Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XI)
LIBRO QUINTO
SOMMARIO
§. 1. In Napoli chiedono costituzione — 2. Moti atroci nel Cilento. — 3. Allontanamento del ministro di polizia. — 4. Dimostrazione del 27 gennaio. — 5. La costituzione. — 6. Feste. — 7. Note inglesi ed austriache. —8. Rivoluzioni italiane. — 9. Nel Milanese e a Venezia. — 40. A Parma, a Piacenza e a Modena. — 11. Rivoluzione in Francia. — 12. Altre rivolture in Europa. — 13. Programma del Mazzini. 14. I circoli e la stampa. — 15. Uomini nuovi e peggiori. — Ingordigia d’impieghi.17. Il carro del Mammone. —18. Disordine nelle provincie. —19. Legge elettorale. — 20. Combattimento in Sicilia.— 21. Disordine e fazioni. — 22. Mutamenti ministeriali. — 23. Larghe concessioni rigettate. — 24. La guardia nazionale. — 25. Sette nuove nelle Calabrie — 26. Loro atti di ribellione. — 27. Il Saliceti contro i Gesuiti. — 28. Sono scacciati dal regno. — 29. La plebe del mercato. — 30. Anarchia e decreti. — 31. L’ultimatum di Palermo. — 32. Il pacificatore Mintho sventa la pacificazione. — 33. Il parlamento di Palermo.
1. In Napoli chiedono costituzione.
Sebbene la rivoluzione sicula fosse da molto preparata, pur la sua fortuna che passò le speranze fe’ divampare tutta Italia, e più Napoli vicina. Qui il comitato rivoluzionario, consenzienti quelli dell’altre italiche città, statuì turbar subito le cose del continente. I faziosi di Roma per divertir le forze del governo napolitano, prepararono una spedizione di volontarii in Abruzzo, giusta la proposta d’un Giovanni Durando, esecutore Ignazio Ribotti Nizzardo. Quei di Firenze vi davan la mano, e volgevano all’impresa Nicola Fabrizi per la via di Siena e ‘l Ribotti con Felice Orsini per le Romagne ed Ancona. La trama non ebbe effetto, perche le cose di Napoli andarmi sole e presto.
Sul finir dell’anno il ministro di polizia avea fatto l’ultimo errore. Eran quarantamila studenti in Napoli, torbidi, vogliolosi di novità, cui fu ordinato ritornassero a casa. I più faziosi non ubbidirono, sol quindicimila all’antivigilia di Natale partirono, recando nelle provincie il dispetto, l’ira e gli ordini del segreto comitato. Ferdinando visto il tempo nero, credè che alquanto cedendo eviterebbe subugli, né turberebbe la quiete del paese; perlocché a 18 gennaio die’ due decreti per riforme municipali, amministrazione disgiunta da Sicilia, e larghezza di stampa. Ciò accontentava chi in buona fede aspettava il bene governativo senza più, né v’era allora altro possibile progredimento buono, ma la fazione ch’avea cominciato dimandando meno di quello, viste sue arti prevalere, e aver già mossi gli animi a desiderii, voleva altro che quelle concessioni. Inoltre a sostenere i moti di Sicilia, e rattener sul continente le milizie, s’aveva in ogni conto a far rumore pur qui. Gridarono sdegnosamente quei decreti venir tardi, non bastare alla pienezza de’ tempi, a popoli civili doversi larghezze consone al progresso,gl’italici interessi voler camere legislative. Una volta scoccalo il motto, fu uno schiamazzio per le strade e pe’ caffè di Napoli. Pochi sapevan costituzione che fosse, chi ne sapea meno né volea più, né veggendosi compressi, sbizzarrivano.
Il re sul pendio del concedere s’avvisò contentarli, scarcerando a 20 gennaio quant’eran sostenuti per colpe di stato, e con decreto del 23 graziò i condannati, anche il Pellicano, il Romeo e complici dell’ultima sedizione calabra, salvo che per sicurezza restassero un po’ sur un’isola. Altro decreto nel dì stesso nominava censori di stampa uomini liberali. Ne’ giudizii correnti si guardò grosso, e la Gran Corte criminale di Chieti dichiarò costare la innocenza di cinque imputati di setta Giovine Italia. Tai decreti e mollezze furon ragia al fuoco, dissero il re temere, e alzaron le creste.
2. Moti atroci nel Cilento.
Mentre ei perdonava reità, ne seguitan altre. Un Antonio Leipnecher di Siracusa, espulso dal real collegio militare dopo il 1820, testa leggiera, stato soldato e uffiziale in Algeria, dimessosi per isposare una fioraia di Parigi, era con lei tornato a Napoli a vender fiori; onde presto fornito il capitaluccio pigliava per campare qualche carlino dalla setta. Agevolmente lo Ajala e ’l Poerio il persuasero a gettarsi in risicoso partito, e ’l mandarono nel Salernitano, ove tenevano un Costabile Carducci già locandiere, allora fittaiuolo d’una scafa sul Sele e fallito, uomo dato animo e corpo alla fazione. Questi due aizzarono la bandiera rivoluzionaria nel Cilento, distretto un po’ torbido, montagnoso, pieno di gente bieca e proletaria, ghiotta di guadagno, cui raccozzarono in più bande, coadiuvati da un arciprete Patella, un Mazziotti, un De Dominicis figlio d’un fucilato dal Del Carretto nel 1828, ed altri. Pria di muoversi, i giornali d’Italia profetavano che al 18 gennaio ribellerebbe il Cilento, ma fu anticipato d’un dì, ché il 17 i congiurati ruppero il telegrafo di Castellabate, un ponte ed una scafa sul Sele, per vietare il passo a’ soldati che accorressero, e scorazzaron per quei paeselli disarmandoli, rapinando casse pubbliche e private, sfogando vendette e ricattando e uccidendo senza pietà. I più noti per fede al Governo accoppavano issofatto; fucilarono entro un chiostro un notaio sindaco, né gli vollero dare un prete, né un momento di abbracciare i suoi cari; e tali assassinii legalizzavano a ludibrio con certe sentenze di loro consiglio che appellavan militare. Uccisero a Sala di Gioi un Gizzo, e ad Asclea un barone Maresca. Già i più malandrini accorrenti al bottino, giunti a molte centinaia, costrinsero a ritratta il capitano Girolamo de Liguoro co’ suoi gendarmi; perlocché il colonnello d’artiglieria Lahalle chiese spontaneo e ottenne d’andar con milizie a punirli, e si partì il 23. Subito la stampa a infamarlo per tutto il mondo, i giornali d’Italia gridavanlo indegno della divisa militare, e per contrario esaltavano i sollevati: il Cilento, il Vallo, Salerno levarsi come un sol uomo; già diecimila marciar sopra Napoli. Ma il Lahalle, incontrati i faziosi presso Laurino, li ruppe e disperse il 30 di quel mese. La promulgata costituzione fe’ vana la vittoria, e anzi quei tristi impuniti premiò.
A Salerno i consapevoli fratelli rumoreggiavano a bocca e con lettere; e Napoli ov’era tutta la macchina ingrossava gli umori. Fischiavano i gendarmi, fischiavano il Del Garretto, non eran puniti, e fean calca, accorrendo molti come a festa. In casa Poerio stesero una petizione chiedente Costituzione, e fecerla girare attorno, sottoscriverla da mille persone, chi per vanità, chi per moda, chi per setta; il più per voglia di torbido da pescarvi dentro. Vera d’ogni ordine, e pur di nobili e di corte. Primo firmato il principe di Strongoli che si vantava repubblicano del 99, secondo Gaetano Filangieri, figlio del generale.
3. S’allontana il ministro di polizia.
La popolazione era indifferente, molti volean altri ministri, pochi rivoltura, le provincie fuorché i misfatti nel Vallo eran chete, né tampoco sospettavan mutazioni, Napoli incerta, inerte, intenta alla industria, le soldatesche fide, le milizie civiche devote all’ordine. Salvo studenti, ambiziosi e pazzi che fean seguito, i congiurati procedean soli, e né fremevano; fecero pratiche a mover la plebe, mandaron larghe promesse a’ popolani, né furon compresi; si volsero a contrabbandieri, questi risposero saper tragittar mercanzie di nascosto, non di politiche tresche. Ma soli bastarono; accerchiarono attorno al re loro adepti, e lo strepito de’ pochi superò il silenzio de’ molti.
Tanto seppero strimpellare nelle orecchie del re che gli fecero credere gravissimo il moto, né potersi con la forza sedare: tutto il Cilento in arme, Salerno tentennare, le Calabrie seguiterebbero, Sicilia perduta, unica salvezza il conceder presto. Il più curioso fu che seppero spaurire il potentissimo Del Garretto; il quale smessa quella sua boria, vilmente si calò il 21 a pregar di consiglio quello stesso Mariano Ayala ch’avea più volte e pur pochi dì avanti carcerato; disselli non aver colpa di niente, aver tenuta la sedia della polizia per impedire ch’altri facesse peggio. L’Ayala lo consigliò si ritirasse; ma ei che a lui s’era volto appunto per restare in nome della libertà a quel posto tenuto da assoluto, noi fece; così nel dì della tempesta imbalordito, si sperava rifacendosi carbonaro seguitare al timone.
Ma sendo esoso ad ogni partito, il re stesso, o per contentare l’opinione pubblica e rimuovere una cagione di diffidenza, o che vistolo bazzicare co faziosi né sospettasse, la dimane, 25 gennaio, il fa chiamare alla reggia. Ei trova in sala chiuse le porte, ed ecco il Filangieri che il tragge seco, gl’impone di partire issofatto, e non gli permettendo andare un istante a casa, traggelo per segreta scala alla propinqua Darsena; di là condotto sul Nettuno, avuti danari e altri arnesi, è incontanente fatto partire. Com’egli nel 1831 avea preso di notte e mandato fuor del regno rintontì suo predecessore ch’avea proposto riforme col Filangieri ministro, così questi ora gliel restituiva, cacciando lui alla vigilia di più che riforme. Alla dimane un decreto mettealo al ritiro; e abolito il ministero di polizia, se ne davano le attribuzioni a quel dell’Interno. Del discacciatosi strombettarono cose infinite e turpi; e secondo l’usanza dei codardi svillaneggianti al caduto, molto gravando le colpe, e conculcando il vero. Né qui finì, ché ito il motto settario, perseguitaronlo pur fuori: a Livorno fermatosi il legno a chieder acqua, fu tumultuosamente negata; lo stesso a Genova; a Marsiglia cinser la casa del consolato ov’era disceso, ond’ebbe a cacciarsi nell’interno della Provenza. Il troppo potere di questo ministro era stato male; fu maggior male che mancasse a un tratto, perché i congiuratori toltasi la polizia di dosso, fuor d’ogni temenza operarono alla libera, guadagnaron seguaci, credito e forza, e dettero il crollo alla potestà regia.
4. Dimostrazione del 27 gennaio.
In questi rivolgimenti s’era inventato un certo modo di tumultuare senza ferri, molto riuscito a Roma, a Genova a Firenze e in altre parti. Quando la fazione voleva una cosa assembrava i suoi in piazza, li accresceva co’ curiosi e con la plebe cui largiva monete, e in sembianza di popolo dava grida chieditrici. Ciò dicevano dimostrazione, cioè dimostrante il desiderio popolare. La sera del 26 gennaio vociarono per le vie ciascuno si recasse al mattino a Toledo per la dimostrazione, cui assicuravano sarebbe senza opposizione. Di fatto, dopo il consueto fuggire e ’l serrar degli usci, incominciò sul tocco di mezzodì a ingrossare un po’ di gente al Mercatello, qualcuno gridò Viva il Re e la Costituzione! poi in molti, pagatori e pagati, giù per Toledo dettero in grida costituzionali piene; con nastri tricolorati, e fazzoletti svolazzanti. Innanzi a tutti un Saverio Barbarisi, vecchio in gran fascia, gesticolatore e schiamazzatore solenne. Pel caso nuovo s’affollò molto popolo a vedere e a seguitare giusta l’uso napolitano, pronto al frastuono. La Guardia civica e gli Svizzeri videro passare, e s’udiron plauditi; ma non avendo ordine di niente, né si mossero, né risposero, solo i castelli dettero il segnal d’allarme con bandiera rossa; ma i capi dimostratori sicuri d’esser lasciati fare, e più dalle promesse del general Roberti comandante di S. Elmo che non farebbe fuoco, s’avanzarono baldanzosi sino alla Carità. Quivi arrivava da Palazzo il generale Giovanni Statella governatore di Napoli, seguito da dodici ussari a cavallo, e come avean le sciabole nude e trottavano, pareano assalire; perlocché tutta quella gente sgombrò in un attimo, rifugiando in vicoli e botteghe; poi sendo sdrucciolati per terra la metà de’ cavalli, i gridatori preso animo uscirono a fischiare i soldati, e si misero lo Statella in mezzo. Dimandati che si volessero, risposero Costituzione, e seguitando ver la reggia invitavanlo a presentare al re quel voto popolare. In giù s’ingrossarono con alquanti giovani gentiluomini, anche in carrozzelle da nolo, con gran fasce e nelle mani rami di ulivo e bandiere, strillando a gola piena; ma a S. Ferdinando trovaron file di soldati che chiusa la via vietarono procedere innanzi; onde si dispersero. Un’ora dopo uscì uno squadrone d’ussari a cavallo a passeggiare per Toledo, quando più non era niente da fare.
5. La costituzione.
Seguitarono due giorni d’aspettazione; ma uscì il molto si confidasse, ché il sovrano accederebbe. Questi udita l’ambasciata per lo Statella, mutò ministero la sera stessa del 27 così: presidente il duca di Serracapriola, ministri Bonanni, Dentice, Cianciulli, Torella, Garzia, e il siciliano Scovazzo; udì lo avviso di tai consiglieri, e poi, all’ore dieci di sera, quello de’ generali presenti in città. Dissuadevano la costituzione il Saluzzo e ’l Filangieri soli, questi se ad arte non so, certo il figlio stava co’ strepitatori in piazza; gli altri generali chi storse il muso, chi parlò dubbio, chi assentì netto. Fu stampato che il Roberti comandante di S. Elmo interrogato se avesse fatto suo dovere, sapesse far intravedere il niego senza molto mostrarsi, ond’ebbelo di grandi, com’era di dovere. Anche hanno scritto che i ministri d’Austria, Prussia e Russia esortassero con nota il re al niego, ricordando come pel trattato di Vienna del 1815 non si potessero fare mutazioni, inconciliabili coi principii adottati dall’Austria in Lombardia, e si rispondesse soprastare a’ trattati la necessità della pubblica pace. Per fermo Ferdinando si pensava concedendo ottener la quiete e por fine al versamento di sangue, però al mattino del 29 gennaio die’ fuori la promessa di regime rappresentativo, di cui fermava le basi, e aggiunse fidar nella lealtà del popolo pel rispetto all’ordine, alle leggi e alla potestà. Ciò fatto, a confermare la spontaneità della concessione, volle mostrarsi al popolo, e percorse la città a cavallo con pochi uffiziali. Avvenne che un Domenico Mauro, repubblicano (del quale parlerò appresso) scorta la facilità del regicidio, fu per cavare il pugnale, rattenuto da’ circostanti consettarii, coperto l’atto e le voci dal moto e da’ plausi della moltitudine; la quale circonfusa di stranieri e congiuratori, plaudiva anch’essa, infiammata dalla solennità del momento, e dalla riverenza al monarca. Ma questi come passò Toledo e Foria, lasciato per le strette vie addietro il popolo artefatto, trovò innanzi popolo schietto e silente; e anzi pervenuto nella vecchia Napoli fu circondato da popolani, tutti a commiserarlo, a esortarlo, e dir non temesse, lasciasse fare a loro, svaccerebbero essi quelle setiglìe (vesti da gentiluomo). E subito a’ fatti, laceravan dove si vedesse un nastro de’ tre colori. Il re colla voce e col gesto tentò calmarli; poi visto crescer l’onda, e gli affetti rinfocolarsi; giunto alla Marinella punse il cavallo, e si involò.
Il giorno appresso rinunziando il Cianciulli al ministero dell’Interno, vi salì Francesco Paolo Bozzelli. Proposerlo i congiurati, convenuti a posta da Napoli e da Salerno a confabulare tra le ruine di Pompei, molto ma indarno oppugnante il Poerio che né diffidava; contentaronli tutti e due, fatto il Poerio direttore di Polizia, e il Bozzelli ministro. Questi fu nel 1820 su’ fianchi al Pepe, qual capo d’amministrazione dell’esercito carbonaresco; poi carcerato, poi esule; rimpatriato per grazia, fe’ l’avvocato; e stampò opere d’estetica e dritto costituzionale; dappoi nel 44 per sospetto di cospirazione fu sostenuto a S. Elmo col Poerio, l’Assunte, il Graziosi, il Primicerio, l’Augustinis ed altri. Liberato, fe’ il presidente del segreto comitato rivoluzionario, però principale motore di questi mutamenti Laonde in premio surto ministro, ebbe anche il carico di stender la costituzione promessa; e non è da dire qual profluvio di lodi gli volgessero in tutti i metri; dicevanlo il sommo Bozzelli. Ciascuno da lui professore di dritto aspettava una costituzione napolitana, buona a guarire i mali del paese, senza spegnerne la salute; ma ei per fretta o leggerezza né copiò una all’orleanese di Francia. Veramente queste costituzioni d’oggidì son tutte a uno stampo, inventate non a sollievo de’ popoli, ma a tenerli agitati. N’eran fondamento: religione cattolica, re inviolabile, ministri responsabili, armi dipendenti dal re, guardia nazionale, stampa libera, due camere legislative, una di deputati della nazione, altra di pari scelta dal re, indeterminata di numero, base principale d’elezione il censo, nel re il veto, e velo impenetrabile sul passato. All’articolo 87 prometteva modificarne parte per la Sicilia. Il ministero presentolla al sovrano l’8 febbraio, all’ore sei pomeridiane; la dimane fu sottoscritta, l’11 promulgala, e ‘l di seguente col Vesuvio spedita a Palermo.
Benché questa costituzione sul primo botto si vedesse plaudita, pur a pochi bonarii piacque: i realisti vi vedean la ruina della dinastia, i liberali tennerla poco liberale. Prima piano, poi aperto riprovavano la non concessa libertà religiosa; il darsi al re la nomina degli ufficiali superiori della Guardia nazionale; il potersi arrestare i rei nella quasi flagranza, frase dicevano elastica, soggetta ad abuso; poco largo l’articolo 30 per la stampa (ed era larghissimo); il lasciarsi con l’art. 44 il numero de’ Pari a volontà del re; il regio veto dell’art. 65; bastevole dicevano a render nulla la costituzione; il poter egli sciogliere parte della Guardia nazionale; la mostruosità di ministri eleggibili a deputati; i consiglieri di stato eletti non dalla Camera ma dal re; l’articolo 85 dicevan perfido, che i magistrati eletti dopo il 10 febbraio fossero inamovibili solo dopo tre anni; il non esservi motto di giurì, volevan proprio repubblica. Anche la masticavan male per Garzìa stato a lungo direttore di guerra, ora fattovi ministro; e sussurravano Ferdinando voler tener l’esercito sotto la mano. E i repubblicani aggiungevano che il paese avrebbe dovuto sbarazzarsi de’ Borboni al 29 gennaio; generoso rammarico! Con tutto questo perché eran pochi non osavan mostrarsi allora; e plaudivan con gli altri. Nondimeno sin da quei primi dì trasparian lampi di ferro; e fu scandalo veder sulle cantonate un manifesto di un Matteo Vercillo, uomo privato, invitare qualunque del popolo a prendersi in casa di lui moschetti e munizioni.
6. Feste.
La costituzione alle popolazioni delle provincia elude ed ignare, parve una cosa strana; qualche città non vi credette; e a chi vi recava la prima nuova mal né colse; poi visti i decreti stampati maravigliavano. Il ministero mandò lettere circolari ordinanti feste, e furon fatte. L’esultanza è come la paura; uno piglia lutti. Inoltre facean vedere la costituzione unico rimedio a tutti mali; si vide poi e presto come i mali sopportabili diventassero insopportabili. Chi avea visto il 99 e il 20 trepidava, chi no, vagheggiava rose nell’avvenire: i ricchi speravansi indie venture leggi confermata la sicurezza della proprietà e scemala la tassa fondiaria; i poveri adescali da grasse promesse intravedevano nella cosa nuova fortuna nuova; i dotti nella libera stampa sognavan la manifestazione del vero, si consolavano della cessata melensa censura; gl’ignoranti encomiavan tutto; e ciascuno con l’occhio a’ vizii vecchi non prevedeva vizii nuovi. Cotesta gente aspettava il paradiso; la popolazione delle campagne guatò diffidente quell’esultanza.
A 1. febbraio altra cagione di giubilo, per decretate grazie ad ogni imputato o imputabile di reità di stato, sia dimorante in regno, sia fuori; e che pienamente liberi andassero i già perdonati a 25 gennaio. Si cantarono Te Deum; poi gale, luminarie, archi trionfali, iscrizioni, carri, cocchi, bandiere, grida entusiaste, e plaudimenti infiniti. Scrissero a posta un inno di ringraziamento, musicato dal Pistilli, cantato da schiere di persone d’ambo i sessi avanti la reggia. In Napoli certa gente parve delira. Si mostrarono allora carchi di nastri e vessilli tricolorati, a gridar forte, in piè su trascorrenti carrozze, personaggi, che, stati sin allora strisciatoci a piè di potenti, erano in ispregio per servitità troppa. Giacinto Galanti avvocato ministeriale, Giacomo Tofano, Aurelio Saliceti magistrato e creato del Del Garretto, e altrettali fecero maraviglia. Di festeggiatori stranieri vedevi catervie, fra’ primi il Mintho; e videsi Ibraim figlio del pascià d’Egitto. Ma la plebe de’ quartieri vecchi guatando bieco turbò in quelle basse vie la quiete; dove scorgea tre colori s’indignava, e seguiron busse e ferimenti; laonde Ferdinando passeggiando in carrozza per Chiaia avvertì certi giovani smettesser quei colori, che eran vana pompa di cosa già avuta, che potean turbar l’ordine interno, e provocar nell’estero controversie. Fu ubbidito, e per qualche dì si vider parecchi regi nastri rossi al vestito. Un Michele Viscusi già impiegatuccio, e arlecchino nelle case de’ potenti, sorse concionatore in piazza, a spiegar la costituzione al popolo, e con buffonerie si fè un pò di seguito; coi quali a 10 febbraio si recò avanti al palazzo entro un carro, vestito da lazzaro fra lazzari, con bandiere e frasche. Emulo di lui fu altresì un Angelo Santillo.
Il re a’ 19 febbraio passò a rassegna sulla piazza della regia i primi quattro battaglioni della Guardia Nazionale. Con due decreti del 21 si stabilirono le formule di giuramenti pel re e pel duca di Calabria, quando giungesse ai ventun anni, e quando salisse al trono. Poi il mattino del 24 il re nella basilica di S. Francesco di Paola, e le milizie sulla propinqua piazza giuravano la costituzione. Con decreto del 27 si abolì l’azione penale per delitti e contravvenzioni sino a quel dì, prescritte le formolo di giuramenti agli uffiziali civili, e provveduto a’ consiglieri di stato.
7. Note inglesi ed austriache.
Lord Palmerston temendo l’Austria intervenisse a comporre le cose volse a 11 febbraio un dispaccio al Ponsomby ministro inglese a Vienna, perché dichiarasse: «L’Inghilterra voler trattare con l’Austria sui gravi fatti italiani; esser paga delle assicurazioni sempre avute da lei distarsi ferma a seguire la via più savia e giusta, conforme anche a quelle stipulazioni nel 1814 che provvedevano alla indipendenza degli itali stati, giusta i principii di giustizia internazionale. Confidare che (quali si fossero gli ovanti nel reame di Napoli, e che che lo esempio di questo potesse gravare sulle cose interne d’alcun altro stato d’Italia) l’Austria persevererebbe tuttavia nella precedente condotta, e ratterrebbesi dal varcare i limiti dei suoi possedimenti.» Risposegli il Metternich a’ 23: «Il sentimento dell’Austria sul valore morale e pratico del principio di libertà nell’interno di qualunque stato sovrano essere sì stabilito, che qualunque iniziativa presa da un governo straniero in uno stato indipendente, saria fuor delle facoltà legali d’un estraneo. Sfidare la imparziale storia di notar fatto ov’ella avesse mancato al rispetto dell’indipendenza ch’è primo dritto d’ogni stato sovrano. Non intendere come la riserva espressa nel dispaccio inglese relativa a Napoli da poter gravare sopra altro stato italiano possa applicarsi alla Corte tedesca. Sembrargli mancar di scopo. L’Austria sempre esser pronta a concorrere con altre potenze al mantenimento della pace e dell’equilibrio europeo.»
Ma per torre il ticchio all’Austria di tutelar la pace, s’aggiunsero alle note britanne le macchinazioni settarie, che Boemia, Ungheria e Vienna stessa, e tutto il suo imperio sconvolsero indi a poco.
8. Rivoluzioni italiane.
La napolitana costituzione fu tizzo all’incendio europeo. Prima dirò d’Italia. Sin dal 6 gennaio avean diffuso in Livorno uno scritto chiedente armi contro il Tedesco; e la sera una torma di gente gridava arme sotto il palazzo del governo. Il Guerrazzi propose le dimandassero al principe, ma intanto una deputazione di popolo afferrava il governo; pcrlocché l’altro dì itovi il marchese Ridolfì, e sostenuti il Guerrazzi, il La Cecilia e qualch’altro, fu riposta la potestà non la quiete. Sopraggiunta a 31 gennaio la nuova di Napoli costituzionale, fu uno schiamazzio, con Viva la Costituzione e Fuori il Guerrazzi! Il buon Gran Duca avea fatto ogni possa a chetar gli spiriti, e sbianco tolto via da’ suoi titoli quello d’arciduca d’Austria: quel dì 31 per secondare in parte le dimando di riforme ordinò con due decreti leggi sulla stampa e sulla consultar se non che in quella il Piemonte, terreno concio da molti anni con le passioni settarie ribollenti nello stesso re, visto Napoli, proclamò anch’esso la costituzione a 9 febbraio, la qual cosa come s’udì a Firenze mosse un vespaio. Primo Bettino Ricasoli gonfaloniere levò grido con una proclamazione all’italiana, poi la magistratura chiese con indirizzo al Principe la costituzione, e una turba festosa faceva calca a plaudire il ministro sardo; laonde il Gran Duca quel di stesso 11 febbraio, non potendo più tenere promise uno statuto che fosse essenzialmente Toscano e accomodato ai generali interessi d’Italia. Ma in fretta compilato da Gino Capponi, al 15 lo sanzionò. A’ 12 il principe di Monaco avea dovuto far lo stesso, ma quei congiurati neppur paghi ricorsero al re di Sardegna, e in marzo anzi si ribellarono e s’eressero a governo, quindi proclamarono Monaco città libera, e della libertà usarono poi in giugno con una specie di suffragio che li fuse al Piemonte.
Roma intanto centro di tutto il movimento rivoluzionario, stata primiera a provocarlo, avea turbolenze quotidiane. Gli esempi di Napoli, Genova, Firenze e Monaco ringrandiron l’ansie. Già col Mintho v’eran giunti innumerati demagoghi al servizio inglese. Già sul principio di marzo ottenuto l’incremento dell’esercito, con a capo Giovanni Durando, mazziniano piemontese quivi dimorante da un anno, v’accoglievano i faziosi di tutta Italia, de’ quali fecero generale un Andrea Ferrari napolitano profugo del 1821; già avean messi i tre colori alle bandiere pontificie, già più volte mutato ministri, finalmente avean ministri i primarii ribelli con lo Sturbinetti e il Galletti, questi uscito poco prima per grazia da’ luoghi di pena. Ma la rivoluzione repubblicana trionfata a Parigi, come or ora dirò, sguinzagliava gli eventi. Domandarono costituzione prima i consigli comunali di Bologna con un indirizzo chiedente il compimento delle riforme cominciate, cioè governo rappresentativo, né mancò chi una notte osò proporre la repubblica al papa. Questi sottoscrisse la costituzione a 11marzo, e al di appresso fu promulgata. Ma fra la baldoria delle feste non vollero tardare i doverosi insulti a’ Gesuiti, i quali per amor di pace s’ebbero ad allontanare in quel paese stesso.
9. Nel Milanese e a Venezia.
Se in travaglio le parti d’Italia indipendenti, quelle soggette ad Austria eran vulcani. Viceré per l’imperatore nel Lombardo Veneto si trovava l’arciduca Ranieri, con due governatori, il conte Spaur in Milano e ‘l cont.
Palffy in Venezia, e due eserciti col Feld-maresciallo Radetzky, sommati a settantamil’uomini, di cui un terzo italiani, spartiti per lo Stato. Sul principio dell’anno i congiuratori avean proibito il fumare, per iscemar l’entrate all’erario; proibito l’andare al teatro, fischiata una ballerina perché avea un nome tedesco; però insulti, risse, repressioni, onde il 3 restarono uccisi a Milano cinque cittadini e feriti cinquantaquattro. Subbugli consimili a Padova e a Pavia. A’ morti solenni funerali, né solo colà, ma a Torino, a Genova, a Firenze e a Roma. Subito dimandarono riforme, Milano a 12 gennaio, Venezia il 4, Verona il 12; e la congregazione provinciale centrate fe’ al 25 un indirizzo collettivo al viceré. Quindi eran carcerati il Manin e ’l Tommaseo a Venezia, il Rosales, il Battaglia e lo Stampa a Milano, ed altri} dappoi a 22 febbraio si promulgava legge stataria per giudizii sommarli a’ ribelli. Aggiunse esca il Palmerston, che ipocritamente a 13 marzo dimandò all’Austria concessioni per gl’Italiani, e sendo quel dì medesimo scoppiata la rivoltura a Vienna, e uscito il Metternich d’uffizio, non è da dire quanto tai novelle rinfocolasser gli spiriti di qua dall’alpe.
Venezia stata quattordici secoli repubblica,al nascer della bellicosa repubblica francese avea dichiarato neutralità nelle italiche guerre, però il generale Bonaparte presela inerme, e a 17 ottobre 1797 col trattato di Campoformio la vendé permutandola all’Austria. L’ultimo doge s’era chiamato Ludovigo Manin. Nel 1806 ricadde nelle mani di Francia, e tornò a casa d’Austria col trattato del 1814. Errore fu, che lasciò a danno d’un popolo l’opera della rivoluzione distrutta a pro de’ re, errore che disparò le cause simili, confuse nelle menti gl’interessi popolari co’ settarii, e lasciò a questi un’apparenza di giusta causa, e un modo da riguadagnare credito, e rimpastare il lievito per future rivoluzioni. Ma più grave errore fecero i Veneziani con lo stendere le braccia alle settoriale sperando essi rivendicatori di dritti la salute da queste d’ogni dritto rovesciatrici. Vedremo le sommosse venete sempre con quelle della Giovine Italia coordinate. Daniele Manin, nato nel 1804 da Pietro avvocato, cospirò tutta la vita co’ mazziniani, coadiuvato dal Tommaseo e dall’Avesani. Come s’udì a Venezia la sedizione viennese, s’adunò popolo in piazza a’ 18 marzo; chiesero liberi il Manin cl Tommaseo, e avutili, portarmi li in trionfo a piazza S. Marco. Alzarono anche bandiere di tre colori, ma tolserle i soldati. La dimane furono scaramucce con danno di cittadini; nondimeno ebbero concesso una guardia civica di quattrocento, eppure né ferono quattromila in sei corpi, giusta i sestieri di Venezia, capitanati da Angelo Mengaldo. Al 22 gli operai dall’arsenale trucidarono il comandante, ed ecco il Manin vi manda Guardia civica come a riporvi l’ordine; invece arma quelli onerai, ch’eran duemila, esce in frotta a S. Marco, fa popolo, e grida repubblica. Il Palffy, benché avesse cinque battaglioni, non preparato a violenza, stordì, e capitolò, lasciando i soldati italiani, la città, i forti e tutti arnesi da guerra. Subito governo provvisorio, presidente il Manin, riproclamazione della repubblica dopo cinquant’anni che era stata strozzata da Napoleone. Chioggia, Rovigo, Padova, Palmanova, Vicenza, Belluno, e tutte le terre venete tumultuando aderirono. I Tedeschi per ordine del Radetzki si concentrarono a Verona.
A Milano sangue. Il viceré alle nuove di Vienna si era messo in Verona, rimasto il vecchio Radetzki con quasi quattordici migliaia di soldati. I congiurati prima chiesero e ottennero d’armare guardia civica, e l’abolizione della polizia; ma scendendo con queste concessioni il Potestà seguito da molti, scontrò per via una pattuglia che fe’ fuoco; perlocché commossa la città sursero barricate per le strade, e zuffe. I soldati presero e manomisero il palazzo comunale; ma la dimane,19 marzo, e anche il 20 seguendo scaramucce, il Radetzki co’ suoi si ritrasse al castello. Allora i sollevati, invasi i palazzi di giustizia e di polizia, liberarono i prigionieri, elessero quattro soprastanti alle cose di guerra, il Cattaneo, il Cernuschi, il Clerici e il Terzaghi; poscia il Podestà Casati proclamò prendere interinamente il governo per tutela della pubblica sicurezza. Intanto chiedon soccorso a Torino, avvisano (faziosi de’ circostanti luoghi, e al 21 arriva il conte Arese promettente l’entrata in campo di Carlo Alberto, purché né fosse richiesto, a giustifica dell’intervento. Dettata dal municipio la dimanda, vola a Torino un legato.
Seguivano conflitti; e riuscite vane certe pratiche di accomodamento fra’ sollevati e ‘l Feldmaresciallo, i consoli esteri pregandolo risparmiasse le bombe, proposero armestizio che neppur ebbe effetto. Impertanto al mattino del 22 il Radetzki, perduti sei cannoni e molti uomini a porta Tosa, sentendosi non bastevole a sottomettere la città, non volendo bombardarla, e prevedendo l’arrivo dell’esercito Sardo, divisò ragunare tutte forze sull’Adda, e si partì la notte. Per via patì molestie, e pugnò a Melegnano, onde questa terra ebbe un pò di sacco: al 24 era sull’Adda. Allora Como, Pavia, Piazzighettone, e tutto il milanese ribellarono; in più luoghi si combatté; e come i soldati italiani disertavano, gli Austriaci sconnessi e divisi si ritrasser tutti a Mantova e a Verona; dove quantunque pur si udisse qualche Viva Pio IX e Italia, non seguì cosa di momento.
10. A Parma, a Piacenza e a Modena.
Il duca Parmense pel tumulto provocato a’ 15 febbraio avea chiamato a sua guardia un battaglione tedesco e uno squadrone d’Ussari; ma i fatti di Milano mutando la condizione delle cose, già già si veniva a’ ferri; onde il duca a evitare conflitti die’ la costituzione a 20 marzo, mandò i Tedeschi a Colorno, e lasciata una reggenza s’allontanò. In Piacenza lo stesso dì 20 devastarono le case de’ Gesuili, i padri salvi da’ soldati; e più la dimane udita la partenza del duca di Parma gridarono Italia, ruppero gli stemmi ducati, e alzarono governo provvisorio. Intanto la reggenza proclamava il programma rivoluzionario, cioè Guardia civica, costituzione e lega italiana; e andarono là pure gli stemmi spezzati. Nulladimeno il duca dissimulando l’offesa, il 24 con editto accettò ogni cosa e rientrò plaudito in Parma. Quivi i reggenti diero a’ 29 le basi d’una costituzione larghissima: una camera, elettore ogni cittadino di 25 anni, eleggibili quasi tutti; e il duca a contentarli meglio, lamentò con un manifesto la sua passata politica sottomessa a imperio straniero; dichiarò sottostare all’arbitrato di Pio IX, di Carlo Alberto e del Gran Duca, acciò decidessero su’ compensi da offrirglisi per le sorti future di Italia; e promise mandar soldati in soccorso de’ Lombardi e ’l suo figlio Ferdinando. Atto simile ad abdicazione. La reggenza mandò in Piemonte un legato per la lega, poi messa su un assemblea con voto universale si dimise; e indi a poco il duca medesimo permise un governo provvisorio, e die’ lo stato in tutela a Carlo Alberto. In quella i Tedeschi ritratti a Colorno,circondati da milizie italiane, su’ principii d’aprile capitolarono; dier l’arme per sedicimila lire austriache, e inermi si partirono per l’Adriatico, con paltò di non più combattere contro Italia. Il principe Ferdinando uscendo dallo Stato fu sostenuto a Cremona, né valsegli di dire d’andare a unirsi a’ Sardi giusta la promessa, ché in ostaggio menaronlo a Milano, donde uscì poi a mezzo il giugno per reclamo d’Inghilterra, e si condusse a Malta. Ultimamente il duca standosi senza onore a Parma, consigliato da’ rivoluzionarii stessi, si partì cheto per Marsiglia.
A Modena quel Duca era sempre stato più degli altri principi con un pò di testa, onde la setta, avendovi meno presa, dové procedere diversamente. I congiurati sendo pochi s’assembrarono avanti il palazzo chiedenti concessioni; e benché lor si rispondesse la popolazione esser tranquilla, pur in grazia de’ tempi ebber concesso facesser trecento guardie civiche.
Appresso visti i Tedeschi lasciar lo stato estense, fecero accorrere orde rivoluzionarie da Bologna; perlocché a’ 2 quel Duca mise una reggenza con facoltà di dare la costituzione, ordinò a’ suoi soldati di ubbidirle, e con la famiglia riparò fra’ Tedeschi. I suoi soldati, ben 2400, non vollero servire la risoluzione, e si disciolsero, quindi i Bolognesi poterono abolire la reggenza, e compire con provvisorio governo la rivoltura. Reggio seguì l’esempio; Massa e Carrara, e i territorii della Lunigiana p Garfagnana si unirono a Toscana. Allora surse una reclamazione curiosa. Modena e Reggio che poco avanti trattavan di fondersi col Piemonte, ora protestarono contro l’aggregazione di Massa e Carrara alla Toscana. I rivoluzionarii tengon due logiche e due dritti.
11. Rivoluzione in Francia.
La rivoluzione giusta il programma settario s’ingegnava a movere a un tempo tutti gli stati d’Europa. Sconvolta Italia, subito in Francia. Luigi Filippo surto re per rivoluzione, sconosciutala sul trono, riposava su’ trattati del 1815, seguendo le vie di legittimo re; ma se quella via al legittimo era fallata, più fallibile per inevitabile necessità ell’era a re rivoluzionario. Si tacciavan quei trattati di danno all’onor francese, laonde rispettandoli mostrava accettare il semplice benefizio d’un trono, non il debito voluto dal donante. Però avea due generazioni di nemici, i legittimisti abborrentilo usurpatore, e i repubblicani gridantilo tiranno, ma egli ch’aveva afferrato lo scettro con un giuoco di parlamento, credea con giuochi simiglianti serbarlo sempre, e largamente usò il tristo mezzo ch’oggi è vita delle costituzionalità, la corruzione. Comprò elettori, comprò deputati, comprò ministri, e si creò la maggioranza; con la quale pensavasi rendere stabile il suo governo, zoppo e barcollante fra il dritto e ‘l conculcamento del dritto, tra lo antico ed il nuovo. Non soddisfacendo all’interesse di nessuno, avea gli occhi all’interesse della sua dinastia. Quest’ire de’ suoi nemici la vendicativa Inghilterra attizzò: cominciano a 22 febbraio i tumulti, per cagione d’un vietato banchetto politico al duodecimo circondario di Parigi; la marmaglia s’arma, difendete la Guardia Nazionale, i soldati combattonla da prima; ma il re non osa scendere a capitanarli, abdica a pro del fanciullo nipote, e a’ 24 fogge, e seco la famiglia tutta; nel modo stesso com’ei diciott’anni prima avea fatto fuggire Carlo X suo re e benefattore.
Ecco il volgo saccheggia i palazzi delle Tuilleries e il reale; ruba, rompe, distrugge quante trova opere d’arti, mette a sacco fuor di Parigi altri paesi, abbatte ponti e stazioni di strade ferrate, e fa danni sino a trenta leghe lontano. Incendi! e rapine a Lione e sull’alto Reno; si perseguitano gli Ebrei. A Parigi come a Palermo il volgo sfrenato è sozzo del pari. Esce prima un governo provvisorio col poeta Lamartine, vecchio settario, il quale il 26 ritorna a improvvisar la repubblica in Francia, paese del mondo il men capace di repubblica; convoca l’assemblea nazionale, e abolisce la pena di morte per colpe distato. In quello stesso dì 26 Luigi Napoleone corso da Londra a Parigi s’offerse alla rivoluzione con umile lettera, dicendo: «Il dovere d’ogni buon cittadino esser quello di convenire attorno al governo della repubblica.»
Gli operai, stati attori del dramma, il premio della vittoria, lo adempimento delle promesse volevano. Un Salles tornitore di legno, a’ 25 febbraio sforza con plebe il palazzo di città, fa dal governo proclamare il dritto al lavoro, restituire agli operai cui appartiene un milione della lista civile debita al re, e stabilire fabbriche nazionali da far lavorar tutti: primo passo di socialismo. Il Lamartine per rassicurare l’Europa manda lettere dichiaranti: la repubblica non aggredirebbe nessuno, non riconoscere i trattati del 1813, ma tenerli come fatti, da modificarsi poi di accordo, non permettere che gli stati indipendenti d’Italia fossero invasi,proteggerebbe le trasformazioni interne e i movimenti legittimi d’incremento e nazionalità de’ popoli; essere alleato del progresso, ma non farebbe propaganda ne’ paesi vicini.
fonte


invio in corso...



