Alta Terra di Lavoro

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Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XII)

Posted by on Nov 13, 2025

Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XII)
12. Altre rivoluzioni europee.

Alla rivoluzione francese altre molte seguitarono. Nel Belgio a 27 febbraio le società politiche congregatesi a Brusselles per chiedere libertà più larghe, misero gente in piazza, e sforzarono la camera legislativa a scemare il censo agli elettori. Non pertanto sui finir di marzo una masnada ragunaticcia entrò dalla parte dì Francia con vessillo repubblicano, ma vinta da’ soldati tornò l’ordine.

Altri turbamenti ebbero Olanda. Irlanda, Scozia, e anche Inghilterra, dove cinque milioni di persone sottoscrissero una petizione chiedente il voto universale e segreto, l’abolizione del censo e altre franchigie, eppure quel governo che ne’ paesi altrui sorreggeva e alzava a dritto qualunque dimanda di pochi faziosi, stettesi duro, e benché quella petizione fosse presentata da una moltitudine di dieci migliaia, non anco ottenne onore di discussione. In Isvezia a 18 marzo dimandaron riforme, e ne vennero zuffe, con la meglio de’ soldati. In Isvizzera i liberali già sedenti al governo riformarono la costituzione del 1815, e invece dell’aulica Dieta, ordinarono un’assemblea federale di due sezioni, e dichiararono Berna sede permanente della federale potestà. A Vienna ho detto scoppiata a 14 marzo la sommossa, e benché v’uscisse proclamata la costituzione, pur si sollevò l’Ungheria; sicché restaron pugnanti fra loro quelle forze che avrebbero dovuto combattere il ribellalo Lombardo-Veneto. Seguirono tumulti a Berlino, in Boemia, in Baviera, a Baden,a Nassau, a Darmstadt, e in tutta Alemagna. L’Europa riposata tant’anni in ogni parte, con pretesti di riforme travagliava.

13. Programma del Mazzini.

Se veri italiani fossero stati a capo d’un vero indirizzo nazionale, avrebbero fatto pro di lauti impacci degli Stati stranieri, per istabilire senza mano estera una lega leale di principi che facesse la penisola forte e rispettala, vietasse le alpi e il mare a’ forestieri cannoni, e riponesse in seggio di gagliarda nazione la patria comune. Facile era ch’ove il mutamento avesse rispettato tutti i dritti, avria trovata la nazione concorde, e impossibili i conflitti interni. Già parecchi generosi aprivan l’animo a speranza di giusta italica grandezza, ma la setta motrice del tutto aspirava non a far grande Italia, bensì a mutazioni sociali universali, né cosa abborriva più d’una lega principesca che i principi con l’arme comunali raffermasse. Avea lavorato per abbattere non per esaltare i sovrani, la lega giobertina favorita per abbagliare i popoli e ingannare i principi, non era stata già scopo della setta che voleva l’opposto, ma mezzo per lanciar gli spiriti in cose nuove, già avea fatto l’ufficio suo, allora si volevan altri pretesti per nuove aspirazioni.

Pertanto i caporioni italiani procedettero nella repubblicana Francia a proclamare una certa repubblica italiana. A 5 marzo s’adunaron da dugentocinquanta, già fuorusciti; e in Parigi convennero a stabilire una Associazione nazionale italiana, dicevano per coadiuvare e promuovere la indipendenza e la nazionalità d’Italia. Fecero presidente il Mazzini, due vice-presidenti: Giannone e Canuti; e quattro segretarii con voto, Cisale, De Filippi, Sirtori, e Melegari. Tosto il Mazzini pubblicò il programma: «L’associazione non è toscana, piemontese, o napolitana, è italiana; non tende a discutere quistioni locali, ma ad armonizzarle, a unificarle, nel gran concetto nazionale; non anela al trionfo d’una o d’altra forma governativa, ma promove con ogni mezzo possibile lo sviluppo del sentimento nazionale. Nazionalità tma, libera indipendente; guerra allo straniero; affratellamento con le nazioni libere e co’ popoli combattenti per la libertà, sono i tre obbietti dell’associazione. Ogni suo atto sarà pubblico.» Cotai principii mettean da banda i sovrani, accennavano a repubbliche unitarie in tutto il mondo? e furono aperta sfida a tutti i re. Né il Mazzini ha mai da questi pensieri devialo; i suoi seguaci hanno spesso a seconda de’ tempi mutato parole, divise e soldi.. Ma il leggitore noti in quel programma il seme di tutte grida liberalesche; la cagione vera del 15 maggio, e le ipocrisie e le maschere dei plauditori di Pio IX e de’ principi concedenti.

14. I circoli e la stampa.

Da una parte lo indirizzo settario, dall’altra le passioni mosse erano incapaci d’affrenamento. Quel contemporaneo rivoltarsi di tutta Europa ch’avrebbe dovuto metter senno in capo agl’Italiani per ringrandirsi col dritto, li sbizzarrì anzi con vertigini smodate, dimentichi che i popoli non s’alzano per isventure altrui, ma per virtù proprie di moderazioni e continenze. Credettero la costituzione a Vienna e la repubblica in Francia permettere ogni eccesso; né ebbero meta ai desiderii, né fermata a passi. Però le peripezie straniere non di aiuto, ma di mine e miserie né furono cagione.

Soprattutto le cose napolitano intristirono a un botto. I Siciliani al veder qui festeggiare la costituzione temettero, come già nel 1820, la opposizione alle ripulse loro; onde a discreditarla dicenvala inadatta a redimere Italia; e afforzati dal soffio mazziniano, dalla caldezza inconsiderata de’ giovani, dai vaghi del nuovo e dell’irrequieto, e più dai lauti che voglion torbido per mercature sulle pubbliche sciagure, in breve le vulcaniche passioni nostre fecero divampare. Fu progresso il progredire a male, libertà rallentare alla libertà altrui, coraggio civile la vigliacca baldanza, che pe’ fortunosi tempi non poteva avere punizione; però fatto impossibile il progredimento, la libertà, e la civiltà. Le sette pria segrete vollero dar lezioni pubbliche per corrompere la nazione, e scostarla dalla devozione al sovrano; preser case in fitto, e miservi circoli, dove aperto e a distesa concionavano e confabulavano; onde vi dominarono i più ciarloni; e, come avvien sempre, chi più callido veemente ed esagerato aveva più plauso. Però legulei e storcileggi, usi al viso duro e allo sragionar di tutto, com’eran mastri di cavilli forensi, così fecersi primi demagoghi. Tanto quella febbre invase i cervelli, che vedemmo pur comitati di donne, e stamparne i programmi. Quei circoli con apparenza di tutelar l’ordine aspirarono a pigliar la potestà; e sempre lottanti con essa ovvero sospingendola sempre, resero impossibile ogni potestà. Sin da’ primi dì suscitarono una dimostrazione di muratori e sartori gridanti pane e lavoro avanti la reggia.

Similmente la stampa libera, che mezzo di luce avria potuto indirizzar le menti al nobil fine della socievole vita, trascorsa in pazza incontinenza fu incendio. Subito libelli infamatorii, satire virulenti per privati fini contro private persone; né valse che il liberalissimo prefetto di polizia con esortazioni li vietasse. Laidi giornali, furibondi, oppositori per sistema di ogni quantunque atto governativo, calunniatori di persone e cose ragguardevoli, mentitori, strombazzatoci di fiabe,seminatori di fiele, di polemiche indecorose e odii e ire cittadine. Si vantavano organi di pubblica opinione; ma strumenti di circoli, né avean la imbeccata, e sputavan leggi nuove di sapienza, e nuovissime di dritto. Uscì allora un Ferdinando Petruccelli, uomo di sconvolto ingegno e animo astioso; il quale s’era fatto nominare qualche anno prima scrivendo male diluiti gli scrittori d’una strenna letteraria, onde n’ebbe certi schiaffi nella platea d’un teatro. Poi scrisse un romanzo detto Ildebrando, dove mise papa Gregorio VII eunuco; pingendo evirato quell’insigne personaggio che fu l’uomo maggiore del suo secolo, e forse del medio evo. Costui adunque tratto da invida natura a investire e a bruttare ogni grandezza, si pose a scrivere in un lurido giornalicchio, detto Mondo vecchio e mondo nuovo, incredibile diffamatore d’ogni persona e cosa sacra. Egli tolsevi il carico di calunniare; inventava dispacci, dava l’allarme, e spingeva tutto a ribellione. Un Gaetano Valeriani fiorentino scriveva l’Inferno, giornale emulo di quello. Né solo contro particolari persone e pubblici uffiziali, ben presto al re stesso s’avventarono. Stamparono il re di accordo col Metternich ottenesse dal papa licenza di passar Tedeschi sullo stato della Chiesa per aiutarlo a cassar la costituzione; e bisognò smentirlo il 15 marzo nel giornale uffiziale. Siffatte intemperanze di scrivere e parlare apriron gli occhi a’ veri patrioti, onde si trassero indietro. Ciò voleva la setta; restar sola padrona del campo, movere ire, subugli, conflitti, per averne opportunità di spazzare i troni; però sospingevan le cose incessantemente; e padroni delle piazze vi scagliarono quelle incitatrici idee promettrici di subiti e non sudali guadagni; onde imparammo i nomi di socialismo e comunismo, nuovi segni degli antichissimi desiderii de’ nullatenenti sitibondi dello altrui. I giornali tuttodì si avventavano al Guizot, che rispondendo al Thiers in parlamento avea detto L’Italia abbisognar di trent’anni per sopportar governi rappresentatici; e con le loro intemperanze mostravano quegli aver molta ragione.

15. Uomini nuovi e peggiori.

Il siciliano Scovazzo chiedeva e otteneva a 21 febbraio d’essere dimesso da ministro d’agricoltura e commercio. Anima del ministero il Bozzelli, i suoi colleghi chi avea fama di lettere, chi di broglio e cospirazione; ma perché usciti dalle congiure, si sperava attuassero quel bene ch’avean promesso. Costoro la prima cosa che fecero fu Balzare alle principali loro sedie cagnotti e confratelli, sicché diventarono uffiziali regi il Poerio, il Settembrini, l’Imbriani, l’Ayala, il Pellicano e altri già. esuli o carcerati, ora direttori, coadiutori, prefetti, intendenti, presidenti; e come ne’ decreti si dichiarava il soldo, il meno in cencinquanta ducati, così cotesti privilegiati fui detti i cencinquanta, Di qua altre diffidenze: ché l’onesta ente sussurrava non dover la costituzione appagar bisogni personali, né dar mercedi e onoranze a cospiratori; essersi chiesta per infrenamento di abusi vecchi, non per addoppiarli; per iscemamento di spese, non per isprecarle; dunque quei ministri aver macchinato per sé, non lavorato per la patria; poter macchinare contro la patria. Tai temenze pigliavan radici; eppure non mancava chi sperasse il bene da quelli uomini nuovi. Ma la nazione non conosceva essi, né essi la nazione. Ignari d’amministrazione e di governo, lanciati a un botto dalle carceri e da’ conciliaboli su gli uffizii supremi dello stato, surti in un (fi da tapine condizioni a potestà., conseguitati da codazzo d’uomini per lunga fame famelici e ingordissimi, concedenti tutto per guadagnar gli animi, e nulla sapendo concedere a modo, spezzanti le redini dello stato, abolenti le prevenzioni al delinquere, e tutte cose alla sbadata e ignorantemente malmenando, là dove avean necessità d’esser uomini sommi, più si mostraron melensi e bambini. La macchina governativa sostò. Si scuorarono i buoni, i tristi levaron le creste, il governo scese al trivio, e rimaser padroni i più schiamazzatori. Questi ordinatori ed esecutori, chiedenti e plaudenti, pagatori e pagati, decretatoci e decretati; questi re, ministri, magistrati, soldati e tutto. Il ministero ligio di costoro doveva,o il volesse o no, seguitar lo indirizzo della setta, ciecamente a repubblica.

16. Ingordigia d’impieghi.

La subita salita di tanti ignoti uomini fu tristo e contagioso esempio; tutti ad agognar lo stesso, tutti a dar la spinta a rovesciar gli uffiziali antichi per surrogarli. Preparavan le cadute altrui ne’ circoli e ne’ caffè fatti circoli; e mentre il festeggiato statuto dava i1 dritto di petizione, non si perdeva il tempo a sperimentarlo, ché inventarono più speditivo modo, lo abbasso. Facevan frotta sotto le finestre di questo e quello, gridando Abbasso! e al mattino il governo ubbidiva, e mandava il decreto; così i più intemerati e capaci e vecchi impiegati mettendo alla via. Ogni sera udivi abbassi, e ogni mattina trovavi su’ giornali lunghe liste di destituzioni e surrogazioni. Uno stuolo di liberalissimi, già lodatori di progresso, di redenzione, di merito e di civiltà, ora a stender le mani, ad accattar tozzi e soldi, per aver gridato il 27 o il 29 gennaio; i primi serviti erano scandalo agli altri, ché non potean restar bassi accanto a’ fratelli sublimati; però né furono allocali assai, tutti no, ché impossibil’era. E chi non l’era tacciava d’egoismo e ingratitudine i consorti, e strepitava e minacciava. Nelle camere ministeriali s’ammazzavan per la calca, tutti postulanti; e qualcuno porse il memoriale col nudo pugnale sotto di esso. Peggio quando giunsero i martiri, o di fuori o dagli ergastoli, i quali benché la costituzione mettesse velo impenetrabile sulle colpe loro, non intendevano coprirle essi che se ne facevan merito, e alto dimandavan magistrati, e dove non v’eran sedie vuote s’avevano a fulminar gli antichi per adagiare cotesti campioni di libertà. Chi restava fuori e perdea la speranza d’avere, raggranellava malcontenti per rovesciare i ministri, e averne altri che riconoscesser la salita da loro. A questo modo ben quattro fatte di ministri avemmo in tre mesi, uomini ricompensatori di chi li aveva aiutati a salire. E v’era di sì ingordi che aggraffavan più cariche e soldi (il Tofano n’ebbe quattro), ciascuno aonestandosi con amor di patria, con obbligo patriota di menare innanzi la nave dello stato; ma veramente in quel naufragio ciascuno si voleva abbracciare a una tavola dello sdruscito legno.

Dalle tante promesse liberalesche non fu che guai, lo agognato potere, malmenandolo, infransero; cadde l’amministrazione, ruinò il governo. Per uno gretto degli uomini di prima, ora cento ignoranti, se quelli deferenti, eglino ingiusti, se quelli miseri, eglino ladrissimi. Ogni cosa fu disordine e anarchia. E quei patrioti, per lascivia di potestà e di roba, bisticciandosi l’un l’altro, e incensando la ragunaticcia marmaglia, a vicenda si scacciavan di seggio. Mandati via giudici, governatori, doganieri, e tutti, sol restava un seggio eminente e riverito da trenta generazioni: il trono di Ruggiero.

17. Il carro del Mammone.

Primo a insultare il re fu un farmacista Mammone Capria, calabrese, uomo di scienza pratica e di poche lettere, stato creato del Del Carretto, ora con la libertà infatuato, e messo su da’ macchinatori. Raccolse danari da studenti con promessa di costruire un carro festeggiatore della costituzione, fe’ cartelli stampati a’ cantoni, e dopo sperticate aspettazioni esci la sera del 25 febbraio dall’edilizio Fosse del grano. con un grottesco carro funebre, e fuochi e lumi e torce, tirato da sei bovi bianchi. Era un melenso catafalco di carta co’ ritratti trasparenti del Pagano, del Cirillo, del Caracciolo, del Poerio (per incensare al figlio) e d’altri giustiziati o esiliati per le rivolture del 1799 e 1820, forse per mostrare questa rivoluzione esser seguito di quelle. Ma quel carro uscito il giorno dopo al giuramento dato dai sovrano, parve fatto in riconoscenza alla regal concessione. Il mausoleo mobile, preceduto da strumenti in lugubri sinfonie, accompagnato da Guardie nazionali e da studentelli, lento lento trascorse per via Toledo, sino avanti la reggia, dove fra grida di Viva Sicilia fermò, replicando la musica mestissima in rammemorazione di quei morti, a dispregio della potestà sovrana punitrice delle fellonie, a improperio al padre e all’avolo del re. La popolazione immensa indignata fischiò il carro e l’inventore. Seppesi poi quello essere stato un tentativo da commuovere il popolo. e istigarlo a vendicar quei morti. Ma quest’insulto fu il primo frutto che re Ferdinando raccolse del suo dono; primo principio di nuove macchinazioni. La dimane molta gente assediò il palazzo de’ ministri, chiedente il perché non si facesse niente di nuovo; udito prepararsi nuove leggi, si ritrasse brontolando, e ’l giorno dopo tornò con Abbasso i ministri!

18. Disordini nelle provincie.

Nelle provincie dov’è minor vernice, e son passioni più scoperte, ei a più disordine. Armi, armi gridavano, quasi la costituzione fosse stato di guerra, e arme aveano. Ammutolita la polizia, aperte le carceri, i ladri in piazza, senza pane, senzatetto, niuna potestà rispettata, imbaldanzita e armata la canagliate arti reiette,gli artigiani senza lavoro, nessun dritto restò non tocco, niuna persona sicura. Dove prima era pace, ora subugli e zuffe, dove commercio e industria ora abbandono e pericoli, masnadieri in campagna, soverchiatori in città; e dove ciascuno avea la mente alla famiglia, sobillavano idee politiche superlative, più superlativi discorsi, più iniqui e folli fatti. A esempio di Napoli e Palermo, giusta l’ordine segreto, ogni paesello metteva su il comitato. I vecchi rubatori dei Comuni, sindaci, eletti, cancellieri, e altro, voltata bandiera, ora per seguitare a rubare gridavan libertà e rubavan meglio. I soli uomini onesti avesser cariche o no, che pur si sarebbero acconciati alle nuove cose, vistele iniziate da cotali archimandriti se ne disgustaron subito. Non fu più forma né sostanza di giustizia. Armata mano discacciarmi via i regi giudici da parecchi circondarli, messi su i supplenti paesani, o confratelli dei comitati. Quindi giudicar nuovo: sentenziar sempre i retrogradi, assolver sempre i fratelli, calunnie, spie, false testimonianze. Colpa esser dabbene colpa stomacar di quei fatti, delitto esser nato di padre realista, delitto aver parenti in corte, delitto non dar danari, non chinarsi a’ nuovi potenti, onde dovevi o incallire agl’insulti o menare il bastone, unica medicina. Di leggi antiche niuna s’eseguiva, di nuove si parlava per ischiamazzare, solo scampo la legge del forte, però ciascuno s’afforzava come poteva. Così l’ire cittadine e la guerra civile covavano. Nulladimeno sì pensava quello essere provvisorio, l’apertura delle camere legislative troncherebbe quei guai cui dicevano insiti alle mutazioni, aspettavamo.

19. Legge elettorale.

Ma i comitati rivoluzionarii che volean far monopolio della libertà elettorale, per mandar alle camere uomini da sospingere la rivoluzione, lavorarono a far uscire una legge di censo basso, perché s’eleggessero loro adepti nullatenenti; laonde compilarono dimando dottrinali e critiche sul censo, e mandavanle con deputazioni a’ ministri, bene udite e bene accolte. Sotto tali impulsioni l’ultimo di febbraio il Bozzelli promulgò la legge elettorale provvisoria, e ’I decreto che convocava le camere pel 1. marzo. In quella indicava la popolazione del regno continentale aver 6,531028 anime, e i deputati uno per quarantamila, e sarebbero 161; determinava esser elettore chi avesse ducati 21 di rendita, eleggibile chi 240. niuno si contentò; chi volea progredire a repubblica trovavan alto, chi sottostava alla costituzione diceva! basso. Altri sclamava a dirittura il censo incompatibile con la libertà; il cittadino o povero o ricco è parte della nazione, ha dritto a eleggere e ad essere eletto, e movere i destini della patria. Cotali scontentezze e ‘l continuo sospinger della setta partorirono poi il ministero del 3 aprile.

20 Combattimenti in Sicilia.

Intanto intristendo le cose siciliane, ponevano in tante dubbiezze l’altra della pace o della guerra fra le due parti del regno. In Messina sin dal 6 gennaio s’era trovato sui cantoni un disegno con Sicilia piangente, s’era insultato ai regi stemmi, e gridato Pio IX e lega italiana. Al 25 fischiarono il presidio mentre il generale Ferdinando Nunziante il passava a rassegna; e come per prudenza non venner repressi, trascorsero a creare un comitato di trecento, e chiamarono all’arme la città. L’altro dì alzata bandiera di tre colori assalirono la cinta di Terranova; ma più volte respinti, piantarono cannoni di marina sulla strada d’Austria, traendo alla Porta che mena alla cittadella, e co’ moschetti fean fuoco dal convento di S. Chiara. Il comandante la piazza, general Cardamone, non ossando pigliar partito da sé, ne scrisse a Napoli; e ‘l ministero rispondeva si difendesse, non usasse bombe né cannoni. Di ciò scienti i Messinesi, avuti da Palermo altri cannoni e munizioni e uomini prepararono senza ostacolo mine, trincee, mortai e batterie da percuotere i Borboniani; e il 20 febbraio né fecero il primo saggio. Gl’Inglesi s’intramisero, volevano il comandante lasciasse i forti, e si chiudesse in cittadella; il che negando egli, fur ripigliate le offese. Sopraggiungeva il disertore Longo con Palermitani e cannoni inglesi; e ricominciato a’ 22 il fuoco da tutte parli, pigliava in due ore il forre Realbasso e la cortina di Terranova; che le milizie regie per le ministeriali ingiunzioni pugnarono irresolute. Fecero centoventi prigionieri al Realbasso; e incontanente arsero i quartieri all’entrata di Terranova, sendosene i soldati ritratti alla cittadella.

Questa fazione fe’ salir gli animi de’ ribelli a immoderata boria; non vider fermata a’ desiderii;e ricusarono qualsivoglia offerta de’ nostri ministri costituzionali. Ma questi intenti a favorirli buccinavan che abbandonando affatto l’isola, meglio si verrebbe a convenzione con essa; e già avean mandato l’ordine incredibile che Castellammare di Palermo si cedesse. Il comandante Gross era allora intrattenuto da offerte di mediazione dell’anglo commodoro Lusington; il quale con patente malafede forniva intanto arme e munizioni a’ rivoltosi. Un dì si pose co’ legni in mezzo per dar tempo a’ ribelli d’armare le batterie del molo;il Gross gli intimò si scostasse o che trarrebbe su di lui; e com’era uomo da farlo, l’ottenne, e fe’ tacere le batterie. Così si difendeva alla gagliarda; ed era in sul più vivo del fuoco, quando gli giungeva l’ordine ministeriale di cedere. Si diniego, giusta l’ordinanza che prescrive volersi lo scritto di pugno del re; e i ministri dichiarando barbarie quel versarsi sangue, l’ottennero. Ubbidì dolentissimo il comandante; e il disertore Longo si compiacque d’andar là esso a prender possesso del luogo. Il Gìross a 5 febbraio usciva, battente il tamburo, con uomini, arme e bagaglio; e recò intatta la bandiera a pie’ del sovrano. Dopo pochi mesi volle fortuna ch’egli stesso chiudesse il Longo nella torre di Gaeta.

Il nostro ministero cominciò a trattare il cambio dei prigionieri e degl’impiegati. Ve n’era di Siciliani in Napoli, e di Napoletani in Sicilia. V’andò Luigi Lauch capitano di vascello, con tre piro-scafi; il quale a 8 marzo sottoscrisse la convenzione, onde ciascuno potè tornare in patria. I Siciliani più imbaldanziti dal vedersi pregati, ricusarono la costituzione; dissero voler quella del 1812, e regno separato; ma intanto assalivan soldati ove né vedevano: Trapani, Melazzo, Catania; Acireale e Siracusa, ritratte le milizie alle cittadelle, erano sgombre; non pertanto il ministero chiamò a Napoli tutte le soldatesche, abbandonando i forti: Melazzo a 11 febbraio. Augusta su’ primi di marzo; e in breve solo in Siracusa e Messina avevam le cittadelle. Grave fatto questo abbandono, perché quelle terre fortificate e occupate avrian ritardate le mosse della sollevazione, e impedito l’armarsi in punto; ma perdute quelle terre, tutta l’isola buon grado o malgrado ebbe a seguire la rivoluzione.

Il re mandò a Messina il general Pronio, con ordine di tener la fortezza. Giunsevi il 23 febbraio sul Sannita, con altre tre compagnie di Pionieri, Zappatori e artiglieri e munizioni da guerra; cominciò nunziando la dimane a Messina il desiderio di pace e fratellanza, ma se lo assalissero tirerebbe con tutte armi. Risposero all’indirizzo con cannonate, ed ei co’ cannoni controrispose. I rivoltosi avean fatte batterie incontro al bastione S. Chiara, sulla Fiumara, presso la diruta chiesa S. Girolamo, nella stradetta de’ Bottari, dietro il palazzo S. Elia, alle Quattro fontane, sulla piazza Madrice, al forte Andria, alla Flora, presso la casina a dritta del noviziato, nel noviziato e sotto la porta Messina, tutte con grossi cannoni, salvo quella a S. Girolamo di mortai. Avean poi asserragliate tutte le vie uscenti alla cittadella. In questa il Pronio trovò 71 cannoni, 15 obici cannoni, e 4 mortaci; nella batteria Lanterna 7 cannoni, 46 cannoni obici da ottanta, e tre cannoni obici minori, in tutto 154 bocche da fuoco. Potevano i Siciliani far l’assedio con parallele ne’ campi Mosella, ed approcci secondo l’arte; e così avrian salvata la città da ogni danno; ma elevate batterie nel bel mezzo di essa, questa stava esposta alle bombe delle due parti pugnanti; il che fu apposto a malizia de’ Palermitani per l’abbassamento di Messina. Il Pronio occupò il Lazzaretto, vi piantò batterie, rovesciò il muro avanti l’arsenale, rioccupò il bastione D. Blasco, e a 21 febbraio ripigliò Terranova a baionetta calata. I ribelli rafforzati da settecento uomini arrivati con Pasquale Miloro da Palermo, e da altre genti tenute da altri luoghi, fecero duce il Nizzardo Ignazio Ribotti corso da Roma in Sicilia.

Cominciò una guerra davvero; però avvezzi a vincere con le grida, i Palermitani ripigliarono i piagnistei per le cannonate e le bombe, sopratutto per l’incendio del Portofranco che apponevano a’ cannoni regi; ma non par probabile i soldati nel calar della zuffa pensassero a trarre là donde non veniva offesa; invece fu credulo una mano iniqua appiccasseviil fuoco a disegno per rubarne le mercanzie; come di fatto avvenner furti moltissimi, pe’ quali pur feron processi. Nulladimeno strepitavano, e facevan cantare i consoli esteri; quasi la cittadella assalita da loro non avesse dritto a difesa. Inoltre i fratelli di Napoli che non avean tenute per barbare le morti de’ Napolitani, subilo gridavano alla barbarie de’ soldati. Abbasso il ministero! pace con la Sicilia! Così i Siciliani erano a quei Napoletani settarii più fratelli de’ Napolitani stessi; così i soldati non potevano combattere senza esser barbari né ritrarsi senza esser vili.

21. Disordini e fazioni.

Tutta Sicilia in disordine era dominata da ferocia e violenza. L’odio contro Napoli spinto a fanatismo, i loro giornali immoderatamente né insultavano, mentre i giornali nostri sclamavan pace; uniti a percuotere il trono. Gli undici giovani arrestati il giorno 9, e tenuti a Castellammare, come uscirono divennero gli eroi del tempo; e con menzogneri racconti facean pompa di mali trattamenti non patiti, per darsi aria di martiri, e cumular odio ad odio. Deste tutte ambizioni, deposti quanti erano impiegati regi, non bastavan le cariche a meritevoli di premio uguale. Quello non era governo, ma imperio di circolo, e ve n’era di molti; i quali co’ comitati ciascun avendo speciale potestà, ma opposti interessi, battagliavano a chi più torre danari. Cento comandi e forze e voleri contradittorii, ognuno a ordinare, a operare a suo modo, e sempre a nome del popolo e del bene universale; onde la vinceva chi più veemente per voce, audacia ed esagerazione. E come lo schiamazzare portava fortuna, oggi dì più crescevano schiamazzatori. Quindi tumulti e crudeltà continue, la tranquillità scomparsa; esaltate le menti, le ire, e tutte superlative passioni. La Guardia nazionale temente fuggiva il servizio, e bisognò sforzarla con minacce. Le campagne eran corse da predatori; né più s’avea sicurezza di roba né di persone, né in istrada, né in casa.

La nobiltà paga d’essersi emancipata da Napoli, tosto s’accorse che usciti i creduti padroni, avea in esso perduto i protettori della proprietà. Molti di essi devoti al re, esularono spontanei, e patiron anche la confisca. Molti altri eran novatori per moda, o ambizione; onde videro con ispavento le ambizioni plebee che più novatrici di loro, aspiravano a rovesciarli per ispartirsene le spoglie. Non potendo rivolgersi alla monarchia tanto offesa, non ebbero altra via di salute che lanciarsi nella rivoluzione per guidarla a loro prò, ma arduo era a condurre a bene quei vorticosi flutti di mali; e lo stringersi attorno a Ruggiero Settimo, vecchio e indolente, era poco ausilio; sicché anzi il domar la tempesta, iterano ingoiati. Già le imposte mal pagate, o malversate non bastavano al gran bisogno; già si fondevano gli argenti delle chiese, si confiscavano i beni de’ Gesuiti, si vendevan fondi nazionali, già nuovi debiti pubblici, e nuove tasse e confische. Dove s’andava a terminare? Ma a malgrado questi patenti mali; e la temenza del peggio, pur la vinceva il timore dell’armata rivoluzione; onde i signori si gettarono a farle eco. In essa l’odio di Napoli e lo spavento dell’arme regie erano spinta a moderati passi; quindi tutti concordi a vituperare Napolitani, a calunniare il re, a diffamarlo, e a turbare con emissarii e ogni maniera d’incitazioni il continente. Si maneggiavano co’ rivoluzionarii nostri, e con tumulti e giornali e invettive facean da’ Napolitani stessi gridar contro la guerra siciliana. E mentre inducevano il ministero ad abbandonar l’isola, eglino con libelli infamavano e gridavano vili i soldati, la stampa sicula gittava il fango in faccia a Napoli; e la stampa napolitana non rimbeccava già gli oltraggi, ma vi faceva il ritornello, e aggiungeva.

22. Mutamenti ministeriali.

Da’ gridi plateali sospinti, i ministri del re, si dettero a terminar la controversia siciliana. Sin dal 1. febbraio s’eran volli a Lord Napiere al conte di Montessuy incaricati d’affari d’Inghilterra e Francia, perché facessero da mediatori, il Napier rispondeva farebbelo, con certe assicurazioni di concedersi la piena divisione dell’isola; perlocché gli si faceva osservare la integrità della monarchia pattuita con l’articolo 104 del congresso di Vienna a’ 9 giugno 1815, segnato anche dalla G. Brettagna, non poteva essere alterata dal re senza infrangere il trattato; cosi la pratica cadde. Invece speravan molto nell’opera del Mintho, corso qui ambasciatore straordinario d’Inghilterra. Dopo le preparate parti, ei veniva a porre in azione il dramma. Il comitato palermitano uvea desiderato lui compositore, e lui sublimarono a giudice i ministri regi. Condiscesero a molto; fra l’altro che l’isola avesse amministrazione e parlamenti separati, e che restasser pari di dritto quei nobili che l’eran per gli antichi parlamenti; ma il comitato ottenuta una cosa, né chiedeva un’altra, onde continue conferenze tra il Mintho e i ministri, i quali sospinti sempre dalla setta ogni di calavano a maggiori concessioni, che già infirmavano la integri là del reame. Ma giunti al punto dove quel nodo volea colpo di spada, stanchi della lotta, si dimisero a 1. marzo, dichiarandole ragioni. Enumerate le quistioni già risolute con regie concessioni, dissero una rimanerne vitale: «Voler Sicilia che il re non tenesse colà soldati se non siciliani, e a ciò non potersi accedere, perché annienterebbe il dritto regio del muovere le forze unite del doppio regno, sarebbe anche all’isola dannoso, che ampia e poco popolata, non poteva aver milizie sue bastevoli a difenderla da assalto straniero; e inoltre il divieto a’ Napolitani del militare colà ferire l’italico pensiero che di tutti gl’Italiani una famiglia vuol fare. Sendo impossibile a conceder tanto, non volerne la responsabilità, né turbar con essa l’italico progresso; ritrarsi piuttosto, e sfiorare ch’altri ministri armonizzassero meglio interessi e desiderii opposti, e gravi d’inevitabili perigli.» A cotai discorso i demagoghi rispondevano: «Mostruosa esser la guerra fratricida; Messina s’abbandonasse, i parlamenti de’ due regni provvederebbero.» Se ne fe ne’ circoli strepito infinito. Il ministero la dimane si dimise tutto; poi al 6 si modificò, scambiate sedie fra loro, tolto il general Garzia, salito l’Uberti alta guerra, Giacomo Savarese a’ Lavori pubblici, il principe di Cariati agli Esteri, Carlo Poerio all’Istruzione, e fatto ministro di giustizia Aurelio Saliceti, uomo d’ambizione furibonda. Rimasero Serracapriola presidente, Dentice, Torella, e Bozzelli. E anche tal mescolanza tacciarono retrograda; e Raffaele Conforti, fatto dal Saliceti prefetto di polizia, ricusò, perché carica indegna de’ suoi spiriti progredienti; e n’andò a’ cieli.

fonte

https://www.eleaml.org/ne/margotti/1868-DE-SIVO-Storia-delle-due-Sicilie-dal-1847-al-1861-AA-2025.html#LIBRO_QUARTO

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