garibaldese, con plausi esosi, eterni, incredibili. Quell’inno fu scritto nel 1859 a invito del Garibaldi da un L. Mercantini, con musica d’un Olivieri capo banda della brigata Savoia. La sera del 1. dicembre al teatro Nuovo dopo l’inno gran viva, dopo la marcia reale sarda fischi, e ’l commissario di polizia fu quasi battutoli prefetto di polizia cui s’ordinò chiudesse il teatro, noi volendo, si dimise. Chiuso il teatro, il popolo sovrano aperselo a forza; e raggranellati pochi musici a caso, salirono Garibaldini sul palco a cantar l’inno, e sino a tarda notte si sfogarono. Abolito l’inno, volevanlo per dispetto, con grida e strepiti infiniti. La sera del 14 a S. Carlo tanto chiassarono, che non gli ascoltatori soli, ma anche i musici, e alcuni con gli strumenti fracassati, si fuggirono. Per l’opposto la sera seguente a’ Fiorentini recitandosi un dramma osceno, il culto uditorio noi volle finito.

Da’ primi del mese s’era preso a gridare repubblica, però il 6 uscì un manifesto con firme Filippo De Boni, Aurelio Saffi, Giovanni Nicotera, e Giuseppe Libertini, disapprovante tal grido, non perché non esprima tutta Cospirazione dell’anime nostre, ma perché ora potrebbe frangere il fascio delle volontà popolari, SI sorretto il fascio delle volontà volsero indirizzi al re: togliesse il Farini, richiamasse il Garibaldi, demolisse S. Elmo, facesse strade, scacciasse il Nunziante, mandasse a spasso il resto degl’impiegati antichi, alzasse chi avea patito per la libertà, conquistasse Venezia e Roma.

Il Farini credè far paura ponendo comandante di piazza il generale sardo Ricotti, e per gittar polvere agli occhi, decretò a’ 6 dicembre si facessero strade comunali per 800 mila lire, ridicola inezia, non v’essendo un quatrino. Non fidando neppure ne’ Nazionali, chiamò Nazionali da Torino, Milano, Toscana, e Bologna. Per attuare le libertà costituzionali, ordinò Giunte municipali, da far liste elettorali, e per aver tempo da brogliare s’avevano a installare a’ 26 del mese. Voleva promulgare il codice penale subalpino; ma la Commissione che l’esaminò avvisò contro, per non esacerbare il paese. Ei non potendo mutare altro mutò i nomi: il prefetto di polizia si disse Questore, perché così a Torino, quasi avesse a cercare denari. E chiamò impiegati della questura di Torino.

Altro rumore gli alloggi militari, non più da Napoli patiti, che per supplirli i possidenti pagavano il tre per cento; allora pagavano la tassa, e aveano gli alloggi, spesso insolenti, e gravosi tanto da costringere i padroni ad andare in locanda. S’aggiungeva il caro del vitto: i conquistatori, quasi non avessero mai bene, caricavano bastimenti di commestibili, e mandavano a casa, sino verdure e uova, onde tutto incarì. Inoltre ogni dì più sui prezzi delle vettovaglie i camorristi aggravavano l’estorsioni, dazio di paura. E il popolo ricordando le fresche promesse di paradiso, lamentava: «Ma i Barboni ci facevano mangiare a buon mercato!» Il sindaco Andrea Colonna si dimise, e ’l surrogò suo zio Giuseppe. Il Sirtori a’ 15 dicembre con altra proclamazione a’ Garibaldini inculcava quiete; ma esso, il Farini, il sindaco, il re, ogni principio d’autorità vilipeso, anarchia era tutto.

Le donne di certi carcerati camorristi fermarono la carrozza di Vittorio, gridando grazia; e rinfacciarongli i loro mariti aver fatto entrare il Garibaldi; sentì l’insulto, sferzò i cavalli, e le piantò strepitanti. Arrestati due liberali, un Calicchio, e un Libertini dicentesi amicissimo del Nizzardo, furono scandali, perché temendo chiassi l’avean preso con inganno. Un ispettore De Grazia fattogli visita, come per ambasciata del luogotenente, l’avea con garbo tratto in Questura. Oh! violazione di domicilio, sopruso, arresto senza mandato di magistrato! e anche qualche uffiziale di polizia si dimise, disse, per non parer complice dell’arbitrio. Ed essi stessi perpetravano per vani sospetti carcerazioni infinite di prelati e borboniani: ma carcerare liberali! bisognò lasciarli subito. Quindi bistrattavano il Farini; appellavamo: Presuntuosa nullità. E questi, l’eccelso! venuto con tanta prosopopea, e che viveva da re nelle stanze di Francesco II, s’ammalò d’itterizia, per bile.

Aveva stampato voler morir povero; ma graditogli il vivere principesco, niuna grandezza più il contentava. A Portici scelse a camera da letto quella già servita a Pio IX, mutata da Ferdinando in oratorio; i custodi cercavano dissuaderlo; cocciuto il volle, e vi pose il letto, ma dopo due di il letto e la stanza per caso andò in fuoco. Dopo la dittatura nell’Emilia avea maritala una figlia con pompa a un Riccardi: sei portò segretario a Napoli; e gli morì la notte della vigilia di Natale. Avvertito degli strepiti universali che quell’aria non gli poteva durare, si die’ da lare, ad agguantare il meglio.

§. 16. Cresce la reazione.

Intanto nelle provincie crescean di numero le reazioni. A Cervinara il 29 novembre i contadini disarmavano i Nazionali, spezzavano il busto del Galantuomo, squarciavano le bandiere italiche, alzavano l’immagini di Francesco e Sofia. E circuite le case de’ liberali, massime de’ Verna, tutta notte furori colpi da fuoco, ma giunti Garibaldini e Piemontesi con cannoni si pugnò acremente, sinché fugati i reazionarii, s’uccisero innocenti a vendetta, s’arsero case di realisti, e fu saccheggiato il paese con lurida ingordigia. A Santeramo, comune di novemil’anime nel distretto d’Altamura, il 7 dicembre, i popolani alzarono i gigli, spensero il giudice Dell’Uva, e gli accorsi Nazionali di Gioia respinsero, poi dopo alquanti dì sopraggiunti Piemontesi e Nazionali, questi con due ore di zuffa sbaragliarono i paesani, e fecero le consuete vendette. Lo stesso di 7 a Sava presso Taranto uccisero tre galantuomini liberali, disarmarono la Guardia, arsero gli stemmi savoini, e alzarono i borboniani, poi al solito dalle soldatesche erano atrocemente puniti. Nulladimeno l’ire si ringagliardivano, e qua e là scoppiavano. A Sora, donde il Chiavone avea dovuto ritrarsi, a mezzo dicembre nuova reazione; ché i contadini v’entrarono uccidendo cinque Nazionali, e arsa la croce sabauda, portarono trionfante il busto di Francesco. Il 3 dicembre s’era mosso Penne. In Abruzzo la ferocia de’ Pinelli e Devirgilii più che comprimere pungeva la reazione; dove con atti, dove con parole, ogni paese rumoreggiava; ma non aveva armi, né capi. Bande soldatesche alla caccia, fucilavano contadini, e i cadaveri non facevano seppellire, a terrore; ma dove cadevano Sardi, li sotterravano sul luogo, per celar loro danni.

§. 17. Proclamazione di re Francesco, l’8 dicembre.

Francesco l’8 dicembre dava a’ suoi popoli una proclamazione, cosi: «Da questa piazza, dove difendo più che la mia corona, la indipendenza della patria nostra, s’alza la voce del vostro sovrano, per consolarvi nelle miserie, per promettervi tempi più felici. Traditi ugualmente, ugualmente spogliati, risorgeremo insieme dalle nostre sventure; ché mai non durò a lungo l’opera dell’iniquità, né sono eterne le usurpazioni. Ho lasciato cadere nel dispregio le calunnie, ho guardato con disdegno i tradimenti; e sinché tradimenti e calunnie assalivano me solo, ho combattuto non per me, ma per l’onore del nome che portiamo. Ma quando vedo i sudditi miei, che tanto amo, in preda a’ mali dell’anarchia, e della dominazione straniera; quando li vedo popoli conquistati, portati il sangue e le sostanze ad altri paesi, calpestati dal piede estraneo, padrone, il mio cuore napolitane mi batte indignalo nel petto, solo consolato dalla lealtà di questo prode esercito, e dalle forti e nobili voci, che da tutto il reame s’alzano contro il trionfo della violenza e dell’astuzia. Io sono Napolitano, nato tra voi; non ho respiralo altr’aria, non ho veduto altri paesi, non conosco altro suolo che il natio. Tutti gli affetti miei sono entro il regno, i vostri costumi sono miei costumi, la vostra favella è la mia favella, le vostre nobili brame sono mie brame. Erede di antica dinastia che ha lunghi anni regnato in queste belle contrade, ricostituendo la indipendenza e l’autonomia, non vengo già dopo spogliati gli orfani del loro patrimonio, e dei suoi beni la Chiesa, a impadronirmi con estrane forze della più deliziosa parte d’Italia. Sono principe vostro, che ho sagrificato ogni cosa al desio di serbar tra voi la pace, la concordia e la prosperità. Il mondo l’ha veduto; per non versare vostro sangue, ho preferito rischiare la corona mia. I traditori pagati dallo straniero nemico sedevano accanto a’ fedeli nel mio consiglio, ma nella sincerità del mio cuore non potevo credere a’ tradimenti. Troppo mi costava il punire, mi doleva aprire dopo tante sventure, un’era di persecuzione, e così la slealtà di pochi, e la mia clemenza hanno aiutato la invasione piemontese, pria con avventurieri rivoluzionarii, noi con esercito regolare, e resero inattiva la fedeltà de’ miei popoli, e il valore de’ miei soldati.

«Era continue cospirazioni, non ho fatto versare una goccia di sangue, e m’hanno accusato di debolezza. Se l’amor tenero pe’ sudditi miei, se la natural fiducia della giovinezza nell’altrui onestà, se lo amore istintivo del sangue meritano tal nome, certo debole fui. Quando sicura era la ruina de’ miei nemici, ho fermato il braccio de’ miei generali, per non consumare la distruzione di Palermo, ho preferito lasciar Napoli, la mia casa, la mia diletta città capitale, per non esporla agli orrori del bombardate mento, come quei che tosto Capua ed Ancona patirono. Ho creduto in e buona fede che il re di Piemonte, dicentesi mio fratello, mio amico, che protestava contro il Garibaldi, che negoziava meco un’alleanza, pei veri e interessi d’Italia, non avrebbe rotto tutti i patti, e violato tutte leggi, per invadere i miei Stati, in piena pace, senza motivo, senza dichiarazione di guerra. Se questi sono i miei falli, preferisco le mie sventure a’ trionfi de’ miei avversarii.

«Avevo dato l’amnistia, avevo aperto la patria agli esuli, conceduta la costituzione, né certo ho mancato alle promesse. Ero per guarentire alla Sicilia istituzioni libere, che tutelassero con separato parlamento la sua economica ed amministrativa indipendenza, e togliessero ogni ragione di sfiducia e scontento. Avevo chiamato ne’ miei consigli uomini creduti più accetti all’opinione pubblica in quelle circostanze, e per quanto me n’han permesso le aggressioni incessanti di cui sono vittima, ho lavorato ardentemente alle riforme, a’ progressi, a’ vantaggi del paese.

«Non sono i miei sudditi che han contro me combattuto, né discordie intestine mi strappano il regno, mi vince la ingiustissima invasione dello straniero. Le Due Sicilie, salvo Gaeta e Messina, ultimi asili della loro indipendenza, sono nelle mani de’ Piemontesi. E che ha dato questa rivoluzione a’ miei popoli di Napoli e Sicilia? le finanze già floride tanto, sono minate, l’amministrazione è un caos, la personale sicurezza è spenta, le prigioni son piene di sospettati cittadini; invece di libertà, stati d’assedii nelle province, e un generale straniero delta leggi marziali, e decreta fucilazioni subitanee a quanti de’ miei sudditi non s’inchinano alla sabauda bandiera. L’assassinio ha premio, il regicidio ha l’apoteosi, il rispetto al culto santo de’ padri nostri dicesi fanatismo, i promotori della guerra civile, i traditori del natio paese hanno pensioni, cui paga il pacifico contribuente. Tutto è anarchia, tutto han rimestato stranieri avventurieri, per saziare avidità. Uomini che mai non videro questa parte d’Italia, o che per lunga assenza né dimenticarono i bisogni, fanno ora il vostro governo. Invece delle libere istituzioni che io v’ho dato, aveste sfrenatissima dittatura; invece della Costituzione, la legge marziale. Sparisce sotto i colpi de’ vostri dominatori l’antica monarchia di Ruggiero e Carlo III; e le Due Sicilie son dichiarate province di regno lontano. Napoli e Palermo sono rette da prefetti di Tonno.

«V’è rimedio a tai mali, e alle calamità più grandi che prevedo: la concordia, la risoluzione, la fede nell’avvenire. Unitevi attorno al trono dei vostri padri, copra l’obblio gli errori tutti; e il passato non sia pretesto a vendette, ma salutare lezione. Io fido nella Provvidenza, e quale si sia la mia sorte, resterò fedele a’ miei popoli, e alle istituzioni che ho concedute. Indipendenza amministrativa ed economica, per le Due Sicilie; con parlamenti separati; amnistia piena per tutti i fatti politici; questo e il mio programma; fuor di tai basi non vi sarà pel mio paese che dispotismo e anarchia.

«Difensore della sua indipendenza, io resto qui, e combatto per non abbandonare si santo deposito e caro. Se la potestà torna in me, sarà per tutelare tutti i dritti, rispettare tutte le proprietà, guarentire persone e sostanze contro ogni sorta d’oppressione e saccheggi. E se la provvidenza ne’ suoi alti disegni permette che cada l’ultimo baluardo della monarchia, mi ritirerò con integra coscienza, con incrollabile fede, con immutabile risoluzione; e aspettando la inevitabile ora della giustizia, farò voti fervidissimi per la prosperità della mia patria, per la felicità di questi popoli, che sono la più grande e diletta parte della mia famiglia. — Francesco.»

§. 18. Critiche.

Tal proclamazione pietosa era, e fe’ commozione nelle anime belle in Europa; ma l’ultima sua parte promettente costituzioni e parlamenti ebbe nel regno critiche e scontentezze. In Gaeta stessa non tutti i ministri vi furono concordi; la consigliò di segreto il Bermudez, ministro di Spagna, uomo uscito dalle barricate di Madrid, ascoso amico di Napoleone. Lodaronla certi che s’appellano legittimisti illuminati, liberali, che solo in qualche città sono, e non da arme; ma la nazione napolitana nella sua gran maggioranza, che per la data costituzione si vedeva a quelle ruine, a sentirla ripromettere dalle casematte di Gaeta, ne fu sorpresa, e amareggiata. Si diceva:

«Perché, o Sire, lo immutabile proponimento di serbare la costituzione? ma che mai quaggiù v’è d’immutabile? E v’han forse ne’ reggimenti de’ popoli forme costanti? e dopo tante sperimentate e mutate forme governamentali nel mondo, sarà duratura sempre e per tutti la moderna costituzione? Sire, a riprometterla tre cagioni v’han potuto spingere: o perché l’avevate promessa, o perché la credete atto di politica, o perché in sé buona la credete. L’avevate promessa! ma nessuno plaudi; la nazione presentì sue sventure; e i settarii che per quella metteste in seggio, schiacciarono col nome vostro il popolo, scacciarono voi, chiamarono l’inimico. Sciolta dal fatto è la parola vostra; e nessuno ve la ridomanda; quando veramente dimandata vi fosse, allora saria tempo di considerarne la convenienza; chi ora v’ha consigliato quest’inutile dichiarazione, ha gravemente fallato, o v’ha tradito.

«Credete forse atto di politica riproclamando ciò che appellano concessioni, e sono spine e veleni? credete contentare i partiti? Gli avversarli sanno quanto esse valgono, sprezzano tai lusinghe; i fautori vostri si sdegnano a vedere alzar da voi la bandiera de’ vostri eterni nemici. Per questa bandiera perdeste il regno; il ricuperereste per essa? Verseremo noi il sangue, per mettere con voi in seggio uomini e cose settarie, che hanno la missione di distruggervi? uomini che lancerieno voi sulla via di Vittorio, e il reame su quella del Piemonte, e farlo di già indipendente servo di massoneria, oppressore di Santa Chiesa, arena d’ambiziosi, terra di rapine? Grande errore politico è il vostro il cercar di contentare gl’incontentabili nemici vostri, o scontentare e infievolire i vostri amici: resterete solo, lancerete la dinastia nell’abbandono, rinunzierete a riconquistare con proprie forze il trono de’ vostri padri.

«Ma forse vi par cosa buona in se la costituzione? Certo i liberaleschi la dicono libertà, ma servi essi stessi de’ loro mastri, danno vera e obbrobriosa schiavitù. La Provvidenza va permettendo tanti trionfi di costituzionali, appunto perché i popoli né abbiano sperimento nelle miserie. Sinché trionfano, facciano dunque, fucilino, uccidano, carcerino, spoglino, affamino questo popolo infelice, infiorato come vittima, e celebrato u libero e sovrano nelle carceri e tra’ pidocchi. Quando né sarà dato di voler noi, allora vogliamo la libertà vera, che non s’ha né da parole, né da forme, quella vogliamo che tutti fa eguali in effetto avanti la legge, che non sublima furbi e ingordi, che non compra e corrompe, che non vendé la Fede e Dio. Non vogliamo brogli di ministri e d’elezioni, non tirannie di parlamenti venali, non servilità di magistrati, non ferocie soldatesche e concessioni. Voi, sire, volete essere il padre de’ vostri popoli, e con la Costituzione vi spogliate della paternità, per darla a’ settatori servi dello straniero. Costituzione alla moderna è fatale parola, è lotta perenne, madre di debiti e tasse, governo assurdo, non giovato punto né a Grecia, né a Spagna, né a Belgio, né a Torino, che non quieta, se’ non a forza, e là dove, come ora in Francia, è una burla. Né si oppone ch’Europa tutta si fa costituzionale, ma oggi, e ’l domani chi lo sa? e perché imitare il male? Ove necessità prepotente il volesse, sarebbe una sventura, ma non dev’essere elezione.

«Sarebbe mai chi vi consigliasse darla da burla? crediamo che ninno, anche abbiettissimo, oserebbe a voi nato re proporre tal metodo, degno di chi surse sopra altrui troni con congiure e menzogne. Se veramente liberale esser vi piace, anche a noi piace, ma non promettete nel buio dell’avvenire; aspettale, non vi tenete aperta questa sola e scabrosa strati da; non vi chiudete le altre possibili vie della Provvidenza. Lasciate agli eventi, e all’amore de’ popoli il modo da ricondurvi su trono liberale; ma tanto liberale che la sozza tirannide della sette fiacchi per sempre. Conti cedere a’ nemici quando s’è vinti, non è grandezza; grandezza è il concedere vincitore, e quando vincitore sarete, non mancherà clemenza né sapienza né pietà in chi è sangue di S. Luigi; non mancherà nella nazione napolitana il senno da ricostituirsi con istituii patrii davvero liberali, e u giusti e virtuosi.»

In tal guisa la proclamazione fu da’ più giudicata e lamentata, ma in Francesco era da lodare anzi che Fatto, l’animo generoso, offerente quanto oggidì si mette in cima di felicità. Le costituzioni sono le fantasie ili questo secolo. Siccome i guardinfanti, trovati per coprire le impudiche, andarono per moda anche alle regine, così quelle, inventale per coprire le congiure, or son da re e popoli sublimate a leggi universali. Non nate in nessun paese speciale, parti di torbidi cervelli, sono in ogni contrada straniere; ma debbono fare il loro corso sanguinoso, comi! tutte le fantasie di questa misera umanità.

Infatti quella proclamazione nessun frutto die’: i rivoluzionarii risero delle promesse, ma né presero nota per lo incerto avvenire; nessun legittimista costituzionale si mosse, i Borboniani puri s’intiepidirono, i reazionarii spinti da amor di patria e della monarchia non si curarono di statuti, e alzarono sempre bandiera bianca, fu seguita da silenzio, ma sarà forse inceppamento in appresso.

§. 19. Scemamento della guarnigione a Gaeta.

Gaeta sopraccaricata di soldatesche doveva presto mancare d’alimenti; onde fu necessità congedarne una parte. Pertanto il 7 dicembre il conte di Trapani, zio del re, recavasi nel Romano per compiere lo approvvigionamento, e tener vive le relazioni con le corti straniere. Il re a’ 9 promise riconoscerebbe i gradi concessi dopo il 6 settembre agli uffiziali ch’avevano passato il Volturno, benché allora avessero congedi e dimissioni. A’ 14 sciolse tre reggimenti della Guardia. Ma a’ 20 tutti gli uffiziali della guarnigione volsergli un indirizzo. «Tra’ disgraziati avvenimenti di cui la tristizia de’ tempi ci fa spettatori, noi in una volontà rinnoviamo l’omaggio della nostra fede al trono della Maestà Vostra, reso più onorato e splendido per la sventura. Cingendo le spade giurammo che la bandiera a noi fidata sarebbe difesa col sangue nostro; ed ora quai si sieno le sofferenze, le privazioni e i pericoli, cui il cenno de’ duci né appella, gioiosi sagrificheremo le vite, e ogni altro bene, pel trionfo della causa comune. Custodi dell’onor militare, che solo distingue il soldato dal bandito, vogliamo mostrare a V. M. ed all’Europa, che se molti de’ nostri col tradimento o con viltà macchiarono il nome napolitano, molti più furono che lo trasmisero senza macchia alla posterità. Sia che presto si compia il destino, o che sovrastino lunghe sofferenze e lotte, baldi e rassegnati affronteremo la sorte, e incontreremo le gioie del trionfo, o la morte dei prodi, con calma dignitosa, da soldati, ripetendo il nostro grido: Viva il re!» Francesco fe’ ringraziare, e che non potendo tener tutti, tutti del pari stimerebbe. Fu uno stento a persuadere soldati e uffiziali alla partenza, la quale per Terracina, con altresì molte famiglie, nella notte seguì. Eppur restaron 994 uffiziali, 12219 soldati, e 1448 animali, ben troppi.

Si facevano pratiche a Marsiglia per vendere due nostri legni, il Sannita e la Saetta, ch’erano nel cantiere di Tolone, del cui prezzo comprare vettovaglie e cannoni rigati, e infatti furono venduti dal nostro maresciallo La Tour. Questi inoltre aveva avuto a Roma cinquecentomila franchi dal ministro di Finanze Carbonelli; e raccolse anche offerte da’ fuorusciti napolitani in Francia, ma trovò ostacoli a comprare le merci, sin fu costretto a far cuocere egli le gallette fuori Marsiglia, e riuscì a far giungere il 23 dicembre alla piazza due bastimenti di vettovaglie. Il Trapani e il ministro Carbonelli altre né mandarono da Roma. Invece gli assedianti pativano di vettovaglie, e in estrema penuria se né fecero venire di Sardegna: accadde che a’ 9 dicembre il Tigre brigantino genovese carico di grani, gittato dalla tempesta sotto il forte, era catturato; utile preda in gran bisogno, ma il re libero al nemico lo rimandò. Vano e fatal desio di Francesco di sopraffare con grazie gl’ingenerosi sui combattitori.

Ito come ho detto Vittorio l’8 dicembre a visitare i lavori del bombardamento a Mola, sospese il fuoco per quel dì, e ’l Cialdini lo nunziò alla piazza. Francesco avendo pur comandato non si traesse colpo quel dì della Madonna, fe’ rispondere che volentieri, ma sperare si desse parola di non far lavori. Il Cialdini non replicò; ma due giorni appresso, dopo fruito della sospensione, rifiutò, accusando la burrasca per la tarda risposta.

§. 20. Cose della cittadella di Messina.

Stringendo Gaeta, guardavano a Messina. A’ 27 novembre scendeva là il general Chiabrera con due reggimenti; e a’ 3 dicembre v’arrivava la fregata Borbone, ribattezzata Garibaldi, con un Negri, aiutante generale di re Vittorio, che richiese il governatore della cittadella, se caduta Gaeta, cederebbe. «No» rispose il Fergola «il mio dovere è prescritto dalle ordinanze; né questa piazza dipende da Gaeta, ma dal nostro re, nostro signore.» Francesco mandò diecimila ducati a’ 13 dicembre; e altrettanti con panni e vettovaglie ne recò a’ 16 il capitano Bellucci; ma ciò bastando sino al finire dell’anno, lo stesso Bellucci né portò altri ventimila a’ 6 gennaio. Poi a’ 21 di tal mese il Dakomè legnetto francese vi menò da Gaeta mille donne e fanciulli di famiglie militari, gran peso in quelle strette; se nonché a’ 2 febbraro v’andò il Tago carico di vettovaglie. Il re a’ 29 dicembre avea dato al Fergola facoltà di conferire per valore agli uffiziali le croci di S. Giorgio e Francesco 1.° E il Santo Padre mandò un quadretto dell’Annunziata, da porsi nella chiesa del forte; che seguì il 13 febbraio con pompa.

§. 21. Come agguagliarono la ragione del debito pubblico.

Intanto i redentori, trovato prosperosi i Napolitani, lavoravano con rabbia incredibile a far presto sparire la differenza, e agguagliare le nostre alle condizioni del misero Piemonte. Principalissima differenza era il debito nostro, tanto in proporzione minore, il quale con l’annessione andava fuso ne’ gran debiti sardi; ma sinché la fusione non seguiva, lor faceva scandalo la ragion commerciale di esso, che dipendendo dall’opinione pubblica, si manteneva alta. Questa tra noi era stata al 120 per cento, molti anni; alla partenza di re Francesco da Napoli era scesa all’89; ma resistendo il re sul Volturno e a Gaeta, stando sospesa la fortuna, non scendeva più. Ma al Cavour ch’aveva i fondi torinesi al 70, parve brutto Napoli l’avesse all’893nasi il vinto più del vincitore avesse credito nel mondo. Inoltre avendosi i ue debiti a fondere, voleva, per dar meno all’occhio, agguagliarne prima la ragione. Cento astuzie per ordine suo il Farini e i suoi usarono per abbassarla; ma la speranza che il re vincesse faceva renitenti i possessori a invilirla; onde vennero a una vergognosa determinazione. Gli undici milioni sequestrati al re non s’eran potuti vendere; il Coppola ministro garibaldese n’avea contrattato la vendita al Rotschild al corso del 90; ma dicendosi il Rotschild banchiere borboniano venne disapprovato il contratto; e lo Scialoia e ’l De Cesare per mezzo di certi loro parenti venderono con ribasso, sinché in pochi di scemarono di dodici punti. Oltracciò a’ 9 dicembre il Farini decretò un prestito di venticinque milioni di lire da darsi a’ comuni per opere pubbliche, e posele in vendita a vil ragione; né bastando venderono altri 650 mila ducati di rendita napolitana al medesimo borboniano Rotschild al 71. Cosi gl’italianissimi, facendo debiti per noi, impinguavan sé, ed ebbero il piacere di veder Napoli agguagliata a Torino pur nella miseria de’ debiti. Il far debito a quel modo, illegale in regno assoluto, è illegalissimo in costituzione. Già con calunnia la infamatrice stampa n’avea vituperato re Ferdinando: ora i calunniatori fanlo essi da vero; e il popolo redento paga.

§. 22. Re Vittorio lascia Napoli.

Re Vittorio in Napoli, presente a tanto scialacquamento, guardava: i suoi duci saccheggiavano, carceravano e fucilavano; ed egli dall’Harem di Capodimonte scendeva,per firmare decreti di rapine e brogli,0 per cerimonie come re da scena. A’ 16 dicembre stette alla benedizione delle bandiere ai Nazionali. Fecero una cappella di frasche e carte al campo di Marte, dove il municipio gittò ducati 1221.72; un abate Stellardi, detto cappellano maggiore dell’esercito, cominciò una cicalata, cosi: «Ricevete queste bandiere dalle mani del più leale de’ re! La Chiesa l’ha consacrate, Dio l’ha benedette, i suoi tre colori sono simbolo di Fede, Speranza a Carità.» a’ 20 chiamò a servire i soldati napolitani delle leve del 57,58,59 e 60, tirannamente sforzandoli a servire il nemico; ci credeva con ciò torre braccia alla reazione, e ve l’aggiunse; ché quelli fuggivansi a’ monti, e iniziarono la guerra brigantesca. A’ 25 dichiarò nulle le condanne per reati politici dal 15 maggio 48 al 26 giugno 60, dicendole offesa alle leggi e alla coscienza pubblica. Ciò quando ei senza giudizio fucilava gli uomini del dritto, quando in Napoli quel di stesso carceravansi molte persone sospette d’aver lettere da Gaeta. Delitto aver colà parenti, delitto chiederne nuove.

A’ 26 si pubblicarono i decreti per l’annessioni al Piemonte degli Stati d’Italia. Quel di Napoli avea la data del 17, firmato da Vittorio: quei di Sicilia, Marche ed Umbria erano del 24, firmati a Torino dal Carignano; tutti sulla ragione de’ plebisciti unanimi. E pochi dì prima avea dichiarato queste plebi ineducate; e ’l dì stesso 26 si vedevano entrare in Napoli i Nazionali di Bologna e Toscana, e poco dopo quei di Milano e Torino, acciò contenessero il popolo; che sebbene inerme, alzava notte e giorno bandiere bianche, minacciava con cartelli gli stranieri, e gridava viva Francesco, morte a Vittorio!

I faziosi e i Garibaldini, benché tutti contro tai moti, pur tutti erano al governo avversi; e con opere ultrarivoluzionarie l’impacciavano. La notte di Natale il cardinale presentendo volessero nel Duomo turbare le sacre funzioni, vietò si celebrasse la messa di mezzanotte; ed eccoti certi uffiziali nazionali teneri della religione,a voler entrare dal porporato per isforzarlo; respinti, tirano sassate a’ vetri, e pur qualche schioppettata. II prelato a’ 29 richiamò il Farini alla parola, e protestò che qualsivoglia atto cui fosse sforzato per tumulto s’intendesse nullo. Quegli rispose a’ 3 gennaio, dicendo gl’insultatori essere stati poca bordaglia; e co’ suoi paroloni granché promise.

Sendo dunque Napoli e il reame in anarchia e guerra civile; mentre i faziosi stessi facevano petizioni, per mandare via l’eccelso Farini, Vittorio un dì si pensò appagare di sua persona il popolo, in pubblica udienza. Nessun onesto v’andò, v’andò il popolo del plebiscito; entrarono a torme, tutti postulanti, in mille divise; camice rosse, sciabole, stili, e pistole, grida strane e confuse; lazzari, femmine, frati, tutti a sospingere e urlare. Egli ripinto sotto una finestra, ebbe bisogno delle guardie per ritrarsi, e pure in recondite stanze pressato. Sgombre a forza le sale si trovò quel sovrano popolo aver fatto parecchie annessioni d’arnesi di su le tavole. Sgomentato, stanco di tanto gridio, sentendosi a Napoli straniero ed esoso, stucco del suo gran Farini,’ partì a mo’ di fuggiasco, improvvisamente, la notte seguita al 26 dicembre; e a furia per le poste a Bologna, di là su vie ferrate a Torino trionfante giunse la sera del 29.

§. 23. L’ultime geste del Farini.

Il Farini ubbriacato nelle grandezze bamboleggiava, e il reame era dissoluto in cento Babelli. I consiglieri snocciolavano sempre leggi nuove, cioè sarde, che facevano mala vista, perché (e ’l sapevan essi) men buone delle nostre. A Torino si pensò metter calma col balocco della Costituzione; onde a’ 27 dicembre sciolsero la Camera; e a’ 5 gennaio 1861 dettero il decreto per aprirsi i collegi elettorali a’ 27 del mese, e le Camere nuove a’ 18 febbraio; nuova fonte di brogli e ambizioni. Ogni dì sentivi abbassi al Farini e a’ Consiglieri, e petizioni con firme a migliaia. Dall’altra parte per le vie di Ghiaia e S. Lucia udivi Viva Francesco, Morte a Vittorio. E perché niente mancasse, l’oro francese lanciava proclamazioni murattiane. A’ 30 dicembre fu ferito di pugnale avanti S. Carlo il San Donato,un de’ martiri. Dopo pochi di s’attentò alla vita dello Scialoia, consigliere alle Finanze, e n’ebbe l’abito traforato. Ad ogni ora per le strade feriti e morti; tra Garibaldini e Piemontesi duelli spessi; fremiti reazionarii, smargiasserie camorriste, imprecazioni d’affamati, mormorazioni, sclamazioni di tutti.

I giornali ufficiosi di Francia consigliavano rigore a qualunque costo, unica salute la forza. A re Francesco avean consigliato clemenza. Il governo sapeva i più rei esser liberali, né contro essi osava; ma al vedere la gran maggioranza nazionale riluttare, atterrito, si die’ ad atterrire. Quasi poche fossero le crudeli nequizie di Pinelli, e Virgilii e Gialdini, il Cavour mandò ordini di fuoco. Impertanto il capo dell’anno e dì seguenti in Napoli si carcerò gran gente: i generali borboniani Polizzy, Barbalonga, De Liguoro, Palmieri, D’Ambrosio, i due Marra; altri parecchi ufficiali prigionieri di guerra posero ne’ castelli; e pure arrestarono gli antichi gendarmi, ancorché avessero presa la croce sabauda. Cittadini molti carcerarono: io scrittore, malato di febbre, fui preso la notte in casa, senza cagione, cui mai non seppi. Quei generali e altri militari relegarono in castelli di Piemonte, altri né indussero sin dentro le carceri ad aderire a quel governo; me posero in prigioni pienissime e sozze. Più volte, promettendo grosso uffizio, tentaronmi a servire la rivoluzione; su niego, mi tennero due mesi, e uscii poi dando danari a un cagnotto dello Spaventa. La paura a quei liberali mise la febbre del carcerare; leggevano le lettere di posta, e spudoratamente mostravante, voltando ogni parola a reità: reità schifare quei lezzi, rimpiangere il ben perduto, sperare in Dio. E per aonestare loro rabbie, sparsero avere scoperta un’ampia cospirazione borboniana.

Nelle province non lavoro, non commercio, tutte arme, vendette, e aggressioni: niente autorità, tutto forza, e in quelle mani. Gare le biade, i panni, la moneta, scarsezza di faccende, il popolo avvezzo all’abbondanza, pativa; e le carcerazioni, relegazioni e fucilazioni portavano in tutte famiglie lagrime e tutti. L’amministrazione a sacco: allora stesso scopersero furti per ventimila ducati ne’ lotti, e per cinquemila nel registro e bollo. Essicate le sorgenti all’erario, non si trovando chi desse danari, il Farini si voltò al solito vezzo rivoluzionario d’addentare la Chiesa. L’ultimo suo alto fu sequestrare le rendite de’ Vescovi, che senza motivo canonico fossero dalle diocesi assenti: si alla persecuzione aggiungeva l’inverecondia d’invocare il dritto canonico che obbliga i pastori a residenza. Motivi erano non canonici, ma di ferro. Aizzando la canaglia e minacciando, li tenevano lontani, e lor né davano pena, pigliandosi il reddito. Infamia era, ma grosso boccone: ché allora, non contalo Benevento, già trentasette diocesi in terraferma eran vacanti. E gustalo il buono, le addoppiarono, come dirò. Primo all’iniquo decreto rispose il 12 gennaio Francesco Lottierì, vescovo di S. Agata, che aspre verità replicò a quei tiranni.

§. 24. I mobili del conte di Trapani.

Vittorio annetteva regni, la plebe annetteva arnesi, la rivoluzione annetteva tutto. Dissi il decreto dittatorio del 2 settembre dichiarò nazionali i beni di Casa reale, de’ maggiorati reali, e dell’ordine costantiniano; e tosto fur dati al demanio. Il decreto tacque del mobile; pur tal ruffa se ne fece, che se n’ebbe poi a comprare, per addobbare le stanze al re Galantuomo, al Farini e agli altri vincitori. Sfuggiva alla rapina il mobile del conte di Trapani, per vendita fattane a tempo dal Manera suo amministratore, che né trasse dalla reggia il resto. Avvenne che un veneziano Luigi de Vio, maggiore garibaldino, occupate certe stalle del Manera, né potendone aver altre, si vendicò con l’arte della spia e del calunniatore, mestiero allora di gran frutto. A’ 15 dicembre denunziò ladro il Manera, e aver trafugato mobile regio. Subito il Farini mandò sgherri. Il demanio con poliziotti e soldati, senza mandato di magistrato, senza forme legali, suggellò il mobile del Trapani, e pur quello del Manera;e lui anche, indarno reclamante? scacciò da una parte di casa sua, e posevi sentinelle sarde. Il dicastero dichiarò tutto essere della nazione. Di ciò la vile spia si vantò in giornali, quasi Venezia liberata, dicendo la presa valere tre milioni, che non giungeva a’ centomila, e i giornali nunziandola si svelenivano sui ladri Borboni, non sazii mal di smungere la desolata nazione; ch’ora comincia a respirare. I Borboni ladri del loro, giusta il Proudhon, dicente furto la proprietà. E per dimostrare più il Trapani ladro, quel governo sequestrò e vendé la dote della principessa moglie di lui.

Il Manera protestò con le stampe, e reclamò al governo, e a’ tribunali; ebbe strapazzi, insulti, minacce; dimostrò il decreto dittatorio confiscare i maggiorati, non mobili privati; esser massima di dritto pe’ mobili il possesso valer titolo, e chiese la restituzione, e i danni. Il governo benché interrogasse suoi savii, l’agente contenzioso, e la Commissione de’ presidenti, e n’avesse dichiarato la mancanza del dritto, litigò. Il presidente Talamo e il procurator regio Savelli, poc’anzi borboniani, ora sfegatati savoini, sendo magistrati e membri della Giunta del demanio, facevano da giudici, e parli, ponevano ostacoli al giudizio, mutilavano le difese, dilazionavano; e stiracchiaronla sino al 29 aprile del 61, quando il tribunale non potè negarsi a condannare il demanio alla restituzione ed a’ danni.

§. 25. Reazioni e punizioni.

Dicevano scoperta una cospirazione: certo tutto il regno cospirava, ma aperto, come chi piagato si dibatta per non morire. Sulle porte di Napoli nel circondario d’Agerola a’ 4 gennaio fu reazione. Nel Chietino sul cader del 1860 la popolazione d’Arielli arse stemmi e bandiere; creato duce un contadino Nunziato di Mecola, voltano il 6 gennaio 61 ad Orsogna, e vi son ricevuti col Santissimo. Stando lì, i Nazionali di Lanciano corsero ad Ariellì per far mano bassa; ma uscite le donne e i garzoncelli con arme rurali, furono rotti; e rimasero morti con l’asce un Prosini tenente, e altri, tra’ quali un Vespa calzolaio fratello d’un fatto commissario di polizia a Napoli. Al dì seguente arrivano a vendetta Piemontesi con Nazionali di Chieti, che sopraffatta la popolazione inerme ad Orsogna, fucilarono per rabbia lo innocente vecchio padre del Mecola, ed altri. Altri Piemontesi ad Arielli fucilarono Camillo e Nicola di Fabio uffiziali Nazionali; devastarono la casa del marchese Crugnale ex feudatario, e lui tranquillo carcerarono a Lanciano. S’orano pur mossi Tolio, Orecchio, Ari, Canosa, ed altri paeselli attorno, però tutti atrocemente puniti.

A Sansevero di Capitanata, certi artigiani proclivi al socialismo, la sera del 2 gennaio, col pretesto che uscisse il grano dal paese, tumultuavano, e al mattino replicavano, ma i contadini non iti a lavorare pel tempo piovoso, al veder quel disordine gridarono Viva Franceso. Allora aggrediti da Nazionali e artigiani, uccisero in furia un Domenico Sparavilla tristo uomo, e ’l suo figlio più di lui tristo gravemente ferirono. I Nazionali in risposta spararono sul popolo, tre né freddarono sul botto, molti storpiarono, moltissimi carcerarono che gridavan Francesco, e al dì seguente né fucilarono due senza giudizio, per saziare la vendetta.

§. 26. Il Carignano secondo luogotenente.

Il Farini mostrata sua solenne incapacità, esoso a ogni partito, fu gittato da canto, e sì avanti al fatto venne meno ridicolosamente quest’altra fatua settaria celebrità. Vantatosi di restaurare Verdine morale, fu sopraffatto dalle immoralità sfrenate da esso; e cadde macero come canna. Vittorio nel consiglio del 51 dicembre a Torino lo cassò; e scorta l’inconvenienza d’aver insultato un reame con un medicuzzo luogotenente, stimarono rimedio mandarvi Eugenio di Carignano cugino del re. Il decreto del 7 gennaio gli assegnò due milioni di lire annuali, a peso dell’erario napolitano per sole spese di rappresentanza; sicché il reame fuso nell’unità italiana, restava solo per pagare a sì sterminato prezzo quell’altro pupo. Investironlo di poteri regi sino a parlamento convocato: ma con di costa un Costantino Nigra, figlio d’uno spedahero, fanciullone caro al Cavour; stato dicevano mezzano de’ segreti fra costui e Napoleone; bellimbusto inzuccherato dalla massoneria, fatto segretario generale di stato, da stare su’ consiglieri della luogotenenza, e ogni cosa.

Ambi partirono il 9: si fermarono l’11 a Mola, giunsero a mezzodì del 12 a Napoli, ricevuti da’ faziosi con grandi speranze, e col consueto fornimento de’ dimostranti. Il Farini vi fe’ l’ultima comparsa; andò a ricevere il successore, e ’l portò a palazzo, come a cedergli la corona. Poi si ritirò a Portici, a smaltire il veleno, benché avesse titolo e soldo di ministro; e stettesi in quella reggia sino a’ 6 febbraio, quando tornò in Piemonte, a Saluggia; ove avea comprato un castello; che, quando teneva lui, alzava con fasto la bandiera, vero trofeo di sue rapine. Masaniello due secoli prima nelle grandezze impazzì; similmente costui l’anno dopo uscì pazzo, e poi morì, come il Voltaire, mangiando il suo sterco.

Il Nigra sparse due proclamazioni; una di Vittorio, raccomandante a’ Napolitani il cugino amato, l’altra di questo, che dopo le solite promesse di felicità nuove, conchiudeva: «Sarei fortunato se caduto l’ultimo propugnacolo borbonico, potessi dire al re: Se occorrono leve e guarnigioni dalle province napolitane, chiamatele a nuovi cimenti; questa parte d’Italia può anch’essa governarsi senza soldati.» Insieme a questa sciocchezza promulgò la legge comunale sarda, acciò i comuni nostri s’impiemontassero; e anche il codice penale per decreto dell’8, ma non l’eseguirono allora. Uscì lo stesso di sul giornale uffiziale una lettera del vescovo Caputo, che vomicava insulti a Francesco IL e a tutti i sovrani d’Italia.

§. 27. Nuovi Consiglieri.

Per togliere da Napoli elementi d’ira, un decreto del 16 trasferì la Giunta di scrutinio pe’ Garibaldini a Torino, a questi assegnando varie stanze in Piemonte, cassato chi non andasse. E affinché in quel tempo di libertà, soltanto liberali avessero voce, spensero a’ 16 tre giornali: La Croce rossa, L’Aurora e L’Equatore, mandarono camorristi a fugare gli scrittori, e ’l giornale del governo trionfante l’annunziava. Poscia a promuovere lavori da occupare la gente, mancando la moneta, un decreto ordinò si prestassero da Torino dieci milioni di lire all’erario napolitano, quando pochi giorni innanzi avean venduto, come ho detto, 650 mila ducati di rendita napolitana. Si faceva comparire Torino ricco, e Napoli povero; bisognoso di questa limosina, quando pagava due milioni di soldo al solo Carignano!

Il Nigra vanaglorioso andava dicendo corna del governo del Farini; essere venuto lui ad aggiustare tutto; ma tutti al vederlo sì squasimodeo gli ridevano alle spalle, tenuto strumento di Napoleone, n’aggravò il sospetto; perocché chiamando egli alla prima per consiglio D. Liborio Romano, si sospettavano gravi mutazioni, sendo questi capace di farsi Francese, e Tunisino. Col senno di costui a’ 17 gennaio surse nuovo Consiglio di luogotenenza così: lo Spaventa a Polizia, il Mancini al Culto, Antonio La Terza a Finanze, Luigi Oberty a’ Lavori pubblici, l’Imbriani a Istruzione, l’Avossa a Giustizia, e come corona esso D. Liborio all’Interno. Leggemmo allora un epigramma su costui, che in pochi mesi servì Francesco, Garibaldi e Cavour, e che servirebbe al mutar de’ destini o col Mazza o col Mazzini. Egli salendo al dicastero dichiarò farebbe secondo coscienza e giustizia, per cui Napoli incarcò le ciglia. I liberali fecero contro tutti costoro indirizzi al Carignano; il 19 gridarono in frotta Abbasso Spaventa sin sotto il palazzo ministeriale; e la Guardia Nazionale né fe’ rimostranze al Nigra. La sera, temendosi peggio, posero soldati in piazza. Dappoi il 20 si stamparono i senatori del regno d’Italia; e ve n’era quarantove di Napoli e Sicilia; de’ principali traditori, come il Niutta, il Garofalo di marina, l’Afflitto, il De Sauget, e altrettali, con certi giovani nobili piegati alla rivoluzione: in seguito né fecero altri a minuto. Il Carignano die’ balli in maschera; e per empiere le sale invitò bassa gente, nuovissimo spettacolo a quelle mura, né sbucciarono quattro duelli. Invitato Antonio Statella principe di Cassero, ricusò il viglietto; e saputo l’invito venirgli perché sin dal 1855 aveva il cordone dell’Annunziata, questo issofatto decorosamente restituì.

§. 28. Peggiori mali in Sicilia.

Né in Sicilia era meno scompiglio. A’ 13 dicembre s’eran visti a Palermo cartelli di repubblica. Gli scolari per non pagare i dritti di laurea, la sera del 27 schiamazzando gridarono abbassi, pur arme puntarono contro gli universitarii impiegati, li partito garibaldese ostile a La Farina alzava il capo, e comandava in piazza; giuntovi il Crispi, crebbegli animo, e si gridò abbasso al Montezemolo, al Cordova e al La Farina. Questi memore che il Crispi altra volta aveva arrestato lui, mandò ad arrestare esso e altri capipopolo. Il Crispi e l’avvocato Ferro, sentendo picchiare, gridarono a’ ladri; accorrono i Nazionali: e nel fracasso fuggono; gli altri son presi, tra’ quali il Raffaelli ostetrico, famoso inventore della calunnia di torture borboniane; allora ligato mani e piedi sur una sedia, è da’ rigeneratori imbarcato di notte e sbandito. Sulla sera del capo d’anno la moltitudine sotto la reggia gridò abbassi; ripetuti la dimane; il questore minacciava con cartelli, i Nazionali li stracciavano; e il municipio piegava a’ più. Si firmavano petizioni contro il Montezemolo e ’l La Farina; e questi andava all’uffizio cinto di scherani.

Orrido lo stato delle provincie. Un canonico Cannella di S. Stefano di Bivona, stato segretario del vescovo di Girgenti, s’era per quiete ritratto a Palermo co’ germani, gli uffiziali nazionali del suo paese a’ 23 dicembre l’invitarono a rimpatriare; v’andò fiducioso. Ed ecco al 26 aggredito da popolaccio in casa, andò a sacco e fuoco; ed egli co’ fratelli trucidato, e i cadaveri alla via, guardati da’ Nazionali. Il 4° gennaio seguivano a Catania e a Messina dimostrazioni sorelle a quelle di Palermo; ma il 15 a Girgenti repubblicane. In ogni contrada poi latrocinii, assassini! e arsioni; non si usciva, se non col sole, e armati e in molti; la notte tutti sbarrati in casa; di giustizia era pur l’idea dimenticata. A Palermo ringagliardendo l’ire ogni di più contro i governanti, l’inno garibaldese già esoso a’ Borboniani diventò inno anti-cavourrino, però da due parti abborrito. I Consiglieri non si potendo tenere contro tanto fracasso, si dimisero; e il Torrearsa tolse il carico del nuovo Consiglio, che tutto fe’ di Siciliani: egli alle Finanze, Emerigo Amari a Interno, Filippo Orlandi a Giustizia, Santelia a Lavori pubblici, e ’l Turrisi al Commercio. Il La Farina colle pive nel sacco se n’andò a Messina sua patria.

§. 29. Umanità napoleonica.

Tanta convulsione nel reame, reazione brulicante, erario vuotato, ingordigie insanziate, misfatti, rabbie e rappresaglie, gli usurpatori apponevanlo a Francesco, ostinato a difendersi entro Gaeta. Lui bombardato e minacciato d’eccidio, dicevano Bombino, promotore d’eccidii; lui esautorato, accusavano usurpatore d’una terra italiana, i suoi soldati ribelli d’Italia. Sendo tutti stranieri a combattere Napolitani, quelli appellavano eroi, questi briganti. Per plebiscito pigliavano un regno, e non si vedeva un regnicolo contro Gaeta. Gaeta era scandalo; e per torselo dagli occhi, usavano arme d’iniquità e di forza: co’ giornali gittavan vitupero, co’ cannoni gittavan bombe. Ma non bastando, corsero per aiuto al magnanimo alleato.

Napoleone si faceva da’ giornali accusare di tutelare il Borbone; che ciò gli fea gioco in Francia; ma in Italia dove quella protezione speranzava i legittimisti, negavano la tutela. I giornali del Cavour difendevano Napoleone, dicendo esser meglio avere avanti Gaeta Francesi che Russi; vana essere quella tutela, perché già la flotta italiana non potere sfidar la fortezza; egli colà servire più la rivoluzione che Francesco. Italia senza Napoleone esser niente; egli volere quello che Italia vuole; egli là far la causa di lei, impedire che venga altri. A tai ciniche rivelazioni nessun giornale bonapartino s’adontò. Infatti Napoleone stava lì con la flotta, per più ragioni: evitava ch’altro potentato proteggesse il re, e né nascesse guerra da guastar suoi disegni; designata era la vittima, proteggendola egli, addormentava tutti, per farla con men rumore e sicuramente cadere. Faceva la parte del generoso faceva pompa di difendere un Borbone; che magnanimo! e sì l’umiliava, il forzava a ringraziarlo, e a diventar piccino. Oltracciò sperava con magistrati consigli indurlo ad andarsene cheto, per far ridicola la sua caduta, e renderlo abbietto a’ Napolitani e all’Europa. Pertando lasciatogli bombardare l’esercito sul Garigliano, e a Mola, copriva l’opera iniqua con parole d’oro, e gli mostrava affetto, guardandogli Gaeta da Mare per insinuarsi paterno consiglierò. Ma vistolo contro l’aspettazione sì risoluto a difesa, e l’esito dubbio, e ’l regno a sollevarsi, e Francia ed Europa ammirare quell’atto virile, e sperarlo trionfante, cercò trar pronto profitto di sue arti.

§. 30. Suoi generosi consigli.

L’11 dicembre 60 il Barbier de Tinan aveva mandato al re una lettera di lui del 6. Dicevagli: «ingiusta l’aggressione sarda, egli aver impedito il blocco, par dargli prove di simpatie, ed evitare una lotta estrema, dove la giustizia stava dalla parte di chi soccombere doveva. Ma non potere egli intervenire, credere star negl’interessi del re il ritrarsi con gli onori di guerra, prima d’esservi inevitabilmente sforzato. Lodarsi la costanza, sinché v’è speranza di vincere, ma quando inutile sangue si sparge, il dovere del re come uomo e come sovrano obbligarlo ad arrestarne l’effusione; ed Italia ed Europa ammirerebberlo, per aver evitate al popolo nuove sventure. Valutasse da una parte il disinteresse di lui, e dall’altra il dispiacere d’avere forse a ritrarre la flotta.» Cotesto parlare doppio e compilato, e altro dire e altro parere è in effetto spergiurare e ingannare. In simigliante guisa tra gli antichi, riputandosi empio il porre le mani sui rifugiati in luogo sacro, i persecutori v’accostavano il foco, e si sforzavanlì e fuggire e cadere nelle branche loro. Si credevano non essere empi, quasi le parole offendessero il Nume, non il fatto. E Napoleone, dichiarando sacro il diritto v’avea gittato il foco della rivoluzione.

Francesco stupito di quella conclusione, prima scrisse al Barbier, dicendogli non essere là egli re soltanto, ma pur duce di soldati: e dover guardare al loro onore. Dimanda vagli: 1(o)se la flotta si trattenesse ancora tre settimane, siccome il Thouvenel aveva assicurato; 2° se almeno lasciasse un legno a impedire il blocco, 3° se le navi francesi al suo soldo potessero transitare. Il Barbier, uomo leale, aveva a’ fianchi un capo di stato maggiore iniziato a’ misteri; e questo degno uffiziale di Napoleone III fe scrivere all’ammiraglio una risposta con parole dolci, e in sostanza: non sapere niente, parlare da privato, ma credere non potersi la flotta trattenere tanto; niun legnetto resterebbe, né i mercantili, benché francesi, oserebbero navigare. Aggiunse non s’illudesse, sarebbe abbandonato; e forse la guarnigione al vedere ito lo appoggio morale di quella flotta, sentirebbe un vuoto difficile a colmare.

Infieriva in Gaeta il tifo, e quel dì 12 n’era morto il duca di Santo Vito aiutante generale del re. Ma questi con tutto che tribolato dalla moria, e che per la inopinata pressura di Francia sentiva sua condizione aggravata, pure dignitosamente il 15 rispose a Napoleone, in tai sensi: «La lettera di V. M. mi pone in crudeli imbarazzi. Risoluto a resistere sino agli estremi, e salvare l’onor militare, i consigli affettuosi della M. V. e il pente siero del ritiro della sua armata, mi conturbano, e spingonmi a chiederle un po’ di tempo pria di risolvere. Debbo studiare le mie condizioni, per vedere se scoperto da mare io possa a lungo protrarre la difesa. Di rado, o Sire, un re torna sul trono, se un raggio di gloria non indora la sua caduta. Gl’invasori del mio regno dopo l’ebbrezza d’un trionfo dovuto alla codardia e al tradimento de’ miei generali, trovano ora grandi ostacoli ad asservare i miei sudditi, con idee repugnanti alle tradizioni ed interessi loro. Veggo in Europa addensarsi difficoltà, ed anche l’alta intelligenza e potenza di V. M. mi fanno sperare non lontano il dì che la giustizia non sia più dal Piemonte calpestata. Se ciò è sogno, questo almeno è certo che combattendo pel mio dritto soccombo con onore, sarò degno del nome. che porto, e lascerò un esempio ai principi futuri. Se nulla dalla resistenza avrò a sperare, pur mi resta da provare al mondo che sono superiore alla mia fortuna. Qui in principio sono sovrano, ma in fatto capitano; non ho più stati, questa fortezza posseggo e soldati fedeli, e abbandonerei per tema di rischi personali, e per non versare sangue (che pur troppo evitato volli) l’esercì cito che vuol serbare onorata la bandiera, e questa piazza cui gli avoli miei fecero baluardo della monarchia? Morire posso, o restar prigione; ma i prenci debbono saper morire a tempo; e Francesco I fu prigioniero; ei non difendeva come me il suo regno, e la storia il lodò.» Finiva chiedendo tempo a pensare, e con ringraziamento d’averlo sin allora con la flotta difeso, quando nessun altro potentato avesse osato o voluto soccorrerlo. Ciò fu il falso di questa bella lettera, lanciante con immeritata lode all’ipocrita proiettore, uno strale agli altri potentati, che appunto perché dal Bonaparte minacciati, noi soccorrevano.

§. 31. Fraudolento armestizio.

Il nemico col favor delle nebbie avea di notte lavorato in più luoghi; i nostri attorno a opere d’artiglierie e genio preparavansi a respingere gli assalti; e costruirono una batteria proposta dal colonnello Ussani a Torre Orlando, per due cannoni rigati da campo, a colpire i lavoratori lontani. Si tirava di qua e di là, per contrabbattere l’opere di ciascuno. Ma i Sardi che punto non pensavano ad assalti, e per la superiorità de’ cannoni fidavano nel bombardamento, aveano bisogno di fare le cose chetamente, e non essere sconciati ne’ lavori da’ buoni imberciatori napolitani. A’ 27 dicembre il Barbier a nome di Napoleone fe’ al re doppia proposta: armestizio per quindici giorni, dopo de’ quali la piazza cederebbe; o che durante l’armestizio ciascuna parte lavorasse a suo grado. La dimane si rispose, la prima proposta essere mera dilazione per cedere; la seconda stare tutta a prò del nemico, che impunemente lavorando affretterebbe la caduta del forte.

Non riuscita questa melensa insidia, il Cialdini s’affrettò a por su le batterie, da fare almanco rumore e paura. A’ 7 gennaio n’avea pronte sedici, con 52 pezzi, tra rigati, obici e mortai; a Casa Tucci, a Casa Occagno, a’ Cappuccini, in valle Calegno, a destra del Tortane, sul monte S. Agata, a Cappella Conca, alla Scansatoria, e all’Accampamento, presso Castellone; questa quattromila metri discosto, cui la piazza non avea strumenti da rispondere. Una bomba scoppiò nell’ospedale; un’altra nel palazzo regio, e una scheggia urtò a pochi passi dalia regina, che disse: Non mi sarebbe spiaciuto d’esser ferita. Però la guarnigione con iterati prieghi ottenne che la real famiglia co’ ministri abitasse la casamatta della batteria Ferdinando. E il consiglierò ministro spagnuolo vi si ficcò anch’esso. All’alba dell’8 il Cialdini, smascherate sue batterie, vomita da ottomila palle, e bombe e granate, e alcune neppur piene, gittando quanto aveva alla mano per ispaventare, e fare accettevoli le generose bonapartine proposte. La piazza rispose quel dì con 2327 colpi, e fe’ zittire le batterie avverse a’ Cappuccini; né patì più che sette morti e venti feriti; ma grande fu il danno della città. Sul mezzodì, nel pieno del fracasso videsi un generale sardo andare all’ammiraglio francese; e questi poco stante mandò a nome dell’imperatore chiedendo al re che sospendesse il fuoco, per concludere un armestizio da durare sino al 19 gennaio. Accedutovi il re, venne al mattino del 9 in Gaeta il Barbier, promettendo egli garantire i patti, sospendersi l’arme sino al tramonto del 19; il Cialdini e ’l governatore di Gaeta s’impegnerebbero a non lavorare in niuna guisa, uffiziali francesi avere la facoltà di visitare la piazza, e gli accampamenti. Il re accettò, il Cialdini ricusò il patto di sottostare alle visite de’ Francesi, ma disse impegnare il suo onore, a non fare opera nuova nessuna, per approcci, batterie e strade. Francesco a non mostrare durezza, stabili così la tregua, senza scrittura, ma con l’intramessa dell’ammiraglio. Lo stesso di fe governatore il Rilucci, e sospese le costruzioni delle due cominciate batterie a Torre Orlando, e al Picco di Malpasso. Il Cialdini per contrario seguitò e con più fretta alla sicura i lavori, né faceane mistero, né troppo ascondeva i lavoratori. I giornali per calmare le ansie plateali, e sgabbellar Napoleone che pareva proteggere la fortezza, spiattellavano la cosa, e dimostravano il tempo dell’armestizio essere appunto il tempo occorrente a compiere i preparamenti al bombardare. Il Ritucci con processi verbali constatava il lavoro del nemico; e indarno fe’ da uffiziali francesi vederlo con gli occhi loro, il Cialdini rispondeva non esser vero, intanto piantava in gran numero grossi cannoni. Doveva la piazza rompere di fatto il fraudolento armestizio; ma temendo la flotta francese si partisse incontanente, e chiuderebbesi il mare, quando appunto s’aspettavano bastimenti di provigioni, bisognò cagliare, e sopportare quel sopruso dall’ingannevole nemico, e dal falso amico.

§. 32. Risoluzione per difendersi.

La sera del 15 i ministri stranieri tornarono da Roma, per presentare la dimane gli omaggi al re, nel suo dì natalizio, e tutti consigliaronlo a perseverare. Ei li fe’ invitare a rimanere. Volendo cadere da re, occorrevano testimoni e compagni i rappresentanti del dritto europeo, quasi padrini in quel duello sproporzionato tra la mondiale rivoluzione e un piccolo abbandonato prence, acciò gli altri monarchi presentissero la futura loro sorte, era chiamata l’Europa ad assistere legalmente al bombardamento di un re e d’una regina nell’ultimo loro asilo, in nome d’una nazione assente e oppressa. Ma gli ambasciatori non tutti annuirono, chi per politica, chi per paura si negò, restarono monsignor Giannelli nunzio pontificio, il Bermudez di Spagna, il conte Szechenvi d’Austria, il Verger di Baviera, il Kleist-Loos di Sassonia, e ’l Frescobaldi di Toscana.

Francesco il 15 scrisse a Napoleone: «La flotta di V. M. partirà tra pochi dì, e questa piazza non avrà relazioni col resto della terra. Dopo la dichiarazione dell’ammiraglio di Francia, stetti in gran dubbio, e i pareri erano pur divisi di quelli cui mi consigliai. Restando qui abbandonato dal mondo, m’espongo a cadere nelle mani di sleale nemico, a perdere la libertà, e forse la dignità e la vita, ma ritirandomi cederei una fortezza intatta, offuscherei l’onor mio militare, e per vana prudenza rinunzierei alle speranze dell’avvenire. E come cedere quando i miei popoli spontanei in tutte province insorgono contro la piemontese popolazione? Cedere quando da ogni banda mi s’incoraggia; quando da tutta Europa uomini privati e governi m’animano a difendere la causa mia, ch’è pure quella de’ sovrani, del pubblico dritto, e dell’indipendenza de’ popoli? Se può a taluno parer temeraria la mia risoluzione,

«V. M. che ha cuor grande e nobile, saprà comprenderla e approvarla. Sono stato vittima dell’ingiustizia e dell’audacia d’uno stato ambizioso; ho perduto i miei stati, ma non la fiducia in Dio, né nella giustizia degli uomini; ora il solo mio patrimonio è il dritto, e per difenderlo è mestieri mi faccia seppellire s’è d’uopo, sotto le fumanti mine di Gaeta.

«Non titubai già per questo possibile avvenire, temei solo di cadere prigione, e sentire nella mia persona oltraggiata la reale dignità, ma se a m’è serbata quest’ultima prova, se l’Europa consente a tanto attentato, non darò un lamento, saprò rassegnato sostenere la mia sorte. Ho fatto ogni sforzo per persuadere la regina a separarsi da me, le sue tenere preghiere e generose risoluzioni m’hanno vinto; dividerà con meco la Fortuna, si consacrerà alle cure de’ feriti e degl’infermi, sarà una Suora della Carità. Non sapendo se V. M. riconoscerà il blocco, e se più mi sarà dato avere novelle della M. V. sonomi affrettato a scriverle, perché l’ultima nuova che da questa Gaeta le arrivi, le porti testimonianza della mia stima profonda, sincera riconoscenza, e vera amicizia..

La dimane le salve de’ cannoni nunziarono il di natalizio del re, cui risposero i legni francesi e spagnuoli: poi Te Deum al Duomo, baciamano a Corte, e le cerimonie de’ diplomatici, nel pomeriggio la parata militare. Il Casella, ministro degli affari stranieri, mandò il 18 una nota a’ potentati, nunziando l’armestizio, dicendolo dannoso, perché noi avevamo i mezzi di difesa compiuti, e i Sardi aveano bisogno di tempo per armare le batterie, essersi acceduto per compiacere Napoleone. Incredibile ch’Europa sopporti uno de’ suoi re, spogliato e bombardato. In Gaeta difendersi non la corona d’antica dinastia, ma i trattati e il dritto, che sorreggono la pace e l’indipendenza de’ popoli e de’ monarchi. Francesco volersi tenere a possa, ancora che abbandonato da Europa. Sperare non si riconosca il blocco, sperare ch’Europa con nota collettiva intimi alla Sardegna di garentire la libertà del re e della regina, ove salvino le vite, nel disperato furore dell’assedio.

§.33. Avvisi della Commissione di difesa.

La Commissione di difesa interrogata sulla possibile durata di resistenza, opposta a’ maggiori sforzi dal nemico, unita in sessione il 16, die’ in due sentenze: Il maggiore De Sangro e ’l capitano Andruzzi osservarono: «Le fortificazioni sottostare a’ mezzi d’offesa avversi, mancar d’utensili e materiali per migliorarle, o rifarle in caso di guasti per doppii assalti da terra e da mare. Non bastare i cannoni al fronte di terra, deboli l’opere esterne, presto potervisi dalle batterie de’ Cappuccini aprire la breccia, pochi i mortai, non uguali le polveri, difettose le spolette, mancar riservette per polveri, mal costruite mal situate quelle che v’erano, e con pericolosi accessi. Il nemico per la maggior portata di sue artiglierie offende senza patire offesa, e fa vana la superiorità ch’avea Gaeta sull’altro piazze, cioè d’avere il fronte di terra più largo di quello d’assalimento, oggi invece l’avversario spiega da lontane colline più ampia linea di quella del nostro fronte di terra, onde può questo colpire di sbieco, e quel di mare di rovescio. Oltracciò percotendo da lontano, procede co’ lavori sicuro, sotto il vano fuoco della piazza.» Però, enunciate altre considerazioni minori, avvisarono potersi dopo quindici giorni esser costretti alla resa. Ad essi aderiva il frenerai Pelosi. Ma gli altri colonnelli Ussani e Rivera, e i generali Polizzy, Rivera e Traversa, avvisarono che, stante l’alacrità della guarnigione e la pochezza de’ danni patiti sin allora, si potrebbe reggere due mesi.

Certo la mancanza di grossi cannoni rigati rendea fioca la difesa; solo qua e là s’eran messi in batteria piccoli pezzi rigati da campo. Il maresciallo La Tour in Francia non potè averne; chiestine al Belgio, non potevano passare per Francia; a farli fondere, e poi venire in lungo giro di mare, volevasi tempo che mancava. Però in tanta disuguaglianza di arme, la piazza restò vittima eroica, ma impotente.

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§. 34. Abbandono de’ Francesi.

Il mattino del 19 venne per mare il Menabrea generale del genio e ’l colonnello Piola capo dello stato maggiore sardo a intimare la sera, offerendo onori di guerra, libera partenza del re, soldo e riconoscimento di gradi agli uffiziali napolitani. Ricusati, insistettero, ed ebbero secondo rifiuto. Sull’imbrunire la flotta francese partì. Il re lasciò libera l’andata a qualunque il volesse; tutti restarono, fuorché tre uffiziali e 130 soldati, che per affranta salute, e piangendo, ebbero ad andare. Poco avanti molti potentati avean dichiarato non riconoscerebbero il blocco; ma il Persano sapendo queste esser parole, proclamollo il 20, e ’l nunziò al governatore. Questi rispose: il blocco non esser legale, per non v’esser dichiarazione di pietra; ma aggreditosi il reame in più modi iniqui, poco importare una illegalità di più. E, non ostante il blocco, lo Sphynx la notte, eludendolo, sbarcò vettovaglie.

I diarii ripigliarono le contumelie contro Francesco, reo d’inumanità e d’effusione di sangue; anche stolto lo dissero. Stolto e inumano chi assalito in casa sua si difende; eroi e generosi gli aggreditori fucilatori de’ paesani. E Napoleone facente la parte di protettore, isolato Francesco da’ suoi naturali amici, impostogli l’armistizio da durare appunto quanto occorreva a montar le batterie ostili, allora lo abbandonò. Una nota del Moniteur del 17 avea dichiarato la flotta lasciar Gaeta, per ragione del non intervento, e per evitare la effusione del sangue; cioè per farla bombardare!

Ciò in Francia, dove abbondano i cuori generosi, fe’ stomaco; e più osservarono il bombardamento comincerebbe il 21 gennaio, anniversario della decollazione di Luigi XVI. Tal ricordo coincidente col bombardamento del giovinetto Borbone, non poteva piacere al terzo Napoleone, pauroso de’ rumori; onde credo vero quanto si disse ch’ordinasse a’ Sardi bombardassero l’altro di. Certo si videro legni francesi entrare in colloquio coi Sardi avanti la piazza. Il Cialdini già parato a fulminare da terra e da mare, poteva cominciare il 21, ma aspettò il 25.

§. 35. Bombe da terra e da mare.

Questo dì sull’ore otto la nostra batteria Regina trasse il primo colpo, e ’l seguì tutto il fronte di terra, a battere i Cappuccini e ’l colle bombone, sicché tosto ridusse quelle batterie per più ore a tacere. Invece quelle del lontano colle Tortano traevano alla sicura. Sull’ore undici s’accostarono da Mola undici legni a vapore tra fregate e cannoniere, ov’eran due sole navi napolitano, non avendo trovati marinari a menarle contro il proprio re; e anche d’uffiziali, quantunque traditori, pochi osarono sfidare questa seconda infamia. Cominciarono fuor di tiro a trarre alle batterie di mare Guastaferri e S. Maria, le quali rispondendo colsero un legno; ciò bastò che tutta la flotta ignominiosamente si ritirasse a Mola, gittando colpi innocenti. Forte per l’opposto si cannoneggiava da terra con tutte batterie smascherate. Poscia a un’ora e mezzo pomeridiane la Confienza nave cannoniera osò accostarsi; ma subito percossa da Guastaferri stava per affondare, ond’ebbe ad essere soccorsa dall’armata, che però venne a tiro. I Napolitani, presenti il re, la regina, e ’l conte di Traili, sì giulivi risposero, che in mezz’ora sforzaronla a voltare verso Ponza. E questa fu la ridicola bravata del Persano, detto l’eroe d’Ancona, che sprecò in mare da quattromila palle; le quali scoppiando sott’acqua, uccisero di parecchi pesci, che raccolti rallegrarono le mense soldatesche. Gl’Italici che credevano Gaeta cadesse come Gerico alla vista di lui, smaccati, spargevano quella essere da mare come Cronstadt fortificata.

Ma da terra,donde per distanza offendevano incolumi, erano bravissimi, anzi furibondi. I nostri alla presenza del conte di Caserta, che là comandava, rispondevano a suoi! di strumenti, con prontezza ed entusiasmo. Oltre gli artiglieri accorrevano militari d’altri corpi, per vedere, sprezzando il periglio, addoppiando con la presenza e la voce lo sforzo di tutti. Si continuò la notte, aggiuntovisi il furtivo trarre d’una cannoniera dal mare di Terracina. Avanti l’alba una granala partita dalla cortina S. Andrea ruppe sulle batterie a’ Cappuccini, e v’arse le munizioni, con dannoso scoppio al nemico. Quel dì 22 la piazza scagliò 10679 colpi; forse l’avversario metà più, da maree da terra. De’ Napolitani morirono il maggiore Solimene e dieci soldati; restarono feriti i tre uffiziali, De Filippis, Tarangioli, e Bonocore, e 112 soldati. Molti danni alle fortificazioni di terra, nulla a quelle di mare. Una granata pose foco all’ospedale S. Caterina, spento per operosità degl’impiegati; nel porto patì per colpi da terra la fregata Partenope, e s’affondarono il piroscafo Etna, e più legnetti doganali. Ma la notte, pur durando la zuffa, si lavorava a restaurare i danni.

Il re di Baviera ritirò l’ambasciatore da Torino, e scacciò via il Doria, legato sardo; le dame bavare mandarono a Maria Sofia un indirizzo grazioso; e l’imperatore d’Austria die’ a Francesco e a’ due fratelli Luigi ed Alfonso l’ordine di Maria Teresa, che sol si concede per insigni fatti di guerra.

fonte

https://www.eleaml.org/ne/margotti/1868-DE-SIVO-Storia-delle-due-Sicilie-dal-1847-al-1861-BB-2025.html#LIBRO_TRIGESIMO

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