Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XIV)
LIBRO SESTO
SOMMARIO
§. 1. Carlo Alberto esce In campo. — 2. La Belgioioso in Napoli. — 3. Partenza di volontarii per Lombardia. — 4. Dimissione del ministero, e tumulti. — 5. Il ministero Troya. — 6. Partenza del 10. di Linea ed altri volontarii. — 7. In Sicilia dichiarano decaduti i Borboni. — 8. Ministri napoletani e siculi al congresso per la lega. — 9. il papa disdice la guerra. — 10. Cade il disegno della lega. — 11. Armestizio a Messina. — 2. Gli organizzatori de’ municipii. — 13. Elezioni di deputati. —14. Semi del 15 maggio. — 15. Abbandono di arti. —16. Strettezze, debiti, prestiti sforzati. — 17. Il Pepe manda soldati fuor del regno. — 18. Ministri di piazza. — 19. Comunismo e socialismo. — 20. Reazioni. — 21. Colpano i Gesuiti e l’Austria. — 22. Proclamazioni turchesche.— 23. Il popolo non si muove. — 24. Illegali conventicole di deputati. — 25. Le barricate. — 26. Inutili concessioni regie. — 27. Fremito dei soldati. — 28. Battaglia. — 29. I deputati delirano. — 30. I ministri esteri. — 31. I foggiti liberali. — 32. Che fu il 15 maggio.
1. Carlo Alberto esce in campo.
Avendo l’Inghilterra nutricato la setta tant’anni, e ora sguinzagliatala sull’Europa; ardendo Germania, sendo repubblica Francia, e Italia guazzante in libertà; fiduciosi trionfando i novatori, né di niuno impossibile dubitando; e stando rannicchiati oltre il Mincio i Tedeschi, mal sicuri in patria e fuori, Carlo Alberto di Savoia stimò quell’occasione esser unica a porre in atto i vieti sogni sabaudi sul conquisto d’Italia. L’incita il ministero Brittanno, spingevelo il Mazzini fido al suo programma, vel lancia l’amo ingannatore di cieca ambizione. Gli antichi legami del 1821 con la setta, benché poi disdetti, allentati o sconosciuti, ora rannoda; e mentre essa tende a servirsi del suo braccio ed infrangerlo, egli si vale degli annosi sforzi di quella, sperando spegnerla poi, e seder sul retaggio di lei. Sa bene la profetata mazziniana repubblica, ma crede comprimerla con la sua monarchia. Lega infedele di due maniere di tristi, concordi al conculcare i diritti altrui, concordi nel non dividere la preda, ciascuna parte aspirante all’intiero, e farla all’altra. Impertanto unite a gridar progresso, leggi e nazionalità, ambe proclamano un dritto che dicono nuovo; e ell’è vecchio quanto le umane ingordigie. La setta nullatenente, ancora che sconfitta, guadagna sempre un po’ di cuccagna; ma egli re, discendente di monarchi gloriosi, mette in bilico il trono; il nome regio, l’onor di cavaliero, spezza legami di sangue, d’amistà, di riconoscenza, calpesta solenni trattatile si lancia nell’abisso delle rivoluzioni, per istender la mano ad ardua corona, che sempre arse le tempia di chi la cinse.
In faccia al mondo s’aonestò con una scritta, stata principio di quella tela di barocchi sofismi ch’andò poi sempre tessendo il Piemonte a giustificar sue aggressioni. Il suo ministro a 25 marzo mandò un dispaccio ai connivente ministro inglese, e agli altri ministri esteri a Torino, in questi sensi: «Primo dovere d’uno Stato rassicurare il suo essere, però dove eventi di forza maggiore e simpatici al paese sorgendo ne’ vicini Stati metteano in periglio il governo, questi doversi premunire dalle catastrofi che il potrebbero trarre a mina. Lombardia in foco reagire sugli animi in Piemonte, la simpatia per la vincitrice Milano, lo spirito di nazionalità prorompente, tutto concorrere ad agitar Torino, tanto da far temere il rovesciamento del trono. Fatta repubblica Francia, repubblica sarebbe Lombardia. I moti di Modena, Parma e Piacenza, sulle quali Savoia avea ragione per dritto di riversibilità; la esasperazione surta in Liguria e in Piemonte pe’ trattati fra quei Stati ed Austria, che sotto colore d’esser soccorsi facevanli annessi all’Impero, né portatali le frontiere di qua dal Po, e rompean l’equilibrioitaliano, mostrava chiaro potere il Piemonte a udire repubblica in Lombardia cadere in commozione da squassare il trono. Pertanto il re forte del suo dritto per la conservazione del suo; forte de’ dritti sul ducato di Piacenza, di cui non si era tenuto conto col trattato del 24 dicembre 1847, essere in debito d’operare in guisa da impedire che Lombardia voltasse in repubblica, e tanta catastrofe ardesse tutta Italia.»
Fingeva temer la repubblica, e correva ad aiutare la rivoluzione, dimostrava la necessità dell’intervento quello Stato eh andò sempre sguainando il nuovo principio del non intervento invocava dritti di riversibilità su Piacenza esso che dappoi negò lo stesso dritto a Spagna su Napoli e all’Austria su Toscana. Ma il dritto nuovo è appunto il mutar dritto a seconda dell’interesse. Dodici anni dopo, il figliuolo Vittorio proclamava consimiglianti ragioni, invadendo lo stato del Papa e il napolitano: impedire la repubblica o l’anarchia, ma veramente per pigliarsi lo altrui. Accorrere per guardar l’armento, e mangiarselo, è la vecchia favola del lupo.
Operò anche perfidamente. Sfringuellando i giornali sardi per eccitar gl’Italiani a crociala contro l’Austria, il ministro austriaco a Torino, chiestone ragione, n’aveva il 22 marzo parole dolci; lo stesso re la sera protestavagli fede inviolabile, parentela vera, e religione di trattati, onde quegli, fidando nella sacra regia parola, scrisse in modo da dileguare i sospetti dell’Imperatore. Dopo quattr’ore Carlo Alberto lasciava Torino, spiccava il dispaccio ch’ho rapportato, e più il suo famoso manifesto a’ popoli Veneti e Lombardi, laudatore della rivoluzione, e dichiarante accorrere per dar loro lo aiuto dell’amico all’amico, del fratello al fratello; e che a prova del suo desiderio d’Italica unione passerebbe la frontiera con sulle bandiere lo sendo sabaudo e i tre colori. Smettendo tutti gli usi guerreschi usati sin dall’antichità, entra in guerra senza dichiarazione di guerra. La prima brigata è a Milano il 26 marzo, ed ei v’arriva il 29, con trentamila soldati.
Quel governo provvisorio fe’ battaglioni di più migliaia d’uomini raccolti. Altro migliaio ne mandarono Parma e Piacenza. Un colonnello Brocchi dal Modanese ne condusse tremila con sei cannoni. Da Firenze ci nome del Granduca giunsero cinquemila soldati e tremila volontarii con un generale Ulisse d’Arco Ferrari. Molti battaglioni accorsero da Bologna e Ravenna. Da Roma il napolitano Ferrari che aveva accozzati duemila volontarii, e il Durando con settemila soldati, fra’ quali gli Svizzeri papali, mossero per la guerra, senza licenza del papa. Al Durando faceva da aiutante di campo il romanzatore d’Azeglio, stato come dissi di costa al Mintho. Di Sicilia narrai: v’andò il La Masa con cento. Anche in Francia l’associazione italiana raccolse una compagnia, e in aprile la fe’ navigare a Genova con un Antonini, donde volse a Pavia. Da ultimo vennevi d’America lo avventuriero Giuseppe Garibaldi. Questi fuggito da Nizza sua patria nel 1834, corse il mondo industriandosi al cabotaggio; poi con altri Italiani si mescolò nelle fazioni pugnanti a Rio lanerio e Montevideo; e scoppiata l’italica rivoluzione, prese con danari della Giovine Italia cento venturieri, e sbarcò a Genova in aprile. Carlo Alberto nol volle accogliere, parendogli vergogna il contatto di quella gente; ma per ordine del Mazzini accolselo Milano; ed ei si mise a Como a reclutar volontari. De’ Napolitani iti a quella guerra ora parlerò; ma questo fu tutto lo sforzo della setta per iscacciare il Tedesco.
2. La Belgioioso in Napoli.
L’esercito napolitano, lasciata per ordine la Sicilia, avea viste le mutazioni del regno senza far atto; sopportò sovrapposti alla sua bandiera i tre colori ch’avea combattuti, sentiva percossi i suoi migliori generali, aboliti i gendarmi, l’armi in mano a plebe; s’udiva vituperare, e si taceva fremente, e si stava immoto per disciplina, ubbidiente alla sovrana volontà. Ma i faziosi a forza di gridar vigliacchi i soldati sel credettero davvero; e smarrito il senno, anzi che lavorare a guadagnarli presero a più nimicarli. Vano dicevano, non buono a nulla tanto armamento, non occorrere mercenarii, la nazione armata difendersi sua libertà; dell’esercito propugnacolo di tiranni aversene a disfare, e far risparmio. Il perché le milizie offese sull’onore e sull’essere, stavano come foco compresso. Nondimeno i congiuratori mentre affettavano spregio sì da porre i soldati in avvilimento che li tenesse dal reagire, dall’altro non se ne fidando, né osando assalirli, cercavan lustre da torseli da torno con qualche bel modo. Con la congiuntura della guerra lombarda s’ingegnarono a mandarli fuor del regno.
Il marchese Luigi Dragonetti vecchio cospiratore, carbonaro e deputato nel 20, esule in Roma, fu dei fondatori e compilatori del Contemporaneo. Il governatore Grassellini lo consiglio d’andarsene dallo Stato. Subito i circoli in tempesta, e tanto che il governo con discapito della dignità sovrana, ebbe a pregarlo che restasse. Era pur colà giunta una Cristina Trivulzio Belgioioso, donna lombarda, notissima settaria, ch’avea scritto a Parigi nell’Ausonia, giornale precursore della rivoluzione, e in novembre 47 avea fatta l’arrabbiata in Roma per circoli e caffè. Questi due, il Dragonetti e la Cristina, udita la costituzione in Napoli vennervi accompagnati il 4 febbraio. Non era ella bella né giovane, ma vestita come maschera per farsi sguardevole; perciò seguitata molto da giovanotti, di quei che vanno matti appresso al nuovo. Segrete laudi raccomandavanla; ed era poco men del Mintho predicata dama di progresso. Certo non era venuta a far nulla; e come le riforme voltarono a costituzione, colei alla Marfisa spasimava guerra, e adescava i giovani a seguirla in campo contro i Tedeschi. Già si magnificava radunanza de’ Romani al Colosseo de 23 marzo, quando il Barbatula padre Gavazzi avea predicata la crociata; l’entusiasmo, i giuramenti, le concioni, le seguite benedizioni di bandiere, e poi le partenze dei militi romaneschi, le proclamazioni, e i nomi de’ Ferrari e de’ Durando s’andavan gonfiando. Si taceva che il papa avea vietato di passar le frontiere, per contrario il motto Italia farà da sé si facea volar dall’alpe al Sicano. Impertanto la Belgioioso gavazzeggiando predicava pur fra noi la crociata, e tirò centoventi giovani, cui pose in petto di gran croci rosse. Arrivava inoltre un indirizzo d’invito del comitato genovese per dar aiuto a’ Lombardi, poi la novella della cominciata guerra, con menzogne di morto Radetzki, fugato l’Imperatore, e che so altro. Subito si gridò morte all’Austria, e si chiesero arme e soldati. Volersi ben altro sforzo, dicevano, che pochi volontarii; un reame di Napoli, tanta parte d’Italia, dovere a possa concorrere alla redenzione, doversi soccorrere i fratelli Lombardi con grosso esercito disciplinato contro l’orde barbare, e così con lavacro di sangue riguadagnar la rinomanza del napolitano vessillo. Tai voci della Belgioioso e de’ suoi eran vampe, poi una lettera del Mazzini divulgata ne’ giornali fu fuoco su fuoco.
3. Partenza di volontarii per Lombardia.
E perché il governo vincolato da’ trattati non poteva condiscendere a guerra senza cagione, lu per ordine di setta a togliere la ragion del niego imitato quel che a 21 marzo s’era fatto a Roma. Una mano d’audaci, il più Siciliani e Lombardi, venuti a posta a far le parti di tumultuanti nelle nostre vie, trassero la sera del 25 sotto il palagio dello Schwartzemberg ministro d’Austria, e con atti e motti ingiuriosi, sendo presente la guardia nazionale, tirate giù l’arme imperiali, le strascicaron per le strade, e l’arsero in piazza S. Caterina a Chiaia, fra le baldorie e gl’improperii. Si disse che Lord Mintho dalla sua finestra salutasse quel codardo attentato al dritto delle genti civili, il che non assicuro, ma l’ho notato, per mostrar qual fama ei s’avesse di gran protettore. Anche a Trani spezzarono l’insegna del console. La legazione austriaca se n’andò il 28 sur un legno da guerra.
A risoffiare nelle vampe giunsero un Leyraud incaricato di Francia, inteso a propaganda repubblicana, e un Rignon inviato sardo, chiedente aiuti alla guerra dell’indipendenza. Incontanente la sera del 26, sull’ore quattro di notte, spiegale bandiere di tre colori a Toledo, gridarono tumultuosamente avanti la reggia: Morte a’ Tedeschi! Aiuto fratelli Lombardi, abbasso il ministero! sbottoneggiaron vilipendii al re, e gli mandaron su Gabriele Pepe vecchio colonnello del 1820 con altri, a chieder il modo d’andare in Lombardia. Ebber promesso armi e navi per chi volesse andare, e neppur si contentarono, e andavan dicendo il re accondiscendere per torseli d’avanti.
I centoventi della Belgioioso salparon con essa a 30 marzo sul Virgilio, pacchebotto a vapore; andarono altre due compagnie di dugentocinquanta col Lombardo a 4 aprile, e sbarcati a Civitavecchia si congiungevano a’ Romani. Si allestivano altri battaglioni da uffiziali dell’esercito che n’avean chiesto licenza, e da giovani vogliolosi di mostrarsi: Francesco Carrano, Cesare Rossaroll, Francesco Materazzi, Rocco Vaccaro, e altri, ma accoglievano il più gente da trivio, lacera, disperata, corrente per pelle o quattrini. Armati, vestiti a spese dell’erario, con divise nazionali, e sulle bandiere i tre colori e 1 cavallo sfrenato, e la croce sul petto, s’avviavan cantando Dio lo vuole! come crociati. Andarono non i più liberali, ma i più rompicolli; restava chi aspettava più messe di guadagno in patria che in campo.
4. Dimissione del ministero, e tumulti.
Si partivano sicuri che seguirebbeli l’esercito. Bruciate l’arme imperiali, itosene lo Schwartzemberg, tenevan la guerra per dichiarata; laonde i cospiratori schiamazzando chiedevan alto si mandassero i soldati a Carlo Alberto; e grosse villanie e ’l terribile abbasso scagliavano a’ ministri. Questi si morivan di voglia del contentarli; ma in quell’anarchia che capitanata dal Saliceti correva a repubblica, e volea fuori i soldati per restar padrona, non osarono sfidar la responsabilità del disfarsi di quel solo strumento di ordine; però non sapendo meglio si dimisero; e fu una delle poche cose buone che fecero. Ma non si trovando successori, ebbero fra le ingiurie a stare in posto.
Già la costituzione del 10 febbraio, festeggiata tanto, non era buona più; uscì il motto esser sola buona quella del 1820; dicevanla sospesa per forza straniera,rimastone intatto il dritto; questa del Bozzelli cosa intrusa, da meritar almanco mutazioni grandi: abolimento di censo a elettori ed eleggibili, cassarsi i pari, togliersi il ceto al re. Paolo Emilio Imbriani, fatto intendente d’Avellino, ora dimessosi, dava una protesta stampata a l’aprile, contro il ministero, dettando norme di politica nuova. Costui briaco di libertà, in Avellino anzi che serbar la quiete e l’ordine com’è debito di reggitore, avea matteggiato. Era colà fuggito da Roma monsignor Grassellini ex governatore di Roma; e statovi più tempo s’era avvisato far visita all’intendente, cui perché impiegato regio credeva uomo d’ordine; ma questi chiamò a se i caporioni della piazza, certi Nisco, Vitolo, Porcaro ed altri; e li rimprocciò che sopportassero in città la presenza di quel retrivo prelato. Non ci volle altro: la sera uniscesi la plebaglia, s’accalca sotto il palazzo del vescovo ov’era il Grassellini, e grida morte e fuoco. Accorre il tenente Cosenza con pochi gendarmi; e fa ala alla carrozza dello spaurito prelato che si volle partire, e lo scorta sin fuor del paese. Questa prodezza e quella protesta valser merito all’Imbriani per salir ministro Aurelio Saliceti che come il più sfrontato era la spada della setta, e voleva rumoreggiare, compilò un programma ch’adombrava la costituente, cosa sola che voleva davvero (come indi a poco si vide in Toscana e a Roma) per deporre il re e far repubblica. Proclamava? «Sospesi i pari pieni poteri a’ deputati per provvedere di accordo col re a una camera alta; per la prima volta suffragio universale, lega di stati italiani, legali a Roma, esercito e flotta alla guerra; e tutto subito.»
Migliaia d’esemplari sparsi in piazza esaltavano le meridionali fantasie. Un altro programma poco dissimile dava il poi deputato di Casoria Carlo Troya; e altro né preparava Guglielmo Pepe il generalissimo del 1820, arrivato allora.
Questi dimorato diciott’anni in Francia, era ligato a’ principali settarii d’Europa. Partendosene per rimpatriare, aveva avuto promessa dal La Favette che sarebbero scesi per l’indipendenza d’Italia centomila Francesi. I liberali sperano sempre negli stranieri. Passando per Genova quella Guardia nazionale gli sfilò a onore sotto le finestre. Giunse a Napoli a’ 29 marzo, appunto in quel bisbiglio; e primo corso a salutarlo fu il marchegiano conte Pietro Ferretti. Scese a casa il fratello Florestano, dove trovò la cima de’ faziosi; eppure egli stampò aver con maraviglia visto che fra tanti liberali niuno pensasse a discacciare il re. Questi per contrario il colmò di cortesie, mandò carrozze sue per condurlo a corte, il menò seco a veder gli esercizii militari, e tennogli di molti discorsi. Ferdinando lo voleva ammorbidire; ed egli voleva detronizzar Ferdinando: presto l’un l’altro conobbe. In quell’interregno ministeriale, egli pronto a farsi capo ministro dettò e stampò questo programma: «Piena potestà a’ deputati per rifar lo statuto su larghissime basi, sospesi i pari, riforma di legge elettorale, deputati nominati da elettori, elettore qualunque avesse dritto civile; commissarii ordinatori nelle provincie per mutarvi i municipi e convocarvi parlamenti in piazza, tre legati per la confederazioni, italiana, nuovi uffiziali civili, giudiziarii e militari, pronta partenza dell’esercito per Lombardia, le fortezze alla Guardia nazionale.» Inoltre proponea ministri esso, il Saliceti, e Conforti, Dragonetti, Poerio, Uberti, Savarese, Cariati e Lieto. Concedere tanto significava abdicare; onde il re ricusò, dichiarando non poter mutare la costituzione.
Cotesti programmi erano in sostanza uno; se non che ciascuno venuto dopo v’aggiungea, per mostrarsi più liberale; ma eran di accordo, e sempre ne’ proposti ministeri comparivan quasi gli stessi nomi. La Guardia nazionale volse una petizione al re chiedente il programma Troya. Intanto coi ministri dimessi, co’ nuovi in forse, tra le passioni pugnaci di chi voleva andare adagio e di chi in un botto volea tutto, con le piazze onnipotenti, e le milizie tenute immote, non era già governo, ma tumultuosa anarchia. I colonnelli nazionali ogni dì facevan battere i tamburi per chiamata generale; e vedevi un armarsi, accorrere, timor di zuffe, rumorio incessante, sospetti, nausea universale. Alla reggia deputazioni sopra deputazioni, popolaccio insultante, dimande molte, immoderate, non paghe mai. Una di quelle andò a chieder ministro il Saliceti; e il curiale Conforti vi perorò atto di franchigie costituzionali. «È la Costituzione appunto, rispose Ferdinando, che mi dà facoltà di fare il mio ministero; la nazione sceglie suoi deputati, io scelgo miei ministri; e questo Saliceti non voglio.» Cotal niego fu la salute del regno.
5. Sorge il ministero Troya.
Il re forte pel mandato di Dio a tutela del suo popolo, contrastava; ma abbonante di venire a’ ferri piegò in parte; e lasciò che il Pigliatelli Strongoli facesse un ministero di transazione. Così surse quello del Troya, col suo famoso programma del 5 aprile, che iniziò la catastrofe del 15 maggio, e fu prima palinodia allo statuto. Carlo Troya nato nel 1784, figlio di medico di corte, tenuto al sacro fonte dalla regina Carolina, n’aveva avuto il nome; educato nella reggia ai primi anni, poi nel collegio de’ Cinesi, nel 1815 fu dal re fatto capo di ripartimento di Casa reale, e indi a poco intendente in Basilicata. Ma scoperto carbonaro nel 20, ebbe esilio breve. Scrisse la storia de’ Goti, e per la stampa ebbe soccorsi dal governo, opera di pregio; ma non essa, bensì l’essere uomo del 20 il fe’ degno del ministero, e del suo programma, che fu questo: «Il censo pe’ deputati uguale a quello per gli elettori; poter esser deputato ogni uomo di capacità, anche senza censo (egli non ne aveva), capacità intendersi l’esercizio dì professioni facoltative di commercio, scienze, lettere, arti e industrie: questi esser di dritto eleggibili ed elettori; i collegi elettorali proporre i pari, onde il re ne scelga cinquanta; le due camere di accordo col re avessero facoltà di svolgere lo statuto, massime riguardo a’ pari; invio di ministri per stringere la lega italiana; subito mandar in guerra a’ rimandi della lega grosso nerbo di milizie, incontanente un reggimento per mare, i tre colori alle bandiere; affrettare il pieno armamento delle Guardie nazionali delegar personaggi organizzatori delle provincie.» Al Troya presidente fur colleghi il Vignale a Grazia e Giustizia, il Dragonetti agli esteri, il marchegiano Ferretti alle Finanze, e i generali Uberti a’ lavori pubblici, e Del Giudice alla guerra. A’ 7 del mese vi s’aggiunse lo Scialoia per l’agricoltura, al 9 il Conforti per l’interno, e al 14 per l’istruzione pubblica l’Imbriani, e l’avvocato Francesco Paolo Ruggiero al culto: ministero fior di libertà. Vollero il re sanzionasse con decreto quel programma. Del quale sebben la parola svolgere adombrasse la Costituente, neppur si contentarono i progressisti; perché, dicevano, aver i ministri toccato le basi fondamentali dello statuto; e mescolatovi l’assenso regio, invece del commetterne le riforme all’assemblea nazionale; in quella guisa se il re poteva dare, poteva anche torre, e bisognava torgli la potestà del torre.
Quel Pietro Ferretti anconitano, fu rivoluzionario nel 31, videsi nel 47 in Roma per circoli e banchetti, andava e veniva da Napoli, sempre sin fuor le porte accompagnato e incontrato dal Ciceruacchio; sinché data la Costituzione, venne a seder tra noi, per dar vita a’ segreti della setta. Ciò gli fu merito a salire ministro del re.
Lord Mintho, come né scrisse il 4 aprile al Palmerston, cercò trar partito dal nuovo ministero. Ebbe col Ferretti lungo discorso, persuadendo: «riconoscer la Sicilia; esser giusto por fine all’attitudine ostile; evacuar la cittadella di Messina prima che i Siciliani la pigliassero; questi poter cercare aiuti stranieri; e male per l’Italia veder Russi, Francesi o Inglesi sì vicini alle coste napolitane.» Il Ferretti prometteva quanto desiderava, e desiderava più che non poteva. Il ministero fra’ primi atti fe’ decreto a 6 aprile, quasi legge provvisoria, per l’elezione de’ deputati, giusta il programma, e per liste da presentarsi al re pe’ cinquanta pari. Altro decreto stabiliva pel 18 i collegi elettorali, e il parlamento pel i° maggio.
6. Partenza del 10° di linea, e volontari.
Quel programma, e la salita degli uomini opportuni ad esso, chetarono un po’ il rumorio della strada; intanto si lavorava a guadagnar adepti nell’esercito; e se fosser iti più cauti e men di fretta, avrebbero allora fatto quello che poi si vide nel 1860. Mulinarono un colpo strepitoso, dico aver Capua nelle mani. Sin dal 1(e) aprile i colonnelli della guarnigione, cioè di un reggimento Regina-artiglieria e del 9° e 10° di linea, avean firmato segreta protesta che, uditi i voti degli uffiziali, non avrebbero mai fatto fuoco sul popolo, e si porrebbero con la Guardia nazionale. Certo de’ soldati nessuno; e degli uffiziali pochissimi erano stati interpellati; nondimeno la setta, tenendo sicura l’impresa, fe’ accorrere da’ dintorni la notte del 5 quanti v’avea di prezzolati, con ordine d’entrar nella città e pigliar l’armature della sale d’arme, quando certi uffiziali li mettessero dentro. Era sì certa del colpo che ne mandò le nuove fuori; sicché parecchi giornali (e io ne vidi di Messina e di Roma) stamparono la guarnigione di Capua essersi data alla nazione. Ma non segui l’effetto, che ne spillò qualcosa; il governatore postò cannoni per le vie, i soldati montaron con le micce accese, e niuno osò fiatare. Gli assalitori notturni, gente vilissima, stati tutta notte ascosi nel molino a vapore e in capanne, all’alba si sbandarono. Il re v’accorse il mattino del 5 col ministro di guerra; ma o che non avesse allora certezza de’ rei, o non volesse far rumore, restarono impuniti colonnelli e uffiziali; la cui reità vedemmo poi nel 1860 celebrare per le stampe. Nondimeno mutò la guarnigione, e ’l 1° battaglione del 10° di linea di 800 uomini col colonnello Rodriguez partiva quel mattino stesso per terra verso Lombardia, non avendo ancora il papa concesso il passaggio. Seguiate per mare il 14 l’altro battaglione col maggiore Viglia sull’Archimede.
Re Ferdinando sottoscriveva a 7 aprile una proclamazione nunziante ai suoi popoli la partenza delle soldatesche, e dichiarante: «pigliar la causa italiana con quelle forze che lo stato del regno permetteva. Tener come fatta la lega italica, dacché volevate il consenso unanime de’ principi e de’ popoli; egli primo averte proposta, egli primo mandar ministri a Roma. Già iti soldati e militi per mare e per terra per operar con l’esercito dell’Italia di mezzo; le patrie sorti decidersi su’ campi lombardi; i Napolitani doversi stringere al loro principe, uniti esser temuti e forti. Confidare nel valor dell’esercito, nella magnanima impresa; per ispiegar vigore fuori volersi dentro pace e concordia; però sperar dell’amor pel popolo, nella Guardia nazionale, per serbar l’ordine e tutelar le leggi; contassero sulla sua lealtà alle libere instituzioni che ha giurate e vuol mantenere. Unione, annegazione, e fermezza; e sarà certa l’italiana indipendenza. Tacciano avanti a tanto scopo le men nobili passioni; e ventiquattro milioni d’Italiani avranno una patria potente, comune patrimonio di gloria, e nazionalità da pesare nelle bilance d’Europa..
Andava col Viglia lo stesso dì li, e da esso dipendente, un battaglione di volontarii crociati di 558 uomini, ordinato, col nome d’8° battaglione cacciatori, passato a rassegna dal re sul molo. Andavan questi, sperando diventar truppa regia; ché un’ordinanza ministeriale avea promesso riconoscerne i gradi, come già n’avevano il soldo. Per tai promesse s’accozzavano in breve altri due battaglioni, e partivan pure. I più accorrevano per guadagnarsi un pane, pochi per l’italianità, nessuno quasi de’ furbi e iniziati nei segreti settarii. Che se qualcun di questi pareva andare, presto presto il vedevi tornar con futili pretesti; e lasciate le battaglie fermarsi in patria, a dar con men rischio e più lucro te mano al progresso. Nel 1848 gli animi più elati per libertà non s’acconciavano alle durezze dei campi; però nel 1859 fecero venire i Francesi a far l’Italia.
7. In Sicilia dichiaran decaduti i Borboni.
Mentre da Napoli si dava la spinta alla monarchia, Sicilia imbaldanziva, e Inghilterra soffiava, e preparava te smembramento del regno. Il Palmerston ne’ suoi dispacci al Napier diceva: «il trattato di Vienna del 15 non contener guarantigie, né imporre obbligazioni alle potenze contraenti, salvo che per guarantigie speciali; e volease ne persuadesse il ministero napolitano, acciò non insistesse sulla integrità del regno, ordinata in quel trattato.» Si lavorò con questo intendimento: si cominciò dal Napier a proporre la divisione con due corone ed un re, poi parendo la rivoluzione afforzata, si procedé a consigliare il darsi l’isola a un figlio del re; e il Mintho non arrossì dal proporlo egli stesso a Ferdinando. Dall’altra i siciliani rivoltosi, concordi a voler te separazione, discordi per l’elezion del sovrano, aveano pur Mazziniani moltissimi in maggioranza in assemblea e in piazza; i quali volendo repubblica, guadagnarono il partito di mandar l’elezione del re novello ad altro tempo.
Il Mintho a 6 aprile avea scritto allo Stabile: «il re non aver aderito a dare quel trono a un suo figliuolo; non aver trovato un sol ministro napolitano propenso a consigliare il riconoscimento dell’indipendenza sicula; però gli raccomandava d’evitar la repubblica.» Lo Stabile unì certi pari e deputati presso il presidente Settimo, il mattino del 13; lesse quella lettera, e rinfocolatili a dichiarar la decadenza de’ Borboni, incontanente chiama i parlamenti. Con artificioso discorso nella camera de’ comuni, mette innanzi questo pretesto: «Dal primo dì che fui ministro d’affari esteri, mandai commessarii in Italia a dichiarare che sendo noi Italiani volevamo come Stato sovrano entrar nella italica lega. Or il re di Napoli manda suoi legati a Roma,certo pretendendo esser nella lega come re del regno delle due Sicilie. Affrettiamoci di far valere i nostri sacri dritti, e impedire ai ministri del tiranno di calunniare Sicilia nostra. Ma a qual titolo i commessarii si presenterebbero al consesso de’ principi e de’ popoli? Prego la camera a deliberare su tanto importantissimo obbietto.» Incontanente il deputato Paternostro gridò: «Gli avvenimenti si precipitano; resteremo nell’inazione? non penseremo a costituirci? Non è tempo ancora di pronunziare la parola repubblica, ell’è in cuor di tutti; ma facciamo un primo passo: proclamiamo Ferdinando e la sua razza decaduta dal trono siciliano.» Molti altri parlarono pel si, nessuno contro; e come la cosa era fatta da prima, il presidente lesse la formola: «Il parlamento generale dichiara Ferdinando Borbone e la sua dinastia decaduti per sempre dal trono di Sicilia. Questa si reggerà a costituzione ed eleggerà re un principe italiano, dopo ch’avrà riformato il suo statuto.» Subito, senza votazione, spauritori e spauriti approvano plaudendo, anzi in gara lottano a chi primo segni il decreto; e qualcuno udendo che potrebbe firmar la dimane, sclama: «Potrei morire sta notte, e spirar col rammarico di non aver sanzionato col mio nome la caduta di Ferdinando.»
I pari, dopo lunga sessione per altre faccende, già si ritraevano a casa sull’ore cinque pomeridiane, quando venner richiamati in fretta, senza dirsi il perché. Giunti alla via S. Francesco ov’era la sala di riunione, videro una turba armata e minacciosa e gridante; poi le tribune e i corridoi ingombri di persone bieche. Dichiarata la camera in numero legale, qualche deputato di quella de’ Comuni mostrò la formola approvata; di che stupiti, perplessi, intronati dalle grida delle tribune, senza discussione. comandati di adesione, aderirono. Qualcuno voleva andarsene, e fu impedito a forza. Firmarono la dimane, e chi v’era stato e chi no; qualcuno firmò dopo un mese; altri non sendo pari, eletto dappoi, fu costretto a firmare. A cotal atto di broglio solenne seguiron la sera luminarie; poscia a 8 maggio, con manifesto alle culte nazioni nunziarono e giustificarono il decreto. Lo Stabile a 14 aprile rese conto del fatto a Lord Mintho, e conchiudeva: «Non v’è pericolo di repubblica; i principi italiani saranno dalla nostra; i nostri legati si presenteranno rappresentanti d’un popolo savio che non cade in esagerazioni; e se il riconoscimento della Gran Brettagna corona l’opera, la nostra felicità è sicura.» Credeva moderazione l’aver tralasciato il nome di repubblica, che tutti avevano in cuore.
Dappoi i rivoluzionarli lamentarono l’aver differita l’elezione del nuovo re; e apposero a tal errore la caduta di quella rivoluzione. Re Ferdinando alla sua protesta dei 22 marzo contro qualunque atto contrario alla costituzione della monarchia,aggiunse a 18 aprile altro atto sovrano; che, udito il parere unanime del consiglio di stato, dichiarava nulla la deliberazione fatta il 13 a Palermo.
Quella dichiarata decadenza non era fatto isolato, ma seguito d’accordo rivoluzionario. Quello stesso di 13 aprile il Gioberti, tanto predicatore di confederazione italiana, mostrò quanta avesse larga coscienza, e mobile convinzione politica, ché viste le rivolture conseguitarsi e rafforzarsi, stampò una lettera in Parigi, mostrante: «il bene d’Italia essere l’unità, doversi fare un regno d’Italia con Carlo Alberto costituzionale. Parma e Piacenza dessero prime l’esempio d’unirsi al Piemonte, poscia una Dieta delle l’Italia emancipata dichiarare la stato definitivo della patria. Ben procederebbe la Dieta con un atto di unione; tutti gl’interessi dover cedere a fronte di tal supremo interesse, doversi predicar l’unione al Piemonte.» Adunque sin d’allora si preconizzavano le annessioni. E poi che la disfatta non fece compiere il voto, cotesti liberali tacciarono il papa e i principi di traditori e spergiuri. Il padre Gioacchino Ventura stampò a 26 maggio una tronfia memoria a Palermo, pel riconoscimento della Sicilia come Stato Sovrano e indipendente, ma in segreto, e in pochi esemplari, solo per gli alti personaggi che dovean giudicare la quistione. Credea dimostrare la sollevazione essere stata legittima, legale, giusta, cristiana e santa, e che i governi italiani avessero alto interesse a riconoscerla presto. Ciò provava con citazioni storte, argomenti speciosi, e menzogne sperticate. Mostrava danno e vergogna la riunione con Napoli dopo la vittoria, e premio de’ vincitori dover esser la piena indipendenza.
8. Ministri napoletani e siculi al congresso per la lega italiana.
Un decreto dell’8 aprile a relazione del Dragonetti nominava ministri plenipotenziarii per trattare a Roma la lega italiana i principii di Colobrano e Leporano, Biagio Gamboa e Casimiro de Lieto, cui poco stante fu aggiunto il duchino Proto, con due segretarii giovanissimi. Loro mandato era: «la lega avesse Dieta federale di rappresentanti di parlamenti (non compreso ma neppure escluso quel di Sicilia), essa decidere ogni quistione nazionale, e provvedere alla guerra, la cui direzione si lasciasse al re sardo entrato in campo.» Partirono a 17 aprile, giunsero il 19, e la sera stessa si recarono al circolo romano. Eziandio era ordinato andasse a Carlo Alberto Pier Silvestro Leopardi, fatto pur ministro plenipotenziario; con incarico di rannodar l’amistà delle due corone, indagare i pensieri di lui sulle nuove circoscrizioni territoriali, cacciato il Tedesco, e adoprarsi ad assicurare al nostro regno quelle utilità debite alla sua possanza e alla cooperazione che prenderebbe alla guerra. Questo Leopardi era d’Amatrice nell’Aquilano, di modesti natali, già basso impiegato in quell’intendenza; destituito per carbonaro nel 1821, tre volte processato e tre volte assoluto quasi innocente, avea buscati danari col Del Carretto, facendogli da spia, ma giocando a doppio refe, era stato da quel ministro stesso esiliato nel 1851. Ora dal Dragonetti estolto costui a sì aita missione, ebbe 1700 ducati, la metà delle spese di rappresentanza di un anno, e ducati 237,50 pel viaggio, oltre il soldo, le spese di scrittoio, e chi sa quanto altro per le spese straordinarie. Chiese per segretario un Massari; ma il re che a ragione di lui temeva, gli fe’ avere Guglielmo Ludoff. Oltre a questo fu mandato il 25 di quel mese il capitano del Genio Francesco Somisilli col tenente Carlo Mezzacapo (ambo, come s’è poi visto, settarii) sul legno Palinuro a Livorno, per recarsi al quartiere generale di Carlo Alberto, a stabilir qual parte avesse a prendere alla guerra l’esercito nostro che andava a unirsi a Bologna.
Sicilia intanto mandava nunzii: a Roma il Teatino Ventura, a Firenze il deputato Carlo Gemelli, a Parigi il barone Friddani. Ancora a 17 aprile partian da Palermo il principe Granatelli e Giuseppe Scalia per Londra; Emerigo Amari, Giuseppe la Farina, e ’l barone Casimiro Pisani per Roma, Firenze e Torino, con incarico d’ottenere il riconoscimento della Sicilia dal papa, dal granduca, e dal Savoiardo; promuovere o aderire a qualunque lega o federazione, ed esplorare quale delle due corti, di Firenze o di ‘Forino, fosse proclive a mandare un principe a re dell’isola. Ebbero accoglienze officiose, il che come a ribelli fu molto, ma non giunsero a far riconoscere il loro governo.
9. Il Papa disdice la guerra.
Pio IX sospinto sin allora dalla fazione progrediente, non aveva ancora con pubblico atto condannata la guerra; bensì avea dichiarato voler le sue milizie sostassero a guardar le frontiere, senza varcarle, e anche s’era negato di richiamare il nunzio apostolico risedente a Vienna. Ma il Durando in Bologna diè a o aprile un ordine del giorno all’esercito papale da esso comandato, mentendo le intenzioni del Papa: spingeva a guerra come crociata, la guerra dichiarava più cristiana che nazionale; e, accomunando Pio IX e Cristo a sensi di sterminio, appellava ad arme e battaglie. Ed esso e l’altro general Ferrari dettero la croce a’ militi, e ’l motto Dio lo vuole, come già a’ crociati veri. Il pontefice scontentissimo a’ 10 del mese li smentì. Ma eglino, senza badargli, sul finir del mese passarono il Po contro i Tedeschi. Intanto il ministero romano dimandava a’ 25 al papa che aprisse il pensiero alla guerra, e i circoli, che allora in Roma eran tutto, si unirono a ordinare un comitato di guerra, del quale il Mamiani dettò il programma così: «Farsi in Lombardia la guerra santa, la nazione spartirsi in due schiere, l’una combattente, l’altra che aduni aiuti; non sospettarsi de’ governi, ma la guerra nazionale doversi fidare a ogni parte della nazione, crearsi comitati di guerra in tutte città italiane, massime a Roma, in Toscana, in Napoli e in Sicilia, da stare in relazione e aver corti rispondenti sul Milanese, nel Veneziano e con Carlo Alberto.» Pio in cotai fatti scorse le vampe rivoluzionarie; sentì non aver ragione a dichiarar guerra a nessuno; e a’ 29 che a’ cardinali in concistoro un allocuzione famosa, che troncò i nervi alla rivoluzione.
Disse: «L’audacia d’alcuni avere a lui e all’apostolica sede apposto d’aver traviato da’ santissimi instituti de’ predecessori e dalle dottrine della chiesa; né mancare chi lui incolpi autore de’ commovimenti d’Italia e d’Europa. In Germania divulgarsi il pontefice aver mandato sploratori, e sollevati gl’Italiani; di che valersi i nemici de’ cattolici per instigar quei popoli a vendetta, e discostarli dall’unità di Santa Chiesa. Egli dover torre di mezzo questo scandalo, e abbatter la calunnia. Avere i sovrani europei sin da’ tempi di Pio VII insinuato alla sede apostolica d’adottar ne’ suoi stati temporali modi amministrativi più conformi a’ desiderii de’ laici. Nel 1831 Francia, Lamagna, Inghilterra, Russia e Prussia insieme aver manifestati voti di più larghe forme municipali, per la prosperità delle terre papali. e di perdono a’ colpevoli di precedenti ribellioni. Già Gregorio XVI aver compiute alquante riforme, altre promesse, sebbene non credute bastevole al consolidamento ed alla quiete sociale. Il perché egli innalzato al sacerdozio supremo, non eccitato da consiglio, solo per amor di popolo, aver dato amnistia, e poscia instituzioni da prosperare il paese. Avergli plaudito i Romani e i popoli vicini, con testimonianze di rispetto e riconoscenza, sì grandi che fu mestieri affrettarle. Egli appresso aver commendate le benignità de’ principi verso i sudditi, questi esortato a fedeltà e ubbidienza, tutti a concordia. Ma le italiche rivoluzioni, turbata la pace e l’ordine, accennare a sovvertimenti radicali; cui parendo seguito degli atti di sua benevolenza, sarebbergli a torto imputati a colpa, perché l’opere sue fur giudicate convenevoli da lui e da’ principi europei alla prosperità dello Stato pontificio. Nondimeno a esempio di Cristo perdonare egli a chi abusando de’ beneficii ingannavate, e pregare il Signore a stornar dal capo loro i a gastighi debiti agl’ingrati. Non doverei popoli alemanni serbar ira col papa, se non potè frenare te ardore de’ plaudenti alle cose di Lombardia, perché anche altri principi d’Europa, ben più d’arme potenti, neppur seppero contrastare. Soldati aver mandato a’ contini, ma solo a difendete re il territorio dello Stato. Ora che s’ardisce invitarlo a far lega per muover guerra, corrergli il debito palesar solennemente ciò esser lontano u da’ suoi consigli, non si convenendo la guerra aggressiva a chi è vicario in terra di Colui ch’è autore di pace e carità, e che tutte genti e popoli e nazioni con uguale amore paternale collega ed abbraccia. Pertanto protestare, ripudiare in cospetto delle genti i subdoli consigli di chi eziandio per giornali ed opuscoli vorrebbe il pontefice rote mano capo o presidente d’una cotal repubblica d’Italiani. Confortare anzi, ammonire i popoli a rigettar tai consigli perniciosi all’Italia, di restar fidi a’ principi loro, o ch’entrerebbero nel rischio di vedere anche più la patria scissa nelle discordie e nulle fazioni. Non volere accrescimento di principato, voler solo estendere il regno di Gesù, né poter essere il cuor suo sedotto a lanciartene’ tumulti dell’arme. Pace, pace, desiderare, questa inculcare a popoli e re, questa con preghiere raccomandare a Dio potente, perché dall’alto dalla Sionne riconduca i principi e le nazioni a concordia e ad ubbidienza.»
Siffatta allocuzione percosse bruscamente i disegni della setta, che ornata del nome papale s’era sin allora innalzata. Fremettero i congiuratori, il ministero si dimise, sostarono i plaudimenti, cominciarono gl’improperii. Il Mamiani arringando dalla loggia di sua casa dichiara i preti decaduti da’ pubblici uffizii, i cardinali Della Genga e Bernetti son guardati prigioni; la civica e le soldatesche occupano Castel S. Angelo, e il Respigliosi, generale della Guardia civica, è insultato e minacciato alla vita. Il santo padre stesso è accerchialo da sentinelle che guardante al Quirinale. perché non esca di Roma. Suonan grida di guerra da ogni banda, e fra precogitati trionfi sorge a 4 maggio un ministero ibrido, di varie classi ed opinioni, con a capi il Mamiani e il Galletti, repubblicani, i quali senza badare al papa proseguirono la guerra. Se non che la disfatta del Ferrari, e, come narrerò, lo sbandamento de’ Romaneschi presso Mestre, volser con la costernazione gli animi a men rumorosi desideri, con tregua all’anarchia.
10. Cade il disegno della lega.
Il cardinale segretario di Stato mandò l’enciclica in istampa a legati esteri, perlocché quelli di Sardegna e di Toscana abburattati dall’onde plateali, corsero al Ludolf ministro risedente napolitano, per indurlo a compilare uniti una rimostranza; nol volle questi, scusandosi non aver poteri a farlo, anzi li pregò sostassero qualche dì, non essendo necessaria tanta fretta. Ma quelli impezientissimi alla dimane, 1° maggio, spiccarono al cardinale una nota, che sebbene non avesse protestazioni in parole, le avea in fatto: «Non possiamo non sentir grandissimo rammarico per l’enciclica. I nostri sovrani convinti che le riforme cui Pio IX avea dato stupendo cominciamento procedessero spontanee, s’erano ad esso congiunti per assicurare a popoli il ben essere cui eran diretti, ma ora la dichiarazione d’abborrir la guerra distrugge quella forza morale ond’egli era stato largo a’ principi ed a’ popoli italiani. La benedizione all’Italia fatta dal Pontefice con l’enciclica precedente avea destato entusiasmo in ogni petto, la presenza delle papaline soldatesche sul campo della guerra, e le guerresche parole del loro generale Durando, non contradette dal papa, avean sicurato tutti delle sue intenzioni franche e leali, quali a rigeneratore della penisola si convenivano. Ora l’enciclica ha tutti delusi. Noi presentiamo tali osservazioni su di essa, e né chiediamo schiarimenti. E dove questi non fossero coerenti alla patriottica condotta che deve stringere tutti i governi italiani ad un scopo, arrecherebbero ir reparahile pregiudizio alla santa causa dell’indipendenza.»
Altro più veemente e caldo atto protestativo indirizzarono al papa lo stesso giorno i commessarii di Sicilia per la lega, col padre Ventura, e i legati Veneziani e Lombardi, cui avean pria mandato a firmare a’ nostri cinque ministri plenipotenziarii per la lega, i quali per non accomunarsi a’ Siciliani ricusarono. Eppur tra questi nostri sursero controversie: alcuni volevano, massime il Proto far protesta simigliante con atto separato; il che molto fu combattuto dal principe di Colobrano, dicente non aver facoltà a farlo, e vinse il partito di scriversene a Napoli. Inoltre a’ 2 maggio chiesero le dimissioni, accusando il ministero del non essersi pria assicurato delle intenzioni della colle romana sul fatto della lega, e il ministero la dimane in risposta, dichiarando aversi la lega a trattare in altra guisa, disgravavali dall’ambasceria. Il Colobrano capo de’ nostri legati era uomo un po’ liberale, ma non settario, capiva il Sabaudo aspirare a pigliar tutto, e volea rimediare con una lega ira Napoli, Roma e Toscana, da contrabbilanciare lo stato che s’andava agglomerando attorno al Piemonte invaditore, di che bonariamente fe’ pubblica proposta in adunanza. Ciò era dar su’ nervi alla setta, laonde essa preselo in uggia, e ’l pinse ne’ suoi giornali come uomo municipale, nemico d’Italia. Dall’altra il ministero sardo, ancora che preseduto allora dal Balbo, autore delle speranze d’Italia, fe’ rispondere dal Pareto ministro d’affari esteri,prima s’aveva a scacciar lo straniero, poi pensare a lega,quasi lega non fosse appunto la maniera del cacciarlo. il Gioberti che aspirava al seggio supremo, torte a voce e in istampa biasimò cotesto errore del ministero sardo. I nostri legati se ne tornarono da Doma a 8 maggio. Il ministero di Napoli ordinò al Leopardi trattasse con Carlo Alberto alleanza difensiva ed offensiva per unir le forze contro i Tedeschi, e né stabilisse le basi, ma quel re risposegli in francese (perché la spada d’Italia parlava francese): facesse venire i soldati; d’alleanza si parlerebbe poi. Speranzato della corona sicula, non si voleva legar le mani, ina quella risposta superba, quando s’andava gridando Italia dover esser di quello che la francasse dal Tedesco, adombrava il concetto dell’unità monarchica, poi meglio maturato.
Napoli dunque era sospinto a combattere per l’indipendenza italiana, e primo frutto di vittoria doveva essere la perdita della sua indipendenza: di Stato potente addiventar provincia sabauda, e se il re sardo quando ancor era su’ principii mal celava sue ambizioni, vincitore n avrebbe dato condanna di vinti. Aiutarlo a vincere era napolitana mina. Ma i faziosi squadernavan sempre come talismano la parola Italia, che servi lunghi anni a coprir loro ingordigie; laonde mettendo sotto i piè lo interesse patrio, si maneggiavano a far uscir comunque fosse l’esercito dal regno, per restar padroni del paese.
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