Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo Volume secondo (XXX)
LIBRO TRIGESIMOQUARTO
SOMMARIO
§. 1. Considerazioni sul brigantaggio. — 2. Lo sbarco di Borjes. — 3. La banda Mitica 4. Principesche nozze. — 5. Abboccamento di Compiegne. — 6. Incoronazione di Koeningsberg. — 7. In Napoli il giogo s’aggrava. — 8. L’anniversario del plebiscito. 9. Giudizio a Marsiglia. — 10. Seguito di fatti briganteschi. — 11. La luogotenenza di Napoli abolita. — 12. Lamentanze e risposte. — 13. Il primo prefetto di Napoli. 14. Proclamazione del Chiavone. — 15. Fatto di S. Giovanni Incarico. — 16. Accordi di Francesi e Sardi. — 17. Più rabbie civili. — 18. Più rabbie governative. — 19. Più rabbie parlamentari. — 20. Rabbie finanziere. — 21. E rabbie garibaldesi. — 22. Fatti del Borjes. — 23. Sua morte. — 24. Ruine di Torre del Greco. — 25. L’obolo del povero, e le larghezze de’ ricchi. — 26. Decreti contro i monasteri. — 27. Il guardasigilli e l’episcopato. — 28. La reazione non è spenta. — 29. Napoleone tenta scacciare Francesco da Roma. — 30. Calunnie. — 31. Ricchi doni a Francesco e Sofia. 32. Gioia siciliana per la leva.— 33, Ribellione di Castellammare del Golfo. — 34. È abolita la luogotenenza siciliana. — 35. Le prigioni liberali. — 36. Anarchia. — 37. consorti. — 38 I liberali. — 39. Socialismo e comunismo. — 40. Monarchi incorreggibili. — 41. I criterii dei reame. — 42. Licenza.
§. 1. Considerazioni sul brigantaggio.
Quello ch’appellavano brigantaggio era guerra, e la più terribile che mai popolo facesse a dominatori ingiusti, perché lor toglieva sangue, moneta, e riputazione. Essa sonava orrenda per Europa, ma quelli, che a possesso non a fama guardavano, lasciavano dire; e anzi eglino stessi talvolta novelle spaventose ed esagerale di loro scelleratezze diffondesano. De’ paesi arsi ingrandivano le rovine, acciò le popolazioni spaurissero; però di sangue e minacce e iniquità facevano pompa esosa; e sortivano lo effetto, ché i cittadini e i montanari d’accordo si studiavano di tener la guerra fuor de’ paesi, per non dar pretesto a saccheggi e devastazioni. Era dunque una furia di zuffe spicciolate, campo ogni valle, parapetto ogni macerie, agguato ogni fratta. Le bande a minuzzoli, pronte a’ movimenti, a dividersi, a raccogliersi, a celarsi, e a tornar di fianco a a tergo improvvise, vivevano ne’ territorii natii, ove ogni albero sapevano, di leggieri trovavano viveri e munizioni, con vantaggio assalivano, senza rischio si scansavano, tagliavano i telegrafi e le strade, infestavano i passi, rapivano vettovaglie e bagaglio, e padroni delle vette, scorto da lungi il nemico, percussavanlo e sparivano. Però le soldatesche italiche, sebbene in centomila, e altrettanti in Nazionali e Corpi franchi, non bastavano a coprire il reame. Suddivise anch’esse per tutti luoghi, per darsi la mano e accorrere ove fosse bisogno, non duravano ne’ disagi, tra fredde notti e caldi soli, in mal arie, odiate, ingannale, poco lor valeva la superiorità dell’arme; la disciplina nello sgominamento de’ corpi scemava, ed eran costrette contro briganti a diventar briganti da vero. Questa è la precipua cagione dello scadimento militare dell’esercito detto italiano.
Impertanto quel reagire era nazionale, locale, spicciolato, né poteva aver sussidio d’uomini stranieri. Mancava d’un capo dirigente, appunto pei ché spontaneo e naturale, espressione patriota, slogamento d’odio popolare contro lo straniero. Far la guerra grossa in quelle condizioni, era Unirla; ché di leggieri i Piemontesi coloro mezzi di guerra opprime vanta d’un colpo. Questi intanto a storcere siffatto smacco dal loro plebiscito, facean di continuo dai giornali nunziare sbarchi di stranieri sulle coste, ed entrate di briganti dal Pontificio; e per farsi credere anche diplomaticamente n’alzavano lamento. Ciò ingannava amici e nemici, onde talora qualche straniero bramoso di pugnare pel dritto v’accorreva, e subito vi periva. De’ quali or ora dirò qualche cosa. Ma per quella necessaria guerra spezzala era appunto impossibile una sollevazione generale del popolo, quando Europa impassibile permetteva a tutte le mondiali forze rivoluzionarie d’opprimerlo. Disarmato, schiacciato, spiato da’ settarii sin nelle case, non poteva né unirsi, né parlare: un terrore comprimeva tutti. Mancava lo annodamento, la corrispondenza tra paese e paese; i più intelligenti o arditi erano carcerati o sbandeggiati; la gente minuta soltanto si gittava a’ campi, e con armi o senza, come poteva in drappelli combatteva; sovente erano contadini, ch’ora arditissimi archibugiavano, ora mogi mogi zappavano la terra. Più volte i fuorusciti da Roma e da Malta tentarono di stringere la direzione delle cose, per preparare la sollevazione unanime e piena; ma sempre impediti e avversati da mani ignote, o palesi, e talvolta col nome del re stesso dicentesi alieno dalle reazioni, mai niente d’efficace poterono.
Quella guerra dunque riusciva a sfogo di rabbia, a sanguinosa protesta, a sperpero di vile e sostanze di governanti e governati. Ma vi si aggiungeva il brigantaggio comune; ché molti tristi con Francesco in bocca trescavano in quella grande anarchia, e sfruttavano le simpatie delle popolazioni, guerreggiando per sè. I più ladri perloppiù facevano i capi, cui s’univano spesso facinorosi e Garibaldini; ma il forte erano i soldati regi, che per vendetta de’ Sardi ingrossavano le bande, e pagavano col loro sangue le altrui malvagità. Oltracciò anche i capi buoni, col tempo tra tanti rischi e disagi, tra il fuoco e le ferite, acquistavano ferocia; ché in quell’orribile pugnare, dove a ogni ora si gittava la vita propria, non si poteva tener in conto la vita e la roba altrui. Nulladimeno quei capi stessi, buoni o mali, per tenersi le popolazioni, pesavano su’ soli liberali, ed essi e loro beni e bestiami sterminavano. Dappoi i liberali per rappresaglia, e a gittav la divisione tra’ reazionarii, spinsero col braccio de’ governanti loro cagnotti a briganteggiare su’ legittimisti; così il nome di Francesco II copriva la doppia rovina, che pesò su tutti i partiti, a pro de’ più malvagi. E certi uffiziali governativi reclutati nella melma, giocatori, ruffiani e peggio, dividevano co’ briganti il prezzo delle rapine e de’ ricatti; di che furono prove giudiziarie, e vani svotamenti a quel governo impotente al bene.
È poi da considerare il dritto nuovo proclamato dagl’invasori menare dritto al dritto del brigantaggio. Se non v’è dritto per Francesco, né pel papa, meno ve n’è per Vittorio; se non vale più il dritto regio, neppure vale il dritto privato, né v’ha proprietà per nessuno; se la società patisce la legge del forte, ciascuno studia d’essere forte come può. Il popolo in quei governanti posticci, in quei camorristi fatti delegati e ispettori, non riconosceva potestà. Vittorio, luogotenenti, prefetti, magistrati, tutti teneva per briganti, venuti a spogliare il regno col gius del cannone, però credeva stare in dritto combattendoli alla brigantesca; e soccorreva in tutte guise, con denari e munizioni, e sino co’ voti a Dio, qualunque in quantunque modo s’opponesse agli usurpatori. Anche avendone danno godeva delle umiliazioni che i patrii montanari davano dalle native rocce a’ bombardatoci del suo re, tiranneggianti la patria terra. Per tai ragioni il brigantaggio, sia politico, sia comune, sempre Ira noi sorse in tempi d’usurpazioni. Infierì nel 99, e tai 1800 al 1815, durante la occupazione francese; tornato il re legittimo, finì. In quel decennio ebbe aiuti d’Inghilterra, con uomini, arme e moneta; Ferdinando IV regnava in isola vicina; e sino gf inglesi eserciti scesero, e vinsero in Calabria battaglie formali; eppure non si potè fare una controrivoluzione generale. Era però assai pili difficile farla nel 1861, non vedendosi in mare una bandiera amica. Il reame fremente della ignobile conquista, travagliava, reagiva, ma indarno; le genti divise, inermi, spiate, torturate, non potevano con parziali fatti scuotere un giogo retto da dugentomila sgherri, sostenuti da tutta la rivoluzione mondiale. Le vittorie erano transitorie e mero appagamento di vendetta, le punizioni implacabili e interminabili.
§. 2. Lo sbarco del Borjes.
I legittimisti di Napoli e di Francia, non bene ciò considerato, al vedere colante reazioni sconnesse pensavano mancasse un capo dirigente, e bastasse mandarne uno per indirizzarle a vittoria. Adocchiarono un D. Iosè Borjes, antico cabecìlla spagnuolo, stato compagno de’ Cabrera e de’ Zumalacarreguy nelle guerre civili di Spagna; il quale vivendo esule e bisognoso in Francia, si persuase a gittarsi per Francesco nel regno. Ebbe a Parigi conferenze con nobili Francesi e Napolitani, e con altri iti da Roma; ebbe promesso denari e uomini, e sicurazioni che a migliaia stessero lui aspettando. Toccato un po’ di denaro, accozzò da venti Spagnuoli, e navigò a Malta. Là aspettò la moneta, né molta n’ebbe, che parte naufragò per via; uomini non né vide; comprò venti fucili; e da ultimo sperando gli arrivasse gente dall’lllirio, come gli aveano promesso, s’imbarcò. Traversò il mare nemico in una speronara, eludendo le spie piemontesi che il tenevano d’occhio; e con solo ventidue compagni si lanciò in impossibile impresa.
Alzano a cielo il Garibaldi, che andò con mille, da sicuro porto in sicuro mare, sorretto da mezza Italia, da Francia e Inghilterra, con oro massonico, con la già compra flotta avversa, e co’ preparati tradimenti militari. Questo Borjes niuno canta, ch’avendo tutte cose contrarie andò a dare la vita pel solo principio del dritto, e con magnanima annegazione; perché l’uomo giudica dal successo ancorché scellerato. Per bonaccia di mare scese a caso su deserta spiaggia tra Bruzzano e Brancaleone, la sera del 5 settembre; volse a un lume, trovò un pastorello che il guidò a un luogo detto Falco, ove al sereno riposò. Al mattino entrò in Precacore; terricciuola di cinquecent’anime su quel di Gerace, accolto a festa; ruppe gli stemmi, alzò i gigli, cantò il Te Deum, fe’ limosine, pagò ogni cosa il doppio, sparse proclamazioni; e ingrossato di venti paesani la sua banda, a vespro volse a Caraffa. Presso S. Agata, assalito da guardie mobili, si gittò ne’ campi detti Cannavia e vi sostenne il foco; a notte stette nel convento di Bianco, e vi lasciò il suo servo ferito al piede. Intanto i rivoluzionarli entrarono a vendetta in Precacore e saccheggiarono quel misero paesello. Guidavali un Giuseppe Barletta di Caraffa, supplente giudiziario, stato spia nel 47, fellone nel 48, rivelatore de’ correi nel 49, onde ritenne la carica, allora rifattosi liberale saccheggiatore.
§. 3. La banda Mitica.
Il Borjes udito d’un Ferdinando Mitica ch’aveva una banda d’oltre cento armati, vi si fe’ condurre il 15, presso Girella. Quegli sospettandolo mandatario de’ Piemontesi per tradirlo, nol ricevé, se non dopo accertato ch’avea combattuto colle guardie mobili, ma disselli non gli ubbidirebbe come a generale, se non dopo altra zuffa. Il mattino del 17 assalirono insieme Platì, e trovaronvi resistenza non aspettata, per Nazionali e cento Sardi arrivati la vigilia da Reggio; eppure se il Mitica che guidava la cosa fossesi valuto del primo impeto, riusciva; ché v’uccise parecchi Nazionali, con un Francesco Oliva, gran settario, e i Piemontesi pugnavano timidamente; ma udito che più battaglioni sardi sbarcavano a Bovalino, si ritrasse. Andarono a Ciminà, e v’ebbero fucili; poi per non aspettarvi l’accorrenti soldatesche, presero la montagna, piovendo a dirotto; e la dimane 18 i monti di Catanzaro; quindi tra varie imboscate combattendo, si ritrassero nel piano di Gerace in pochi; perlocché il Mitica impaurito, sciolse la banda e s’inselvò. Allora il Borjes restò quasi solo con gli Spagnuoli, in paese sconosciuto; e cominciò quella ritirata, che resterà unica, tra centomila accaneggianti nemici.
Quando ei s’era accostato a S. Agata, un Francesco Rossi, stato anche liberale nel 48, e poi spia borbonica, allora sindaco, al vedere la popolazione commoversi per accoglierlo, s’ascose in casa l’abate D. Antonio Franco, con la famiglia e le cose preziose; e al mattino del 15 fuggì a Bianco, dove accusò di reazione il popolo, e designandone capi i Franco suoi salvatori. Pertanto un Melissari, maggiore nazionale Reggino, ragunato pe’ dintorni la spuma de’ settarii, scese a S. Agata, aggredì il palazzo Franco, prese il barone primogenito, il fratello Giuseppe e lo zio abate, sendogli l’altro fratello fuggito; e li menò a Bianco. Sopravvenuti Piemontesi, cavaronli di prigione, fucilarono lo abate in piazza, i due fratelli rimenarono a S. Agata a piede, e tosto fucilaronvi Giuseppe; il barone restò salvo per grido unanime della popolazione che innocentissimo il giurava. Questi assassini’! non erano soli. Scorrazzavano per le terre moschettando a due a tre a quattro alla fila, sospetti n no, a terrore. Arsero il convento di Bianco, reo d’avere ospitato gli Spagnuoli; fucilarono il padre vicario per la strada, e poi lo Spagnuolo ferito; fucilarono un notaio di Bovalino; arsero il convento con la chiesa del santuario di Polsi sur un monte; perché dissocio covo di briganti. Il Mitica ch’avea creduto salvarsi nascondendosi, fu da un molinaio che gli vendeva il pane, indi a pochi dì, tratto in agguato; dal quale fuggì ferito, ma due giorni dopo fu trovato ne’ monti morto d’inedia, o per quel colpo.
§. 4. Principesche nozze.
I reali di Napoli nell’esilio erano di doppie nozze allietati: Luigi conte di Trani primogenito delle seconde nozze di re Ferdinando con Maria Teresa d’Austria, nato il 1 agosto 1858, impalmava sua cognata, sorella di M. Sofia regina delle Due Sicilie e della imperatrice d’Austria, figlia del duca Massimiliano della casa di Baviera, Maria Matilde Ludovica, nata a’ 30 settembre 1845. Le nozze seguirono a Monaco il 5 giugno 61. Poco dopo Maria Immacolata Clementina, sorella di re Francesco e d’esso Luigi, s’univa all’arciduca Carlo, fratello del Granduca Ferdinando IV di Toscana; celebrando il sacro rito il Santo Padre, a’ 19 settembre, in Vaticano. Non s’invitò corpo diplomatico, ché si volle sol religiosa la cerimonia: erano presenti la reale famiglia, i cardinali palatini, il cardinale di Napoli, e altri dignitarii e dame. Il pontefice in sacri paramenti benedisse le nozze e l’anello, disse la messa pro sponsis, e la orazione dominicale, e comunicò gli sposi. Ultimamente loro volse affettuoso discorso, e concluse: «Confido che il Signore, pel trionfo della giustizia e per la libertà della Chiesa, presto vi riconduca Egli come per mano a quelle terre papali che vi appartengono, e dove siete desiderati da’ sudditi, che pure benedico.» Si ricordava il dominio diretto di Santa Chiesa sul reame, obbliato da’ nostri re.

§. 5. Abboccamento di Compiegne.
Da molto si parlava d’un abboccamento tra il sire di Francia e quel di Prussia: nunziato, disdetto, differito e riannunziato, segui il 6 ottobre a Compiegne; dove re Guglielmo, prima della sua incoronazione, venne a restituire la visita fatta a Baden da Napoleone. Questi umiliata nel 54 la Russia col braccio d’Austria, e nel 59 Austria col consenso Russo, lavorava a tirarsi la Prussia, per isolarla in Germania, insospettirla a’ vicini, e cercare brogli e mutazioni, da stendersi egli un po’sul Reno. Solleticando quella Coi te ambiziosa, tenea vivo il foco in Germania, faceva agognare la sua alleanza, e dava peso al suo braccio; sempre l’apparenza di quelle carezze lo aggrandiva in Francia e fuori. Però aveva invitato altresì l’Ottomano, che non si scomodò. Che trattassero a Compiegne niuno seppe; i fogli prussiani spacciarono la visita niente avere di politico; i fogli francesi dissero averne molta. Napoleone menò seco i ministri, Guglielmo no. I Francesi stamparono gli uffiziali prussiani avere baciata la mano a Napoleone; gli uffiziali protestarono in istampa: non essere vero; piuttosto si troncherebbero le mani che baciare quella del nemico del loro paese.
§. 6. Incoronazione di Koeningsberg.
Re Guglielmo stato capo della massoneria germanica parea non più ricordasse il settario giuramento; ond’era stato mestieri a ricordarglielo, con un colpo di pistola. Già i liberali dicevano Guglielmo convertito alla religione de’ fatti compiuti e del dritto nuovo; ma per allora restarono delusi; perciocché la vigilia dell’incoronazione, il 17 ottobre, egli tra’ gran dignitari i e i rappresentanti della nazione, disse: «I sovrani di Prussia hanno la loro corona da Dio; domani io la prenderò sull’altare, e me la porrò sul capo: ciò significa la regalità per la grazia di Dio, dove risiede la sanità della corona ch’è inviolabile. Così comprenderete il significato dell’alto cui v’ho chiamati a testimoni. Le novelle istituzioni vi chiamano a dare consigli; voi mi consiglierete, ed io v’ascolterò.» La dimane nell’atto dell’incoronazione replicò: «La corona non viene che da Dio.» La rivoluzione mondiale fremé: sentire nominare Dio e dritto! dissodo atto profano, da fariseo, parole imprudenti, sfida alla democrazia! Ma appunto quel re che la sfidava si poneva da sé la corona sul capo, e se la guardava; dove chi alla democrazia piegava il ginocchio, presto in premio n’aveva o servaggio abbietto, o la corona infranta e l’esilio.
A quel solenne atto fu presente, malgrado le rimostranze sarde, il principe di Carini, legato di Francesco II re delle due Sicilie; che da Guglielmo con in petto l’ordine di S. Gennaro fu ricevuto. In Napoli i gentiluomini, a dimostrare gradimento di quel discorso recarono innumerevoli viglietti di visita al consolo prussiano. Quella dichiarazione d’un re pure costituzionale fu un fenomeno in questa era de’ plebisciti; e più dopo dieci dì che avea visitato lo inventore de’ plebisciti moderni: era sprezzo, rivalità, antagonismo, o minaccia?
§. 7. In Napoli il giogo s’aggrava.
Ritorno al reame, dove l’oppressione ogni di più s’aggravava. Il Cialdini aveva messo monsignor Manesca vicario generale di Napoli e altri cinque sacerdoti in una cameruccia di Castelnuovo, con un solo spiracelo, presso al fetore del salame delle dispense, né punto loro permise il dire messa. Il prelato in tanta sudicia condizione cadde in mortale morbo; però sugli estremi lo scarcerarono l’11 settembre, larva d’umanità, e tarda, ch’ei per favo sulla nuca finiva il 22 del mese. Per giunta la dimane della scarcerazione andar sequestrate le rendite della mensa arcivescovile, con ordine ai fittaiuoli pagassero a’ vampiri del governo. Soleva il cardinale quell’entrate largire in beneficenze e in ornare templi; onde fur tolte a’ poveri e agli artegiani. Riconosciuto innocente, eppure esiliato, gli confiscavano la mensa, come a tanti vescovi s’era fatto. Ogni rivoletto tiravano al governo. Erano sul reame continentale 8559 istituti di beneficenza, con reddito di due milioni e 574,859 ducati, e grana 15, lasciati dagli avi nostri; tolsero a quelle amministrazioni ogni elemento clericale; niuno onesto fu più beneficalo, tutto colò in premio di felloni.
Favellando sempre d’istruzione, niente curavano meno che la dottrina. L’università v’era a pompe; sessanta professori, il più ignoti ed ignari, clienti di consortieri divenuti senza i legali concorsi cattedratici del nulla, in Napoli dottissima, poco sapevano aprire bocca, e dove compariva qualche scienziato o letterato a udirli, loro si rappallottolavano le parole tra le labbra; i quali poi ili a deputati o ad altri molti uffizii insieme, lasciavano deserte le cattedre, o con sostituti anche più melensi. Talora a favorire qualcuno ponevano a ritiro con soldo altri messovi tre mesi prima; e sì una cattedra pagava due, ambo inoperosi e incapaci. I pochi insegnanti diversissimi erano: chi ateismo, chi protestantismo, chi cattolicismo falso insegnava: lo scolaro non sapeva che credere. Peggio ne’ collegi reali, dove restarono professori senza scolari, diffidandone i genitori, e sdegnati dell’udirli a sonare il tamburo e fare l’esercizio invece d’imparare grammatica. Da Torino mandarono uno Scavia organatore delle scuole magistrali, che organò per sé, obbligando scuole e licci a comprare i libri suoi; ma a ciò intendevano tutti maestri. La gioventù di questo tempo sempre intronala il capo di civiltà e progresso, svezzata di studi gravi, e istigata sempre a sensuali passioni e a plateali tumulti, è tristo preludio, non di libertà, ma d’abbrutimento e servaggio. Il governo corruttore ogni onera voltava a male. Lo Albergo de’ poveri, istituto immenso della carità de’ Borboni, per tutte scienze e arti tra’ fanciulli del popolo, ogni cosa guasta e stravolta, diventò spelonca di miserie, arena di rapinazioni, semenzaio di immoralità; tra la fame, i cenci e ’l lezzo, vi reclutava il vizio. Mandaronvi una macchina fotografica, e ordine di ritrarre le più avvenenti alunne, e poi l’effigie a Torino, per la scelta! Agli educandati de’ Miracoli e S. Marcellino, già prediletti dalle nostre regine, per nobili fanciulle, sendosi maestre ed allieve negate a’ giuramenti e a’ Te Deum, fur dichiarale brigantesse, e poco dopo espulse armata mano da’ carabinieri. E altresì n’incolparono lo interino vicario monsignor Tipaldi, e ’l dannarono a multa e prigionia.
Alla cupidigia e all’ire aggiungevano l’odio alla religione; promovevano scuole protestanti con danari e forza, né ponevano in una casa del collegio musicale a S. Pietro a Maiella. Gli alunni indignati strimpellavano scordali strumenti nell’ora delle sacrileghe lezioni, e pur vi lanciarono torsi e limoni; ma un ordine virulento in ottobre li obbligò a sopportale in casa loro la propagazione dell’eresie. Indarno il vicario Tipaldi reclamò al dicastero si vietasse quello scandalo. Libera per la città correva stampata una lettera garibaldina del 1° ottobre alla Guardia Nazionale: «I preti complici del papa sono come lui vostri nemici; lavatevi di questa sozzura. Ogni volta che sul vostro passaggio s’incontra la grottesca figura d’un figlio del Sanfedismo e dell’Inquisizione, dovete come schifosa schiacciarla. Fate sparire dalla luce del sole quei cappelloni multiformi, simbolo per Italia di miserie e vergogne di diciotto secoli.»
Ma seguita a’ diciotto secoli serviti la libertà trionfante, allora appunto s’aggravava su’ Napolitani giogo non più visto di questa tirannissima padrona. Solo liberi i congiuratori, e implacabili dominanti col braccio straniero, fu una setta consortiera che pigliò tutto, potestà, onori e ricchezze; che occupata ogni sedia, vantando libertà e sovranità di popolo, teneva il piede sulla popolazione. Pesando sopra tutti, solo proni a Torino, furono strumento di distruzione d’ogni cosa patria. Calunniato Ferdinando sulle opere pubbliche, la rivoluzione diroccando sempre, niente edificava; dopo un anno videsi prima opera pubblica (e fu municipale) 220 pisciatoi, costati ducati 2530,35, che l’appaltatore fe’ eseguire da altri pel terzo del prezzo. Bensì per ogni festicciuola stendevano pali carte e tele, pagate quasi marmo. Tre cose egregiamente sapevano fare: rubare, fucilare e carcerare. Il martire Conforti allora ministro di polizia, scriveva il 16 ottobre a’ prefetti ritenessero prigioni i detenuti politici, ancoraché da’ tribunali dichiarati innocenti. Fu miracolo, e ’l noto a lode, che un solo, Gaetano del Giudice, prefetto dì Capitanata, rispose non ubbidirebbe; onde fu dimesso.
Sperperati gl’impiegati antichi, fuorché i traditori, bentosto anche a questi si fe’ sentire il giogo. Il Piemonte, fedeli o no, ne diffidava; li traslocava, e talora scemando soldi e gradi; chi rifiutava era cassato. Sbottoneggia vano tutti, massime gl’ingegneri meccanici della marina a vapore, dove erano i più felloni a re Francesco; aveano la paga de’ trenta denari, e loro parevano pochi. Tutto fu Piemonte; Piemontesi a ogni sedia, anche a operai della darsena, a’ tabacchi, agli ospedali, alle ferrovie, a’ telegrafi; sino le nudrici de’ trovatelli venivano da Genova, forse perché reazionario il latte napolitano. E acciò anche il nome del regno scomparisse, già ne’ subalpini consigli si ruminava l’abolizione della luogotenenza. L’odio nazionale pertanto s’aguzzava contro quei servi dello straniero, aguzzini in patria; e gli stessi liberali fremendone, davano in disperazioni: al 1.° ottobre un colpo di fucile feriva il Pironti, segretario generale del dicastero di giustizia; a’ 25 novembre l’Avitabile presidente del Banco ebbe sul suo seggiolone tre pugnalate al braccio.
§. 8. L’anniversario del plebiscito.
A prova delle napolitano contentezze celebrarono l’anniversario del plebiscito, messa su la prezzolata compagnia d’istrioni dimostranti. Stampati migliaia di SI a un torchio, li attaccarono di notte a usci e botteghe, tutti di uguale altezza, onde al mattino gli abitanti svegliarousi col SI in capo. Qualcuno credendolo SI LOCA strepitava per la sopercnieria, dicendo aver altri anni di locazione. Tal altro per istizza posevi No, e fu carcerato che la libertà era solo per raffermare. Ma innumerevoli NO svolazzarono per aria, lanciati da’ tetti e da’ ponti. L’italianissimo municipio, a eternar e la memoria di tanto giorno, mutò nome alla piazza della reggia, l’appellò del Plebiscito, e pose il busto del Vico nella Villa reale, con ipocrite controsenso, essi campioni de’ fatti compiuti, onorare quel filosofo della Provvidenza! Festa fu senza popolo, il giornale governativo raggrandì con paroloni; ma sendo la paura più della gioia, il Cialdini quel dì stesso 21 ottobre carcerò parecchi gentiluomini, e sino il principe d’Ottaiano, pusillo d’animo, e innocuo affatto.
Ma la nobiltà napolitana quasi a protesta mandava deputati a Francesco II in Roma, che quel mattino appunto presentanogli al quirinale una spada d’onore con elsa d’oro massiccio, e un diadema di diamanti alla regina. I legati tra l’altre cose gli dissero: «I vostri avversarii, o sire, sono pur nostri avversarii, ma il loro trionfo comprato con arti perverse sarà passaggiero; non profusione d’oro, non fallaci promesse, non carceri, né supplizi! varranno a fermare nel Piemonte il vostro regno, che di mano gli sfugge. Voi solo ne siete legittimo sovrano, voi ogni cuore desidera, ogni labbro appella. Noi sfidando il terrorismo che pesa sulla patria infelice, stretti in un voto concorde, co’ sensi d’immutabile fedeltà, poniamo a’ vostri piedi questa spada.» E con parole affettuose e riverenti offersero alla regina il diadema. Il re graziosamente parlò, accogliendo i doni, e mandando teneri saluti a tanti nobili sudditi, che in patria e nell’esilio contrastavano alla tirannide straniera, e a quei bravi altresì, che sprovvisti di tutto, fuorché di coraggio, combattevano su patrii monti un nemico, tanto di numero superiore e di forze, quanto privo di dritto e d’umanità. Molti altri doni a dimostrazione d’affetto ebbe da tutta Europa, di cui in ultimo dirò.
§. 9. Giudizio a Marsiglia.
La coscienza del dritto di lui era in ogni alma, di che videsi bella prova in Francia stessa. Stando egli a Gaeta, teneva a Marsiglia il Sannita, a Tolone la Saetta, ma per pagare le forniture alla’ piazza, faceva vendere dal maresciallo La Tour le due navi a certi Francesi, quella per 450 mila franchi, questa per dugentomila. Il Bassa consolo sardo a Tolone, dicendo di Savoia quei legni per cagione del plebiscito, fe’ istanza di rivendicazione, ma il tribunale per mancanza di qualità nell’attore, dichiarò non ammessi bile la domanda. Altera un Castellinard altro uffiziale sardo riprodusse l’azione stessa a Marsiglia, patrocinavate un Thourrell, difendeva i compratori e il venditore il Berryer. Questi all’udienza dell’8 novembre dimostrò la rivoluzione non opera di popolo, ma d’Inghilterra, eppure essa al tempo della vendita tenere ancora l’ambasciatore presso Francesco, e tenendo tutte le nazioni, Francesco altera anche re di fatto, difendersi da eroe. Gli astanti plaudirono molto; il tribunale respinse l’istanza spudorata. E là e a Parigi fur tanti i Viva e le congratulazioni al Berryer, che il governo, tenendole per dimostrazioni ostili, parecchi carcerò.

§. 10. Seguito di fatti briganteschi.
Il Cialdini sapendo ne’ supremi consigli abolita la luogotenenza, e ch’ei dovea lasciare la sedia, sentendosi venuto meno all’impegno e a’ sbardellati vanti, trovò facile cosa il consueto rimedio di storcere con falsità il vero; la reazione non potuta domare fingere finita, e tra guerra e sangue simulare pace e riso. Tolta a’ giornali uffiziali ogni notizia di brigantaggio, celebravate invece estinto in tutte provincie; e co’ telegrafi n’empieva l’Europa. All’invereconda smargiassata rispondeva l’eco delle schioppettate sino presso le mura di Napoli; e i giornali non compri ne contavano di grosse, e, come nelle cose buie, più del vero, seguivano come prima i soliti conflitti, fucilazioni, rappresaglie, scelleratezze e vendette, sempre, per più ire, crescenti. Alcuna cosa né noterò. In Valle Castellana tra Marche e Abruzzo erano bande grosse: a’ 21 settembre sorpresero a Fornisco trenta bersaglieri e dieci Nazionali, ch’andavano chiappando reclute; preserli tutti; i soldati, disarmatili, mandarono via, cinque Nazionali col tenente ammazzarono. Accorse da Ascoli un maggiore col 19.° battaglione, si fermò ad Acquasanta, e spiccò cent’uomini avanti, che presso Forcelle furono respinti; però chiamò soccorso da Teramo, Aquila e Ancona; e presi per quei luoghi parecchi innocenti contadini, dodici a vendetta né immolò. Similmente fu un conflitto a Montecilfone, dove i montanari manomisero la casa a un liberale: costui accusò correi i suoi nemici; onde molti andarono fucilati, cui poi, seguito giudizio, i tribunali dichiararono innocenti. Inoltre il comandante promise con un bando la vita a chi si presentasse; avutone da due dozzine, ligolli come per mandarli a tarino; ma fatte due miglia lì uccise. Su’ primi d’ottobre per un tafferuglio in Marrucci, tra Marruccesi e A rischiarli, si fucilarono sulla piazza d’Arischia tre facinorosi cioè borboniani. Chiavone stando sul confine fu il 7 assalito a S. Francesca dai Francesi; e perduta la bandiera e ’l bagaglio, si ritrasse nella selva di Sora. Altro conflitto l’8 tra ‘l Pinelli e ’l La Gala seguì su’ Monti nolani; e altro a’ 10 su pianura; i soldati con la peggio ripararono a Cancello. A’ 9 fu un’avvisaglia di cavalli tra Ascoli e Candela, e altra simile il 15 tra Lavello e Venosa. Il dieci si pugnò nel circondario di Melfi.
La notte dopo il 15 il capobanda Conte ferma la diligenza tra Fondi e Itri, chiama a nome tre passeggieri, gli altri lascia; erano Eliseo Allieri pubblicano a Fondi, Gaetano Lonredi, e ’l canonico Bianchi esuli da Terracina, anzi questi stato Garibaldino e combattente sul Volturno. Uno della banda, ex soldato di Gaeta, disse all’Altieri: «Ricordi lo schiaffo che mi desti sulla piazza di Fondi? ora tocca a me.» Quegli infatti senza cagione, solo per odio della divisa l’avea schiaffeggiato. Menati al monte, ligati ad alberi, ebbero mala morte; le teste stavano la dimane sul ponticello, ove fu la cattura, con questo cartello: «Uccisi, perché nemici della religione e del legittimo re.» Ma il Conte che s’era gittato in campagna per la persecuzione del sindaco di Fondi, poco stante, lasciata la banda, stavasi cheto a Terracina; se non che carcerato da’ Francesi, fu consegnato a’ Sardi.
Francesco Piazza di Mola, detto Curcitto, catturò il sindaco di Mola, liberalone, e l’uccise. Poi su’ monti di Roccaguglielma die’ da fare a’ soldati. Un di né prese cinque dell’11.° di linea e un carabiniere; non li fucilò, ma disarmatili, dielli a’ carabinieri papalini: due furono da’ Francesi restituiti a’ Sardi; gli altri, perché regnicoli, vollero servire il papa; e fur mandati a Civitavecchia, in un battaglione che v’era di disertori italiani. A’ 25 ottobre in Cerignola il viceconsolo francese ebbe il sacco. Al Frejaville viceconsolo a Barletta s’intimò pagasse gran moneta, o gli s’arderebbero i grani sur una masseria; ci n’avvisò il governo, ed ebbe arso il frumento, che valea quattromila ducati. Il 1 novembre tre uffiziali piemontesi, passeggiando fuori Foggia, furono uccisi da’ briganti. E allora appunto il Cialdini cantava su cento trombe il brigantaggio spento.
§.11. La luogotenenza di Napoli abolita.
Avea promesso energia, e purgare il paese, la prima parola tenne, fucilando e carcerando, l’altra non potè; anzi i reazionarii inasprì, i delitti addoppiò. Tenea per su gli appennini cento battaglioni; e vedeali dopo tre mesi assottigliati e stremenziti, per istenti, morbi, e ferro. Aggiuntivi corpi franchi, cioè disperati e vagabondi armati, aveano mal risposto. Sceso era a impetrare il braccio multiforme della setta, a stringersi a’ Mazziniani, a inneggiare al Garibaldi: tutto senza frutto, fuorché d’infamia. Ciò anzi gli die’ il crollo; perocché venuto ordine da Parigi di smettere le minacce su Roma, e di attutire il partito d’azione, il Ricasoli in necessità d’ubbidire il potè in Piemonte e in Toscana, ma arduo era nel Napolitano, ove i più arrabbiati per la Cialdiniana protezione erano corsi. E se difficile a chicchessia il contenerli, impossibile era al Cialdini ch’aveali imbaldanziti. Inoltre i moderati (cioè i rivoluzionarii che s’affrettano lentamente) oltraggiati da lui, lavoravano a vendetta, e ’l volevano fuori. Laonde ne’ Torinesi consigli fu risoluto abolire la luogotenenza per aonestare il richiamo. Egli, benché piacessegli la reggia, né punto il mestiere del boia lo stancasse, non potendo scendere di grado e restare prefetto dove avea fatto il principe, chiese licenza. I diarii governativi baloccavamo, stampando che se n’andava perché compiuta la missione di spegnere il brigantaggio; e il giornale uffiziale non parlò più di briganti, prova che non ve n’era più.
§.12. Lamentarne e risposte.
Il decreto fatto a’ 9 ottobre, tardarono a stamparlo, ma in Napoli si seppe, e fe’ alla prima vario effetto. Ridevano i Borboniani a sentire giù quel ludibrio di mezzi re mascalzoni nelle reggie de’ nostri sovrani; ma i liberali non sapeano masticarla, sentivano il mal frutto di loro congiure, restare nulli. A’ 16 del mese uscì il decreto: soppressa la luogotenenza, i consigli luogotenenziali, il segretariato di stato, i dicasteri, e i segretarii generali. Allora il rammarico schiostrò da tutte quelle bocche; dicevano e stampavano: «Come! consumato è il fatto, cui l’opinione generale paese condanna? il governo crede essere in dritto, mentre si scosta dallo spirito e dalla lettera del plebiscito? poteva esso tal fatto compiere ch’offende sette milioni d’abitanti? E l’abolizione in Napoli, in Siciliano? dunque siamo più schiavi, più odiati, meno uomini noi? Questo è il premio delle l’avere scacciato i re nostri, per fare l’Italia, che per gratitudine né impiccolisce a prefettura, e la sovrana Napoli livella a Teramo, perduto ogni avanzo del secolare suo lustro?»
I reazionarii un po’ in istampa,meglio a quattr’occhi rispondevano: «Celebratori di fatti compiuti, ora invocate dritti? Plaudiste il Piemonte al compiere de’ precedenti spogli, ora il ratterreste da questo che vi spiace? Conculcaste ogni dritto umano e divino, cooperaste all’usurpazione, insediaste con tradimenti lo straniero, faceste luminarie per la presa delle napolitano fortezze, pel bombardamento del patrio re, per l’esterminio dell’esercito nazionale; celebraste le fucilazioni de’ vostri conterranei, le arsioni de’ nativi paesi, e pretendete rispetto? Accennate al plebiscito? chi il fece? non i nobili, né il clero, né l’esercito, né il popolo, voi co’ Garibaldini lo faceste, brogliando, moltiplicando schede e numeri, tra pugnali e moschetti; e ’l faceste incondizionato, sì volente il Cavour vostro compratore. Legittima conseguenza n’è la prefettura. Ciò, dite, umilia il paese, ma più assai s’umiliò quando per voi fu conquistato da una setta, e vide straniero re, straniere armi, straniere leggi, stranieri uomini e lingue e comandanti, e spogliarne d’ogni grandezza e ricchezza, e sino irridere e percuotere la sacrosanta religione de’ padri. Consolatevi, non voi soli, anche i Siciliani diman l’altro avranno la prefettura, ma voi prima, perché più pochi. Voi autori di tante ruine, voi che la patria lasciata dagli avi indipendente riduceste in servaggio, voi osate lamentarvi del Piemonte chiamato da voi? Mercede giusta vi die’, mercé di traditori. Oggi co’ denari nostri, con la forza nostra impera, questo significa il plebiscito: fatene un altro.»
§. 13. Il primo prefetto di Napoli.
I liberali smaccati, supplicarono, ch’almanco il prefetto fosse napolitano, ch’almanco onesti napolitani avessero uffizio. Ma scartandosi partegiani dell’antico, avevano a cercare gli onesti fra’ felloni. Bene Torino avrebbe voluto guadagnare gli antichi, ma ove n’avesse trovati, con ciò cessavano d’essere onesti. Il coraggio di servire i tiranni della patria l’ebbero i soli liberali. Il prefetto fu piemontese, quell’Alfonso La Marmora bombardatore di Genova sua. Alquanto tentennò, egli di casa onorata, e del dritto antico, e già si sperava che come ricusò la guerra al papa, ricusasse di servire in Napoli il governo spogliatore; ma barattando l’onore per l’oro, accettò, si al suo passato, al suo casato insultando, e gittandosi nella nuova utilitaria via della rivoluzione. Fecerlo comandante generale delle soldatesche nelle meridionali province, e prefetto di Napoli: a questo solo secondo uffizio s’addissero centoventimila lire di soldo!
Venne a’ 30 ottobre. Il Cialdini si partì le calende di novembre, dicendo a’ Napolitani: «Gradite il poco che feci; perdonate se non seppi far molto, u Parto tranquillo, vi lascio un addio che viene dal cuore. Tolga il cielo che il mio soggiorno tra voi sia stato di danno a queste belle province!» Ma neppure il cielo potea togliere il sangue di cui l’aveva inondate. Arrivato con tanta burbanza, partiva abbiosciato con quell’addio, lampo di rimorso, coscienza di missione fallita. Non ripeté più quel suo squisito motto: Quando il Vesuvio rugge, Portici trema, ma gliel ricordarono certi cartelli sulle muraglie, così: «Quando il Vesuvio rugge, Cialdini fugge.»
Fece il benefico, assegnando cinquantamila ducati per edificare una borsa, e trentamila per opera a pro d’artigiani, danaro, disse, risparmiato dalle spese di rappresentanza. E tante erano che in tre mesi risparmiava ottantamila ducati! Così la rivoluzione risparmiava e beneficava. Umiliato partiva; restavano i Pinelli, i Galateri, i De Luca, i Franzini, i Fantoni, i Quintini, ed altri di tai manigoldi. Restava il brigantaggio doppio, più irato, più agguerrito, più sforzato a furiare; restavano i corpi frane hi,più oppressori che proteggitori delle popolazioni, sovente disertanti essi stessi, ad assassinare per loro conto; restavano pagine sanguinose di trista storia, inaugurate per più e più anni nello sprofondato regno. Acciò crescesse confusione, Io stesso dì 9 ottobre abolita la luogotenenza, altro decreto destinava due commissari straordinarii, per Napoli e Sicilia; che dovessero fare non si seppe; e poco stante, cioè a’ 5 gennaio 62, senza revocare questi, si decretarono altri due alti commissari straordinari con pieni poteri, poi dopo un anno, cioè a’ 9 ottobre 62, un terzo decreto abolì i due primi commissari.
§. 14. Proclamazione del Chiavone.
A quei di i giornali d’Europa stampavano una proclamazione del Chiavone a’ popoli delle Due Sicilie del 30 settembre, di cui erano questi i passi principali: «All’arme, all’arme! La patria è preda dello straniero; noi siamo schiavi, calunniati, insultati, percossi, fucilati senza pietà: hanno saccheggiato le nostre càse, hanno bruciato i nostri paesi, hanno pugnalati e morti in diverse guise i più onesti cittadini; hanno colmo de’ migliori le carceri, battuto i vescovi, bombardato i nostri re, rubato gli arsenali, la flotta, e bruttato, sperperato e distrutto quanto avevamo di nobile e grande. Colma è la misura degli oltraggi: leviamoci tutti; libertà e indipendenza; fuori lo straniero!
«Un’orda settaria veniva da tutte le parti della terra a saccheggiarne; un re, cui appellano il galantuomo, entrava da ladrone a spogliare suo nipote, a portare catene a’ Napolitani; le calunnie, le frodi, i tradimenti abbattevano il trono di Ruggero, spegnevano la nostra nazione. Ma essa con magnanimo sdegno insorge contro la menzogna e gli oppressori; essa vuole il suo re. le sue leggi, la sua religione: a’ plebisciti delle sètte risponde con un NO terribile, che dall’uno all’altro lato d’Europa rintuona.
«Già da sei mesi alzai il patrio vessillo, e ’l feci sventolare sugli occhi de’ baldanzosi nemici. Quel Dio che soccorre gli oppressi, e confonde la prepotente iniquità, mi die’ forza da reggere con pochi valorosi alla fame, a’ pericoli, a’ disagi; e in molte disuguali pugne mi fe’ vedere le spalle de’ vanitosi eroi di Palestro e S. Martino. Tutte le forze della serva & Italia non valsero a snidami da’ nostri liberi monti; ché la mano del Signore umiliava i superbi.
«Ma ora non sono solo: Abruzzo, Puglia. Principati, Basilicata e Calabria si levano a percuotere gl’insaguinati distruttori, i fucilatori d’inermi, gli eretici saccheggiatori di Chiesa, derisori de’ Santi e di Dio. Tutto il reame con veementissima ira combatte: e Possa degli avi nostri, frementi dalle tombe, vanno gridando: Fuori lo straniero! All’arme! ogni città, ogni borgo o casolare vegga i suoi figli alzare le braccia per la patria. Uno sforzo universale da ogni banda dia sopra a questi Vandali piemontesi. Noi combattiamo pel suolo natio, per gli altari, per le mogli e figli nostri. Si vinca o si muoia. S’usi ogni arme: spade, fucili, marre, bastoni, e sino le pietre degli appennini sono arme nelle mani d’un popolo rivendicatore della libertà. Mostriamoci degni degli antenati, degni di Francesco IL di questo figlio d’una santa, propugnatore de’ nostri dritti. Portiamolo sulle braccia nostre alla riconquista del reame; rialziamola patria ed il trono; e s’abbiano le sètte sovvertitrici della società l’ultimo abbattimento su questa terra de’ vulcani. All’arme!»
Avea da quattrocent’uomini, né più né accoglieva, non potendo senza moneta nudrirli; e poi là giovavano anzi le molte, che le grosse bande, però molti accorrenti ricusava. Ma non potea scacciare di qualche nobile straniero, che vago di pugnare pel dritto gli arrivava; quantunque fosse inopportuno a durare in quei stenti. Il governo italico per torsi quello stecco dagli occhi si raccomandò al magnanimo alleato; al quale il troppo alzar Francesco sconcertava i disegni, e importava abbattere quella bandiera legittimista; laonde fu scritto al Govon comandante i Francesi in Roma, cooperasse a spegnere i briganti sulla frontiera. Questi Tassali come ho detto il 7 settembre, ma a tal mestiere si dava a malincuore.! rivoluzionarli tentarono altresì di comprare Chiavone, e mondarengli a posta in novembre quel La Varenne ch’aveva stampato il libello sulle torture borboniane; il quale trovò duro.
§. 15. Fatto di S. Giovanni Incarico.
Il Chiavone sostenuto un conflitto a’ 7 novembre, l’11 assali il castello d’Isoletta presso S. Giovanni Incarico, e sconficcate le porte fe’ a pezzi i soldati; dei quali dieci soli si salvarono a S Giovanni, ma perseguitati da’ Chiavoniani v’entrarono insieme; e s’ingaggiò altra lotta con quel presidio. I Sardi si difendevano dalle case: postovi foco, fuggivano; poi scontrato poco discosto un nerbo di truppe accorrenti, ritornavano con queste; e si rappiccò una zuffa sanguinosa; sinché i reazionarii si ritrassero alla montagna vicina. Cadde prigioniero entro S. Giovanni il marchese Belga Alfredo de Trazegnies di Namur, che da tre di stava nelle bande; giovine di trent’anni, nobilissimo; non gli valse il nominarsi,il maggioro Savini, senza nessun giudizio, quel dì stesso, per ordine del Lamarmora lo fucilò con altri tre, e in una fossa li sotterrò. Cosi vendicò la rotta. Dopo due settimane vennero uffiziali francesi, con ordini, a disumare il cadavere di quel gentiluomo.

§. 16. Accordi di Francesi e Sardi.
Lamentandosi i Sardi del Govon, questi chiamato a Parigi ebbe ordini recisi di mettersi d’accordo per isbarbare il brigantaggio dalla frontiera. Tornò a Roma il 1.° dicembre con titolo nuovo di Comandante il corpo d’esercito d’operazione in Italia; malizietta bonapartina, dove di Roma si taceva e d’Italia si parlava. Mandò un capitano a Gaeta pel concerto; e d’allora in poi Francesi e Sardi con assalimenti combinali cingevano i reazionarii di quà e di là dal confine; sì calpestando pur la larva del non intervento. Corse sovente il sangue francese, per tal non francese guerra; e succeduto indi a poco al Govon il Montebello, fu migliore accordo. Il Chiavone molestato da’ Francesi, ebbe a spartire i suoi tra Pico, Pastena e Campodimele; poi si ridusse a Montemagno presso Fondi, ove fu ferito in un conflitto; e s’andò a curare a Sciffelli.
§. 17. Più rabbie civili.
Erano in Terra di Lavoro altri capibanda. Un Vincenzo Matteo, bell’uomo, coraggiosissimo, che poi morì combattendo. Un Centrino che due anni tenne a Dada le soldatesche, sinché corso pev sue faccende a Roma, fu da’ Francesi dato a’ Piemontesi, che in carcere il trucidarono. Un Maccarone che uccise il capo Nazionale di Viticuso, e più anni si tenne presso Roccaguglielma. Un Fuoco che disarmò i Nazionali di Galluccio, e uccise il liberale arciprete di Caspoli, e s’unì poi al Tristany l’anno appresso. Ma di questi e d’altri molti in tutte province altri faccia memorie.
Cipriano La Gala il 12 dicembre in uno scontro presso Sanseverino respinse i soldati. A mezzo il mese nel bosco Rumitelli nel Sannio furono altre zuffe; e altre il 25 a Pietragalla presso Ricigliano. I reazionari sì stizziti erano, che sorprendevano le poste e leggevano le lettere, per aver contezza de’ liberali, e far sovr’essi giustizia sommaria; sicché molti scrivendo alla liberalesca, si scrissero le sentenze. Per vendicare Pontelandolfo arso, alcuni scesi dal Matese il 21 dicembre, agguantarono un Piscitelli, stato indicatore delle case da bruciare e de’ cittadini da fucilare, e ì trucidarono. Di ciò gl’italianissimi furenti, non potendo falla a’ briganti, sospettando che tra gli uccisori fosse un Gennaro de Michele di Casalduni, l’afferrano: il capitano Nazionale Mazzacchera gli aggiusta una briglia in bocca; e poi con due funi, una tirala avanti da esso, l’altra tenuta dietro dal sindaco Ferdinando Cocucci, strascinante pel paese, menante avanti la casa paterna, gli cavano gli occhi, e presentanti a’ genitori. Quindi semivivo menante alle Spinelle, e là dov’erano morti in agosto i Piemontesi, quel capitano, quel sindaco, e ’l servente comunale il finirono. Era sostegno della famiglia; la misera madre a capo di pochi di moriva, il padre acciecava. E quel governo cosiffatti assassinii per sospetti, non puniva, plaudiva.
§. 18. Più rabbie governative.
Là dove i cittadini potevano impunemente far da giudici e da manigoldi, che i tribunali? S’abborracciavano giudizii di maestà, si condannavano persone a centinaia. I soldati magistrati inappellabili. Il Lamarmora seguitò l’usanza Cialdiniana, e faceva senza legge fucilare e ardere, acciò il terrore supplisse alla forza. Nullo il segreto postale; il governo copiava i briganti; nulla la libertà di stampa, privilegio di soli rivoluzionarii. A’ 9 novembre la canaglia che s’appellava studiosa rinnova in via Toledo i falò de’ giornali indipendenti, La stampa meridionale, l’Araldo, la Settimana e l’Alba; dice distruggere il brigantaggio morale; né soddisfatta, visto che seguitavano, la dimane corre alle tipografie, rompe torchi, sperde caratteri, batte gli scrittori. La polizia stigante guardava. Ma che era ardere giornali, dove s’ardevano paesi? Il governo sfacciato, per ricusarne la solidalità in Europa, stampò un manifesto del Procuratore Generale riprovante il fatto; ma a’ colpevoli non fu torto un capello.
Il duca di Caianiello, carcerato nove mesi, non trovatasi reità, uscì per sentenza, ed esulò a Parigi. Il deputato Ricciardi a’ 4 dicembre in parlamento deplorò la trista condizione del napolitano; né sapendosi tenere, sborrò in lodare il governo de’ Borboni, quello contro cui tutta la vita s’era vantato aver congiurato; e conchiuse chiedendo l’altr’anno s’aprisse la Camera a Napoli. I colleghi gli risero in faccia a dilungo. Due giorni dopo né toccò una al fratel suo, conte de’ Camaldoli, ma legittimista; cui la sera del 6 perquisirono la casa; e benché non trovassero indizio di colpa, il carcerarono. Mandaronlo alla corte criminale come capo di comitato reazionario; la quale dopo diciassette giorni gli die’ la libertà provvisoria, con obbligo di residenza in città. Egli si tolse a tal vessazione, fuggendo a Roma. Arrestarono ben altra gente.
Torino servitosi de’ comitati e delle sette per diroccare l’antico, ora temeva di quelle sue arti, né solo de’ legittimisti, ma de’ medesimi suoi settarii: voleva rincatenare la belva. Il Ricasoli il 20 novembre scriveva a prefetti, che se le società segrete fecero opera di coraggioso patriottismo quando cospiravano, ora che Italia è fatta, sono ree di fellonia, cospiraudo contro il governo nazionale:» cioè contro esso Ricasoli; però ordinava si sorvegliassero e punissero.
§. 19. Più rabbie parlamentari.
Quasi tante perpetrate morti e nefandezze non bastassero, i liberaloni del parlamento si scagliavano contro la troppa libertà. Il Petruccelli a’ 6 dicembre disse: «La libertà talvolta è omicida. Abbiamo bisogno d’un nuoce vo anno 1795. A ogni cittadino un moschetto, a ogni traditore un patibolo.» E fu chi diegli del bravo. Ma come nel 95 il primo patibolo s’alzò pel re, così lucida era la conseguenza. E che meno del 95 nel napolitano? ma colui volea farvi il deserto, acciò vi sguazzassero poche belve come lui: fu lampo della feroce legge Pica uscita l’anno appresso.
Il deputato Bertani a’ 7 accusò il ministero di violare il segreto postale, violato anche ad esso. I ministri se n’offesero, dichiararono che ove fosse vero si terrebbero rei di delitto. Elessesi una giunta a verificarlo; la quale chiese vedere i registri dell’Interno, e ’l Ricasoli non li volle mostrare. Essa trovato vero il delitto, per evitare lo scandalo, fe’ un ridicoloso rapporto: assicurò violato il segreto postale, e che il Bertani avea ragione, ma che anche i ministri non aveano torto. Forse voleva dire che a leggere le lettere de’ cittadini bene, ma d’un deputato no; e non fu rimestalo.
§. 20. Rabbie finanziere.
I guai maggiori di quel governo malversatore stan sempre nelle Finanze. Proclamata ladra l’amministrazione antica, i liberatori co’ fatti loro si mostrarono ladrissimi. Stamparono d’uffizio che nel 1860 riscossero d’entrate lire 471,499,722. 60, e né spesero 829,875,728. 10, cioè in più 548 milioni e 576,005. 50 che raggranellarono vendendo a libito rendite pubbliche. Ma dicevano quello essere anno anormale. Poi nel 1861 spesero un bilione e undici milioni e 59,881. 65 lire, cioè in più delle entrate 555 milioni e 608,416. 50; cui rimediarono con lo imprestito dei 700 milioni. Questo abrotani manifestarono, il vero chi ’l seppe mai? Disonesti scialacquanti di quel del pubblico, avriano arso il mare. Non bastate le tante cresciute tasse, non il decimo di guerra imposto nel napolitano, esteso il 5 dicembre a tutta Italia, non i debiti fatti allora, quel ministro Bastogi a’ 21 dicembre disse in parlamento, ch’oltre i milioni spesi in più quell’anno, né occorrevano altrettanti da spendere nel 62; però chiedeva altri prestiti, altre imposte. Propose anche vendere titoli di nobiltà a denari. Febbre era di pigliare e sparnazzare. La rivoluzione sin oggi s’ha inghiottito e inghiotte un milione e più di disavanzo per ogni giorno che passa; sicché a tutto il 66 gl’Italiani han pagato per tasse quattro bilioni e mezzo al governo rivoluzionario, che ha speso invece otto bilioni. E quei che celebravano la costituzionalità del vedere i conti, e accusavano di non dare conti i prenci assoluti, che spendevano poco, quelli dico gran costituzionali non hanno poi dato un conto in sette anni, perché forse è in essi un abisso che neppure osano guardare. Ma quella camera non si sbigottiva di nulla, e anzi il 12 del mese riconfermava il suo voto del 27 marzo, cioè Roma capitale d’Italia; e col deliberamento stesso dichiarava mancare all’Italia, oltre Roma «l’armamento nazionale, l’ordinamento, l’efficace tutela delle persone e delle proprietà, un personale onesto, abile e devoto alla causa nazionale, il riordinamento della magistratura, lo sviluppo de’ lavori pubblici e della guardia nazionale.» E volea Roma, per regalarle tai felicità.
§. 21. E rabbie garibaldesi.
E sendo pure poche le rabbie civili, governali ve e parlamenterie, il Garibaldi vi mestava dentro, con lettere nefande, cui la setta spargeva a josa. Una a Napolitani del 16 novembre: «Preparatevi un ferro.» E poco dopo contro i preti: «Via, scorie d’inferno, romanità è stanca e inorridita di voi.» Altra il 30 a un Mignogna: «Dite a’ preti, borbonici, e murattini, e simile canaglia, che la giustizia di Dio è vicina.» E altra il 25 dicembre all’Associazione abruzzese: «Bisogna combattere i preti avvoltoi, corvi assuefatti a pascersi di cadaveri, che disseminano le tenebre Sulla terra.» Non ripeterò le parole sacrileghe ed eretiche. Ignorantissimo, che pure avea fatto l’imbeccato eroe d’orrenda commedia, superbiava si scempiatamente, e bestemmiava a cose sacrosante, cui s’inchinarono Tommaso d’Aquino, Dante, Galilei, Vico, e i maggiori ingegni umani. E sì nel secolo decimonono bestemmiava aperto, innanzi a tanti che si vantano dotti, e che pure s’insozzavano a plaudirgli. In nessun secolo, dove la coscienza potesse sull’uomo, sarebbe possibile un Garibaldi.
§. 22. Fatti del Borjes.
Il Borjes lasciato dal Mitica nel piano di Gerace con ventidue compagni, stranieri in terra ignota, cominciò a ritrarsi verso Roma, perseguitalo da migliaia d’uomini, da telegrafi, e dalle poliziesche trame rivoluzionarie. Nelle Sile trovò reazionarii, detto chi fosse, a che venisse, alzavano le spalle: «Il re venga con un battaglione, tutto il regno s’alzerà per lui; senza ciò che sperare? avremmo arse le case, sgozzati i parenti.» Presso Barile due Spagnuoli l’abbandonano, un Zafra e un Montici, che ne pagano la pena, fucilati a Potenza. Traversò Calabria e Basilicata; qui incontrò Carmine Donatello detto Crocco con quattrocent’uomini, appellantesi generale, il quale, intento più a rapinare che alla causa regia, baloccava quei generosi soldati in ignobili fatti. Del Borjes insospettì, e gliel disse: «Se andiamo alla militare io ridivento caporale.» Era pure là un Langlais francese, che ingelosito stillava gelosie negli uffiziali napolitani. Nulladimeno si congiunsero. Il 25 ottobre hanno una scaramuccia; il 5 novembre vanno a Trevigno chiamati da’ paesani, vi trovano nemici, combattonli due ore, ed entrano; il Crocco uccide sei liberali, e né saccheggia le case. Ma partiti essi, tornanvi i Sardi, e vi fucilano quaranta persone inermi, e una giovanotta, che gridando Viva Francesco cadeva.
La banda entrò in Calciano e Caraguso; il 6 volse a Salandra: v’erano dugento guardie mobili e Piemontesi, che perduta la bandiera e alquanti uomini fuggirono rolli. Entrato in Salandra, il Crocco uccise e saccheggiò liberali. L’8 furono a Croco, il 9 ad Aliano, dove incontrate guardie mobili, altri ammazzarono, altri catturarono, il resto fugarono. La terra gridò Francesco. Al mattino giunsero da cinquecento tra Nazionali, Mobilie Sardi del 62° col capitano Polizzi. Il Borjes dà loro sopra dalla via di Stigliano, nel più caldo fuggono pria i Mobili, poi i Nazionali; e i Sardi messi in mezzo, caduto morto il capitano e 10 soldati, si sbandarono pe’ boschi. Stigliano invitò i vincitori, ch’entrarono trionfanti con canti e festa.
I liberali di Potenza spaventatissimi mandarono al La Marmora deputazioni per soccorso; il quale chiese altri soldati a Torino, e presto n’ebbe. La voce di quella rotta fe’ accorrere volontarii da tutte parti a’ montanari, sicché tosto furono in 700 bene armati. Il 12 mille Piemontesi comparvero presso Cirigliano, ma non ingaggiarono la pugna, e soffersero sul muso che i Borboniani entrassero in Glassano, città di seimil’anime. L’altro dì questi stettero in S. Chirico, e n’uscirono per assalire i Sardi in un villaggio, e li ruppero. Più forte badalucco seguì a Pietragalla presa a forza.
Ma il Borjes straniero, non compreso, senza seguito, era a’ capobanda più impaccio che aiuto, né poteva dare indirizzo guerriero e politico a quelle slegate pugne. Eppure a quei giorni di entusiasmo si poteva fare: occorreva un nome e moneta, cose mancanti al Borjes. Come senza moneta tenere in disciplina tanta bisognosa gente? L’uomo in campagna di qualsiasi nazione deve vivere o col denaro o con iscorrerie, dove non si guarda sottile. L’onesto Spagnuolo da prima si ritrasse nel bosco di Lagopesole per non vedere rapi nazioni; e altresì molti altri scontenti del Crocco s’allontanavano. Questi contro il parere del Borjes volle andare ad Avigliano, città di quindicimil’anime, e benché v’entrasse fu respinto. Il Crocco che volea bottino s’apparta, il Langlais, che volea comando, fa una consulta, e depone da’ gradi gli Spagnuoli. Il 22 assaltano Bella; pigliano un terzo della terra, uccidono liberali, né guastano le case, e al mattino si partono. Segno altro disordinatissimo conflitto verso Muro; s’uniscono ad altra banda di 17 uomini disciplinali; ed entrano a sera con luminarie in Balvano. L’altro di sono in Ricigliano, il 26 dopo un conflitto in Pescopagano. Dopo due giorni il Crocco, stizzito delle opposizioni al suo rubare, fa un colpo, unisce i suoi partigiani, e disarma gli altri, ex soldati; i quali piangendo chiedevano invano di servire per solo pane. Vanno al Borjes; e ’l pregano dicesse al re, eglino volere combattere e morire per lui, venisse con un nodo di forze, tutto il reame lo seguiterebbe. Dappoi si spartirono in piccole bande. Il Borjes indignato s’allontana: non potendo guerreggiare a buon fine si vede inutile; risolve andare al re per concertare i modi da lare una guerra grossa; e volta per Roma.

§. 23. Sua morte.
Perduto metà de’ suoi Spagnuoli, pure seguito da pochi generosi regnicoli, con in tutto ventidue uomini traversa Basilicata, Avellino, Malese, Abruzzo, inseguito, atteso, circondato da cinquanta battaglioni e da sette generali; sempre senza ricetto, combattendo, marciando con istratagemmi, patendo fame, sete, freddo, pioggia e neve. Passato il piano di cinquemiglia e Avezzano, arriva le sera del 7 dicembre a Scurcola: al chi vive della sentinella, risponde carabinieri, e passa. Ferma a reficiarsi a un’osteria, trova per guida un paesano di S. Maria; traversa Tagliacozzo, delude le sentinelle che credonli castagnai, e passa pure S. Maria. Erano avanti alla frontiera, tutto aveano superato; ma assiderati, strutti, co’ cavalli stanchissimi, hanno suprema necessità di riposo; e fermano a una casina Mastroddi, detta Luppa, a quattro miglia dal confine.
La guida dicendo avere una lettera per Aquila, chiese licenza; ed eglino il fecero andare; il quale sebbene pagato in oro, tornò a S. Maria, e li denunziò al Colella capo nazionale, che triste montò la sua guardia, e chiamò da Tagliacozzo il maggiore sardo Franchini. Costui già per telegrafo avea saputo la passata per Scurcola, ma non sapeva dove andare; però alla chiamata corse con bersaglieri; e unito al Colella il mattino dell’8 circondò la Luppa. La sentinella spagnuola tira al maggiore e non fa foco; questi risponde, né pure va il colpo; ma un Nazionale col fucile al petto fredda lo Spagnuolo. Gli altri destati si difendono; cinque escono e vanno a pezzi; gli assalitori più che cento, tra’ quali un prete fratello del Colella, mettono foco alla casa, perlocché il Borjes alza bandiera bianca. Il Franchini considerato avere due soldati feriti, dopo un’ora di fuoco annuì al patto di salve le vite.
Il Borjes dignitosamente gli die’ la spada, e anzi gli lodò la sua gente. Egli da villano ligatili tutti e diciotto, trasseli a S. Maria, dove li spogliò pure de’ panni, loro ne pose di luridi, e sino imbrattò i volti, per mostrarli briganteschi ceffi. Anche uno schiaffo al Borjes fu dato. Sì miseramente menatili a Tagliacozzo, il demone dell’avarizia piglia quei liberali. Il Franchini, il Colella, e gli altri caporioni, consigliantisi a ristretto, divisosi l’oro tolto a’ prigionieri, per levare di mezzo le reclamazioni e le testimonianze, decisero Fucilarli subito. Indarno i miseri allegarono i patti, indarno essere militari, confessati in fretta, strascinaronli sulle porte del paese. Prima i dieci Spagnuoli in ischiera, poi che il Borjes disse tirassero al petto, risparmiassero il volto, tutti inneggiando a Dio, caddero; tosto gli altri otto regnicoli furono abbattuti, ch’erano le ore quattro vespertine. Poco di ora appresso arrivava ordine di non uccidere i catturati, e a ragione, ché né speravano rivelazioni d’importanza. Fu voce costante li assassinassero in tanta fretta, senza nessuna maniera di giudizio, per pigliarsi impunemente il denaro, in più migliaia di lire; e si notò lo spendere e spandere di quel Franchini e suoi uffiziali e i Colella, già mezzo falliti. Il governo non potea guardare pel sottile, e stampò il fatto a uso del pubblico.
È pregio di storia ricordare i nomi de’ diciotto Stranieri: esso Borjes, Gaetano Cambrè di Valenza, Giuseppe Desurientier di Bilbao, Nicolao Moschy e Francesco Jorus di Catalogna, Michele Chieraldi di Valenza, Pasquale Morginet di Catalogna, Francesco Donsy di Valenza, Laureano Casenas di Castiglia, Pietro Martínez d’Aragona. De’ nostrani: Francesco Pacaso di Avegliano (d’Italia), Leonardo Bieco e Mario Gallecchia di Basilicata, Luigi Molino di Trivigno, Michele Tornii di Molise, Michele Pezzetti di Barile, Pasquale Salines di Siracusa, Michele Capuano di Calabria. Così per la legittimità perì quel tipo di Spagnuolo, uomo d’onore, e bravo, ch’ebbe tutto, fuorché fortuna. A’ 17 del mese il napolitano principe di Scilla, e ‘l parigino visconte di San Priest ottennero per intramessa di Francia dal Lamarmora l’esumazione del corpo di lui, e ’l menarono a Roma, ov’ebbe dagli esuli napolitani solenni funerali.
§. 24. Ruine di Torre del Greco.
Quel dì 8 dicembre fu sacro a maggiore sventura. A Torre del Greco celebrandosi la festa all’Immacolata, i camorristi italianissimi, indarno opponendosi il preposto canonico Noto, svestirono la Vergine, e sacrilegamente l’addobbarono di massoniche insegne, con la tricolorata fascia, a guisa de’ loro delegati poliziotti. E sì volean menarla a processione, e ‘l facevano, se un gastigo di Dio all’ora stessa noi vietava. Limpido era il cielo, dolce l’aere, poco mancava al meriggio, quando improvvisamente sotterranee scosse e frequenti, pria lievi, poi gravi, travagliano la vesuviana mole. Mugghia il monte e geme, sinché sull’ore tre con gran fracasso si squarcia ne’ banchi, e gitta nugoli di smisurato fumo, che alzatosi alla vetta, a forma d’immenso pino lo copre. Sembra fitta notte, granulata nera cenere piove a rovescio sulla terra e sul mare. S’aprono un dopo l’altro cinque crateri in qua dalla voragine del 1794, poco su dalla città, che tra profondi muggiti vomicano bitume e massi e folgori e lava. Questa, larga duemila passi, giù per la china allaga il piano; quindi in due partita, una va di vallone in vallone, altra volta a Torre, e orrendamente la minaccia. Già la città sembra in quel fracassìo dover essere inghiottita, o sprofondata nell’abisso, che il vulcano di sotto le spalanca; ma ecco la lava pria dell’alba del 9 improvvisamente s’arresta; perché lo interno foco, travolgendosi alle antiche vie, risale al vertice del monte con le consuete eruzioni. Le squarciature de’ fianchi cessano di gettare; ma ne’ sotterranei cozzi, ribollendo le ignivome materie sotto la città, rincalzano i tremuoti; si screpola il terreno, si fendono le mura, il mare s’abbassa, ovvero meglio il suolo sette palmi s’alza sul mare. Le case fondate sopra antiche lave, se le sentono trabalzar di sotto, e aprirsi in fenditure; né sboccano nuove sorgenti d’acque minerali; le antiche già saluberrime diventano vulcaniche e disgustose, né più atte a umano uso. Il propinquo mare da sottomarini rigurgiti sconvolto, ribolle; la terra esala gassi mortiferi ad uomini ed animali, le case s’inchinano e crollano, Torre del Greco è una ruina.
La popolazione di ventimil’anime tutta potè fuggire con alquante masserizie, accalcate sulle strade, che screpolate impedivano i carri; anche la via ferrata fermò. Fu grandissima sventura con grandi disagi e perdite di roba, ma non pericolò uomo; onde questo e lo arrestamento della lava ascrissero a miracolo dell’immacolata. Al giorno 11 tutta l’eruzione era spenta.
§. 25. L’obolo del povero, e le larghezze de’ ricchi.
Il pietoso caso ebbe eco nell’animo di re Francesco; che quantunque esule e povero, incontanente mille ducati, posso dire tolti alla sua mensa, fe’ tenere al cardinale di Napoli, con questa lettera del 15 del mese: «Come a pastore della diocesi ov’è Torre del Greco, mando a Vostra Eminenza mille ducati da parte mia e della regina, per aiuto a’ quei danneggiati infelici. Non è lagrima de’ miei sudditi che non mi cada sul a cuore; né penso alla mia povertà, se non quando come adesso, m’impedisce di fare il bene che ho sempre anelato di fare. Una nuova calamità aggiunge crude sventure alle tante che gravano su’ popoli miei; gli abitanti d’una città vicina alla mia reggia errano raminghi in aspro inverno, attorno a’ loro focolari distrutti. Torre del Greco somiglia a Pontelandolfo e Casalduni, sol misera meno, ché non può apporre agli uomini l’atrocità della sua ruina. Vostra Eminenza sa quello che iniquità e tradimento fecero della mia corona. Sovrano proscritto non posso accorrere tra’ miei sudditi per sollevarne le pene. La mano del re delle due Sicilie è impedita; l’esule non ha ricchezze ché lasciando la terra degli avi, né portava soltanto lo imperituro amore per la patria perduta. Ma sieno pur grandissime le mie sventure, e fievoli le mie facoltà, re sono, e debbo l’ultima stilla di sangue e l’ultima mia moneta a’ popoli miei; nondimeno l’obolo del povero ch’oggi loro mando, vaierà forse più assai agli occhi loro, che tutto quanto in più prosperosi tempi, che certo torneranno, potrò fare a lenimento delle loro infelicità.» La vedova regina M. Teresa die’ mille franchi, cinquecento il conte di Trani, dugento quel di Caserta, cento quel di Girgenti, cento quel di Trapani. E i fuorusciti napolitani aggiunsero tutti la loro moneta sottratta all’amaro pane dell’esilio. Soccorsi erano fievoli, ma amorevoli più, ché di continuo ogni dì tra gli esuli si facevano collette e lotti per sussidii alle povere famiglie di tanti sbandeggiati.
La rivoluzione fe’ anche pompa di largizioni. Il medico ex luogotenente Farini che tante migliaia del reame s’avea beccate, die’ magnanimamente dieci franchi, tra’ torinesi oblatori. Ma il redentore Garibaldi, sentito anch’esso quel grido di dolore da Caprera, non avvilì sé e i danneggiati col dare danari, ma presa la penna mandò una brava lettera, promettente unire la sua voce a quella de’ generosi che l’alzeranno per quell’infelice popolazione. E argomento patetico, aggiunse: «Roma e Venezia sorelle schiave hanno l’amore de’ liberi, che giurano strapparle agli esecrati sterminatori. Torre del Greco non è infelice quanto Roma e Venezia, perché la lava e i tremuoti non possono ammiserare la razza umana quanto preti e tiranni.» Significava aversi a spendere per Roma e Venezia, non per Torre; a’ Torinesi bastava il sollievo d’udire da quella bocca, che, nudi, al freddo, fuor dagli aviti tetti caduti, erano meno infelici de’ Veneziani e de’ Romani ne’ loro palagi!
§. 26. Decreti contro i monasteri.
I rivoluzionarii sempre discordi concordano nell’odio alla Chiesa; s’aggiungeva la stizza d’avere trovato il popolo religioso; e ’l clero forte al dritto; contr’esso ribattono i colpi. Già dal 7 febbraio il Carignano con decreto avea dichiarato cessare avanti la legge gli enti morali le case monastiche de’ due sessi, e le congregazioni regolari, eccetto quelle che con altro decreto designerebbe come benemerite per servigi alla popolazione. Nondimeno concedeva a’ religiosi esistenti lo stare in comune ne’ loro conventi, e in chiostri designali dalla potestà, purché fra tre mesi dichiarassero volerlo. Finalmente a’ 20 novembre uscì decreto del 2 ottobre, che eccettuò dalla distruzione gli Escolopii, i Barnabiti, i fratelli delle scuole cristiane, quelli di S. Giovanni di Dio, le Salesiane, le suore della Carità, le case de’ Teatini, de’ Girolomini e de’ Cinesi in Napoli, i Benedettini di Montecasino e Cava, i Certosini di Padula, e i Paolotti di Paola, con obbligo di sottostare alle leggi sull’istruzione pubblica, gli ospedali, le Opere pie e la polizia ecclesiastica. I non eccettuati potevano tuttavia vivere in comune, purché il dichiarassero al direttore della Cassa ecclesiastica, fra tre mesi. Tementi del popolo, davano mezzi colpi alla volta. Altro decreto de’ 22 dicembre die’ facoltà d’occupare le case religiose pel servizio militare e civile. Così come spada di Damocle pendevano su tutti, colpivanli alla spicciolata, secondo ira o avidità; e monaci e suore scacciate da loro ricetti, doveano mendicare pane e tetto pel mondo. Subito danno principio: sconficcare monasteri coll’asce, artefici, architetti, camorristi e birri violare clausure, farvi inventarii e spogli, sprezzare le proteste di vescovi e badesse, irridere alle lagrime e al pudore delle vergini consacrate al Signore. Attentati alla religione e alla proprietà, ogni dì per più anni rinnovali, erano sacrìleghi preludii alla piena distruzione degli ordini religiosi.
§. 27. Il guardasigilli e l’episcopato.
Intenti ad abolire la Chiesa, pretendono che il papa allegramente né ratifichi la mina, e si spogli da sé; però a spaurirlo minacciaronlo col dilemma, o spogliamento, o scisma. Il guardasigilli avvocato Mìglietti a’ 26 ottobre scoccò lettere a’ vescovi, e ’l credè gran colpo di stato. Loro dettava norme di condotta, li condannava, né misconosceva la potestà; pretendeva il Clero approvasse in fatto e in dritto l’opera rivoluzionaria e le sue conseguenze; si sottomettesse alla dittatura dello stato, lodasse anche quelle gesto. Per adescarlo prometteva malleverie al ministero religioso, e pegno di conciliazione nella loro panacea della separazione della Chiesa dallo stato; cioè offriva in premio della servitù cotesto divorzio della Chiesa dalla potestà civile, base di protestantismo, madre d’ateismo. Al diniego minacciava nero, priverebbe di garantia la religione, reprimerebbe il clero, l’abbandonerebbe in balìa de’ partiti. Sperava che adescamento o paura discostasse il minuto clero da’ vescovi e dal Santo Padre, e nella intestina discordia, or gli uni or gli altri sanzionassero i fatti compiuti o da compiere per l’abbattimento della Chiesa. Quel leguleio Miglietti misurando alla stregua sua i campioni di Gesù Cristo, si pensava trionfare; e sciocco se ne paoneggiò in parlamento.
Ma il clero cattolico, salvo i pochi già settarii, unanime fu e compatto. L’episcopato accolta la sfida a fronte alta, gli rispose da tutte parti d’Italia contemporaneamente con proteste simiglianti, perché la verità chè una non ha mestieri di consulte. Oppugnarono il principio eterodosso, che regio ministro s’arroghi dettare comandi a’ vescovi, rimproverarli, e negare loro il magisterio avuto da Dio; dichiararono eglino non riconoscere in terra altro maestro e superiore che il Vicario di Cristo; quelle asserzioni ministeriali ostare a’ principii eterni di giustizia e morale, calunniare i vescovi, insultare la verità. Bene essere vero che il clero inferiore, l’episcopato, e il laicato nella maggioranza si mostrino concordi nel rifiutare l’ordine di cose presenti; e pur vero ch’essa è deplorevole condizione da non potere né dover durare; certo dover cessare. Il clero piegarsi a qualunque forma di governo, ma non a quanto si oppone al vero e al giusto; però dove il ministro a cessare quelle condizioni pretenda i vescovi approvino quanto coscienza riprova, e ribellino a Santa Chiesa, ci s’inganna, morrebbero prima. Approvando, si fariano scismatici e ribelli a Dio. Le popolazioni essere religiose e stare con essi; ma eglino successori degli apostoli essere pronti a soffrire la pressura del mondo; e sentirsi forza da resistere, e dare eziandio le vite contro l’iniquità.
Simili proteste lanciava l’episcopato napolitano. Primo l’esule vecchio Montieri di Sora, dichiarati gli stessi sensi, cosi infine quel ministro apostrofò. «Insomma che ci comanda? quale ordine di cose, quai conseguenze vuole che i vescovi riconoschino ed autentichino? Noi non vediamo attorno che sanguinosissima anarchia. Autenticheremmo le missioni protestanti ne’ paesi nostri? la propaganda della società biblica? le erezioni delle scuole e degli anglicani templi? Forse i decreti violatori delle proprietà della Chiesa, e della ecclesiastica giurisdizione? forse le chiese fatte quartieri e stalle, la distruzione di tante comunità religiose, e sino de’ chiostri delle vergini sacre? o il mal governo degli stati rapiti a S. Pietro? o gli insulti che da cotesta Torino, sotto gli occhi de’ ministri, si lanciano alla santa persona del vicario di Gesù? Vorrebbe ella mai che noi, ministri di religione pura e santa, autenticheremmo il trionfo della dissolutezza, lo spargimento di tanto sangue, le arsioni di tante terre, la desolazione di tante famiglie, il disfrenamento di tante passioni, lo sconoscimento della virtù e della verità, la perdita eterna dell’anime, e le innumerevoli offese alla maestà infinita di Dio?» Dopo pochi dì uscì lo indirizzo di cinquanta vescovi, con a capo quel di Capita, cardinale Cosenza, cui avevano creduto con insolenti onori guadagnare. E si affrettarono ad aderirvi quanti altri erano pastori presenti o assenti dalle loro sedi.
Niuno maravigli il Miglietti osasse insegnare a’ vescovi il modo d’approvare la nuova scostumatezza appellata civiltà, già poco avanti, il 10 settembre, il Ricasoli avea stampato una lettera al papa, quasi a insegnargli l’evangelio. Ignorantissimi, tenuti ritti da Napoleone, si credevano saputi in tutto, e invece si spifferavano sori pel mondo. Si scoperse che il Ricasoli in quella lettera avea rubate idee e parole al Tosti monaco cassinese, azzeccate a sproposito.
§. 28. La reazione non è spenta.
Tutto il reame fremente di tante percosse alla monarchia patria e alla religione, dava grida reazionarie. In novembre a Portici le donne sclamanti contro la leva gridavano Francesco, e pure ligate e carcerate invocavano il figlio della santa, e sputavano improperii a’ carceratori e a’ ladri di Piemonte. Di tai scene vedevi da per tutto, l’11 decembre in Napoli svolazzavano cartelli in molte strade: Non vogliamo leva, vogliamo servire il nostro re, non lo scomunicato, combatteremo si, ma per la santa causa nostra. Pertanto gli armati su’ monti col favore popolare aveano tutto. L’8 dicembre scendevano in Civita, si vendicavano deliberali, e pugnavano co’ Sardi. Tenzone a Canistro a mezzo il mese, il 14 due uffiziali piemontesi uccisi sulla strada di Polvica, verso Nola; il 18 combattimento presso S. Martino nella Valle Caudina; il 21 uno scontro con la banda De Crescenzo in quel di Carbonara, dirli tutti è impossibile.
Cialdini gridando spento il brigantaggio non credeva restare sbugiardato; certi che neve e freddo lo spegnerebbero, i rivoluzionari tenevano sicuro il trionfo, sol che intrattenessero i montanari sino all’inverno, l’inverno lido alleato invocavano. Ed ceco invece col freddo quella guerra incrudelire, ché i briganti tenevano le tende là appunto dove i soldati non osavano disagiarsi, il La Marmora con disegni sopra disegni moveva intorno e concentrava truppe, e i suoi colonnelli davano editti furibondi. Un Fantoni, prescritto alla turca che niuno uscisse in campagna, né seco recasse pane, dichiarava: i contravventori senza eccezione di tempo, luogo o persona, saranno tenuti per briganti e fucilati. Né inorridirono pure le camere inglesi; e ’l Russell per difenderlo, prima disse non poterlo credere, poi nol potendo non credere, asserì il Ricasoli il disapprovasse. Intanto si fucilava; innocentissimi contadini e cittadini passavano per quelle arme codarde, ché impotenti contro gli armati, braveggiavano sugl’inermi. Fucilazioni disapprovate, ma perpetrate molt’anni infamemente a libito di un caporale, si strombazzava spento il brigantaggio, e si fucilava, si disapprovava si puniva chi non mostrava energia fucilatrice. Così licenziarono i generali della Chiesa e Doda, e il colonnello Brienzi, ed altri; chi voleva ascendere alto faceva il boia. Un maggior Fumel con più editti dichiarava intendere di vedere due soli partiti, briganti e contro briganti, tenere per briganti gl’indifferenti, delitto il rifiuto di combattere, sicché minacciava ogni pacifico cittadino. Proibito tenere o portare o vendere arme, proibito il pane, la caccia, recare vesti, abitare campi, uscire di notte, e fino il ferrare i cavalli, tutto a pena di morte, senza processo, immediata. Erano rabbie a vendetta de’ loro danni: l’esercito per cammini, malattie e ferite, stava smezzato. Dicevanlo sul pie’ di guerra; ma vedevi reggimenti smilzi. Nella camera si disse che in Capitanata un reggimento era ridotto a settanta cavalli, e molte compagnie di fanti a cinquant’uomini: si rinnovavano con genie fresca scesa d’Italia.

§. 29. Napoleone lenta scacciare Francesco da Roma.
Per far credere la reazione spinta da re Francesco da Roma indussero Napoleone a un atto indegno. Richiamato il Grammont, mandò nuovo ambasciatore al papa il marchese La Valette; che giunto il 5 dicembre, il lo si recò da Francesco; e tra nebulosi giri di parole questo gli disse: «L’imperatore che ha grande affetto e sincera simpatia per vostra Maestà, le consiglia nel suo interesse di vedere la inconvenienza del suo soggiorno in Roma; il quale incoraggia la guerra e il disordine ne’ suoi antichi stati. Il dritto non muore per mutazioni di luogo; chi può sapere lo avvenire? saria bene che la fama non apponesse alla M. V. la direzione o il desiderio d’una sollevazione impotente a renderle il trono, e solo produttrice di sangue, anarchia e sterminio, che sono di scandalo all’Europa. A tal consiglio uffiziale io da privato aggiungo osservando che eseguendolo si potrà reclamare dal Piemonte la restituzione del privato patrimonio, e anco la dote dell’augusta genitrice, di cui indegnamente fu spogliato. L’imperatore ha dovuto per politica riconoscere il regno d’Italia; ma ciò appunto darebbegli dritto a reclamare quella restituzione.» Ciò ribatteva con gran proteste di simpatia bonapartina; e osò provarlo citando la presenza favoritrice della francese flotta a Gaeta.
Francesco rispose: «Parlate in nome dell’imperatore, e nel vostro nome. Credo il consiglio imperiale venire da amore per me, ma seguirlo non posso. Sono principe italiano, e a torto perseguitato, né mi credo in debito di lasciare la sola terra italiana che m’accoglie. Qui oltre che re delle due Sicilie sono duca di Castro e principe romano; v’ho il palazzo degli avi miei, e l’ultimo asilo in tanto naufragio. Qui sur un lembo della mia patria, qui parlo la mia lingua, v’ho i miei interessi, sto vicino al mio paese, e a’ sudditi miei. A me, dite, s’appone il sangue che si versa; ma anzi debbo apporsi a chi violando tutti i dritti, mentendo e corrompendo, invase un pacifico stato. Ora s’appellano briganti e banditi chi in lotta disuguale difendono la indipendenza della patria; così ho l’onore d’essere un bandito anch’io. La posterità non a me imputerà il sangue che si versa; perché sono io che lasciai Napoli per non insanguinarla; e dopo Gaeta sciolsi dal giuramento il resto dell’esercito, dove potevo spingerlo su’ monti. Ora ho doveri da compiere, e li compirò; non abbandonerò il posto che mi dà la Provvidenza. Non incoraggio la sollevazione, perché non è ancora tempo, ma non rinnegherò chi combatte in mio nome; un giorno mi porrò in testa al mio popolo, per discacciare i nemici della mia patria. Già molti seguii de’ consigli dell’imperatore: udii il suo ministro Brenier, e detti costituzione, amnistia, e alleanza col Piemonte: ora sono in Roma, e ’l re piemontese ha usurpato il mio trono. Credetti all’ammiraglio De Tinan, e accampai le truppe sul Garigliano; una notte mi furono bombardate da mare, e fu mia ruina. So che la politica spinge i i re a comprimere le personali simpatie; non mi lagno, ma tutte le conci venienze della politica contro me si sono volte.»
Il La Valette insistendo offriva asilo in Francia, e ridipingeva lo splendore delle ricchezze che sarieno restituite. Francesco ripigliò: «Ricusai già le ospitai!ità offertemi in Germania, ove ho congiunti, e in Ispagna, ov’è il ceppo della mia stirpe: in Francia, non potendo respingere i legittimisti dalle mie sale, sarei d’impaccio all’imperatore, che pure ebbe il suo primo riconoscimento dal padre mio. La restituzione del mio non m’adesca; quando si perde un trono, poco imporla il patrimonio. Se l’abbia l’usurpatore, o il restituisca; né quello mi strappa un lamento, né questo un sorriso. Povero sono, come oggidì tanti altri migliori di me, stimo più la dignità che la ricchezza.» Quegli allora: «Duoimi che l’amistà dell’imperatore si raffreddi pel non seguito suo consiglio, il Piemonte raddoppierà sue istanze, e ciò sarà inciampo alla permanenza delle truppe francesi in Roma.» E Francesco: «Non credevo potesse tanto sull’imperatore la pressione del Piemonte. In ogni caso, ove seguisse lo abbandono del Santo Padre, il battaglione sardo che imprigionerà Pio IX in Vaticano, può anche fare prigione il re delle due Sicilie al Quirinale.»
Siffatta conferenza fu per minuto scritta a’ legati borboniani allo straniero, il di stesso, nobilissima risposta d’animo dignitoso alle mene della malvagità. Ma incapaci d’arrossire i malvagi seguitavano, e il La Valette chiese al governo papale lo allontanamento dello spodestalo monarca, ma ebbe risposto: «Roma patria di esuli, anche a’ Bonaparti vinti e da tutta Europa banditi die’ asilo, e ’l pontefice alle richieste de’ grandi potentati ricusante do, li proteggeva.» Cotai maneggi aperti e subdoli, e in forma di consigli, e per compri traditori, assediarono molti anni il misero re, né sinora l’hanno vinto.
§. 30. Calunnie.
Oltracciò la setta adoprava la sua arma migliore, la calunnia. Su’ giornali di tutte lingue correvano molti e storielle contro Francesco, e Sofia, che, ammirata come eroina dì Gaeta, giovava infamare. Corrispondenze, aneddoti, immagini grottesche ed oscene, nulla d’abbietto si lasciò intentato. Spargevano avesse animo feroce, portasse pugnali e pistolette, uccidesse per ispasso un gatto del Quirinale. Inghilterra protestante fremea d’orrore, non pei diecimila fucilati nel napolitano, ma pel fatto d’un gatto romanesco. Poi svaporata tal fiaba, rincalzavano calunnie nuove, non più un gatto, ma una cameriera s’era trovata uccisa; quinci compianti e imprecazioni. Di laide inventale fotografie, e d’altri vituperi taccio; parti eran degni di quella schiera che niente di sacro rispetta, e che vile essendo, vorrebbe ogni grandezza abbassare.
§. 31. Ricchi doni a Francesco e Sofia.
Per contrario le simpatie d’Europa si manifestavano con doni d’alto valore, e indirizzi e sottoscrizioni,che son da notare. Le dame di Parigi (i primi nomi di Francia) presentarono un forziere d’argento massiccio, pesante quaranta chilogrammi, con quattro bassirilievi allusivi a Gaeta in fondo ’oro, e agli angoli le statuette sedenti della Fede, Speranza, Carità e Valore: sul coperchio gli stemmi di Napoli e Baviera, con real corona di diamanti e smeraldi. E un album dentro con l’indirizzo e le firme, e l’umile coroncina stata d’una suora della carità morta di bomba a Gaeta, cui la regina s’era surrogata per curare i feriti. Le dame della Franca Contea mandarono la statuetta di Giovanna d’Arco, tutta argento su base d’alabastro, con gli stemmi, e il libro degl’indirizzi. Quelle di Bordeaux un braccialetto d’oro con perle e diamanti. Quelle di Borgogna un album con preghiere per la messa e immagini miniale. Quelle di Lione un cassettone a cappelletta con dipinti, in mezzo la Madonna, e a’ tali S. Francesco e S. Sofia. Quelle di Normandia un ricchissimo album. Quelle di Poitiers un’anfora d’oro, con giglio d’argento chiudente le reliquie di Santa Redegonda. Quelle di Rheims lo antico napolitano ordine cavalleresco dell’Ermellino, ed un serico paludamento ricamato in oro, col suo motto latino e francese: Malo mori quam foedari. Quelle di Turenne una corona con le reliquie di S. Martino. Quelle della Vandea un album, e uno stipetto con tre ritratti miniati di santi. Quelle di Lavai, Emè ed altre città un indirizzo ed un’argentea coppa sulle tre statuette della Fede, Speranza e Carità. Quelle di Brettagna un indirizzo in ricchissimo libro. E sin gli operai di Parigi l’indirizzo con milleottocento firme.
Le principesse sovrane di Germania mandarono aurea corona d’alloro con su ciascuna foglia il nome della principessa donante. Le dame d’Austria, impetrato dall’imperatore di concedere a Sofia l’ordine di Maria Teresa, che si dà a insigni combattenti, mandarongliclo su braccialetto di diamanti. Quelle di Vienna dettero un angelo sur una torre, con base a bassirilievi allusivi a Gaeta, tutto argento. Quelle di Gratz un ricco libro tedesco con la imitazione di Cristo del Kempis. Quelle d’Inspruck un album. Il reggimento 27. tedesco mandò ua grande album in pergamena miniato, con indirizzo e firme di tutti gli uffiziali. Il reggimento Ulani di cui Francesco è l’ordinario colonnello die’ una sciabola d’onore, e un album ricchissimo. I nobili di Prussia mandarono uno sendo d’argento tutto a bassorilievo: sta in mezzo sulla rocca di Gaeta il re e la regina; questa tiene la mano sur un soldato ferito; il re ruota la spada contro l’orde rubelli, che con arme, stampe e tradimenti lo combattono, e tirangli il manto di dosso; ma due cherubini sollevano la corona al cielo fra un coro d’angioli brandenti le spade: lavoro stupendo. Le dame di Baviera mandarono un cassettino, con tre medaglie battute a posta in oro,argento e bronzo con l’effigie della regina. Le dame inglesi un diadema d’oro e diamanti con torri e pietre preziose, disposte così che le lettere iniziali de’ nomi d’esse pietre dicono Gaeta. I lordi inglesi una spada gioiellata al re. E i gentiluomini e le dame napolitano, il dissi, la corona e la spada. Oltracciò molte poesie, musiche, e indrizzi da tutte parti, in ispezialità dalle Romagne.
Tanti doni d’alto valore metallico ed artistico, non erano già a coppia seduta in trono, cui viltà e ingordigia inneggiano sempre; ma erano a discacciati dal trono avito a nome di progresso e civiltà. Appunto erano proteste dell’Europa civile contro la menzogna e la rapina, simpatie alla nobile sventura, ammirazione dell’eroica caduta, arra di giustizia avvenire.
§. 32. Gioia siciliana per la leva.
Il continente in travaglio, e più la Sicilia. Famiglie contro famiglie, comuni contro comuni, masnadieri contro tutti; il forte sul debole, in ogni parte, sin nelle prigioni, ogni dì eccessi e laidezze, e spesso sugli innocenti. Il governo non vi guardava, nol potendo, per non turbare i tristi, ch’erano le sue braccia. Ma l’8 dicembre appurò che la disperazione spingeva al desiderio d’un vespro contro i Sardi; la paura gli die’ l’ardimento contro i buoni, e in dieci dì solo in Palermo arrestò da trecento gentiluomini, monaci e popolani. Tra questi dolori e gli assassinii e l’anarchia, la rivoluzione ch’è menzogna vi simulava la gioia; e la simulava su ciò appunto che in quell’isola era più esoso, cioè sulla imposta di sangue, che per benefizio de’ precedenti re mai non avevano patita, dico la leva militare. A invogliare i giovani davano banchetti municipali, mandavano preti apostati a predicarla nelle chiese, come il giubileo; i quali attorniati da scenico volgo di faziosi, cui appellavano popolo, si facevano come istrioni plaudire.
Dove chiappavano giovani facevanli con musica in testa entrare trionfanti in città, per fingere allegrezza. Ma parlò la loro stessa uffiziale statistica. Per la reputazione di quell’anno 1861 solo nell’isola ebbero 4897 refrattarii, più 2952 disertori, cioè descritti nella seconda categoria e non presentati, in tutto 7849, oltre le migliaia disertati poi da’ reggimenti; numeri nunziati sulla bigoncia dal ministro. Dove il popolo vero tumultuando gridava Abbasso la leva, correvano soldati a imparargli l’italianità, con le busse, e mescolavano schioppettate a battimani. Il telegrafo poi spargeva delirii di gioia. Il di della estrazione de’ numeri, i giovani erano già fuggiti, solo presenti vecchi e donne schiamazzanti. Il governo infuriava, scioglieva qua e là guardie nazionali, e sino in Palermo l’8.° battaglione sciolse sul finire d’ottobre, poi accentrando truppe da tutte bande improvvisamente sur un comune, accerchiavanlo, non facevano uscire neppure uno degli abitanti, e pigliavanli; così in Adernò, in Paternò, in Biancavilla, e in altri molti. Scoppiarono molti tumulti sanguinosi, in Mazzara a mezzo ottobre, e più a Sciacca con due uccisioni, coadiuvanti i Nazionali, e in pena furono sciolti. Al Mezzagno, a Mezzojuso sollevazioni, ferite, arsioni d’archivii municipali. Le reclute, se non carcerate e ligate, fuggivano; e pur sendone trentasei strette nel lazzaretto di Palermo, la notte dell’ultimo dell’anno, con una scala di corde, scesero in istrada, e s’imbarcarono per Malta; laonde i chiappati mandavanli tosto in Piemonte; e sì scelleratamente accalcati, che parecchi nella traversata né perivano. Ma l’Europa udiva portenti della siciliana gioia.
§. 33. Ribellione di Castellammare del Golfo.
A Castellammare del Golfo, comune di tredicimil’anime, l’anarchia agitando gli spiriti infuriò. Già da’ cantoni aveano stracciati i primi decreti per la leva; al censimento della popolazione si fremé; ma quando in dicembre si videro strappare i figli, s’esaltarono l’ire. Al capo d’anno 1862 ragunatisi armati in molti al villaggio Fraginesi, s’accostarono sul vespro alla città tirando in aria, e gridando: Abbasso la leva, Fuori Vittorio, Abbasso i pagnottisti, Viva la repubblica! Il giudice s’ascose; ma il delegato di polizia Gaspare Fundarò, il comandante Francesco Borruso e certi uffiziali nazionali fecero resistenza; morì il comandante con la figlia e due uffiziali, arse loro case, quelle del medico Calandra e d’Asaro. I sollevati altri uccisero, altri percossero, presero i denari al precettore de’ dazii, arsero le carte comunali, del delegato, del giudicato e de’ doganieri, strapparono le bandiere e l’arme di Savoia, tolsero a’ carabinieri le divise, e inermi li scacciarono via. La dimane, sentendo la necessità d’avere un capo, vollero Pietro Lombardo ottimo cittadino, che non volente, pure accettò, a patto si cessasse ogni delitto; sì ebbero grazia il delegato di polizia ed il sindaco, sul punto che al grido di morte a’ liberali erano immolati. Poscia cantarono il Te Deum per la repubblica. Accostandosi soldati da Alcamo, li affrontarono; uccisero Antonino Varvaro comandante i militi a cavallo, un Bocchini sergente, e sei altri; presero feriti un tenente di linea Cesaroni e altri quindici soldati, fugarono il resto.
Sull’alba del 3 vennero due legni a vapore con truppe e ’l generale Quintini; questi sbarcando appicca la zuffa: muore il capitano Mazzetti dello stato maggiore con molti soldati; altri parecchi ed un uffiziale restano feriti; ma i paesani colli dalle scaglie de’ cannoni s’ebbero a trarre a’ monti. Allora le vendette folgorarono su’ cittadini innocenti. Il Quintini afferra sette persone, tra’ quali un prete D. Benedetto Palermo, che temendo si bombardasse uscivano dal paese, e issofatto, senza indagine, li fucila. Anche in Alcamo, accennando il popolo a risentirsi, dettero le punizioni prima della colpa, con carceri e disarmamenti. I liberali a saziare loro ire, infierivano contro i migliori, accusandoli Borboniani; quindi persecuzioni e carcerazioni infinite, sevizie, giudizii triennali e passionati, severissime fiene e ingiuste da quelli che sin allora aveano fatto del cospirare e ribelare un mestiere.
§. 34. É abolita la luogotenenza siciliana.
Da ultimo il 1.° febbraio 62 s’eseguiva il decreto abolitore della luogotenenza in Sicilia. Il Pettinengo lasciando l’isola come l’avea trovata in disordine pieno, stampò lo addio d’encomio a tutti; e ’l municipio di Palermo fe’ a lui un indrizzo tutto incenso; bello scambio di turiboli. Se n’andò il 2. I giornali incielavano il mirabile contegno de’ cittadini, e la gran contentezza per Pisola tagliata in province; contentezza sfavillata con cruenti rivolture. Con quell’alto era diroccato il trono di Ruggiero.

§. 35. Le prigioni liberali.
Finiva Panno 1861 più che il precedente per noi cruentissimo. La libertà del male quintuplicò i misfatti. Napoli, una delle ventiquattro province ora dette meridionali, ebbe 4300 reali di sangue, tra omicidii e ferite, non mai prima giunti a’ mille; nò certo fur tutti denunziati alla potestà, molti tacendo pel timore del peggio. La statistica nota quell’anno sul solo reame continentale carcerati 47,700 persone, e fucilati 15,665; ma è accurata, in tanta confusione? Che in Napoli solo fossero sedicimila carcerati disselo il deputato Ricciardi in parlamento il 27 giugno 62. E che prigioni! vietato a parenti vedere parenti, e a’ difensori i clienti; non carta, non penne, non libri; ammonticati malfattori, e onest’uomini, preti, militari. nobili, dotti, contadini, marinari, soldati, ogni condizione, ogni età, avoli, figli e nipoti, tre e talora quattro generazioni, rei solo d’essere parenti o conoscenti di briganti. Anche mendici giravano là dentro a punire la povertà, e sradicare con tal crudo modo l’indigenza. Zeppe tutte carceri col doppio che né potevano capire, voltavano a carceri conventi e chiese. La gente nuda, in ceppi, tra pidocchi e fetore, su nude selci, senza coperte, senza luce, senza passeggio, per anni lunghi, sentir fuori le grida e i lagni delle mogli e né figli, né poterli abbracciare! Dell’orribile pane quasi pasta cretosa, i carcerati di Palermo facevano pipe, e davante per irrisione a’ passanti. Spesso la potestà non sapeva i nomi de’ prigioni, né la colpa, né i tribunali competenti a giudicarli; sì scorrevano mesi e anni, e taluno per disperazione s’appiccò alla grata. Pertanto frequenti tumulti e uccisioni tra quelli animi esacerbati; colpi tra loro e i custodi, fucilate in frotta dalle sentinelle, ribellioni, furti, vizio e abbrutimento. E quanti innocenti in quelle bolge! Re Ferdinando vi tenea soldati veterani a custodi; la rivoluzione a premiare suoi terribili ausiliarii, quelli scacciò, posevi galeotti vecchi e camorristi, meritevoli d’avere gridato, o lavorato col coltello a quella libertà;i quali orrendi carcerieri svelenivansi su vittime infelici; spesso battiture, incatenamenti, torture atroci, busti ferrati, e anco a preti e fanciulli; né placabili se non per prezzo. Sessanta de’ primarii avvocati napolitani protestarono in iscritto contro gli abusi e le illegalità governative nel trailanv&tio de’ carcerati. Accuse aspre anche nelle camere risonarono; s’accusò la lame, il pane, le battiture, le torture, indarno! E con tanti carcerati sempre carcerare; dicevanlo giustizia, fare la patria, creare l’unità. I giudizii, mancando il fondamento legale, si ritardavano, per fabbricarvi calunnie, per dare la pena senza la condanna, e i magistrati (come fe’ il Tofano) vantavansene, quale affetto alla causa patria Quando i sospirati giudizii seguivano, vedevi i giurati, plebe ignara o compra, giudicare secondo imbeccata o passione. E anco dichiarata l’innocenza, la polizia non ubbidiva, ché per la lettera del Conforti del 16 ottobre 61 riteneva in carcere i giudicati innocenti. In quelle vantate costituzionalità la potestà giudiziaria a quella di polizia sottostava.
§. 36. Anarchia.
Fuorché il bene, tutto fu lecito; però sfrenato il giornalismo rivoluzionario, schiacciato il conservatore; le società operaie emancipatrici stese in tutti luoghi, in più sette, furono stati nello stato, lavoranti al socialismo. Tra repubblicani e moderati guerra esosa, a chi più aggraffa della patria: uffizii, benefizii, deputazioni al parlamento divisi tra loro; scambii di faziosi, confusione di criterii, opportunità di mal fare esser politica. Ordini non eseguiti, esecuzioni non comandate, incagliamento d’ogni ruota, anarchia d’idee e alti, in su e in giù, sciupio d’ogni cosa, abbattimento d’ogni virtù, guerra iniqua, incessante al buono e al vero. Linguaggi doppi, magnificazioni dell’ingiusto, vanti del brutto; a’ vizi appellazioni di virtù, ingegno il mentire, gloria ingannare, arte il tradire, dritto la forza. Tal governo distruggitore di civiltà, morale, e religione, scontorcitore delle innate idee di giustizia, incapace a crear nulla, né unione, né fortezza, né concordia, né sapienza, pur proclama Italia una; e per unirla la disunisce in ogni terra, in ciascuna famiglia.
Per tenere quest’anarchia imperante bisogna il terrore, quindi stato d’assedio ascoso o aperto, dalla prima entrata del Piemonte, poi con le leggi Pica e Crispi reso legale e stazionario; quindi norma di governo la menzogna e il fucile. La Guardia nazionale, composta di molti felloni da D. Liborio, diventò Guardia pretoriana della rivoluzione, serva di tutti i governanti, prostrata al Garibaldi, al Farini, al Nigra, al San Martino, al Cialdini, e a’ prefetti posteriori; spia, carceratrice, serva dello straniero, tiranna della patria napolitana. I buoni in essa non possono che fremere e ubbidire.
Europa che creduto a’ vituperii de’ governi passati aspettava beatitudini, ora questo pandemonio guarda, e tace. Inghilterra e Francia non aveano più Italia ubbidiente e contribuente; ché i suoi principi con la prosperità l’avevano affrancata. Ora la rivoluzione ingoiati tutti suoi beni, l’ha rifatta bisognosa e inerte, e serva di tutti, con la distruzione degli opificii, con gli scioperi degli operai, co’ trattati nuovi di commercio, co’ debiti a bilioni. Ora gli stranieri sono padroni veri né già solo della potestà nostra, ma sin de’ nostri poderi. Ciò Inghilterra e Francia volevano; però questa Italia abbietta questa incielano a parole, e spogliano a fatti. Dove potesse davvero divenir una, la spezzerebbero.
§. 37. I consorti.
La ruina maggiore venne dall’esser caduto il governo ne’ fuorusciti, incapaci e furibondi: tutti rancori e odio contro la patria che li sprezzava; però implacabili venditori, e flagellatori del popolo ch’aveano calunniato, ligi al Piemonte ch’aveali pasciuti e messi in quei posti da vendetta e da fortuna. Alcuni di questi fastosi d’italianità impiastrarono libri, dove tutto forestierume, non è d’Italico che bastarda lingua. Figli di sette, non viste né studiate le condizioni patrie, giudicando con dottrine false, eran corsi come bruchi pieni d’idee e parole oltramontane, per attuarle a ogni costo. Facevano inganno a sé e al natio paese, credevansi buoni a tutto, per raspare dovizie, né aveano rimorsi per tanto versato sangue, né vergogna di tanta abbonita altezza.
Distrutto il reame, ridottolo a prefettura, ogni cosa napolitana han distrutto, tutto vollero nuovo, niuna tradizione, costumanza, e sperienza rispettando. Incapacità e mania di far leggi in ogni cosa, sempre guastare, niente edificare, non mai sintesi, solo tritume, slegamento, incoerenze, più leggi sull’obbietto stesso, e recalcitranti. E dove le antiche eran ottime, e consuetudinarie, per foga di mascherare Napoli all’inglese o alla franciosa, impongono in tanta gonfiezza italianizzante istituti strani, incomprensibili, incomodi. Sì fra diluvii di leggi niuna legge: l’istruzione, l’amministrazione, il commercio, la sicurezza, la magistratura, il culto, divennero come creta, su cui gl’imbecilli legislatori studiavano a dar forme puerili mutate a ogni ora, però confusione, pugna di governanti, e governati, imperizia di reggere e d’esser retti, impossibilità d’ubbidienza. E a scusare loro insipienza stavano sempre sul ritornello di Napoli imbestialita e imbarbarita da’ Borboni. Incivilita l’hanno, con la miseria.
Costoro ognor gli stessi, salienti o scendenti; nemici tra sé, tengonsi a mano, per governar soli, e impedire altri, e non par vero come tanti e tali errori abbiano potuto fare essi, che tante accuse lanciarono a’ precedenti governi. La provvidenza che tutto mena a bene li fa trionfare, né certo a cospiratori si potea più alto gastigo infliggere, che dare loro potenza di tutto, onde stettero in necessità con l’opere loro stesse sbugiardare loro calunnie, e sé mostrare inetti e iniqui. I rivoluzionarii insegnano a’ popoli che le rivoluzioni portano solo ruine.
§. 38. I liberali.
La nazione il perduto bene pianse da’ primi di; ma de’ liberali fu amaro il disinganno. Gran male parea qualche centinaio sprecato, ora debiti a bilioni, venduti i demanii, le regie strade di ferro, gli opificii e i beni religiosi. Gridavano al mal governo, hanno la rapina uffiziale. Parea tirannide qualche sopruso basso, hanno l’arbitrio soldatesco. Gravava la mite tassa su’ fondi, pagano tasse a cento a cento. Spregiavano il bene della sicurezza, sono alla mercé de’ ladri d’ogni nazione. Lamentavansi per certi martiri, ora siamo martiri tutti, né già vegeti e rubizzi, come i Poerio e i Nisco; ma arsi, saccheggiati, trucidati, sbanditi, relegati a migliaia, senza giudizio, per sospetto o vendetta. Volevano l’inviolabilità del domicilio e della persona, veggono anche i santi spiccati da muri. Mentivano che lo straniero comandasse, oggi impera la massoneria mondiale, un pilota inglese, un caporale francese. Volevano libertà; hanno parlamenti venderecci, servi di tiranni, proclamanti leggi statarie. Ciò i Napolitani soffrono, i contemporanei veggono, i trionfatori stessi l’un l’altro tai nefandezze rinfacciatisi; e pure se ne vantano; sicché hanno reso contro di loro impossibile la calunnia e l’esagerazione. Arti liberalesche sono: promettere e mancare, strombazzare principii nuovi e rinegarli, gridare libertà e tiranneggiare, economia e sparnazzare, pace e fare guerra, invocare la storia e scontorcerla, filosofia e slogicare, baciare e tradire, dare consigli per lare minare, proteggere per assassinare, bollare i vizii con onesti nomi, e di tutto valersi per trionfare malvagiamente. Tutti a una scuola, da stesse passioni mossi, piaggiatori di popoli per dominarli, niente sanno, fuorché quell’arti apparate ne’ conciliaboli delle congiure. In ogni parte di mondo gli stessi, stessi frutti hanno dato.
§. 39. Socialismo e comunismo.
Eppure alcuno si consola di tai mali pel bene dell’unità, ne vedono più avanti. Ma gl’iniziati a più alti misteri sanno che l’unità è danno italiano, e più ponte a disegni maggiori. È pretesto, per avere un re solo; uno s’abbatte meglio che sette. L’unità percuote il papa, che predica Dio, e ’l comandamento Non rubare; finito il papa, la terra avrebbe l’unità universale, senza Dio. Già per questo si sono fondate associazioni mondiali, apertamente. Allora avrebbero effetto il socialismo e ’l comunismo, sette opposte. Quello esagerando il diritto alla libertà vuole abolita l’autorità’, questo esagerando la potestà pubblica, né fa un nume che confischi tutto per tutti. I socialisti sono atei, che negando Dio negano re e magistrati, i comunisti, sono protestanti, che dicendo Dio il creato, fanno nume la moltitudine, quelli negano la divinità creatrice, questi negano la libertà umana. E sì opposte sètte sono d’accordo a combattere il cristianesimo, perché questo propugna quanto è di vero nell’autorità e nella libertà. In Italia repubblicani e moderati sono appunto socialisti o comunisti teorici, ma in pratica confiscano per sé la roba di tutti. A parole intanto vantano la ragione, spacciano formole astruse, e dicente verità; ma non l’hanno trovate, l’hanno inventate, perché la ragione umana lasciata a sé sola, non sa trovare nulla. Inventano la verità.
§. 40. Monarchi incorrigibili.
Spesso fu detto la storia giovare più a’ curiosi e a’ dotti, che a’ popoli, i quali niente mai per essa ammaestrati, sogliono rifare gli errori stessi. Ciò è naturale in plebe che non legge, non intende il passato, e opera per istinti; macho i monarchi guidatori de’ popoli loro fidati da Dio, si stiano cicchi, senza studiare le esperienze di quaranta secoli, e i più pensino a feste e a cacce, abbandonando altrui la cosa pubblica, e si facciano poi coi modi stessi precipitare da’ troni, ell’è cosa da far disperale de’ destini della civiltà. E peggio che certi monarchi anzi che combattere il nemico, blandisconlo, egli danno forza e potestà; ed anzi eglino stessi si fanno massoni, e servono a quella macchina che tutti tende a schiacciarli. Vergogne incredibili veggiamo. I sovrani non leggono o poco cose utili, e a spizzico e a balzi; non pur guardano i fatti recenti e contemporanei, si serrano in cerchio di falsi cortegiani, niente veggono bene; e quasi sempre a caso procedendo si fanno strascinare nelle comunali trappole delle sètte. Come fallarono loro avi nel secolo passato, fallarono i figli prima del 48, e i nipoti prima del 59. La massoneria con innumerevoli braccia li irretisce; veggonlo, e per fievolezza o paura danno dentro, per rammaricarsi poi in inutili pentimenti.
Illustri scrittori da ottant’anni in qua alzano gridi di sgomento,la Chiesa da oltre cent’anni denunzia al mondo i pericoli sociali; i principi risero, poi caddero e piansero; poi risorsero e tornarono a ridere, e a credere morti i loro eterni nemici. In questi anni medesimi di tanta lotta, tra tanti fuochi e ruine, eglino più che mai abburattati da massoni, massoneggiano; e quando il papa sfolgora col sillabo, unica bandiera di salvezza alle genti, cotesti regnatori n’hanno paura, e ’l fanno irridere, e combattere, vietare. Intanto servono al nemico sociale, gli s’inchinano, gli danno arme; e anzi con quest’arme l’un l’altro insidia, assale e spegne, così verrà la volta per tutti. Se il danno colpisse sovrani solo, saria meno male, ma nessun prence dà un lamento che non abbia eco terribile in milioni d’uomini; le principesche sventure sono popolari; il loro cadere mena fiumi di sangue. Or poiché eglino non sanno o non vogliono difendere loro troni, è suprema necessità che noi da noi stessi alziamo la bandiera del dritto, a difendere la religione, la patria, le tombe de’ padri, la prosperità e la morale. Il dritto è dichiarato nel sillabo; chi pugna per esso, propugna l’umanità, il buono, il bello, l’avvenire de’ figli. La provvidenza di Dio sta, ma non è da uomini pretendere miracoli divini, dove basta il valore nostro. Una grande impresa i grandi avrebbero a capitanare, e si contentano della vergogna d’ubbidire codardamente a’ loro nemici; non veggono loro forze, né l’umanità ch’è stanca del falso; osino, che forse chi alzerà il vessillo della verità avrà con se l’universo.

§. 41. I criteri del reame.
Il reame delle due Sicilie cadde per settarie arti. I massoni nel secolo passato accerchiati i Borboni, pria fecero disdire il vassallaggio a Santa Chiesa, poi sottilizzare sulle regalie, poi guastare i costumi; in ultimo proclamarono repubblica. Caduti, ricominciarono; essi venderono al Bonaparte Ferdinando IV nel 1806. Perdonati e carezzali al 1815, crearono il 1820. Essi, anzi gli uomini stessi sfuggiti a’ patiboli, Ferdinando II nel 1830 perdonò e chiamò, e poseli a ministri, a generali, a magistrati. E questi da allora sin al 1860 dominatori d’ogni cosa, assolutissimi essendo, posero i pie’ su’ fedeli al trono, seminarono loro adepti in ogni uffizio, posero con ingiustizie semi di malcontento, e prepararono la caduta. Ferdinando vide il fallo, ma noi corresse, né più il potea; credè bastasse il suo braccio, e l’arricchire quelli uomini. Mancato lui, con un re giovinetto e nuovo, spenti i vecchi fedeli, giunti ad alte sedie i giovani faziosi, i settarii di fuori strette le mani a’ settarii di dentro, fu facile dare il crollo. Ora gli autori di tanta jattura si gloriano come di grande impresa; ma che gloria? gli eroi fondano gl’imperi, i codardi e scellerati li rumano. Ruinati siamo, ma la caduta de’ popoli non è eterna; e il mondo presto si stanca dell’ingiusto. Almanco le sventure portino ammaestramento; qualunque stata futura sorte del nostro sventurato paese, aspiri almeno a reggersi libero da’ settarii. Questi sono naturale colonna de’ governi usurpatori, i quali sovr’essi si debbono appoggiare; i governi legittimi per contrario si debbono appoggiare sul popolo, e hanno il dovere di sperperare le sètte; né si sperperano con l’innalzare i congiuratori. A costoro si perdoni pure, ma non si dia potestà. Ora se mai verranno un di legittimi governi, e dopo tante sperienze, non metteranno senno, e ritorneranno a far da’ massoni tartassare i soggetti, cadranno con vergogna nuovamente, e giustamente.
Ogni Stato deve avere un criterio, un principio, una dottrina che lo guidi nel suo corso tra le nazioni; criterio movente da sue condizioni geografiche, fisiche e morali; non averne è stoltezza, che lo condanna a immobilità, o a movimenti cicchi e inani, e, necessaria conseguenza, a isolamento, a cadere vittima del primo assalitore. Qual più, qual meno, le dinastie napolitane mancarono di criterii fermi, e tutte caddero a un modo, assalite di fuori. I criterii del nostro reame due naturalmente essere denno, per l’interno, e per l’esterno: dentro, educare il popolo al livello della vera civiltà, renderne feconda la mente e il braccio, la scienza e la prosperità, propugnare il sentimento patrio, guarentire la libertà di tutti, saper trovare la virtù, e premiarla, e tenerla a guardiana del trono, fuori, stare collegato con alleati naturali, tendenti al fine stesso, e tenere l’occhio sull’Italia; niente permettervi senza nostra saputa, farvi da sentinella al dritto. Si combatterà forse, ma meglio combattere forti, ch’essere sforzati deboli.
I nostri re negli ultimi trent’anni si tennero in isolamento stretto. Per troppa velleità d’indipendenza non curarono alleati, si chiusero nella fidanza dal dritto. Ma quaggiù il fievole è per natura dipendente. Volemmo neutralità nel gran cozzo delle idee sociali che il secolo mena, neutralità nelle alleanze, nelle guerre, nel commercio, sempre mutoli e mogi, sì dovevamo cadere senza altrui aiuto, come già neutrale la veneta repubblica cadde. Che se deboli in Europa, in Italia eravamo forti, dovevamo non abdicare al nostro seggio, ma stendere il braccio alle sue sorti, guidarla, indirizzarla nel cammino del vero e giusto progredimento, invece ne vedemmo impassibili i mutamenti, i travagli, le ingiustizie, e l’ingrandimento del rivoluzionario Piemonte. Nostro debito era alzare la spada allora a percuotere il cruento edilizio; aspettammo ch’esso afforzato percotesse noi. Né difficile n’era il vincere, combattendo per la libertà di tutti, congiunti alle forze vive d’Italia onesta e religiosa. L’irragionevole isolamento del paese in mezzo a un mondo ardente, l’apatia fra tante passioni stravolte, né fe’ vittima necessaria d’altrui ingordigia.
Ora dirò cosa che a molti spiacerà, ma perché vera è, la dico senza ambage. Questo reame nacque vassallo di Santa Chiesa. Ruggiero fondatore della monarchia fe’ atto politico a renderne omaggio al pontefice in Valicano; Sisto IV l’anno del giubileo 1473 condonava a re Ferrante d’Aragona lo antico tributo, e strinselo a una chinea bianca bardata, da presentarsi ogni anno in segno di vassallaggio, la vigilia di S. Pietro; né per molti secoli tal cerimonia, adempiuta anche dal potentissimo Carlo V, fu tenuta a bassezza. Si abolì per massoniche arti, contro il dritto; e n’è conseguenza il presente servaggio. Il pontefice in mezzo alla penisola è la mente naturale d’Italia, siccome il re di Napoli n’è la spada; congiunti guideranno a bene il bel paese; non permetteranvi ambizioni, né stranieri domini, e capi d’italica lega detteranvi pace e giustizia. Il re delle due Sicilie dev’essere nel suo stato promotore di virtù, e fuori spada del Papa.
§. 42. Licenza.
La storia promessa dal 47 al 61, qui co’ fatti di quest’anno si chiude; quelli posteriori, s’appartengono alla cronaca del regno d’Italia, ch’altri studierà; ingratissimo lavoro. Noiose ripetizioni di scelleratezze, malversazioni, terrori, supplizii e tasse; seguenza d’uomini stessi, succedentisi nello sbranare la patria; sempre il venuto dopo aggravare il giogo, e aggiungere più tasse, supplizii, terrori, malversazioni e scelleratezze, cresciute insieme di numero e intensità. Comandare di pochi in nome di popolo. Ora ciascuno esterrefatto pel passato e per l’avvenire, dimanda: Dove s’andrà? saranno possibili calamità maggiori? possibili saranno, ché la mondiale setta qui corre al suo ultimo fine. Sono uomini iniqui, ma guardateli; come già i Barbari, braccio di Dio punitore, sono medicina a’ nostri falli; e trionferanno, sino a che, purgate le colpe nostre, Dio li annienta. Intanto preghiamo: il Signore è padre di tutti, ma rare volte ha incenso da’ felici, la sventura adorna gli altari, e s’inginocchia e prega.
FINE.
NOTE
(1) Vedi: Einnerungen aus dem italienischen feidzuge von 1860. Lipsia, 1861.Vol.I,
pag. 262.
(2) Rimembranze della guerra d’Italia, Lipsia 186!, in tedesco, voi. 2. pag. 103.


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