Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XVII)

Posted by on Nov 29, 2025

Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XVII)

LIBRO SETTIMO

SOMMARIO

§. 1. Il 15 mangio di Parigi. — 2. Subita congrega per nuovi ribellamenti. — 3. Effetti in Terra di lavoro —4. Nell’Avellinese e nel Sanino. —5. Nel Salernitano. — 6. In Basilicata e Puglia. — 7. Negli Abruzzi. —8. Nelle Calabrie. — 9. La Costituzione rimasta. — 10. Napoletani alla guerra Lombarda. —11. Luoghi della guerra. —12. Prime fazioni. —13. Scaramucce coi Napolitani. —14. Fatti d’arme del 29 maggio a Cariatone e Montanara. —15. Il 10° di linea a Goito. —16. Fatti nel Veneto. —17. Il Pepe co’ Napolitani. — 18. Napoli richiama le truppe dalla guerra. —19. Il Pepe contrasta. — 20. L’esercito torna. —21. Anche la flotta. —22. La rivoluzione si lamenta. —23. Milizie che passano il Po. —24. Arti per ritenerle. —25. Ritorno del 10 di linea. — 26. Fusioni al Piemonte.— 27. Il papa che prega, regna e non governa. —28. I Tedeschi a Ferrara. — 29. Disfatte de’ socialisti a Parigi. —30. Disfatte di Carlo Alberto. —31. Napolitani a Venezia. —32. Come né tornano.
§. 1. Il quindici maggio di Parigi.

Quel dì lo era preparato a rivoltamento, non solo fra noi, ma altresì in altre parti d’Europa, massime a Berlino, a Vienna e a Parigi. Dirò di questo. S’era dal 5 maggio colà stabilito a novecento il numero de’ deputati; fatte l’elezioni a’ 20 aprile, tumultuose in più luoghi, s’aperse a 4 maggio l’assemblea: a’ 6 il governo provvisorio della repubblica depose la potestà, a 10 fecesi una commissione esecutiva e un ministero. Ma i socialisti non volendo ordine governativo, tenevano armata la plebe, però il dì 15 presa l’opportunità d’interpellanze a farsi per la Polonia, dov’era stata qualche sollevazione, volsero all’assemblea in numero di ventimila, diceno presentare una petizione pe’ Polacchi. Entrati molti a forza, lessero quella carta, poi per bocca d’un deputato Barbès chiesero si facesse un prestito forzoso su’ ricchi d’un milione di milioni, e infra il gran tumulto che né seguì, sciolsero l’adunanza; e né scacciarono il presidente e i rappresentanti, preludio di tristo avvenire. La Guardia nazionale ottenne a stento che andassero via.

2. Subita congrega per nuovi ribellamenti.

In Napoli fuggiti i ribelli, alquanti pervicaci, vistisi le persone sicurate ripreser animo; si ricacciarono nell’albergo di Ginevra, e la notte stessa mandavan chiamando i colleghi, massime il Carducci, nel quale speravan più, pel pronto risollevarsi del Cilento. Tenner nuova congrega, intervenuti pur non deputati. II Petruccelli di tutti il più furente accusava non so quai passati indugi, e mostrava star loro salvezza nel presto rialzar la ribellione in qualche città di provincia; ma il sonito orrendo del cannone aveva in molti quel dì scemato il fatuo ardimento, e cominciava a entrar la ragione ne’ cervelli; sicché quell’avventata proposta venia forte osteggiata da quelli stessi che la vigilia sicurissimi tenean fosse loro lo scettro del reame. Alle opposizioni il Petruccelli impazientissimo alzò la voce; e al deputato Amodio di Potenza furiando gridò: Verrà dì che vorrete la rivoluzione e non potrete farla. Egli invero non potean farla, né allora né poi. Ecco in sul bello entra a caso un uffiziale regio nell’albergo: allibiscono, e troncan le consulte, ciascuno cercando suo scampo. Nondimeno restar fermi di ragunarsi ove prima meglio potessero, perché dalle ben preparate mine supponevano già in pieno scoppio le provincie, i comitati aver presa la potestà, le Calabrie, il Sannio, i Principati, Potenza, Abruzzo in arme, il Raccio, Monteforte gremiti delle sacre legioni; onde altro non credevano che viaggiare a pigliarne il comando.

Similmente il Ricciardi che rifugiato con altri pochi sera sul Friediand incontanente propose d’alzar il vessillo della rivoluzione in Calabria, perché già più dell’altro regioni in balia de’ comitati, perché con intendenti e altri uffiziali devoti alla setta, e perché provincia montagnosa, armigera. lontana da Napoli, e propinqua a Sicilia, donde si sperava aiuto grosso. Il Carducci fuggito pur là, propose anzi scender tosto sul Salernitano e rimaneggiar le note arme del Cilento. Altri spaurito della patita rotta, tutte e due case sconsigliava, onde vennero ad accusarsi a vicenda del fatto e del non fatto. Ma l’ammiraglio Baudin che mal vedeva quelle civili rabbie intente a rinsanguinar la patria, troncò le contese, negando di condurli sulle coste del reame. Concesse il Plutone legnetto a vapore che li sbarcò a Malta. Di là ritornarono all’impresa, come appresso dirò. Il Carducci rifugiò a Roma; dove pur si condussero il Saliceti, il Petruccelli, il Del Re, ed altri.

3. Effetti della congiura in Terra di Lavoro.

Grandi son sempre le speranze de’ congiurati: ciascuno vanta seguenza di migliaia, al fatto come fortuna tentenna restali soli. Nelle provincie i moti fur questi. Terra di Lavoro più vicina più agitata. A S. Maria, udendosi il lontano cannone s’inferociva; i Nazionali pigliavan l’arme per accorrere; poi supponendo soldati sulla via ferrata partenti da Capua, ruppero le spranghe di ferro, facile vittoria, senza più. Da Castelvolturno pochi cacciatori d’anitre palliano e retrocedevan tosto. A Sessa arriva un prete di Latina a sollecitar l’armamento; ed è carcerato da’ Nazionali stessi. In tutta Terra di Lavoro stando qua e là i pochi turbolenti in aspettazione. alla vista de’ fuggiaschi di Napoli s’ascondevano.

Ma sul confine orientale a Monteforte, ove doveva agglomerarsi la sacra legione, il Torricelli capo designato com’ode le barricate fatte a Napoli comincia sull’alba del 15 a ragunar gente. Già n’aveva a Mugnano, e più centinaia a Galluccio, e n’aspettava da tutto il Nolano. Boiano stavasi dubbiosa, Sirignano pareva andasse; Nola, Saviano, Lauro, Quindici, Marigliano, Cimitile già univan bande. Avella avea dugento in ordine in un convento, quando la chiamata del Torricelli, e lettere del deputato Cicconi. assicurato l’aiuto della flotta francese, spinsero il capo a volgere a Monteforte. A Baiano s’ingrossarono co’ carcerati cui dier la libertà. Se non che fermati due soldati con lettere uffiziali, vi lessero già un battaglione di Carabinieri aver preso l’alture di Monteforte e discenderne; laonde il capo gridando rabbiosamente postò i suoi su’ lati della via dietro mura e giardini a percussare i cavalli regi appena si vedessero. Ma gli Speronesi spaventati di quella preparata guerra nelle case loro, pria pregarono, poi minacciarono così, che i ribelli per non trovarsi tra’ terrazzani e i soldati, infuriati volsero su, verso Mugnano.

In frattanto al Torricelli arrivati corrieri da Napoli, si turba, e sentendo i Carabinieri vicini fogge scompiglialo co’ suoi a Mugnano. Qui grida all’arme; pigliassero fucili, scuri, vanghe e mazze, rompessero il cammino al nemico; tenta sforzare il parroco a sonar le campane, e il sindaco e il capo nazionale a battaglia. Questi contrastano, e conseguita gran tumulto; gli uomini chi perplessi, chi renitenti, chi risoluti; le donne a opporsi, grida, pianti, imprecazioni e minacce. In quella giungono gli Avellani, e ciò anzi che coraggio desta paura, ché costoro udendovi le novelle vere di Napoli, retrocedon di fretta, e fu segnale di sbandamento generale. Il Torricelli assottigliato, udendo le trombe de’ Carabinieri, anch’esso pensa a suo scampo. A sera tutti i faziosi del Nolano, rimbucatisi ne’ loro focolari. ripreser l’aria d’innocenti.

4. Nell’Avellinese, e nel Sannio.

Già nel 14 avean fatto un governo provvisorio ad Ariano di Puglia. Di là e da Greci e Savignano scesero i faziosi, con a capo un prete energumeno; a’ quali s’unì il Porcaro poc’anzi graziato. Disarmavano i gendarmi pei viltà del comandante, abbattevano il telegrafo, guastavano un ponte, e pigliavano il procaccio e le poste. Si vantavano di scendere ad Avellino, ma udito Napoli perduto, prima si avvilirono gli Arianesi, poi retrocedettero (luci di Capitanala, e il prete tornato a Greci, per appagarsi la fantasia delle nelle campane, gridò vittoria, e che già proclamata fosse a Napoli la costituzione del 1820.

Dalla banda settentrionale di quei monti si dava da fare un Jacobucci malfattore, speranzoso dell’altrui, e già per iscendere a Solopaca, giusta il convegno, avea parecchi accozzati in S. Giorgio la montagna patria del Nisco. Questi fu guardia d’onore; debitore allo stato di parecchie migliaia, più volte impetrate con suppliche le grazie del re, avea per favore ritardato il pagamento; però volendo pagare con la rivoluzione s’era lanciato nella congiura. Fatte le barricate in Napoli, e cominciata la pugna, ci corse in patria, dove arrivò sul tardi, e in sul botto scrisse a’ capi de’ dintorni levasser l’arme, ma niuno n’ebbe l’animo. Egli al mattino del 16 congregati pochi in casa sua, e poscia in piazza, li arringò dicendo la rivoluzione vincitrice in Napoli, e dovervisi andare più a fruir della vittoria, che a sfidar pericoli. Così radunati forse cento, li spinse innanzi col Jacobucci,il quale mosse per Curciano, S. Martino, Terranova e altri luoghi, ma sendo silenzio da ogni parte, e più dal Sannio donde aspettavano la schiera, e sapute le notizie vere di Napoli si sbandarono, fuorché il Jacobucci ch’andò birboneggiando per quei paeselli alcun tempo, sino al 5 novembre, quando resistendo alla pubblica forza cadde morto.

Nel Sannio in certe terre s’era dato ne’ tamburi e nelle campane, chiamando all’arme, in Campobasso si radunaron nell’orto botanico, senza più. I più avventati della provincia, eran vicini a irrompere, quando ebber certezza de’ cavalli regi guidati dal Jacobelli, e stettero cheti.

5. Nel Salernitano.

Dissi il Carducci aver ordinato alla Guardia nazionale del Salernitano si levasse in arme. N’arrivan le prime nuove a Pagani, e i faziosi si scaglian su’ gendarmi a torre l’arme, seguita tumultuando Scafati. Un Ovidio Senno prete agita S. Valentino e Sarno; un Lamberti il Cilento. Da Torchiara correan sopra il borgo Cicerale, torturavan gente per aver danari, e procedevano. In Postiglione si facea congrega in chiesa, si eleggevano i duci; disarmavan gendarmi, sforzavan con busse e minacce di morte i ritrosi, e s’avanzarono sino al Sele. In Buccino, gridandosi in Napoli proclamata la costituzione del 20, fu chi si doleva non fosse stata repubblica.

A Salerno ribollivan le passioni; i congiurati si uniscono nel quartiere di S. Benedetto, creano una commissione da guidar la rivoltura, stampano editti minaccianti pena capitale a chi non accorresse, e usciti conquistano il procaccio. Tosto mandano attorno divulgando i Regi vinti a Napoli, e i nazionali vincitori. Il Mambrini segretario generale chiama il consiglio di sicurezza in permanenza; come vede giunger gente de’ dintorni, segnala a Napoli il mattino del 16 essere universal desiderio di accorrere; se non che il Morese capitano d’essi Nazionali, temente il Mambrini usurpasse i suoi vanti, segnalò anch’esso verrebber tosto diecimil’uomini; né pago, scrisse del pari a molte terre di Calabria accorressero incontanente a salvare la patria pericolante. Rispondean quelli che verrebbero. Intanto a pagar le bande arrivate, tolser danari dalle casse pubbliche; e il Mambrini ordinava a quei di Nocera e Scafati preparassero viveri alle vegnenti milizie. Il perché le soldatesche di Nocera si posero con artiglierie ad aspettare i ribelli sulla via consolare, in mentre a rafforzarle cavalcava una schiera di cavalli da Avellino. Questo bastò; ché tutti spauriti si ritrassero, fra le risa e i fremiti delle popolazioni.

6. In Basilicata, e Puglia.

In Potenza alle novelle di Napoli i congiurati davano in grida rabbiose. Il circolo con l’intendente e ’l ricevitor generale creò tosto due comitati di guerra e di finanze, deliberò mandar incontanente la Guardia nazionale; pertanto die’ fuori una proclamazione celando la disfatta, svelando il conflitto, assicurando l’aiuto di Plancia, e incitando all’arme: Venite libertà o morte! Corse in tutta Basilicata l’invito; ma fuorché Albano, e Pietragallo che spinsero i loro a Potenza, pochissimi si mossero; e ben presto i fuggiaschi da Napoli miser la prudenza in cuor di tutti.

A Foggia tentarono di fellonia i soldati; trovatili duri minacciarono, ma niente osarono. Fur tumulti a Cerignola e Manfredonia. Un Cozzoli agitò Molfetta. In Monopoli certi congregati entro un albergo istigali da persone venute di fuori, volean fare il governo provvisorio; mai cittadini ostarono, e scacciarono gli stranieri. In Lecce strepitò la piazza; fe’ un consiglio, un capo di milizie, vietò il telegrafo, prese danari delle casse pubbliche,distribuì munizioni da guerra. Altri fermava il telegrafo a Squinzano, ponea comitati in Torchiando, S. Pier Vernotico e Mesagne, tentava Brindisi senza fruito. Altri movea Manduria a rumore; e là ed a Sava disarmavan gendarmi. Monopoli stette cheta. In Gallipoli i gendarmi e le casse e gli archivii spogliavano. Cotai moti, surti per opera del Romeo e dei suoi parenti, caddero di per sé. Fuggirono i Romeo.

7. Negli Abruzzi.

Negli Abruzzi i congiuratori passando per Tossiccia e Isola gridavan la costituzione del 20, ma seguiti da pochi si pentivano. A Cittaducate, movente il Falconi spintovi dall’Ayala intendente, fur tumulti e infranti i gigli, e anarchia, senza più. Pochi che s’eran calati a Casteldisangro, udita la congiura svanita, dettero indietro a furia. Ma il Saliceti, il Petruccelli ed altri fuggiti a Roma, designando mover contemporanea la rivoluzione dalle Calabrie e dagli Abruzzi, mandavano il Del Re alll’Ayala a sospingerlo. Questi avea già ricovrato in quel suo governo molti profughi, risponde che farebbe presto e bene, e di fatto cominciò col concertare co’ profughi alla vicina Rieti, ed egli stesso poi v’andò, e accoglieali alla sua mensa in Aquila, apertamente favellando di sedizione. Si preparava a levare alto il vessillo. A Teramo i congiurati scodo pochi volevano e non poterono proclamare il governo provvisorio. Spargendo voci sinistre, e che i villani preparassero armi, ottennero d’entrare nel decurionato, per sospingerlo. Già in segreto avean fatti i capi del governo, destinati gli uffizii, subornati artegiani; tenner consulte in chiesa, poscia in teatro balzarono in pie’ e feron la proposta; più arrabbiato un prete Massei; seguì tumulto grande, contrasti, dileggi, minacce; ma non concluser nulla. Pensarono il 30 maggio, onomastico del re, destinato a festa, voltare a mortorio; e il Massei propeselo in decurionato: ostavano i più, onde anche si minacciò sangue e ribellione imminente. Non fu vinto il partito, ma strappato quasi a forza. Mandaron l’atto al vescovo e alle vicine città, stamparon firme per darvi aria di volontà generale; e insultato quel prelato che a possa s’opponeva, sonaron le campane a funerale, vestirono il duomo a lutto, cenotafio, trofei, iscrizioni, armati, orazioni funebri, a scorno del re. L’audacia de’ pochi valse. Nell’altre terre non si vide nulla, fuorché a Molitorio un cartello di contumelie al sovrano, e a Bellante la vergognosa copia di Teramo col feretro in chiesa. In Chieli, ben s’agitarono i congiurati, ma forte la maggioranza ostando, non osarono.

8. Nelle Calabrie.

Dirò per minuto le cose di Calabria, perché principio di nuova ribellione. Corsovi l’invito di Giovannandrea Romeo di volar sopra Napoli a sorreggere i deputati, tosto i telegrafi di Paola, S. Eufemia e S. Biase rispondevano verrebbero; ma gli stessi segnalatori non ne avean voglia, e le popolazioni né pur vi pensavano, in Cosenza le nuove napolitane diero ai congiurati pria stupore poi rabbia. Pochi e anche incitati cominciano a strepitare; arrivano i fuggiaschi del 15 maggio, partiti vanagloriosi,tornati vinti; accusano il re, diconlo spergiuro bombardatore, stampan racconti favolosi, capovolgono i fatti. Così se nel reo proposito incaponiscono, accendono gli altri, e aperto van parlando di repubblica. Da ultimo v’arriva il bolognese Pacchione, con ordini segreti del ricostituito comitato di Napoli.

Subito con alle grida i più avventati, dicendo la patria in periglio, corrono il mattino del 18 in frolla sul palazzo dell’intendenza, e chiedono un governo provvisorio, sotto pretesto del guarentirsi la costituzione. Sendo il Cosentino intendente lor consettario, ancora che consigliato da altri a non farlo, accede; e crea egli stesso un comitato detto di salute pubblica, esso presidente,vicepresidente il tenente-colonnello Spina regio comandante le armi; e membri Giuseppe Pianell maggiore comandante il 1 battaglione cacciatori, ed altri undici de più noti rivoltosi. Costoro lo stesso dì mandaron persone a Salerno e a Napoli per conferir col Romeo e co’ capi delle Guardie nazionali, a intendere il vero stato delle cose; incitarono i capi nazionali della provincia a tosto raggranellar bande da accorrere sopra la città, capitale, e in ogni paese vollero comitati che con esso loro corrispondessero. Ciò s’eseguiva o no, di buona o mala voglia, secondo gli umori nelle popolazioni amanti di pace, sospinte dagli agitatori molti. Talvolta sindaci e capitani nazionali scacciavan perché realisti, surrogandovi faziosi. Il comitato cosentino risoluto alla ribellione, per far danari ordinò un prestito forzoso detto volontario a carico de’ ricchi, e un donativo da raccogliersi da’ volenterosi; inoltre deputò commessarii a vigilar, diceva. l’ordine, e spiar gli avvenimenti; veramente per farli girare a tirar le terre calabresi nella rivoltura. Di ciò fece bullettini stampati; un bullettino uscì con racconto bugiardo del 15 maggio, incolpante il monarca, per coonestar la levata. Poscia comandò l’organamento e la mobilità della Guardia nazionale in ogni terra; scelti i capi, ordinati consigli d’amministrazione, e stato maggiore, designati luoghi di riunione in ciascun distretto. Duce creò un Saverio Altomare, già tenente nel 1820, poi destituito, ch’avea militato in Egitto; il quale vecchio, ricordandosi gli antichi fumi tolse quel carico periglioso. Già il 20 usciva i! cenno alle milizie d’andare agli assegnati accampamenti, un altro appello a’ cittadini per danari, e l’ordine di riscuotersi a titolo di volontaria offerta l’anticipazione d’un bimestre di fondiaria.

In più comuni s’ergevano i comitati, e né capi distretti n eran capi i sottintendenti già messi da’ ministri del 5 aprile. Si sorprendevan le casse pubbliche, si sforzavano i cittadini a cavar monetaci minacciavano o scacciavano i regi giudici, s’accoglievan tristi, si scarceravan delinquenti, si carceravano innocenti. Per torsi uno stecco dagli occhi fu cacciato via il segretario generale dell’intendenza Niccolò Doni marco.

I gendarmi, benché mutato nome e vestito, non ebber favore; e sendo qua e là per la provincia spartiti, perdettero l’arme. Lo stesso alle guardie doganali. Diversamente i gendarmi di Cosenza, s’atteggiava vo a difesa. Alla prima il comitato, giocando d’autorità pel nome del comandante Tarmi e del Pianelli, ordinò a quel capitano Bartolomucci si partisse incontanente; e sendo vane tutte suppliche, ebbe di ubbidire lo stesso dì, strapazzato, disarmato per via. Succedutogli il capitano Somma settario, questi usò ogni arte a persuadere quei pochi soldati, ma indarno. Bentosto i Nazionali a’ 19 con ordine dello Spina tenente-colonnello vicepresidente del comitato, lor tolsero due cannoni e le palle dal quartiere, e recaronli al castello ch’era nelle loro mani;poscia a’ 21 fatta moltitudine, cinsero il quartiere svillaneggiando e minacciando; ma indarno, ché malgrado i reiterati ordini dell’intendente dello Spina e del Pianelli, pur sempre risposero non voler lasciar l’arme. Allora questo Pianelli chiamò il suo battaglione 1.(e) cacciatori, e si pose avanti il quartiere per isforzarli; e sordo alle preghiere dei gendarmi che volevano evitare quello scorno, replicava dover seguire gli ordini del condì al o per giuramento prestato di difendere la nazione; perlocché quei miseri, traditi dal capo, per non iniziar la guerra civile, piangendo di rabbia, cedettero. A Castrovillari lo stesso sottintendente chiamava i faziosi; il capitano assediato in casa, ebbe a dar l’arme. Lo stesso a Spezzano, ed Amendolara, a Paola, a Montalto, a Rogliano e altrove. Poi volean quei disarmati servissero la rivoluzione; neppur uno il volle. Quel Pianelli non punito, anzi esaltato in breve a maresciallo e creato conte, surse poi nel 1860 insieme a Liborio Romano a scacciar proditoriamente dal trono re Francesco. Di quei fatti del 18 ben si fe’ processo; solo il Pianelli per favore né fu salvo. Lo si credè guadagnarlo col beneficio? Veggano i sovrani come la provvidenza smacca coteste politiche limane, e punisce le ingiuste grazie con l’ingratitudine. La vera politica de’ re è la giustizia.

Arrivavan lettere di fuoco di Domenico Mauro e d’altri deputati; e qua e là i ribelli, senza opposizione gridando morte al tiranno, traevan con le funi al collo le statue regie, bruttavanle, fucilavanle, e aperto aspiravano a repubblica.

Nella Calabria di mezzo, già circoli stabiliti, uno ve n’era a Catanzaro, autori un Giovanni Seal faro e un Ignazio Donato artiere, diretto dai prete Domenico Angherà, congrega di artigiani detta Società Evangelica. A’ 17 maggio pubblicò il programma, cioè scopo politico la costituzione del 2o da riformarsi su basi democratiche; e scopo sociale il cooperare con l’altre società consorelle per accorrere con persone e roba alla chiamata della democrazia; poi segrete le radunanze e scrutinio di candidali. A quei dì per tutto il regno correano esemplari della costituzione pel 20; più in Calabria, ove da Sicilia venian milioni di carte stampate incitanti a ribellamenti. Cantavano una canzone con l’intercalare: Viva l’Italia, e viva Pio. — viva Sicilia, e morte al re!

A’ 19 maggio arrivarono a Catanzaro le novelle del 15, e incontanente i congiurati furibondi fecer come a Cosenza. Del pari corsero minacciosi all’intendenza; del pari l’intendente Vincenzo Marsico loro confratello creò il comitato di salute pubblica, esso capo; del pari stampò il consueto editto, mistificando vero e falso sul conflitto del 15, incolpando il re, dichiarando necessità prendere in quella guisa il governo; del pari mandò Commessarii pel buon ordine, cioè per guadagnare alla rivoltura le terre attorno: v’aggiunse deputati a Cosenza e a Salerno a concertare il modo da marciar in arme sopra Napoli.

Sopraggiungevano i fuggiaschi delle barricate; e concitatissimi concitavano: se non che veggendo la plebe lenta, pensarono spingerla a fatti che le vietassero tornare addietro. Valse la società evangelica, e il non evangelico prete Angherà, di costumi perdutissimo; il quale di leggieri mosse subuglio: rovesciavano i gigli da su il quartiere de’ gendarmi, spezzavan, calpestavanli; poscia io stesso ove né vedessero; all’intendenza la statua del re percuotevano, mutilavano. Da ultimo il deputato Eugenio de Risoda un ha leone in piazza S. Rocco, detto il trascorso far la città incapace di regia clemenza, unica salvezza gridavala guerra aperta;tutte le provincie già farlo, non mancherian uomini e inonda; solo volersi un governo provvisorio da maneggiare la rivoluzione. Ornai si dava a chiamar sé ditta ture, e a sceglier compagni; ma la plebe stanca si diradava, i gentiluomini ostavano; e la proposta cadde. Ne’ dì seguenti, venuti a saper un ordine corso a’ gendarmi di radunarsi a Catanzaro, tosto perdettero addosso, disarmaronli, scacciarono. Ultimamente correndo il 30 maggio onomastico del re, volean sonare a mortorio le campane, e impiccar il re in effigie; ma i cittadini serrarono i campanili, si posero a guardia della statua, e impedirono quest’altra vergogna.

Nel Reggiano, avvegna che in più partii semi della sedizione germogliassero, pur si rattennero alquanto, chè il presidio benché fievole vi affrenava gli spiriti. Non surse il comitato di salute pubblica; restava invece in pie’ il comitato di sicurezza ordinato già dal ministero,che con quella veste di magistrato legale, pur secondando in parte i faziosi, impediva almeno che fosse ribellione aperta. Nulladimeno quantunque lento e circospetto, aiutava la barca; però indirizzava suppliche al sovrano, per la riapertura del parlamento e ’l riordinamento della Guardia nazionale in Napoli battuta e disciolta.

In frattanto lo stesso intendente di Cosenza, o spaurito o pentito, rapportava a Napoli il fatto; s’aonestava con la necessità de’ tempi, e promettala ubbidienza. Il ministero a vietar che la ribellione si spandesse, e con isperanza s’ammortisse da sé, risposegli sciogliesse il comitato, il Pianelli col! cacciatori richiamò. Ubbidirono. Il battaglione fe’ ritorno, l’intendente pubblicando l’ordine governativo, il suo e tutti i comitati della provincia abolì. Quello di Cassano resistette, dichiarando: creato per virtù del popolo solo il popolo poterlo disfare. Quel di Castrovillari aggiunsevi che sospenderebbe l’invio del pubblico danar0 in Napoli. Fremevano i congiurati al veder cadere tanto lavoro di setta; sendosi ordinati sotterraneamente, e guadagnato numero e forza, aspettavan le congiunture che sapean vicine, eia venuta de’ deputati fuggiti a Roma ed a Malta. Di quel che s’ordisse appresso a lungo parlerò.

9. La costituzione rimasta.

La congiura, malgrado i suoi sforzi, in nessuna parte del reame trionfò: molti erano i sollevatori, pochissimi i sollevati; e anzi le popolazioni uscendo dal letargo cominciavano ad alzare i pensieri a resistenza. Il 15 maggio preparato a trionfo di repubblica, riuscì al crollo della rivoluzione, e costrinse la tirannide liberalesca a cercare in altre italiane terre i suoi delittuosi imperli di sangue. Nondimeno Ferdinando non osò fare un altro passo per riguadagnar la pace piena: o si tenesse stretto dal giurato patto costituzionale; o stimassi? bene pe’ popoli l’attuarlo anche dopo che la rivoluzione l’aveva infranto; o non sapesse il sentimento vero de’ sudditi; o per fare un secondo esperimento delle franchigie, certo volle serbata la costituzione. La setta stampò poi la serbasse per paura, e a ingannare i popoli, sendo gli umori mossi, le Calabrie e i Principati pronti all’arme, e Sicilia nemica; ragioni che allo straniero ignaro delle cose nostre parran forse convincenti e vere. Mai Napolitani stati tant’anni cheti, pace volevano; e forse l’abolire allora subito quello statuto ch’avea lanciata la patria in mali non pria visti tira unica via di pace pronta perché toglievasi l’impunità a’ congiuratori, e si saria vietato il versamento d’altro sangue. I tristi dal rigore son domi; nelle blandizie veggon temenza, e si riconfortano alla riscossa. Certo al mattino del 16 ogni persona s’aspettava l’abolizione dello statuto.

È pur da credere Ferdinando neanche il pensasse; ché ne’ solenni momenti della vita l’uomo di rado esco dalle idee e dalle cose che il circondano; una grande risoluzione non s’improvvisa, e senza maturità di concetto non si maturano imprese. Parecchi uomini costituzionali gli corsero accanto in quelle terribili ore del conflitto, che naturalmente gli si designarono al pensiero come opportuni ministri; in Ira’ quali primo il Bozzelli, poscia il Ruggiero, che vistosi inviso e diffidalo da’ ribelli, a tempo volteggiò alla reggia. Con questi presenti, con questi consigliatiti, non credo il re avesse mente e proposito di dare un colpo ardimentoso e definitivo: poteva pensare al dimani. non all’avvenire. Adunque fece nuovo ministero misto di personaggi dissimili, che rappresentando le aspirazioni di più moderati partiti, potessero attuar lo statuto con buona fede e con forza. Furono il principe di Torella ad Agricoltura e commercio, il Bozzelli a Interno, il Ruggiero a Finanze, uomini liberali; aggiunse il principe d’Ischitella alla guerra, e ’l Carrascosa a’ Lavori pubblici, generali allora vincitori delle barricate; presidente e ministro d’affari esteri prese il principe di Cariati d’animo moderato.

Questi quel di stesso 1(5 dettero una proclamazione: Accennavano alle cagioni del conflitto, alla lotta cominciata dalla guardia nazionale; dichiaravanla con decreto disciolta; assicuravan la conferma della costituzione, e promettevan riconvocare le camere legislative cui la vigilia s’era impedito l’adunamento. Il giorno appresso videsi decreto che considerando i deputati essersi dichiarati «assemblea, unica rappresentante della nazione, e proceduti a deliberare, e a creare un Comitato di sicurezza pubblica con comando assoluto sulla Guardia nazionale; considerando che senza prestar giuramento legale il potere assunto era arbitrario e sovversivo dell’ordine civile, e usciva dalle attribuzioni del potere legislativo, considerava ciò aver fatto per pravi fini, in opposizione d’altri deputati, per mutar lo Stato, e suscitar la guerra civile: visto l’articolo 64 della costituzione, scioglieva quella camera, e ordinava i ministri presentassero tosto alla regia sanzione altro decreto per la riconvocazione de’ collegi elettorali.» A legger queste cose fuori d’ogni aspettazione, il più del popolo stordì; ché stanchi delle sfrenatezze, s’acconciavano anzi a governo di soldati che di setta.

Il general Labrano governatore di Napoli anche a’ 17 die’ un’ordinanza, che posto lo stato d’assedio alla città,, instituiva una Commissione temporanea composta d’alti magistrati, col carico d’inquirere su’ reati di maestà perpetrati dal 1.° maggio, carcerare i rei, e mandarne gli atti alla potestà competente. Si ordinò la restituzione a’ padroni di molti oggetti (e ve n’era di valore) involati nel calor della zuffa, e ricuperati. E fu scritto a’ vescovi del reame, che rassicurassero gli animi, il governo ricondurrebbe le cose ad ordine e legalità.

Il ministero per decreto del 19 s’accresceva di due: Nicola Gigli a Grazia e giustizia, e ’l duca Serracapriola a vicepresidente del consiglio di stato.

10. I Napolitani alla guerra lombarda.

M’è mestieri uscir dal regno. Carlo Alberto s’era lanciato a guerra contro il Tedesco senza denunziarla, il che s’è usato pur da suo figlio dappoi nelle Romagne e nel reame nostro;laonde si vede lo spregio del dritto delle genti essere appunto il dritto piemontese. Sin dagli antichissimi Etruschi si costumava in Italia il dichiarare la guerra; e i Romani n’ebbero magistrati a posta detti Feciali, presi da quelli, il cui uffizio era l’andare a denunziarl’ostilità all’avversario. Nel medio evo s’usarono araldi d’arme; ora si mandano legali e note scritte; però non so donde, se non dai selvaggi, i Sardi prendessero lo esempio dello assalire improvviso a tradimento, non fatto da Vandali e Goti. Cotesti ricostruttori d’italiana grandezza han quest’altra nuova onta messo in faccia alla misera Italia, già maestra di civiltà. Ma l’essersi collegata con la setta mondiale ch’è in guerra permanente con la società, mette la casa Sabauda sopra a tutte le leggi sociali.

Dirò de’ Napolitani iti a quella guerra. I primi centoventi con la Belgioioso, volsero per Milano al Tirolo italiano; dove dopo una scaramuccia al villaggio Penale, bisticciandosi co’ duci, si sbandarono, e alla spicciolala fecero ritorno. Reclutati nella melma, svergognavano il nome napolitano: passando commetteano ogni sorta d’eccessi per le terre italiane, e sin vuotavan gli scrigni degli ospiti cittadini. Dove arrivavano volevano a forza ogni cosa, vitto, casa, e danari pel viaggio,sicché il nostro consolo a Livorno, per torsi dagli occhi quella peste, die’ ducati tre per ciascuno, e gl’imbarcò. Il battaglione del Carrano s’unì a’ Pontificii col Durando, e corse le sorti di questi. Partilo era poi a’ 15 aprile il battaglione Rossaroll sull’Archimede, insieme al 2.° battaglione del 10.°( )di linea. Due battaglioni ultimi andarmi col Pepe, e poi con esso a Venezia, come dirò; gente bassa e senz’arte. Il 10.°( )di linea era ito in due volte. A 5 aprile il 1? battaglione col colonnello Giovanni Rodriguez sul Palinuro, navigò a Livorno; v’ebbe gran plausi, maggiori a Lucca; passava il confine toscano e l’Abetona nevosa, freddamente accolto a Modena e a Reggio; travarcava il Po a Brescello, e sulla terra lombarda il 25 s’univa in Bozzolo, presso Mantova, a cinquemila Toscani, cui reggeva il general Ferrari. il secondo battaglione co’ citati volontarii del Rossaroll, partito il 15 per la stessa via, era a’ 5 maggio a S. Silvestro, villaggio a due miglia da Mantova, dove il dì medesimo combatté i Tedeschi sin presso le mura della piazza. Il Rossaroll fermatosi un poco a Livorno né partì il 21, e giungeva a 5 maggio alle Grazie, quartier generale de’ Toscani.

11. Luoghi della guerra.

Dopo le cinque giornale di marzo, i Tedeschi s’erano messi nelle quattro fortezze che danno il dominio del Milanese a casa d’Austria. Mantova, Peschiera, Verona, e Legnago stanno intorno a una linea circolare. dove lunga stagione si può sfidar l’inimico. Peschiera è sul lato meridionale del lago di Garda; che con tre canali sega e circonda il forte, e noi aduna fuori sue acque, per dar vita al Mincio, fiume rapido e profondo, di strette e poco guadabili sponde. Questo scorrendo su’ ricchi piani lombardi, si fa due a Goito e uno di nuovo avanti Mantova, dove ridiventa lago ch’abbraccia tutta quella città, però quasi inespugnabile; da ultimo a Governolo si gitta in Po. Verona e Legnago stan poi sull’Adige, poco discosto a oriente. Sul Mincio eran quattro ponti: di legno a Salionzo, Monzabano e Borghetto, di pietra a Goito.

Il re Sardo passato il Ticino e ito a Milano, s’era avanzato per Cremona e Brescia, e superato a 8 aprile il ponte di Goito, avea steso i suoi cinquantamila Piemontesi lungo il Mincio con la destra a Mantova e la manca a Peschiera. Quivi fermò; che non polea procedere sulla linea dell’Adige, e porsi a tergo tali due fortezze, che gli avrian contrastato il passo alle vettovaglie ch’avea da Torino, e fors’anco il ritorno. Si volean due eserciti per investire il Mincio e l’Adige insieme, e porre a tutte e quattro le fortezze l’assedio. Inoltre Mantova può col presidio lavorare sovr’ambo le sponde, dove chi l’assale deve lasciar libera una banda, o spartirsi e restar lie vote in ambo, esposto a esser battuto alla spicciolala. Però Carlo Alberto con un sol corpo d’esercito non polea veder né Legnago né Verona; e s’ebbe a fermare avanti Mantova, questa bloccando da un lato solo. S’era accampalo a Grazie, Curtatone, Montanara e S. Silvestro, che le stan da manca di rimpetto.

Cotale ordinamento fu tassato di poco avveduto, ché sendo il Mincio difficile a guadare, e con fievoli ponti di legno, l’esercito invasore col nemico a fronte e ’l fiume a tergo, non ha altra ritirata certa che il ponte in pietra di Goito; il quale può essere assaltato da Mantova a un tratto da due bande; sicché perduto resterebbe vinta di rovescio tutta la linea, l’esercito tagliato dalla sua base, e stretto e affamato in paese contrario. Carlo Alberto prevista l’importanza di quel passo di Goito, misevi cinquemila uomini: poi si volse a espugnar Peschiera.

fonte

https://www.eleaml.org/ne/margotti/1868-DE-SIVO-Storia-delle-due-Sicilie-dal-1847-al-1861-AA-2025.html#LIBRO_SETTIMO

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