Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XIII)
23. Larghe concessioni alla Sicilia, rigettate.
Il ministero, a purgarsi della brutta taccia di retrogrado, risolse la controversia sicula concedendo quasi ogni cosa. Tennesi alla reggia consiglio, con intervento di undici nobili Siciliani e del Mintho; il quale minacciando che pe’ moti di Francia l’isola trascenderebbe a pronunziare la deposizione del monarca, propose il re legalizzasse in suo nome l’atto di convocazione del parlamento siculo. Subito i Siciliani presenti, e i nuovi ministri, e i precedenti (salvo tre) approvarono; e dopo discussioni di molte ore, si fecero decreti con data di quello stesso dì 6 marzo, si può dire dal Mintho dettati. Il parlamento vi si convocava a’ 25, per aggiustar la costituzione del 12 al tempo e a’ bisogni della Sicilia, ferma l’integrità della monarchia.
S’approvava la legge fatta a’ 24 febbraio dal comitato rivoluzionario per l’elezione de’ deputati; le parie temporali e spirituali vacanti o possedute da non Siciliani, proponessele la camera de’ Comuni, con proporzioni triple a quelle de’ Pari; i deputati di Napoli e Sicilia porrebbersi d’accordo su’ comuni interessi; luogotenente nell’isola un principe reale o un Siciliano, per allora sarebbelo Ruggiero Settimo, che v’aprirebbe il parlamento. Inoltre si nominarono ministri siciliani i più rivoluzionarii: Pasquale Calvi a Grazia e Giustizia, il principe di Scordia all’Interno, il marchese Torrearsa alle finanze; comandante le armi a Palermo Giovanni Statella, e ’l fratello Errico a Massina, ambo Siciliani. Da ultimo si decretava ch’ove i due parlamenti non s’accordassero, né fossero arbitri quelli di Piemonte e Toscana; e ov’anco questi discordassero, arbitro inappellabile Pio IX. L’ultimo decreto definiva la formola del giuramento. Dell’esercito, principal pomo di discordia, non si fe’ motto, forse perché il Mintho volea lasciare il lievito ad altra pasta. Ma le cose concesse, ove fossero state accolte, avrian di fatto distrutta l’integrità della monarchia, serbata a parole; elevavano il parlamento a costituente, il re facean re nominate, disceso a far suoi luogotenenti e ministri gli archimandriti della risoluzione; rendean questa legale; e ponean dritti e interessi nazionali in arbitrio straniero. Con siffatti decreti Lord Mintho tolse l’assunto di pacificare gl’isolani col re; e incontanente il 7 si partia per Palermo sull’Hibernia, seguitato dalla squadra inglese, e co’ due Statella.
Intanto mandava altri col capitano Gagliardi a Messina per far sospendere le ostilità; chetava la cittadella, non i rivoltosi. L’8 marzo lanciarono da tutte le batterie inumerevoli colpi sino a mezzanotte; e lo scoppio d’una bomba nella direzione del bastione S. Carlo, produsse incendio nel magazzino delle vesti del 15 di linea, e negli alloggi degli uffiziali. Mentre s’accorreva a spegnerlo, tutte le campane di Messina suonavano a festa, tutti i cannoni traevan là dove il Turno segnava la mina, per colpire la gente intenta a salvar sé e la roba da tanto danno. A mezzodì della dimane ripresero il fuoco; rispose la cittadella, e con una bomba arse due case propinque alla batteria di Mezzo Mondello; laonde il comandante proibì il trarre su quel luogo. Ma che valea ricever crudeltà, ed usare pietà? Il mondo dovea risuonar di lamenti siciliani per darmi da esso loro provocati, mentre i loro bullettini di guerra raccontavan mirabili prodezze. Seguivan vane discussioni sulla fregata inglese Thetis, col suo comandante Codrigton; ma non si potè concludere tregua, perché i Messinesi diretti dal disertore Longo chiedean patti cui il regio consiglio di difesa rigettò. Volevano elevar opere da offesa senza esser combattuti; e come la cittadella alzava opere difensive, ricorrevano al Codrigton, perché non si danneggiasse la bella Messina.
Ruggiero Settimo avea sin dal 17 febbraio nunziato con proclamazione alla Sicilia la venuta del Mintho, però si preparavan ricevimenti da re a quello, gridato saldo propugnatore della rivoluzione italiana. Giunse a 11 marzo; restò sul vascello, né scese a terra. Al suo primo apparire la gente dabbene in gran numero a Palermo e a Messina esultò alla nuova della riconciliazione col sovrano; ina chi non volea pace, subito a renderla impossibile, gridò al Tiranno! Al Bombardatore Altri sclamava: «La Sicilia fu altra fiata tradita dall’Inghilterra; non vogliamo Inglesi, non mediazione, non protettorato, ma guerra.» Il segretario Stabile parve frenasse a stento quei demoni. Quel medesimo dì il comitato ricusò nettamente i decreti regi, replicando voler costituzione del 12; ma incaricava una commissione scelta nel suo seno, perché recasse al Lord sulla nave gli omaggi debiti al suo grado, e con esso discutesse le condizioni essenziali su cui si potesse trattare, e riferissele al comitato per le risolvilo definitive. E lo stesso dì ricusati gli Statella, rimandaronìi a Napoli.
Il ministero che vedeva andar in fumo la pace con l’isola per essere operoso sul continente, proclamò un debito di sei milioni di ducati; che fu il primo frutto cavato dalla costituzione.
24. La guardia nazionale.
Era stato decretato le guardie urbane s’appellasser nazionali, e s’accrescessero con nuovi ruoli. Leopoldo zio del re ch’avea molti anni comandata la guardia civica di Napoli, si dimise; e per decreto de’ 2 marzo surrogollo il liberalissimo principe di Strongoli. Crearonsi anche maggiori e colonnelli. Domandavano cannoni e artiglieri,un posto di guardia da contenere l’artiglieria nazionale, e ottomila fanti pronti al bisogno; poi richiedevan arme sempre, quasi fosse guerra imminente: e arme avevano. Prima in una volta trentamila fucili, poi 4500 alla guardia di Calabria, duemila a Caserta, presi dalla sala d’arme di Capua, e altri molti appresso, sempre pochi al desiderio. Talvolta non giungevano al luogo, ché per via gli stessi mandanti, avvisali i faziosi, facevanli rapinare; e stampavan presi dal popolo.
Lo statuto concedeva alla guardia lo eleggersi gli uffiziali; ciò schiuse un inferno. Era un solo parlare; nella guardia nazionale la guarentigia, la sicurezza, l’avvenire della libertà, niuna franchigia senza di quella esser buona, fu messo da canto il pensiero del parlamento, per diffinir l’ardua questione del vestito nazionale, se cappello o cimiero, se spade o daghe, e dopo lunghe discussioni vinsero cimieri e daghe. A 15 marzo il Bozzelli die’ a un parto i sospirati decreti pel vestito, e per l’elezioni degli uffiziali. Subito il sole splendé su migliaia d’elmetti, e beato chi primo vestisse in divisa, questa beatitudine di libertà, spavento di Tedeschi, risorgimento d’italico valore. Sostarono industrie, litigi, faccende commerciali, e sin le cose amorose e musicali e ogni pensiero della vita; tutti attorno alle liste della guardia nazionale. Però fatte a furia in quel primo empito, intramessivi ambiziosi, tristi, e pazzi, riuscirono mostruosa mescolanza: vecchi, fanciulli, oziosi, paesani, siciliani, esteri, retrogradi, liberali, mazziniani, nobili, plebei, possidenti, proletarii, onesti, ladri, casalinghi e vagabondi, fu moltitudine di gente eterogenea per pensieri, età, grado, ricchezza, passioni e interessi;ed essa doveva essere il palladio dell’età nuova. E chi non stava ne’ ruoli, si poneva in fronte al cappello una piastra d’ottone, si buscava un fucile, e, messo tra mezzo a gli altri, eccolo difensore della libertà.
Come lo ubbidire in tempo di libertà lor parea vergogna, tutti volean comandare, perlocché alle elezioni fu un visibilio: partiti, brogli, calunnie, zuffe da per tutto, ché tutti voleva esser capitani. In molti paesi corsero schioppettate; schioppettate e uccisioni furono a Cancel d’Anione e ad Avella, ne’ soli distretti di Caserta e Nola, e cosi in tutte provincie. Riuscirono capitani moltissimi ribaldi, schiamazzatori, pagatori o prepotenti, ciascuno credentesi maresciallo, superiore a ogni potestà. Qualche buono fu miracolo. E quasi gli spallini-fossero insegna di rivoltura, il più di quei comandanti serviandi veicolo alla setta; ed eglino dappoi indirizzavano reiezioni de’ deputati, eglino adunavan gente per servizio della congiura, armavanle, incitavanle; e i mandatarii partenti da Napoli in ogni luogo volgevansi a essi capitani, siccome a uomini fidati ch’avean naturalmente a secondar la guerra civile. Videsi manifesto la con vocazione del parlali ionio essersi tardata a posta, per crear prima la forza da por mano alle elezioni, per elegger uomini ligi a’ comandamenti segreti, e capaci di rovesciar la monarchia. Prima la guardia nazionale, poi l’assemblea; prima Farini, poi la ribellione.
25. Sette nuove nelle Calabrie.
Ciò si vide meglio in Calabria. V’eran tornati con la costituzione i ribelli, i quali sotto specie di festeggiare s’eran messi a costruire la rivoluzione. Tra questi era un Domenico Mauro di S. Demetrio nel Cosentino, poetastro, semi letterato, e peggio che del suo spiritato verseggiare si serviva a fin di setta; il quale in lega col romano Benucci fittaiuolo delle dogane, o’ Romeo e Plutino di Reggio. e con tutti i fratelli calabresi, già nel 45 arrestato per cospirazione, sin dal carcere avea guidata la sedizione del 15 marzo 1844 in Cosenza. Poi liberato, poi ricarcerato e riliberato, si trovò in Napoli nel 29 gennaio 18, e fe’ l’atto come dissi di voler pugnalare il re; indi a poco fu inviato a Cosenza per voltar quelle provincie a repubblica. Stretto era con moltissimi già condannati e graziati, e di pessima vita, de’ quali cito soli fra tanti un Giovanni Mosciaro di S. Benedetto Ullano, e un Pietro Salii di Cosenza; il primo nato d’un manutengolo di masnadieri e ladro, cui fu tronca una mano dal boia. e nipote d’un falsario di carte bancali, morto nel carcere di Cosenza; il secondo omicida nel 1817, arrestato per furto nel 26, relegato a Ponza nel 37. e graziato dappoi. Ambo rei pe’ fatti del 44, e perdonati. Cotesta schiera si sparse per le Calabrie, e alla prima creò in Cosenza un Circolo nazionale, con uno statuto issofatto da essi dato alle stampe, dove non si tacque il fine fazioso tra le frasi di sicurezza ammendamento, svolgimento e progresso: designato numero di soci, segreto scrutinio su’ candidati, adunanze straordinarie per urgenza, corrispondenza con gli altri circoli di Napoli e del regno, pagamenti di prestazioni, cassiere ecc. Né fu presidente Tommaso Ortale leguleio, capo di duella abborracciata guardia nazionale; s’adunava nella sala del real collegio. Oltre questo furon altri circoli in Cosenza e in quasi tutte città calabresi, erettivi la maggior parte dal Mauro. corrispondenti, lavoranti unanimi al comando d’una mente. Solo nel Cosentino ve n’eran Scalea, Castrovillari, S. Demetrio, Rossano, Saracena, Lungro, Altomonte, S. Donato, S. Basile, Cassano, Amendolara, Spezzano Albanese, S. Lorenzo del Vallo, e altri. Lo stesso nell’altre due Calabrie e in Basilicata. Tai circoli avean gradi e numeri progressivi; e mentre cospiravano per vendette e disordini, taciuto il primo nome di Giovine Italia, si appellavano chiese; e spesso vi aggiungevano il nome d’un qualche vicino fiume; così chiesa di Lagania, chiesa di Garga, chiesa del Pennino, e altrettali. Empie liturgie nello aggregare adepti, e un sommo sacerdote; il quale in stola nera, e così due sacerdoti assistenti, faceva giurare l’uomo, tenendo un pugnale infisso sul costato del crocifisso, e il messale aperto; giurare di vincere o morire, distruggere i Borboni, migliorar la costituzione sino all’ultimo sangue, e difender le Calabrie; poi inviolabilità di segreto, e morte a’ trasgressori. Uno di tai sommi sacerdoti predicando nel circolo di Saracena eruttò: «Cristo fu seguito da dodici straccioni di Apostoli, né volle tributi; mentre il re vuol pagata la fondiaria, fa la coscrizione, e mantiene i soldati a spese de’ popoli; perciò si deve sterminare con tutta la famiglia.» V’era altresì un commissario organatore di siffatte congreghe; esse tutte già in marzo erano erette.
Lavorando alla rivoluzione, non è credibile quante pazze ed empie proposizioni ed atti ostentassero. In Bollita di Basilicata certi un dì a desco battezzarono sacrilegamente un ariete e una vacca, co’ nomi del re e della regina; e mangiate le carni, gittando l’osso a’ cani; dicevano: «Té l’ossa di mastro Ferdinando: Tè rossa di monna Tesesa! Il nostro ministero avea fatto intendente di Cosenza Tommaso Cosentini, vicepresidente di quel circolo, perché bene stesse delle mani d’un caposetta tutelato il regio potere. Il simigliante fu a Catanzaro, a Reggio e a Potenza. Così con la potestà nelle mani, si potè a Cosenza procedere a un altro atto significativo di fellonia; a’ 15 marzo disotterrarono l’ossa de’ morti e giustiziati per la ribellione del 44, e con gran pompa menaronli alla cattedrale; poi tre dì salmodie e prediche, dove un Orioli, frate domenicano, si scagliò contro il re e il suo governo.
26. Loro atti di ribellione.
Colà come nell’altre parti la guardia nazionale s’era fatta a libito, senza norma legale, con i più faziosi a capi; essa ed essi parati a eseguire la congiura, pertanto come usci la nuova legge sulla Guardia nazionale, tementi veder diroccato l’edifizio, e restar essi capi esclusi col nuovo organamento, corsero al rimedio. Subito il circolo nazionale cosentino mise la legge a esame, e udisti superlative arringhe. Il Mauro sclamò: «Bisogna ricorrere all’arme; e basteranno le tre Calabrie a rintuzzare il tiranno.» Quindi con atto d’aperta ribellione contro il potere esecutivo, rigettarono la legge, e mandarono in giro una lettera circolare in istampa a 18 marzo, con questi sensi: «La legge è inadatta a’ bisogni del paese; e perché imporla molto che tutti fossero del nostro pensiero, e abbracciassero un sol partito, né diremo le ragioni: Il governo già n’avea mandato una circolare di norma sull’installazione della Guardia nazionale, che non piacque; perché n’avria dato una guardia come la precedente Urbana, si manifestò la scontentezza al ministero, ed ei promise nuova legge; ed ecco ora crede contentarci con questa ch’è con altre parole una seconda edizione della circolare. Però la città di Cosenza rappresentata da numerosa assemblea, ha pubblicamente dichiarerò che l’organico novello ha molti vizii radicali; e i principalissimi sono; 1. Che rinnovando l’elezione secondo il regolamento nuovo non avremmo quel che più importa, l’anello e il cemento che lega tra loro le guardie de’ capoluoghi e de’ comuni. 2. Si creerebbero altre difficoltà di partiti, moltissimi già inclusi ne’ ruoli sarebbero esclusi, sia per età che per possidenza o per l’opera d’un partito malevolo.5. Lasciando stare la Guardia com’è fatta, abbiamo un corpo organizzato, e compiuta almeno a metà una grann’opera, cioè l’organazione provinciale di corrispondenze, e intelligenza tra le Guardie de’ capoluoghi e de’ comuni, ciò che menerà a grandi risultate ti, e che prestissimo dobbiamo compiere. Sformando questa per far la nuova,nel frattempo non possiamo operar nulla, e passerà ozioso qualche mese. Ma non avrem forse il bisogno d’essere armati e disposti a ogni evento? qual buon Calabrese vorrà aspettare un altro mese? Impertanto Cosenza non accetta il nuovo organico; desidera che i distretti, i comuni, e i paesi tutti né segnali l’esempio; che valerà a far comprendere al ministero i Calabri essere un popolo ch’ha già rotte le catene, e compresi i suoi diritti.»
A’ 25 marzo Domenico Mauro stampava una proclamazione, dove messo fantasiosamente l’Immagine della repubblica con un piè sulla Senna, e l’altro sul Monte bianco, e definita la nuova legge fonte di mali e disordini, causa di anarchia e sociale dissoluzione, invitava i popoli ad armarsi. A capo di due giorni usciva altra lettera del Comando Generale della Guardia Nazionale di Cosenza, ordinante: 1. Che il Capo della Guardia nazionale di Cosenza comandasse tutte quelle della provincia. 2. Una giunta eletta ad assisterlo deciderà su quanto è da operare, composta di uffiziali, e di Domenico Mauro, Raffaele Valentini, Domenico Furgiuele, Biagio Miraglia e Domenico Parisi. 3. Stabilita corrispondenza uffiziale tra esso Capo e quei de’ distretti e comuni. 4. Potendo verificarsi il bisogno d’unir forze in qualche luogo, si formasse in ogni comune una Guardia mobile pronta ad accorrere.
Per tai lettere e maneggi non s’eseguì la legge in nessun di quei luoghi, e restaron l’arme in mano di gente trista pronta a sollevazione. Atto ribelle fu, preludio al 15 maggio, perpetrato da quelli stessi che corsero poi a Napoli a compierlo, e che fiaccati andaron predicando spergiuro il re. Intanto anarchia: si gridava Abbasso i realisti! si perseguitavan famiglie e persone oneste. Il monaco Orioli quel dì che le soldatesche di Cosenza davano il giuramento alla costituzione, concionava per le strade sulla distruzione de realisti. Si facevan cadere cento teste, gridava. In Cassano Abbasso il Vescovo! suggellaron le porte dell’episcopio. In Rossano fecero serrare il seminario. Da Castrovillari scacciarono il sottintendente; scacciaron da Cosenza il tenente colonnello Simoneschi comandante le armi. In altri luoghi mutavan snidaci e decurioni, frangevan gli stemmi e le statue regie, gridavan Morte al tiranno! e sin tentavano i soldati a proclamar repubblica. Aggiungi le instillate idee di comunismo spingere i contadini a correre in fretta a Cosenza più volte, a chiedere partizioni di terre pubbliche e private. E il Mauro spalleggiando diceva: Vengono a rivendicare il loro! Seguirono armata mano innumerevoli danneggiamenti, devastazioni e arsioni; talvolta gl’istigatori usurpavan per sé, talvolta facevan le porzioni altrui. Invasero a tamburo battente e bandiere un territorio del barone Campagna, altro de’ fratelli Gaudio, e quei de’ comuni di S. Cosmo, S. Demetrio, Amendolara, Campana, e altri.
27. Il Saliceti contro i Gesuiti.
La Guardia nazionale anche prima della legge avea in Napoli stesso riportato vittoria de’ Gesuiti. Con lunga premeditazione sin da due anni s’andava dicendo gran male di quell’ordine, scritti libelli infami, e il Gioberti in più volumi avea ricantate le viete accuse, dicendoli puntelli a tirannide. Risposero i padri, ma fu voce fievole nel deserto. Invero eglino al tempio nostro non s’impacciavan di cose di Stato, eran censori di libri, come altri preti, anzi men severi di quelli. Facevan prediche, limosino, scuole gratuite al popolo, confessioni e altre opere buone; onde avean clienti assai nobili e plebei, dotti e ignoranti. Ultimamente apposer loro a colpa la eredità d’un marchese Mascari, ricchissima, ila in essi a danno degli eredi; onde surta lite ebber la sentenza a favore. Per fermo avean più amici che nemici quando in quest’anno 18 corse per Italia l’ordine settario della loro cacciata, dicevano per toglierne lo aiuto al potere assoluto, veramente per isveller dal popolo quei predicatori di morale e religione, che tacevanlo cheto ed ubbidiente. Prima in febbraio Cagliari e Genova tumultuosamente li mandaron via; poi in marzo Piemonte, Piacenza, Verona e altre; né poteva Napoli comparir da meno e mostrar d’esser men libera, però in consiglio di stato né fe’ proposta il ministro Aurelio Saliceti. Costui nato di povera gente d’Abruzzo, avea comincialo da cancelliere di giudicato regio; onde allora studiò legge, e venuto a Napoli, pei’ amor di don zella brigò e ottenne cattedra all’Università, indi uffìzio di giudice di tribunale; per gratitudine abbandonò la innamorata fanciulla, e menò mala vita privata, e peggio pubblica. Plauditore a’ potenti, dedicò una magra traduzione del Giobbe al ministro di polizia Del Carretto, suo protettore. Surto maravigliosamente liberale e plauditore al 29 gennaio, fu estolto a intendente in Avellino, e tosto a ministro; e come la setta predicavalo campione e uomo immacolato, egli aspirando a dittatura, non ostante avesse versificato Giobbe, volle farsi primo a percuotere i Gesuiti. Pertanto concionò in consiglio: la compagnia di Gesù rea d’avarizia, sospetta d’altri delitti, screditata, incompatibile col novello stato, aversi a provvedere, anzi che farsi sorprendere e rimorchiar da’ tumulti. Voleva provvedere appagando voglie disordinate; ma i colleghi di quel ministro di Grazia e giustizia, non trovando graziosa né giusta la proposta, non gli badarono.
28. Sono scacciati dal regno.
Dovendo il Saliceti esser fatto un grand’uomo, e parer profeta, subito se ne fece avverar la profezia. La sera del 9 marzo s’iniziò una dimostrazione in via S. Sebastiano, ov’è una porta della casa gesuitica; eran men che cento a gridare Viva Gioberti! abbasso, fuori, morte a’ Gesuiti! ma comparsa una pattuglia di Svizzeri, voliamo con Viva gli Svizzeri! e se ne andarono, promettendo tornare al mattino. E fur puntuali, ché mentre i padri la dimane piativano per su i ministeri a invocar la tutela della legge, fu ripigliato lo schiamazzio al largo del mercatello; e più animosi per non opposizione, mandar dentro sul mezzodì una deputazione con foglio scritto e non firmato al rettore del convitto, intimante sgombrassero il luogo incontanente, o ferro e fuoco. E tardando la risposta, fecero scendere a parlamento alquanti padri cui replicarono a voce le minacce, avvalorate dalla facondia di certi uffiziali di guardia nazionale; sicché forte spauriti firmarono obbliganza di lasciar loro case all’ore dieci del dì appresso; né ebber concesso più tempo. Intanto vedevi cartelli sulle mura con firma Il popolo napolitano, inculcante alle famiglie di ritrarre dal convitto i figliuoli, o che sperimenterebbero il furor popolare. Così a nome del popolo contro il popolo s’inveiva. Fu uno spavento, un accorrere di trepidi genitori, a pie’, in carrozza, a cercar de’ bambini piangenti e tremebondi, e a stento fra la calca trarli dalle condannate mura; fanciulli fuggiti soli, spersi per le vie; e madri e parenti a chiederne, a lamentarsi, a disperarsi.
In quella il Saliceti baldanzoso proponeva in consiglio si facesse inventario dei beni e delle carte della compagnia. Bene i suoi colleghi cicalavano sulla illegalità del fatto, ma niuno s’alzava ad impedirlo; né più discutevano sul proibirlo, ma solo sul modo d’attenuarlo. Quelli uomini già cospiratori, posti al governo stordivano, né sapevan reprimere l’onda ribelle da esso loro messa su. La fazione del Saliceti la vinceva.
Sebbene fosse pattuita la partenza pel dimane, la guardia nazionale si lancia come d’assalto; piglia chiesa, atrii, corridoi, scuole, celle e ogni cosa: mette sentinelle agli aditi, manda pattuglie attorno, e al silenzio di quelle mura fatte per istudii e meditazioni, succede fragor d’arme,frastuono, scalpitio dì turbe tumultuanti e discordi. Fra tanto gridare inviolabilità di domicilio e di persone, si violavan le persone e ì domicilio d’un ordine religioso stabilito da Santa Chiesa. I padri memori degl’assassinii di Madrid nel 1831, si raccomandavano a Dio, e Dio lor mandava soccorritori in quella stessa guardia nazionale. Ivi eran giovani stati loro scolari, amici, clienti, congiunti di quei tribolati; i quali presentendo perigli, s’eran lanciati dentro con gli altri, pronti a battaglia, ove si fosse trasceso a maltrattamenti. Intanto i tristi a padroneggiare, a comandar alto, sputar parole pazze e nefande. Chi chiedeva il tesoro, chi le scritture, chi le camere segrete colme d’ossa umane, e chi volto a più materiali frutti della vittoria invadeva cucine e dispensa, e gloriosamente saccheggiava le mense, persuasi non avessero i Gesuiti più a mangiare. Satolli, facean fardelli, andavan col bottino a casa, e ritornavano pel sopraccarico; onde si resero abbietti a quei medesimi incitatori della liberalissima impresa.
Eppur quei religiosi si confortavano sperando uscir presto d’affanno; promesso di sgombrare per la dimane, già si figuravan le carezze di congiunti ed amici in grembo alla città ospitale. Già qualcuno impaziente per andarsene il di stesso, vestiva panni da secolare, e si volgeva alla porta, ma riconosciuto era tracotantemente ricacciato dentro. S’avvidero allora esser prigioni, e che strillando fuori i Gesuiti li volean dentro a forza. Sul tardi venne il direttore di polizia: «Non volere, diceva, non potere i ministri lor comandar nulla, essere illegale il procedimento, ma in tempi torbidi comandare il popolo, chi opporsi? meglio la compagnia di Gesù involarsi all’ira pubblica uscendo dal regno; ciò non comandarsi, consigliarsi.» l padri rispondevano: «Aver promesso lasciar la casa, non il reame; quello essersi chiesto, quello convenuto. L’esilio perché? senza delitto, senza giudizio, bandirsi uomini religiosi, molti d’età grave, moltissimi giovanetti, sol rei d’aver la veste d’Ignazio; facesserli uscire dalla casa, al resto Dio provvederebbe.» Il direttore recava tal risposta al consiglio de’ ministri, e né tornava a un’ora di notte, dichiarando: «Ciascun Gesuita esser libero; poter restare in convento i vecchi e i malati, e altri quattro a custodire la chiesa e amministrare la casa, cui non era da considerar disciolta. Recassero con esso loro le masserizie, solo suggellati restasser gli archivii e le biblioteche». E tosto ordinava i suggellamenti, e che sgombrasse!’ gli armati, entrasser pure i congiunti de’ padri a menarseli a casa. Reiterava gli ordini stessi il colonnello della guardia nazionale, e parca s’eseguissero. Ecco i dimostranti del mattino a strepitare, a gridar tradimento; tutti tutti dover spatriare, anche i vecchi, anco i malati, aversene a sterpare la semenza. Infra lo schiamazzio, il direttore imbalordito scese a interrogar la volontà de’ battaglioni della guardia nazionale (così riconoscendo in questa il dritto sovrano) della quale eran presenti i singoli drappelli. Di dodici battaglioni tre soli votaron per l’esilio, nove pel no; nondimeno i tre sommarono più de’ nove; i tumultuanti la vinsero su’ bonarii, ripresero le poste, né fecero uscir niuno. Nelle sedizioni le passioni ree trionfali sempre sulle buone.
Fu un irrompere, circondar d’ogni lato il luogo, chiamar i padri a rappello, numerarli come galeotti, correre alla cerca di qualche mancante, puntar baionette alla gola; e dall’altra un trambasciare, un umiliarsi, un rassegnarsi alla volontà di Dio. La notte crebbe le furie e le paure. Trovali in una vicina casetta diciotto padri, itivi a rifugio sin dalle prime aggressioni, trasserneli violentemente in mezzo all’arme e quasi a berlina, e per via Toledo ricacciaronli in convento. Stretti quasi tutti in una sala; tutta notte senza letti, senza pane, in disagio, guardati a vista da guardiani sbevazzanti adusati al mal costume; né pria del mezzodì della dimane s’ebber qualche reficiamento. Tratti a due a due in refettorio, trovaron solo pane e formaggio, ché le minestre naufragavan per via, sfamanti nei corridoi quei patrioti. Tornati nel salone, da capo l’appello e la numerazione; dappoi sull’ore quattro pomeridiane sendo pronti a partire, arriva il Bozzelli a confortarli con una concinne: «Stessero di buon animo, non a andare in bando, ma lontano, per sol quei momenti tempestosi; scortali sì da soldati, ma per difensione. Andrebbero per mare; alla Darsena si imbarcherebbero; lungi da terra saprebbero la destinazione.» I padri, niente racconsolati, fecer rimostranze; ma i viva e i bravo affogavo n le proteste, come tamburi a condannati. Scesero quanti erano, pur vecchissimi e malati; anche uno Spagnuolo ottuagenario e paralitico, messo in seggiola a ruota, sospinto in una carrozza, non ostante gli spasimi, a peregrinar pel mondo. E la pubblica potestà guardava.
Non perciò paga la setta, volle pubblico trionfo, per dar prova di sua forza. L’ora vespertina, via Toledo popolosissima, lunga sino al molo, seguenza di venticinque carrozze, migliaia d’armati, fanti, cavalli, cannoni, ministri, generali, trombe, passo lento, spesse fermate. Ciò forse a ludibrio, perché il volgo credesse giusto il gastigo: invece fe’ compassione. Uomini venerandi, predicata virtù tanti anni, confessato, benedetto, ministrati sacramenti, menati allora senza perché come fiere, come briganti al supplizio: quel paralitico e canuto, su quella seggiola in cocchio, sofferente e insanguinalo, quei volti pallidi per insonnie e digiuno e patemi fean miseranda vista. La moltitudine silente, attonita, spaurita, chi tremen compresso, chi piangea, chi storcea gli occhi. Assai poveri per quella cacciata perdeano il sostentamento, molti genitori la gratuita istruzione desigli, molte famiglie i consolatori nelle avversità, e il più della stessa Guardia nazionale arrossiva dell’opera sua. Quello spettacolo dissuggellò gli occhi sull’avvenire, l’onesta gente cominciò a trar le mani da quel processo.
Navigarono prima a Baia, dove a certi padri venne fatto con mentite vesti trafugarsi in braccio a’ parenti accorsi alla spiaggia, la maggior parte stivati sul Flavio Gioia vaporetto da quaranta cavalli,usato già alla deportazione da’ galeotti, fur poi messi su’ lidi di Malta, isola padroneggiala da protestanti, dove almanco trovaron ricovero e ospitalità.
29. La plebe del mercato.
Ciò su’ primi giorni di nostra libertà spaventando la buona gente, era per contrario celebrato da’ tristi, che ne davano il primo vanto al Saliceti, fatto subito famosissimo, e più dopo. I suoi trascorrendo le provincie ponevanlo in cielo, come patriota vero, e campione di quella vittoria. Allora il costituzionale Bozzelli sclamò: Napoli aver bisogno di gendarmi e Del Carretto! Pria che si compiesse il mese facean lo stesso a’ Gesuiti di Roma: similmodo, stesso effetto, uno il pensiero.
Ma nella città nostra la plebe pel fatto de’ Gesuiti sospettò peggio. La dimane 12 marzo certi studenti gridarono Abbasso a’ frati del Carmine, di che i popolani del mercato sospettando volessero rifar la stessa storia, li perseguitarono a sassate, e tutta la notte e ’l dì seguente stettero avanti la chiesa vigilanti, con l’immagine della madonna al collo. Nessuno osò tornare: ond’eglino fidando nel numero, passata l’ora sospetta, s’incamminarono in frotta per via Marinella alla reggia, con Viva il re, e la madonna del Carmine! Non fecer atto di male, se non che al caffè d’Europa, rinomato ritrovo di liberali sul cantone tra Toledo e Chiaia, spezzarono i vetri. Subito surse un voce quelli volessero saccheggiare, però il ministero che inerte avea guardato la cacciata de’ Gesuiti, si fé operoso a ordinar la dispersione de’ lazzari. Questi investiti dalla Guardia nazionale e da Svizzeri con moschettate e baionette, dettero indietro lasciando feriti e prigioni. Molto lodalo fu pertanto il ministero d’aver usato forza contro quel non popolo ma plebe superstiziosa, retrograda, non degna di costituzione ma di bastone, solo popolo vero e libero esser quello trionfatore dei Gesuiti. Due illegali attruppamenti, uno a offesa, altro a difesa, uno con fucili, altro con pietre, quello avea encomii, questo schioppettate, barbarie reprimer quello, gloria fiaccar questo; eppur quello era stato esempio e sfida a questo. Mar fra’ due popoli era un cotal divario: ambo di proletarie, uno amava la fatica, mangiava col lavoro, vestiva giubba e camicia, e credeva alla Madonna, l’altro non volea faticare, amava l’altrui, e vestiva giamberga gridando Italia. Il ministero s’accorse la popolazione sentirla male, né fe’ più toccare i frati, anzi al 15 decretò la G. Nazionale sotto la protezione della Vergine del Carmine, e promise una gran festa a suo onore.
30. Anarchia e decreti.
Intanto si proseguiva ad anarchia. La stampa inveiva contro persone e cose sacre, propagava nelle provincie i pensieri e i voleri della Giovine Italia; strombazzava vergogne, avversava qualsivoglia atto governativo a disegno; e questo diceva esser lotta generosa di libertà contro tirannia. Gli uomini del passato governo non avean requie, designati a ludibro, diffamati con calunnie, fischiati per le vie, dovean calarsi a spatriare. Il Gen. Ferdinando Nunziante che nel precedente settembre avea doma la rivoltura calabra, confinato a Caserta, udiva sua fama lacerata; il Vial già governatore di Palermo, uscito dal regno, avea fischi a Genova; monsignor Code confessore del re, perseguitato, ebbe a 4 marzo visita dal prefetto di polizia a Castellamare ov’era, e costretto a ramingare a Malta, condotto dal Nettuno pacchebotto reale.
Compresero i buoni quello non esser tempo da starsi; mandarono a’ ministri una petizione con migliaia di firme reclamante provvedimenti forti. E i settarii spaventati al veder la forza di quel popolo, fecero altri indirizzi con altre migliaia di firme, vere e false, chiedenti una legge contro gli assembramenti. E il ministero anch’esso considerando quel popolo assembrato all’avvedersi di sua forza poter reagire, fe’ subito un progetto di legge provvisoria contro gli attruppamenti, ’l propose in consiglio di stato, dove suscitò gran rumore; perocché li Saliceti non volendo che quella legge osteggiasse altresì il suo popolo progressivo, e arrestasse la rivoluzione, strepitò, minacciò peripezie e tempeste, e volle anzi dimettersi che sottoscrivere; onde i più furibondi celebráronlo uomo invitto. Questi era sì cieco per la repubblica, che sperava farla col re, o con l’aiuto del re. Il Poerio, il Savarese e l’Uberti voleano anch’essi ritrarsi dal ministero, ma pregati dal Cariati, stettero. Lo stesso dì 12 marzo al Saliceti fu surrogato il Maccarelli; e la legge passò, ma più fiacca e smozzata; però non bastevole all’uopo, anzi che. paura provocava le risa ogni volta che s’attuasse. Era prescritto non so qual cordone in collo all’eletto del quartiere, e che cosi dovesse ordinare alla folla di sgombrare; ma colali intimazioni non ubbidite mai, né seguite da repressioni, riusci van commedie, con urli e fischi; vergogna alla potestà.
Altro decreto dichiarò le Guardie d’onore Guardie nazionali a cavallo; altro richiamava a servire gli uffiziali deposti nel 1821, cioè quei pochissimi che non avean fruito delle grazie precedenti. Questo lamentarono ingiusto, perché si voleva gli uffiziali richiamati avessero altresì le promozioni come avessero servito. Altro a 17 marzo, abolendo la Gendarmeria, creava la Guardia di pubblica sicurezza; ma sendo la gente stessa, a gendarmi odiati era mutato nome, cappello e rivolta al vestitola quale posta gialla fe’ che la popolazione a dileggio appellasseli i canali. Quei ministri che non sapevan né abolir la cosa né tenerla, cangiavan nomi e colori; codardia e incenso a’ tempi, cui non osavan far contrasto, né voltare a bene.
A 24 marzo con due decreti s’aboliva la presidenza dell’università degli studii, instituita sin dal 12 settembre 1822; e creavasi una commissione provvisoria di pubblica istruzione, presieduta da! ministro, col carico del riordinare lo insegnamento nel regno, e censurare i metodi e i professori. Quel dì medesimo vedeva altro decreto che convocava i collegi elettorali per reiezione de deputati sul continente, pel 12 aprile. Né fu dimenticato uno strale a Roma: s’ordinò una commissione da compilare una proposta di riforme al culto e al concordato col papa, da presentarsi al parlamento.
31. L’ultimatum di Palermo.
In frattanto il comitato siciliano confabulava col pacificatore Mintho, ossequiandolo più che re, mentre al sovrano e alla nazione napolitana dava offese invereconde. Ricusarono i decreti regi conceditori di tutto quanto avean prima chiesto, ripetendo la formola È troppo tardi. Gli animi superbissimi di quei ribelli isolani sperano esaltati per le lodi di tutto il mondo settario, che dicevano dessi con la loro vittoria aver fatto le rivoluzioni italiane, senza di essi starebbesi ancora a pitoccar grette riforme, meritar riconoscenza e gloria, doversi batter medaglie col motto Palermo l’eroica. Rigonfiati per la rivoluzione parigina, pel programma del Lamartine, per le incitazioni britanne, per le sventure tedesche, già dettavan leggi da trionfatori, laonde sdegnavano altresì d’entrare in trattato co’ ministri regi, e giunsero a dimandare al Mintho che Ferdinando abdicasse a pro del figlio. Lo stesso lord approvando il diniego siculo a’ decreti del 6 marzo da esso stesso dettati, e da esso recati a Palermo, insisté proponessero altre condizioni. Discussele in più conciliaboli con la commissione, e aderendo egli, n’uscì a 16 un ultimatum, come base di riconciliazione, così.
«Il re non più del regno delle due Sicilie, ma re delle due Sicilie s’appellasse, rappresentasselo nell’isola un viceré, principe reale o Siciliano, con alter-ego irrevocabile, e potestà esecutiva secondo la costituzione del 1812; rispettarsi gli atti e gl’impieghi diplomatici civili e militari, e le dignità ecclesiastiche si dessero a soli Siciliani, e dal potere esecutivo là risiedente; serbarsi la Guardia nazionale, con le riforme che farebbevi il parlamento, rilasciarsi fra otto giorni le due fortezze rimaste al re, e se ne demolissero le parti nuocibili alle città, a grado del comitato o de’ municipii; la Sicilia battesse moneta da determinarsi dal parlamento; serbare i tre colori e la nappa rivoluzionaria; darlesi il quarto della flotta, dell’arme e arnesi da guerra del regno, o invece lo equivalente in moneta; non parlarsi di spese di guerra, ma i danni recati al porto franco e alle mercanzie in Messina pagarsi da Napoli; i ministri di guerra e marina, d’affari esteri, e di tutte faccende siciliane, responsabili a maniera costituzionale, risiedessero colà col viceré; non dover esser nessun ministro d’affari siciliani in Napoli; il porto franco di Messina riporsi com’era prima del 1826, tutti gli affari d’interesse comune si tratterebbero d’accordo fra’ due parlamenti; facendosi lega italiana, l’isola manderebbe legati distinti, nominati dal potere esecutivo siciliano; da ultimo le si dessero i vapori di posta e di dogana, comprati con danaro e pel servizio di Sicilia.»
Cotali eran le condizioni consentite dal pacificatore Mintho; e con esse il comitato permetteva il re avesse titolo di re delle due Sicilie; con patto che queste e altre dimando da farsi, s’approvassero ad eseguissero prima della convocazione del parlamento (pel 25 marzo); in contrario tutto cadesse. Proposte a disegno per averne rifiuto; né sai se più di oltraggio al re o alla nazione napolitana. Posavan sulla divisione del regno, e ponean l’esercizio diretto della potestà sovrana subordinato a condizione di residenza, cioè l’opposto del principio d’integrità della monarchia, messo dal re a base (fogni concessione. Serbare a ludibrio nome di re, e a dare altrui alter-ego irrevocabile e indefinito? Napoli costituzionale ceder fortezze, arme, munizioni, pagar danni, senza l’assenso del parlamento? e poteva questo approvar tanto obbrorio per l’onore di cosiffatta pace? Napoli pagar i danni d’una guerra riuscente a pro di Palermo? Ov’anco l’isola indipendente trattasse da nazione a nazione, potea giustamente voler che Napoli solo pagasse il debito pubblico stato comune, e d’avvantaggio desse navi e armi, quando invece era notorio il continente in passato avere speso due milioni e mezzo per tener l’isola? Conceder tutto fra otto dì, col coltello alla gola, senza neanche entrare in preliminari di pace? accrescer la forza al nemico, e poi tornare a guerra? Se un esercito siculo fosse stato vincitore attorno Napoli, affamando il re e la città, non poteva dettar a’ vinti più dure e vergognose leggi. Nulladimeno il Mintho pigliava l’incarico di trasmetterle al sovrano, di che tutta plaudivalo Palermo, appellavate difensore de’ popoli oppressi, e per segno di pubblica riconoscenza davagli una statua marmorea di Ferdinando II. Vedi pacificatore che per guarantigia di pace fra popolo e monarca, piglia da quello lo strano donativo del simulacro del monarca. Egli fe’ tosto una corsa a Messina, disse per curiosità; visti i fortini costrutti da’ ribelli sulle alture, diretti da uffiziali inglesi, li approvò, ed eccitò a guerra i Siciliani.
32 II pacificatore Mintho fa abolire la pacificazione.
Giunto in Napoli a 17 marzo l’ultimatum, la fazione filo-sicula e la calabrese, invece di mostrarsi offese delle arroganti intimazioni, e delle stomachevoli burbanze della stampa isolana, l’appoggiavan anzi con grida e giornali. Dicevano: «perché non concedere prima della rivoluzione Francese? perché non si cede ora almeno? sapienza è cedere a tempo, il tempo stringerà più il nodo, che guerra? che patti? pace a qualunque costo fra popolo e popolo.» Volevano unire Italia e dividere il regno. Ma non potendo il re chinare il capo a quell’indegnità, col pusillanime assentire al regio disonore,il ministero volse istanze al Palmerston a usar di sua potestà sul Mintho, per indurlo a persuadere agl’isolani più miti sensi, e conformi a’ veri interessi delle due parti del regno; ma presto le risposte di quel pacificatore, dichiaranti la inalterabilità delle sicule proposte, resero ultronee tutt’altre umiliazioni, andò in fumo ogni speranza di pace. Pertanto il re a 22 marzo, con solenne atto, rammentati i decreti concessi al dì 6, considerando qualsiasi modificazione a quelli violare l’integrità della monarchia, protestava solennemente contro qualunque atto seguisse nell’isola avverso agli statuti fondamentali del reame. E il ministro d’affari esteri comunicandolo al Napier lamentava la durezza de’ Siciliani, che turbava l’italica risurrezione, e l’indipendenza della patria comune, appunto nel momento supremo in che tutti gl’Italiani dovevano affratellarsi negli sforzi e nella volontà. Ma il Mintho, autore di tanto fuoco, dettatore de’ decreti del 6 marzo, portatore di essi, consigliatore di respingerli, scriveva inoltre il 21 marzo al Palmerston ch’essendo il parlamento siciliano per decretare la separazione dell’isola, saria stata buona politica il riconoscere il governo separato. La dimane in ringraziamento il principe di Scordia invitavalo a mensa, ed ei v’andava coll’ammiraglio Parker ed altri Inglesi. Dopo tre dì, cioè il 25, con maraviglioso progredimento precedendo gli avvenimenti, scriveva al Palmerston: «Il dritto de’ Siciliani a deporre il loro re, se fondato sull’articolo 8. della costituzione, sarebbe al più dubbioso, ma non si può negare avervi essi più forti ragioni che non l’Inghilterra nel 1688, per isbarazzarsi d’un’intollerabile tirannia.» E poco appresso in un dispaccio del 1 aprile aggiungeva: «I principali di Palermo pensano potersi ancora salvar la monarchia, chiamandovi qualche principe di casa Savoia.» Cosi fingendo temer proclamazioni di repubblica, profetava. Dimostrava la giustizia della deposizione del re un mese prima della deposizione, metteva innanzi il Savoiardo tre mesi prima dell’elezione, e co’ suoi dispacci precorreva la via agli atti del parlamento. Volontario s’era offerto pacificatore, appunto per far la pacificazione abortire. E lord Palmerston dappoi a 29 giugno, lodandolo nella Camera inglese, disse con gravità di volto: i consigli del Mintho in Italia aver prodotto in ogni parte fortunati frutti.
Nientedimeno il ministero napolitano cedevole al gracidar de’ trivii. ripigliava con petulanza da accattone le pratiche, e offeriva l’una sopra l’altra novelle concessioni, tutte con disdegno rigettate. Eppure quasi accordo fosse seguito, ei faceva senza guerra a 21 marzo sguarnir di arme e armati il forte di Siracusa, già ben difeso dal vecchio general Palma, così sbrandellando la monarchia, e traendo in sembianza di vinti i prodi soldati.
33. Il parlamento di Palermo.
I capi della rivoluzione tenevano a Londra agenti segreti presso al Palmerston, e, sicuri di soccorsi inglesi, facevan promesse pubbliche, e v’aggiungevan menzogne per ispinger le popolazioni contro il re. Instituivano una festa commemorativa del 12 gennaio, stampavano avere un battello siculo fugato a Milazzo la flotta intiera di Napoli, due reggimenti di soldati scesi a Sciacca fatti a pezzi, poi la cittadella messinese presa d’assalto; il re fuggito, e ora a Malta, ora serratosi in Capua, ora morto. In quella caldezza il comitato di Palermo, con l’intervento di delegati di Messina, Catania, Siracusa e altre città, avea dato a 24 febbraio una non so se legge o decreto, invitante la nazione a eleggere deputati, con norme indicate, simili molto alle inglesi, con ampliazioni da quelle stabilite nella tanto invocata costituzione del 1812; cui fuor del nome niente rispettavasi; e fermavan la convocazione delle camere pel 25 marzo, per adattare a’ tempi quella costituzione. L’elezioni si fecero a’ 15 con voti quasi universali, ed ebbero 160 deputati del cuor loro. Similmente seguito lo squittinio de’ pari, fu con pompa aperto il parlamento generale sul mezzodì del giorno indicato in S. Domenico a Palermo, presenti i diplomatici stranieri, e popolo immenso, squillando le campane, fra colpi di cannoni. Dopo la messa e la benedizione, surse Ruggiero Settimo, presidente del comitato, con studiata diceria a dichiarare aperti i parlamenti di Sicilia. Lodava la rivoluzione, magnificava preparativi di guerra, e come già una flotta e un esercito invincibile stessero parati a difesa; citava i regi decreti del 6 marzo, dicendoli non bastevoli a tutelare i dritti dell’isola; e tenerli come non avvenuti; dichiarava invalida la protesta regia del 22 marzo, e richiedeva pari e deputati votassero la legge definitiva del potere esecutivo. I pari fecero presidente il duca di Serradifalco; i deputati elessero il marchese Torrearsa, e vicepresidente Emerigo Amari. La sera feste, luminarie e baccano. All’apparente libertà de’ voti la setta, per assicurarsi la servitù delle assemblee, avea posto questo riparo: laddove le camere non fosser d’accordo, sorgeva un comitato misto di numero uguale di pari e deputati, ma presieduti dal presidente della camera bassa, il quale valendosi del suo voto facea sempre rigettare il parere de’ pari. Ciò servi a spaventar questi signori, i quali vistisi sempre perdenti, e starvi per forma, approvava sempre, senza risicar la pelle in quell’anarchia.
Il parlamento per primo atto decreto: «Il potere esecutivo è fidato a un presidente del Governo del regno di Sicilia, da esercitarlo con sei ministri da lui scelti ed amovibili, egli ed essi responsabili de’ loro atti.» La camera de’ deputati fe’ presidente il Settimo, i pari aderirono, e restò casso il comitato. Egli a’ 27 si fe’ il ministero cosi: Mariano Stabile a esteri e commercio, il barone Riso a guerra e marina, Michele Amari alle Finanze, Pasquale Calvi a Interno e sicurezza, il principe di Butera a istruzione e lavori pubblici, Gaetano Pisani a Culto e Giustizia. Questi cominciarono chiedendo un prestito di mezzo milione d’onze, e ’l parlamento a 30 marzo l’approvò, e anzi a facilitarlo die’ a 13 aprile facoltà al ministro delle Finanze d’emetterne certificati di rendita al cinque per cento.
Al 1. aprile decretarono si dichiarasse agli altri stati d’Italia voler Sicilia libera e indipendente far parte dell’italica confederazione, e si presentassero tre bandiere a Torino, Firenze e Roma. Il La Masa detto colonnello propose si mandassero cento giovani alla guerra lombarda; li raccoglieva, e avuto l’assenso solo de’ deputati a 17 aprile, lo stesso giorno partiva con essi, pria che i pari approvassero; e sbarcò a Livorno. Nella tornata del 7 il La Farina concionò, perché si facesser cannoni dell’enee statue de’ re di Sicilia, onde meritò plausi strepitosi, ma il ministro Stabile, temente altri nol passasse avanti co’ sensi liberali, osservò già essersi abbattute a Messina le statue di Carlo II, Carlo III e Ferdinando II, avvegnaché questa fosse lavoro egregio del Tenerani; ond’ebbe plausi maggiori. La camera approvò, aggiungendo anche si fondessero le campane dei conventi soppressi. La stessa sera, senza aspettarsi la risoluzione de’ pari, la marmaglia col grido Morte a Ferdinando, die’ addosso a quant’eran regie statue in città; solo risparmiò Carlo V in piazza Vigliena, sebben di bronzo, forse perché stimaron liberale Carlo V. I pari, dopo il fatto, a’ 19 approvarono. La rivoluzione balda, a ricisa, senza titubare procedeva dritto. L’era animo e consiglio l’Inghilterra; sicurezza le peripezie europee; superbia le lodazioni settarie, l’incenso della napolitana stampa, e le Bassezze del nostro ministero; perocché gli uomini odiano il nemico pugnace ma odiano e sprezzano il nemico cedevole; perché quando s’è posto mano a’ ferri, non v’è strumento meglio del ferro efficace a persuadere.
fonte


invio in corso...



