Alta Terra di Lavoro

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Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XVI)

Posted by on Nov 27, 2025

Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XVI)
21. Colpano i Gesuiti e l’Austria.

Eppure, chi il crederia? quell’anarchia suscitata da’ novatori, per malizia, dappocaggine, ignoranza di cose di stato, febbre di fare e guastare, non era farmaco a ravvedimento, ma veleno per accusar altri. Invece di star zitti e trovar rimedii, sentivi darne colpa a’ retrogradi, a’ Gesuiti e all’Austria.

Il comunismo figliato dalla lettera del Conforti era mena tedesca; l’arme imperiali arse maneggio di Gesuiti, la cacciata di questi insidia di retrivi; il re s’era fatto a posta insultare dal Mammone, a posta non aver mandato soldati a punire gl’improperii lanciatigli sotto le finestre; i realisti aveano stuzzicato gli stampatori, sparata la pistola sul campo, mossi i filatori a Sarno e a Cava; la vecchia polizia far quel travaglio; essa insidiar la costituzione, essa fomentare al male la parte ladra e faziosa della Guardia nazionale; i ministri, i nuovi impiegati liberali non poter fare il bene, perché impacciali da colleghi gesuitanti. Tai discorsi che parran paradossi ripetevansi con santimonia; e il disordine compagno della rivoluzione procedente s’apponeva al passato che spento era. E mentre i settarii così preparavan la via a novelle calunnie ed agli attentati, e i generosi s’atteggiavan a difesa della società, i molti vigliacchi ed astuti si serravano in casa, aspettando l’avvenire, pronti a seguitar chi vincesse, come corvi sul campo di battaglia, siccome ha poi mostro il tempo, gran disvelatore del bene e del male.

22. Proclamazioni turchesche.

Il parlamento dal 1 maggio fu prorogato a’ 15. Preparavano la chiesa gotica di S. Lorenzo, sede di antichi seggi napolitani, con addobbamenti di drappi, e trofei e bandiere, oltre il trono e le tribune. Il re scelse a 13 i cinquanta pari, fra gli indicati dagli elettori, onde la fazione che non voleva i pari forte s’adirò, accusandone il Troya che non l’avrebbe dovuto fare. Accorrevan dalle provincie i deputati, e con essi uomini brutti, barbuti, con pugnali, pistole, archibugi, e boccacci, entranti in città per mare e per terra, mostri a dito per baldanza, e fogge brigantesche e luccicanti. Che avevano a fare co’ parlamenti quei musi e quelle armi, quei forestieri, Ungavi, Galli, Polacchi, torbidi e biechi? Aggiunse trepidazioni la comparsa nel porto d’un’armata francese, a’ 9 di quel mese, col vice-ammiraglio Baudin; ed ecco voce Francia repubblica soccorrere la rigenerazione napoletana. Subito in barca un centinaio de’ piii arrabbiati intorniano le straniere navi, lor fan festa, e mandano a nome del popolo alcuni in deputazione sulla capitana (il vascello Freidland) con indirizzi e poesie, accolti mediocremente. La dimane vi vanno uffiziali di Guardia nazionale col Plutino colonnello; e vi fanno ampollosi discorsi allusivi alla libertà delle nazioni. Né tornano pettoruti, dicono aver avuto grandi promesse, udito il canto della Marsigliese, e che so altro, per dar sospetto a’ regi e ardire a’ faziosi. Così più divampate le speranze, decisero fieder la monarchia il di del parlamento, giorno rigeneratore della patria.

La premeditazione fu senza velo, ché sendo nelle mani loro la potestà governativa, non era pericolo a congiurare aperto. Appositi mandatari da’ giorni innanzi ritessevan le vie delle provincie in calessi e cocchi, recanti migliaia d’esemplari d’una certa proclamazione intitolata Della suprema magistratura del regno, uscita dal circolo di questo nome, non firmata, scritta dal Saliceti, a modo turco. Dopo breve elogio alla libertà, chiamava i popoli ad armarsi, e unirsi incontanente a una sacra legione del riscatto, le cui fila stese in tutto il reame e attesterò dovean partorire in ogni parte governi provvisorii, e la costituzione del 1820, sinché il parlamento costituente non vi desse sanzione. Minacciava fucilazione immediata a qualunque ecclesiastico dissuadesse dal pigliar l’arme, fucilazione a qualunque comandante d’arme non sostenesse la sacra legione; fucilazione a qualunque capo della medesima legione, che per rubare si sbandasse; fucilazione a qualunque pensasse a vendette private, e fucilazione a tutta la parte profana della Guardia nazionale che ricusasse por giù l’arme. (Questo articolo dannava a morte la metà della popolazione). Giudici ed esecutori immediati ì buoni, i veri Guardie nazionali vestiti della loro sacra divisa. E prevedendo tai minacce non bastare, in ultimo prometteva impieghi, terre demaniali, promozioni e denari del Tesoro. Portava la data del 1 maggio; ma il bardano presidente del circolo il progresso, spacciavala verso l’8 e il 10; il Sodano segretario di tal circolo corse sulla via sannitica spargendola; e cui la dava aggiungeva: Accorrete a Napoli il 15, per inaffiar col sangue l’inaridita pianta della libertà. Ciò vidi io. Congiurato per aver la costituzione, ora congiuravano contro essa; gridavan libertà, e minacciavan morte non solo a chi libero lor contrastasse, ma anche a chi stava cheto. Oltre queste, usciron altre molte proclamazioni stampate, tutte veementissime, incitanti a ribellione.

Stese le branche in tutte provincia, i disegni de congiuratori eran questi. Rivoltarsi il Beneventano al papa e darsi, a Napoli. Colà lavorava un Salvatore Saberiani, che die pure una proclamazione a quei cittadini. Il Nisco e altri della Valle Caudina gli avrian dato mano; poi le schiere unite da essi avanzerebbero a sollevar le terre intorno Capua. Altri da Montesarchio scenderebbero a Solopaca a incontrar quei del Sannio. Nel Cilento i capi avean tenuto consulta a Diano; un Michele Auletta, stretto al Carducci, veniva in Napoli a rapportare tutto esser pronto, e a’ 30 aprile stampava un editto anch’esso a Popoli del regno, in nome del Comitato generale; e finiva: Leviamoci come un sol uomo gridando Costituzione del 1820! Il Romeo intendente di Salerno quivi lasciava il Mambrini segretario generale, che mise alacremente le mani alla congiura. Dovevano i Cilentani levarsi primi, ingrossar per via, scansar Nocera stanza di soldati, e occupar Monterete, luogo sacro pe’ ricordi del 20. Quei delle Puglie verrebbero per Ariano. Da Terra di Lavoro per tutte vie corressero a Napoli. Calabria già concia, incitala e soccorsa da Sicilia, tenevan pronta.

Per far ciò inviavan corsieri e mandatarii infiniti; moltiplicavano le proclamazioni. Una seconda ne dava il circolo dirigente della magistratura, che cominciava: Viva la costituzione del 20 su larghe basi, viva la Costituente, abbasso la parìa! e finiva: Correte, all’armi; il pericolo è imminente! non si perda tempo: all’Arme, per Dio, all’Arme! Un altra scritta uscì per Molise, intitolala: La voce del Sannio. Altra a 9 maggio anche a’ Cilentani era firmata da Luigi e Gaetano Capozzoli (fratelli di quelli del 1828) appellanti al sangue e alle vendette! Altra de’ 12 maggio a’ Cittadini, seminava sospetti, e appellava all’armi a sostenere i decreti dell’assemblea, per allargare le libere istituzioni! Cotante mene apertissime, accennanti a ribellione pronta, non iscuotevano quei ministri; sol fecero il 15 una specie di protesta appellante all’ordine. Il Conforti sonnacchiava a disegno; poi temente l’avvenire e l’accusa di complicità, quando tutto era apparecchiato fe’ sostenere il Dardano; tardo, inutile rimedio, e non avvertito.

Né i congiurati tralasciarono iniquissimi mezzi. camorristi (de’ quali parlerò poi) gente rolla a nefandezze, ladri, manutengoli, omicidiarii e accoltellanti, eran già dal governo a gran fatica messi in Tremiti isola, a lavorar da coloni. Venule le perdonanze a’ rei di maestà, questi tornati vollero slargare le grazie, e s’aprirono carceri ed ergastoli per liberar assassini; poi gridarono inumana la pena di Tremiti, e così rivedemmo quelli innocentini in città, spavento e terrore ad ogni onesto. Di cotal melma sociale fecero schiere; divisorie in manipoli con capi, e teneanli disciplinati, ubbidienti e lesti, per isguinzagliarli, e farseli colleghi ad agguantar la cosa pubblica.

23. Il popolo non si move.

Tenevan la vittoria in pugno: ministero loro, guardia nazionale loro; tremanti i buoni, i tristi baldanzosi; padroni delle piazze, masnadieri accorrenti, repubblicani in rada, simpatie e braccia di forestieri; e visto sin allora tutto aversi senza sforzo, si credevano con tanto apparato irresistibili. Avean superate le soldatesche state irresolute e immote quando eran più; spregiavate ora ch’eran meno; degli Svizzeri non temevano, vi confidavan anzi, perché repubblicani, perché credeanli guadagnati co’ plaudimenti; sentivan nel porto la Marsigliese, aiuto certo speravano. In quattro mesi cullati da tanti trionfi, pensavan dureria sempre quel vento.

Unica difficoltà trovar l’occasione per commuovere il popolo; le proclamazioni non producevan frutto; nondimeno cercavan da tumultuare a ogni costo. A 6 maggio per toccar la parte vitale della popolazione fecero gridare Abbasso i preti! La sera dell’11, mentre nel Gesù nuovo si celebravan le sacre funzioni, si gridò al ladro! e nello scompiglio il Pellicano, detto l’eroe di Reggio, allora coadiutore del ministero del culto, concionando fuori la porta fu ferito. Né più valsero gli articoli virulentissimi di giornali, minaccianti guerra civile; stomacò anzi una diatriba del Mondo vecchio e nuovo spingente a regicidio. I Napolitani erano stucchi di smargiasserie d’arme e parole. Impertanto unica speranza di ribellare fu ne’ deputati; costretti cotali eletti della nazione per discuter leggi, a far quello cui la plebe ricusava.

Usarono ogni arte per unir gente armata; altra per accamparsi a Monteforte, altra per accorrere sopra Napoli. Luigi Zuppetta di Castelnuovo di Lucerà, vecchio cospiratore, tornato di quei dì da Malta, avea scritto certo libercolo intitolato Le sette contradizioni capitali, per mostrar mala la costituzione; e pubblicamente minacciava che o il re concedesse altre larghezze, o egli proclamerebbe repubblica; e doverlo fare prima dell’8 maggio, o che non si saprebbe che potesse avvenire il 15. Aperto promettea repubblica, e guadagno a questo e a quello per far seguaci. Andò a Foggia col Barbarisi, e, sendo ambo deputati, vi tenner conventicole per proclamare una camera costituente. Il secondo corse nel Barese a reclutare; ma avversato dalla popolazione né ripartì di notte. Tornato il 12 a Foggia, poco mancò non iscoppiasse tumulto, perché i Foggiani, sospettando ei v’iniziasse la ribellione, si armarono, e’l fecero tirare dritto a Napoli. Le mene. stesse s’eran fatte in altre città di Puglia. Un parente del Romeo si cacciava in Terra d’Otranto; confabulava in Manduria, più in Lecce, e certezze di trionfo seminando, sollecitava armamenti, accogliendo pur disperati e malfattori. Negli Abruzzi il Pica eletto deputato lavorava; e l’intendente Ayala il lasciava co’ suoi partigiani a tesser la sedizione. A Penne un De Cesaris andava reclutando. In Montorio e in altri di quei luoghi un Zilli; uno Sciabolone, un Martegiani raggranellavan uomini e denari. Un Andrea Saccone in Molise. Un bolognese Pacchione attorno Sessa. Certi Tavassi e Torricelli girarono pel Nolano; certi Piscicelli, Sagliani e Fabozzi nell’Aversano; il primo stendesi sino a Castelvolturno a chiamar quei mojanari, altri a Casal di Principe, a Caivano, ad Acerra, e a Maddaloni. A S. Maria di Capua un Carmelo Caruso ed altri ebbero il carico di rompere la strada ferrata, per impedir il pronto transito a’ soldati. Nicola Nisco e Tommaso Manco nella valle Caudina univan masnade; altri nell’Avellinese, e altrove.

Certo tutti i paesi del reame da un sol motto contemporaneamente erano agitali: si gridava, minacciava, incitava; ma erano i pochi settarii; il popolo li guardava fremente, aspettando il cenno della punizione. Camorristi e masnadieri accorrevano alla spicciolata, non altri. Pochi soldatelli volti a Monteforte, bastarono a contener tutti. Il Torricelli il 13 con pochi v’andò, e sparse comprar neve; indarno confabulò co papi de’ dintorni, e mandò corrieri; molte erano state le promesse e i vanti, poco fu l’effetto, ché in vero seguaci pochi avevano. Lo stesso avvenne in Terra di Lavoro, in Abruzzo e nel Sannio. Quivi un Achille Jacobelli di S. Lupo, maggiore nazionale, nel quale molto i novatori confidavano, astuto volteggiatore, vista la mala parata, s’assicurò correndo ab la reggia, a svelare al re i modi della congiura; e fu di scorta a’ soldati accorrenti. Nel Cilento pochi capi di Diano e Vallo sul monte Raccio stettero ad aspettare indarno. La gente andava e si traeva, secondo speranza o timore. Udendo i Regi a Monteforte, primo a fuggire a Napoli fu l’Aletta. Allora accorse a Salerno il Carducci ad agitar gli spiriti. Al mattino del 15 die’ ordine stampato a tutta quella Guardia nazionale di tenersi pronta. L’aitò il Mambrini colà facente l’intendente: stampava lo stesso dì proclamazioni, e spargevate anche ne’ distretti di Sala, Vallo e Campagna, incitanti i patrioti ad armarsi, per assicurare la maestà de’ decreti del parlamento; e con ordine uffiziale faceva dare a’ militi la polvere da sparo del governo. Vedevi, sì armati, si davan vanti, gridavan repubblica, ma sprezzati dalle popolazioni, impotentissimi erano.

Partendo da Palmi di Calabria i congiurati, promettevan corampopulo di grandi cose; e qualcuno sguainando il pugnale gridava: Con questo gli andrò a trafiggere il cuore! E i rimasti andavano ogni dì al telegrafo, aspettando novelle della rivoluzione promessa. Il Romeo entrando in Napoli il 13, dava altra proclamazione a nome del comitato calabrese, dicendo netto come i deputati venissero a costituente, e conchiudeva: «Tutti i liberali a un primo segnale accorrano a ringagliardire la Guardia nazionale.» Quel dì stesso entrava nella città il resto de’ congiurati, i fratelli Plutino, Antonino Cimino, Eugenio de Riso, Benedetto Musolino, Casimiro de Lieto, Silvio Spaventa, il Ricciardi, lo Zuppetta ed altri, tutti armati, con seguito di scherani alla calabrese. Non andavan circospetti, perché sicurissimi di vittoria, ciascuno facea di sé gran pompa, studioso d’aver la prima parte al trionfo. Congiuravano aperto nell’albergo di Ginevra a S. Giuseppe, dove accorrevano a confabulare il Petruccelli, il Settembrini, il Carducci, il La Cecilia, il Mileto, il De Dominicis, lo Zuppetta, e altri cosiffatti. Quell’uscio notte e di assiepato d’armat

24. Illegali conventicole di deputati.

La congiura adunque parea contro la paria, per questo costituzione del che non aveva i pari, ma si lavorava per repubblica. La democrazia sdegnava pur l’ombra della nobiltà: questa nel reame non pili feudale, né più ricca, poco valea; nondimeno si volea combattere un corpo intermedio che sorgesse tra il popolo e il trono; quindi sarcasmi, oltraggi e minacce. Ma perché tant’ire? quei pari scelti fra gli eletti da’ comizii, eran pur cosa loro, né tutti nobili, poco o nessuno impaccio a’ loro fini. Ma quel fantasma della parìa servia di bersaglio a colpire il re.

Prima lo Zuppetta richiese a’ ministri facessero decretare un suo progetto di legge concedente al parlamento la facoltà di decidere se convengano o no pari, e di modificare la costituzione. l’Imbriani e ’l Ruggiero, ministri dimessi, s’uniscono a’ congiurati, e si fan belli della chiesta dimissione. Esso Ruggiero raduna a casa sua i deputati per discussioni preparatorie; comincian le battaglie, dove gli oratori, oregliando se s’udisse un grido da Monteforte, non potean venire a composizione. Venti deputati vanno a’ ministri, parlano contro il giuramento che si stendeva, e protestano noi darebbero. Quelli conniventi o codardi, promettevano, e di fatto al re cominciavano a manifestar vaghe diffidenze e ombre di pericoli. Da ultimo tempestando in casa Ruggiero le discussioni a nulla concludenti, fu pensato unir numerosa assemblea, nella gran sala municipale a Montoliveto. Corsero inviti stampati a tutti i deputati per cotal sessione, a fin di fare, dissero, il regolamento per la verifica de’ poteri, e le nomine degli uffizii. Elessero presidente d’età Luca Cagnazzi ottuagenario, vicepresidente Lanza medico, professore di patologia all’università. Aveva il ministero stampato il programma della cerimonia per aprire il parlamento a S. Lorenzo, dov’era fra l’altro: «Il re rinnoverà avanti alla camera il giuramento già dato per lo statuto, dopo giureranno i pari e i deputati: Di qua il pretesto alla lite. Alcuni osservarono il re aver giurato lo statuto del 10 febbraio, ma eglino essere stati eletti pel programma del 3 aprile, dov’era dichiarato aversi d’accordo col re a svolgere lo statuto, però aversi nel giuramento a far menzione di tal facoltà. Inoltre la formola di questo decretata costando di tre parti, sorsero opposizioni a tutte e tre: 1° giurare di professare e far professare la religione cattolica romana, disser contrario a libera coscienza, e putire d’inquisizione. 2° giurar fedeltà al re del regno delle due Sicilie, implicar la integrità della monarchia, e minacciar guerra fratricida ai Siciliani, già fatti indipendenti da’ Borboni. E 3° il giurare osservanza alla costituzione di febbraio, che doveva essere scolla, esser cosa illogica e vana. La discussione mosse passioni indisciplinate, sali a clamori, perché fra quelli pur v’era, pochi, chi volea procedere con coscienza. I congiuratori tenuto conciliabolo la sera del 13 in casa il Lanza, tornarono a Montoliveto nelle ore vespertine del 14, dove il più de buoni non andarono; nondimeno fatti intorno a cento, ripigliarono i furenti propositi, con più veemenza; ché s’erano fatti afforzare da numerosi ceffi provinciali rumoreggianti dalla piazza. Onesti mandavan messaggi incitatori a ogni poco, e n’avean risposte arcane, sinché proruppero in grida: «Deputati, il re tradisce la nazione, v insidia; ma coraggio, noi siam per voi.» il deputato Zuppetta fattosi al balcone, come strione in commedia, sclamò: «Cittadini, i deputati non han mestieri d’incitamenti, morranno prima di permettere il re tradisca il dritto costituzionale, e Zuppetta ve ne dà parola! Quindi nella sala seguirono concioni superlative, magnificando le forze nazionali, e com’eglino investiti de’ dritti del popolo sovrano, poter dar leggi, e doverlo per eseguire il mandato. In quella caldezza, ripigliata la quistione del giuramento, spiattellarono: «il pubblico voto non voler più saper nulla del 10 febbraio; quello statuto pel programma di aprile aversi a svolgere; non dover la camera legarsi l’avvenire, avendo essa a guidar gli eventi, seguitar la civiltà, e non restare stazionaria, vincolala da promesse inopportune. Illimitati i dritti del popolo, non poterli eglino limitare: non doversi giurar nulla.» Così i repubblicani; ma la maggioranza statuì si giurasse in qualche modo.

Allora ne surse un’altra: volersi due formolo di giuramento, una pel re, altra pe’ deputati. Bene il re, siccome esecutore di legge, giurare d’osservare e rare osservare: non così la camera legislativa potrà con simil giuro por ceppi all’azione sua; ché altro è chi ubbidisce, altro chi comanda. A tanta argomentazione il senno della maggioranza cedette; dettarono una formola diversa di giuramento, e mandaronla al ministero, che l’approvò. Volevano il re giurasse di osservare e mantenere lo statuto politico della nazione, con le riforme e modificazioni che vi farebbe la rappresentanza nazionale, spezialmente sulla parìa. Se Ferdinando avesse ceduto, si sarebbe disfatto re, riconosciuta la sovranità nella sola assemblea, come in repubblica, e giurata cosa futura e incognita, giuro vano e senza coscienza. Quattro deputati, Capitelli, Baldacchini, Masi e Giuseppe Pica, andarono a casa il Troya presidente de’ ministri; dove il Pica infuocandosi minacciò ch’avean forze per sostenere una lotta, e più anche la squadra francese per loro. E quei dolci ministri, assunto il carico di far calare il re, v’andarono, e forte perorarono. Ferdinando rispose: aver due volte giurato lo statuto di febbraio; ora alla formola scritta s’aggiungesse la facoltà alla camera dello svolgerlo; restasse il resto; non poter in altra guisa giurare. Il Conforti recando tal regia determinazione e Montoliveto, smascherandosi soggiungeva: «il ministero si dimetterebbe; l’assemblea provvedesse alla pace del paese e all’indipendenza d’Italia.» Questo legulejo voleva il potere esecutivo dato dal re al ministero, restituire non al re, ma a’ deputati. Eppure mentiva, ché i ministri irresoluti restarono al posto. Egli fellone volse alla congrega nel palazzo Gravina.

I deputati in furia, unanimi rifiutarono la profferta regia, discordi nelle sentenze: chi volea s’andasse a S. Lorenzo, chi no; chi s’andasse senza giurare, chi si giurasse non la regia, ma la formola loro: tutti a sclamare, a perorare, a schiamazzare, niuno a intendere. Lo Zuppetta distese nuova sentenza, cosi: «Il parlamento, considerando che la capziosità del governo tende al disordine; che il regio rifiuto d’aderire a un atto costituzionale pone in pericolo la patria, dichiara non accettabile la formola del giuramento proposta dal re; tiene il rifiuto di lui come infrazione al dritto costituzionale; e per neutralizzarne la capziosità si sta unita in parlamento, pel solo mandato della nazione, fonte e principio d’ogni sorta di poteri.» Giù intanto ingrossava la turba, accorrendo da’ caffé Donzelli, Testadoro, Buono e De Angelis, giovani indemoniati, gridanti: Abbasso la camera de’ pari! Viva la costituente! E su eran salili sin nella sala molti non deputati, che vantando le forze plateali, accrescevano ardimento a’ più focosi; però chi moderato non volea trascendere a partiti estremi, visto che si volea repubblica, obiettò. Segui un po’ di sospensione, per la chiamata alla reggia del deputato Teodorigo Cacace.

In quella il ministro Scialoia in nome del ministero si recava in casa di Maurizio Dupont, pregandolo persuadesse il re a mutar la formola; quegli v’andò, e trovò che il sovrano avea già scritto di sua mano avanti al Cacace: «acconsentire che i ministri e le camere concordassero una formola contenente l’articolo 5° del programma d’aprile.» Ciò subito approvarono i ministri; e mandarono a nunziarloa Montoliveto esso Cacace, il Dupont, e l’Abatemarco, direttore di ministero; i quali credendo finita la lite, lietissimi andarono. Mentre il Cacace leggeva a’ deputati la proposta regia, il Romeo andava susurrando negli orecchi attorno; perlocché l’Abatemarco pacatamente dimostrava illegali le pretensioni, illegalissima l’adunanza, non agitassero il paese, né ruine estreme suscitassero. Allora il Lanza con isciocca veemenza levandosi in pie’, proruppe: «Il re è uno; noi rappresentati del popolo siamo sette milioni; e voi, signori Abatemarco e Dupont, voi non siete deputati, ritraetevi di qui.» Rimasti soli, mentre s’esaltavan le passioni, a rinciprignirle il La Cecilia affastellando spauracchi propose avi-si a dare i castelli alla Guardia nazionale. Faceva il furibondo; i suoi bravacci sulla porta schiamazzavano; appoggiavanlo i deputati Spaventa, Zuppetta e Ricciardi. Sicché tra gli strilli n’uscì la votazione, che a gran maggioranza rigettò la proposta regia approvata dal ministero. Di cotal borioso fatto i deputati, dopo la rotta, s’andavano scusando col dire aver avuto paura di mostrarsi paurosi.

25. Le barricate.

Nella città visi stravolti, crocchi, arrivi continui di provinciali e stranieri, con armi luccicanti, e dimenaci e parlari superlativi, bugie, calunnie, imprecazioni, vanti feroci, sfide orgogliose. Le agitazioni dell’assemblea rapportate fuori ad ogni istante, rigonfiavan l’ire incessantemente; sozza plebe si gittava in mezzo, e sin sotto la reggia a spavento era spinta; i comitati, massime quello del palazzo Gravina, inviavan mandatarii di continuo a dominar corde ribelli lor soggette, e tenevan di fucili e stocchi asserragliato il palazzo municipale. Dalla via all’assemblea, da questa alla via, era un bollore, un riverbero, un ripercuotimento di passioni feroci. Ferdinando aveva in mano le divulgate proclamazioni, vedeva e udiva quei nuovi ospiti, quelle armature inusitate, e tutto suonar guerra; però a tutelar l’ordine nelle strade chiamò le milizie. Questa vista di soldati, cosa consuetissima, fu pretesto Scongiuratoci che ad ogni modo volean fare: fu un fremere, un accorrere, un ribollir d’ire e di grida. Era mezzanotte. Quand’ecco, come macchina in teatro, il Mileto irto d’arme da capo a’ piè, con codazzo di sgherri armati, appare terribile sull’uscio della camera; indietro è il Saliceti; ed entra il La Cecilia pallido, precipitoso, tremebondo. L’atto, gli sguardi, le parole mozze accennano a sventure; tutti balzano in pie’, egli sclama: «Signori, ecco, il governo prepara e invia suoi satelliti per circondarvi e ammazzarvi; or ora sono assalite le milizie cittadine; non abbiamo altra salute che nelle barricate.» Barricate! replicarono ferocemente quei di fuori; il Saliceti, il Mileto, e i deputati Zuppetta, Petruccelli, Mauro, Carducci, Del Re, De Luca, Spaventa, e Romeo si fanno al balcone, e gridano: si fortificasse la città, si preparassero a combattere, occorrere la Costituente. Un eco spaventevole ripete Barricate! e la magica parola guizza come su filo elettrico in ogni strada. Il La Cecilia manda suoi barricatoci per ogni parte, ed egli stesso senza saputa de’ superiori fa co’ tamburi la chiamata generale. La Guardia nazionale scende dalle case, s’agglomera ne’ quartieri e per le vie, ignara del fare, divisa d’animi, diffidente l’un dell’altro, inobbediente, ed inerte; ma ottima a far numero e ingombro.

La Guardia avea tre parti: la vecchia civica, gente scelta, e devota all’ordin legale, con le antiche divise verdi; la nuova novatrice, co’ gonnellini turchini; e gli ausiliarii alla borghese, con la piastra in fronte,cui non sapevi chi fossero. I primi amatori di pace, i secondi di progresso, gli ultimi di tumulti; comunque si facessero. Un decreto aveva a’ primi permesso di conservare la divisa precedente sino a durata, chi ’l volesse, e ‘l voller quasi tutti; chi la mutò fu vaghezza giovanile; però i verdi eran guardati, e ben si distinguevano, tenuti codini da’ secondi; ma gli uni e gli altri mal sopportavan gli ultimi con le piastre, il più de’ quali si davan gran datare. In questi era la rivoluzione, la repubblica, il socialismo, e peggio. Eran famose nelle menti le tre giornate di luglio a Parigi, con le barricate vincitrici; ei nostri italianizzanti, sempre scimmie d’oltremonti, si struggevo del far le barricate a Napoli. Ma non la Guardia nazionale parigina. sibbene il popolaccio l’avea fatte colà; e qui, per sopravanzare il modello, fecersi fare dalla Guardia nazionale, cioè da quella parte che n’aveva usurpato il nome e falsato Puffi zio. Il locandiere Carducci, quello famoso del Cilento, con ispallini di colonnello e seguito di masnadieri braveggiane!, mentre imitava il La Cecilia e faceva battere i tamburi, andava gettando attorno voci di Tradimento armi! barricate! Indarno s’opponevano altri uffiziali, chi davvero chi per forma; erari tacciati codardi, e minacciati. Poco innanzi sforzati i posti di polizia, toltene l’arme e le munizioni, s’eran pur disfatti i trofei d’arme preparati per la cerimonia a S. Lorenzo. Che parlamenti, che camere e rappresentanze! s’avea con la forza a conquistare la libertà.

Chiamarono popolani a far le barricate, e non vennero;n’ebbero pagando, ma pochi; cominciaron con questi ed Altri cialtroni ad asserragliar le vie con quanto veniva alle mani. Baracche d’acquafrescai, scranne, confessionali di chiesa,insegne di botteghe, banchi di mereiai,carri,tavole,travi,porle,cocchi, botti,che che si fosse;e su v’accatastavan terra,pietre, tegole, calcina, e le lastre delle strade. Davan la caccia a fabbri e artigiani;e come n’acchiappavano, sforzavanli a fare,con moneta in una mano e busse dall’altra; ma quelli di malissima voglia, come potean sperdersi nella folla, gittavan martelli e cazzuole, e spaiavano. Però l’opere procedevan lente. Dirigevanle e aiutavanle personaggi ignoti, barbe lunghe, linguaggi e vesti strane, poi il Mileto, il La Cecilia, qualche altro deputato, e altresì marinari, e uffiziali francesi scesi dalla flotta. Chi col consiglio, chi col braccio, chi a punzecchiar la moltitudine inerte, chi a portar tegole e pietre sulle case per lanciarle a’ soldati, a cacciar materassi su’ ferri de’ balconi, ad abbarcar usci e portoni. Intanto gran vociare, martellare, sfossare strade, schiodar botteghe e imposte, bravate, e iattanze, squilli e battiti di trombe e tamburi. Dove non si lavorava passeggiavan tamburini, suonando basso a funerale, e accanto voci lamentose: Fratelli, all’arme! siam traditi! Intanto in ogni casa paure: madri, donne, fanciulli, piangenti; chi rattenea il figlio, dii il germano, lo sposo o il padre, con supplici parole, e lagrime, in ginocchio vietando l’uscita. Altri inchiavava gli usci, puntellavali con panche e arnesi pesanti, altri accendea lampe a’ santi; e tutti in pianto, in preghiere, e sospetti l’angosciala notte passavano.

La maggioranza de’ deputati lamentavasi del fatto; e ad evitare i partiti estremi, inviava quattro de’ suoi, il barone Galloni, De Luca, Jacampo e Piccolelli, in istrada a tentar di sospender l’opera; perlocché i faziosi a rassicurare la camera con isperanze di vittoria, vi fecero salire un uffiziale francese; il quale disse venire in nome di tutti i suoi camerati a offrire al parlamento il soccorso della flotta repubblicana. Impertanto le barricate s’ergevano. Le prime a S. Nicola la Carità, poi a S. Brigida, a S. Ferdinando, a S. Carlo, a Chiaia, a Mon Ioli veto, all’Infrascata, a S. Teresa, a Castelcapuano, a S. Maria Agnone, presso la Pace, e altrove. Ruppero i cancelli della gran piazza alla Carità, per Ionie i banchi de’ pescivendoli e macellai; né bastando, picchiavan le grandi porte de’ palagi, a trarne mobili e carrozze, quanto più ricche, prima prese. Fra esse capitavan male quelle del Ferri ex ministro. Al principe di S. Giacomo e al duca di Caianello che passavano? tolser le carrozze, per farne catasta. Passava quel tanto liberalissimo principe di Strongoli, autore del ministero Troya, che tornava dal palazzo Cariati oberano adunati i pari, e recava al presidente de’ ministri la formola del giuramento adottata da quell’altro consesso: fermaronlo i barricatori, non vollero sentir ciarle, fecerlo scendere a pie’, né staccarono i cavalli, e capovolsero quella sua carrozza coll’altre. Ottuagenario, e fievole di corpo, voltò a minor cammino a Montoliveto, e die’ a’ deputati la formola fatta da’ pari, ch’era: osservare e fare osservare lo statuto del 10 febbraio, e svolgerlo a norma del decreto del 3 aprile. Il più de’ deputati conveniva in tal sentenza; ma come non volevano i pari, per non accettarli col fatto d’un accordo con essi, rifiutarono.

26. Inutili concessioni regie.

Quando alla reggia seppesi delle barricate, era proposito mandar soldati a disfarle; ma il re abborrente i conflitti non volle; e anzi a contentare i deputati ordinò a’ ministri annullassero con decreto la stampata formola di giuramento. Poi udendo ch’ove ritraesse le soldatesche, i ‘contrarii disfarebbero ogni cosa, egli condiscendendo a cedere primo, rimandò alle caserme le truppe. Invece le barricate crebbero. Certi uffiziali nazionali, fatta indarno ogni possa a opporsi, udendosi derisi e minacciati, gittaron gli spallini, e si ritrassero a casa; lo stesso fecero i più de’ buoni. Ma quei del Mileto e del Carducci risoluti a battaglia, con oltraggi e bravate, ratteneano i men cauti, proseguendo a fellonia aperta.

Pertanto il re chiamò il colonnello nazionale Piccolelli, e gli disse: «Ho tolta la formola del giuramento, allontanate le truppе, e ancora si fan barricate? che altro si vuole? Cosini promettendo scese, né fe’ nulla. Ferdinando trambasciato da inenarrabili ansie, mandò per l’altro colonnello nazionale Letizia, e ’I pregò s’adoprasse per la pace; questi dichiarò niente poter su’ ribelli; gli si dessero soldati, e disfarebbe l’opere ostili. Apparir soldati e venire a zolla era una; onde il re negolli, e aggiunsi? volersi villici, non militi per opera pacifica. Scendono il Letizia ed il sindaco di Napoli, e affrontano i barricatori con bei discorsi, per indurli a sostare: ben risposte dure e villane: Tradimento! qui, in queste barriere stanno le guarentigie nostre. Tornati a palazzo, confessano correr momenti supremi; le barricate non potersi disfare che a forza, la forza procedesse. No, sclama Ferdinando, avreste cuore di por mano ad arme? Il coraggio non sta nell’eseguirlo, ma nel comandarlo. Detto di magnanima pietà, cui la storia deve ricordare, a smaccar le calunnie poi cumulate su quest’uomo. Anzi gli operatori del male ebber viso di stampare non aver egli voluto usar la forza allora, per tuffare al mattino la costituzione nel sangue.

Il monarca risoluto d’evitar conflitti a qualunque costo, mandò il Piccolelli a Montoliveto, concedendo non si giurasse punto, purché disfatte le barricate s’aprisse il parlamento. Sonavan l’ore tre dopo la mezzanotte; e poco stante sopraggiungeva per ordine regio a riconfermarlo il ministro Manna co’ direttori Abatemarco e Vacca. Ciò troncando lutte le quistioni, polca por fine al litigio, di che la maggioranza parca persuasa. A osteggiarla surse il Ricciardi a concionare: «Che io m’abbia pensieri repubblicani ciascuno il sa, eppure per moderazione non né feci mollo; ma in questa notte son di molto mutate le condizioni: il popolo non può più aver fede nel governo; voglionsi altre guarentigie, e certe, e presto; fra le quali prima la consegna delle castella a’ nazionali, e lo scioglimento della Guardia reale,o rinviarla in Lombardia. Chiedendo io ciò nelle presenti condizioni nostre, trascendo da’ miei sensi interni, e do’ prova di moderato.» Seguirono altercazioni, sfide, minacce, e sino balenar di pugnali. E vi s’aggiunse il Conforti, tornato a confabulare co’ più rabbiosi. Ma o stanchezza, o noia pel Riccardi e pel Zuppetta, o anche la coscienza del torto manifesto, spinser la maggioranza ad assentire alla proposta regia. Né mandò Pannunzio ai ministri nominò una commissione per far togliere le barricate; e sospendendo il lunghissimo deliberare, si disciolse per un po’ di riposo.

Ma i commissarii, deputati Galletti, Capocci, De Luca, Spaventa e Barbarisi, trovate fiere opposizioni in istrada, dov’era corso il molto del Ricciardi e confratelli, tornaron su al vicepresidente Lanza rimasto con pochi; il quale dettò un manifesto, subito stampato; dove ringraziando la Guardia nazionale per la dignitosa e civile sua attitudine, diceva la controversia finita con decoro nazionale; e invitavala a disfare gli alzati ingombri, per dar adito al reale corteggio da recarsi al parlamento. Sorgeva già l’alba del 15 maggio. Sbarcavan da un legno a vapore trecento Siciliani; quindi aggiunte furie a furie, il fiotto plateale ribolliva; tenevan la vittoria certissima, fatto capitale il non ghermirla. Come i commessarii facevan per Toledo affiggere il manifesto, e alcun d’essi con buone ragioni tentava persuaderne la gente, avean dietro chi li svelleva, insinuava il contrario, e invece ponea la scritta del Ricciardi chiedente i castelli. Il Barbarisi stesso con occhiate e gesti inculcava a non ubbidire. Furiosi i circostanti levavan grida, e con la consueta formola è tardi pazzamente trionfavano.

Intanto il re in pieno consiglio dopo lunga discussione in quella trista notte, udita l’adesione de’ deputati, sottoscriveva questo decreto. Veduto il programma per l’inaugurazione del parlamento; considerando che imprevedute circostanze né impediscono la pompa, decretiamo: «L’apertura delle camere riunite, e la lettura del discorso della corona faransi oggi all’ore due pomeridiane, nella sala de’ deputati, alla regia università degli studii. Il giuramento prescritto con gli articoli 12 e 13 del programma del 14 maggio non avrà luogo. Le Camere cominceranno a procedere alla verificazione de’ poteri. Dopo, i deputati ed i pari daran giuramento d’esser fedeli al re e alla costituzione; la quale sarà svolta e modificata dalle due Camere d’accordo col re, massime intorno a quella de’ pari, coni’ è dello nel programma del 3 aprile.» Parendo adunque non esser più cagione né pretesto di lite, Gabriele Pepe comandante la Guardia nazionale e deputato salì alla reggia, dove per le durate ostilità eran tornate le milizie; e assicurando che le barricate si disfarebbero, chiese soldati senz’arme che insiem con esso facesser quell’opera, sendo i nazionali incapaci al faticoso lavoro. Ferdinando acconsentiva, rimandava via le soldatesche, concedeva cinquanta inermi, metà granatieri, metà cacciatori della guardia. Questi con due uffiziali, un capitano d’artiglieria, il sindaco e ‘l Letizia s’appressarono alla prima barricata sul cantone di via Nardones per isgombrarla. Ma gli avversi, quanto men vedean periglio più baldanzosi, inferociti, puntarono i moschetti contro i soldati inermi, e con le baionette in canna li mandarono indietro. E a chi de loro superiori inculcava pace, gridavan abbasso, tacciavan codardo e traditore. Poi mandaron protestando a’ deputati, che allora disfarebbero le barricate, unica guarentigia della nazione, quando avrebbero nelle mani le castella, e tutte le soldatesche uscissero dalla città. Eran le domande del Ricciardi, che perdente in parlamento faceva gridar le strade. Impertanto la Camera, unita illegalmente, non costituita, combattuta da’ repubblicani nel suo seno, incapace a trovar salvezza,mandava imbasciate al ministero, e alle piazze; e ’I suo vano affacendarsi più inveleniva il tumulto. S’ alzava il sole, scendeva la popolazione, e vedeva nuovissimo spettacolo, le vie asserragliate. Calabresi e Siciliani, montanari e marinari, esteri ed ignoti, irti di tutte armi, con orribili dialetti imprecare e braveggiare, e già già guazzar nella fellonia e nel sangue.

27. Fremito de’ soldati.

Riuscite indarno tutte concessioni, s’eran richiamate le milizie. Stavan già due reggimenti svizzeri, due squadroni di lancieri e due compagnie di pontonieri al largo del castello, protetti da Castelnuovo. Al Mercatello un reggimento svizzero, uno squadrone lancieri e quattro cannoni; altro reggimento svizzero a S. Teresa con due cannoni; due cannoni e uno squadrone lancieri alla Vicaria; il 3.° ussari al Mercato presso il forte del Carmine; il primo granatieri a’ Granili, un altro a Ferrantina. Era avanti la reggia un battaglione del 2. (e) granatieri, due di cacciatori della guardia. uno di marina, uno di pionieri, una batteria d’artiglieria a cavallo, e il 1 (0) ussari. Altra poca gente dentro il palazzo. Da ogni banda i soldati scorgeano contro di essi elevati ostacoli e barricate: diciassette sol per Toledo, altra sessantadue; altrove; la più gagliarda avanti la reggia a S. Ferdinando, fra via Nardonese ’l palazzo Girelli.

Gli Svizzeri e i Lancieri al Mercatello avean visto sul tardi alzarsi la barricata al canton delle Fosse del grano, ed accennava a rinchiuderli; eppur guardavanla immoti; ma la Guardia nazionale del 5.° battaglione stanziata colà appunto, malcontenta di questo chiudimento che serravala insieme a’ soldati, e perché il più voleva pace, mandò officiali e guardie in deputazione a Montoliveto, chiedendo a che quell’altra barricata, a che farne tante, sì da vietar le comunicazioni Ira gli stessi drappelli nazionali, e a che tanta guerra? A stento fatti entrare, trovaron quel consesso di pareri e voglie disparatissime; e Gabriele Pepe colonnello o generale, spasseggiar nella sala con calzoni, sciabola, cappello militare, e giamberga nera da borghese alla grottesca, ridicolosamente. Chi gridò si tolgano le barricate, chi no, dobbiamo restare; da ultimo s’ordinò si soprassedesse a quella alle Fosse del grano, l’altre si facessero con adito stretto dà passarvi carpone un fante. Così rimasta allora incompiuta quella, gli Svizzeri e i Lancieri che la vedevan sospettosi, quand’ebbero la chiamata passarono liberi; se no, forse il conflitto cominciava là. Appresso ad essi sbiettarono parecchi nazionali; rimasti i pochi turibondi, rifecero la barricata, e vi si pararono a difesa.

L’esercito fremeva: Tonte di Sicilia, gl’insulti di quattro mesi, i vilipendii stampati, le sprezzate concessioni regie, quel lavorio di trincee avanti agii occhi, Tesser mandati via e richiamati più volte nella notte, la lunga pazienza, il ributtamento de’ cinquanta inermi, il vedersi quasi in cerchio assediati, lo starsi per ubbidienza, l’udirsi dir codardi da quei ribelli risparmiati per sovrano comando, e ’l sentir che li voleano scacciati da Napoli, e rese con vergogna le castella, tutte cose gravissime da infocar gli spiriti, eran dispetti compressi troppo, già divampanti dagli sguardi e da’ motti. S’aggiunse altra insolenza. Certi ufficiali nazionali dimandarono del comandante il battaglione granatieri stanziato a Ferrantina; e l’avvisarono aver eglino cominciata una barricata a Chiaia, però se avessero a ritrarsi pigliassero altra via. Fur rimandati con brevi e duri detti, ma corsane la voce, l’indignazione per l’insulto sublimò l’ire niuna avea più coraggio di contenersi, un’altra ed era finita.

28. Battaglia.

Trascorse appena l’ore undici del mattino, partì un colpo di moschetto dal cantone di S. Brigida, e tosto altri due dalla prima barricata a S. Ferdinando, seguito da batter di mani universale, indi altri colpi, e una scarica piena che uccise qualche soldato avanti la reggia, e ferì un uffiziale. Le milizie sedenti per terra a riposo per l’insonnio della notte, all’improvvisa provocazione s’alzarono, e senza ordine né comando trassero agli aggressori quante avean arme cariche indi a torsi di bersaglio retrocessero verso la Paggeria per ordinarsi. Indarno accorsero uffiziali a rattenerli, ché vinta la disciplina dall’ira, sclamavano: avanti! acanti! non vogliamo esser traditi. Le fortezze sventolarono la bandiera rossa, dettero i segni d’allarme, e cominciò la guerra civile. Il re supplice nell’oratorio, scosso dal fragore, trasalì. Venutigli davanti i ministri, qualcun d’essi osò ancora proporre di cedere, Napoli pingendo straziata dal furor soldatesco. Il monarca allora, noto sol per pieghevolezza e clemenza, fiso mirandoli e severo, chiamolli responsabili delle preparate ruine al pacifico reame. Eglino supplicaronlo ordinasse la cessazione del fuoco, e Ferdinando assentiva, purché facessero incontanente disfar le barricate e posar l’arme ribelli, ma come risposero non averne la possa, nulla concluso, dichiararono dimettersi, quando già dal fatto eran dimessi.

Alquanti generali, poiché vider vano il rattener la tenzone, miser l’animo a vincere, e prepararon colonne d’assalto, mentre per l’improvviso caso non essendo ordinato chi comandasse, seguiva una confusione, ché chi voleva e chi non voleva pigliar l’incarico del comando, senza il regio permesso. I generali Ischitella e Carrascosa si lanciaron per impeto, e terzo s’aggiunse il Nunziante accorso a’ colpi dalla sua casa a S. Lucia. Prima fur mandati cannoni della batteria a cavallo, i cui due tenenti Guglielmo De Sauget e il Bellelli per segreti patti co’ ribelli non si fecer trovare, menatene con essi le chiavi de’ cassoni delle munizioni; ma i soldati condotti dall’altro tenente de Merich spezzaron le serrature, caricarono i pezzi e trassero sulla barricata, con fero rimbombo che nunziò la trista giornata a’ Napolitani. Il La Cecilia corse a Montoliveto a presentar due di quelle palle ancor calde. Il Zuppetta le ghermì rabbioso, e gridò concitato: «Ecco le risposte reali alle proposte de’ rappresentanti la nazione; ecco il frutto della nazionale clemenza!» e dette in drammatico pianto.

Intanto i soldati investivano a petto scoperto la barricata, percossi da grandine di palle lanciate da persone ascose dietro finestre e materassi, i quali sull’esempio del fatto a Palermo, fidanti in quel combattere riparato, facevan prove di destrezza e frequenza di colpi alla sicura. Il general Nunziante vista la necessità del trovar altro modo di guerra per vincere, si lanciò con guastatori sulla gran porta puntellata del palagio detto Albergo reale; ma resistendo essa a’ picconi, tolta non so donde un trave, né fe catapulta, e con grandi urti la rovesciò. Quindi mise una compagnia di marina su’ balconi e terrazzi, e di là prese a percussar gli avversi nelle case circostanti. Valse l’esempio, e montarmi granatieri su la Foresteria, e su’ più alti edilizii.

In quella sopraggiungevan gli Svizzeri. e alternavan co’ granatieri lo schioppettare. Sovr’essi vomitano fuoco tutte le case dattorno; ferito è il generale Enrico Statella; e costretto a ritrarsi il battaglione granatieri, è surrogato da altro di cacciatori; e questo e gli Svizzeri e una compagnia di pionieri fatti venire a corsa, ripercuotono incessantemente la barricata, sorretti da’ cannoni che dietro le inferrate della reggia con tiri alti davan ne’ cantoni de palagi. Questo, e più i soldati da’ balconi de’ propinqui edilizii spaventarono i faziosi, che non più incolumi dietro le materasse, ma colpiti anche sin dentro le stanze si sentian dall’alto; onde allentaron le offese, e anzi cominciarono a obiettare. Nella guerra siciliana i soldati erano stati sempre di bersaglio nelle vie; ora invece anch’essi dalle case bersagliavano. Come la difesa va più pigra, ecco Svizzeri, cacciatori e pionieri con martelli e picche e asce e braccia e calci di fucile, prima intronano, poi scuotono e arrovesciano gl’ingombri di quella barricata, la meglio fatta dell’altre. Seguita il grido di vittoria; ribatte il tamburo, si riordinano le colonne, e avanti a conquistar le barricate seguenti, e a pigliar le case da’ lati una dopo l’altra, a vuotarla di nemici, e a mutarle da offesa a difesa. Prima quella Girelli due compagnie di cacciatori, spezzato il portone, superano a forza: chi combatte è morto, chi s’arrende, svestito dell’odiata divisa nazionale, va prigione alla Darsena. Colà è preso ferito il ballerino Giovanni Briol. Vi si trovano arme e munizioni assai; e si ripete il modo stesso sulle case seguenti. Così cadono altre due barricate men difese; e da Palazzo al Cammello la strada è dei regi. La plebe seguita, e saccheggia, dove può.

Più sanguinosa zuffa seguiva a S. Brigida. I reggimenti 2 e i° Svizzeri venendo dalla via del Carmine, come odono il cannone corrono su piazza Castello; dove il maresciallo Labrano governatore di Napoli ordina volgessero a S. Brigida. Al vederli i difensori di quella barricata battono le mani, e gl’invitano a unirsi ad essi; ché forse con tai speranze i congiuratori li avean pasciuti; ma i soldati tacenti s’avanzano coll’arme al braccio, e stendon le mani a disfar gl’ingombri. Cessa il plaudire, e si grida: Lasciate o siete morti; e confessi seguitano colpisconli da tutte le parti. Rispondono con fuochi di fila. Il primo uffiziale che salta la barricata è ucciso e molti altri uccisi o feriti gli cadon da presso. Il capitano Rodolfo Sturler che pochi dì prima in un caffè avea sfidati i ribelli, ora colto da tre colpi si sente chiamare a nome; alza gli occhi, ed è percosso in fronte e morto nelle braccia de’ suoi. Il colonnello Ienjens visto il danno di tal guerra tra i petti e le mura chiama a ritratta; poi lancia innanzi due cannoni, pon le compagnie per fianco su’ lati della via, a trarre con fuochi incrociati sulle finestre, e con le cannonate da mezzo più sicurato procede. Piglia la barricata, e mentre lavora a sgombrarla è ferito esso, e cede altrui il comando. I ribelli traevano spessissimi colpi dall’alto, s’incoraggiavano, e plaudivano, e tra le fucilate, i gemiti e le strida facean sonar le campane a stormo. In quell’agone sendosi arsa la materia d’ingombro, il foco s’appiglia a’ puntelli d’una casetta in ricostruzione intorno la chiesa. Un secondo battaglione scambia il primo, investe le case laterali, sfonda i portoni, sale su, e furente per patite morti di molti uffiziali ammazza armati ed inermi. Si superando l’altre barricate, esce a Toledo. Né minor resistenza s’avean ne’ vicoli Chianche e Campane altri guidati dal Carrascosa; pari investimento e difesa, e uccisioni e vendette. Fuggono i faziosi; il reggimento, sboccando da tre vie, s’incontra a Toledo con quei che da S. Ferdinando procedean vincitori. Facea seguito a’ soldati la popolazione di S. Lucia, accorsa con bandiera bianca e mazze e remi; ma fu spinta non a combattere, bensì a spazzar da’ tanti ingombramenti le vie. Anche quei lazzari che a prezzo avean lavorato la notte, ora spontanei faticavano a disfare. Così con popolane braccia afforzati da ussari a cavallo e altre milizie nettaron le mezzo asserragliate vie di Chiaia e propinque, fuggiti i difensori; sicché la parte meridionale della città fe’ io stesso nelle strette vie di Napoli vecchio, né abbatté le bancate indifese, e assicurò pure la parte orientale.

Contemporaneo il 2° svizzero saliva per la Concezione, e pur da prima sforzato a piegare, occupava poscia per ordine del generale Élok al per l’edilizio de’ ministeri, e co’ fucili su’ balconi fugava gli avversarli sino a Toledo. Altre compagnie superavano il passo a’ Fiorentini ove toccava lieve ferita al colonnello Brunner. Il 3° reggimento battea le case incontro Castellinovo, donde partian micidiali colpi; ed un battaglione con lo Stokalper saliva per S. Giacomo incontro alla gagliarda barricata avanti al palazzo Lieto. Quivi erano i più rabbiosi promotori delle napolitano orgie, e con lunghi archibugi fulminavano i soldati procedenti da S. Giacomo e da Palazzo. Moriva il maggior Salis-Solio, ferito era il colonnello Dufur, cadevan molti, però s’ordinò la fermata, e cavati i cannoni si trasse e sulla bancata e sul palazzo Lieto che n’ebbe danno. Quella superata, fu una fatica contro il portone del palazzo forte abbarrato, ma dopo più cannonate e molta forza, alfine aperselo il fuoco. I difensori, altri si collava dai balconi sulla via di dietro, altri s’ascondeva nelle cantine e ne’ pozzi; chi preso putiva le mani di polvere periva, chi no la scampava prigione.

Dopo questo, i Regi correan per Toledo in su a passo di carica, senza lotta, percuotendo solo su qualche balcone onde uscisser colpi, lasciando dietro i popolani a spazzare. Patì pena il caffè sotto il palazzo Buono alla madonna delle Grazie, nido demagogico, dove erano stati eletti ed abbassali i ministeri; ché i soldati passandovi né ruppero le porte e le masserizie a sfogo d’ira. Fu giustizia soldatesca il caso d’un Salvatore Toniabene siciliano. Questi già col marchese di S. Giuliano promotore della sedizione catanese nel 1837, s’era fuggito a Malta, a scrivervi un giornale contro il reame; ma lucrandovi poco, prese l’altra più lucrosa arte della spia, a danno de’ compagni d’esilio, di che fattosi merito, tornò, e raccomandato dal Del Garretto s’ebbe pur la carica di controloro di dogana, e già era stato promosso ispettore. Nondimeno lavò quest’onta nel 18 rivoltando carta, e rifacendosi liberale, e de’ più insigni schiamazzatori. Ora di su la locanda l’Allegria al largo della Carità, postato con una mano di Siciliani facea guerra, però i soldati sforzato il portone, e trovatigli diciasette fucili lordi e alquanti compagni, a questi ed a lui, cui fu vano ogni scampo, troncaron con la vita i tradimenti. Paura e non più ebbe il La Cecilia barricatore; perché si fuggì dal posto di guardia a lui fidato del famoso quarto battaglione nazionale, e rifugiò a Montoliveto. Così là dove s’aspettava maggior contrasto non se n’ebbe, e le milizie trascorser oltre.

D’altra parte i granatieri della Guardia reale con alquanti ussari guidati dal maggiore Alessandro Nunziante (tanto traditor dappoi!) scambiati pochi colpi a S. Giuseppe, e disfatte barricate per via, in vesti van quella a Montoliveto, appoggiala al palazzo Gravina. Quest’edilizio dei più belli di Napoli, già di casa Orsini duchi di Gravina, era ito da pochi anni ne’ Ricciardi, ond’erano compadrone quel Ricciardi deputato, non ultima cagione delle ruine di quel giorno. Colà era il capo de’ circoli rivoluzionarii, e la stamperia della setta, il convegno di quanti avea faziosi il regno, centro onde partian per le provincie gli ordini di ribellioni, v’abitavano un Salvatore Ferrara segretario del circolo, e l’avvocato Galanti, pria creato de’ ministri assoluti, ora liberalissimo. Colà stavan postati i più baldi Calabresi, il nerbo della fazione. Come i guastatori regi steser le mani a diroccar gli ammassati ingombramenti, venner dall’alto colpiti in frotta. Bisognò far guerra, e con l’usata strategia conquistar le case de’ lati, scacciati i difensori, e imberciandoli di là sin dentro i loro parapetti sforzarli ad allentare. Eglino a difesa gittavan pur pietre e tegole e masserizie, nondimeno aperto il passo, i soldati spalancarono col petardo la gran porla del palagio, e dentro sempre combattendo di camera in camera s’avanzavano. Molti vi perirono, altri molti andar prigioni, fra quelli il Ferrara; altri scamparono in nascondigli, o per segreti usci, o pe’ balconi della via opposta. Non so se caso o malizia appiccase il fuoco.° che accese le tendine, o che, come si disse, il frettoloso abbruciamento delle carte del circolo fatto da’ fuggenti divampasse sulle travi, o che altro in quel furore, si l’incendio s’alzò, che presto il tetto minò sull’ultimo piano, e questo sul sottoposto orribilmente. In quella doppia distruzione di foco e di guerra, furono uffiziali a rischiar la vita per salvar persone e masserizie ed oro e gemme. Da ultimo il generale Ferdinando Nunziante ch’avea preso il comando chiamò pompieri e soldati a smorzar le vampe, e a fatica sul tardi vi pervenne.

Dopo questa fazione, si tolser quasi senza guerra l’ultime barricate, i granatieri seguitarmi franchi sino allo Spirito santo, dove s’incontraron con le colonne vegnenti da Toledo. L’incontro fu un’esultanza, la vittoria era certa, tutti usci e finestre sventolavano pannolini, e le grida di viva il re concordi tra soldati e popolazione echeggiavan da ogni banda. Durando il conflitto un Raffaele Piscicelli di A versa andò a concitare gli alunni del conservatorio di musica a S. Pietro a Maiella, né persuase venti, e li menò all’albergo de’ poveri a fornirli d’arme, quindi tornò con essi nell’ore pomeridiane sulla barricata di S. Pietro a Maiella, ma udendo i soldati accostarsi, fuggirono, il Piscicelli ad Aversa, gli alunni alle camerate. I Regi disfecerla senza trar colpo. Poche schiopettate trassero all’altra a S. Teresa, dove i rivoltosi, veggendo le milizie accorrrere pur dalla Stella, tementi esser cinti in mezzo, lasciarono i posti, e anche il convento messo a difesa.

29. I deputati delirano.

In frattanto diverso conflitto nella sala a Montoliveto, di passioni, speranze e timori. Al primo colpo di cannone i più giovani proruppero in invettive, tutti restarono commossi e perplessi, chi gioiva dell’opera sua, chi fremea del fatto, chi trepidante, chi furibondo; improvvisavano in varia guisa modi governativi, divisamenti e decreti. Accrescevan dubbiezze le spesse novelle della tendone; prima per alzar l’ire comparian le palle tratte, poi dicevan la popolazione levata come un sol uomo, poi voci di vittoria, vincitori i Nazionali, sbandate le truppe, il re fuggito, sbarcare i Francesi. Tai fallaci trionfi inventati a incoraggiarli, imbalordianti. Altri volea dichiarar decaduto il re, il trono vacante, sovrano il popolo, altri voleva issofatto governo provvisorio; e i proponitori Zuppetta e Spaventa, come fosse adottato annunziavanlo all’orde plateali, che di già approvarono. Ma ostando la maggioranza che a udir la battaglia avvicinarsi s’era fatta più prudente, il Ricciardi mise avanti la necessità d’un comitato di pubblica sicurezza; con potestà assoluta in quei momenti; e ciò afforzato al dirsi il re fuggito, ancora che parecchi s’astenesser dal votare, produsse senza forma parlamentare, quasi per grida, questa deliberazione: «commettere a un comitato di pubblica sicurezza il potere assoluto di tutelare l’ordine pubblico, e provvedere alle urgenze del momento; la Camera dichiararsi in seduta permanente; la Guardia nazionale dipendere dal Comitato, e questo riferire alla Camera.» Membri del comitato fecero il Tupputi (il graziato nel capo del 1821) il Giardini, il Lanza, il Bellelli, e ’l Petruccelli. Bandironlo da’ balconi che danno alla Carità, e v’aggiunsero aver poteri assoluti, E dalla strada si rispose: Viva la camera e ‘l governo provvisorio! Allora lo Zuppetta, il Barbarisi, lo Spaventa ed altri, tolte dalle sale le immagini del re, le arrovesciaron pe’ balconi alla via, gridando: Morte a lui! Viva la repubblica! e quei di giù rispondendo, trafiggevante, spezzavanle, calpestavate. I più codardi, quanto più dalla zuffa lontani più facevano i feroci. I cinque ristretti in segreto, cominciarono a fare i re. Notificarono la deliberazione al ministero, e pel deputato Faccioli scrissero al Labrano comandante la piazza: «La Camera, unica rappresentante la nazione, in permanenza ha creato un comitato. Questo dimanda il perché surto il conflitto, e insiste che sul momento cessi ogni violenza. — Tupputi presidente.» il Labrano rispose: «La truppa cesserà dal fuoco, quando sarà cessato il fuoco dalle barricate e dalle finestre, e messe bandiere bianche in segno d’adesione.» Allora mandaron deputati alla reggia, non ricevuti.

Presto nella Camera l’appressarsi del cannone, e ’I diradarsi della moltitudine attestano la fallacia delle prime novelle. All’esultanza seguono angosce, diversi pensieri, diversi timori, scambievoli rampogne. Arriva nuova il Nunziante esser vicino; ed ecco alzarsi terribile l’idea della punizione, terribilissimo il generale cotanto insultato e depresso; già in ogni lesta si affaccia il pensiero di scampare. Ma il comitato non pago, fa volar messi a Salerno, chiamando a furia soccorso di Nazionali, già come dissi ne’ Principati e sino in Calabria tenuti in pronto; e il Carducci qual colonnello vi manda l’ordine d’avanzar sopra Napoli. Da ultimo con onesto colore s’allontana il Ricciardi col collega Giuliani, come in deputazione al ministro di Francia per mediazione, e al vice-ammiraglio Baudin per aiuto. Il La Cecilia che invece di combattere sulle barricate da esso fatte, s’era messo al men rischioso posto del custodir la Camera, ora tentando fuggirsi, è da un deputato trattenuto a forza. Altri cerca travestimenti, altri nascondigli, altri col Lanza s’assicura sulle navi francesi. I rimasti (che si sentivan men rei) licenziate la guardie nazionali, interdissero severamente ogni guerra da quella casa. Nulladimeno alquanti deputati prima di fuggire parlarono in fretta di stendere una protesta, ma non ebbero il capo a redigerla. Fu scritta poi con comodo all’estero; e si lesse dopo tredici giorni stampata, a 28 maggio, sull’Alba, giornale mazziniano di Firenze, con sessantaquattro firme di deputati, benché a Montoliveto né fossero stati 98, ed essi fossero 161. Quella protesta fu così: «La camera unita in sedute preparatorie, mentr’era intenta all’adempimento del suo mandato, veggendosi aggredire con inaudita infamia dalla violenza dell’arme regie nelle persone inviolabili de’ suoi componenti, nella quale è la sovrana rappresentanza del la nazione, protesta in faccia all’Italia, l’opera del cui provvidenziale risorgimento si vuol turbare col nefando eccesso, in faccia all’Europa civile oggi ridesta a libertà, contro questo atto di cieco ed incorregibile dispotismo. Dichiara sospendere sue sessioni, sol perché costretta da forza brutale; ma lungi dall’abbandonare l’adempimento de’ suoi solenni doveri, si scioglie momentaneamente, per unirsi di nuovo dove e appena il potrà, per prendere quelle determinazioni che son reclamate dal dritto de’ popoli, e dalla conculcata umanità.» Dappoi dichiararono accedervi altri tre assenti: Pietro Leopardi, ito come dissi legato a Carlo Alberto, Girolamo Ulloa capitano ch’era col Pepe, e Giuseppe Massari.

30. I ministri esteri.

Al cominciar della pugna gli ambasciatori esteri, e pur l’inglese Napier adunati attorno al Rivas ministro di Spagna, che per la parentela delle regie case di Napoli e Spagna uvea la prima parte, tutti recavansi a Palazzo per istar da presso al monarca in quei momenti solenni. Per via trovate barricate e barricatoci avean dovuto scendere a piè, e far con periglio e fastidio la lunga via della riviera di Chiaia. Il re trovaron nelle braccia della sua famiglia addoloratissimo, e la loro presenza che sanzionava la giustizia della sua parte, e le cortesi loro parole gli furon di sollievo. Mancava il ministro d’Austria, andato via per le abbruciate insegne, mancava il nunzio del papa, chiuso nel suo palagio, dove ferveva il conflitto; e mancava il repubblicano ministro di Francia. Era un Edmondo Levraud, surto allora di basso stato con la rivoluzione. Il Ricciardi scansando i luoghi combattuti era ito per la collina e sceso a Chiaia a cercar di lui, il quale presolo seco il menò sul Friedland capitana del Baudin, e molto perorò per indurre costui a puntare i cannoni su la reggia, o a far rimostranze per ottenere almeno una tregua. L’ammiraglio sbarcò uffiziali a terra per intendere il vero, e saputolo non fe’ altro; ond è fama il Levraud scontento tentasse le ciurme, e né venisse consigliato a ritrarsi; il che fu scritto; e considerato Gnomo e i tempi può esser vero. Il Baudin volse una lettera al re, raccomandando moderazione e clemenza. Da ultimo il Levraud, ebbe viso di presentarsi a Palazzo, a congratularsi della vittoria.

31. I fuggiti liberali.

Il general Nunziante, giunto avanti la casa municipale, non fe’ muover soldato, e mandò l’aiutante di campo su alla trepidante assemblea, intimando disciogliessero l’illegale adunanza, ed ei lor darebbe militi di scorta. Così fecero, e menati a casa a uno a uno in fra i cadaveri e il sangue, non patiron molestia di sorta. Si salvarono fuggendo a’ legni francesi il Mileto, il Saliceti, il La Cecilia, e altri autori della pugna; de’ quali parecchi stativi pochi dì, come videro le cose chete, tornarono a terra a casa loro. Altri si gittavan sulle vie delle province a sollecitare i ribellamenti preparati. De’ prigionieri fatti nel caldo del conflitto,s’ebbe a lamentar d’alcuni,che tratti a Castelnuovo nel primo empito d’ira, percossi da cannonieri del presidio, morirono; e fur cinque o sei; che accorso il generale Luigi Cosenz e altri uffiziali, tutti gli altri salvarono, fra’ quali fu un Piria ricco calabrese, che pur molti anni poi visse. Né invero tutti i prigionieri eran rei; il più cittadini pacifici, presi nelle camere loro occupate a forza da’ nazionali, che poi fuggenti al pericolo, lasciavan pericolare quelli innocenti. Però sovente, salvatisi i faziosi, s’eran visti uomini onesti e realisti, e sin gentiluomini del re, ligati da’ soldati e mezzo vestiti, menati via prigioni miseramente.

Sull’imbrunire tutto era cheto: i soldati, accampati nelle vie, la città deserta, attonita, con lagrime e sangue, mura bucherate o crollanti, fumo in due parli, silenzio funereo e panni bianchi dalle finestre. Molti feriti, molti morti, intorno a quattrocento, più che metà soldati, parecchi innocenti vittime, scampati i più colpevoli, seicento prigionieri misti buoni e rei, un po’ di plebe avida, rattenuta a stento dal seguitare il sacco, e lo assedio militare, fecer più lugubre la seguente notte. Dì memorando a’ Napolitani per infamia di mercatanti di libertà. L’ammiraglio di Francia accolse i fuggitivi con giuratori, i quali sullo stesso legno, e alla vista della città ch’avean sì concia, rugumavano attentati novelli. Molti tornarono subito alle ipocrisie, alcuni ebbero la viltà di mandar suppliche al re, esponendo non so quale fedeltà al trono, dimandando di tornare, e anche la continuazione de’ grossi stipendii. Il Saliceti ebbe coraggio da supplicare d’aver il ritiro col soldo di magistrato. Il La Cecilia chiese di continuare nella carica d’uffiziale di ministero avuto di quei dì per merito di fazione. Il medico Lanza, stato del comitato sovrano, protestava con ipocrita lettera alla piena innocenza, e non so quale antica devozione a’ Borboni. Ma di queste e d’altrettali inesaudite supplicazioni, fecero subita ammenda, narrando pel mondo i fatti a rovescio su’ napolitani eccidii, su Ferdinando bombardatore, su’ barbari saccheggiatori soldati, e se gloriando magnanimi propugnatori di popolo. E con quest’arti, quantunque poco stante rinnovate in peggio a Roma, in Toscana ed a Genova, si son fatti credere da chi il voleva, per preparar con l’aiuto straniero le riscosse. Hanno scritte memorie, novelle e storie, riprodotte, rilodate, e citate, ma la verità non perisce.

I seicento prigionieri, tenuti due dì nelle regie fregate, e trenta Guardie nazionali raccolti feriti con l’arme alla mano, e mandati all’ospedale della Trinità, fur tutti per real clemenza mandati liberi, quelli prima, questi il 19, salvo due che v’eran morti. Clemenza fu pericolosa, e quando già ribellavan le Calabrie: di fatto il più di essi ringraziarono col ricongiurare. Tra le menzogne stampate non vergognarono asserire il re autore delle barricate per uccidere la costituzione, aver liberati i prigionieri per non punire chi lui avea servito; aver egli fatto trarre da un creato di palazzo il primo colpo a S. Ferdinando. Nel giudizio solenne fattosene poi fu provato il primo colpo esser partito da una Guardia nazionale sulla barricata; chi si fosse niuno il disse, ché testimoni non v’era altri che correi; che il Romeo e il Mileto il postassero fu testificato. Quanto a’ prigionieri liberati, benché moltissimi rei e fin iti combattendo sfuggissero la condanna, pur qualcuno d’essi ebbe pena; il che smonta la calunnia. Ma così allora i liberali accusavan Ferdinando, e sé piagnucolavano innocenti; dappoi nel 1860 questi innocenti vantarono la loro reità.

32. Che fu il 15 maggio.

A’ 16 nelle combattute vie erano i tristi segni dell’umana rabbia. Le strade Toledo, S. Teresa, Montoliveto, S. Brigida, e piazza S. Ferdinando e Castello, avean vetri infranti, usci spezzati, mura bucate, imposte penzoloni, qualche cadavere ancora, e solitudine e silenzio terribile. Nell’altre parti della città la pace: fuggiti gli esteri e i provinciali, non più grida, non perorazioni, non armi sguainate, non minacce, non vanti; la popolazione sicura ripigliava sue industrie, benediceva le baionette ch’avean ridato Napoli a’ Napolitani. Il popolo festante con bandiere bianche correva alla reggia, e di gran Viva al re e all’esercito era largo. Il re uscì a passate in rassegna le milizie in piazza reale, al largo del Castello, a’ Granili ed a Portici, dovunque appariva salutato con entusiasmo ed affetto. Sventolavan fazzoletti, battean le mani, benedicevanlo, gremite le finestre e le vie, lungo la Marinella; e ringraziavano il Signore del vederlo incolume e vittorioso. Il corpo diplomatico ritornava alla reggia a festeggiarlo pel valor de’ soldati, e per la riguadagnata pace.

Un fatto atroce e deplorabile seguì. Quel mattino fu mandata una compagnia svizzera a visitare il convento S. Teresa, ove si torneano ancora ribelli ascosi. niuno si trovò, ma in quei sospetti, sendosi messo a fuggire da una finestra un giovanetto sartore del convento, un soldato il fe’ cader morto nel giardino. Dopo un minuto altro Svizzero uccise senza ragione nella contigua cella il padre Rodio. Lamentevoli fatti a danno di due non liberali; che fur lunghissimo tema alle liberalesche accuse.

A raffermar l’ordine il Labrano governatore vietò per allora di stamparsi annunzii e giornali; ordinò il disarmamento in quattro giorni, non valere i precedenti permessi d’arme e delegò il nuovo prefetto di polizia a rinnovarne le licenze abbuoni cittadini. Vietò ragunanze e associazioni di persone, punibili secondo legge. A’ 18 volle gli spettacoli pubblici fossero autorizzati da esso. Dichiarò disfarebbe a forza ove vedesse assembramenti tumultuosi; ma non ve n’era mestieri, sendo spariti i tumultuanti.

Il 10 maggio di Napoli fu in Europa la prima opposizione vera alle sette, e chiuse nel reame il primo atto di turpe dramma, durato quattro mesi. In essi ogni eccesso e con tradizione. Predicazioni di civiltà ed esaltamenti di calunnie; vanti di fratellanza ed odii cittadini; promesse di pace, e schioppettate e guerra civile; pompa di leggi e spregio alla potestà; paroloni di patria, nazione, popolo, progresso, bene pubblico, e ingordigia di roba e onori altrui; suffragio universale e tirannide settaria; fumi alla capacità e busse agli ingegni veri; religione, papa, Dio, morale, e offese al culto, odio a’ sacerdoti, ateismo ed infamie. Ipocrisie sfrontate nuove fra noi; tragedia lurida di passioni vili, di cui protasi fu l’inganno, e punizione la catastrofe.

fonte

https://www.eleaml.org/ne/margotti/1868-DE-SIVO-Storia-delle-due-Sicilie-dal-1847-al-1861-AA-2025.html#LIBRO_SESTO

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