Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (X)
16. Altri assalimenti.
La dimane seguì un fatto atroce. Un sergente Manfredi, ito a recar l’ordine della ritratta a’ fanti lasciati nel Commessariato di polizia in piazza S. Domenico, fu presso il bastione degli Stimmati aggredito da uno stuolo d’ambo i sessi, e senza misericordia ucciso e dicollato. Il capo portaronlo per le vie in trionfo. Così i regi che s’eran ritratti per non far guerra sterminatrice pativano lo sterminio. Intanto dal contado accorrevano a torme delinquenti e smasnadieri che s’armavano di moschetti a percussione e polveri inglesi violenti, e s’ordinavano in bande.
Asserragliaron le strade, preser le poste su campanili e cupole e case, e aprendo feritoie nelle mura, sollevando le tegole, sbirciando per le finestre, senza mostrar le persone lanciavano a salvamano frotte di palle su’ soldati, ove né scorgevano. Primi investiti i Commessariati di polizia, il quartiere Noviziato,le Finanze e i Tribunali; ma per la buon i difesa e pe’ cannoni di Castellammare e di Palazzo si ritrassero. Osarono a sera aggredire Castellammare; ma quel colonnello Samuele Gross sì colla mitraglia li salutò,che mai più non s’avventurarono a tornare. Sull’ore 21 aveano assalita la caserma de’ gendarmi da certe finestre superiori, sicché i soldati si rifugiaron nel forte; ma il Gross loro impose di ripigliare il luogo; e fecerlo, sebben per via da archibugiate, e da masserizie dall’alto percossi. Mandò altresì una compagnia del 2 di linea alle Finanze, ov’era difetto di munizioni da bocca e da fuoco. L’una e l’altra cosa sorrette da’ cannoni del forte si compierono bravamente; i gendarmi ripresero la caserma, e i fanti con le munizioni si congiunsero nelle Finanze a’ compagni, che sendo in mal punto li accolser con festa, come liberatori.
Risposero fra’ primi alla chiamata rivoluzionaria due delinquenti, già per misfatti condannati, Salvatore Miceli e Giuseppe Scordato. Il primo, radunati molti ribaldi a Monreale sua patria, osò affrontare lo squadrone di cavalli sulla via che mena a Palermo, ma alla prima sbaragliato da quel maggiore Zimmerman, lasciò alquanti morti, e di fretta die’ addietro. Invece assalse il fievole presidio dimenticato a Monreale col capitano Pronio; e dopo micidiale zuffa sopraffattolo col numero, fe’ prigioni i superstiti. spenti i più. Parimente lo Scordato con altra banda alla Bagheria superò l’altro colà obbliato capitano Corion. Eppure questi due banditi ebbero la magnanimità di menar vivi i prigionieri a Palermo, dove entrarono come in trionfo e presero quasi il capitanato.
17. Raggiero Settimo.
Il Comitato la mattina del 14, unito il municipio, fe creare altri quattro comitati: uno di senatori e decurioni con presidente il pretore, per l’annona; uno per la guerra e pubblica sicurezza, presidente il principe di Pantelleria, vecchio ribelle del 1812 e 1820; altro per adunar danari, presidente il marchese Rudini; e il quarto per divulgar le notizie degli avvenimenti, cui misero a capo (così volente l’Inglese) il retro ammiraglio Ruggiero Settimo. In questo fu il nerbo della rivoluzione; ché l’inventar novelle e ’l mandarle pel mondo riuscì forza maggiore de’ cannoni. Si trovò in questi quattro fuso il comitato della Fieravecchia, pur rimasto a posto pe’ provvedimenti urgenti della giornata. Di tutti anima il Settimo. Onesti nel 1812 ubbidiente al Bentink fu ministro di marina, nel 20 ribellò di nuovo, poi si pentì, e venne graziato da Ferdinando. Nell’anno 1816 sendo ito a Palermo il re, ei gli si gittò a’ piedi, e perché misero e bisognoso ebbe largita grossa pensione, di che mostrandosi riconoscentissimo stette quei di sempre nel regio cortile, pronto a servire ogni regio servitore. Ora, vecchio e anche di mente fiacco, la setta rimetteva su questo ingrato, per aver un nome da martire cui dar rimbombo. Fecerlo indi a poco presidente del comitato generale, che strinse in mano tutta la potestà, ma gli stelle di costa un Mariano Stabile, che veramente moveva il tutto.
18. Le bombe.
Le soldatesche ridotte con mal consiglio a sola difesa, erano in fatiche e perigli, sia per respingere assalti, sia per uscir fuori ogni dì a comunicare co’ posti spartiti; dove per via bersagliate da invisibili nemici postati ad aspettarle, pativan morti e ferite invendicate; ma questi sanguinosi tragitti erano necessità per recare il nane a’ compagni. Così fecesi una gita al Noviziato, quartiere del 1. di linea, ove eran solo cent’uomini in continua pugna, impacciati fra le famiglie del reggimento. V’andò la settima compagnia di quel corpo, e né trasse a Palazzo le donne e i fanciulli, tra le consuete schioppettate; ma i soldati già a tai saluti assuefatti, solo acceleravano il passo, per dar meno bersaglio di se.
Ad arrenare cotante aggressioni il luogotenente ingiunse al governatore di Castellammare che al segnale d’una bandiera legata sulla reggia lanciasse qualche bomba per le contrade combattute, per contenere gli assalitori; perlocché al mattino del 15, come la tromba delle Finanze squillò per soccorso, e s’alzò il segnale, il Gross scagliò da quella parte certe bombe da otto che atterrirono i ribelli; e ancorché fosse prescritto si traessero ogni cinque minuti, pure tardavan di mezz’ora. Il rimedio faceva frutto; perché quei del contado usi a colpire riparali, non trovando il coperto dalle bombe, pigliavan la via di casa, né per quanto s’avesser promesse volean restare. Allora i capi, corsero per protezione agl’Inglesi contro quelle bombe malvage.
19. Protesta de’ consoli.
Il comandante del Bulldog ancorato nel porto rappresentò al Mayo ed al Gross come il bombardare fosse barbarie. Poi fatto unire il corpo consolare, protestò in nome d’Europa, affinché in tutti i casi si risparmiasse quell’orrore, ch’avrebbe meritato l’esecrazione del mondo civile. Il Mayo accedette a sospendere per ventiquattr’ore, poi per ordine da Napoli sostò affatto. Non però sostarono le offese de’ ribelli: i quali sentendosi patrocinati dall’Europa rialzaron le creste. Né protezione solo, avevano aiuto. Da Malta impunemente con bandiera brittanna venivan arme, vendute a sì basso prezzo, che si vedeva con la vendita mascherato il dono, tal altra il dona era netto; e l’ammiraglio Parker forniva lettere cambiali su Londra al Comitato, di che facevan pompa i giornali siculi; e nunziavan anco che qualche uffiziale inglese offerisse tutte le munizioni del suo vascello. Assicurati dalle bombe, si riposer dietro le finestre da bravi, rigettarono l’armestizio proposto vergognosamente dal Mayo, e senza rischio tutto il dì si spassavano a imberciare dall’alto i soldati. Vidersi uffiziali inglesi vestiti da paesani a dirigere i ribelli, e indicare i modi e i luoghi da offesa e da difesa. Nulladimeno per le non lanciate bombe la setta tassò Ferdinando di re bombardatore il ferir di dietro i muri guadagnò nome d’eroica a Palermo, e lo star per ubbidienza di bersaglio a nemici ascosi fruttò nome di codardi a’ soldati regnicoli. La rivoluzione capovolge il senso delle parole. Ma Dio preparava i giorni rovesciatori delle menzogne; e permetteva che tutte città e provincie andassero in balia di quei baldanzosi, perché con più onore si ripigliasser poi a forza da quello stesso esercito, sì abbiettamente calunniato e vilipeso.
20. Giunge con milizie il De Sauget.
Non prima della sera del 13 col Vesuvio, nave a vapore, era giunta in Napoli la nuova della rivoluzione scoppiata. Ecco nella città subuglio di pensieri e speranze, e gran vociare alla svelata, in barba alla polizia. Ne’ consigli di stato, ov’eran pur dappochi e malfidi, prevalsero partiti mezzani, cioè gagliardi in vista, fievoli in fatto, mandar forti soldatesche e dubbio duce. Era allora maresciallo di campo Roberto De Sauget, stato nel 1820 capo dello stato maggiore di Florestano Pepe che prese Palermo; uomo protetto dal general Filangieri. Una segreta propaganda avea sempre designato costui fra’ migliori; non fe’ mai nulla di grande, ma si dicea che farebbe; però Ferdinando s’indusse a mandare questo Achille. Al mattino del 14, allestiti nove legni da guerra comandati dal conte d’Aquila fratello del re, su vi montarono alacremente otto battaglioni di fanti, e due batterie da campo; testimone tutta la città; molti accorsi per curiosità, altri a disegno, speranti cogliere il destro da dar grida faziose a scoramento del governo e de’ soldati; ma vistisi pochissimi, non osarono levar una voce. L’armata salpò la notte.
Al de Sauget eran date queste istruzioni: Disbarcare ove credesse conveniente; prendere il comando supremo del Parme in tutta l’isola, con potestà senza limite; fortificare e guarnir d’armati il forte di Termini, cui potrebbe prendere a base d’operazioni; spegner presto e con energia la ribellione in Palermo, poi campeggiar sul l’altro parti di Sicilia che (’imitassero; procedere contro i tristi, incoraggiare i buoni, rispettare la proprietà, essere sendo all’ordine, fiaccar l’anarchia. Nulla ei fece.
21. Sbarco a’ Quattroventi.
Non era fermato luogo da sbarcare, perché ciò la condizione delle cose dovea determinare; ma designato gli era Termini come base d’operazioni, perché di là terrebbe da manca alla città le relazioni esterne e l’acqua e le vettovaglie. Ov’egli dunque avesse preso terra sulla spiaggia di Solatilo, avria messo Palermo in mezzo Ira esso e l’altro soldatesche stanziate a’ Quattroventi e a palazzo; e, chiuso dalle navi il mare, senza sforzo l’avria fatta cadere. Egli per contrario, arrivato la sera del 15, scendeva al molo, posava a’ Quattroventi. All’aurora rassegnò sue genti; crebbe le munizioni da bocca, traendole dalle fregate, afforzò gli avamposti, e dispose, come era già stato ordinato, d’aprire il transito interrotto col reale palazzo. V’andò il brigadiere Nicoletti con quattro battaglioni di cacciatori e quattro cannoni; il quale prese sulla via un luogo detto Villa Filippina, vi lasciò un battaglione, e un altro al piano S. Oliva propinquo; e andò a palazzo a dare al Alavo le lettere del maresciallo, nunziatrici del suo arrivo, e chiederli ordini. Perché il De Sauget non prese la suprema potestà come gli era prescritto? perché si metteva sotto il comando del Mayo? Questi pertanto ignaro ritenne il capitanato, e chiese due battaglioni d’ausilio. Ben vi potevan rimanere i due recati dal Nicoletti; ma costui stimò tornarsene con essi la stessa sera a’ Quattroventi latore di tal richiesta. Per via sostenne colpi alle porte Maqueda, Carini e d’Ossuna, e ripigliò il battaglione lasciato a S. Oliva. Fu mandato alla reggia il brigadiere Del Giudice (uffiziale del 1820) co’ battaglioni 5. e 6. cacciatori, la notte del 17; ed ci passando per Villa Filippina, scortovi notato dal nemico il battaglione messo là dal Nicoletti, come se il soldato non fosse fatto per combattere, il mandò indietro a’ Quattroventi, abbandonando il conquistato luogo, e lasciando di nuovo le comunicazioni interrotte. Alla reggia inoltre vennero anche altri due battaglioni il L e il 7. cacciatori. Così si camminò molto, e non si fe’ niente.
22. Fraudolenta inazione, e insidiosi rapporti.
Il De Sauget avea, compresa la guarnigione, diciotto battaglioni di fanti, il terzo reggimento dragoni a cavallo, molti gendarmi, trentadue cannoni mobili, oltre quelli di Palazzo, del Moloc Castellammare, e una flotta con ogni maniera di munizioni. Avria potuto conquistare tutta Sicilia costituita, non che poche bande a massa nelle strade palermitane. Infatti al suo primo apparire i sollevati allibirono; chi s’ascondeva, chi avea masserizie le fuggia, chi alle campagne, chi a navi inglesi cercava rifugio: tutti imprecavano a’ confratelli congiurati di Napoli, che mancato alle promesse, rimasti cheti, avean lasciato quel nerbo di milizia venir sopra l’isola. Ricordavano i seimila venuti nel 1820 aver vinto in pochi dì, e allora le fortezze eran con la rivoluzione, ora senza fortezze, già si tenevano spacciati. Sparì il comitato della Fieravecchia, restarono appena dugento armati; i più che s’eran mostri pigliarono il mare; la città muta, deserta aspettava la legge, e l’entrata dei Regi.
Ma il De Sauget era venuto, non a vincere, a farsi vincere. Stettesi inoperoso a’ Quattroventi, quasi mandatovi ad alloggio, per affamare i soldati, stancarli con marce vane, affralirli per fatiche senza pro, scoraggiarli per ferite invendicate; non tenne le comunicazioni con gli altri posti, non vietò quella di Palermo col resto dell’isola, non ruppe gli acquedotti, non prese i mulini, tutto lasciò intatto al nemico, tutto fe’ togliere a’ suoi. Restò là in vile ozio inchiodato. I Siciliani tosto si rincuorarono; e perché sicuri di lui, e perché il coraggio va e viene all’inversa di quel che mostra l’avversario.
E, senza aver pugnato, egli il 16 rapportava al re: terribile esser quella guerra, ogni siepe, ogni muro vomitar la morte; i ribelli sublimati, protetti da forti nazioni, forniti d’ogni arma, e d’ogni cosa, aver mortifere spingarde, appalesar pertinace nimistà non mostrata nel 1820; i soldati combatter valentemente, ma soli, privi in paese ostile d’ogni novella del mondo, non aver legna da scaldarsi; non paglia da giaciglio, non vitto buono, non acqua, non sigari, non tabacco, solo un po’ di vino nel borgo e col sangue condito, però scoraggiati alquanto; non bastare il bombardamento, riuscir d’orrore alle nazioni, più inacerbir gli animi, tutta Sicilia star sulle mosse; egli stai male fuori, peggio il Mayo dentro; non poter comunicare, mancar le munizioni, le cose ogni dì cader più, vano ogni sforzo, assolutamente non potersi vincere. A’ dì seguenti riconfermò con più neri colori i rapporti stessi, esagerando le forze avverse: spingarde, cannoni, mine, barricate, aiuti inglesi; e invocava clemenza e concessioni, come unico modo di salvezza; con queste il re muterebbe la trista condizione delle cose. Non aveva ubbidito all’ordine d’operare con vigoria, e scriveva come fosse stato sconfitto.
Frattanto i capi ribelli ridiscesi da’ legni britanni cantavan vittoria, ripigliavan le già nascoste arme, ripopolavan le strade, e rinvestirono il palazzo, i quartieri, e sin gli avamposti. Saccheggiarono il quartiere di Santa Zita, donde si ritrassero le truppe; arsero il magazzino di vettovaglie a Porta di Castro, ruppero gli acquedotti a’ Regi, e molte vettovaglie venute da Napoli e mandate a Palazzo senza forte scorta si pigliavano. I nostri traditori favorivanli con ravvisarli e farli vincere. Il De Sauget per mostrar di fare qualcosa, mandò a’ 18 una brigata col Nicoletti a fare una passeggiata senza più; dove la gente periva senza scopo, e vi fu ferito il maggiore Viglia; ritornarono pugnando a retroguardia sino a notte. Il 19 si ribellò Termini; e come era minacciato quel castello, ei non potè più trattenere gli ordini ricevuti, e bisognò vi mandasse la corvetta Miseno con due compagnie di fanti, una per restare, altra per proteggere lo sbarco, che di fatto fecesi combattendo. Tuttodì scaramucce moleste. A Palazzo non avean pane, né ve n’era a’ Quattro venti; invece di pigliarlo dal paese aperto al valore, traevanlo dalla flotta. Ogni dì si aveva a recar lettere e munizioni a’ posti in città, e battagliare con nemici non visti, bravi a colpire. E se fuori con periglio, dentro con disagio: poco sonno, poco vitto. miseri giacigli, stagione piovosa, col crudo freddo, stretti l’un sull’altro. con leciti, infermi, donne e fanciulli, patendo vergogna per comandata inazione. Il soldato fremeva, pensava male, e sospettava peggio. Il Mayo. avvilito, scrisse il pretore di Palermo trattasse una convenzione; ebbe risposto si volgesse al comitato.
23. Concessioni rigettate.
Il conte d’Aquila tornato a Napoli la sera del 47, recava i primi due rapporti del de Sauget; cosicché il Consiglio dove già s’eran ficcati settarii, invece di mutare il generale, calò a concessioni. Vincitore concedere è grandezza, concedere per non pugnare è viltà, è sconfitta volontaria. Al mattino del 18 stamparono quattro decreti: accrescimento d’attribuzioni alla consulta e a’ consigli provinciali, libera elezione di decurioni, a questi facoltà deliberative, a’ sindaci le esecutive, durata temporanea alle cariche di cancellieri comunali, abrogato il decreto del 31 ottobre 1837, sciolta la promiscuità d’impieghi fra Napoli e Sicilia, a questa lasciato il suo civil governo, larghezza di stampa, consultori di dritto, luogotenenza del conte d’Aquila, e amnistia piena.
Ferdinando avea acceduto per non far sangue, ma era persuaso quelle concessioni non partorirebbero bene al paese: vedevale sospirate da’ malcontenti, si pensava aver dato assai. Veramente come furon divulgate a Palermo i popolani e i moderati cittadini gridaron Pace! Pace! Ma chi voleva iniziata colà la rivoluzione sociale europea né rideva: il comitato gl0riosamente diè il famoso motto, ripetuto poi sempre; È troppo tardi! In contrario formulava proposte, cui non sapeva non poter allora essere accolte; e dichiarava: La Sicilia aver preso l’arme per rivendicare la costituzione dei 1812. E rimandò indietro il capitano Trigona, senza neppur concedere una tregua. Il De Sauget mandò i decreti al Settimo, ne ebbe risposta, onde scrisse al re le più codarde lettere che mai comandante d’esercito scrivesse. Inoltre dimandò un colloquio su nave inglese con certi del comitato, e v’andò, e né tornò dicendo non aver potuto ottener niente. Combattendo avrebbe imposta la legge, per ubbidienza alla setta si fingeva vinto. Dopo ciò i ribelli trasuperbi crebbero l’audacia e l’offese, ché l’uomo in prosperità più t’ingegni a contentarlo, e più rilutta.
24. Diffalta dell’Orsini e del Longo.
Dissi gli uffiziali Orsini e Longo imputati di fellonia restare assoluti. Stavan guardati fuor di Palermo in un luogo detto La quinta casa, e sin dal 10 gennaio era ito l’ordine del liberarli, rimasto ineseguito per la sopravvenuta rivoluzione. Il ministero ora chiamavali a Napoli, e ne fidava l’esecuzione al De Sauget, zio del Longo. Ei li convitò a mensa, e liberi (disse sulla parola) li mandò per montare sul battello, pronto a salpare. Che fanno? scansan la nave regia, ascendono ad una inglese, e là mutate vesti entrano per porta felice in città, accolti con baci e abbracciamenti. Vantati innocenti, assoluti per innocenti, piagnucolati per ingiustizia, ora che potean darne le prove, disertano alla rivoluzione, educati a regie spese nel collegio militare, corrono a sperimentare la imparata scienza contro il re e i proprii commilitoni, a puntar cannoni contro le patrie bandiere. Svelano quel che han visto e pensato delle male condizioni dell’esercito, incuorano i faziosi, son fatti colonnelli, e i giornali additanti come eroi, come modelli d’ogni anima liberale. Il De Sauget disse di aver errato per bontà di cuore.
25. Il generale domanda soldati.
Co’ decreti eran venuti ordini al generale ch’ove non s’accogliesser le concessioni, bloccasse la città sì da averla per fame, e caso neppur ciò si potesse, cavasse l’artiglierie dalla reggia e dal molo, mandasse i danari del banco a Messina, imbarcasse per Napoli i cannoni, le donne, i fanciulli e i feriti, e con l’esercito si ritraesse a Messina, e rafforzasse per via Termini, Trapani e Melazzo. Egli a niente ubbidì. Spedì un’altra compagnia a Termini, dove i soldati tenner fermo, sinché bastò il pane; e standosi a’ Quattroventi a marcire, mandava tratto tratto qualche battaglione per comunicar con la reggia: non bloccò Palermo, non tolse il danaro dal banco; e scrisse non esservi più che trentamila ducati del Tesoro il resto esser di privati, difficile il prenderlo, riuscendo s’avrebbe taccia d’assassini. E per guadagnar tempo chiese altri soldati, ché andrebbe avanti. Il ministro Garzia con lettere del 24 e 26 gennaio gravemente il garrì delle sue inubbidìenze; gli inculcava riparare al suo e all’onore de’ soldati, vano il mandargliene altri dopo il mal uso fatto de’ molti ch’aveva, nel banco non trentamila, trecentomila ducati starvi di credito napolitano, e altrettanti e più de’ banchi di Napoli per sue polizze cambiate in terraferma, i privati averne tratti i danari loro, il tutto appartenere allo stato, subito manderebbe uffiziali a verificarlo; incontanente ubbidisse, non lasciasse ai ribelli la moneta. Ma appunto alla rivoluzione ei la volle lasciare. Al ministro non rispose mai, né mai gli ubbidì; al re solo scriveva inabissando le condizioni dell’esercito, esaltando i contrarii, consigliando maggiori concessioni di stampa, Guardia Civica, e altro, che benché noi nominasse s’intendeva Costituzione. Da ultimo pregavalo impetrasse l’intervento straniero; e fate presto, conchiudeva, o non saremo più a tempo.
26 Conflitti.
Intanto si versava sangue umano. I disertori Longo e Orsini, avuto cannoni inglesi, ne postaron due sul bastione Montalto, contro la batteria regia a porta di Castro, due men grandi avanti i cancelli delle Finanze, e altrettanti a sfondar le porte del Noviziato. Deviaron l’acqua al palazzo, arser la paglia al fornitore de’ foraggi, e vietarono ogni passaggio di frumento. I Regi che dovevano assediare e affamare la città, restarono per volontà del duce assediati e affamati essi. Come i luoghi circostanti al palazzo dominati da edifizii alti pativano offese, il Vial vide la necessità di farsene padrone; mandò il maggiore Ascenso Spadafora ad assalire il convento de’ Benedettini, e l’ebbe a forza, dopo duro contrasto ed uccisione. Metteva una guardia sull’ospedale civico incontro al palazzo; e udito i nemici entrati nella badia di S. Elisabetta, espulse le suore, e stormeggiarvi con l’arme, incontanente v’accorse; i faziosi fuggirono per un foro aperto dietro l’edifizio, ed ei v’acconciò i suoi. Fu occupato anche il palazzo arcivescovile. In quell’ospedale civico eran malati i siciliani, eppure il comitato si negò a mandar loro il vitto; perchè voleva, e il manifestò, i malati ribellassero, e scacciassero i soldati, però questi, patendo carestia, spartirono il loro pane con gl’infermi; e per recarvelo ogni dì eran percossi da palle siciliane.
Sul mezzodì del 20 una masnada scesa da Monreale e Bagaria inondava improvvisamente con empito di moltitudine le caserme a’ Borgognoni e Vittoria; i cui soldati assottigliati pe’ molti sbocchi di strade ch’avevano a guardare non poterono impedirlo; nondimeno il capitano Russo de dragoni tenne fermo innanzi alla casa Cesarò sino alle ore ventuno: quando giunto il brigadiere Pronto con fanti, cavalli e un cannone, fugò gli assalitori. Costoro ch’avean piegalo su’ fianchi si ricongiunsero alle spalle de’ soldati, e feronli rinculare sino all’albergo dei poveri; ma qui serrati in massa caricarono gagliardamente e più volle quella ribaldaglia, e molti uccisene, il resto da ogni banda discacciarono. Questa prova persuase i ribelli a non più ito campo aperto risicarsi; e ripigliarono il vezzo consueto dello sparare di dietro a usci e tetti.
27. Si perde il Noviziato e l’ospedale civico.
Divisarono pigliare il Noviziato, perché di qua al grosso edilizio del comando generale, e quindi alla caserma di S. Giacomo, avrebbe dominato certi bastioni della reggia. Cento uomini difendevanlo, e,sebben con molto bagagliame e famiglie, avean tenuto fermo. I ribelli venuti in forza poser fuoco alla porta carrese e alla sagrestia, e mentre l’incendio strideva e minava la casa del parroco, si cacciaron dentro; ma accorsi i soldati, con granate a mano li respinsero. La dimane tornarono, e anche con la peggio. Se non che i regi considerata la difficoltà de’ soccorsi, e ’l quartiere da cinque bande aperto incapace di difesa, avendo già molti giorni di zuffe sostenuti, la sera del 23 si ritirarono in ordine, benché con dirotta pioggia; e col bagaglio e le donne ricovrarono a S. Giacomo. I nemici entrarono al mattino senza guerra, e saccheggiarono sì ingordi, che rapita ogni cosa, strappare anco le catene di ferro alle muraglie, onde crollarono. E ’l comitato stampava il popolo aver preso il Noviziato d’assalto.
I Borboniani allora postarono cannoni da montagna sul Papireto, fecero saettiere e parapetti a’ balconi del Comando generale, e levarmi barriere su’ luoghi minacciati, ma gli avversarii dalle finestre alte del Noviziato e da altre case con boccacci e artiglierie minute battevano i bastioni; e dal campanile dell’arcivascovado imberciavano i soldati sin dentro il quartiere S. Giacomo. Sul cader del 23 s’apron l’adito nell’ospedale civico. Investono una porta, sfondanla, ardono un andito di legno, ma incalzati con la bajonetta in canna indietreggiano. Intanto la fiamma alta piglia l’edifizio, e vedi spaventevoli scene. Storpi, malati, moribondi nudi perle letta gridar misericordia, rotolarsi a piè de’ soldati, e invocar salvezza dalla terribile morte; e quelli a combattere, a strascinar quei miseri in salvo, a difendere i passi, ad accorrere a’ più minacciati siti. In fra ’l fragore seguiva altro assalimento silenzioso, per un foro aperto nel muro dell’infermeria de’ Cappuccini. Tra due offese, tra ’l fumo, le tenebre e lo schioppettio, non potettero durare; e si ritrassero percossi da ascosi feritori che decimavanli sino al Palazzo; donde il cannone affrettando gli avversarii tuonò sino a notte, e celò la strage di quel giorno. Perduto l’ospedale, era vano tenere la badia di S. Elisabetta, e quel di stesso fu abbandonata; sicché tutte quelle milizie si strinsero nel Palazzo, ove mancava l’acqua e ’l frumento.
28. Si difendono le Finanze.
Allora lo sforzo della rivoluzione si volse alle Finanze ov’era il danaro, quasi tutto come ho detto del tesoro napolitano, per crediti, e per rivaluto di polizze palermitane riscosse in Napoli. Il De Sauget, non ostante gli ordini reiterati di porlo in salvo, e sebbene il maggiore Milon che là comandava né chiedesse allo l’esecuzione, mai non volle, pertinacissimo a mandar tutto a male. Impertanto i faziosi attratti dalla moneta, colà notte e di combattevan grossi; ma il Milon come cresceva il pericolo dava nelle trombe, e l’artiglieria di Castellammare spazzava gli aggressori; i quali non potendo altro poser fuoco alla caserma de’ gendarmi propinqua, e cosi questi costrinsero a entrar nelle Finanze. Quindi più stremo d’alimenti, più dubbio e risicoso il soccorso. La sera del 25, dopo reiterale inchieste del Gross, vi fu mandato il maggiore Ritucci, con quattro compagnie del 2. cacciatori; che trovò duro intoppo a porta Carbone, dove esso ferito ebbe a cedere il comando all’aiutante maggiore Asturi; il quale superato il passo, fra la grandine de’ colpi entrò nelle Finanze. Sprecato così sangue indarno, il De Sauget richiamavalo a’ Quattroventi, e si versò altro sangue per tornare. Nondimeno il Milon, restato con le forze di prima, stettevi bravamente; e anche dopo il 26, quando tutti i regi avean lasciata la città, e ’l comitato gl’intimava la resa, sebbene isolato e senza speranza, rispondeva: aver debito di combattere, non facoltà di patteggiare.
29 Ritratta dal Palazzo.
Da Napoli intanto sin dal 24 veniva notificato al De Sauget (e si replicava il 26) che non avendo ei fatto suo debito per ridurre a ubbidienza la città, l’evacuasse. Di ciò ebbe avviso, né soda chi, il comitato, il quale die’ una proclamazione a’ Siciliani: «Palermo aver cominciato, altre città seguito l’esempio e mandato soccorsi, tutti giurar di morire per la libertà. Le condizioni europee, il levarsi di tutti gl’Italiani, la nazionale concordia esser l’occasione sospirata tant’anni per uscire di schiavitù. Tutte città ribellassero, prendessero i più reputati cittadini il maneggio della cosa pubblica, provvedessero alla sicurezza, alla moderazione dopo la vittoria, facessero provvisorii comitati, e corrispondessero col comitato generale a Palermo, per render una e grande la siciliana sollevazione.» E mentre della comandata ritratta erano scienti i nemici, i Regi in Palazzo Pignoravano. Il Mayo chiama a consiglio generali e colonnelli: considerano esser cinti da ogni banda, mancar vettovaglie per uomini e cavalli, stanchi i soldati per veglie e disagi, fra intemperie, zuffe e digiuni, perduto il Noviziato, l’ospedale, S. Elisabetta, difficile lo arrivo de’ viveri, indarno chiestine a’ Quattroventi, solo aver contrastato allo sforzo di popolosa città e di tutta Sicilia; scemare i soldati, crescere i nemici; nimistà crudele d’Inghilterra; arme porte a’ ribelli, tanto patrocinio forza morale; tutte cose contrarie sì da far vana qualsiasi difesa. Unanimi statuiscono abbandonare il palazzo.
Ver la mezza notte il luogotenente aduna le soldatesche nel cortile, le divide con poca buona tattica, e rimane alquante famiglie di militari col palermitano maggiore Ascenso, che trattasse la resa del luogo. A passo di marcia, i generali avanti, vanno per Colonnarotta, Zisa, Olivuzza, e Croce Vicaria; e perché questa via lunga e tortuosa, avendola retta e breve? portan bagagli, cannoni, malati, donne e fanciulli. Debito saria stato del De Sauget uscir con battaglioni a provocar altrove l’attenzione del nemico; ma questi sciente della partenza, mentre egli poltriva ignaro, si mette grosso al varco, cioè postato sulle case, lungo le vie Olivuzza e Zisa. Passa incolume (e fu poi molto notato) l’avanguardia comandata dal brigadiere Del Giudice, uomo del 1820 dimesso e grazialo; ma ecco grandinare schioppettate infinite sulle colonne vegnenti in massa, in cui non si fallava colpo. I Siciliani belli e freschi, seduti, riparati, senza pietà, caricano e scaricano l’armi, sicuri uccidendo; il buio, i carriaggi, le strida de’ bambini e delle donne, le strade sprofondate, fangose, rotte, la impossibile difesa da’ codardi colpi, le morti, le ferite numerose e invendicate, fan terribile il passo. Quand’ccco il cader percossi due muli attaccati a un cannone sbarrando la via, cresce il periglio e lo scompiglio. I sopravvegnenti hanno a sostare, e spinti da tergo fan ressa, e diventan più folto e fermo bersaglio agl’implacabili percussori. Muoion soldati, donne, bambini in collo alle madri, zitelle trapassate il petto cadon rimorso su’ carri; chi pe sto, chi dalle ruote schiacciato; chi a scostare il cannone, chi a trar da canto i morti, chi a raccorrò i caduti, chi a gettar via masserizie e ad allocare i feriti; capitani a incuorare, a ordinare, a sollecitar come meglio si possa. Laceri, sanguinosi, giungono a’ Quattroventi, con perduti due cannoni e ’l danno e l’onta.
L’alba del 26 vide la bandiera della Giovine Italia sull’antica dimora de’ re. Né il maggiore Ascenso ebbe campo da capitolare, soverchiato con impeto di moltitudine. Ecco il saccheggio: tappezzerie, porcellane, arazzi, specchi, bronzi, cristalli, tappeti, mobili ricchi e antichi, rapiti, strappati a brani; guasti i musaici pregiati della cappella, devastato il palazzo, spoglio pur delle porte e de’ mattoni. Depredano il ricco monetiere antico con più ingordigia, ché barattano le medaglie là stesso a uffiziali inglesi vestiti da paesani, a quelle ruine presenti e incitanti. Due capre di bronzo, greco lavoro, state già sul tempio di Minerva in Siracusa antica, rispettate da’ Saracini, messe colà da Carlo III, una andò alla vandala fatta a pezzi a colpi di scure; e quei prodi bisticciavansi fra loro pe’ minuzzoli, da venderli agli Inglesi, ghiotti pur di frantumi; l’altra men guasta, potè poi esser raccozzata e riposta a luogo, ma con un piè manco, ad aspettarvi consimil fato nel 1860.
30. Resa delle Finanze.
Non prima di quel dì il De Sauget manifestava esser egli al Mayo succeduto; però questi e ‘l Vial incontanente partirò per Napoli. Il comitato, tenendo la città tutta, intimava la resa alle Finanze; e negandosi il Milon si volse al Gross comandante di Castellammare, dal quale il Milon avea dipendenza. S’eran lanciate poche bombe a frenar gli aggressori, e già gl’Inglesi n’avean rinnovate le umanitarie rimostranze, e cominciate pratiche per far cedere le Finanze con la guarentigia brittanna; al che il De Sauget stantesi immobile avea subito acconsentito. Si fermarono i patti; ma l’ordine della cessione non giunse in punto; perché nella inazione della tregua, i popolani gridando Pace, Pace! e sendo l’ora bruna, e intiepidita la vigilanza, si cacciaron dentro senza guerra. Il comitato trattandosi di moneta seppe impedire il sacco, ancora che non sapesse impedire qualche assassinio di soldato inerme. Questo il 26. Così il danaro napolitano andò a pagare la rivoluzione.
31. Ritratta da’ Quattroventi.
Unite a’ Quattroventi tutte forze, il De Sauget con l’esercito gagliardo poteva gagliardamente operare, assediando la città da mare e da terra; questo voleva il suo onore e l’onor della bandiera, ma egli avea falla tanti anni la parte d’uomo saputo, appunto per far quella di scemo a questo tempo. Stettesi con l’arme al braccio a veder lo scempio de’ suoi fratelli d’arme; poi il 26 spiccò un uffiziale a Napoli, dicendo caduto lo scopo della sua impresa, aspettar ordini sul da fare. La sera del 27 si fece aggredire sin dentro il campo; ma i soldati frementi discacciarono e inseguirono gli assalitori sino alle porte di Palermo.
L’ordine di ritrarsi a Messina già l’avea, ma ei facea le lustre di dubitare se andar per mare o per terrai per mare temea guerra nell’atto dell’imbarco; farlo in due volte crede a pericolo, in una difficile; per terra vedea lunga la via, tra paesi commossi, e pronti a ribellione. Eran lustre, perché sicuro era lo imbarcarsi, protetto a dritta dall’edilizio delle prigioni, a manca da’ forti del molo, col mar libero e la flotta a fronte, che a un menomo comparir de’ ribelli li avria fulminati. Ma egli anche nel fuggire ebbe a mettersi l’onore sotto i piè, e aiutar la rivoluzione con non credibile viltà. Propose pel mezzo del commodoro Lusington inglese di cedere i forti del molo e Castellammare, a patto fosse lasciato imbarcare senza molestia; e ‘l comitato gli rispose altiero con tre condizioni: lasciare tutti i prigionieri per ragion di stato, dar le carceri e i galeotti a guardia del popolo, e cedere Castellammare in punto d’armatura. Egli aderì a tutto, fuorché a quest’ultima; perché il Gross, giusta la legge, volea l’ordine di pugno del re; ed i Siciliani invaniti per quel vedersi supplicare di cosa che non avrebbero potuto impedire, credettero col duro ottener tutto, e ruppero il trattato.
Il maresciallo s’aonestò chiamando consiglio di generali, cui fe’ giudicar pericoloso porsi in mare presente il nemico, e più avendosi a lare in due volle per difetto di navigli. Le navi come si vide potean bastare a uno imbarco. Dissero più onorevole alla bandiera l’aprirsi il passo a Messina. Ed egli senza aspettare il ritorno dell’uffiziale spedito a Napoli, mosse il campo incontanente, senza bisogno. Disarmò il molo e la Lanterna, bruciò gli affusti, inchiodò i cannoni; mise ne’ legni le donne, i fanciulli, i malati e i feriti, e ritrasse le guardie custoditrici de’ galeotti. Sull’ore sei della notte dopo il 27, unì le schiere al piano della consolazione, quasi diecimil’uomini; die’ l’avanzata al Nicoletti, il mezzo al Del Giudice, la retroguardia al Pronio. I soldati silenti ed in ordine mossero per S. Paolo e Braida. Avean di qualche guida; in ispezialtà un borghese fornito da un gentiluomo di Palermo, cui poi seppesi essere il boia: ultimo scorno. Così l’esercito onorato fu da disonorato duce sottomesso ad avere il carnefice per guida. Il carceriere de’ Quattroventi, vistosi solo e minacciato, aprì le porte; i detenuti liberi appena, corsero alla Vicaria, e liberarono i compagni, il che die’ altro campo alle sette da sfringuellare: i Regi avere scatenato i galeotti per far saccheggiare Palermo. Menzogna da far numero coll’altre. Dodici anni dopo fu il liberatore Garibaldi che quelle stesse carceri aperse, e armò i galeotti per far l’Italia una.
Di tal ritratta ogni militare biasimò il condottiero, per esser ito cercando rischi senza pro in contrade sollevate, quand’era sicuro per mare; e ad ogni modo avria dovuto aspettare da Napoli gli ordini da esso stesso provocati. Così partendo trionfò la rivoluzione, disanimò i soldati, e per perigliosi calli li fe’ decimare. Difesesi che per difficile ritratta salvasse l’onore; l’avria salvalo combattendo per vincere, ma non avendo voluto vincere, si confortava con tai baiate, mentre i Siciliani festeggiando gridavanlo fuggito; e avean ragione.
32. Fazioni a Villabate.
Mosso alle ore due del mattino, fu sull’alba a Boccadifalco, paesello sur una scoscesa rocca, d’onde gli accorsi rivoltosi presero a saettare i soldati di su le balze e le case, e molti né uccisero impunemente. Il Pronio ito pe’ campi passò intatto. Non volendo il duce vendicar quelle offese, andò avanti benché percosso; e pe’ piani de’ Porrazzi, S. Maria del Gesù e S. Ciro, ripigliando i monti giunse a Villabate. Là da presso venner colpiti da’ cannoni che i disertori Longo ed Orsini avean puntati da sopra una torre. Furiosissimi allora i soldati, per empito di rabbia, s’avventarono su’ percussori, fugaronli, presero i cannoni, ed entrati nel fa terra manomisero e accopparono quanto lor si parò avanti. Anche un po’ saccheggiarono. Vi stettero la notte, al mattino, ch’era il 29, presero i monti d’Altavilla, senz’altro danno, ché fresco era il gastigo di Villabate. Altavilla rimasto cheto, non fu tocco.
Per la punizione di Villabate i giornali e le bocche liberalesche disser sulla barbarie de’ soldati cose da Tacito. Gl’Inglesi rapportarono di fanciulli uccisi, di donne e vecchi sventrati, di paesi e campi arsi; poi dimentichi d’avere scritto questo, per sublimare il valore de’ ribelli scrissero questi in tutta la rivoluzione non aver perduto più di dugento persone; e de’ Napolitani contano di compagnie tagliate a pezzi, di feriti a centinaia, e che solo a Solanto s’imbarcassero cencinquanta feriti di quel tragitto. Or se fosse vero che i Regi con tante bombe e cannoni, fanti e cavalli non uccidesser più che dugento nemici, seguirebbe ch’essi non già immani e feroci ma mitissimi fossero stati in tanto patimento d’offese. Ma la rivoluzione sola avea dritto d’uccidere, i soldati dovean percossi morire senza reagire, e aver poi taccia di codardi. Logica cui niuno contradiceva allora.
33. Imbarco a Solanto.
La flotta con le munizioni seguiva l’esercito lungo le coste; ma sopraggiunte altre navi da Napoli con lettere, il comandante scorti soldati sulle alture di Casteldaccio spedì gente a terra. Similmente il maresciallo come scorse l’armata ingrossata, piegò a manca sulla spiaggia di Solanto, villaggio a due miglia da Bagheria, dove lesse l’assenso ministeriale responsivo alla sua domanda, che tornasse per mare, intento a imbarcarsi mise truppe a guardar le bande che gli stormeggiavano attorno, cominciò l’imbarco la sera del 29, e durò tutto il 30, e la seguente notte, quantunque il mare avesse calma. Al mattino del 30 fu assaltato agli avamposti, onde vi andò il capitano Rodolfo Russo, con uno squadrone di dragoni e due mezze compagnie di fanti, che bastarono in un’ora a respingerli e a snidarli da ogni albero o siepe o maceria circostante. Nulladimeno quell’imbarco fu quasi una sconfitta, ch’ebbe a gittar qualche cannone a mare, e lasciarne qualch’altro sulla riva. Al più de’ cavalli del treno e di quel bel reggimento dragoni die’ condanna di morte, ma pochi ebber cuore da eseguir l’atto; altri piangendo li abbracciava, altri sguarnivali del bardamento, e li scapolava. I generosi animali davano in nitriti, e correano appresso ai soldati, più amanti del padrone che della libertà, molti lanciatisi in mare seguianli nuotando; sinché spossati e sopraffatti dal lungo mare perivano, men fortunati del cane di Santippo che il potè seguire da Alene a Salamina. La fedeltà de’ bruti per mutar de’ tempi non muta. Così l’esercito napolitano, vinto dal suo duce, lasciava a’ 31 di gennaio quelle malaugurate spiagge di Sicilia.
Adunque il De Sauget eseguì in aperta spiaggia, presente il nemico e combattendolo, quell’imbarco ch’avea stimato periglioso a Palermo sotto la protezione delle fortezze; s’imbarcava con perdita, quando già tutti i pericoli della ritratta per terra avea superati; e quando il menare a Messina quel nerbo di soldatesca avrebbe serbala al re buona parte dell’isola, e fatta facile la riconquista. Non volle vincer Palermo, gli mandò capitani, gli lasciò i danari, fe’ decimare i battaglioni spartiti nella città, si ritrasse per terra quando senza pericolo poteva intaccarsi, e si mise in mare senza necessità quando era pericolo e danno il farlo. Servì egregiamente la rivoluzione, poi quando questa fu vinta, ei s’ingegnò a inorpellar ragioni in un libercolo per farsi innocente. Re Ferdinando mancò al suo debito, ché dovea sottoporlo a consiglio di guerra, né tampoco il dimise, onde ei potè lunghi anni macchinare all’ombra de’ gigli e del serbato grado, sinché tornati i tempi rivoluzionarii, strisciando nella reggia, gli venne fatto ingannare il buon Francesco II, e accorrer poi festante incontro allo straniero Garibaldi, e condurlo a mano e sicuro nella tradita patria, e nella reggia del suo re. Uomo che stamperia con invetriata fronte un altro volume a difesa della sua nuova innocenza.
Importava a’ congiurati il tacciar di codardia i Borboniani, per dar animo a sollevarsi all’altre parti del regno; però loro giornali spruzzavan vituperii. Ma l’esercito, condannalo dal duce a non usar sue forze, combatté con pochi e sparpagliati, né soccorsi, quà e là, contro città popolosa; fu obbediente a’ comandi, sordo a seduzioni e minacce, con poco vitto, e cercatolo tra’ rischi, senza letti, sempre in veglie, al sereno, all’intemperie, non mormorazioni, non disertori, colpiti sempre senza veder nemico, e ritrarsi tra gente contraria combattendo, imbarcarsi sulla spiaggia con feriti, cannoni e bagagli, presente lo spietato nemico. Eppur l’Europa echeggiava di turpezze su’ soldati. Ricordiamo i Francesi rinculare avanti alle popolazioni di Spagna, esser vinti nelle tre giornate del 1830 a Parigi; i Russi uscir discacciati da Varsavia, gli Olandesi da Brusselles, e poco dopo i Tedeschi in tredici migliaia percossati da’ Milanesi abbandonar Milano; né altri mai tacciò di codardia cotesti soldati, sebben facessero minor difesa che non i Napolitani a Palermo. I Napolitani combattenti e morenti erano accusati di viltà; ma Dio toglieva il senno a’ settarii; e gl’ingiusti vilipendii misero in cuor de’ soldati tanta indignazione, che quando trovarono duci non vietatoci di vittoria, dettero l’esempio al secolo della prima milizia percuotitrice della rivoluzione, su quelle vie stesse credute insuperabili. Napoli vide le prime barricate vinte; poi Francfort, Vienna, Dresda, Praga e Parigi.
34. Anarchia.
I Palermitani vistisi padroni impazzarono: prima arsero le carte del catasto, de’ dazii civici, e de’ processi penali; poi saccheggiarono le case di polizia, e pubblicarono aver trovato teschi ai morti in quelle a S. Domenico e in via S. Celso, tacendo il vero per calunniare il passato; gl’imbecilli ripeteronlo, e ’l volgo il credette. Quei teschi eran d’antichi malfattori giustiziati, cui per usanza dell’età stavan da secoli in gabbie di ferro sulla porta S. Giorgio, tolti nel 1846, all’entrata dell’imperatrice di Russia. Incontanente van cercando a morte quanti furon di polizia: piglianti, strascinanli, e con coltelli e moschetti fra cento sevizie senza forma giuridica finisconli sin presso il palazzo pretorio, sotto gli occhi del comitato. Questo vistine già cinquanta assassinati, credendo sazie le vendette, die’ a 20 gennaio una proclamazione per disapprovare tali atti non corrispondenti all’indole generosa del popolo. In risposta, sendosene carcerati trentaquattro con un ispettore, e chiusi in S. Anna, ecco la notte seguita al 10 febbraio, una banda di manigoldi né li traggo, strascinati fuor di città, e li fa a pezzi in un luogo detto Pantano. Quasi cento altri sventurati perirono atrocemente in vario modo, fra orgie sataniche, dove uomini e donne gavazzavano furibondi. Diroccate eran le case del Vial e d’altri uffiziali, rubate le masserizie; aperte le prigioni di ladri e omicidi, scorrevan le vie tumultuosamente con bandiere e canti e ferri insanguinali, plauditori e plauditi, fra balli e abbracciamenti, tra percosse e uccisioni, in tanta ubbriachezza di trionfo insaziabili, il comitato sfrenata quell’idra. non bastava a contenerla; e in esso era altresì chi quei delitti reputava necessari a far la rivoluzione duratura. La plebe sentendo sua forza, francata dalle leggi, sicura di non aver soprastanti, incitata da demagoghi che servilmente piaggiandola fean pompa di liberissime parole, non rifuggiva da eccesso nessuno. Manomettendo, saccheggiando andavan le case dei partiti uffiziali; dove trovavan persone infierivano; mogli e figliuole strascinavano in postriboli. segni a a tutti obbrobrii, quanto più note per condizione tanto più vituperate. Un quartiermastro di gendarmi rimasto in città fu aggredito in casa da un galantuomo già suo amico in tempo felice, il quale con suoi scherani gli rapi la cassa dei reggimento, gli rubò la sua roba privata, e ligaio lui con funi, tutte e tre le sue tre figlie zitelle fe’ stuprare avanti al misero padre. Questi mirata tanta vergogna acciecò per furia di sangue. Atrocità simiglianti nell’altre città: a Catania indotti con bei modi i gendarmi a posar l’arme, poi feronli segno a mille oltraggi; il tenente Fiorentino uccisero, un gendarme scorticarono vivo. Peggio nelle campagne; percorrevanle armata mano i galeotti, depredavanle, e ascondévan sotterra il bottino; uccidere, ardere, stuprare, rapire eran cose lievi, né pur davan rimorso. E i possidenti che allettati da promesse di paradiso avean per vezzo sorriso alla rivolta, ora dissuggellati gli occhi, rimpiangevano il pria maledetto governo, i cui mali ancora che esagerati eran sopportabili almeno. Sospesa l’agricoltura, tronco il commercio, abbandonate l’arti, cresciuti con l’ozio i bisogni, con la libertà i desiderii, con le grida l’audacia; interrotta la giustizia, l’amministrazione, il culto, ogni cosa tenuta lecita, ogni colpa impunita e lodata, già la plebe alzava gli occhi alle case de’ ricchi. Quanti erano impiegati napolitani svaligiarono: magistrati, finanzieri, militari e civili, tutti costretti a fuggire co’ nudi panni addosso, lasciarono loro case in balìa di quella turpe canaglia; e miseri, bisognosi d’ogni ben di Dio, andarono tapinando pane e panni sino a Napoli, dove la carità pubblica e del re li soccorse. Né tampoco nella riconquista dell’isola poteron ricuperare il loro; ché il re posto velo sul passato, non volle si rimestasser quelle vergogne.
35. Sicilia abbandonata.
La ritratta de’ Regi, e la proclamazione del comitato data a’ 20 gennaio, finì di commuovere tutta l’isola. A Girgenti il 20 il colonnello Pucci col piccolo presidio si ritrasse al quartiere de’ gendarmi. Al castello novantatré galeotti tentarono di fuggire; onde il Pucci mandolli tutti ch’eran centosettanta al molo, sette miglia discosto, dove messi in luogo sottano, vi mancarono infelicemente moltissimi per asfissia. Dipoi sendo il quartiere inadatto a difesa, i soldati a 1. febbraio navigarono a Napoli. In Catania a 24 gennaio tentarono aprir le carceri, e furono respinti dalle guardie; indi scaramucce; e il general Rossi, non potendo tener tutti i posti entrò col battaglione in castello, e sparò i cannoni; ma impedito da’ consoli esteri restò bloccato, sinché a 11 febbraio s’imbarcò. In breve da ogni parte ritraendosi i soldati, il comitato palermitano pigliava la potestà su tutta Sicilia, laonde rifacea di nuovo a 2 febbraio i quattro comitati da durare sino all’apertura del parlamento. Fur presidenti il principe di Pantelleria, il marchese Torrearsa, Pasquale Calvi, e ’l principe Scordia, Ruggiero Settimo capo di tutti, ch’eran sessantasei. L’isola intiera era abbandonata a se, fuorché la cittadella di Messina, Siracusa, Castellammare di Palermo, Milazzo ed Augusta. Quella ribellione siciliana era il prologo della europea rivoluzione.
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