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Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XLI)

Posted by on Feb 17, 2026

Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XLI)
19. Governare incerto.

Sul finir dell’anno il giovine re era assediato da richiedenti. Tumulti e usurpazioni in Italia, cupe minacce al regno, Svizzeri mancati, poca soldatesca indigena, né tutta buona, Napoli spaurita da vociferazioni insidiose, e una setta latente attorno al trono susurrava: «Concedete, date.» Francia e Inghilterra combattenti co’ consigli; il Filangieri in altalena, svogliato, proponente concessioni parche, e gli uomini suoi messi su, vi facevano il ritornello, o che vicini erano i guai. Francesco, benché nuovo, diceva a taluno: «Se scendo a concedere, diventiamo tutti liberali, ed anche io, ma conceduto, conceduto, debbo fermarmi a un punto, e allora…. il finimondo.»

Talvolta avvisandosi tornare all’antico con ministri forti, si facea questo dilemma: «0 la setta è vinta, o vince: vinta, farò buona giustizia, prendi e pene, buon governo, perspicace, operoso, se vince, piglierò coi soldati le fortezze e i monti, se l’Europa si riscuote trionfo, se dorme, muoio….» Tratto or qua or là da tai due sentenze, pur talora sperando nell’espertissimo Filangieri, seguitò incerto con lui e co’ suoi, i quali tiravano avanti barcollando, non provvedendo gagliardamente né pro né centra. Ne’ principii del 60, per tentare una cosa di mezzo, fu proposto concedere facoltà maggiori a’ consigli provinciali, e farli eligere per suffragi, il re stesso lavorò alla legge, e fu a un punto l’attuarsi, ma si rattennero, temendo la setta l’usasse a fellonia. Fu un momento che parve Inghilterra n’aprisse le braccia: s’accontentava della piena amnistia, del ritoccarsi le leggi doganali, si facessero ponti e ferrovie sino a Brindisi, e si moderasse la potestà di Milizia. Perlocché il re né parlò in consiglio a’ 5 febbraio, e fu proposto mutarsi il ministero di Sicilia, migliorarsi l’amministrazione, e che v’andrebbe il re per cinquanta giorni. Poi non se ne fe’ nulla. Questo fu il massimo fatto del Filangieri, che sapendo e potendo tener forte la potestà, avria rese innocue quelle richieste concessioni, e voltele a ben del paese. Era allora suo dovere affrontar l’uragano, e aggrapparsi in qualsivoglia modo all’Inghilterra; la quale paga di vantaggi commerciali per sé, avrebbe col regno napolitano osteggialo l’alleanza di Francia e Piemonte. Fallo supremo del restar, fra tanti ingordi, senza alleati, in balia del caso.

In Sicilia i faziosi avean più baldanza. Morto Ferdinando, Bonaparte in Italia, le proclamazioni a Milano, i Magenta, i Solferino, e l’oro e le tresche sarde e mazziniane, tenevan gli animi pronti a novità. Gli uffiziali regi stessi stati già rivoluzionarii rimutavan mantello, e tementi le vendette liberalesche, si lanciavano avanti, e favorivano a possa la ribellione. Il luogotenente Castelcicala a’ 25 febbraio rapportò gravi le condizioni dell’isola, sospinta a fellonia dallo straniero, tennesi nella reggia consiglio a porte chiuse; si decise tener fermo, e governar bene. Buon consiglio, non eseguito in fatti; che fu il peggio, perché la setta appunto del bene s’irritava. A’ 29 del mese corse pel reame un’altra segreta proclamazione, dicente ai napolitani soldati: «Scuotetevi in nome di Dio; mostrate esser figli della madre comune. È egli possibile che qui regni ancora un Borbone, un luglio di Ferdinando, un tiranno! Se il paese si manifesta non vi opponete; secondatelo; la patria attende la vostra redenzione; a voi s’aspetta ritrarla dall’obbrobrio, onde il despota l’ha coperta. Uniamoci, gridiamo tutti popolo e soldati: Fuori i Borboni! viva Italia una viva Vittorio Emmanuele!» Ma né popoli né soldati davan retta a tai baiate. Eran mene dei molti congiuratori di fuori, e de’ pochi spregevoli di dentro.

20. L(r)amicizia del Piemonte.

Il re non avea mancato di far rimostranze ai sovrani d’Europa, perché ponessero argine all’avidità rivoluzionaria del Piemonte che dopo Zurigo s’era stesa alle Romagne, e lanciava il foco nelle Marche e nel regno. Ed ecco in gennaio 60 si ha sicura notizia che Napoleone per conciliar le cose, e aver Nizza e Savoia, propone dare al papa i nostri Abruzzi invece delle perdute Romagne; ma il papa rifiutò di rifarsi del patito spoglio con lo spoglio altrui. Allora i legati di Parigi e Torino, non potendo conciliare le cose loro col danno de’ terzi, presero altra tattica d’insidie.

Sendo riuscito a niente il legato sardo Salmour, né si mandò nuovo aspide il marchese Villamarina, strettissimo del Cavour, già suo collega al congresso di Parigi; uomo con esso iniziato, e per consenso di Napoleone, a’ misteri di Plombières. Questi venne in gennaio a Napoli, con iscemamento d’uffizio, a farvi quello che il Boncompagni a Firenze; e giustamente, perché cominciata in quel congresso la congiura contro Napoli, venisse egli medesimo con veste d’amico a darvi esecuzione. Al suo comparire surse come un fremito elettrico fra’ settarii; la cospirazione sollevò la visiera; la casa di lui servi da club inviolabile; e si lavorò a lanciar lo sgomento fra i popoli, l’esca alla stampa, e con oro e promesse il seme de’ tradimenti nell’esercito.

Il Cavour con bel candore impegnò lo Stakelberg, ministro russo a Torino, a fare che il governo russo persuadesse Francesco ad allearsi col Piemonte. E il Gorciakoff primo ministro dello Czar intrattenne colà il cavaliere Regina nostro legato, dicendogli approvar egli l’alleanza, perché il Piemonte ingrandito avrebbe interesse a farsi conservatore. E correndo tai pratiche il Cavour tutto mele né fingeva amicizia. Con dispaccio del 15 marzo ringraziava il re per cinque sudditi sardi, graziati della galera pel fatto di Sapri; si diceva pago della nostra altitudine conservatrice; mostrava rammaricarsi ove in Napoli sorgessero cose da intorbidar più Italia ed Europa; eppur faceva intravedere che ritrarrebbe da Napoli il ministro, ove iI re uscendo dalla neutralità intervenisse ne’ piati romani. Con tai proteste d’amicizia né addormentava, per compiere senza impacci i fatti suoi.

21. Proposta d’intervento napolitano nel pontificio.

Intanto da Francia venivano proposte a rovescio. Napoleone fea le lustre di lasciar Roma, come vedesse il papa la vedesse male a restar senza di lui. Quando si stava in sul come eseguirlo, il Grammont ministro francese a Roma proponeva al nostro legalo colà, ch’ove la bandiera francese lasciasse lo stato romano, surrogassela la napolitana, e che un nostro corpo d’esercito occupasse le Marche e Ancona, mentre i soldati papalini s’accentrerebbero a Roma e sue adiacenze. Aggiungeva che Francia n’avrebbe garantito da ogni assalimento di Sardegna. Dichiarata tal proposta al Sant.

Padre, rispose non volere col suo avviso dar peso alle determinazioni del re, ma non s’opporrebbe.

A noi era piacevole l’offerta: onorati a difendere Santa Chiesa, garantiti da Francia, uscivamo dall’isolamento della neutralità, sicurati erano il regno e il papa, e si poneva il morso alla rivoluzione col nome di quella Francia stessa che l’avea sbrigliata. Il De Martino nostro legato in Roma forte sollecitava l’adesione al disegno. V’era per contrario da considerare voler la setta disfare tutta Italia col pretesto d’unirla, non ponderabili le perfidie sarde, esser poco le guarentigie napoleoniche dopo Zurigo. Se non valevano i patti stipulati e giurati, che le parole? Inoltre le nostre milizie andando nelle Marche s’accostavano alla rivoluzione, che già da lungi con oro e seduzioni lavorava a guadagnarle, aperto i mandatarii sardi tentavan la Sicilia, s’udiva già un sotterraneo rombo, si vedevan gli armamenti garibaldesi in Italia, stendendosi fuor del confine l’arme nostre, già non molte, più si sparpagliavano; da ultimo l’uscire dalla neutralità dava al nemico facoltà di smascherarsi, e sventolar alto la face rivoluzionaria. Il re a’ 16 marzo rispose negativo.

22. Insidiose.

Non però sconfidato il Grammont, ripetea la proposta, e ’l De Martino né lacca luccicare Futilità, pregando se ne riesaminasse la convenienza. Napoleone stupito forse del non vederne correre alla splendida offerta, fe’ altre istanze dirette, e ’l Brénier in Napoli aggiungeva: l’Imperatore esser d’accordo col Piemonte, questo aver annuito a non opporsi all’occupazione napolitana delle Marche, e a non fomentarvi le fazioni. In prova mostrava il dispaccio giuntogli il 21 marzo da Torino, dove quel governo dichiarava acconsentire a tutto ciò. Francesco poco da tal consenso di fedifrago nemico persuaso, sol per non mostrar durezza di rifiuto, concedeva a’ 27 udienza al Brenier, per aver l’offerta solenne d’una politica congiunta e unisona, da pacificare la combattuta Italia nostra. Appunto allora il Villamarina corse a dichiarare al Carafa aver ordine da Torino di protestare e lasciar Napoli, appena la bandiera napolitana passasse la frontiera. Disse il Carafa: «Ma come? con qual dritto il Piemonte protesterebbe, se non toccheremmo il territorio suo?» Rispose: «Perché potremmo essere assaliti nelle Legazioni da voi e dal papa.» Conseguentemente restammo neutrali. Colali maneggi contraddittori! di Parigi e Torino, sì stretti alleati, mostran la buona fede di quei potentati ch’oggidì vantano dritto nuovo.

A giudicare ora, dopo perduta la monarchia, taluno potria inferirne che ove si fosse acceduto all’offerta francese, andavam salvi. Credo anzi più presto saremmo caduti. Entrati noi nelle Marche, il Piemonte avria fatto allora in aprile ciò che fe’ in ottobre, e sarebbesi risparmiata l’onta d’assalire il papa senz’ombra di cagione. Le soldatesche nostre già infette, comandante dal compro Pianelli, avrian fatto mala prova: perdevamo un corpo d’esercito, e il nemico n’avria cavato pretesto a dichiararne quella guerra, ch’ebbe a farne poi senza dichiarazione traditorescamente, perdevamo con minor contrasto, e la perdita pareva naturale effetto di guerra, dove i tradimenti si coprivano con la viltà, a vergogna nostra. Invece s’è poi contrastato un anno, e i patiti soprusi e tradimenti han fatto lo spavento del mondo. Prudente fu il rifiuto. Forse la proposta era agguato: Napoleone lasciar quel bel nido di Roma! E Sardegna pria affermante, poi negante e minacciante, eran mene per aprirsi poi la via a infrangere il patto. Napoleone e Vittorio dopo Zurigo, non han più da contraltare tra le nazioni.

Eppure, chi il crederebbe? su’ principi! d’aprile Vittorio riparlò allo Stakelberg, di nuovo sollecitandolo a fargli stringere alleanza con Napoli; e ‘l Gorciakoff né favellava al Regina, approvandola. Dunque non volevan Francesco alleato pel dritto, ma per la rivoluzione.

23. Nizza e Savoia.

Da checca posata la guerra del 59 correan lampi sulla cessione di Savoia e Nizza. I deputati savoini protestarono, e i loro giornali dichiaravano che toglier Savoia all’Italia era sgangherarne porla. In contrario i Francesi dicevano Savoia per lingua, sangue e geografia esser francese. L’Elvezia pretendeva necessarii al suo assestamento il Faucigny, lo Sciablese e ’l Genovese. Discordi i Nizzardi, chi volea Francia, chi Piemonte, e chi volea Nizza indipendente e libera. Il francese ministro degli esteri in luglio 59 avea dichiarato affatto non voler la Savoia. L’Imperatore durante la guerra più volte manifestò giovargli più l’onore della lotta, che ingrandirsi per territorio. Interrogato da Londra se trattasse con Torino cessioni di provincie, rispose no con giro di parole: non trattarsi tra i due paesi; ma patti di famiglia tra le due dinastie. Appresso, meglio interpellato, dichiarò: ch’ove avesse talora nutrito idee d’ingrandimento, allora n’avea deposto il pensiero. E nel Moniteur a’ 9 settembre stampava aver fatto la guerra per un’idea.

Frattanto aggiustato il contratto, egli stesso al 1 marzo 60 nel discorso alle Camera spiattellò reclamare la Savoia in vista della trasformazione d’Italia in Stato possente. Ma era tra patti prestabiliti all’aiuto per liberare Italia sino all’Adriatico, smozzata la promessa a Villafranca, permise baratto dell’annessioni toscane e romagnole, però reclamando il prezzo, tenea cinquantamil’uomini nella ceduta Lombardia, col maresciallo Vaillant. O Nizza e Savoia, o sto a Milano.

A posta a richiederle avea mandato il Benedetti a Torino. Duro bivo pel Cavour. Fabbricatore d’Italia, sbrandellarla più, non aver cacciato il Tedesco, e poni anche il Gallo, e dargli le chiavi del bel paese; volere indipendenza, e mettersi un fortissimo sul collo; aspirare a libertà, e aspettarla dall’uomo del 2 dicembre; gridare unità e annessione, e tagliare e sconnettere; ciò era col fatto proprio seppellire l’unità, la libertà e l’indipendenza. Ma impossibile il negarsi al nuovo padrone; e, fattosi nimico a tutti, inimicarsi quel solo proteggitore. Piemonte restava isolalo e perduto. Cedendo, associava Francia a’ suoi interessi, facevala complice della violazione de’ trattati di Zurigo, lacerava il 1815, aveva carta bianca per il resto, e sconvolgere tutta Italia, e far suo nome sonar pel mondo. L’uomo cospiratore nell’intiera vita, volea il trionfo della cospirazione. La cessione sguinzagliava la setta, Italia scemava di due provincie, ma la rivoluzione gavazzava sull’altre sue terre, vinceva nell’orbe; ed egli, Cavour, trionferebbe sopra la rivoluzione e i trionfatori. La patria lanciavasi nel sangue, nel fuoco, nel rabbie civili, nel protestantismo e nelle scostumatezze, sprofondavasi ne’ debiti, nelle tasse, nel socialismo, e nell’abbrutimento; ma egli raggiunto lo scopo di sua vita, milionario, famigerato, più che re, avrebbe tenutolo scettro su’ rovesciati troni, e sui popoli condannati a pagare la sua vittoria. Non sapeva che Dio gli contava i giorni e la boria del tristo trionfare.

24. Vendita di popoli.

Sapendo che senza grandi malvagità non si compiono rivoluzioni, e che i popoli malvagi cadono schiacciati, volle essere un gran malvagio, però in lui coscienza, fede, religione, amistà, onestà e onore fur parole usate a inganno. Spillata attorno la voce della contraentesi cessione, scriveva dispacci a’ prefetti ne’ distretti, esser bugie e calunnie. Moventisi i Savoini, il governatore Orso Serra a Chambery mostrò lettere fresche di lui, dicenti il governo mai aver avuto pensiero di lasciar Savoia. Tosto se stesso sbugiardò pubblicamente a 24 marzo di quell’anno 60 col solenne trattato di cessione. AI gran romore che se ne fe’ rispose imperterrito, storcendo con sofismi ogni ragione; e qualche italianissimo difeseselo dicendo: «Che forse i Nizzardi perdono diventando Francesi? io vorrei piuttosto esser francese che italiano.» Il di stesso 24 le soldatesche napoleoniche cominciarono a uscir di Lombardia, verso Nizza, e per Susa a Chambery, dove presero le stanze. Quel 24 marzo con dura coincidenza era l’anniversario della battaglia di Novara: allora il Piemonte vinto, niente perdeva, per generosità del vincitore, ora vincitore perdea sette province per cupidigia del magnanimo alleato. Ma era stato baratto da mercanti. I liberali avean sempre strombazzato i popoli non esser merce; e quel medesimo Cavour a’ 17 febbraio 59 in senato avea detto: esser grande progresso della civiltà moderna il non riconoscere ne’ principi il dritto d’alienare i popoli; certo da molti secoli nessun principe italiano avea de’ sudditi fatto mercato, ed ecco Vittorio liberalesco, firmanti il Cavour e il Farini liberaloni, fa pubblico contratto di popoli: Dio avea posto le Alpi a difesa pel bel paese, il Piemonte posele in Francia. Volean fare Italia una e forte, e sbrandellaronla, e aperserla allo straniero.

Il Garibaldi a’ 12 aprile rumoreggiò nella Camera. Disse: «Nizza essersi data, al Duca di Savoia nel 1388, a patto di non poter esser data ad altri; ed ora vendersi a’ Bonaparte; vergognoso vender popoli, incostituzionale il contratto prima dell’assenso delle Camere; cassarsi l’articolo 5. dello Statuto.» A queste e a tutte l’altre ragioni il Cavour rispondeva: «Quella cessione non essere isolata, ma fatto della serie de’ compiuti, e di quei che rimangono a compiere.» Oh logica! nel compiuto fatto si dà ragione del fatto. Oh guarentigie di statuti!

Adunque si confessava in parlamento Nizza darsi per fatti da compiere. Rapita Toscana e Romagna, restavan da spogliare il Papa e Napoli; adunque si confessava comprati noi; né il Bonaparte, né anche a parole il contradisse. Oh il nostro pacificò paese abbandonato alla rapacità d’iniqui! centinaia di migliaia d’uomini condannati a perire in ree guerre, per bombe, ferri, arsioni, fucilazioni e disagi; la nostra secolare prosperità, le ricchezze create in tant’anni felici, là fama de’ nostri ingegni, l’indipendenza lasciatane da’ padri, tutti nostri beni s’abbattevano! I Nizzardi venduti a Francia, i Napolitani a una setta! E tanto oltraggio appellarono redenzione, genio il Cavour, Vittorio re galantuomo.

Il Garibaldi e un altro deputato nizzardo rinunziarono al mandato; e ai 23 aprile protestarono contro l’atto di frode e violenza consumato; e che aspetterebbero tempi e opportunità, per far valere con libertà reali i loro dritti, non certo menomati da un fatto illegale e fraudolento, n Dopo questa spampanata, volse furibondo verso Nizza, per prepararvi la resistenza popolare all’annessione; ma giunto a Genova fu placato, e si mise (come dirò) a servizio del ministero. Benché diventato francese, operò all’ombra della da lui maledetta cessione, per cacciar di seggio un re italiano a nome d’Italia. Dove non è coscienza trovi sempre opposizioni di parole e fatti.

25. A Francia le chiavi d’Italia.

Similmente Napoleone avea sempre detto l’Italia esser degl’Italiani; ora dice Nizza esser di Francia. Ricevendo a’ 21 marzo i deputati Savoiardi, lor rispose la cessione esser rettifica di frontiera, che soddisfa legittimi interessi e non ferisce niun principio. E i legittimi interessi de’ prenci italiani non eran feriti? Il ministro suo Thouvenel a’ 13 marzo con un lungo dispaccio a’ potentati cumulò sofismi e ipocrisie a dozzine. Magnificava dritti, sconvolgendoli tutti, ostentava moderazione, sfrenando immoderate passioni in Italia, parlava di data indipendenza, imponendo cruento servaggio, e con gravità il disinteresse del suo imperatore esaltava, allora appunto ch’abbrancava sette province di quell’Italia, cui diceva redenta e padrona di sé.

Quel territorio aggiunto alla Francia non die’ tanto ombra all’Europa quanto l’idea fecondatrice di nuove pretensioni, perché le parole e i dispacci imperiali definivano quell’aggregazione rivendicazione di frontiere naturali della Francia. Sciamavano: non è più guerra d’idee, è guerra da rivendicare il territorio del precedente impero, se vuol frontiere antiche verso Italia, né vorrà versoi! Reno, ricominceranno le guerre d’ingrandimento?

Napoleone non stette al solo dritto del contratto; v’aggiunse la sua panacea del suffragio universale. Poste guarnigioni nelle nuove province, scioltesi da Vittorio dal vincolo di sudditanza, toltigli uffiziali sardi, itivi governatori provvisorii a posta, interrogò il popolo se volesse star con Francia SI o NO. Seguì l’adunanza a’ 7 aprile, e quella gente stata italiana tanti secoli, in un giorno si fe’ francese, con 151,744 voti; ma si presentò al mondo al cifra di 225 NO, Bravo!

Con tal baratto re Vittorio die’ la sede della sua stirpe, e la contea di Nizza ove son le ossa de’ suoi antenati, la culla e le tombe. Dichiarato la cessione rettifica di frontiere convenne Savoia esser Francia, stirpe francese la sua sin allora strombazzata per la sola stirpe sovrana italiana. E i gridanti italianità scacciar volevano di seggio gli Estensi, Pio IX e Francesco II, per insediare quella casa dichiarata da esso loro francese! Italia perdeva con Savoia solo sette province ne’ due distretti di Chambery e d’Annecy: perdeva 258 miglia quadrate di territorio, e 707 mila anime. Nizza e le Alpi diventavano francesi, lago francese il mediterraneo; Torino città di confine; a Francia le chiavi d’Italia.

26. Le Camere approvano.

Fu molto notata una curiosa contradizione fra’ le parole pronunziate ai 12 aprile dal Cavour alla Camera di Torino, e dal Baroche al corpo legislativo di Parigi. Il primo disse: «La cessione è condizione essenziale del proseguimento di quella politica, che in sì poco tempo ne ha condotti a Milano, a Firenze e a Bologna. Respingendo il trattato, si sarebbero esposte a evidente pericolo le passate conquiste, e anche le stesse sorti della patria.» Sicché dopo i celebrati plebisciti confessava le conquiste, permettente Francia. All’opposto il Baroche il medesimo di diceva: «La Francia non entra per niente nella separazione delle Romagne; non colpa l’imperatore se il Papa non ha serbato la sua potestà su quelle contrade. Si può dire che Francia lasciasse sfuggire le legazioni alla Santa Sede?» Cotesti ministri dopo concertati i fatti loro, non si avean concertati i discorsi, e si contradicevan l’un l’altro, per isbadataggine, o a disegno?

Fatta ed eseguita la cessione, dato il paese e proclamato il plebiscito, fu quel bel negozio presentato a’ 25 maggio alle Camere. Il Rorà relatore leggendo la preparata relazione, conchiuse doversi la cessione approvare, perché essa consacra il passato, rassicura il presente, e prepara l’avvenire. L’avvenire era già cominciato, come dirò, a Palermo. I ministri dissero necessità l’approvarla. E la Camera ubbidì a maggioranza il 28, dato il voto fu prorogata, siccome impaccio al da fare. Similmente il senato ai 10 giugno non ostante l’opposizione di gravi senatori, approvò. Così i costituzionali usano le costituzioni.

Il Piemonte die’ il proprio per l’altrui, il certo per l’incerto, l’antico pel nuovo, e che più monta si svestì dell’onestà per i panni da rapinatore. Italia restò col Tedesco da oriente e ’l Francese da occidente, tra’ due padroni in mezzo. Ma i congiuratori spalancavano gli occhi e le mani, si lanciavan famelici su tanti grassi paesi. L’Europa videvi terribile verità: avea credulo a sollevamento di nazionalità, e mirò Giudei trafficanti.

27. L’Europa freme, e tace.

Germania restava aperta a sud-ovest, esposta a invasioni francesi. Svizzera perduto il territorio neutrale, ferita nel cuore, presentiva l’invasione delle idee francesi, e diventar suddita di pensieri; ond’essa che pretendeva anzi parte di Savoja, protestò a’ 19 marzo, chiedendo soccorso a’ potentati segnatarii de’ trattati del 15. Dimenticava averne essa stessa cassata poco innanzi la pagina di Neuchatel. A’ 5 aprile dimandò un congresso, e niuno le die’ udienza. Le Camere inglesi lamentaronsi di quest’altra infrazione a’ patti del 15, né ricordavano i loro ministri aver detto per le precedute annessioni, in dispacci uffiziali, doversi quei trattati riporre negli archivii. Lacerati a Firenze, varrebbero a Chambery? Commedie: Napoleone e Palmerston accordati, Russia e Austria nemiche, Prussia guardante incerta, il ministero Wigg in Inghilterra dominante, Europa stava in mano al Bonaparte. La rivoluzione mondiale con tanto sendo poteva in Italia tentare ogni cosa.

FINE DEL PRIMO VOLUME.

NOTE

(1) Vedi Rustow, Erinnerungen aus dem italienischen feldzuge von 1860,2 voi., pa§. 28, Lisia,1861.

fonte

https://www.eleaml.org/ne/margotti/1868-DE-SIVO-Storia-delle-due-Sicilie-dal-1847-al-1861-AA-2025.html#LIBRO_DECIMOQUINTO

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