Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XV)
11. Armestizio a Messina.
A far questo era necessità sopire ogni avanzo di guerra siciliana. Il ministero a 19 aprile inviava a Messina Giovanni Andrea Romeo e Antonino Plutino (appellati dottori ambo, e il primo detto eroe di settembre) con lettera del ministro di guerra al Pronio, d’averli scelti pacificatori pro tempore, e cuncludere sospensione d’arme.
Costoro stati pochi mesi innanzi uniti a’ faziosi di Messina per ribellare contro la monarchia, ora eran mandati dalla monarchia a pregare i colleghi loro a non turbare con guerre inopportune le faccende della rivoluzione. Arrivati, ebbero feste magne. La sera del 20 andarono in teatro al palco reale, dove s’eran cancellate l’arme regie, e poste le sicule e i tre colori. Dopo il primo atto, eglino a rappresentare il simbolo della federazione s’abbracciarono col nizzardo Ribotti, il disertore Longo ed altri, fra plausi infiniti e grida e molti sperticati di libertà. Al mattino scrissero insieme una proposta d’armestizio sino al 15 maggio, giorno d’apertura del parlamento napolitano; e ’l Plutino recolla a farla firmare al Pronio. Questi si negò, e ne scrisse a Napoli per telegrafo; perlocché il Plotino mandò il fratello sullo Stromboli a posta, per indurre il ministero ad acconsentire. Che egli e ’I Romeo lavorassero pel nemico provanlo lettere mandate e ricevute da esso loro. Il primo da Reggio a 21 aprile scriveva al Pirainu commessario del potere esecutivo in Messina, disvelandogli l’ostinazione del Pronio, e la gita di suo fratello a Napoli per fare ogni sforzo a tai approvare le condizioni; sperare che il parlamento o l’indignazione popolare impedissero al re la guerra fratricida; che se ordini misteriosi facesser rituonare gl’infami colpi di cannone, si fornirebbe a’ Napolitani gagliardissima arma a condannare il governo. E il Piraino il dì seguente stampava quella lettera, scrisse, per mostrare la mala fede ostinata de’ Regi, e l’amicizia de’ fratelli di Calabria. Al Romeo un Orlandi rivoluzionario scriveva da Palermo il 26 di quel mese: «egli e gli amici esser lietissimimi della missione fidata a lui; congratularsi della simpatia de’ fratelli del continente. Più c’intendiamo, e più stringiamo nostri nodi: non ci resta che compiere quanto mi promettete, sbarazzarci di questa infame dinastia. Sollevate Calabria gridate repubblica, e noi vi seguiremo.» Anche stampata. Con siffatta buona fede i pacificatori pro tempore trattavan l’armestizio.
Il ministero rispose al Pronio a 27 aprile, sibillino: «voler pel bene dell’umanità stabilisse armestizio convenevole, e nelle forme chieste dal dovere militare.» Però il generale, sentendo su di lui la responsabilità, chiamò il consiglio di difesa, che propose nuovi patti; i quali mandati dal comitato messinese a Palermo, ebbero approvazione. Quindi a 2 maggio si pattuì fra il tenente colonnello Picenna pel Pronio, e il Ribotti, il Longo ed il Fardella pel Piraino, in questa guisa: «1. Le due parti serberanno loro posizioni. 2. Proibite nuove fortificazioni, riparazioni ed altre qualsivogliano opere. 3. Si potrà ciascuno provvedere d’ogni cosa, fuorché d’arme e munizioni. 4. Non togliersi di posto niun cannone o altro arnese guerresco, salvo i quindici cannoni smontati fuori porta di Grazia. 5. Ciascuno potrà mover truppe a suo grado. 6. Stabiliti punti di limiti, niuno li potrà oltrepassare più d’un trar di fucile. 7. Liberi i prigionieri regi, a patto non servissero contro Sicilia. 8. Libero il commercio sulle due coste di Calabria e Sicilia, senza ostacolo di sorta. 9. L’armestizio durerà sino al 20 maggio, e più, se non si notifica la ripresa dell’arme, da farsi otto dì prima.
I ribelli accettarono tai patti, perché preparati a non tenerli. Venner da Palermo cannoni e munizioni da guerra; accrebbero batterie mascherate, fecero muraglie per nasconderle, trincee e feritoie, armarono barche cannoniere, e si valsero del permesso commercio per propagar la sedizione in Calabria. Indarno il Pronio fea sue rimostranze, ché tra il rispondere e ’l negare passava tempo, e s’operava. Il perché egli a 10 maggio scriveva acerbo al ministero, nunziando le armate batterie messinesi, chiedendo l’occorrente alla difesa, e dichiarando il dovere della guarnigione voler si tenessero quelle mura, o seppellirsi sotto le loro rovine. Nessuna risposta.
12. Gli organizzatori de’ mancipii.
Il ministero travolto ne’ flutti della rivoluzione, pensava a ben altro. Oltre l’idea del risorgimento italico, affettava un dar nuovo indirizzo agli ordini interni del paese; e tutto dicendo migliorare, tutto peggiorava. L’amministrazione innanzi non buona, ma almen con mediocri apparenze, perdeva pur queste, e sprofondava. Imperocché i molti ladri, già saliti alle cariche comunali, da una parte tementi di cadere, dall’altra sperando più guadagno ove potesser restare in tempo di cuccagna, voltavan carta; e quanto più serviti, ora più liberalmente gridavan libertà. Si lanciaron nel progresso, e dovetter per farsi credere mostrarsi i più faziosi, anzi i più servi della fazione, pronti a ripetere ogni motto, a usar ogni arte della setta. Così con le mani in pasta costoro, sia pe’ festeggiamenti costituzionali, sia per Guardie nazionali, e atti di beneficenza e altro, fecero sparire di bei contanti dalle casse comunali. Eglino in passato veri tiranni, oggi il passato gridavan tiranno, e sì declamando rubacchiavano a doppio. Per mostrar caldezza facevan comitati e conciliaboli, corrispodevan con Napoli, e così in fatti vituperavano insieme le idee assolute e le costituzionali. Ed eran rispettati e temuti anche da’ nuovi governanti, perché nelle sedizioni chi corrompe e chi tradisce si congiungon sempre per mal fare.
In siffatto guazzetto il ministero voller metter le mani, inviando in provincia gli organizzatori, giusta il programma del 3 aprile. Con decreti si nominaron quattordici personaggi responsabili, col carico d’andare, e indagare, disfare, rifare quanto trovavan male ne’ municipii; sollecitar la formazione della guardia nazionale e le convocazioni de’ collegi elettorali; tutto con potestà eccezionali, per sanar la cosa pubblica. Ridevoli cose. Tai missioni in tempi tranquilli eran quasi impossibili, e sempre s’avrian dovuto fidare a valentie cimentati uomini; invece s’udiron nomi di giovinastri, inetti anche in tempi tranquilli. In quelle novità, fuor dell’antico uso, fra passioni indisciplinate, ambizioni rideste, guardie nazionali ed elezioni di deputati, in quel fermento, fra tutte discordie, e inubbidienze e bramosie e chiedimenti e inganni, ne’ principii di guerra nazionale, e ’l preparamento di altre sedizioni, chi mai anche buonissimo, senza porre il morso a tutti, avria fatto bene? Chi scacciar di carica? chi tenere? chi eleggere? Scacciare i ladri? s’eran fatti liberali; porre gli onesti? ed eran diventati retrogradi: far capitani di guardie nazionali? E ’I volevan esser tutti; scrutinare? mancava il tempo e il modo. Sicché gli organizzatori, sugo di libertà, non potendo spiacere ai liberali, non potevano sfuggire di fidar le cariche a’ più mari noli.
Si fe’ gran vociare di queste nominazioni: chi dispregiava i nominati, chi diceval fatto tardi, chi presto, chi essersi dati troppi poteri; i nominati reclamavano perché i poteri eran pochi; e molti anche approvavano che il governo con quello sforzasse le province e le popolazioni al nuovo ordine di cose; come se fosse opera d’un mese o d’un anno; come se non fosse stato sostituire alla predicata tirannia trascorsa una tirannia nuova. Ma nel disorganamento de’ tempi era vaghezza organizzare a parole. I quattordici, caduti in un mar di dubbiezze, benché amasser gli stipendii, veggendo impossibile il numerar gli atomi nel caos, non si mossero da Napoli. I municipii restaron come prima, con raggiunta del progresso.
13. Elezione di deputati.
La legge elettorale del Bozzelli col programma del 3 aprile avea subito largo incremento, celebrato assai, ma più col decreto del 6 aprile: «Ogni collegio elettorale poter eleggere qualunque eleggibile del regno; la capacità non aver bisogno di cedole e diplomi, bastare la pubblica stima; la camera eletta e non altri dover verificare i poteri de’ suoi componenti; l’elezione non più per distretti, seguisse per circondarii, e ciascun elettore voterebbe per tutti i deputati debiti dalla provincia.» Ciò per farsi la camera che volevano; perché l’elettore ignorante, venuto a esercitar dritto non più visto, pigliava la schedula ch’altri gli dava, ed eleggeva uomini ignoti: la setta a dare i nomi, la setta a contare i voti, la setta fatta parlamento a verificarli. Non abbisognava censo né ingegno, bastava l’uscir dall’urna per aver la capacità; tutti capaci. Inoltre né nello statuto, né in quel decreto del 6 aprile, era determinato qual numero d’elettori si volesse per l’elezione; sicché s’avea per legale qualunque piccolissimo numero.
Vedesti incontanente in tutto il regno l’ira di Dio: circoli appositamente stabiliti in tutte provincie sciorinavan nomi di candidati; giornali a propagarli, mandatarii a viaggiar pe’ circondarii, sindaci, cancellieri e capitani nazionali a esaltarli. I decurionati stendevan ruoli d’elettori e d’eleggibili, messivi salassatoci, speziali, curiali, studenti, giornalisti e peggio. Chi opporsi? I più non intendevano che fosse elezione, che capacità, che rappresentanza; cose ignorate, né credute buone, né durature. A comizii andaron pochi, e per curiosità, o istigati; pochissimi spassionati e oculati. I congiuratori non paghi di questo, tennero conventicole in Napoli, sperando valersi di quell’anarchia, e aver gente in tutte provincie, da correr su Napoli a schiantarvi il governo regio. Giuseppe Ricciardi spasimante di repubblica, venuto dall’esilio sul finir di marzo, unì i caporioni e parecchi stranieri a casa sua il 17 aprile, vigilia dell’elezione; il La Cecilia propose repubblica; altri la sollevazione il dimani in pieno comizio, ed ei ne’ suoi scritti si vanta d’averli affrenati dicendo: quello non esser momento; prima aspettassero la cacciata de’ Borboni; lieve saria poi proclamar la repubblica italiana libera ed una. Pertanto si fermarono a dominar le elezioni, e riuscirono in molti circondarii a negar la proposta dei pari, per torre al re la facoltà dello sceglierli. Ma sendo in tutti i circondarii i faziosi quasi soli ad andar ne’ comizii, vi fecero quel che vollero: non tenner conto de’ voti dati a retrogradi, dove i collegi eran deserti gittavaìi nelle vuote urne voti a centinaia, cui lor gradiva, aggiustavan con la penna le cifre, mutavano nomi, e del tutto schiccheravan processi verbali a pompa.
Così uscì la solenne trista burla di 164 deputati, detti eletti dal popolo, la maggior parte ignoti al popolo eleggitore, molti uscenti d’ergastoli, altri stanti ancora fuorusciti in terra straniera. E sendo certe liste di candidati venute da’ comitati di Roma e Torino, risultarono eletti parecchi che né avean censo né stavan ne’ ruoli. Risultò fra gli altri nel Cosentino Domenico Mauro senza censo, ma ei falsò il catasto, voltando a sé la roba del germano. Eletto, andò pettoruto nel collegio Italo-greco, e vi concionò, dicendo ch’ove il re non concedesse la costituente, sarebbe espulso, e s’eleggerebbe un re ogni tre anni. Ad altri prometteva aperto ch’egli e i colleghi andavano a Napoli per deporre il re. Adunque siffatti deputati vantavan dritto di sedere dove s’avean pubblicamente a trattare i vitali interessi della nazione, e così chi più alto avean proclamato libertà, perpetravan atto di brutta tirannide, facendo sé stessi con sue mani legislatori e sovrani. Di deputati onesti vedemmo pochissimi; i quali poi nella camera meritarono liberalesche fischiate. E la popolazione susurrava: «Sono coteste le tanto vantate franchigie? fra minacce e compressioni la libertà risolvesi a porre nell’urna una schedula? e questo anche è fallace? meglio pace civile duratura, che siffatto garbuglio detto libertà.» Quei comizii tennersi a 18 aprile; e a I(o)maggio s’aveva ad aprire il parlamento, giusta il primo decreto del 6.
14. Semi del 15 maggio.
Fatti i deputati secondo il cuor della setta, subito si procedette a preparar la rivoltura. Fra gli altri si crearono in Napoli due circoli detti: Il progresso, e la suprema magistratura del regno, che in fatto erano uno. Stabilito il primo in una casa a Magnocavallo, dava a 20 aprile il suo programma, invitando ad ascriversi chiunque volesse opposizione e progresso da osteggiare i conati del governo ad arrestare il compiuto sviluppo della libertà. Parevano capo un Giuseppe Sodano ex frate; capi veri il Saliceti, il Ricciardi, il Romeo ed altri caporioni. Il Dardano firmò una proclamazione In nome del popolo e della nazione napolitano. «Lo statuto dato è vergognosa copia del francese, e immorale: più immorale è il ministero, questo lavora pel dispotismo. Noi ripigliando nostri dritti eterni proclamiamo la costituzione del 1820, sopra basi più larghe: essa né fu tolta da arme straniere, ma fu protestato; venuta è l’ora solenne del rivendicarla; e se il governo non farà senno, andremo più avanti ancora: il popolo si ricorderà che esso è sovrano.» Preparavano il 15 maggio. Incontanente queste e altre proclamazioni, fur viste ne’ più estremi luoghi delle provincie, con ordini che facessero governi provvisorii, abbattessero i realisti, tumultuando prendessero le casse, unite forze accorressero a Monteforte (luogo storico), il motto: Costituzione del 20, su larghe basi; Saliceti, e unica camera costituente. Ciò, fuorché in Calabria, non fe’ gran presa negli animi provinciali, la cui maggioranza voleva ordine e pace; ma fremiti, ire, speranze e sospetti destò.
15. Abbandono d’arti.
Un fatto non preveduto accrebbe le difficoltà, e spassionò gli animi dai mutamenti. Arti, lettere, scienze, mestieri, industrie, commercio s’ebbero quasi fermata. Né teatri, né balli, né spettacoli, né pitture, né libri, né ville, né musiche tiravan più nessuno; unica occupazione le concitate brighe in piazza, le ripetute fiabe, i celebrati paradossi. Le teste piene di politica, non avean mente alle faccende consuete: chi non si curava di politica si rannicchiava, stringea le spese, e ammucchiava danari per fuggire. Quindi gli artegiani mancanti di lavoro, fra tante promesse si sentivan le bocche vuote. Napoli sopratutto adusato a feste religiose, e gale di corte, a sfarzi e industrie, tutto mancato, pativa; incaricava il danaro, l’oro non si trovava più, le borse si serravano; neppur si vestiva nuovo, si rattoppava il vecchio, e s’aspettava. Dicesi questo abbandono di arti fosse proprio del 1848, non avvertito tanto nelle precedenti ri volture. Il popolo minuto, sentendo con la costituzione la miseria, si rodeva; la nobiltà disdegnava la democrazia predicata; la media classe cominciava a trarsene fuora; ne’ non settarii ire, e china a reazione. Dirò più giù che rimedio inventasse il ministro Conforti.
16. Strettezze, debiti, prestiti sforzati.
Maggior guaio era l’erario, smunto in quei due mesi di piglia piglia. Era spese, armamenti, pensioni, e soldi a liberali saliti in uffizio, volaron via di milioni; e aggiuntovi lo scemamento delle imposte pubbliche, e l’accrescimento di tutti esiti, e ’l soprappiù della guerra fuor del paese, le Finanze erano al verde. Il ministro Ferretti fe due pensate ridicole: dimandò al re danari del suo; e vietò l’esportazione dell’oro e dell’argento, decreto contrario alle più ovvie nozioni d’economia. Avendosi a provvedere in qualche modo, e appressandosi l’apertura del parlamento, il ministro credè saviezza il fare studiare la storia dell’erario napolitano dal 1830 al 1847; e stolto né fe’ stampare un libretto dal tesorier generale. Rammentò che: «all’ascensione di Ferdinando al trono era un debito fluttuante di quattro milioni e 345 mila ducati, oltre le mancanze apparenti degli stati discussi precedenti; osservò che il ministro d’Andrea (durato dal 30 al 40) avea con economie estinto quel debito, pagati i pesi dello stato, aboliti certi balzelli, senza far debiti nuovi; e che la fiducia nel governo aveva estolto il valor della rendita consolidata dal 78 al 106 per cento. Che morto nel 44 il d’Andrea, avea lasciato due milioni e dugentomila ducati di deposito in cassa. Che il sopravvenuto ministro Ferri procedette del pari sino al 45, quando straordinarie spese per costruire la strada di ferro, pel bonificamento delle terre del Volturno, e per navi da guerra avean di nuovo alterato l’equilibrio delle Finanze; e che nondimeno per crescimento di reddito e altre operazioni economiche s’era provveduto. Ma ora nel 18, mancati tre milioni e quattrocentomila ducati, quota di spese comuni debita da Sicilia ribellata, e le spese straordinarie per l’esercito e l’armata, era succeduto grandissimo scapito. Dover pertanto le camere ricomporre l’equilibrio, ripianare la mancanza che in quest’anno è di due milioni e settecentomila ducati, e trovar da provvedere pel 1849, che n’avrebbe di sette milioni.» Questi veri svelati per necessità furono satira coperta, ma parlante della rivoluzione.
Nondimeno il parlamento era un futuro, e i ministri avean bisogno di moneta allora allora. Fecero esporre nelle case municipali registri per offerte volontarie; e invitavano i ricchi, il clero e le confraternite a far prestiti e anticipazioni di fondiaria. Volean mangiar l’avvenire. A ministri di pochi giorni che importava il da poi? Ma tai provvedimenti davan poco, e occorreva denaro molto; laonde a 26 aprile con decreto ordinarono un debito di tre milioni di ducati, de’ quali uno volontario e due forzosi. Per quello fanno appello alla generosità nazionale, promettono restituire alla fine dell’anno, con interesse del 5 per 100, dan per securtà una rendita di centomila ducati sul G. Libro, e adescano promettendo lodare i prestatori nel giornale. Per gli altri due milioni obbligano più ordini di persone: commercianti, fabbricanti, manifattori, agenti di cambio e sensali debbon dare novecentomila, spartiti a possa di ciascuno, le proprietà immobili debbon mezzo milione; il resto togliersi con designate proporzioni agl’impiegati di qualsivoglia ordine e grado, anche da indennità, soprassoldi, pensioni, professioni libere, mense, benefici, badie, commende, case religiose, e ogni corpo morale, fuorché le parrocchie, le beneficenze e i comuni. Questo per forza s’incassava, l’altro imprestito niuno faceva; però il ministro con proclamazione del 10 maggio, mostrato quanto avea fatto per favorir la guerra, si duole aver l’imprestito venduto poco, e finisce sollecitando contribuzioni e offerte. Cotal fatto diceva quanto alle popolazioni calesse di quella guerra. Le grida de’ pochi non aprivan le borse de’ molti.
Eppure fra tai strettezze seppero fare gl’interessi loro: con rescritto del 21 aprile abolirono un decreto del 1825, che dava all’erario i primi sei mesi di soldo de’ nuovi impiegati. Era giusto; ma chi di quei ministri avea sicurtà di durar sei mesi?
17. Il Pepe mena soldati fuor del regno.
Già il ministero avea cominciato a mandar soldati a furia, senza aspettar novelle di lega o non lega, senza dichiarazion di guerra, senza lanari par farla, senza la sicurezza del passo, a occhi chiusi. Dissi venuto a mezzo aprile il conte Rignon incaricato da Carlo Alberto a sollecitare il soccorso d’armati, e di sottuffiziali capaci a istruire i volontarii: subito ebbe tutto promesso, e la croce di commendatore di S. Francesco, ordine insigne. Ma Pio IX sebbene in balia di faziosi, preparandosi allora alla negazione della guerra, non volea permettere il passaggio sul suo territorio a’ nostri; onde molto si cicalò nel consiglio di Stato, e nulla si concluse, per l’ignoranza guerresca e diplomatica de’ ministri; però vi chiamarono certi generali, che neppur bastarono a far loro intendere ragione.
Divulgate quelle dubbiezze fuor di consiglio, più i soldati si svogliavati dalla guerra, di cui non intendevano la cagione né il bisogno. Parecchi generali ricusarono d’andare, e bisognò porre i colonnelli a comandar le brigate, di che niente caleva al ministero ch’aveva in pronto il suo capitano, cioè Guglielmo Pepe, antesignano di libertà. Costui di fiacca mente, non capiva egli essere il meno acconcio duce a quell’esercito, che di lui avea sempre udite le diffalte e le fughe, e tenevalo per fatuo e settario. La bravura e la fede del capo sono pegno di vittoria a’ soldati, e il dispregio e il sospetto né sono arra di disfatta. Ma a spogliare il trono delle milizie egli era uomo opportuno.
Da prima s’ingegnò a persuadere il re d’avanzarsi esso stesso con sessantamil’uomini contro i Tedeschi, diceva per liberar l’Italia, pensava per farlo uscir di casa. Poi voleva indurlo ad abbandonare la cittadella di Messina, perché (e l’ha stampato) i Siciliani sono riconoscenti, e si darebbero a Voi. senza una goccia di sangue. Ma in tai puerili insidie non poteva cader Ferdinando. L’esercito s’adunava a stento, i soldati sentivano esser mandati lontani a combatter uomini che non li avevano offesi, per lasciar la patria, a’ settari, i duci, chi si dicea malato, chi vecchio, onde il Pepe stampò: Quando ebbero a conquistar la Sicilia fur tutti pronti. Ed è vero.
Voleva imbarcar sette battaglioni sopra sei fregate per entrar dritto in Venezia, persuaselo a non farlo il contrammiraglio De Cosa, perché tanta gente sulle navi, impaccio al fuoco e alla manovra, poteva restar preda delle navi tedesche. Fu stabilito che di tredicimil’uomini si facessero due divisioni, una per terra, altra per mare, comandate dal tenente generale Giovanni Statella, e brigadiere Nicoletti, in quattro brigate, co’ brigadieri Filippo Clein e Pasquale Balzamo, e ’l colonnello Raffaele Zola. La cavalleria col brigadiere Ferdinando Lanza, l’artiglieria col colonnello Carlo Lahalle. Ma il Nicoletti e il Lanza rifiutarono d’andare con duce il Pepe. Imperlante fu messo il Clein a comandar la 2(a) divisione, questa aveva il 7(e), l’8°, e il 9° di linea, un battaglione dell’11°, altro di cacciatori, tre reggimenti di cavalli, 1° e 2° dragoni e uno lancieri, un battaglione carabinieri, due batterie di cannoni, e due compagnie di zappatori. Mosse subito a scaglioni pel Tronto nelle Marche, e ’l passo non conceduto fu preso, ché le fazioni romane, scemata la potestà papale, avean tronche le diplomatiche dubbiezze. Entrarono a Giulianova plauditi e infiorali. Accompagnavanli Damiano Assante e Camillo Golia, commessarii civili, uffizii affatto superflui, per isprecar danari, il primo de quali emanò anche una certa proclamazione a’ cittadini del napolitano, perché era tempo ch’ogni piccolo omicciotto volea levar sua voce.
La prima divisione con lo Statella avea due reggimenti di fanti, 1° e 12° di linea, un battaglione del 5°, uno del 7°, il 5° battaglione cacciatori. una compagnia zappatori, e otto cannoni. S’imbarcò a 27 aprile su cinque fregate a vapore, due a vela e un brigantino, condotti dal de Cosa. Allo stretto di Messina ebbero cannonate con lieve danno dalle batterie armate da’ Siculi a Torre di Faro. Così l’eroica Sicilia, gridatrice d’indipendenza italica, salutava a morte i Napolitani che l’avean lasciata in balìa di sé per soccorrere gl’Italiani. Sbarcavano ad Ancona. Il Pepe non partito prima per sopravvenutagli febbre, s’ebbe dal re il presente d’un cavallo, s’imbarcò a 4 maggio con parte dello stato maggiore sullo Stromboli; e sul salpare giunsegli lettera ministeriale, che in regio nome ordinavagli sostasse al Po ne il passasse senz’ordine sovrano, avendosi innanzi a determinare co’ principi italiani la parte da prendersi da noi alla lotta, ma ei serbò la lettera col proponimento, come scrisse, di non farne nulla. Posto il piè in Ancona fra’ festeggiamenti, ebbe visita da quel gran rivoluzionario che fu il principe di Canino, e per lui mandò lettera a Carlo Alberto, poi a 10 maggio fe’ un’ordine del giorno a’ soldati, dove affermava esser egli da’ suoi chiamato padre, quando combatteva con Massena e Gioacchino in Castiglia; prometteva esser sempre padre, abolire le verghe umilianti, e alzare ogni meritevole soldato ad alti gradi. In tal guisa citando a sproposito non so quali sue glorie sotto i francesi Massena e Murat, questo italianissimo scacciatore di stranieri copriva le sue fughe da Antrodoco davanti a’ Tedeschi. Ma ciascuno ricordando Tonte ond’avea coperta la bandiera napolitana, dispregiavate, però egli stesso stampa che come ei parlava a uffiziali e a soldati del combattere per quella grande causa, eglino aggiungevan tosto: e pel re! Quindi mosse per Pesaro a Bologna, ove alloggiò in casa Pepoli, passò a rassegna la gente, e a’ 20 maggio poi diè altra proclamazione.
18. Ministri di piazza.
Mandati via quei soldati, i congiuratori impazienti cominciarono spargendo diffidenze: l’esercito non passerebbe il Po, l’ammiraglio De Cosa aver ordine segreto di fermarsi a Pescaia con l’armata, il ministero inglese non consentirebbe te sbarco ad Ancona, il re mulinar di tradire l’Italia, apparecchiar arme, aspettar legni russi, doversi come a Roma s’era ridotto a vescovo il papa, mandargli compagno Ferdinando. Queste e altre dicevano, dove esagerando, dove innestando falso a vero, per mover passioni acri, e spingere a’ ferri. Né sole bocche, giornali e libelli propagavan le menzogne, fingevano altresì lettere di lontano, dette bianche, cioè non scritte, che si facean venire, e vi scrivevan essi improvvisando avvenimenti e sollevazioni; e mostravano i bolli postali e i sigilli, onde si facevan credere, e sobillavano idee di tradimenti, e ribellioni, e agitavan le piazze fluttuose. Brevemente la propaganda delle bugie diventò l’arma più gagliarda della rivoluzione.
Il ministero procedeva con essa, sempre più sospinto in democrazia. Mentre il popolo è tenace alle consuetudini e odia il nuovo, eglino volean far ogni cosa nuova a un botto, supponendo tutto il reame fosse come (pici seicento strepitanti a Toledo. Quasi il mutamento costituzionale non fosse stato nulla, e nulla la guerra esterna, e l’interna anarchia, sciorinavan decreti sopra decreti, commissioni, ordinanze, rescritti, che che udissero o ricordassero né volean far legge, mutavan uomini e cose,alza vano incapaci ed ignoti a tutti uffizii, e duplicavan gradi e soldi. Famoso per questo diventò quel Troya, buono investigatore del medio evo, ma non testa da ministro. Né tampoco i ministri eran d’accordo, si rintuzzavan l’un l’altro, ciascuno avea in istrada sua falange, e lavoravano a chi più l’accrescesse, concordi in questo che, tutti ambendo plausi plateali, giocavano a chi più donasse per meritarli. Donavan, s’intende, del pubblico; e tosto mancatone il modo, mancarono i plausi. Il Ferretti sin dal 20 aprile avea chiesta la dimissione, e restava per mancanza di successore; né entrava in consiglio se non per affari finanzieri. Sull’imbrunire del 25 aprile si gridò abbasso ai ministri di Giustizia e d’Affari esteri; e al mattino non essi ma gli altri due d’Istruzione pubblica e Culto chiedeanle dimissioni. Tutti aburattati dalla piazza, ponevan la piazza e i giornali a parte di loro liti e accuse vicendevoli; ciascuno se vantando cima di libertà, e discordar da’ colleghi per maggiori sensi liberali. Quel dì 26 un decreto permetteva la uscita de’ grani dal regno, il che incariva il pane, e giovava a’ ricchi; e quasi fosser tempi riposali, nominavano una commissione per la revisione del codice civile. Il 21 avean dato un decreto sull’istruzione pubblica, con nuove forme, appien laicali, con più pompa di spregio al passato, che possa di far meglio così subito. In maggio fecero commissioni di statistica, per tariffe doganali, deputavan magistrati a rifar leggi di sanità, ordinarono studii diplomatici, ed altro.
A mostrarsi progressivi regalarono in nome del re tre cannoni alla Guardia civica di Pisa, dove giunsero a 3 maggio. Il ministro degli esteri a 28 aprile ingiungeva al Ludolf, nostro ministro a Roma, di notificare a Ciceruacchio il re avergli concesso la medaglia d’oro di Francesco I in considerazione della buona accoglienza da esso fatta in Roma a’ Napolitani; e che gliel’avria recata D. Michele Viscosi Ciceruacchio di Napoli. Colui chiamato tardò più giorni sino a 5 maggio; v’andò accompagnato da chi gl’imbeccava le parole, e rifiutò la medaglia, a spregio della maestà regia.
Il ministro del culto per non restar meno avanti de’ colleghi, mise le mani in sagrestia: volea togliere i seminarii a’ vescovi, cassando il concilio di Trento; creò deputati a compilare un codice ecclesiastico-politico; fe’ una lettera a’ vescovi, accennante a proposta d’una legge d’incameramento de’ beni de’ luoghi pii. Il Cardinale di Napoli protestò, il ministro rispose; e la stampa parteggiando, e scrivendo a libito di cose ignorate, era un turbar le coscienze e gl’intelletti.
19. Comunismo e socialismo.
A invelenir la tempesta sopravvenne una lettera ministeriale del Conforti. A’ nostri contadini era ignota affatto l’idea del comunismo, aspirazione settaria; anzi guardavano indignati quell’imperversare del governo; perlocché il buon ministro a tentarli s’ingegnò mostrar loro l’esca della divisione delle terre demaniali. Scriveva agl’intendenti il 22 aprile, favellando dì cupidigie di famiglie, di usure fatte, di dritti popolari, di scuotimento di servaggio, di libertà di vita e pensieri incarnata nell’anime, della durezza del dover l’agricoltore lavorare per altri su’ campi proprii, e del deverlosi rialzare all’altezza cui Dio l’avea collocato. Bensì vi dava poi color legale, favellando di reintegrazioni e verifiche di terreni ex feudali; ma in quei momenti d’ansie e voglianze, mentre s’instillava al proletario l’odio contro il ricco e la comunella de’ beni, quella lettera, spiegata poi iniquamente da’ consapevoli congiuratori, fu foco divampatole nelle provincie. La rivoluzione al 1806 aveva addentato i baroni; di poi le terre divise e suddivise eran ite in molti; sicché la rivoluzione del 48 non poteva aver pascolo che su queste, addentando il dritto di proprietà. Il famoso motto che la proprietà è furto, che la terra è di tutti, e dee sfamar tutti, persuadeva di leggieri i nullatenenti speranzati di pigliarsi l’altrui. Però la lettera ministeriale per quanto usasse vocaboli legali, accennava col fatto a tal pensiero del tempo; onde molte popolazioni né furon subito spinte a invader le terre; e deve trovarono opposizione si venne al sangue, e al grido di Morte alle giamberghe! Iddio al mezzano stato ch’avea desiderato novità mandava quel gastigo. A Rionero i villani invasero il bosco Lagopesole de’ Doria di Roma, dicendo essere ingiusto che uno straniero possedesse in regno. E il Dorici fra’ principi romani era tenuto liberale. A Teramo fecero un governo provvisorio per reprimere i montanari minaccianti saccheggio. A S. Angelo de’ Lombardi invasero le terre dei cittadini, e se le spartirono, presente il cancelliere del comune. Devastazioni grandi a Tito. A Venosa il 3 maggio tumultuarono, pur gridando Morte alle giamberghe! si dividano le terre! Messi in sospetto che ostasse un medico Gasparino, gli vanno a casa, noi trovano, e gliela schiantano; poi cerco a morte lui, ignaro in solinga via, l’uccidono spietatamente; e ’l cadavere menato in trionfo bandiscon venale per le vie. Curioso che durante tal subuglio usci vati dal paese i coscritti di leva, cantando viva il re! speranzosi di lotta che la finisse. In Calabria da tutte bande invasero le Sile; si vider mandre rapite, possedimenti devastati con ferro e fuoco, manomessi, accoppati i padroni, incoraggianti le nuove potestà. A Figliani l’8 maggio certi Gaetano e Luigi Marsico, lamentandosi del veder loro terre devastare, ebbero morte coram-populo, issofatto; poscia tutta la famiglia e pur le donne scannate. Peggio nel Salernitano. In Olevano si predicò dal pergamo la comunella de’ beni; e la plebe a suon di conche marine si lanciò su’ campi. In Novi uccisero chi supposero avverso. Stupri in Aquella e Zoppi. Masnadieri da Castellabate assalivan Cannella; e con le funi al collo, e uccidendo sforzavano i possidenti a dissotterrar moneta. A Matonti strapparon sin dall’altare il vecchio parroco; e inseguendoli il popolo, lui per più colpi semivivo lasciarono, subito morto. Ma a che moltiplicar racconti orrendi? Maschito, Castelvetere, e altri luoghi d’Abruzzo, Basilicata e Puglia videro altrettanto; armata mano presero terre demaniali e private, spesso divise, spesso con pretesto di mala divisione suddivise, con le coltella in pugno. Quella lettera fu scintilla gittata per ardere il reame. Ebbero a correr da per tutto soldatesche a tutela della proprietà.
In Napoli, ove non eran terre, si suscitava il socialismo. Gli stampatori vissuti senza scialo sin allora, or con quel primo empito di libertà lucraron bene, e alzaron le creste. Le teorie del dritto al lavoro, dell’ore da lavorare, della mercede fissa, fèr subito presa in quei cervelli, e invece di ringraziar la follia che straccava i torchi per tante scempiezze, instigati da’ circoli, pensarono una dimostrazione, a simiglianza di quel che in febbraio avean fatto i muratori ed i sarti. Il mattino del 25 aprile un dugento, non tutti tipografi, molti intrusi per ingrossare, volsero al campo di Marte tumultuando; accorservi Lancieri, e Guardia nazionale col suo brigadiere Gabriele Pepe; il quale lor dimandò che volessero. Risposero: accrescimento di mercede, e diminuzione di lavoro. E mentre con nuove parole erano accommiatati, uscì un colpo di pistola a ferir uno; laonde la Guardia nazionale fe’ fuoco, e restò padrona del campo. Di ciò forte ripresela il comandante principe di Strongoli con ordine del giorno, perché forse ell’era stata mandata là a guardare e a legittimare le richieste, non a comprimer con l’arme i liberi voti de’ cittadini. Di più si dimise; e ’l comando cadde in quel Pepe, un po’ ridicolo patriota. La dimane di quel fatto, correndone gli ordini segreti, fecero lo stesso gli operai di fabbriche di tele a Sarno e a Cava, con grida Pane e lavoro!
Di fatto comandava la piazza. A’ 28 aprile pochi studentelli strepitando sotto la Prefettura, chiesero e ottennero la libertà d’un loro compagno, ar-‘ restato nell’atto ch’appiccava accantoni cartelli sediziosi. Il giorno seguente una grande dimostrazione a Toledo sclamava: Mora la parìa! Viva la costituenti! Ogni dì rumori con abbasso. A’ 10 maggio udendosi il ministro di giustizia aver fatti nuovi magistrati, quelli che speravano e non eran entrati, mandarongli plebe a gridargli abbasso. L’altro dì in dogana fu gran fracasso contro Maurizio Dupont, francese fatto qui naturale, allora direttor generale, perché si disse aver egli preparate cose nuove, e vecchie nuovi impiegati gl’insorsero contro, quelli tementi esser Giacciati via, questi sclamanti aver poco.
Nelle provincie era sì piena anarchia, che il Vacca direttore del ministero dell’Interno, né fe’ alti lamenti con lettera circolare del 24 aprile, e ordinò in tutti i capiluoghi Consigli di pubblica sicurezza, dove l’intendente, il comandante le arme, il procurator generale del re, il sindaco e tre privati lavorassero a ristabilire l’ordine. Ciò non servì, né il poteva, invece in qualche regione, come nelle Calabrie, fece il contrario, ché quei Consigli diventarono comitati direttori di ribellamenti. Giunsero dalle provincie sì spaventosi rapporti di tumulti e anarchie, che quei medesimi ministri liberalissmi, tenuto consiglio il 29, stabiliron non muover più milizie dal regno, e più il Conforti s’avanzò a dimandar anche si richiamassero indietro quelle avviate a Bologna.
20. Reazioni.
I ministri in quel poco di ministero s’erano avveduti potersi valere più de’ soldati ubbidienti, che de’ popoli da essi sfrenati, vedean questi tendere a reazione, e niuno se non le milizie col nome regio poterli contenere, però importava lor più il non farsi affogare dalla controrivoluzione che combatter Tedeschi. Perduto il morso governativo, ogni città e villa,senza forza pubblica,patia pravi attentati, i buoni sospiravan soldati per sicurar le persone e le robe; e si rispondeva quello esser tempo di libertà non di soldati. Dopo le proteste, i cittadini vista la cosa pubblica scompigliata, e cader più sempre ne’ peggiori, s’armaron essi per necessità di guardarsi; e presto la stizza volgea gli animi a reagire. I nostri provinciali non durano nelle illusioni di belle promesse, non han gli occhi alle idee ma alla materia,subito voltali carta, e ti spennacchiano i ciurmadori di politica. Sicché mentre Francia, Alemagna e Italia baccavan con la setta, noi primi disingannati reagimmo.
Negli Abruzzi s’era usata ogni arte a innestarvi la rivoluzione. Un Mariano d’Ayala, dimesso tenente, per aver in un libretto celebrato Murat, ora diventato italianissimo era inalzato a intendente d’Aquila; dove sono incredibili le stoltezze che fece,affratellandosi in piazza co’ più bassi,stampando proclamazioni tronfie di turgidezze e concettini, lordando il giornale uffiziale dell’intendenza di matte e bugiarde notizie, e suonando la tromba di vituperi a principi e di vittorie rivoluzionarie. Faceva crear circoli e comitati, e dettarne scritti iniqui contro il re, scacciar magistrati, e indirizzar mandatarii ne’ distretti a fare altrettanto. In più paesi vedevi giudici espulsi, disarmati gendarmi, arsi archivii di polizia. A Chieti le cose andarmi più chete, per men numero di tristi, non ostante le virulenti scritte di giornali, come La Maiella, luridissimi. Ma in tutto Abruzzo le male arti avvizzivano; e più la gente contadina recalcitrava; onde qua è là era a dispetto un gridar viva il re, e il pigliar la nappa rossa. Principiando maggio, certi villani di Pescosansonesco nel Teramano tornando dalla fiera cantavan inni sacri con viva al re; mettevano un rosso grembiale di donna in cima a una pertica, e sì ex-abrupto inneggiando entravano in chiesa. Gridar re in regno costituzionale non è reità, né quei pochi villici davan ombra di pericolo; ma Podio liberalesco né fe’ una montagna,perlocché il sottintendente vi mandò un capitano nazionale;il quale prorompendo in vilipendi! al re, fu dal popolo sforzato a tacere, e a pigliar la nappa rossa. Rabbioso andò a Teramo; n’ebbe un Camillotti con nazionali, che ingrossato per via entrò in Pescosansonesco uccidendo e saccheggiando, sicché presi otto de’ più rei li legò con la fune delle campane, e tornò con essi vittorioso a Teramo, ricevuto da’ suoi confratelli con canti e fiori. Segui più brutta a Pratola, presso Sulmona, il 7 maggio. I contadini posersi ai cappelli i nastri rossi come prima;corse a strappameli la Guardia nazionale, e trovò coltelli sguainati; dier di piglio a’ fucili, e quelli alle vanghe; quindi ferimenti spietati; ma le vanghe vinsero. Stracciata la bandiera dei tre colori, strascinata pel loto, sventolò sull’insanguinata piazza l’insegna borbonica fra mille viva.
Né mancavano spiriti reazionarii in Napoli, ch’ogni dì pur compressi qua e la sfavillavano. Crescendo sempre più i disinganni, si vedea patente ordita trama in quel continuo dimandare; perlocché molti (pur della Guardia, che fu coraggio a quei dì) sottoscrissero e mandar firmando attorno una supplica al re, che non piegasse ad altra concessione. Né mancava chi voleva il re si ripigliasse la costituzione largita, e raggiustasse o l’abolisse, per fare il bene piuttosto del paese che della setta. A’ 29 aprile una turba in piazza castello gridava Viva il re nostro! e la sera la popolazione di S. Lucia forte beffava e strapazzava chi portava il nastro a tre colori. La potestà regia in mano de’ novatori schiacciava con la forza questi conati, cui i giornali per affievolirne l’importanza dicevan mossi da’ cortegiani. Spaventati dalla confusione d’ogni ordine, e conscii delle tramate fellonie, per guardar gli eventi al sicuro, tre di quei ministri si dimisero, tassando felloni i compagni; e dopo pochi di si congiunsero a’ felloni delle piazze. A’ 5 maggio scese l’Imbriani, poco stante il Ruggiero, e prima il Ferretti. A’ 10 Giovanni Manna surrogò il Ferretti; e il Troya e lo Scialoia presero i portafogli degli altri duc. Il Conforti né si dimise ne restò; ansio, trepidante, disertò da’ consigli: aspettava.
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