Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo Volume secondo
LIBRO DECIMOTTAVO
SOMMARIO
§. 1. Nel regno la rivoluzione ha poche forze. — 2. Decreti regi. — 3. Carestia. — 4. Quietudine. — 5. Condizione del regno. — 6. Governo di re Ferdinando. — 7. Traditori attorno al trono. — 8. Le Finanze. — 9. Confronti tra Napoli e Torino. — 10. Troppe economie. — 11. L’accentramento. 12. L’amministrazione civile. — 13. La polizia. — 14. I Gendarmi. — 15. Le Guardie urbane. — 16. L’esercito. — 17. Come s’afforzasse. — 18. L’armata. — 19. La giustizia. — 20. Il clero, — 21. L’istruzione pubblica. — 22. Notizie di dotti trapassati. — 23. Quali i nemici interni. — 24. Condizioni della Sicilia. — 25. Lamentanze stente. — 26. Il Castelcicala. — 27. Il Maniscalco. — 28. Tentano assassinarlo. — 29. il clero di Sicilia. — 30 Come a’ nostri errori rimediò la setta. — 31. Un anno di Francesco II. — 32. Le strade di ferro. — 33. Tutto è pronto.
1. Nel regno la rivoluzione ha poche forze.
Per la calata de’ Francesi, l’alta e la mediana Italia s’eran volte a rivoluzione. Il Milanese per guerra, Toscana, Modena, Parma, e Romagna, per insidiose conseguenze di guerra, quasi senza pugna, né sangue, come gioco di bussoli, mutarono governo, e le popolazioni stupite di quei brogli fatti a nome loro, un po’ pasteggiate, un po’ minacciate, tollerarono, aspettando le felicità nuove. Ma tai mene non bastavano a muovere il nostro regno, più lontano dalle fonti corruttrici, più chiuso alle istigazioni, più tenace alle tradizioni patrie, e men rotto (fuorché Napoli) a quelle mollezze ch’oggidì falsano la civiltà. Qui non bastò comprare i nostri più alti inciviliti, ché il rozzo popolo riluttò, e bisognò sforzarlo a cannonate e fucilate, e poi schiacciarlo e diradarlo con carceri ed esigli. Sardegna col pretesto menzognero d’esser chiamata, potè nella mediana Italia trionfare, gridando non intervento, nel regno quel pretesto non valse, bisognò intervenisse tutta la setta del mondo, e poi darle aiuto, e sì mescolar bombe e insidie, oro e ferro. I Lombardi e Toscani sottostettero senza reagire, i regnicoli, compri i pochi, riluttarono in moltitudine. Cotale opposizione fa più luccicare i tradimenti de’ nostri, perché singolari, sicché l’orbe cita con orrore i nomi di tre o quattro dozzine di traditori napoletani, mentre ha quasi dimenticali i traditori toscani e lombardi. L’aver tutti in un dì ceduto, ch’è più onta, fa tacere di loro; lo aver contrastato a lungo fa parlar di noi, e rende i nostri colpevoli ben traditori più solenni. I rivoluzionarii italiani stupivano a vedere il regno solo non ribellare, e forte né rampognavano i nostri congiuratori, quasi inerti o codardi. Usarono seduzioni grandi, e indarno: il Manin scrisse un libro, D’un nuovo diritto europeo, e il dedicava al popolo delle due Sicilie, con una scritta incitante tutta a rivoluzione.
Ora pria di narrate le sforzate mutazioni, giova mostrare in questo libro le condizioni del regno.
2. Decreti regi.
Intanto che s’addensavan nugoloni di fuori, il giovine re lavorava al bene interno. A’ 25 novembre 59 prescriveva un dritto di lanternaggio pei nuovi fari messi sulle coste. Ordinava una commessione per discutere su i disegni d’ampliamento al porto di Napoli, e per la costruzione d’un bacino o dock corrispondente a’ bisogni commerciali, artistici, industriali e politici del paese. Altro decreto del 25 febbraio 60 stabiliva l’ampliazione della città con disegno generale e coordinato. Ordinava il proseguimento della strada ferrata, fatta dall’erario, per Sanseverino e Salerno, e l’altra a’ confini del regno, anzi a’ 28 aprile né decretò una rete per tutto il reame. Sul continente una linea da Napoli a Brindisi e Lecce; altra per Basilicata a Reggio; altra per Abbruzzo al Tronto. In Sicilia una da Palermo a Catania, altra per Messina, e altra per Girgenti a Terranova. Decreti del 51 marzo concedevano le borse di commercio a Reggio e a Chieti, coi regolamenti come quelli fatti per Bari. A II febbraio si crebbero gli stipendii agli agenti silvani. Al 4 marzo si scemavano le tasse doganali, in ispecie quella su’ libri, state di tre carlini a volume, ridotta a ducati sei per ogni cantato di peso.
3. Carestia.
Per iscarsi ricolti mancava il grano; e i mercatanti avidi sei serravano. aspettando carestia. Sforzarli era attentare all’industria, però il governo si avvisò comprar grani all’estero, e venderlo con perdita e qui e in Sicilia. Sino a’ 16 giugno entrarono nel regno tomola di grano 2,767,827, di granone 214,898, di avena 44,558, di orzo 54,295. cantaia di riso 26,588,56, e di farine 78,521,77, comprati a cari prezzi, mancando, in tutta l’Europa, il frumento. In Napoli il municipio vendea pane a’ poveri per grani cinque a rotolo; lo stesso a Palermo, e per tutte le province. I grani esteri menati a’ mercati facevan bassare i prezzi de’ grani paesani, e svanire l’avidità e ’l monopolio de’ ricchi. Inoltre era vietata l’esportazione, e anche a’ 18 agosto 59 s’era proibito usare i granoni a trarne spirito.
Tai pratiche d’antiche teorie eran maledette dagli economisti nuovi, che intendono economia il comprar caro. I mercanti sbuffavano, ché fugata la carestia vedevano loro lucri in fumo; e gridavano alla tirannia d’un governo che faceva mangiar pane a buon mercato.
4. Quietudine.
Minacciando rivoluzioni imminenti Francia e Inghilterra, il re sperava accontentare i dissidenti, con modifiche di leggi larghe; e vi lavorava attorno. Oltre l’allargare i consigli provinciali, si preparavan riforme alle tasse doganali e a’ dazii di consumo, a modificare le leggi d’espropria sostituendo al principio d’apprezzo quello di vendita, e farne men dispendiosa e più breve la procedura. Oneste mutazioni credo si facessero più a secondare in parte le voglianze, che a speme di grande utilità; perché, con tutte le lamentanze ipocrite, il popolo vero sentiva sua prosperità e quietava. Il continente, per le molte soldatesche spinte in Sicilia e sul Tronto, avea poche milizie, e stava tranquillo. Napoli avente il comitato segreto de’ congiuratori, e i palesi protettori ministri Inglese, francese e Sardo benché di leggieri ogni dì stuzzicata dalla setta mondiale, Napoli dico, con quasi mezzo milione d’abitanti, e con appena cinquemila soldatelli nei quartieri, ancora che udisse rimbombar le pugne sicule, e le triste e bugiarde novelle, non die’ un grido. Era tanta la pace che avevamo alla vigilia di quelle ruine, che i ministri inglesi n’erano sconsolatissimi, e il mondo lesse nei dispacci all’Eliot ministro in Napoli,presentati al parlamento di Londra, le incredibili offese lanciate al nostro sovrano e al suo governo. Infuriavano che stavam quieti. Ma chi di noi sentendosi in casa sicuro, potea credere che esteri potentati, per regalarne nomi di libertà, volessero recarne saccheggi, arsioni e fucilazioni piemontesi? Fuorché i congiurati, nessuno sapeva del Piemonte altro che il nome e le pazzie.
5. Condizione del regno.
Non dico il regno mancasse d’errori, e che paradiso fosse. Sinché uomini governeranno uomini saranvi scontentezze, ché questa è terra. Ma il bene umano è relativo, né può in tutti e per tutto essere uguale. Le nazioni altre son guerriere, altre agricole, o commerciali, artiste e industriali, e qual per l’una equal per l’altra cosa sovrasta. Male giudica chi non pesa il bene e il male, ché il più de’ Lumi e il meno de’ mali sommati fanno il grado di prosperità d’un paese. Usanza di sette è aggrandire i falli d’un governo, senza valutar tempi e circostanze, e giudicarne a bacchio assolutamente, tacendone il bene relativo, quasi l’umana opera potesse esser perfetta. Chiudono gli occhi al buono, tutto veggon male, e voglion causa vinta. Napoli avea men soldati che Francia, men vascelli che Londra, men libertà che America, meno arti belle forse che Roma, men verniciamento che Parigi, ma queste cose soie non danno felicità. Eppure di tutte queste cose avea tal somma, che relativa al territorio e alle sue condizioni, non era seconda a nessuna. Commercio, arti, lettere, morale, culto, sicurezza, agiatezza, industria, scienze, libertà civile aveva in copia. La vita lieta e a buon mercato, piena di ricreazioni e godimenti era, chi non s’impacciava di sette era civilmente liberissimo, e potea far quello che volea. Nella somma delle cose il reame era il meglio felice del mondo; e quanti vi arrivavano stranieri vi arricchivano, e i più vi si restavano. La popolazione in quarant’anni crebbe d’un quarto. A dovizia monumenti, strade buone, acquedotti, manicomii, lazzaretti, ponti di ferro, di pietra e di battelli, arsenali, cantieri, caserme, opificii, ginnasii, accademie, università, chiese, reggie, ospedali, monasteri, ritiri, camposanti, porti, bacini, vascelli, fortezze, prigioni, asili d’infanzie, prosperose arti, agricoltura buona,pastorizia, bonificazioni di paludi, disseccamenti dilaghi, raddrizzamenti e arginazioni di fiumi, orti botanici e sperimentali, monti di pegni e di frumenti, borse, banchi, porti franchi, istituti d’arti e mestieri, casse di soccorsi, di risparmio, di assicurazioni, di navigazione, case per proietti, vie ferrate, telegrafi elettrici e sottomarini, gassi, e quanto altro accennasse al ben della vita. Qui tenui le statistiche de’ delitti, raro l’omicidio, pochi i poveri, la fame quasi male ignoto, la carità religiosa e privata, comunale e governativa provvedeva, non carta moneta, tutto argento e oro, poche tasse, poche privazioni, con poco si godeva tutto. Facile il lavoro, lieve il prezzo, molte feste popolari, rispetto a’ gentiluomini, giustizia, tutela, sicurezza per tutti, ordine sempre.
Ma avendo il Gladstone detto questo governo esser la negazione dì Dio. le sette che lui avevano imbeccato, s’ingegnarono a portarne l’affermazione del loro Dio, ch’è stata la distruzione compiuta de’ nostri beni. Ma prima infamarono i governanti e il paese con calunnie incredibili, ribattute ogni di su tutti i giornali del mondo, e anche fecero scrivere storie menzognere, pingendo quasi cannibali i nostri re e i loro uffiziali; così per colpir quelli abbiettando la nazione che li avrebbe sopportati. Pertanto mi corre il debito di scrutare quali fossero i veri errori de’ governanti, e dirli quali furono, né scemati, né esagerati, con coscienza e moderazione. Dovrò cerio spiacere a molti viventi, o loro figliuoli, narrando loro falli, amici forse o anche a me affini; ma dirò spassionato, guardando al vero e alla posterità.
6. Governo di re Ferdinando.
In Ferdinando son da notare due tempi, ambo lodevoli per forza d’intelletto e volontà, indipendenza nazionale, cresciute ricchezze, scemate tasse, sicurezza, opere pubbliche e mirabile ordine, fra’ due tempi sta la rivoluzione del 48, e sparteli in due modi diversi di governo. Prima fiducioso dell’avvenire, spregiante o non credente a sette, fidante in sé, molto perdonò, troppo anzi colmò d’onori e ufficii i vecchi nemici del trono. Dopo il 48, circospetto, pugnante con la rivoluzione, ma sperante in Dio più che nella potestà, indignato delle cose e degli uomini, poco in essi fidò, poco credè nel merito altrui, si lasciò a poco a poco circondare da alquanti uomini mediocri o astuti. Prima ebbe reggie e ministri, poi casini e direttori; prima scelse e fe’ fare, dopo volle il più far esso; prima regnò, dopo amministrò; pria fu in mezzo al popolo, dopo lontano. Mescolamento di beni e mali prima e dopo, quelli da re, questi da ministro.
Da’ narrati fatti riluce il gran bene che fece Ferdinando al paese; qui dirò i fatti. Visti i danni venuti da ministri discordi e potenti, passato il 48 fe’ l’opposto; ché prese volentieri uomini mezzani a uffiziali. E il più li volle non ministri ma direttori, cioè capi d’amministrazione non di governo, d’esecuzione non di comando, facitori non pensatori. A sé volse la somma delle cose alte e basse; e spese la vita a un lavorìo immenso, cui uomo non bastava, e vi macerò i giorni suoi. Schiacciato da facendo e suppliche innumerevoli era, ché ogni cosa doveva iniziarsi da esso; e seguendo la macchina dello Stato tal verso, l’ingegno v’avea poco a fare, sendo. mestieri anzi di chi cieco ubbidisse, che di chi perspicace pensasse. Quindi molta forma, poco pensiero, spesso la forma alterava la legge, tra tante carte filtrava l’arbitrio; quindi falli di macchina senza responsabilità, pregio l’ubbidienza, non rampognato il mal fatto. Ciò adusava gli uffiziali a cercar piuttosto di trovarsi bene che di far bene: però salivan su i mediocri, perché docili ad andare a verso di chi poteva più. Correa come fior di sapienza il motto: Chi più fa meno fa. Sinché fu bonaccia s’andò avanti, al primo uragano si perigliò; e il senno del non fare la die’ vinta a’ congiuratori che faceano. Ferdinando avea nelle mani tutte le volontà; mancato esso appunto nel gran momento del bisogno, non si trovò chi abbrancasse il timone; e lo stato fra’ marosi fu nave senza pilota.
7 Traditori attorno al trono.
Eran giunti con ipocrisie a stare attorno al trono alquanti uomini mali. Alcuni eran vecchi massoni del 99, carbonari al 20, perdonati al 50, e rifatti semi-liberali nel 48, ovvero loro figliuoli e nepoti. Altri nel 48 entrati in posto, giocato a doppio, eran rimasti, e pur dopo promossi; altri rapaci, coprenti l’avidità con inchini e baciamani. Questa gente unita sopraffaceva i vecchi signori notissimi per fedeltà e onestà; e or per un verso or per un altro pesavano come potevano su la popolazione. Costoro inoltre gittavano a tempo qua e là motti liberaleschi; e delle male opere loro aggravavano il re. Tacciavan tiranno quel sovrano col cui braccio si facevano tiranni.
Alcuni di questi dopo il 15 maggio ostentando reazione, s’eran messi avanti, ed eran saliti a gradi alti nella milizia e nel governo, con croci, titoli, e ricchezze. Si confessavano ogni domenica, sentivan la messa ginocchioni, parlavan di santi e miracoli: e intanto di sbieco lanciavan sospetti su’ fedeli senza macchia. Così fecero siepe attorno Casa reale, svogliandosene i buoni; e quando non so come il re si condusse ad annosa dimora in Gaeta, diventarono più potenti, in ogni branca di governo, e più nell’esercito, seminarono male contentezze; e facevano alzare a tutti uffizii, come lor veniva fatto, loro cagnotti. Fu in tal guisa costituito un disordine ordinato, un controsenso alle leggi, un controsenso al realismo, e lattarono la rivoluzione in nome della reazione. V’era un malessere latente inesplicabile, una fiacchezza uffiziale tra gagliardie di parole, un’audacia speranzosa fra’ tristi, un malcontento sfiducioso fra gli amatori della patria e della monarchia. Veri oppressori e finti oppressi lavoravano concordi per contrario verso all’opera stessa.
Nel 1859 molti uffizii alti erano in traditori o fiacchi; parecchi di questi restati nell’ombra sfuggiranno alla storia; altri per ingratitudine e malvagità stupefecero il mondo; gli uni e gli altri al momento del pericolo disertarono la reggia, o si misero col nemico. Né fe’ maraviglia la loro tristizia, sendo per vizii a immoralità ben noti; maraviglia fu sentirli liberali.
8. Le Finanze.
Ora dirò a palle a parte il e bene il male de’ varii ministeri dello Stato. L’erario napolitano era forse in Europa il più prosperoso. Sotto i Borboni, cioè dal 1734 al 1805, e dal 1815 al 1860, questi popoli non ebbero accrescimenti di tributi; e ’l marchese Tanucci, che vi stette quasi quarant’anni ministro, meritò scritto sulla tomba che mai non impose balzelli. Tal metodo, che posa sul rispetto alla proprietà privata, fece la ricchezza del regno. Pagammo poco, e avemmo molto. Questo era appunto il rangolo della setta, che vuol tasse e debiti per ingoiare l’altrui; laonde strepitava contro lo scandalo d’un regno, ostinato nel vecchio errore del non felicitare i sudditi con tasse e debiti consolidati. Gli economisti d’oggi insegnano che dove son più debiti più il popolo è ricco; perlocché il governo napolitano, intento a levarli, dicevano retrogrado e sciocco. Ma se non aver debiti è povertà eravamo poveri felici.
Pagavamo sola tassa diretta la Fondiaria, pur messa in gran parte da’ Francesi nel decennio. Avevamo quattro tasse indirette; una sulle dogane, tabacchi, sali, polveri da sparo e carte da gioco; l’altre tre sul registro, la lotteria e le poste, né mai altre. Dalla restaurazione del 1815 in qua, non aumentate mai, spesso scemarono; eppure bastarono alle spese, con l’ordine e l’economia. Provammo co’ fatti il miglior governare esser quello che costa meno. Calcolate le imposte sulle popolazioni, ogni Napolitano pagava lire 14 di tasse all’anno, dove ogni Piemontese né pagava 28.
Al medio evo eran tasse invariabili, cioè fissate a somme d’introiti certi; talvolta fittate o vendute a’ privati; e così sendo l’entrate determinate, l’erario dello Stato non poteva crescere, benché la ricchezza privata crescesse, e restava sempre povero fra l’universale prosperità. L’ultimo sistema, con proventi variabili a seconda della condizione sociale, associa lo Stato a’ privati, sì che l’entrate d’entrambi salgono e scendono insieme all’avvenante. Così il governo, senza aggravare le tasse, crebbe l’entrate e le spese; perché sendosi in questo secolo duplicata la ricchezza privata, duplicò del pari il provento al fisco; e ben ripartito bastò al bisogno; sebbene l’esercito salisse a centomila, e la flotta diventasse la prima in Italia, e le bonificazioni e le vie ferrate si facessero dal tesoro. Il bilancio del doppio regno nell’ultimo anno di Francesco II, chiuso a’ giugno 1860, saliva per introito ed esito a trenta milioni e 135,442 ducati; dove la Sicilia entrava per soli quattro milioni e 157,525, cioè pel sesto.
I nostri debiti si contano con le rivoluzioni. Per esse dal 1799 al 1815 se n’eran fatti da pagare l’annuo interesse di ducati 1320.000, che né parevano assai; però ne’ seguenti cinque anni l’economia borbonica portò tanto avanzo nell’erario, che fummo in punto da scemare d’un sesto il contributo fondiario. Ma i Carbonari del 1820 rovesciarono questo primo bene; e i sopravvenuti Tedeschi, e ’l riordinamento dell’esercito ne constrinsero ad altri ottanta milioni di debiti; onde gl’interessi crebbero a ducati 5,190,850. E quando tal frutto carbonaresco avrebbe dovuto produrre accrescimento di tributi, pure il re deciso a non gravare la proprietà privata, sopperì con economie; e fatte poche lievi eccezioni non crebbe gabelle. Ferdinando II, nel 1850, fe’ come dissi ritenute su’ soldi, scemò la sua lista civile d’annui ducati 370 mila; fe’ del suo molte spese che prima gravavano il tesoro; e trovò modo da cassare le lievi tasse soppravvenute per eguagliare alle spese l’entrate. Lo stato di bilancio dal 1817 aveva sopravanzo di ducati 515,817,09. Allora scoppiò il 1848; e i figli de’ Carbonari, fidi a’ principii progressivi, cacciaron le mani dentro l’erario. E sebbene si schiacciasse la rivoluzione con arme proprie, pure né costò il debito di altri annui interessi per un milione e 58,079 ducati. Saria stato necessità sovrimporre qualche gabella, ma neppure una se n’alzò; anzi alcune, come quella sul sale, restarono sbassate. Giungemmo a tanta prosperosa fama in Europa, che il nostro debito si negoziò sempre il più alto di tutti, e giunse al 120 per cento.
Spesso i bugiardi ripetendo le bugie finiscono col credervi anch’essi; così i settarii predicando che il re rubava lo Stato p mandava tesori a Londra, vedendo i miracoli dell’amministrazione, non se né davan pace; e credettero il paese fosse una gran miniera, e che l’oro sbucasse di sotto a’ piedi; perlocché tanto più si struggevano d’aggraffarlo. Dipoi, perché l’oro non di sotterra, ma da economia sorgeva, entrati essi, la miniera sparve, In un anno il Piemonte ingoiò i benefizii di 126 annidi regnare paterno.
9. Confronti tra Napoli e Torino.
Giacomo Savarese fece confronti fra Napoli e Torino. Ambo ebbero il 1848; in Napoli tornò l’antico, a Torino seguitò la libertà. Ambo in 12 anni per cagione della rivoluzione han fatto debiti; ma Napoli crebbe l’interesse per lire 5,210,751, e Torino per lire 58,611,470; cioè questo Stato mezzo del nostro fe’ più debiti di noi per interessi di lire annue 55,400,739, cioè quasi dodici volte di più, che fanno per ragion di popolazione ventiquattro volte di più. Poi confrontate le tasse, trovò che Napoli di nuove non n’ebbe NESSUNA, e Torino per nuove e crescimento di vecchio ebbe 22 leggi aggravanti balzelli. Da ultimo confrontate le rendite de’ beni dello Stato, notò nessun palmo di terra demaniale venduto da Napoli; dove Torino con cinque leggi vendé beni nazionali a Torino, Chieri, Gassino, Casella, Chiavasse, Genova, Cuneo, e lo stabilimento metallurgico di S. Pier d’arena. In somma Napoli assoluto non mise tasse nuove, non vendé terre, e restò ricco; e Torino, co’ deputati della nazione, mise con 22 leggi nuove tasse, fe’ debiti per 24 volte più di noi, e con cinque leggi vendé beni nazionali. Nulladimeno da Tile a Battro udivi Napoli imprecato, e Torino sublimato! E Torino, più non avendo da mangiare, venne a mangiar Napoli.
10. Troppe economie.
Le tante economie, se coordinate con gli altri principii governativi, sarebbero state gran bene; ma sole, in disarmonia col resto, né furono talora danno. Esse così assorbirono gli occhi de’ governanti, che questi sol badando al risparmio non vedevan altro. In ogni cosa si voleva spendere poco. Poco per soldi a uffiziali, e n’erano spinti a disonestà; poco per molte opere pubbliche, e talora se né avean melense; poco per indennità di viaggi, e non s’andava a vedere le cose; poco per la polizia, e quasi più non v’era polizia; poco per tutto, e spesso mancava il decoro.
Soprattutto fu cieca l’economia su’ bassi impiegati. Molte cariche importanti con lievi soldi, e mezzi soldi, o senza; soprannumerarii, alunni senza niente, e per molti anni talora ciascuno si provvedeva da sé; e il più per campare si vendé alla setta. Le guardie di polizia con tre ducati al mese dovevano stendere le mani, o far soprusi, o vendere i segreti della potestà. Altri si stringeva ad allungare le faccende per buscar mance da sollecitatori. Per parsimonia non si visitavano i comuni, e spesso restavano non curati alla rapacità di certi loro municipali amministratori. La Finanza per risparmiare battagliava con tutti i ministeri. Il ministro Durso soleva vantarsi di non aver preso moglie per non dire SI. Si trionfava ad ogni NO. Si ritenevan decimi di soldi, doppii decimi, anche sulle spese di viaggi. Quasi il governo non fosse uno, ogni ministero attendeva a stringere tutti; ogni primario amministratore studiava la lesina per presentare risparmii alla fine dell’anno. Ma i soldi di quelle grandi non iscemavano. Oh! facemmo economie insigni; ma esse appunto spronarono l’avidità settaria; e la rivoluzione insaziabile inghiottì in pochi giorni il frutto di tante nostre privazioni.
Tanti stringimenti si facevano per non imporre altre tasse, ma essi partorivano una maniera di tasse illegali; perciocché gli uffiziali bisognosi e pagati male, si vantaggiavano sulla povera gente; la quale giudicando grosso, a ogni molto dicevali tutti ladri. Quindi mance per ogni cosa, a uscieri, a servitori, regalie indecorose il Natale e la Pasqua, gli onomastici e i morti; e s’era fatto andazzo,nel quale pur qualche onesto cadeva. Peggio che gli avvocati amministrativi. ovvero i sollecitatori, queste minuzie rapportavano a’ loro lontani clienti esageratissime. Ma credo tai cose non s’estirperanno mai pienamente da qualsisia governo. Un fatto proprio nostro era quello delle percettorie e ricevitorie de’ tributi. I percettori e ricevitori eran pagati assai bene, e quando ei stavan sul luogo eran caritatevoli, davan dilazioni e larghezze perché non avean bisogni. Ma tai cariche cominciaronsi a dar per grazie ad alti personaggi, o a’ loro figliuoli anche di culla; cui poi si permetteva venderle o fittarle; onde v’andavan persone sostituite per un niente. Questi miseri e avidi non potevano dar requie a nessuno; e con soprusi e spese ruinavano i contribuenti poveri. Ciò era un lamentìo comune, e un maledire. E quelle grazie andavano perlopiù a’ Nunzianti, a’ Pianelli, a’ Lanza, a’ Clary e a molti di quei generali, che poi visti mille mascalzoni han lor dato il regno.
11. L’accentramento.
L’altro vizio era l’accentramento amministrativo. Tratta la potestà al re, i ministri suoi l’imitavano ove potevano; sicché ogni dì più si tirava al centro, con vero danno pubblico. Il governare vuol essere accentrato, ché un sol pensiero dee volgere tutte volontà ad un fine; ma l’amministrare, che non volontà ma cose riguarda, non si può accentrare. Confuso l’amministrare col governare, se n’eran pur confuse le branche e i concetti; né più se né sapeva o voleva vedere la differenza. Si governano gli uomini, e si amministrano le cose; però si può da lontano governare, non si può da lontano amministrare. Eppure tutti da Napoli volevano amministrare province, ospizii, soldatesche, collegi, fortezze, diocesi e ogni cosa. Mentre i direttori nelle cose di governo mancavano d’indrizzo uno, tutti poi le cose amministrative tiravano a sé, pel piacere di comandare. Non isceglievano uffiziali buoni, e volevanli macchine, passatori di carte; il che li avvezzò a non pensare, né a provvedere altrimenti che schizzando inchiostro.
L’accentramento in ogni ministero infierì cieco, e fu esso non ultima cagione de rovesci guerreschi. Ninno osava movere un soldato o una daga senza ordine superiore, onde venivan ritardamenti ed errori; perché se da lontano non puoi guidare una casa, meno guiderai la guerra, dove sortono casi subiti e impensati. I nostri duci avvezzi ad esser passivi, non sapevan fare essi; intenti a sfuggire responsabilità, vedean senza rimorso cader il mondo; né si risicavano a iniziare un movimento, né a dare né a modificare ordini. Ciò dicevano disciplina: ciò frenò sempre l’ardore del soldato, e ’l fe’ vinto senza guerra. I fedeli rattenuti a difendersi, i ribelli sbrigliati dalla rivoluzione, bravi a sicure offese.
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