Alta Terra di Lavoro

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Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XX)

Posted by on Dic 7, 2025

Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XX)

LIBRO OTTAVO

SOMMARIO

§. 1. Premessa dell’autore. — §. 2. Sicilia fa danari. — 3. Si vota lo statuto. — 4. Si elegge il Duca di Genova. — 5. Corona offerta. — 6. Ordinamenti in Napoli. — 7. È messa la rivoluzione in Calabria.8. li comitato di Cosenza. — 9. Sue gesto. — 10. Il comitato di Catanzaro. —11. Anche meno nel Reggiano. — 12. Provvedimenti regii. — 13. Provvedimenti de’ ribelli. —14. Siciliani col Ribotti.— 15. Scaramucce. — 16. Fatto d’arme a Campolongo. — 17. Danni di Filadelfia e Pizzo. —18. Ritorno a Monteleone. — 19. Fuga de’ comitati e de’ Siciliani. — 20. Cattura e protesta. — 21. Reclamazione Inglese. — 22. Condanne e grazie — 23. Morte del Mileto, e del Carducci. — 24. Le Calabrie pacificate. — 25. Inani sforzi rivoluzionarii nelle provincie. — 26. Inetta congiura dell’Ayala.— 27. Nuove elezioni. — 28. La camera de’ deputati.— 29. La camera de’ Pari. — 30. Veleno di stampe, e reazione. —31. Le camere prorogate.
§. 1. Premessa dell’autore.

Fu sempre a operare più facile il male che il bene, e più comune lo sbrigliare le passioni che contenerle; perlocché raccontando i fatti umani s’ha men sovente a lodare che a vituperare. Soltanto gli scrittori settarii, sendo obbligati a ubbidir loro mastri, pongon nomi buoni al male, e fan di sfuriate passioni magnifici esaltamenti; onde i libri né riescono panegirici di ciò che in tutte età fu riprovato. Come s’è pervenuto a torre a’ diritti governi le forche, così anche alle malvagità si dan corone ed incensi,cui suppongono duraturi ed eternali. Assassini e regicidi furo appellati Bruti e Timoleonti; ma questi antichi eroi non già ribelli erano, anzi ucciditori di ribelli tiranneggianti loro patrie; sicché tai sconforti paragoni son controsensi ad ogni sapiente. Dettate con tal metodo storie encomiastiche di turpezze, si contentano i molti. Per contrario lo scrittore libero ha per necessità pochi a lodare, molti a vituperare; perché la vera schietta storia non è panegirico, ma giudizio solenne de’ pubblici fatti; dove per quanto mitighi la severità, pur sempre da molti guadagni odio e rancori.

Sta nel fatto perduta una monarchia benefattrice, saccheggialo un reame, versato mare di sangue, chiamati stranieri a sbranar la patria, ita la libertà, l’indipendenza, l’onore e la roba; eppure chi lunghi anni ha macchinato e congiurato per farlo, mal uso alle lodi settarie, vorria anco esserne ringraziato dalla posterità. Altri fu ribelle, altri disertore, altri traditole, altri codardo, altri tutte queste cose insieme, come tacerlo? il male è fatto; e se il vituperio deve cader su qualcuno, è giusto vada anzi a chi sei volle meritare che alla nazione napolitana; che dopo tradita e venduta, n’andrebbe per giunta dichiarata vile e trista. Oltracciò dappoiché più non v’han forche, resti almanco la memoria dell’infamia, e la peggio che forca pubblica esecrazione, esempio e ritegno a’ traditori futuri.

V’ha pur di molti ora pentiti de’ loro falli, di che certo van commendati, ma di cui non si posson celare i trascorsi. Eglino darian mala prova di pentimento, ove non li riprovassero eglino stessi, o che del sentirli scritti si spiacessero; quando il ricorvarli riesce ad ammaestramento altrui, e a scagionar la patria da ingiuste accuse d’iniqui. Pregio del pentimento è accontentarsi della gloria amara ma durevole dell’incolparsi, e il rifulgere anzi per umiltà d’accusa che per ostinatezza in impossibile giustificazione.

Certo la storia non tutte colpabilità registra, bensì quelle sole che son di scuola alle genti; né l’onesto scrittore le aggrava, ma le modera e sceglie; se non che innanzi allo interesse universale deve sparire la suscettibilità degl’individui; e sempre alquanti di questi van colpiti, siccome nelle battaglie la morte de’ pochi assicura la vittoria de tutti. Ho la coscienza d’aver già ne’ passati racconti mitigato assai la severità sulle persone; e ancora il farò dove il possa senza mancare al debito mio, non ostanti i troppo spinti desiderii di chi vorria sentirne di più. Padroni o comandatoci non ho, non piaggio, non agogno, non temo, non ho stizze né simpatie, scrivo per dir vero. E questo per fermo prometto, che né suggerimenti, né incitamenti, né minacce ratterranmi dal seguire imperturbabile lo assunto del dire al cospetto de’ contemporanei quella verità eh è da storia, cui tante cabale tentaron di mascherare e seppellire.

§. 2. Sicilia fa denari.

Ferocemente la setta travagliava il reame. In Sicilia il suo lavorio, l’arti del Mintho, il timore dei re offeso, le istigazioni faziose di Napoli e d’Italia, e le stesse offerte concessioni, tutte fur cagioni da tirare quei ribelli a partiti estremi, appunto quando pe’ fatti del 15 maggio avrian dovuto metter senno. Abbruciati di denari, scialacquanti e sitibondi, si dettero a far moneta. Oltre il mezzo milione d’onze decretato a 15 aprile, il parlamento a 18 maggio ordinò porsene a disposizione de’ ministri di guerra e finanze altre settecentomila, che si cavassero da affrancazioni di canoni, censi e rendile debite allo Stato, alle amministrazioni pubbliche, alle Beneficenze, e a’ luoghi pii laicali, da nuovi imprestiti sul Gran libro, e da altre straordinarie tasse. Né posero sulle finestre, sulle botteghe, su’ soldi degl’impiegati. Da vendite, affrancazioni di censi e rendite ebbero in quei mesi di rivoltura un milione e centonovemila ducati. A 20 maggio decretarono che tutti i beni e rendite di commende e badie di regia collazione senza cura di anime, come venisser vacanti, s’aggregassero allo Stato; allo Stato andassero i beni della corona e di Casa reale, l’abbadia della Magione, quei dell’ordine Gerosolimitano, quei dei principi reali, di ordini cavallereschi, o altre simiglianti corporazioni non risiedenti nell’isola, e godute da persone non siciliane, le commende vacanti, e altri benefizii.

§. 3. Si vota lo statuto.

Re Ferdinando dolente d’avere a metter mano alle arme, non ismetteva le speranze di pace, né mancava tratto tratto di raccomandar moderazione. Tra l’altre un dì in aprile, ritraendosi in Sicilia l’intendente barone Malvica, avea mandato per esso insinuando al duca Serradifalco, allora presidente de’ Pari, rattenesseli da partiti estremi, così da rendere impossibile ogni conciliazione, e sforzarlo a guerra. Questo duca già devotissimo, direttore generale delle dogane, poi consultore di stato, s’era gittato nella rivoluzione, per rabbia di non aver ottenuta la più volle chiesta fascia di S. Gennaro, e più anche codardia. All’ambasciata tremò tutto, si guardò attorno, temente le mura udissero, non volle finir di sentire; e lasciò andar per la china.

Dissi che dichiarato a 15 aprile la decadenza de’ Borboni, avean preso a riformare la costituzione dei 1812, per porla come patto alla corona da concedere al nuovo re. I parlamenti fecero uno statuto quasi repubblica; i cui principali dogmi furon questi: «La sovranità è nell’università de’ cittadini. Il potere di far leggi, interpetrarle, e dispensarne sta solo nel parlamento. Questo composto da rappresentanti del popolo è in due camere, deputati e senatori. Ogni cittadino maggiore di ventun’anni che sappia leggere è elettore. Compiuti i venticinque anni, possono esser deputati, e secondo otto classi indicate: compiuti i trentacinque, anche seder senatori, secondo altre otto classi. Un deputato per ogni comune di seimil’anime, due per quei di diciottomila, dieci per Palermo, cinque per Messina, cinque per Catania. I senatori centoventi, da eleggersi dalle associazioni distrettuali, secondo la popolazione. L’uffizio di deputato duran due anni, sei il senatore. Il parlamento unirsi di dritto a Palermo a’ 11 gennaio in S. Domenico. La camera de’ deputati, presenti sessanta, è legale, quella del senato con trenta. La sessione parlamentare durar tre anni. Tutte e due le camere aver l’iniziativa delle leggi, ciascun membro poterle proporre; poter essere sciolte dal re. Morendo il re, il successore pigliando il governo doversi far riconoscere dal parlamento, e giurare alle camere unite nel Duomo di Palermo, nelle mani dell’arcivescovo. Non poter esercitare nessuna potestà delegata ad esso dalla costituzione senza consultare il consiglio de’ ministri. Poter far guerra e pace, trattati di alleanza e commercio, ma non avranno effetto senza l’assenso del parlamento. Egli non aver poteri fuori di quelli conferitigli dallo statuto, intitolarsi Re de’ Siciliani per la costituzione del regno. La parola e la stampa libere, libero l’insegnamento, inviolabile il segreto delle lettere. Chiamati senatori a vita, oltre i centoventi; quei Pari temporali che siedono per la costituzione del 12, e che a’ 15 aprile firmarono l’atto di decadenza de’ Borboni.»

Cotale statuto che non s’appellava repubblicano, era ludibrio al nome di re; eppur non mancavano candidati. Fra gl’Italiani si nominavano Ferdinando di Savoia, Duca di Genova, secondogenito del Granduca Toscano, fanciullo di nove anni. E in giugno si sparsero per Palermo proclamazioni anonime a’ veri amanti della libertà, dove si mettevano innanzi tre di casa Bonaparte, cioè il repubblicano principe di Canino, il figlio di Beauharnais, Luigi Bonaparte; se non che notate parecchie eccezioni per tutti i suddetti primi quattro candidati, conchiudevasi a pro di quest’ultimo, liberale ramingo in Londra, dotto per lettere e scienze militari.

§. 4. S’elegge il duca di Genova.

Benché quello stato fosse lana di regno, pur chi andava dritto alla mela non voleva sentir re; e gli altri volevanlo per ipocrisia, non per fede. Dissi esser iti commessarii per Europa, non riusciti a far riconoscere quel governo. La protettrice Albione avversava il nome di repubblica; e il Mintho sin da aprile avea scritto al Palmerston sulla necessità di far re il duca di Genova, e di sollecitare per evitar repubblica. Il Normanby ministro a Parigi scriveagli anche avvisar come il Mintho, e doversi presto riconoscere la indipendenza sicula venuta a monarchia; perocché, diceva, in quella lotta di repubblicani e costituzionali specchiarsi Francia dove molti s’esalterebbero d’un trionfo repubblicano. Dappoi il Palmerston con dispaccio al suo ministro in Napoli dichiarava: persuadessesi Ferdinando che qualunque re fosse scollo in Sicilia, o di Savoia o di Napoli, l’Inghilterra il riconoscerebbe appena salilo sul trono. A lord Abercombry ministro a Torino significava confidasse a quella corte, potere il duca di Genova accogliere o rifiutare la graziosa offerta, certo che la Gran Brettagna il saluterebbe re di Sicilia. E di tal dispaccio mandava copia al palermitano governo, per inanimarlo all’elezione.

Quindi i Pari a 16 giugno deliberarono dimandarsi a’ ministri se avessero volte istanze a’ principi italiani per concorrere al trono. Poscia comparse avanti Palermo due navi di Francia, i repubblicani speranzati brogliarono per differire l’elezione e guadagnar tempo, ma non riuscirono a muover la Guardia nazionale; ed anzi i contrarii tosto fecero una petizione, sollecitando il parlamento a nominare il sovrano. I dì 8 e 9 furon tumultuosi; ma a sera giunse il Fagan (Siciliano) intruso nella legazione inglese a Napoli; il quale con dispacci britanni affrettò l’elezione; e i repubblicani ebbero a cagliare. Gl’Inglesi temevan la repubblica, siccome quella che facilitava a re Ferdinando la riconquista.

Impertanto Mariano Stabile a 10 luglio nunziò a’ Pari che Francia e Inghilterra riconoscerebbero l’indipendenza sicula appena eletto il re; ed esse consigliare prestezza; pertanto non essendo allora compiuto ancorato statuto, ambe le camere in sessioni permanenti compilaronlo e approvaronlo quel dì stesso e la notte seguente.

Prima la camera de’ Pari, con più paura che fellonìa, senza votazione, con acclamazione; appresso quella de’ deputati, proclamarono il duca di Genova e sua discendenza, secondo la statuto del 10 luglio, col titolo di Alberto Amedeo I. re de’ Siciliani, per lo, costituzione del regno. Fu allora che (appellandosi Ferdinando quel Duca) il March. V. Mortillaro, Pari eletto gridò: Si tolga il nome Ferdinando perché Sicilia più non ricordi il nome del tiranno caduto. Sì fu fatto. Eran l’ore due dopo mezzanotte: incontanente campane a festa e luminarie; poi balli, parate civiche e militari, e Te Deum al mattino del 12 nella metropolitana. I vascelli francesi, alzata bandiera della rivoluzione italiana, fecero salve di cannoni. L’ammiraglio Parker dette il Porcospino, nave a vapore, per condurre l’Alliata a nunziare a Carlo Alberto l’elezione; onde ci potè passar per mezzo alla crociera napolitana impunemente. Nella stessa tornata dell’approvazione dello statuto e della elezione del sovrano scesero alla buffoneria di far la scimmia all’America, decretando che Ruggiero Settimo avesse franchigia del dritto postale sulle sue lettere private; e così fecero più ridicolo cotesto loro pupo assimiliate al Washington.

Ferdinando a 15 luglio con altro atto solenne rinnovò le proteste del 22 marzo, dichiarando nulli e illegali quelli atti del governo rivoluzionario. Poi al 20 pel mezzo del Ludolf nostro legato a Torino notificò: ch’ove contro il dritto il duca di Genova accettasse l’inconsiderata offerta, o che contribuisse a recarla ad effetto, egli re delle due Sicilie sarebbe nella necessità di troncar le relazioni col Piemonte, e fidando nel suo dritto si valerebbe di tutte sue forze, per sostenere l’integrità e il decoro della sua monarchia.

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§. 5. Corona offerta.

I ribelli procedettero ad assegnare al re eletto i beni de’ Borboni, e scelsero personaggi che andassero a offerirgli la corona. Furono il presidente de’ Pari duca di Serradifalco, il barone Riso, Pari e capo della guardia nazionale, il principe di Sangiuseppe, Pari, il marchese Spedalotto, podestà di Palermo, e i deputati Carnazza, Ferrara, Perez e Natoli. Il Baudin ammiraglio francese lor dette il Descartes piroscafo, col quale passarono avanti agli occhi di tre fregate napolitane. Sbarcarono a Genova li 21. Subito a Marmirolo ov’era Carlo Alberto, e quantunque non avessero udienza pubblica, pur furono bene accolti, e altresì convitati a regia mensa in Alessandria. Quel re s’apparecchiava già a presentarli al duca di Genova a Villafranca, quando appunto in quei dì la battitura di Custoza e la ritratta dal Ticino gh consigliarono prudenza. I commessarii voltarono a Torino, vezzeggiati da quei ministri, se non che, compresse dalle sconfitte le ambizioni, bisognò coprire il desio della sicula corona con modesti velamenti. Nondimeno non fu rifiutata. Il Sabaudo non osò stendervi il braccio, perché essa era troppo spinosa allora, quando non s’era ancora ben piantato il dritto nuovo, perché nel mondo pareva ancora turpe lo spogliare un re parente e italiano, mentre tanto si vagheggiava lega; e soprattutto perche il re da spogliare era forte, né s’erano per anco trovati i modi da far cadere a terra le baionette del dritto antico. Il Piemonte allora avea dodici anni di meno. Seguito l’armestizio di Salasco, e rientrati i Sardi nel loro territorio, tementi, non che pigliar lo altrui, perdere il loro, il duca di Genova si calò a 11 agosto a scrivere a’ ministri torinesi: partecipassero a’ Siciliani non poter egli accettar la corona, perché non si credea capace di cingerla: né voler provocare una guerra con Napoli, sì da dare all’Italia novelle calamità. Eppure tal lettera non andò comunicata; sì bene il Duca stesso disseto a voce il 27 di quel mese a’ commessarii che gli presentarono l’atto d’elezione e lo statuto costituzionale. Non ardì pigliar con le mani quelli atti, quasi lo scottassero, e li fé dall’offerente Serradifalco deporre sulla tavola, infine per non romperla affatto conchiuse sottoporrebbesi alla decisione del padre suo.

Quell’atto del parlamento siculo dell’11 luglio infranse ogni pratica di conciliazione fra le due parti del regno, sbrigliò affatto le passioni rivoluzionarie nell’isola, e addoppiò l’indignazione de’ soldati regi; che all’impazienza del vendicare l’offese, aggiunsero il desio di riporre il patrio Sovrano sul trono indivisibile degli avi suoi.

§. 6. Ordinamenti in Napoli.

In Napoli si lavorava a ricostruire l’edilizio sociale quasi disfatto in quei pochi mesi. Il re a 24 maggio con una proclamazione a’ Napoletani lamentava i fatti del 15. accennava a mitigarne le conseguenze, e invitava i cittadini a rinfrancar gli animi e a fidar nell’avvenire. Con decreto revocò quello dei 5 aprile ch’aveva alterato la legge elettorale del 29 febbraio, questa richiamò a vita; anche strinse a ducati centoventi il censo degli eligibili, e a dodici quello degli elettori, e die’ altre norme per lo squittinio e la pubblicità de’ suffragi. Convocava pel 15 giugno i collegi elettorali; designava il 1 luglio per l’apertura delle camere legislative. Così non ostante la disfatta, la rivoluzione restava in piedi. Con altri decreti di quel dì si restituivano i seminarii a’ vescovi, giusta il concordato con Roma, abrogato quello del 16 aprile; vietate le affissioni senza permesso per le mura di carte scritte o stampate, e lo spaccio di giornali e altri fogli non approvati.

Sciolta la Guardia Nazionale faziosa, dovea tosto farsene altra che fosse guarentigia di sicurezza,non cagione di pericolo; perocché prescritta dallo statuto, n’era necessaria la presenza a’ collegi elettorali e alle camere; quindi a 8 giugno se ne decretò la formazione di dodici compagnie per Napoli, ciascuna di dugento uomini, divisa in tre battaglioni; da porvisi proprietarii, impiegati e maestri d’arti e di bottega, ch’avessero dato prova di devozione all’ordine legale; e fu ripigliata la stessa divisa ch’ebbe la Guardia di sicurezza, durata pacificamente tanti anni. Subito messa in atto, ai 14 di quel mese il Labrano governatore della città potè dichiarare ristabilito l’ordine, cessato lo stato d’assedio, e imperare le leggi. A’ 16 si nominò una giunta per discutere i reclami de’ danneggiati al 15 maggio, e dar parere, per provvedere secondo giustizia a pro de’ cittadini innocenti. Inoltre in quelle strette non aveva il governo abbandonato il commercio: a’ 18 maggio s’era firmato un trattato col Belgio. Ma la fazione fiaccata sulle barricate, veggendo riconfermatala costituzione, e rispettate le franchigie, e quindi l’impunità, aderse le speranze; e dove ripigliò l’arme di ferro, dove quelle de’ brogli.

§. 7. È messa la rivoluzione in Calabria.

Giuseppe Ricciardi sbarcato a Malta con altri fuggenti dalle barricate, si fe’ venir là a posta il Giglio delle onde, nave sicura, che li condusse a Messina. I siciliani avean fermato a 5 maggio l’armestizio con la cittadella messinese, ma vogliolosi d’averla, né osando lanciarvisi all’assalto, volevanla per blocco; onde avean necessità d’impedire a’ legni regi di soccorrerla. Disegnarono pertanto di metter piede in Calabria, piantar cannoni sulle coste Reggiane, e sì dalle due bande dominare il Faro, da vietarlo ai Napolitani. Il parlamento avea già ordinato il passaggio in terraferma; già a 24 maggio quel ministro Paternò aveva ingiunto al Ribotti d’andarvi col Castiglia comandante la flotta sicula, per esplorare il paese e gli abitanti, e designare il luogo opportuno da sbarcare. Questo Ribotti, nato a Nizza, ebbe parte a’ moti del 1831 nel Lombardo, del 45 ad Ancona, e del 45 a Rimini; condannato a morte, graziato e bandito, andò in Portogallo e Spagna a militare nelle legioni straniere; soldato di rivoluzione mondiale, accorreva dov’eran ribellamenti. Ottenne a Messina la cittadinanza insieme al Fabrizi, lancia del Mazzini; ma sendo egli uomo vanitoso e duro, incresceva anche al comitate palermitano, sopportato pel bisogno. Non se la sentiva di passare Io stretto; e sebben preparasse uomini e armi, e si vantasse aver promesso sin dal 43 a’ Siciliani di correre in Calabria se ribellassero, pur cercava remore e dilazioni. Giungergli opportuni i fuorusciti da Malta, per lanciar sul continente il fuoco avanti a lui. Insieme al Piraino altro duce settario discusse col Ricciardi e suoi colleghi il da fare; ma ci restò fermo al non muoversi se prima non udisse Calabria sollevata. Il perché bisognò i congiuratori napolitani s’avventurassero innanzi.

Frattanto taluni volgean misteriosamente in fretta da Cosenza a Reggiti, e imo anzi tirò a Messina, dove confabulato col Ricciardi, riportò a suoi la certezza di pronto aiuto. S’era accozzata un po’ di gente a Melazzo. quando i fuorusciti traversarono il Faro, tra essi il Romeo, il Mileto, iI Torricelli, Eugenio de Riso, e ’l Plutino, quello che poco prima il ministero regio avea mandato pacificatore a Messina, ora andava sollevatore in Calabria. Ultimo il Ricciardi in barchetta passò a’ 31 maggio, accolto a Villa S. Giovanni da venuti da Cosenza, e da’ consapevoli di Reggio, guardato male da’ paesani, che memori delle sventure dell’ultimo settembre pronosticavan peggio. Restò stupito che niuno al vederlo si levasse armato a seguitarlo; onde volse a Monteleone la dimane, dove trovò pur meno. Udì poche grida di favore a Nicastro, e corse a sera a Catanzaro. Quivi il comitato di sicurezza proibito da’ ministri non s’era sciolto, sornione anima il Marsico intendente; v’era inoltre la società evangelica degli artigiani; però gli fecero rumore attorno. Nulladimanco dichiarato il proposito del l’alzar lo stendardo, gli dissero andasse a Cosenza: Cosenza cominciasse, Catanzaro seguiterebbe. Così cospiralo alla sicura nelle mura dell’intendenza, ei lasciò colà il Torricelli, e col Riso e ’l Mileto volse a Cosenza. V’entrò sull’imbrunire del 2 giugno, festeggiato da fuor delle porte, e poi con fiori e luminarie; ei dal balcone dell’intendenza concionò alla piazza, assicurando trionfo certo; scagliando ingiurie al re, tutte cosi ottime promettendo. Poco stante il sindaco e altre persone sentiate pregáronlo sostasse dall’impresa rischiosa e ingiusta. Rispose: rischio o non rischio, giusto o non giusto, farebbe; non saper neanche se l’altre provincie si moverebbero, ci si moverebbe solo, tratto il dado. E per questa gente che vuol redimere l’umanità che è l’umano sangue.

§. 8. Il comitato di Cosenza.

Incontanente creò nuovo Comitato di salute pubblica, cioè esso, Raffaele Valentini, Domenico Mauro, ed Eugenio de Riso. Dettero questa proclamazione: «Gli enormi fatti del 15 maggio, e i conseguitali atti distrutturi della costituzione han rotto ogni patto fra principe e popolo. Però noi, vostri rappresentanti, ci facciam capi del movimento calabrese; e afforzati dal volontario soccorso de’ nostri fratelli di Sicilia, incuorati dal grido unanime d’indignazione contro il pessimo de’ governi certissimi d’essere interpetri del pubblico voto, memori della solenne promessa fatta dal parlamento nella sua nobile protesta del 15 maggio. cioè di riunirsi di nuovo come il potesse, crediamo debito invitare i nostri colleghi a convenire il 15 giugno a Cosenza, per riprendere le deliberazioni interrotte da forza brutale, e porre sollo l’egida della assemblea nazionale i sacri dritti del popolo napolitano. Mandatarii della nazione, chiamiamo intorno a noi, invochiamo a sostegno della libertà la fede e lo zelo delle milizie civili, che sostenendo la santa causa. per la cui tutela siam costretti ricorrere alla suprema ragione dell’arme sapran mantenere la sicurezza de’ cittadini, e ’l rispetto alla proprietà.» Riprodussero quest’alto gli altri comitati calabresi, quel di Catanzaro, e quello poi ch’eressero a S. Eufemia Casimiro de Lieto, Antonino Plutino e Stefano Romeo; ma quei deputati sognatori della protesta detta del 15 maggio non si mossero; e anzi ubbidirono dappoi al decreto regio. elio convocava le camere pel 1 luglio.

§. 9. Le sue geste.

I Cosentini a quell’editto dolenti del vedere la città sede di ribellione, la dimane 3 giugno mandarono personaggi de’ principali a quei del comitato, pregandolo il disciogliessero; ma con mali modi, massime dal Valentini, furon respinti. Oltre i quattro detti, s’aggiunsero al comitato altri quattro, Stanislao Lupinacci, Francesco Federici, Giovanni Mosciari e Benedetto Musolino, con segretarii Biagio Miraglia, Giulio Medaglia, Domenico Campagna, Luigi Miceli e altri. Primo presidente fu il Valentini, ma ito egli il 4 a far l’intendente col titolo di Commessane del potere esecutivo, il surrogò il Ricciardi. A’ 9, diviso il comitato in quattro dicasteri, Guerra, Interno, Giustizia e Finanze, andarono al primo il Ricciardi e ’l Musolino, al secondo il Mauro, al terzo il Federici, all’ultimo il Lupinacci. Questi sovraneggiavano, tenendo giù a difesa una mano de’ più arrabbiali, con un Bruno de Simone a capo. Fecero un giornale L’Italiano delle Calabrie compilatore il Miraglia, comandata l’associazione accomuni; il quale portava i bullettini del comitato, filippiche contro il governo regio, notizie bugiarde di rivolture in tutto il regno, di liberali da ogni provincia accorrenti, di sedizioni europee, cose sacrileghe dette sante, sicurezza di vittoria, turgidezza di parole, traffico di menzogne. Per imbertonire il popolo. ribassarono d’un quarto il prezzo del sale, abolirono il gioco del lotto; quello piacque, questo no. Rompevano i telegrafi, impedivan le poste, e facevan credere loro invenzioni. Deponevano, creavano impiegati civili, militari e giudiziarii, scarceravan delinquenti, carceravano o bandivano realisti, e sinanche autorizzavan nozze contro legge. Ordinarono al sindaco di Sicigliano sposasse certi Carmine Bruni e Carolina d’Elia, dispensando dal consenso de’ genitori. Con tutte spezie d’illegalità, spingendo le popolazioni a ribellare di buona o mala voglia, temendone reazioni,mandavan masnadieri in colonne mobili per contenerle e costringerle al voler loro.

Presero quant’era moneta nelle casse pubbliche e di Beneficenze e mense vescovili. Al vescovo di Cassano presero cinquemila ducati, altro ad altri, minacce di carceri a tutti. Riscossero le fondiarie, chiesero danari a’ cittadini agiati, poi taglie, requisizioni, aperte rapine a’ danarosi, con busse, sequestri, carcerazioni e peggio. Arme pigliavano dove né vedevano, spogliavan gendarmi, doganieri, littorali; e udito star intatti i magazzini del partito 2.° battaglione cacciatori, il Mileto con sozza bordaglia andò ad aggraffarli, dove il più andò a ruba per uso privato. Egli pure a’ 4 giugno si cacciò nell’ospedale civile, aggredendo quanti eran rimasti soldati infermi. Vuotarono di polveri e altre munizioni tutti i luoghi di deposito. Per aver nomini, seduzioni e violenze d’ogni maniera; presero Guardie nazionali e guardaboschi, richiamarono soldati congedati, ordinarono l’armamento generale, prescrissero a tutti i comuni mandar la gente a Cosenza e Catanzaro. Giravano commessarii a posta; entravan ne’ paesi, gettavano il bando, congregavan la popolazione in piazza, sorteggiavan gli uomini, promettevan terree danari, pigliavanli, a furia spedivanli al campo. Chi a liberarsi pagava, chi non poteva patia violenza; madri, figli, fratelli a piangere, a strillare; abbracciamenti, imprecazioni, bestemmie; donne carcerate, padri battuti, feriti,qua e là minacce di fuoco alle case. Così di mal volonterosi facevan moltitudine ambigua o nemica. I caporioni menavanli a suon di tamburi, con bandiere a tre colori, schieravanli in piazza a Cosenza; e il Ricciardi dal balcone salutavan fra gridi d’Italia e libertà. Unirono nelle Calabrie ottomil’uomini, con un battaglione di Greci Albanesi. E il Ricciardi infatuato si voleva dichiarare dittatore; ma non vennegli consentito.

A sic tirare il popolo dicevano e stampavano morto il re,caduto il governo; e a mostrarlo vero, da per tutto spezzavano stemmi e statue regie, talvolta con beffardi e osceni modi. In Pedace, condannale a fucilazione le statue, vollero un frate cappuccino facesse l’alto del confessarle; sacrileghe e giocose efferatezze, in Saracena medesimo supplizio di statue, e processioni mortuarie con miserere. In ogni terra Morte al tiranno! Chi ricusava dirlo carcerato o morto; se fuggiva, carcerati i parenti, malmenata roba e casa. Sevizie e morti a realisti. In Cassano due mendichi, dicendoli spie, uccisero, mentre fingean portarli in prigione. In Rossano certi perversi a infierire contro famiglie agiate sparsero voci di veleno; a 11 giugno imbeccano a un fanciullo aver trovata una cartolina di tossico sotto le finestre de’ Mariucci, questi a scamparla fan rumore, e il fanciullo volta a dire averla avuta da un Vincenzo Federico. Ecco a furia di popolo è preso costui; né sene protestare innocenza avanti la croce; martoriato non regge, e per salvar se nomina altri due, che incontanente presi, pesti, seviziali. negan forte. Anche il Federico si disdice, dichiara svelerebbe il vero, ma che vale? Chi non volea la verità si sapesse, commove la plebe; esce il grido Morte agli avvelenatori, e tutti e tre, rei o non rei, strascinati fuor delle mura son morti, e lasciati cadaveri insepolti. La guardia nazionale promotrice, esecutrice, e divulgante quei tre aver dal governo regio il mandato d’avvelenare Rossano. In S. Demetrio poco mancò fucilassero l’arciprete ch’avea dal pergamo predicato pace; il salvò la popolazione commossa a furore. Del resto ogni libito lecito, di tutto impunità; e ‘l Ricciardi a chi si lamentava rispondeva storcendosi quella esser Evoluzione.

§. 10. Comitato di Catanzaro.

A Catanzaro per fare lo stesso che a Cosenza, chiamaron gente nella chiesa dell’Immacolata, e proposero governo provvisorio: chi plaudì, chi negò, chi tacque. Sorse un Gaetano Pugliese a mostrar danno e fatto il lanciar la città nella rivoluzione; ma i congiurati con alte grida gli puntarono gli schioppi al viso, e fu fatica a salvarlo; però il tumulto fugando la gente fe cadere il disegno. Invece convocarono moltitudine a i giugno avanti il palazzo dell’intendenza; e fatte arrivare mentre concionavano le novelle di Cosenza ribellata, rompon le chiacchiere, e fra’ plausi n’esce il comitato. Il Marsico intendente, mutando mantello, né capo; secondo il Morelli ricevitor generale. Richiamati congedati, ordinano bande, accampamenti a Maida, a Curinga, e su’ lidi di Pizzo e Tropea, capo un Francesco Stocco da Nicastro. Medesimo modo di far uomini, arme e danari come Cosenza; stesse tasse, violenze e rapine. Ma riluttati molti. Il distretto di Cotrone va lento; moltissimi paeselli scacciano i commessarii, i presi a forza disertano; i comitati eletti per paura non fan nulla, e si sciolgono. Credeva rimediare Eugenio de Riso con prediche nel duomo di Catanzaro e stampe virulenti.

fonte

https://www.eleaml.org/ne/margotti/1868-DE-SIVO-Storia-delle-due-Sicilie-dal-1847-al-1861-AA-2025.html#LIBRO_OTTAVO

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