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Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XL)

Posted by on Feb 12, 2026

Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XL)
10. Consigli di re Vittorio.

Pio IX che molto dal congresso avea da sperare, tentò amorevolmente trarre al buon sentiero re Vittorio, e scrissegli di sua mano pregandolo si recasse al congresso qual difensore della Santa Sede; ma quegli anzi ne prese opportunità per richiederlo si facesse allegramente spogliare. Risposegli: Le Romagne trovarsi felicissime con lui, e diverrebbero per innanzi più cristiane, se non tornassero alla Chiesa. Sperare gli si dessero a qualunque titolo altresì le Marche e le Umbrie, per porte in uguale prosperità; e conchiudeva non aver intenzione con questo di menomare i dritti e l’autorità di Santa Chiesa. Pio gli rescrisse, il tenersi lo Stato papale non esser da savio, né degno di re cattolico e di casa Savoia, affliggersi non per sé, ma per l’infelice stato dell’anima di lui illaqueata dalle censure, ed altre maggiori il colpirebbero, ove consumasse l’agognato sacrilego atto. Il re sardo tornò indi a poco all’assalto con altra lettera. Magnificando i torbidi delle province papaline (da esso suscitati), la pochezza delle forze pontificie, e l’impossibilità del ritenerle, sé offerse per Vicario Generale di lui, né solo nelle Romagne, anche nelle Marche ed Umbrie. E Pio mansuetamente siffatto consiglio sopportò.

14. Consigli di Napoleone.

Vittorio forte per Napoleone bravava. Questi sceso in Italia proclamando non venirvi a fomentare il disordine, né ad abbattere il potere del Papa, lasciò rapirgli pria col disordine e poi co’ soldati le Romagne. Come il pontefice reclama aiuto, risponde esser legato da non intervento; avvisato che interverrebbe Napoli con arme italiane, consiglia noi faccia, aspetti il congresso: poi a spaventarlo del congresso fa l’opuscolo. Ultimamente dà un altro passo, con lettera del 31 dicembre 59 il consiglia aperto di cedere il dominio. Enuncia suoi servigi alla Santa Sede, ma prevede non cessare l’agitazione italiana s’ei non rinunzia alle Romagne, queste esser già perdute; vi rinuncii, gli assicurerebbe il resto dello Stato. Consiglio pubblico di tanto forte dominatore, valeva minaccia. Pio ricusò, poi con enciclica a’ Vescovi dichiarò non poter cedere ciò che suo non era; pria la vita sacrificherebbe che abbandonare la causa di Dio, della Chiesa e della giustizia. Cominciò allora in Francia l’agitazione religiosa, che non posa ancora. Vi fu soppresso il giornale l’Univers con decreto, corsero lettere del governo a’ vescovi, e segrete ingiunzioni agli ufficiali civili, per contrabbattere la possa del clero.

La consigliata rinunzia al papa, non era già fine, ma cominciamento di lotta. La setta non accusa il papa d’aver molto o poco dominio, ma d’aver dominio, non vuol che possegga poco, ma che non possegga, però acconciarsi all’usurpazione sur un punto, è prepararsi a lasciar tutto, consacrare la rivoluzione per quattro province, è consacrarla anche per l’altre, perché se v’è dritto a ribellar Ferrara, v’è anche per Roma. Era dunque puerile insidia il consigliare rinunzie parziali, quasi la rivoluzione che aspira a tutta la terra s’accontenti d’un brandello di Romagna. Napoleone che die’ tanto sangue francese per sostenere l’integrità dell’impero turco, consigliar lo smembramento del regno papale. Avea fatto un Malakoff per lasciare il Musulmano intatto, e fe’ un Solferino per lo spoglio del Papa!

Dello stesso parere fu il Cavour, quando per difendersi della pattuita cessione di Nizza, disse in parlamento: «Con la lettera del 21 dicembre Napoleone dichiara al Papa aver finito di regnare in Romagna, e con essa ci die’ più di quanto ottenemmo a S. Martino, perché la dominazione sacerdotale n’era più della tedesca dannosa.» Consigliava Pio IX di rinunziare alle Romagne, per aver egli Nizza e Savoia. E dopo Romagna il resto. Quando Pio gli si manifestò pronto a giuste riforme, purché gli si garantissero gli Stati, il Walewski rispose non poter l’Imperatore guarantirli. Cosi si chiedevan riforme al pontefice, e quando ei le offriva si ricusavano. Nel congresso parigino del 56 l’aveano incolpato di non aver esercito, poi quando ei sel fece, gli dier colpa d’averlo; e servì di pretesto a levargli le Marche.

12. Lamentanze dei buoni Italiani.

Gli Italiani, cioè la gran maggioranza de’ buoni al brontolar di tanti tuoni, prevedevano imminenti ruine. Si pensava, si parlava, si stampava così: «Crede il Bonaparte con opuscoli, lettere e consigli salvar l’onor suo? Abbandona la rivoluzione a parole, e in fatti lasciata infrangere i trattati; vieta all’Austria di far giustizia, e vieta a’ Cristiani d’accorrere a difesa del pontefice assassinato. Grida non intervento ma dopo ch’egli è intervenuto, e ha conce le cose a suo modo. Ha posto nella lance della rivoluzione il peso di seicento mila spade. Non può Austria intervenire per l’esecuzione de’ patti, e può Francia intervenire per sostenerne la lacerazione. Legate le braccia al dritto, sciolte alla rivoluzione, minacciati tutti, dobbiam l’un dopo l’altro soggiacere a’ colpi di fedifraghi nemici; o che uniti sfidandoli avremmo un’altra calata di Francesi. N’è inibito aiutarci l’un l’altro, e dobbiamo aspettare che il nemico comune s’ingagliardisca delle nostre spoglie, e a grado suo né assalga alla spicciolata e da tergo. Avremo sangue, arsioni, saccheggi, stupri e spogli, perché Napoleone s’abbia Nizza e Savoia. E perché non pigliarseli a Villafranca, e a Zurigo? Perché far due patti opposti, uno di giustizia aperto, un altro di cupidigia segreto; là contraltare pel dritto, qua contrattare per sé un compenso pel calpestamento del dritto perché pattuire due cose opposte, dove in ambo mancava all’onore della parola, e si pigliava il prezzo delle parole violate?

«Quel po’ di Nizza e Savoia dovremo pagarla noi Italiani sì cara, che saccheggiati, carcerati, ligati, esiliati, i sopravviventi andran ramingando pel mondo o sospirando la patria perduta! I tiranni aggiustano le pace iole alle loro passioni, e par loro d’aver provveduto, né pensano che v’è Dio. L’onore non è parola, è sentimento sculto nella coscienza, e chi vuol nome onorato sagri fichi la passione al dovere. Onorato è non vestir l’ingordigia di linde parole, ma rattenere la rea passione. Francia si piglia il prezzo di farsi lacerare i trattati in viso, e proclama onore e virtù; ma la forza che potendo non vieta l’assassinio è virtù d’assassino.»

«Tolgansi le parole, guardiamo i fatti: Napoleone con lo sendo della Chiesa ha i suffragi all’imperio, l’afforza col concorso de’ religiosi, per ingrandirlo scende in Italia, protestando non venire ad abbattere il potere del papa; vincitore, dà il papa inerme alla setta, il fa spogliare, e spogliato il consiglia a star contento. Similmente Giuliano apostata si fe cristiano per avere il trono, e avutolo percuote il Cristianesimo.»

13. Svanisce il Congresso.

Del designato congresso tutti avean sospetti. Chi v’interverrebbe? i soli grandi Stati, o tutti i segnatarii de’ trattati del 1815? o tutti gl’interessati? e i sovrani spodestati, o i governi rivoluzionarii, o gli uni e gli altri? E perché non anche gli Stati vicini, come Svizzera? V’era o no un programma delle quistioni da trattare? e quale? il riconoscimento de’ fatti compiuti, o il ritorno al dritto? Il più degli Stati non potevano riconoscere la rivoluzione, la Francia ch’aveva allora contrattato pel dritto, non poteva per verecondia propugnar quella, la propugnava di fatto; molto a parole propugnavate Inghilterra. Dopo un fallalo congresso verrebbe guerra; e nessuno te volea fare, l’altre nazioni perché rollo le alleanze e isolate, Napoleone perché si trovava bene. Egli però usò arti, pria prorogò il congresso, poi sciorinò l’opuscolo, poi non né parlò più. Il congresso fu sciolto pria che unito, come Zurigo s’era violato pria che scritto.

14. S’affrettano i fatti compiuti.

Napoleone intanto pigliava tempo, perché legatesi le mani a Zurigo, voleva levasserlo d’impaccio i fatti compiuti; onde evitava con cura ogni cagione di dissidio materiale, mentre gli animi e i fatti sospingeva. Così al callo dell’anno 1860 protestò rispettare i dritti e far rinascere la fiducia e la pace; e invece al 5 gennaio mula il ministro Walewsky che rappresentava la politica di Villafranca e pone il Thouvenel simpatico alla rivoluzione. Subito costui a’ 12 febbraio scriveva: il papa confondere lo spirituale e il temporale. E il Billault altro ministro proibiva il difendere il papato, per non turbare le coscienze! Il trattato concluso ai 25 gennaio con l’Inghilterra, pel libero cambio delle mercanzie, significò lo accordo pieno tra’ due paesi. Quindi egli trattava chetamente d’aver Nizza e Savoia, concedendo al Piemonte il potersi pigliar lo altrui con sicurezza.

Questo dunque certo d’aver Francia e Inghilterra dalla sua cominciò te rapina a’ 21 gennaio. Permettendolo i protettori, scese col ministero il Rattazzi, stipulatore di Zurigo, e risalì il Cavour, iniziato a’ misteri di Plombières: ciò significò Zurigo cassalo; perché cotesti nuovi potenti col dritto nuora fingono credere i palli non legare le nazioni, ma i ministri; laonde il Cavour nascostosi quando s’avevano a stipulare, ricompariva quando s’avevano a conculcare. Ei si fe un ministero mazziniano; salì Ira plausi rivoluzionarii infiniti; sciolse la camera de’ deputati, e convocò nuovi collegi elettorali, per farsela a suo modo. Ultimamente a’ 27 del mese con lettera diplomatica dichiarò a modo di sfida all’Europa di ripigliare la via interrotta a Villafranca; caduta l’idea del congresso, impossibili le restaurazioni, dover fare l’Italia; accettare l’Italia centrale per non farla cader nell’anarchia. E sendosi già dato a questi paesi la costituzione e la legge elettorale sarda, scrisse al Ricasoli e al Farini facessero votare il popolo; e come già la votazione fosse fatta, preparava a Torino la sala del futuro parlamento.

14. Plebisciti.

Quando già s’avean preso tutto, vollero, per una ridicola copiatura di Francia, la commedia delle votazioni universali, dette plebisciti storpiando l’antico. Seguirono l’11 di marzo tutti a un modo. Prima uomini venuti da Piemonte travestiti, con danari ed arme, poi soldatesche alla svelala, minacce a’ renitenti, cartelli d’annessione stampati a Torino affissi alle porte e alle mura, ordini di luminarie, o guai a’ vetri delle finestre; bravacci con pugnali e daghe far ale alle urne, scrutinatori aggiustar con la penna i numeri, gridatori far baccano, bruzzaglia e baldoria in piazza. Il popolo si chiuse in casa; andarono all’urne i settarii, pochi illusi e ambiziosi, e stranieri; la sessantesima parte delle popolazioni. La rivoluzione appellò popolo l’uno che andò, non i 59 che tacquero, benvero moltiplicò l’uno a numero di maggioranza, e stampò cifre trionfali. Così credono aver preso dritto sugl’Italiani; ma il dritto de’ popoli è imperituro, e l’onore italiano è vivo ancora.

Conseguentemente la domenica 18 marzo il medico Farini presentava a Torino, come scrisse un giornale, tre corone a Vittorio; e diceva: «Avendo V. M. sentito pietosamente il grido di dolore de’ popoli dell’Emilia, ne accolga ora il pegno di gratitudine e di fede.» E il re lo stesso di decretava: «Le provincie dell’Emilia faran parte integrante dello Stato.» Udita le grida dolorose, stendeva sugli addolorati le branche. A’ 22 recavagli il Ricasoli l’altra corona; e il re decretava: «La Toscana fa parte integrante dello Stato.» E vi mandava luogotenente il Carignano. Anche dichiarò aver prese si le Romagne, ma conciò non intendeva mancare alla divozione debita al vicario di Cristo, anzi presterebbe sempre omaggio all’alta sua sovranità. Spogliava e derideva.

Al Farini, al Ricasoli, colle annessioni non fecero buon viso i Torinesi; che presentivano quei turpi acquisti non poter partorire beni; né vollero illuminare le case, come era stato ingiunto. L’Europa fu indignata di tai cabale. Non Austria sola, ma tutti gli Stati alemanni, la stessa Prussia protestarono. Russia ricusò di ricevere la nota uffiziale che nunciava le annessioni. Per contrario vennero accolte le proteste de’ principi spodestali, ch’ebbero chiare e preziose risposte da tutta Europa, fuorché da Londra. Lo stesso ministro sardo in Baviera, il marchese Ceva, rinunziò all’uffizio, e mostrò pregiare più la virtù che il salario.

Vittorio imperturbato apriva a’ 2 aprile nella preparata sala a Torino il nuovo parlamento, co’ deputati rivoluzionarii delle provincie annesse. Né arrossiva trionfando sì iniquamente, il Cavour, anzi seguitava sue reti nel Veneto; dove incitava uomini a esulare, posta su’ confini una giunta per soccorrerli, e v’interveniva egli stesso. Nientedimeno in quello stesso mese di marzo osò lanciare una nota a Vienna; lamentandosi che le condizioni della Venezia fossero un pericolo al Piemonte, perché di là veniva a turbarlo lo elemento rivoluzionario, per colpa dell’Austria. Con queste impudenze impunite costui si credeva grande uomo.

16. Scomunica e proteste.

Vittorio con incredibile sfrontatezza nunziò per lettera del 20 marzo l’annessione delle Romagne al pontefice; e a non mostrarne rimorso, disse con sarcasmo crudele: sentire di non recare offesa a’ principi di quella religione, cui si gloriava professare con filiale ed inalterabile ossequio. Pio IX protestò a’ 24 marzo, indi a’ 26 aggiunse i fulmini del Vaticano, e senza designar persona, scomunicò tutti che in qualsivoglia guisa avessero cooperato alle annessioni delle legazioni. Protestarono inoltre il duca di Modena il 22, quel di Toscana il 24, la duchessa di Parma a’ 28, e l’Austria il 25.

17. Il Lamoricière.

Per guardarsi il resto, il pontefice curò l’ordinamento del suo esercito, e chiamò a capitanarlo il francese Lamoricière. Questi di casa legittimista, organatore del corpo de’ Zuavi nella guerra d’Africa, avea preso l’emiro Abdel-Kader nel 1817. Seguita la rivoluzione parigina, servì la repubblica, e sostenne il Cavaignac in giugno 18. Arrestato pel colpo di stato del 2 dicembre, stette in Ham rinchiuso, poi uscì esule, poi tornò in Francia con l’amnistia del 1859. Accolse lieto l’invito del papa, e venne il 26 marzo a Roma. L’8 aprile die’ un ordine del giorno, dove paragonava la rivoluzione all’Islamismo.

18. Minacce diplomatiche al regno.

Quanto ho detto delle cose fuor del regno parrà poco a chi volesse quei fatti intendere a dovere, ed è molto anzi per me narratore delle cose del reame; ma sendo quelle cagioni e quei modi di ri volture e rapine gli stessi che vedemmo tra noi, il noverarli come ho fatto per sommi capi, sarà a utilità del racconto, e a schiarimento di tutto cotesto viluppo d’ipocrisie e sfrontatezze, che appellano rigenerazione italiana. Oltracciò il ricordarli fa prova lucidissima della cecità o malizia de’ nostri governanti, che avvisati da tanti contemporanei proditorii, lasciarono cadere il paese in grossieri e conosciuti tranelli. Questi fatti d’Italia condannanti in sempiterno.

Ora m’è necessità tornare un po’ addietro, a raccontare l’estere mene per turbar le cose del tranquillo regno. I tornati ministri di Francia e Inghilterra, intenti a chi più corresse avanti all’altro, eran d’accordo ad appiccarne la rivoluzione. Il Brenier in settembre 59 scriveva al Grammont suo collega a Roma: «Francesco punto non voler sentire riforme, il governo napolitano poter mantenere l’ordine, il Filangieri infermo a Sorrento essere invisibile, a stento avergli parlato, e trovatolo a riforme alienissimo. Francia non poter altro che imporle a forza, ma doversi proceder cauti, perché parergli impossibile la rivoluzione e ‘I suo trionfo, e Londra esser pronta a valersi d’un fatto francese.» Il Grammont rispondeva: «La Francia ha con ogni sforzo consigliato riforme in Italia, ma deve anche badare al suo interesse. L’imperatore non vuole rivoluzioni, anzi le combatterà, ma se i governi sordi a’ consigli suoi le provocheranno, si regolerà secondo le circostanze. Ora Francia non può far più che dare un congedo al suo ministro in Napoli, e lasciarvi un incaricato d’affari.» Di cotai due lettere concertate tra loro, il Grammont dava lettura al nostro ministro in Roma De Martino, forse per tentar le minacce. Ma il nostro Carafa scrivendone al re a’ 25 settembre lo sconsigliava dalle concessioni, perché, diceva, Francia non richiamerà il ministro, per non farvi restar l’Inglese solo, ove il facesse, avremmo un intrigante di meno. Adunque lo stesso legato francese confessava impossibile tra noi la rivoluzione, e doverlasi imporre a forza.

fonte

https://www.eleaml.org/ne/margotti/1868-DE-SIVO-Storia-delle-due-Sicilie-dal-1847-al-1861-AA-2025.html#LIBRO_DECIMOQUINTO

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