Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XVIII)
§. 12. Prime fazioni.
Questo forte eran il men gagliardo de’ quattro; inoltre si sperava cedesse subito, per moto degli abitanti, e dei soldati italiani del presidio; però vi si fece una dimostrazione d’assalto a mezzo aprile, per averla con un colpo di mano, ma dopo inutili cannonate, non comparendo segno amico, se ne posò il pensiero. S’era mandato per divertire i Tedeschi una mano di volontari} Lombardi sulla sponda orientale del lago di Garda, verso Bardolino, occuparono il villaggio Castelnuovo; e vi furono investiti dal general Taxis con una brigata che li ruppe e arse la villa; onde a stento ripararono a Salò.
A Mantova fu ordita una trama per mettervi dentro i Sardi, e i congiuratori avean anche in pronto le luminare; il re vi si accostò a’ 19 aprile a tratta di cannone,indarno; e si ritrasse lasciandovi avamposti per vietare di foraggiare al nemico. In quella i volontarii tentarono di cacciarsi nel Tirolo italiano, dove avean partigiani. Colà il maresciallo Welden con ottomil’uomini, mentre li adunava lanciò un distaccamento sul villaggio Penale, e né scacciò i volontarii napoletani della Belgioioso. A’ 20 fu una zuffa presso Salemi, e i volontarii disfatti fuggirono a Tione. Altra colonna d’ottomila volontarii di tutte contrade, fra i quali una legione Polacca, comandata dal Durando e dal napolitano d’Apice, stette sull’alpi all’estrema sinistra de’ Piemontesi; e vi si tenne con varia fortuna.
Carlo Alberto rivolto a Peschiera, lasciata una brigata sulla dritta del Mincio, passò a 26 aprile sulla sinistra, verso la riva orientale del lago di Garda; laonde seguirono il 28 certe avvisaglie presso Colà e Pacengo. Occorrendogli forza chiamò i cinquemila di Goito; e invece ordinò v’andasse il 4° battaglione del 40° di linea napolitano. Il colonnello non intendendo come un battaglione potesse surrogar cinquemila soldati, né mosse dubbio, ma il 29 n’ebbe l’ordine reiterato; e ubbidì il 50, occupando il ponte con animo di fare il debito suo. Compensò le poche forze con accrescimento di difesa; aggiustò a miglior regola d’arte la testa di ponte cominciata da’ Sardi, scandagliò il fiume, dov’era basso alzò parapetti, abbatté alberi, e guastò o asserragliò le strade adiacenti. Il re a’ 30 assaltò con ventiquattromil’uomini Pastrengo, ov’erano undicimila Austriaci, ch’ebbero a ritrarsi di là dall’Oglio, e a Verona. Stando a Sommacampagna ebbe altre proposte di darglisi Verona come si avvicinasse, per congiura di dentro; però a 6 maggio con tre divisioni s’avanzò, e prese la terra di S. Lucia; ma sendo la sua terza divisione rotta dal maresciallo d’Aspre, né apparendo segno di sollevamento nella città, die’ nel pomeriggio l’ordine della ritratta; la quale fu sanguinosa e disordinata, con perdita di millecinquecent’uomini. Si ripose intorno a Peschiera, dov’eran duemila Tedeschi col Rath tenente maresciallo.
13. Scaramucce co’ Napolitani.
Gli Austriaci usciti dalla porta mantovana detta Pradella assalirono a 5 maggio il campo toscano del Ferrari, dove ho detto prese parte al fuoco il nostro 2° battaglione del 10° appena arrivato. Respinti, tornaron più gagliardi la dimane con cavalli e cannoni. I nostri fecero il dovere; e avrebbero presi molti prigionieri in una casina Gardona già circondata, se il nemico non v’avesse alzata bandiera italiana, che spinse il Ferrari e sonar ritratta, supponendo fossero Italiani pronti a disertare, ma quei con tale stratagemma se la svignarono. Il 5 altri duemila occuparono Marmirolo villaggio presso Goito; perlocché i nostri dimandarono soccorso, ed ebbero il 2° battaglione; quindi insieme il dì 8 si avanzarono a sloggiameli; il che venne fatto, e il nemico lasciata la zuppa sul fuoco riparò a Mantova.
Il Ferrari fe’ altro errore. Per falsa voce che il nemico fosse ingrossato di quattordicimil’uomini in Mantova, abbandonò la posizione delle Grazie. e con tutta la gente piegò a Goito il 10 maggio, avvedutosi dei fallo, corse a ripigliare i posti, benché già occupati dal nemico; e mandò avanti un nostro battaglione col Viglia, due di volontari, fra’ quali uno napolitano, e due di linea toscani. Questi giunti i primi, perderonvi il comandante Landucci, ma soccorsi da’ nostri poteron respingere l’avversario. La notte si rioccupò Montanara, e il 12 già tutte erari riprese le posizioni. Allora il generale stabili tre accampamenti: il quartier generale alle Grazie, e gli altri a Curtatone e Montanara, de’ quali due ritenne il comando, lasciato al primo il Belluomini maggiore toscano.
La dimane 15 vennero investiti sul mezzodì. Erano a Curtatone il battaglione volontarii napolitano, uno di Livornesi, altro di granatieri toscani, due compagnie bersaglieri, ventiquattro cavalli, e pochi artiglieri attorno a un obice e un cannoncino; poco più che duemila. L’inimico numeroso li assalì con granate e razzi, i Napolitani usciti dalle trincee l’affrontarono, seguiti dal resto del campo, il chi, parendo fossero più che non erano, sgominò gli Alemanni, che cedettero lasciando morti e prigioni. Cadde colà dei Livornesi il dottor Montanelli, poi famoso, menato a Mantova, e pianto allora per morto. De’ volontari nostri due uffiziali ebbero ferite: Enrico Poerio, e ì Rossaroll, cui il Gran Duca rimertò con la croce di S. Giuseppe.
Contemporanea zuffa seguiva a Montanara. V’eran due battaglioni di linea toscani,quattro compagnie del nostro 10°, di cui una a una casa presso S. Silvestro, due battaglioni volontarii, cinque cannoni, e pochi cavalli toscani, intorno a duemila. Il general De Laugier, udendo l’inimico, pose due cannoni sulla strada, fra due battaglioni di volontarii trincierati, sostenuti dalla linea toscana dietro il centro. I Napolitani da manca sulla via di Curtatone serbavan le comunicazioni con quest’altro campo, con a destra i cavalli ascosi da una casina. I Tedeschi assaltaron di fronte, lanciando tre battaglioni a molestar la sinistra; perlocché il De Laugier ordinò al tenente-colonnello Giovannetti di gittarsi per una viuzza co’ Napolitani e due compagnie toscane sul destro fianco del nemico. La cosa riuscì; e una delle compagnie nostre col capitano Cantarella (soldato delle Spagne e d’Austerlitz) prese di forza una casina; questo e l’ardore primaticcio de’ nostri avvisò lo assalitore del risico d’essere messo in mezzo;onde chiamò a raccolta, e via. Anche la compagnia presso S. Silvestro, investita più fiate, respinse: e il ministro toscano Corsini presente alla fazione battea le mani, dicendo: Viva i Napolitani!
14. Fatto d’arme del 29 maggio a Cariatone e Montanara.
Il Radetzki soccorso dal Nugent con ventimil’uomini che per Vicenza s’avanzaron su Verona, uscì di Mantova con quindici migliaia di soldati, per investire sull’ala dritta italiana i Napolitani e i Toscani, non più che seimila, divisi a Grazie, Curtatone e Montanara; schiacciarli, pigliar di fianco la linea del Mincio, e liberar d’assedio Peschiera. Era il 29 maggio. Curtatone primo assalito preparò la difesa così: un obice da 18 e un cannone da 12, infilando la strada di Mantova, eran sulla trincea semicircolare che da un punto del Mincio detto il molino stendeasi per seicento passi sino alla via che mena a Montanara; aveano a tergo un ponticciuolo sur un canale d’acqua profondo. La truppa si pose dietro la trincea, cominciando dal molino, con le tre prime compagnie de’ nostri volontarii; né seguivano due di granatieri toscani a dritta, poi un battaglione di Livornesi, gli artiglieri co’ due cannoni, due compagnie bersaglieri e due granatieri pur Toscani; e sull’ultima dritta altro battaglione Livornese. Fuor della trincea stavano sulla via di Montanara l’altro tre compagnie napolitane, e i pochi cavalli toscani dietro una casetta sul ponte di Curtatone. Il maresciallo d’Aspre co’ Tedeschi investì gli avamposti sull’ore dieci matutine, li sopraffece, e cominciò il fuoco da tutte bande. Numerosi, con lunghe carabine tirolesi e razzi e granate semina van la morte fra gl’Italiani, che pur contrastavano. Dopo un’ora ardevano tutte le capanne dell’accampamento; e un razzo colte le casse di munizioni sul ponticello, ammazzò di molti artiglieri, e bruciò la casuccia che riparava i cavalli. Gl’Italiani erano in vortici di fumo e fiamme. Il generale per fare una diversione andò al corno dritto, e impose a’ nostri volontarii di dare ne’ fianchi dell’avversario, per una via stretta che mena a una villa detta degli angeli. Andati, s’anronlarono con un battaglione tedesco: il quale forse a disegno retrocedette lasciò morti e feriti; ma presto fu sostenuto da sovraggiunti Croati; perlocché le tre compagnie spintesi troppo avanti, circondate, ebbero disperatamente ad aprirsi la ritirata. Durati così sino al l’ore tre vespertine, l’Austriaco volse sue forze alla sinistra del campo; respinto, riassali più volte; però il De Laugier sull’ore cinque, avendo i cannoni muti per morte d’artiglieri, la trincea tutta aperta non più valere, comandò la ritratta. Le compagnie di dritta, napolitano, di ciò ignare, si trovarono tra due fuochi, dopo che il campo e il ponte s’eran perduti; onde ebbero a gittarsi nell’acque e passaronle nuotando fra’ colpi. Si ritrassero sopra Goito; ma un battaglione di volontarii Pisani comandati dal professore Pilla napolitano, postalo a Rivolta per sostenere la ritirata, ebbe danni assai, pochi scampati, il Pilla morto. Il battaglione napolitano men mezzo, perduti 250, tra morti e prigionieri e 86 feriti, ridotto a dugento appena, passò la notte a Goito, e la dimane andò a Brescia.
A Montanara comandava il Giovannetti. I nostri del 10° dì linea vi stavan dimisi così: la compagnia cacciatori a sinistra, l’ottava fucilieri al centro, e i granatieri e la quinta indietro. Il nemico cominciò all’undici ore del mattino con moschetti, razzi e mitraglie; occupò il camposanto e una casa sulla dritta, dose aggiustò due cannoni. Le quattro compagnie mandate a snidamelo ebbero in principio ferito il maggiore Spedicati, nondimeno guidati dal capitano Catalano sì rinvestirono, che quantunque noi discacciassero, vel contennero tanto da non farlo sboccare sulla dritta del campo. Vi combatterono sino al tardi patendo mollo; ma appressandosi la colonna d’Aspre che, grossa e vincitrice di Curtatone, accennava sulla sinistra dj Montanara, e là tutto accerchiare il campo, enne l’ordine del Giovannelli del ritrarsi per Castelluccio. I Napolitani stavano a retroguardia, ma già il nemico padrone della via li aveva con cavalli e cannoni circondati; però in quel brutto momento il comandante chiamandoli in lesta si gittò ne’ campi, là sforzando il passo; sicché con valore, ma con danno, sempre pugnando, pur salvando le bandiere, guadagnarono la via di Castelluccio e Spedaletto. Passato il ponte a Marcheria, di là dall’Oglio si fermarono. Quelle nostre compagnie ch’ai mattino eran 287 uomini, a sera si coniarono 185, mancati 104 fra morde prigioni, cinque uffiziali e il portabandiera. E questo misero avanzo fu messo a guardia del ponte, comandandovi il vecchio Caldarella, salvato sulle braccia de’ soldati; al quale Carlo Alberto die’ allora la medaglia del valor militare, ch’egli accoppiò alla legion d’onore avuta sulla Beresina. La dimane volsero a Bozzolo, dove stati cinque dì, come s’apersero le vie per la vittoria di Goito, fur mandati a unirsi a’ Toscani a Brescia.
15. Il 10° di linea a Goito.
Queste fazioni erano ignorate a Goito. V’arrivava sul tardi il general Bava, e inculcava al colonnello Rodriguez di tener fermo sul ponte a ogni possa, ch’ei lo soccorrerebbe. Poco stante giunsero carri di feriti e bagagli, cui volsero a Volta. Il colonnello arringò a’ suoi: non prendessero sgomento delle sventure de’ compagni, ma anzi ragione di mostrarsi prodi; stessero la notte animosi sul ponte, risoluti di difendere dal vicino e vittorioso nemico quel passo, chiave di tutta la linea del Mincio. All’alba lavorarono ad allestire batterie, rovesciar alberi, barricar sentieri, e altre difese.
La lentezza alemanna salvò gl’italiani; ché se proseguendo il vincere, avessero dopo Curtatone la sera stessa assalito Goito, certo avriano cacciati i Sardi dal Mincio, e soccorsa Peschiera. Ma tardarono sino al pomeriggio del 30; e trovar preparati a contrasto tutto il primo corpo d’esercito piemontese, molta artiglieria, e quattro reggimenti di cavalli. Il re visitò a mezzodì il ponte, e lodò le difese fatte e i soldati. Colà eran otto compagnie col Rodriguez e ’l maggiore Viglia: tre stavano sul parapetto deista di ponte, una presso un muro di giardino con feritoie, guardanti il fiume verso il molino, altra su due case dietro il ponte, e l’ultime tre a sinistra della linea di battaglia sarda, di costa alla riva destra del fiume. I Tedeschi investironli sulle ore tre, occupando una casino propinqua; però i nostri lasciato il parapetto per isloggiarneli, rischiarono di cader prigionieri, e fur salvi da un’altra compagnia mandata dal Viglia. Rinnovarmi Vassallo, e da ultimo aiutati da un battaglione sardo, a forze unite li respinsero.
Non è mio assunto narrar quel fatto d’arme: al centro la zuffa fu calda; e il re e il duca di Savoia ebbero ferite. Gli Austriaci si raggomitolarono sulla dritta, e grossi urlarono sulla sinistra avversa; ma patirono gravi danni dalle artiglierie, sicché disordinati retrocessero a Rivalta. Peschiera s’arrese. AI Rodriguez fu data la croce di S. Maurizio e Lazzaro; ad altri ufficiali medaglie del valor militare.
16. Fatti nel Veneto.
Con diversa fortuna le cose andaron nel Veneto. L’Austria, sebben dalia rivoluzione sconvolta, avea potuto su’ principii d’aprile unire ventiduemil’uomini con settanta cannoni sull’Isonzo, comandati dal Nugent, che il io entrato nel Friuli s’avanzò sopra Udine. L’italiano Zucchi con poche migliaia usci da Palmanova, e combatté col generale Schwartzemberg, ma oppresso ebbe a riserrarsi; però Udine s’arrese il 23 al Nugent, e Belluno fu occupato il 5 maggio. Il Durando avea mandato in aiuto quattro battaglioni romani a Treviso; v’arrivò esso a’ 29 aprile con diecimila; giunsevi il Ferrari a’ 6 maggio; e poi l’Antonini con la legione Polacca di seicento. Così il Durando sentendosi grosso procedé sopra Feltro; ma a Quero udendo quella già occupata dal nemico, retrocesse a Bastano. Intanto il Ferrari con quattromila, affrontatosi a Oniga co’ Tedeschi ne’ dì 8 e 9, rollo, riparava a Montebelluno.
Questo scacco mise un disordine ne’ Romani, tementi che il nemico, come li avesse nelle mani, li passasse per le armi, non v’essendo dichiarazione di guerra. Peggio quando seppero dell’enciclica, e che il papa non volta guerra. Gli officiali di linea videro in dubbio i gradi e gli stipendii, laonde fra sospetti, mormorazioni e tumulti, ordinando il Ferrari l’andata avanti, non fu ubbidito. Ma venne a trovarli il nemico, che li sgominò tosto, e lor tolse un cannone; però fuggirono a Treviso, e anche di là, lasciata lieve guarnigione, si discostarono a Mestre. Qui tutti a tempestare, chi vuoi congedi, chi danari, chi bestemmia il papa, chi grida tradimento; e gli sfratati barnabiti Gavazzi e Bassi concionano contro il Papa e contro Carlo Alberto e tutti i prenci d’Italia, a pro’ di repubblica. Tali ire e codardie ridussero a quasi niente quel corpo; i pochi superstiti s’unirono al Durando ch’entrò a Vicenza il 21 maggio. Là d’attorno ebbero scaramucce, dove [’Antonini perdè il braccio; nonpertanto a’ 24 respinsero un colpo di mano tentato dal general Thurn per pigliar la città; il che li riamino alquanto.
Mentre si combatteva, i diplomatici lavoravano. Il ministero inglese a’ 12 maggio avea mandato un insidioso dispaccio a Vienna. Parlava di nazionalità, degli sforzi della Giovine Italia, mostrava che per ragion politica, economica, militare e morale malamente l’Austria volea stare in Italia, meglio fidar nella gratitudine della nazione italiana, riconoscendola, bensì a condizione ch’essa dichiari la sua stretta e permanente neutralità in Europa, e che l’Europa cotale neutralità sanzioni, come nel 1815 fecelo per la Svizzera. In tal caso dovrebbero i comuni Lombardi e Veneti decidere per comizii se preferire un viceré sotto la sovranità austriaca costituzionale, ovvero l’indipendenza assoluta, pagando all’Austria il compenso al sagrifizio de’ suoi dritti. Aggiungeva doversi credere che i comuni, memori del bene materiale lor fatto da Vienna, preferiscano il viceré; in contrario sempre l’Austria guadagnerebbe con lo spender meno, e per le simpatie d’Europa a vederla rispettare così i dritti de’ popoli. Finiva dimostrando la proposta neutralità d’Italia giovare all’Europa, all’Austria e all’Italia, e sola spiacerebbe al Piemonte, e alla sua politica astuta e perfida del rendersi al maggior offerente. Ve’ come a quel tempo l’Inghilterra appellala perfida la politica sarda, che tanto ha dappoi laudata e sorretta! Vienna travagliata allora dalle contemporanee sollevazioni di molte sue provincie, e più da temenza che i Francesi ridiscenderebbero in Italia, accolse la mediazione; e a’ 25 maggio il suo ministro a Londra Hummelauer propose al Palmerston che il Lombardo-Veneto restasse all’imperatore, con amministrazione separata, e con basi stabilite da deputati del paese, un arciduca per viceré, ed esercito nazionale. Inoltre cassare i ducati di Parma e Modena, con indennità in danaro a’ loro prenci; dar Piacenza al Piemonte, Parma e Modena al Lombardo-Veneto, cui si porrebbe viceré il germano del duca modanese. Tal proposta al Palmerston non piacque però l’Hummelauer la dimane 24 si calò a offerire altra concessione. Indipendenza piena di Lombardia, e amministrazione separata del Veneto, con un arciduca viceré. Impertanto quasi su queste basi convennero dappoi a 9 agosto Francia e Inghilterra, per offerire la loro mediazione. Ma la rivoluzione voleva altro.

17. Il Pepe co’ Napolitani.
Le milizie napolitano che passavan la frontiera avean nelle terre pontificie fiori e feste. I giornali ne lodavano a nausea le divise, la disciplina e la bellezza delle persone e dei cavalli. Al Pepe, giunto ad Ancona a 6 maggio, arrivava una lettera del Manin capo del governo surto a Venezia, con data dell’11. Diceva il Pontifico aver patito assai danni, il Friuli, Treviso e Vicenza invase. Venezia trovarsi circondata da terra, il blocco da mare dichiarato, in sì grave caso invocar l’ardore de’ Napolitani, volasse il Pepe a soccorrerlo per terra e per mare, e meriterebbe la gloria di aver salvato Venezia ed Italia. Se il Pepe reggesse a tai sproni non serve a dire.
Intanto il nostro ministro Leopardi, e ‘l ministro di guerra Sardo aveano ingiunto al generale Statella a Bologna, che tosto con la sua divisione marciasse a soccorrere il Durando, ed ei rispose a 14 maggio star sotto il Pepe, volgessersi a lui. Questi si stava ad Ancona, e aveva anzi ordinato che il 10° di linea tornasse a Bologna per passarlo a rassegna, perlocché il Leopardi e ’l ministro Sardo, sospettando ei volesse distaccarsi da Carlo Alberto, non fecero movere il reggimento, e invece a lui scrissero s’avanzasse. Ma ei celò quest’ordine, e aspettava lo effetto del mandato principe di Canino a quel re, itovi a patteggiare. Di fatto il Canino si vantò avergli detto: Sire, non più Tedeschi, non più Borboni, né preti, e la repubblica è a’ piedi vostri. Per la illegale venuta di costui il Leopardi protestò, dicendo egli e non altri esser legato napolitano per la guerra italiana. Il Pepe a giustificare la sua inazione inviò al campo sardo Girolamo Ulloa capitano d’artiglieria, con foglio nunziante aver ordine di re Ferdinando di fermarsi sul Po, né varcarlo senza il permesso di Napoli, ma ch’ei pel bene d’Italia non tentennerebbe a guadarlo e ad ubbidire a re Carlo, però dimandava se dovesse avanzare fra il Mincio e l’Adige, o verso Treviso.
Dappoi a’ 20 fe’ da Bologna una proclamazione al suo esercito. Ricordava Masaniello, Velletri, Vigliena, le opposizioni de Lazzari e delle Calabrie a Championnet e a Massena, la guerra del incontro i Tedeschi, e la rivoltura del 20, viluppo strano di fatti onorevoli e vergognosi, opposti di parti e d’interessi. E finiva ricordando aversi a combattere contro l’Austria, però smentissero le passate calunnie all’arme napolitano. Fingeva ignorare fonte esser venute dagli inani sforzi delle sette, e l’onore aver seguito la difesa del dritto.
18. Napoli richiama le truppe dalla guerra.
Il ministero napolitano vista la rivoluzione imminente nelle Calabrie, la Sicilia preparar milizie per soccorrerla, e tutto il continente del reame agitato da’ congiuratori, risoluto a far contrasto, mutò parecchi uffiziali civili creati dal Troya, e mandò ordini gagliardi, ma veggendo rinvigorir la baldanza, né potendo per le inviolabilità, costituzionali agguantare i sommovitori, vide la necessità d’aver forza, pronta a domar la sedizione dove sorgesse. Questo male lamio le celebrate franchigie, che non lasciano modi di difesa a’ governi leali, e sforzanti al punitore esperimento soldatesco. Già gli stessi ministri del 5 aprile avevano al 29 di quel mese come narrai dimandato di richiamar parte delle milizie ite fuori; ora il ministero conservatore n’avea doppio motivo. Sicilia ribelle e minacciosa, spiagge aperte e indifese, esercito lontano dipendente da altro re senza patti di federazione. Tai lampanti ragioni fur anco notificate al ministro sardo. Poi mandarono per la via d’Ancona il brigadiere Antonio Scala a richiamar indietro il Pepe. Per tal fatto la setta accusa Ferdinando d’aver disertata la causa nazionale, e preparate le vittorie tedesche, non accusa se stessa della suscitata guerra civile in Napoli e nelle provincie, delle non rattenute vampe repubblicane, delle svelate aspirazioni a fusione italiana, non dice aver essa sforzato il monarca a provvedere alla sua salute, e all’autonomia della patria, anzi che a trionfare i suoi scoperti nemici.
19. il Pepe contrasta.
Il Pepe, mazziniano, non era uomo da ubbidire a re; e intento a infievolir Ferdinando, non volea certo restituirgli l’arme a lui fidate; ma previstasene l’opposizione, era ordinato ch’ov’egli ostasse, il surrogasse lo Statella. Adunque lo Scala correndo da Ancona a Bologna, raggiungendo per via qualche reggimento, gl’ingiungea che fermasse; ma già la prima divisione avea proceduto a Ferrara. Notificato l’ordine sovrano allo Statella, ambi la sera del 22 maggio si presentarono al Pepe, colà a Bologna, e gli dettero la lettera ministeriale, ch’enunciate le condizioni del regno minacciato di rivoluzione, gl’imponeva rientrar subito nelle frontiere; imbarcasse parte delle milizie a Rimini per Manfredonia, e parte ad Ancona per Pescara; chiamasse il 10° di linea da Goito, e nunziasse la sua partenza a Carlo Alberto. Egli fremitando s’ingegnò a indurre gli uffiziali circostanti a non ubbidire; poi vistili risoluti al dovere, lasciò il capitanato, cui prese lo Statella.
In quella giungeva a Bologna il Leopardi nostro ambasciatore a Torino; che quasi non servisse Napoli ma Sardegna, veniva dal re sardo inviato a indurre il Pepe a muovere in soccorso del Durando nel Veneziano. Con la veste di regio ministro costui magnificando suoi mandati segreti, cui fingea di pugno di re Ferdinando, fol te perorò a persuadere agli uffiziali star la salvezza del napolitano regno nella guerra lombarda, però si riponessero sotto il Pepe. Questi veggendo nicchiare qualcuno dei capi, e udendo il colonnello Cutrofiano a dire parergli vergogna il ritrarsi, prese animo a pregare prima a voce poi in iscritto lo Statella, a restituirgli il comando;e come quei ricusava, s’appigliò al partito di darne avviso a’ faziosi di Bologna; i quali mossa a tumulto quella guardia civica, gridarono per le vie volersi duce il Pepe per guidare i Napolitani alla guerra. Lo Statella avea colà poco più d’un battaglione, e pur con esso poteva fare il debito suo, ma quello era tempo che s’udivan le piazze, ond’ebbe la debolezza di restituire l’autorità. In siffatta tempesta fremendo i soldati, il Leopardi s’accorse le truppe schifare quel duce, e anzi aver fiducia nello Statella; perlocché tentò di persuader costui, non abbandonasse l’esercito al solo Pepe, passasse il Po con esso. Quei rispose netto: L’esercito col Pepe non passerà il Po. E incontanente solo con un uffiziale prese la volta del regno, per la via di Firenze. Quivi arrivò la sera del 21. precorso dagli ordini settarii, sicché sebben mostrasse a quel governo il loglio del Pepe che gli comandava il ritorno, pur ebbe tumultuosamente insulti, minacce di morte, arsa la carrozza; e scampò nel buio della notte.
Quella sera stessa i Bolognesi dettero plausi infiniti al Pepe; quasi avesse vinto il Tedesco, ringraziandolo dell’inobbedienza al suo re. Ei mandò indietro lo Scala, e aggiungevi il maggiore Cirillo, che impetrassero la regia permissione d’andare avanti, e intanto senza aspettar la risposta (ch’era ben da prevedere) ordinò tosto l’andar avanti. Il colonnello Zola con la sua brigata da Ferrara per ordine corso dello Statella tornava a Bologna; ora per contrordine del Pepe ripassava a Ferrara. Similmente i battaglioni sostati nelle Romagne pel cenno dello Scala, ripigliavan la via; e si fecero firmare a’ colonnelli obbliganze di responsabilità per l’ubbidienza de’ loro reggimenti, cui alloggiarono attorno Bologna, aspettando il ritorno del Cirillo.
Parendo al Leopardi aver ben acconce le cose, uscendo affatto dal suo debito di ministro in Piemonte, s’avviò a Venezia, a preparare buon accoglimento alle soldatesche di là dal Po. E partendo lasciò ordine al duce di pigliar quella volta; così stranamente abusando del carpito uffizio, e più incontrando truppe per via, l’ordine stesso in nome del re andava confondendo per avviarle alla guerra. In Lombardia le cose volta van faccia, e venían calde richieste d’aiuto. Il Pepe a’ 23 ebbe lettere scritte il 21 dal Franzini, ministro di guerra sardo, in nome di Carlo Alberto; nella prima gli ordinava menasse i suoi nel Veneziano contro il Nugent; nell’altra, dicendo il Nugent essersi congiunto al Radetzki, gl’ingiungeva accorresse alla dritta de’ Sardi, sendo probabile una battaglia tra Mantova e Peschiera. E dopo due dì Io stesso ministro il sollecitava venisse in aita de’ Piemontesi in caso di assalimento su Verona. Per contrario il Manin presidente della repubblica veneta gli scriveva sin da’ 20: Venezia esser debole, soccomberebbe senza il soccorso; accorresse, urgere il tempo; doversi le razze italiane dar l’amplesso: il Quirinale, il campo di Verona, e Venezia essere i tre centri dove agitavansi i destini d’Italia; dalla loro armonia dipendere la salvezza. È con altra del 23 il sollecitava, perché il Durando aveva lasciato seguire la congiunzione del Nugent al Radetzki fra Vicenza e Verona; unica speme ne’ Napolitani; aver visto ne’ combattimenti di Treviso e Vicenza il valore de’ volontarii, che non sarebbe quello dei soldati disciplinati? Anche il governo provvisorio di Milano con lettera appellantelo eroe l’incitava; e aggiungeva l’Italia a lui dover sua salute, e ’l poter vincere i vecchi pregiudizii (quelli della fede al sovrano). Altra né mandava il 24 a posta per Cesare Correnti segretario di quel governo; promettente a tutti gli uffiziali napolitani, che dove la loro patria facesseli decader da’ gradi anderebbero a soldo in Lombardia; come di fatto per quei pochi che passeranno il Po né fe’ decreto a’ 23 giugno. Ultimamente pur da Roma il Mamiani presidente del ministero gli scriveva disubbidisse.
Quel Pepe vanitoso, burbanzando fra tante sollecitazioni, non dubitò punto per la disubbidienza al suo sovrano; solo tentennò tra Carlo Alberto e ’I Manin, se cioè accorrere alla chiamata di un re o d’una repubblica; vinse questa, e fermò voltare a Venezia. Il difficile era menarvi i soldati.
20. L’esercito torna.
Stando sicuro su quei già iti a Ferrara, non né prese le obbliganze dei colonnelli, come avea fatto con la seconda divisione. Il comandante Zola stampò colà l’ordine scrittogli dal Leopardi da Padova per avanzare, col fine di persuaderne le milizie. Ma già le notizie del 15 maggio arrivate ai soldati avean prodotto un fermento. Pensavano alla patria in travaglio, alle famiglie tartassate da’ faziosi; della guerra non vedean necessità, non avean fede nel duce; mulinavan sugli ordini di richiamo dati dallo Statella, tosto rivocati, e vi scorgevan malizia. Come il Zola aduna una brigata sulla piazza, ecco v’accorre l’altra dicendo voler andare insieme; ma dato il coniando di marcia, tutti al grido di uno posan l’arme a terra, e protestano non mover passo senza ordine del re. Mandano quattro uffiziali a Napoli. Due riuscirono a passare; gli altri due sostenuti dal Pepe a Bologna e minacciati di fucilazione quai disertori, ebbero a grazia il tornare indietro; ma i soldati al rivederli così, tenendo gli altri due per morti, si ammutinarono. Sorsero discussioni fra’ sottufficiali: le parole, i voti, i sospetti, le fantasie calde, tutte cose insieme mosserli al grido patriotico Viva il re nostro! e unanimi senza pensar altro usciron da Ferrara. Il Zola s’ingegnò di condurli almeno a Bologna all’altra divisione; ma a un bivio presso Malalbergo, gridarono: A Napoli, dove il re ci chiama; e presero per Ravenna.
Il Pepe mandò una carta stampata dichiarante disertore avanti al nemico chiunque fra tre dì non tornasse a Ferrara; e fu peggio, ché subito gli raggiustarono il nome di traditore, rimastogli sin dal 1820 nella tradizione. Per aver almeno i tre bei reggimenti di cavalli, sciorinò a’ 30 maggio altra proclamazione, ricordante le glorie de’ cavalleggeri napolitani del 1796 in Lombardia (taceva che allora combattevano pel re coi Tedeschi contro la repubblicana Francia) e ordinò passassero il Po quel dì stesso presso Stella. Non gli ubbidirono; eccetto pochi uffiziali andati a lui.
Comandava colà la brigata il colonnello Lahalle, quel che poco innanzi avea spontaneo combattuto il Carducci nel Cilento, che però con la sopravvenuta costituzione molto era stato dalla stampa liberalesca insultato; onde ora avea chiesto d’andare a questa guerra per riguadagnar simpatie. Pertanto veggendosi da’ soldati spinto indietro, e dal Pepe minacciato di disertore, si sperse di pensieri; temette nuovi vituperii di giornali, e uscì di cervello. A Bagnacavallo disse parole rotte, incoerenti a’ suoi uffiziali; poi ito col destriero avanti alla colonna in punto di partenza, sé stesso con una pistolata nelle tempia uccise. La truppa partì; e il Leopardi mandò un tenente Camillo Boldoni, disertato allora, che si vantava di subornare e pigliarsi una batteria a coda della colonna, e gli fe’ dar danari dal segretario milanese Correnti; ma il Boldoni che ben sapeva i soldati l’avrebbero sbranato, non osò farsi vedere, e salvo che intascar la moneta non fe’ altro. Il Pepe inobbedito furiava, ma non ebbe core d’andar di persona; proclamò disertore l’esercito, e invitò le popolazioni a opporglisi con tutte armi e ostacoli. Egli disertore e inobbediente al suo re, cui avea giurato, dichiarava disertore l’esercito ubbidiente alla legittima potestà; egli Napolitano invitava le genti italiane a uccider Napolitani. Siffatta carità patria non trovò molto eco. E quantunque a quei di i Siciliani avesser già da per tutto sparso sospetti e odii contro i Napolitani, ed eglino con tutto io sforzo della setta lavorassero a commuovere le popolazioni e spingerle a percuoterli, pure niuno usò. Solo un Odinot bolognese fe’ le lustre d’opporsi con la forza alla ritratta, e accozzò un trozzo di marmaglia, ma schiamazzò da lontano.
La seconda divisione intanto aspettava attorno Bologna il ritorno del Cirillo ito a prender gli ordini dal re. Colà, la sera del 51 maggio un dragone uccise in rissa due militi finanzieri; onde i Bolognesi, tenentisi bravi per le grida poco prima valute con lo Statella, tumultuarono, e fer le viste d’assalire i nostri fuori porta Saragozza, ma da sol ventiquattro Lancieri caricati, sentilo sulle spalle lo sferzar dell’arme nude, non si videro più. La notte il Pepe fe’ partire la 2. batteria di campagna e la sesta compagnia Zappatori per Malalbergo a sei miglia da Ferrara, donde dopo tre dì procedettero a Francolino, villaggio sul Po, verso il Veneziano. La dimane giunse pur là il resto della divisione, e si sparse su’ circostanti luoghi, aspettando le risposte da Napoli.
Venivano anche da Ferrara per passare il Po il 2° e 5° battaglione di volontarii nostri, i quali a Francolino dimandarono d’andare uniti agli artiglieri e zappatori, e concesselo il Pepe. Costui passato avanti di là dal fiume, mandò il capitano Ulloa del suo stato maggiore, dicente fugato il Radetzki davanti a Vicenza, quello essere il momento opportuno di travarcare il Po. Recava l’ordine stampato con le indicazioni de’ passaggi da farsi in più palli, presso gli alloggiamenti di ciascun corpo, ordine con data del 10 giugno da Rovigo; ma veramente preparato a Ferrara. Vi lodava il 10° di linea, i volontarii, le vittorie sarde, prometteva abbondanza, cassa fornita da Lombardi e Veneti, e dichiarava ciascuno dover ubbidire al generale; il generale avere il dritto di modificare gli ordini del suo governo; soprattutto quando modificandoli provvegga all’onor nazionale e agli interessi del re. L’onor nazionale era nella rivoluzione che voleva dar Napoli al Piemonte; l’interesse del re stava nell’abbattimento della sua dinastia; ed egli invocava il dritto di generale, quando pel fatto dell’inobbedienza, l’ordine sovrano l’avea dimesso da generale.
Quest’ordine stampato, giunto in fretta, per eseguirsi subito, quando non era tornato il Cirillo, faceva manifesta l’opposizione alla volontà del re. Risorsero i sospetti sul Pepe, e i ricordi delle diffalte passate; si confrontavano con le presenti. Da’ sospetti, a’ motti, a’ discorsi. I principali uffiziali tenner consigli segreti, ma nelle dubbiezze e discussioni scorrendo l’ore, i soldati levaron la voce, e unanimi per impelo cominciarono la ritirata senza aspettare i comandanti. Il colonnello Cutrofiano o che credesse vergogna il dare addietro, o gliene spiacesse il modo, o che (come altri scrisse) stimolato fosse da lettere della moglie a passare avanti, corse alla testa della colonna a fermare il suo reggimento; ma inubbidito, fremente, ebbe a porsi a retroguardia. Volsero a Cento presso il ducato di Modena, e di là presero la via del regno. La spontaneità dell’ubbidire al re, ne’ soldati, veri figli del popolo, mostra qual veramente fosse il sentimento de’ regnicoli, malgrado le arti e le menzogne delle sette, che pingevano il regno tiranneggiato e oppresso.
Quell’ubbidire fu un sentimento. Né facile era il ritrarsi fra paesi sollevati avversi e armati, essi senza artiglieria e senza danari; ché il Pepe, seco menata la cassa militare, li avea lasciati vuoti. Il papa ordinò si soccorressero di moneta per le sue città, ma dove si, dove no se ne ebbe; forse era segreto desio che per fame si disciogliessero; nondimeno i soldati paghi del pochissimo, sin talvolta del mangiarsi l’erbe delle siepi, marciaron ben serrati sino a Lugo. Quivi certuni disarmarono un dragone rimasto un po’ indietro; i compagni ne preser vendetta e lor dettero la caccia; onde la sera i cittadini fecero qualche bravata; ma pochi colpi lor misero il senno in capo. A Ravenna trovaron chiuse le porte, più per paura che ostilità; però furo aperte sul tardi. Lasciata Ancona, venian giù, e i borghesi di Giulianova udendo le soldatesche tornar morte di fame, fer volontarie collette, e mandaron loro incontro una somma di colonnati. Così senz’altro intoppo, in punto di disciplina, entrarono a 12 giugno nelle frontiere, a Giulianova.
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