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Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XIX)

Posted by on Dic 6, 2025

Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XIX)
 21. Anche torna la flotta.

Fu anche tentato di far disertare la nostra flotta ch’era nell’acque dell’Adriatico. Il Leopardi arrivava il 21 maggio a Venezia; e confabulalo col Manin presidente, uscendo affatto dalle sue attribuzioni scriveva lo stesso dì al De Cosa comandante l’armata: «già il Pepe varcar con l’esercito il Po; egli pregar lui, e se occorre ordinargli di starsi nell’acque venete; chiamar esso e gli uffiziali responsabili innanzi alla nazione napolitana e a tutta Italia». E la stampava insieme ad altra lettera diretta al governo di Venezia.

Parimente né usciva stampata un’altra del Manin ringraziatile il De Cosa d’interpetrare con la necessità dei popoli i regi voleri, e di dare esempio d’ubbidienza intelligente e di sudditanza dignitosa. Onesto dottore anzi dottorissimo in legge appellava il disubbidire ubbidienza intelligente. Il De Cosa si scontorceva, voleva meritare quelle lodi, e non perdere il posto; infine si risolse a cosa mezzana, scostandosi la stessa notte del 24 da avanti Trieste, e mandando due legni a Napoli, a chiedere ordini definitivi. Mentre si tratteneva in quelle acque, il Leopardi scrisse al Manin il 29, autorizzandolo a usare stratagemmi per guadagnar la flotta; per esempio sostenere uffiziali e marinari, e surrogarvi ciurme venete, in somma impossessateci di quanti più legni potete. Vedi ministro ordinare di rubar la flotta al suo paese! Ma questa fantasia non potè avere effetto, sebbene il Manin se ne struggesse; ché pochi uffiziali, ma non marinai scesero a terra. A 11 giugno arrivava sul Vesuvio il brigadiere Cavalcanti con l’ordine riciso del ritorno. Il Bua e l’Albini comandanti le squadre venete e sarde fecero grandi istanze a rattenerli; ma la notte partiano tre fregate con un Brik, e l’altre due la notte appresso.

Il ministero di Napoli sdegnato di tai sconvenevolezze del Leopardi, gli impose a’ 4 giugno di tornare, lasciando il giovine Ludolf incaricato d’affari; ed egli ricusò d’obbedire, seguitò a far da ministro, e scrivea di continuo rapporti insolenti, anzi violenti accuse al governo. A lui non fu mai risposto sillaba. A’ 5 luglio s’ordinò al Ludolf di spedire esso le faccende della legazione, né più corrispondere col Leopardi. E costui durava a starsene da ministro di Napoli, pavoneggiando col vestito ricamato in mezzo agli accampamenti, in assai ridicola guisa, sino a’ 25 di quel mese, quando per finirla gli mandarono il decreto di destituzione. Allora il ministro sardo gli scrisse: «sperare che tornerebbe presto; perché re Ferdinando non potrebbe trovar personaggio meglio pregevole di lui, più atto a rappresentarlo degnamente, e meglio accetto.»

22. La rivoluzione si lamenta.

Per questa ritratta di Napoli dalia guerra fu gran rumore. Dissero il non aver lato nelle spalle a’ Tedeschi aver fatto perdere A(r )(V)icenza e tutto quello stato; noi disertori della causa italiana. infrangitori dello scettro d’Italia, fuggiti davanti al nemico. Anche i deputati romani nel progetto d’indirizzo al Santo Padre discusso a’ 26 giugno, dissero al 7° paragrafo: «Ripugna invero la presente condizione del regno napolitano; dacché le truppe mal richiamate, perturbazione e danno e gravissimi scandali recano alle contrade nostre, dopo avere intralciata e quanto poteano risospinta l’impresa italiana. A quel popolo non preghiamo destini men lieti che a noi medesimi; ma se il vostro governo non ha potuto l’ignominiosa fuga, vorrà certo ragione di tante ingiurie da chi nc diede il comandamento». La logica liberale chiedeva al papa che dimandasse ragione a Ferdinando del non aver fatta quella guerra ch’egli stesso avea solennemente condannata. Inoltre il deputato Bonaparte nella tornata della dimane dimandava si mandassero soldatesche romane in aiuto della rediviva rivoluzione di Calabria, ed anzi tuonassero co’ fulmini della terra pur quelli del cielo; cuti voleva che il papa scomunicasse Ferdinando. Gente che non crede a scomunica l’invoca a suo pro contro un prence cristiano che difende da loro il trono e la nazione sua. E il Pepe stampò poi a proposito delle nostre milizie, deplorare che ne’ vecchi soldati l’abitudine dell’ubbidire faccia perdere it sentimento nazionale. Capitano che sente male la ubbidienza militare, e appella sentimento nazionale la ribellione.

Veramente il nostro ritrarci lor fe’ gran danno. Il Radetzki mancato il colpo a Goito, perduta Peschiera, pensò subitamente a rifarsi su Vicenza, dove arrivò con trentanni’ uomini la sera del 9 giugno. Vi stava con novemila afforzato il Durando; ma uscito a incontrare i nemici, respinto ebbe a capitolare. Nondimeno v’era corso sangue: de’ Tedeschi perirono un generale e un colonnello; degl’Italiani ebbero ferite i colonnelli Cialdini e Azeglio. Dopo Vicenza cadde Padova a’ 15; e lo stesso dì Treviso, che con lievi scaramucce cedette al Welden.

23. Milizie che passano il Po.

Era riuscito al Pepe menarsi appresso un po’ di militi e soldatesca. Passarono il Po il e 5° battaglione di volontari a Francolino insieme alla li(1 )compagnia Zappatori e alla 2(a) batteria di campagna, indottisi da un maggiore Sammartino del 7° di linea, rimasto fuor del suo reggimento. Il 2° battaglione cacciatori, comandato dal maggiore Giosuè Ritucci, fu fatto allontanare da Cento, e giunto a Pontelagoscuro gli si recò l’ordine di partenza stampato; il Ritucci dubbioso mandò attorno per udir le risoluzioni degli altri corpi; ma bugiardi corrieri e novelle giungendogli della andata degli altri, s’indusse a passare il Po l’41 giugno; e per Polesella giunse a Rovigo; ov’ebbe gran festeggiamenti. Il Pepe concionando in Venezia disse, e ’l confermò nella proclamazione data a’ Bolognesi il 17, che il Ritucci mostrando il fiume a’ suoi renitenti soldati sclamasse: Di là è l’onore, di qua il disonore! Dappoi avendone io dimandato al Ritucci. questi negò d’aver mai tali parole proferite.

Andò anche nel Veneto il 4° battaglione volontarii,che dopo la rotta del 29 maggio, s’era ritratto a Brescia co’ Toscani. Era quivi giunto un Del Giudice nostro uffiziale del genio a richiamare i Napolitani in patria; ma il comandante Rossaroll, nascosto l’ordine, mostrò invece l’altro del Pepe. Tennero consiglio e decisero a questo ubbidire. Poi a Ravenna un mattino il Rossaroll e un Milesci aiutante maggiore s’imbarcarono soli. lasciando il battaglione senza duci e senza danari; onde il municipio lor dette un legno che li menò a Venezia. Colà il Pepe passandoli a rassegna si dolse della malversazione della cassa, e né invitò i militi a entrar nel secondo battaglione; ma ricusarono, e si sbandarono.

Oltre questa gente travarcarono il Po parecchi uffiziali alla spicciolata corsi alle idee nuove, e molti soldati di varii corpi, che rimasti per malattie in ospedali, presi, erari mandati a Venezia. Le prime truppe andar anche per Polesella a Rovigo; vi stettero tre dì, fu a Monselice varcato il canal di Padova, s’affrettarono a giungere a questa città, sull’alba, per evitare i Tedeschi padroni di Vicenza, che s’accostavano. Di fatto non potendo Padova esser difesa, benché avesse 22 cannoni, mancanti di munizioni, subito lasciaronla, e volsero a Mestre, indi a Venezia. Partivano il 12 da Rovigo il battaglione del Ritucci, il parco d’artiglieria, e i volontarii col Pepe stesso, alla volta di Chioggia, città marittima, discosta da Venezia venticinque miglia. Giunservi alla sera del 15, e non vi trovando barche non passarono la Brenta. Il generale con la cassa scortata dall’Ulloa e da’ volontari andò innanzi, la dimane venne ordine che il Ritucci coi cacciatori presidiasse Chioggia, l’artiglieria s’imbarcò il 15 per Venezia. Quelli iti a Mestre non ebbero tempo di riposare, ché un messo del forte Malghera li avvertì lasciassero quel luogo minacciato da presso da’ Tedeschi vegnenti da Treviso; però entrarono in quel forte, lontano cinque miglia da Venezia, presidiato da volontarii veneti. La dimane menarono le artiglierie, e anche quelle venute da Chioggia e i cavalli all’isola di Lido, a un miglio dalla città.

Il governo veneziano lieto del soccorso in una proclamazione enumerò i Napolitani esser mille tra linea e cacciatori, oltre 300 artiglieri; prezioso aiuto di gente esercitata; ed enfaticamente conchiudeva dessi tanto più cari quanto esser pochi volenterosi fra molti, quasi eletti di Gedeone. Il Manin con decreto del 15 fe’ il Pepe supremo duce nel Veneziano. V’eran venuti alquanti volontarii siciliani, e se ne aspettava altri col La Masa. Adoprarono i nostri uffiziali a fortificar le lagune.

Corse nel nostro esercito una persuasione (e venne stampato) che il Pepe derubasse la cassa. Ciò non è vero. Eran trecentomila ducati, cioè il terzo in moneta, e il resto in lettere credenziali; per via se n’erano spesi 61 mila; 26 fur lasciati in deposito a Bologna, al cardinale Amai, donde tornarono a Napoli; sicché le sole lettere di credito con diecimila ducati contanti varcarono il Po, non punto tocchi; che in agosto insieme agli uffiziali computisti si condussero nel regno. Il governo veneziano pagò del suo le soldatesche. Tanto é vero che talvolta i tristi patiscono calunnie per la loro mala fama.

24. Arti per ritenerle.

Venne per la via del consolato l’ordine ministeriale di ritorno; e tosto il capitano Pedrinelli della batteria e il capitano Bardet de Zappatori andarono al Pepe dichiarando aver debito d’ubbidire; in risposta fur mandati al generale Antonini comandante la piazza, per andare in castello sotto giudizio. Ma questi usò modi carezzevoli, tenneli custoditi in cisa sua, e la dimane li rimandò. Il Ritucci protestò esso e i suoi uffiziali a’ 9 giugno, che non essendo il Pepe più generale di Napoli, non potea serbar più potestà sul suo battaglione, che non poteva senza ledere l’onor militare disubbidire al regio comando; passando il Po non aveva iilleso andar a soldo straniero; però cintale va presto s’imbarcasse. Accorse un certo Fabrizii dicentesi colonnello, per tentarli; pi il 20. uscì ordine del giorno del Pepe con data del 15, lodandoli d’aver pensato esser prima virtù del soldato l’ubbidire (certo, ma a chi ha dritto di comandare); e Univa dicendo eglino non esser esuli della patria, perché avean per patria la terra dal Tronto all’alpi, dove avrebbero stipendio e ricompense. I settarii han per patria ogni paese, fuorché quello dove si nasce. Letto quel foglio a’ soldati, restar mutoli, e disappravaronlo col cipiglio. Lo stesso dì un ordine tracotante e minaccioso dell’Antonini chiamava il battaglione a Venezia; e il Ritucci dichiarò andarvi per imbarcarsi. Colà si lamentò, e disse al Pepe che ove avesse avuto con seco l’artiglieria e i zappatori, avrebbe fatta la via per terra; però fu arrestato in risposta. Dappoi l’irritalo generale chiamò i capi de’ corpi, e lor die’ il permesso d’andarsene senza i soldati; il che ricusarono. Fu tentato anche far dalla truppa prestar giuramento alla repubblica;e quando come dirò, smessa la repubblica, Venezia si dette a Carlo Alberto, pretesero il giuramento a costui; ambo negati. Anche presero a sedurli con false nuove. Dicevano il 10° di linea non aver danari da Napoli, Carlo aver dichiarato guerra a Ferdinando, scoppiata in giugno a Napoli altra rivoluzione vittoriosa, esser perduta la monarchia, vinti i Tedeschi tutta Italia trionfare, e correre sul regno ad assicurar la rivoluzione. E gli ufficiali disertali, cioè il Mezzacapo, l’Assanti, il Poerio e altri, ripetean tai novelle; ma non movevano i soldati, disingannali altresì dalle lettere de’ loro parenti. Da ultimo a vincerli con avanzamenti, dettero un grado di più a tutti, e minacciavano se il ricusassero fregiarne i sottuffiziali; laonde a vietar tumulti li presero (di che non li lodo). Nondimeno gli uffiziali del 2.° cacciatori con lettera del 23 luglio, dichiarando non poter pigliar soldi di gradi non convalidati dal sovrano, nc ricusarono il più. Pure né fur guadagnati alquanti.

25. Ritorno del 10° di linea.

Lo Statella avea mandato di nascoso il capitano Sponsilli del genio al Rodriguez che tornasse col suo reggimento; arrivava quegli al campo il 25 maggio, e di là procedeva a Sommacampagna ov’era Carlo Alberto, a chiederne il permesso. Ma già il Pepe per corrieri avea nunziata la cosa al re; perlocché lo Sponsilli minacciato di prigionia,come poi disse, o il fingesse, come credo, se n’andò per altra via. Il Rodriguez stimò tacer la chiamata a’ suoi, per non distrarli dai militari doveri; ma stupiva a non veder tornare lo Sponsilli. Gli giungeva il 25 la lettera ministeriale che il richiamava; onde s’avvisò ad impedire i rumori di preparar la partenza senza dirlo, sino al passo del Po. Così seguivano le fazioni di guerra ch’ho narrate. Poscia mandò dispaccio al comandante del 2° battaglione a Brescia, affinché si tenesse pronto a partire, senza dir più. Ma aperta la lettera dal capitano di guardia sul ponte svanì il segreto, e produsse fermento fra’ nostri, dolore fra’ Toscani. Incontanente i Piemontesi sospesero le paghe; né valsero reclamazioni, né il mostrar del mancar del modo da far tante centinaia di miglia tra popoli sollevati e irosi, costretti così a saccheggiare per sostentarsi; né valse a ricordare un regno di Napoli esser bastevole a restituire un imprestito lieve; e meno valse il fresco ricordo de’ pericoli sfidati insieme, e del sangue napolitano versato largamente per la causa loro. I Piemontesi negarono a chi era stato lor compagno d’arme anche il sussidio che si dà a’ prigionieri. Dissero esser clemenza il lasciarli andare. Corse al re il maggiore Viglia, e n’ebbe promesse, ma mancò di parola, e a stento vennero due razioni di pane. Siffatta riconoscenza s’ebbero le superstiti vittime di Goito, Curtatone e Montanara da quei rigeneratori.

Gli uffiziali fecero una massa del loro, venderono obbietti preziosi, ingiunsero a’ soldati di raccogliersi attorno alla bandiera, non molestare i villici per via, sopportar costanti i disagi e i digiuni. La sera del 19 giugno, passando per mezzo a’ Sardi, s’avviarono. Lasciarono un indirizzo d’addio ad essi ed a’ Toscani; quelli tra’ superbi non risposero, rispose la gentilezza toscana aver ammirati prodi sul campo di battaglia quei soldati ora obbedienti alla forza del dovere. Altresì il municipio di Goito, lamentandone la partenza, ricordava averli veduti valorosamente pugnare sotto gli occhi loro dall’alto delle loro case. Ed il De Laugier lasciò attestato aver il reggimento serbalo contegno di prode, onesto e disciplinato soldato. Ma i giornali milanesi prorompevano: «Chi sa quali pericoli minacciano questi nostri fratelli vittime d’un re disertore della santa causa? Già correa voce che i civici Reggiani li avessero ributtati a colpi di fucili al ponte di Canneto sull’Oglio.» Così ipocritamente compiangendo i soldati incitavano ad ucciderli. E un giornale Parmense a 14 luglio, dicendo di non so qual disertore piglia la via del Lombardo, sclama: Vivano i soldati napolitani disubbidienti al loro re! Così credean far gloriosa la diserzione.

A Fano un mandatario del Pepe voleva indurre il colonnello a voltar per Venezia, respinto, osò tentare i soldati. Il reggimento varcò il Po presso Suzzara, ove si ricongiunsero i due battaglioni, poi per Mirandola e Finale furono il 15 luglio a Ravenna: e quindi giù per la bassa Romagna e le Marche. Quasi sempre accampando al sereno, ebbero dalle popolazioni agricole gioviali accoglienze, e festose poi a Giulianova nella frontiera nostra, giuntivi a’ 29 di quel mese.

26. Fusioni al Piemonte.

I provvisori governi surti in Italia, sentendo il bisogno d’unirsi a un centro, mandarono a Carlo Alberto. Già dal 6 aprile il ministro di guerra sardo avea scritta a Milano una nota maliziosa dichiarante spettare al popolo che gloriosamente s’era liberato dallo straniero il determinare la forma del suo governo, però dover convocare l’assemblea elettiva che decidesse su’ destini del paese; e trasmetter tal nota anco a’ governi di Venezia, Parma, Piacenza, Reggio e degli altri Stati ch’avevano aderito a Milano; perché il re desiderava Milano sede dell’assemblea generale. Per l’effetto i Lombardi fecero la legge elettorale; e a’ 10 aprile scrissero a quei paesi di mandare loro rappresentanti. Ciò intendeva a ingrandire il Piemonte.

Ma i repubblicani pensandola diversamente s’ingegnavano a prevalere. Il Mazzini dal principio dell’anno s’era impegnato col Gioberti a non turbare con mene repubblicane l’indirizzo costituzionale; ma vista la cosa pigliar fuoco, temente non forse Carlo Alberto s’ingrossasse troppo, da non poternelo poi sbalzare, era corso a Milano, giuntovi l’8 aprile. Subito qual presidente dell’assemblea italiana poco innanzi da esso fondata a Parigi, fe un indirizzo a’ popoli; e parlò di sovranità popolare, di tradizioni patrie, di aspirazioni europee: «Scegliessero liberamente come debbe chi vinse senza aiuto altrui; si ricordassero la gloria loro essere italiana, e Italia non poter essere una, sinché l’assemblea nazionale non decreti il patto d’amore da annodare in concordia, in credenza, ed in opere tutti i cittadini. Lombardi e Siculi aversi a stringere le destre sull’altare della nazione nella città santa, centro della storia nostra e d’Europa, Roma.» Conseguitò la creazione d’un circolo, poi il giornale L’Italia del popolo. Mentre Carlo Alberto combatteva per cacciar l’Austria d’Italia, il Mazzini gli alzava la repubblica alle spalle.

Per contrabbattere questi spiriti accorse il Gioberti, e molto concionando, e trattando col re e co’ settarii, lavorò a fare unire il paese lombardo agli Stati sardi. Noto che in quel viaggio trionfale ci si fe’ accompagnare dal Leopardi allora ancora nostro ministro,il quale intervenne in consiglio coi governanti di Milano, e li confortò alla fusione; cosa di gran danno al nostro reame, e incompatibile con la veste di ministro napolitano. E ne’ pochi dì che stette nel veneziano fe’ la stessa ressa per la fusione al Piemonte. Il Gioberti volse a Roma, e vi cicalò sino al 10 giugno, cioè sino alla vigilia delle sessioni del corpo legislativo, poi nelle Marche, in Romagna, a Firenze, da per tutto predicò lega o fusione, plaudito a’ cieli, e si tornò a Torino a 24 luglio, come da un trionfo. Parendo la via delle assemblee troppo lunga, l’accertarono aprendo registri per raccoglier firme. Primi furono i Piacentini, poi i Parmensi a 25 maggio, la dimane i ducati Estensi, Modena il 29. Il luogotenente di Carlo Alberto a Torino sciorinava decreti, dichiaranti tai paesi far palle della monarchia; e vi mandava commissarii a governo.

A Milano, presente il Mazzini, fur difficoltà maggiori. I governanti dettero a 12 maggio un manifesto invitando i cittadini da’ ventun anni in su a sottoscrivere i registri nelle parrocchie aperti sino a’ 29, o per l’adesione al Piemonte, o per la dilazione, all’opposto sforzandosi i repubblicani a frastornare le sottoscrizioni, sparsero il 27 certi viglietti d’invito per adunarsi la dimane in piazza S. Fedele, prossima al palazzo del comune, ove era anche il Mazzini. Furonvi schiamazzi, concioni, tumulti, nondimeno da quel garbuglio n’uscì una certa votazione, e a 8 giugno fu l’unione proclamata.

Maggiori le opposizioni a Venezia, pel non sopito ricordo dell’antica repubblica; eran vivi ancora chi avean visto il governo di S. Marco, aspirazioni, bisogni, interessi, storia e dritto volean repubblica, ma Carlo Alberto mercanteggiò l’aiuto, e strinseli a scegliere tra il padrone nuovo e il vecchio, quello sorridente, questo offeso e gridato implacabile. La paura consigliava quello,che che né sortisse. il Manin e il Tommaseo vedevano la impossibile unità, e volevano la possibile lega; eppure dopo molte pratiche, e la creazione d’un’assemblea, la guardia civica a’ 29 giugno gridò fusione. Allora il Manin rispose che tra ventiquattro ore chiederebbe il voto de’ rappresentanti, non meno maggiori grida a sera, tanto che i ministri arringando dichiararono il presidente stare a posto sol di nome sino alla convocazione dell’assemblea. Questa s’unì a 4 luglio, il Manin disser tutto esser provvisorio, il definitivo farebbesi a Roma, allora volersi pace, così dati i voti n’uscì la fusione. Il Pepe si dichiarò anch’esso per questa; il Manin si dimise; e un Castelli prese il governo provvisoriamente, sino all’arrivo del general Colli commissario sardo.

A’ dieci di giugno si presentò a re Carlo Alberto l’atto di fusion lombardo, e le camere di Torino 250 l’approvarono insieme a quelli delle provincie di Padova, Vicenza, Treviso e Rovigo. A’ 20 luglio approvaron quello di Venezia, dove già il 14 erano entrate le soldatesche sabaude.

27. Il papa che prega, regna e non governa.

La repubblica intanto mettea bande in Roma. Il ministro Mamiani imposto il voler della piazza al pontefice, osò leggere a 9 giugno al corpo legislativo un discorso che spiegava l’interno pensiero de’ congiurati: «Un’opera vasta e feconda abbiamo cominciata, il cui risanamento riuscirà suggello alla civiltà de’ moderni. Il nostro principe come capo dei fedeli, dimora nell’alta sfera della sua celeste autorità, vive nella serena pace de’ dogmi, dispensa la parola di Dio, prega, benedice e perdona. Come sovrano costituzionale lascia a Voi provvedere al più delle faccende temporali. Voi siete chiamati a consumare cotal fatto profittevole a tutti i popoli. A noi toccherà lo abbattere gli ultimi avanzi del medio evo, e a perfezionare le forme nuove della vita pubblica odierna.» Poi parlava della guerra all’Austria, non agli Austriaci; co’ quali sarebbero amicissimi quel dì che per sempre andasser d’Italia lontano.

Pio IX si lamentò co’ ministri di quel separare il temporale dallo spirituale, e quando a’ 10 luglio accolse la risposta de’ deputati al discorso del trono, disse: «Se il pontefice prega, benedice e perdona, è anche in dovere di sciogliere e legare. Come principe ha chiamato i due consigli a cooperare con lui per raffermar la cosa pubblica; come principe sacerdote abbisogna di libertà che non inceppi l’azione sua negl’interessi della religione e dello Stato. Il mezzo da conseguire la grandezza italiana non è la guerra. Benedetto è il nostro nome per le prime nostre parole di pace; noi sarebbe se fossero guerresche. Unione fra principi e armonia fra popoli posson solo dare l’agognata felicità; e ricordatevi che Roma è grande non per dominio terreno, ma perché sede della cattolica Fede.» Quindi conseguitarono tumulti novelli; eia sera del 16 di quel mese, i faziosi fra le ovazioni al loro archimandrita Mamiani, e i Viva a Carlo Alberto, e al duca di Genova re dì Sicilia, aggiungevano: Morte al re di Napoli! giustamente, perché questo re solo non avean potuto vincere.

28. I Tedeschi a Ferrara.

Il Radetzky vincitore nel Veneto, aveva a 11 luglio spinta una brigata a Ferrara per soccorrere il presidio di quella cittadella; perlocché il papa che sosteneva di non essere in guerra, fe’ protestar dal cardinale segretario di stato contro quel fatto, per la violazione del territorio. Ciò servi di pretesto ad altri rumori in Roma. Fecero petizione a’ deputati, chiedente dichiarassero la patria in pericolo; e Ciceruacchio a capo di facinorosa bruzzaglia gridava armi. Oltracciò arrivata a’ 25 la vinta legione, reduce per la capitolazione di Vicenza, lodaronla a festa della sua bravura, e mandaronla ad alloggio nella casa de’ Gesuiti, il che spiacque molto al papa. La dimane fu assassinato il sacerdote Ximenes collaboratore d’un giornale conservatore detto il Labaro, mentre ascito dalla stamperia passava alla casa del Gesù a vedere due suoi fratelli legionarii tornati da Vicenza. Là da presso gli dettero una sbiettata al collo; cadde. e tratto semivivo entro quella casa religiosa, dopo cinque minuti, senza profferir sillaba spirò. Prova questo del come le set le rispettano la libertà di pensiero e di stampa cotanto da esse reclamata. Impertanto Pio IX scortosi in balia d’audacissima fazione, per provvedere alla quiete materiale volea i suoi reggimenti svizzeri stanziati nelle legazioni, e gli fu negato da’ suoi ministri, il perché mandò a re Ferdinando il Cardinal Ferretti a dimandare aiuto. Ma il re tutto intento a ricuperar Calabria e Sicilia, e inoltre sendosi allora in gran sospetto delle risoluzioni che potesse l’assemblea francese adottare, e delle insidie del ministro brittanno, non potè entrar nell’impegno, di sorte che il papa restò nelle branche della rivoluzione indifeso.

29. Disfatta de’ socialisti a Parigi.

Se Italia travagliava, non riposava Parigi, dove la rivoluzione ita più avanti, procedeva al suo ultimo fine. A 8 giugno s’eran fatte elezioni suppletorie di deputati, fra’ quali apparso candidato Luigi Napoleone, fu eletto. Avean già instituite colà fabbriche nazionali da far lavorare gli operai, e da prima se ne scrissero tredicimila, tosto cresciuti a centomila, perché da tutta Francia v’accorsero proletarii oziosi, per mangiare a ufo, e mover le braccia nelle sedizioni plateali. A rimediarvi il governo repubblicano propose a’ 19 giugno all’assemblea l’abolizione delle fabbriche, e assegnare invece cencinquanta milioni di franchi per promuovere il lavoro. Quindi ire: la sera del 22 s’accozzò moltissima marmaglia tumultuante, e fra le grida s’udiron la prima volta voci di Viva Napoleone, Viva l’Imperatore! La notte alzarono barricate in tutta la città, inalberarono bandiera rossa, e aperto proclamarono repubblica democratica e sociale. Allora l’assemblea spaventata fe’ dittatore il generale Cavaignac, che il 25 sul tardi con soldatesche e guardie nazionali assalì le barricate. Durò quattro giorni il conflitto, mancaron d’ambo le parti diecimil’uomini, e l’arcivescovo di Parigi Dionisio Augusto Aftrè uscito a metter pace, colto da una moschettata, perì. Il Cavaignac vincitore carcerò seimila de’ più tristi molti fucilò, molti mandò alle colonie. Luigi Blanc e Caussidière, rappresentanti, e autori di questi sollevamenti e di quelli del 15 maggio, fuggirono a Londra. Il Cavaignac fatto capo del potere esecutivo abolì le fabbriche nazionali, soppresse molti giornali, e con gagliardi provvedimenti ripose la quiete. In fine l’assemblea compilò e a 4 novembre approvò la costituzione repubblicana, ch’era parmi la decima colà inventata in sessant’anni.

30. Disfatte di Carlo Alberto.

La guerra Lombarda riusciva anch’essa a fiaccar la rivoluzione. Eran corse pratiche per armistizio, intermedia Inghilterra. Austria offeriva come dissi fare un regno Lombardo-Veneto indipendente, o anche la sola Venezia, ma ciò guastando i disegni sabaudi, fu tirato a lungo, sinché ingrossati i Tedeschi si tornò all’arme. Dall’altra forte i repubblicani sclamavano sull’inazione de’ Piemontesi al Mincio, e spinsero Carlo Alberto a bloccar Mantova, però seguirono combattimenti a Governolo, a Rivoli, a Sommacampagna, a Sona, a Staffalo, e una quasi battaglia a Custoza, e poi a Volta, donde i Sardi rotti e sperperati ripararono sull’Oglio. Non riuscita una tregua, il re chiamò con un manifesto gl’Italiani all’arme, ma non gli arrivò uomo, anzi disertavagli la sua gente, ond’ebbe a lasciar anche Cremona, e a’ 31 luglio ritrarsi all’Adda. Milano spaventata s’armò, chiamò il Garibaldi a unir volontari, fece quattordici milioni di debito forzoso e mise in vendita beni nazionali per tre milioni. Il re v’arrivò coll’esercito sgominato a 5 agosto, come a difender la città, ma aveva i battaglioni laceri e smilzi, il più sbandali per via, già ridotti a metà ed a terzo; giunti i Tedeschi tentò di resistere, e perduti sette cannoni, rifugiò dietro le barricate. A notte, sortita vana la difesa, cercò patti. Allora scoppiarono le passioni repubblicane. I tumultuanti circondarono il palazzo Greppi ove era il re; cui improperii, fischi e colpi di fucili dettero in pagamento d’aver combattuto unito alla setta. Anche adunarono fascine per arderlo entro al palagio. Egli e il duca di Genova furon salvi per fedeltà di pochi soldati. Allora allora firmò in fretta una capitolazione; e quella notte istessa del 5 agosto abbandonò Milano, fra gl’insulti e le schioppettate, sino a porta Vercellina. Così i Tedeschi entrarono vincitori in quella città donde cinque mesi innanzi erano usciti quasi fuggenti, cacciati si può dire dalle grida; ma soprastando alla passione la disciplina, non si vendicarono. Il Garibaldi che avea raccolti forse tremil’uomim dalla poltiglia sociale, scrisse una proclamazione contro Carlo Alberto, annunziò ridicolosamente la guerra del popolo, e fe una grottesca scorreria attorno a’ laghi; ma tosto pria che urtato disfatto la scampò negli Svizzeri.

Il re savoiardo ripassò il Ticino a 7 agosto; e per non essere perseguitato nel regno suo, mandò a Milano il generale Salasco dimandando armistizio. Francia e Inghilterra offersero la mediazione, e il re la volea per aver non pace, ma tempi) da ripigliar forza; se non che il Gioberti e i suoi sviscerati baldi s’opposero, e rifiutaronla, dimandando invece lo intervento dell’esercito repubblicano di Francia. Anche Venezia mandava a Parigi il Tommaseo a chiedere aiuto di soldati. Ciò era chiaro un voler Italia repubblica; laonde Carlo Alberto spaventato per l’imminente perdita del trono, paventando più i Francesi che i Tedeschi, volle subito accomodarsi con questi. Il timore dello intervento francese pressando ambe le parti, riuscì al Salasco concludere con l’austriaco Hess un armistizio così: Le frontiere de’ due Stati separare gli eserciti; restituirsi Peschiera, Rocca d’Anfo ed Asopo co’ loro attrezzi; e ritrarre le genti sarde da Modena, Parma, Piacenza e Venezia. Così in un attimo svanirono i tanti brogli delle fusioni. I rivoluzionarii ch’avean tanto alzato Carlo Alberto spada d’Italia, tosto vituperatilo protestando in italiano e in francese, con migliaia di firme, dicendo egli non capitolazioni, ma resa aver pattuita col nemico. Lo stesso ministero suo coll’abate Gioberti si dimise; protestò per l’illegalità e la nullità dell’armistizio, e con una scritta al re dichiari) inetta la condotta della guerra, indisciplinati i soldati, sospetti i duci, vergognosi i patti. E in vero quella capitolazione ruppe i disegni della rivoluzione; e altresì quelli di Francia e Inghilterra, che a quei dì, come narrai, s’erano accordate sul modo da intramettersi fra’ combattenti; e restaron deluse. Però il Bastide ministro francese, in un dispaccio del 21 agosto a Roma, con non celato dispetto disse il re aver concluso un inqualificabile armistizio, e però reso lor difficilissimo l’esercizio della mediazione. La repubblica aver sin dal principio offerta generosa assistenza all’Italia; questa averla respinta credendo bastare a sé stessa; ora che gravi avvenimenti sopravvenuti metteanla in trista condizione, la Francia esser nel dritto di consultare gl’interessi suoi proprii, e operare a seconda della pace europea. Con questo scopo s’intrametterebbe nelle cose italiane.

31. Napolitani a Venezia.

Tai vicende ho raccontate perché ne venissero chiariti i fatti de’ nostri entro Venezia. Quivi mancando artiglieri buoni ai forti, v eran iti i napolitani; gli zappatori fur messi a restaurar le fortificazioni. In quella città già bloccata dal nemico ermi queste milizie: Di Napolitani il 2° battaglione cacciatori, la 2(a) batteria da campo, la sesta compagnia zappatori, due battaglioni volontarii, e quasi quattrocento uomini spicciolati d’altri corpi. de’ quali pochi disertori, il resto usciti da ospedali, e mandati là da’ municipi!. V’era di Piemontesi tre battaglioni, poi uno di volontarii Lombardi, uno civico di Bologna, uno di Romani, e due cannoni di Toscana; di Veneti v’eran quattro battaglioni presi a pagamento e di mala condotta, una compagnia di volontarii artiglieri, e un’altra pure d’artiglieri, detta Bandiera e Moro, a memoria di quei periti in Calabria.

I Napolitani sebbene scontenti del vedersi là costretti, pur non mancarono per l’onor della bandiera al debito di soldati. A’ 7 luglio in una sortita alle Cavanelle cent’uomini con due cannoni, a quindici tese da’ parapetti nemici, e scoperti, durarono quattr’ore, e fecero danni all’avversario sì da esserne lodati nella proclamazione del generale. Al 9 quasi tutti i Napolitani fur mandati a presidiar Malghera. Di qua uscito a’ 20 alquanti zappatori con due compagnie cacciatori, fecero mine in una casa alla strada ferrata di Padova, ch’era ricovero al nemico e di molestia a difensori del forte, poi combattendo vi detter foco, onde essa crollò da Ire bande, ma un soldato Biagio Veneroso ebbe ardimento d’accostarsi a ravvivarvi la quarta miccia, e vi stette da presso sin quasi allo scoppio.

Correva a’ 25 luglio il quarto anniversario della fucilazione de’ Bandiera; e si volle colà inneggiare a quei morti per la rivoluzione, con una messa di requie, e intervento di gente da Venezia. Fu ordinato che un drappello d’ogni corpo del presidio stesse al funerale, e volle che il caso fossevi presente un caporale ch’era stato de’ primi ad arrestare in Calabria quei giovani, e tutta poi la banda dei trombettieri ch’avean sonato sul luogo della fucilazione. Vedi coincidenza, e incertezza delle umane vicissitudini! Di poi a mensa sbalestrando quei cervelli avvampati dal vino, detter quasi briachi in brindisi, dove un Veneziano uscì con certi versi contro i sudditi fedeli a’ prenci, contro chi s’era allietalo della morte de’ Bandiera, e anche contro chi non s’era levato a vendicarli. Plaudendo i circostanti, i nostri uffiziali sdegnati si tolsero da mensa. Poi il Ritucci, maggiore in grado, andò al comandante del forte, e ’l richiese convocasse i convitati, il che fatto, si volse al Veneziano millantatore, chiedendogli ragione dell’insulto scoccato al sovrano delle Sicilie. Si scusò dichiarando aver alluso al re non rigenerato, ma le donne presenti e le grida Viva Italia troncarono la quistione. Indi a pochi giorni tolsero da Malghera il battaglione cacciatori, dividendolo: Ire compagnie all’isola di Lido, e tre all’altra Murano.

32. Come ne tornano.

Intanto giungendo da Napoli ordini reiterati di ritorno, gli uffiziali fecero ressa al consolo nostro, perché provvedesse all’imbarco, e andarono essi medesimi noleggiando navigli di nascoso. Inviarono a re Ferdinando una dichiarazione di fede e ubbidienza; e il Ritucci ogni dì faceva istanze al governo veneto per esser rimandato, e protestava non potere i Napolitani prender parlo a operazioni di guerra senza trasgredir gli ordini del sovrano. I soldati sparlavano in ogni parie. Tai cose, e il fatto del cercare i legni, insospettirono i Veneti, il Pepe e il Colli commissario sardo; temettero si volessero far padroni di Malghera, per darlo a’ Tedeschi, o a patteggiare il ritorno; perciò v’avean tolto il battaglione cacciatori. Il Pepe a’ 6 agosto, chiamati gli uffiziali a casa sua, prima a solo a solo, poi a tutti insieme disse la monarchia napolitana star per crollare, sovrana esserla camera de’ deputati, servissero la nazione; e reggendoli duri, minacciò consigli di guerra, fucilazioni e disarmamento. Risposero volersene andare, aver serbata la disciplina, non voler posar l’arme, o si difenderebbero. Egli soggiunse risolverebbe tra due ore; poi richiamatili riminacciò, e indarno da ultimo andarono al Colli, e ottennero di partire alla dimane.

Il colonnello Mattei governatore di Malghera, cinto dagli uffiziali nostri disertori, parlò a’ soldati promettendo compensi ed onori; tutti grida rono Napoli! L’imbarco era disposto fuori l’isola di Lido; invece fecero andare gli artiglieri e i Zappatori al lazzaretto, sotto il cannone delle barche cannoniere, donde non poterono uscire che lasciando artiglierie e cavalli, e divisi dagli ufficiali. A 154 soldati delle frazioni di linea, gli uffiziali disertori pria tentarono persuadere, poi indispettiti usarono uno stratagemma. L’aiutante maggiore Oliva, disertato dal 10® di linea, li mise in riga nella piazza del forte,quasi a passarli e rassegna; e quando ebber fatti i fasci d’arme, fe’ a un segno accorrere sua gente che tolsero i fucili. Così disarmati, e spogli pur del cuoiame e d’ogni arnese militare, li mandò a Venezia. Altresì tolsero l’arme a molti malati di febbre, e anche a sette Lancieri ch’avevano scortato e servito il Pepe, cui alleggerirono anche de’ cappotti. Si tennero i carrettoni, i muli, i cavalli, e pur quelli privati di uffiziali. Per tai ruberie, e pe’ tolti cannoni, il Ritucci e quei d’artiglieria fecero proteste solenni, e le stamparono. Il capitano Pedrinelli sì pe’ rapiti suoi cannoni si accorò, che né perdè il senno, e ancora è pazzo.

I disarmati s’imbarcarono sur un trabaccolo, che fe’ vela per le bocche di Lido il 9 agosto, mentre i Tedeschi assaliva Malghera. La dimane si imbarcò armato il battaglione cacciatori. Similmente gli artiglieri e i Zappatori sopra altro trabaccolo; ma il fecero dare in secco, e cavaronlo l’altro giorno, volgendolo alle bocche di Malamocco. Colà tra due forti detti Alberone e Bastione, con a fronte una corvetta armata, sopraggiuuseli una piroga, il cui comandante notificò al capitano Bardet l’ordine che facesse posar l’arme a’ suoi, o li colerebbe a fondo. Fu un grido d’indignazione: uffiziali e soldati sclamarono voler anzi annegarsi che soffrir quell’onta. Protestarono: «I Napolitani non tener guerra co’ Veneti; leali soldati aver due mesi partecipato a’ pericoli e a’ disagi della guerra veneziana; il general Colli aver permesso d’andarsene armati, ora essere sforzati a lasciar l’onorate arme in luogo ove non è difesa; ma cinti da fortezze e cannoni preferir la morte al mirar vituperato l’onore napolitano.» Firmaronla i capitani Pedrinelli e Bardet, e i tenenti Guillamat, De Sauget, Fonzeca, Panico, Vernaux, Castellano, Presti e Dusmet; e mandaronla per un legnetto a vapore chiamato Pio IX. Essa per fortuna andò nelle mani del general Oraziani di marina; il quale sentendo la sconvenevolezza dell’atto, e la città in altri più gravi pensieri, li lasciò andare.

Per la capitolazione di Milano ricacciati i Sardi dietro il Ticino, il popolo veneziano tumultuando annullò la fusione, e abolì il governo piemontese; il perché cadevano il Colli, il Castelli, e il Librario a 15 agosto, e risaliva in seggio il Manin, col Oraziani e il Cavadoli. I nostri videro il Colli fuggente in una barca passar con gran remate avanti a loro, e raggiungere i suoi legni. Così dove la potestà sarda non fossi stata sullo stremo, forse quei soldati di Napoli avrebbero con morte in fondo al mare scontato l’errore d’aver combattuto a fianco de’ Piemontesi fratelli. Il comandante veneto si scusò dell’iniqua domanda dicendo averla fatta per ingiunzione del Pepe, diesi sperava aver minacciando quell’arme; però era pure un Napolitano che voleva far onta ai Napolitani, ed era pure uno vantantesi patriota che ingiuriava la sua nazione.

Quei trabaccoli avean magrissime provvisioni; carne marcia, poca pasta, poca acqua, niente olio. Dopo otto giorni di penosa navigazione, giunsero il 17 agosto a sera a Pescara. L’altro legno co’ disarmati e i malaticci, sospinto da fortuna di mare entrò il 19 a Manfredonia. Restavano a Venezia gli otto cannoni, i volontarii, quasi dugento soldati il più infermi, e venti uffiziali.

fonte

https://www.eleaml.org/ne/margotti/1868-DE-SIVO-Storia-delle-due-Sicilie-dal-1847-al-1861-AA-2025.html#LIBRO_SETTIMO

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