Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XXI)
11. Anche meno nel Reggiano.
Nel Reggiano più fiaccamente. Volevano i graziati pe’ falli dell’anno innanzi tentar cose grandi, ma non trovarono seguenza. Vennevi da Palermo di disertore Giacomo Longo fatto colonnello; il quale sbarcato a Villa San Giovanni, e congregati i faziosi, vide niente esser da sperare in Reggio, contenuto da fievolissimo presidio. Di nascoso i congiurati piegarono a Filadelfia, dove s’andava ragunando tutto lo sforzo della setta. Giunti i fuorusciti da Roma, a S. Eufemia s’atteggiarono a governo, ed elessero un Commessario generale, il quale per non avventurarsi ricusò. Minacciavan gli abitanti, ordinavan sequestri di casse pubbliche, dispregiati da tutte bande con nessuna ubbidienza.
Quindi lamentanze e rimprocci; e da Sicilia e da’ nostri fuorusciti piovevano indarno stampate querimonie. Le munizioni mandate dall’isola andavan respinte indietro dagli abitanti a Castelnuovo. Non riuscirono a subornare né a sforzare gli artiglieri littorali. Bensì dove potevano abbattevan gigli, frangevan e stilettavano statue, con condanne burlesche; disarmavano realisti, battevanli, ferivanli, e ligati mandavanli a Messina. Fecero una scorreria sull’Aspromonte, in non più che quattrocento,Raggranellati qua e là,quindi piantaronsi a campo sui piani della Corona. V’andaron pochi tristi prezzolati da Villa S. Giovanni, Oppido, Fiumara (tolta la cassa comunale) Pezzo, Gallico, Sinopoli, S. Stefano, Plaisano e S. Alessio, pochissimi da Reggio, e cauti, di notte titubanti, e chi a mezza via retrocedeva, chi dal campo disertava.
12 Provvedimenti Regii.
I ministri del re a spegner presto quel fuoco pensarono mandar soldati, quei più che si potessero in quelle angustie; mancando gli andati in Lombardia, e gli sparpagliati per le provincie. Risolsero volgere due schiere per terra, da tenere in riguardo, passando, il Salernitano e Basilicata; e altra per mare, da urtar nel mezzo Calabria. L’ultima era capitanata dal brigadiere Ferdinando Nunziante, ch’andava a porsi sotto il comando del maresciallo Palma sedente a Reggio. Aveva poca gente: il 5° di linea, un battaglione del 6.°, il 6.° battaglione cacciatori, e quattro cannoncini da montagna, men che tremil’uomini. Partito da Napoli a 1° giugno, sbarcò il dì appresso a Pizzo; e corse a Monteleone, dove si fermò a studiar lo stato del paese. Altra schiera di duemila col brigadiere Busacca sbarcava a Sapri nel Salernitano il 10; e mossa per Campotenese e Castrovillari, l’occupò senza colpo; che bene il fellone sottintendente co’ pochi faziosi vi volea far le barricate; ma il popolo forte ostando, lui e quelli fece fuggire. E altri duemila col brigadiere Ferdinando Lanza scendevano a Lagonegro nel Pontentino. Il Nunziante avea dato fuori un editto il 7, promettente perdono a chi posasse l’arme, e ne fe’ altro il 16, senza frutto.
13. Provvedimenti de’ ribelli.
L’arrivo de’ Borboniani fu un fulmine a capi de’ Calabresi; ché mentre si preparavano ad aggredire Napoli, si trovavano aggrediti. Con ogni sforzo s’ingegnarono a rivoltar Potenza e Salerno alle spalle de’ regi; volevan mandare il Carducci a sollevare il Cilento, s’arrabattavano con danari e promesse a far disertare i soldati, temean de’ realisti del paese, e della contrarietà o inerzia del popolo; però a sospingerlo non risparmiaron promesse di larghezze e di terre; e a torgli ogni speranza di perdono fean trascendere le plebi ad atti sozzi ed efferati contro il nome e le immagini del re, dove acciecate, dove trafitte, dove trascinate pel loto e seppellite. Poi alla caccia d’uomini per case e campi: de’ fuggiti pigliavan le donne; chi trovavan celati in monti e boschi quasi sbranavano. Con minacce di fuoco e morte aggraffavan giovani e vecchi, e in frolla spingevano agli accampamenti, ch’eran molli: uno a Paola, duce il Mileto, altro con un Lamenza a Tiriolo, altri a Campotenese; i più ingrossavano nel distretto di Nicastro. a Filadelfia, a Curinga, e in quei paeselli sulla via sino all’Angitola.
Pochi Siciliani scesi alla spicciolata nel Reggiano seguirono il Longo, che pei’ le coste di Tropea s’era condotto a Cosenza a far da duce. Accorsero numerosi su’ piani della Corona alloggiati a serrare il Nunziante, ca dargli nelle reni ov’ei voltasse ver Cosenza. Traevan cannoni da S. Lucido, da Cetraro, da Amantea, Tiriolo, Gizzeria, Caposuero, Squillace e altre parti, benché vecchi e maladatti, bastava il dir d’averli. Saccheggiarono io stabilimento alla Mongiana, sopraffatte le poche guardie, malmenato ogni cosa. Posero quella gente ragunaticcia su per le rupi, dietro muricce e ripari, ad aspettarvi i Regi; e non è da dire quanti ne’ dintorni facessero sperperi e devastamenti. A preparar difese tagliavan alberi, guastavano strade, abbattevano ponti, insaccavan terre di fertili campi, pretesto la necessità, ragione la forza, scelta la rabbia. Denari a carra arrivavan da Cosenza, e sparivano, e se ne richiedevan sempre; e il comitato con tutte le sue estorsioni non avea più dove dar del capo. Il più ladro fu il Mileto. Poi con busse, ferite e male parole spingevano i villani a lavorare, e al guasto del proprio paese. Contro i temuti realisti ogni persecuzione eccellente; in ciò spietatissimi quei commessarii. Quel Vito Porcaro, ribelle di Ariano, venuto con gli ausiliarii di Sicilia, chiamavan Maggiore, col carico di vigilar le strade, e della presidenza d’un tribunale straordinario; pelò carceri, esilii, morti, con giudizii sommarli, per sospetti, per vendette, per libidini e ferinità. Inoltre il Valentini commessario del potere esecutivo stese una lista di settanta da sterminare; e perché i colleghi non volentisi macchiar di quel sangue ostavano, egli lasciò il maneggio a’ 25 giugno; e ’l surrogò Gaspare Marsico. Le proclamazioni del Nunziante proibivano, confiscavano; e lui ingiuriavano e infamavano con gli scritti: dicevanlo belva accovacciata in Monteleone.
Questo generale aspettava colà, che non gli parea con sue poche forze cinger tanto paese; laonde chiese più gente al governo, e indicò i luoghi dove mandarne. Oltracciò udendo la ragunata de’ Siciliani a Melazzo, scrisse al general Palma in Reggio, che impedisse il passo, e inculcasse alle nostre fregate in crociera di catturare ogni legno avverso; ma fu indarno.
14. Siciliani col Ribotti.
Quei di Catanzaro allibiti per la vicinanza de’ Regi, scrivevano acremente a Cosenza mandassero aiuti, la sorte decidersi sulle pianure, qui la guerra farebbesi grossa: poi lor parendo che poco si provvedesse, volser gli occhi all’aiuto di Sicilia, nel quale soltanto speravano salvezza. I fuorusciti spezialmente sì le pratiche strinsero, che tirarono il Ribotti con tutte le sue trepidarle ad avventurarsi. S’imbarcò a Melazzo il 12 giugno con seicent’uomini e sette cannoni, in due legni a vapore, il Vesuvio e ’l Giglio delle onde; ma scorte navi regie a guardia sulla costa calabresi, die’ ratto indietro a Stromboli. Quivi tumultuarono parecchi de’ Palermitani, che non avean voglia di far guerra, pur forte sconsigliati del farla da un Bruni; onde se ne tornarono a casa. S’aggiunse il ciel turbato e ’l mar grosso, tristi presagi: e fu a un pelo che tutto il resto non si ritraesse in Sicilia; se non che calmati a un tratto i venti, istigati da’ fuorusciti. si spinsero. Giunsero avanti Paola senza sinistro all’alba del 15, dove con gran festa presero terra; con essi il Carducci, il Petruccelli e altri de’ congiurati. Ed ecco il comitato cosentino te né strombetta così lo arrivo: «Una gran nuova! esultate. Questo amplesso santissimo de’ due popoli, che poca acqua divide, farà fremere di gioia ogni cuore italiano, e farà tremare sul trono insanguinato e vacillante il tiranno di Napoli.»
Il Ribotti giunse a Cosenza la sera seguente, e fu in piazza un baccanale di Viva e di Morte. In Catanzaro sonarono le campane a festa. Con l’arrivo di quelli eroi si tennero già vincitori; e infatti riuscirono a tirar altri a loro. Corse in quei festeggiamenti una voce del proclamarsi la costituzione del 1812; e forse fu (come si disse) ciò sparso da’ realisti, per divertire le idee repubblicane; certo il comitato l’ebbe a male, e stampò un bullettaio assicurando fermo il programma dato. La dimane, che fu il 16, dettero al Ribotti il capitanato di tutto l’esercito calabro; così col nome di uno straniero attutendo le gelosie di parecchi indigeni che v’aspiravano. Egli quel mattino stesso fece una proclamazione. il giorno dopo celebrarono funerali a’ morti del 15 maggio; e su’ feretri de’ Bandiera giurarono vendetta, e di vincere o morire: cose sceniche, speciali di questa età. Un Micieli prete apostata disse una orazione concitatissima, tutta vilipendio al re; però colà molto laudata come santissima.
Fu capo dello stato maggiore Mariano delli Franci altro disertore. Fecero dell’esercito due divisioni in quattro brigate e un corpo d’artiglieria; una ebbe il Longo ch’ordìnavala già nel Catanzarese; l’altra mosse coi Ribotti incontro al Busacca verso Castrovillari. Partendo la sera del 17, lasciò altra scritta a’ Cosentini: «Voi desiderate tenerci in mezzo a voi; anche noi Siciliani forte il vorremmo; ma la comune causa né impone dilazione breve, che sarà consacrata all’esterminio d’una delle falange del tiranno. Combatteremo e vinceremo; poi torneremo a voi,o generosi, e daremo il più sacro giuramento de’ popoli, sulle nostre arme fumanti del sangue de’ realisti.» Andò co’ suoi e con altri cinquecento Calabri verso Spezzano Albanese, ch’è in alto tra Cosenza e Castrovillari; occupò le gole di Lungro e Cassano, e così credette aver serrato il Busacca. Ma egli avea gente si svogliata e mala che il Fardella palermitano né volle lasciare il comando, perché, disse, indisciplinata, inobbediente, e non sapersi che valore se ne potesse sperare nella pugna. Presto lo stesso Ribotti né fu stracco. Lasciati i gridi di piazza, e visti i campi, s’accorse tosto del mal passo, e cercò Mandarsene via; il perché scrisse rapporti neri a Palermo: «I Calabresi non voler sapere di rivoluzioni, starsi coll’arme al braccio a guarii dar chi venisse, sendo guardie nazionali sospinti a forza, non uomini decisi a liberare la patria; il paese quieto, i retrogradi alzar le creste, i Regi ingagliardirsi, egli mancar di simpatie, d’aiuti e di munizioni. Volersi ritirare, ma difficile in luoghi avversi e per mar nemico il passaggio. Mandassero legni a pigliarlo sulle spiagge di Corigliano, per salvar sua gente e altri capi della rivoluzione dalla collera del deposto regnante su quelle belle e maltrattate contrade. In tal guisa la consueta logica settati ria diceva i sudditi maltrattati e comenti, e il re despota; poco dopo sperimentò con non meritato perdono la collera di lui.» Né stando a lettere solo, mandò un certo Scalia detto maggiore in Sicilia, come andasse ad affrettar gli aiuti, invero a sollecitar la richiamata. E intorno a quei dì, in tanto disordine d’arme e pensieri,il comitato gli impone ad assalire i Borboniani; dicente sgomentato il re, propensi i soldati a gittar l’arme, e che, dopo la vittoria certa, esso proclamerebbe sul campo il governo provvisorio, e marcerebbe sopra Napoli.
15. Scaramucce.
Colà erano intorno a quattromila co’ principali capi, il Mauro, il Petruccelli, il Mileto e i più arrabbiati; arme a dovizia, barricate da tutte vie, vettovaglie abbondantissime, ché rubavan mandre d’armenti, né le mangiavan solo, ma le vendevano, in questo bravissimo come in tutte rapine il Mileto. Tanto eran cotti dalle loro fantasie che il Mauro sovente co’ suoi favellava sul modo da spartirsi l’alte cariche della repubblica da proclamare. Poi del Ribotti, che si stringea nelle spalle, prese sospetto, e l’accusò. Fortuna a meglio infatuarli lor die un favore. Il Busacca stampò un editto richiamante all’ordine, poi come a’ 21 giugno i ribelli depredarono una casa presso Castrovillari, egli n’uscì la notte con una colonna, e assali alla carlona Spezzano Albanese; dove, sendo gli avversi asserragliati e postati, e forti di numero e artiglierie, ebbe a dare addietro.
Pochi giorni appresso giungeva il brigadiere Lanza con l’altra schiera; perlocché i sollevati s’ingegnarono a impedirgli d’unirsi al Busacca; ruppero il ponte sul Cornuto nella via consolare, sfossarono i passaggi per la valle S. Martino. Il generale a’ 30 spinse un reggimento sopra Mormanno, ed ei fingendo valicare il fiume gli die’ tempo d’occuparlo, indi lanciandosi avanti, superò le gole di S. Martino, e sboccò a Campotenese. I ribelli fatta un po’ di testa, fuggirono alle vette. Un’altra avvisaglia era seguita il 26, e un’altra il 27, ambe presso Castrovillari, di poca importanza, ma statovi rotto il Mileto, questi, tenuto il Rodomonte, non si fe’ più vedere, il che svogliò tutti gli altri dal fare a schioppettate. I Calabresi colla scusa della ricolta del grano se n’andarono pe fatti loro. Ciò, e quelle scaramucce spaurirono i più spavaldi. Il Mauro sparlava forte del Ribotti, accusavalo di non essersi valso del primo ardore, e anzi dopo ributtati i Regi aver chiamato a raccolta, ma egli tanto di sé vantatore che dicea voler co’ suoi Albanesi accoppar l’infamissima truppa del Busacca, si die’ per malato, e cedé il comando al Fardella. Il Carducci raggranellò un cento uomini, cui appellò Compagnia della morte, con croce rossa al petto e nera al braccio, e si ridusse a Lungro, come per passare in Basilicata, ma pur da quelli abbandonato, navigò invece quasi solo, come dirò, alle per lui infauste spiagge di Sapri. Tutto l’accampamento di Campotenese sparve, e i generali Lanza e Busacca si congiunsero il 3 luglio a Castrovillari.
Anche senza questo le popolazioni tentennavano, e reagivano. Primi a disertare dagli accampamenti furono quei di S. Giovanni in Fiore alla svelata, altri di nascoso; quei che restavano traevan colpi addosso a’ partenti. I Sangiovannesi biechi rugumavan moti reazionarii, rattenuti con qualche assassinio da’ rivoltosi; i quali istituirono un tribunale da condannare i realisti, e fucilarli in ventiquattr’ore. Per contrario in Castiglione i villani a suon di campane a stormo disarmarono i Nazionali. I fuggenti da Campotenese con paure, rapine e vendette, addoppiavan la contusione e l’anarchia in quei miseri paesi, e chi di quelli vedea minar le cose, e sé perduto, volea i vescovi ne’ duomi bandissero la guerra al re, come si pretese a Cosenza e a Rossano. Impotenti le efferatezze, ricorrevano alle ipocrisie.
Intanto a rovescio i giornali napolitani predicavano prodigiosa la rivoltura, unanimi all’arme i popoli, disertare i soldati, afforzavanlo con finte lettere di Calabria, e menzogne di telegrafi. Il Governo scontento che il Nunziante stessesi immoto a Monleone, forte il sollecitava. Questi aveva avuto a’ 16 giugno altri due cannoni da campo, a’ 23 gli arrivò un battaglione di fanti carabinieri, e la dimane quattro battaglioni da Giulianova,dì quei tornati d’Italia; cioè i due del 7. di linea, uno del 5° e il 5.° cacciatori. Egli molto accusato dalla stampa pe’ fatti dell’anno innanzi, se n’era impensierito; stavasi perplesso, avria voluto anzi con dolcezza che con arme vincere; e conoscitore de’ luoghi e degli abitanti, e della natura delle bande a massa, quelli volea rassicurare, queste stancare. Aspettato venti giorni, da ultimo si levò designando scacciare il nemico, congiungersi a’ generali Busacca e Lanza, e movere insieme sopra Nicastro.
16. Fatto d’arme a Campolongo.
Monteleone sta in cima d’alta collina. Di là vedi a tramontana la linea del telegrafo per ampio vallone risalire su vecchia non carreggiabile strada alla catena di monti, ove sono Francavilla, Curinga, Filadelfia, e poi Maida, e S. Pietro. Vedi a oriente quello stesso vallone circuire il paese, e giù verso nord-est Monterosso, e più da vicino S. Onofrio, Stefanaconi, Piscopia, ed altre ville. A mezzodì sta la via consolare per Mileto. Uscendo dalla città a ponente, dopo sei tortuose miglia, scendi al sentiero traverso che va a Pizzo; donde la strada maestra seguita sino al passo del Calderaio, ov’è un ponte, e si divide da destra a Catanzaro, e da manca a Nicastro. Uscendo a settentrione nelle sottoposte spiagge, vedi in basso Bivona e Pizzo; di quà si arriva al ponte sul fiume Angitola, di là alla banda occidentale de’ colli di Curinga, Francavilla e Filadelfia. In somma la via consolare, e quella vecchia interna, partendo da Monteleone, son da tenere come due linee di operazioni guerresche idealmente parallele, o come una linea d’operazioni doppie. Quindi il Nunziante volle movere per quelle due bande a Filadelfia, primo quartier generale de’ ribelli, a guadagnare i piani di Maida.
Uscì la sera del 26 in due colonne: esso con duemila verso Pizzo, accampò avanti l’Angitola; altri mille e dugento, cioè il 6.° battaglione cacciatori, e un del 6° di linea fidò al maggiore Grossi, per la strada vecchia, ad assalire da tergo Filadelfia; ambo, spazzato tutto il paese, dovean ricongiungersi a Maida. Il generale all’alba del 27 con pochi colpi rovesciò gli avamposti avversi su’ monti, e prese due cannoni ch’avean dietro il fiume postati fra le fratte; poi i cacciatori perseguitandoli li snidarono da ogni greppo; così proteggendo il grosso della colonna procedente sulla strada, mentre l’Archimede e l’Antelope navi a vapore lentamente dal mare costeggiavano. I ribelli fer testa un po’ ad Apostoliti; incalzati indietreggiarono a Curinga, dove pur alquanto si difesero; ma più gagliardemente a Campolongo presso Bevilacqua, ché pel soprastante bosco, e per la scabra collina avevano vantaggio. I soldati stanchi del cammino e pel meriggio pur reggevano, per disciplina, per onore, per amore al dritto, quantunque fieramente da reiterali colpi sulla via percossi; ma i faziosi imbaldanziti per quel po’ di ventura osarono scendere al piano, e vi trovarono morte quasi tutti, fra’ quali un Mazzei noto repubblicano, e il Morelli ricevitor generale di Catanzaro. In quella stretta avvenne che un tenente Zupi, già carbonaro del 1820, e dimesso, richiamato allora per sollecitazione del Nunziante, sia viltà,sia ubbidienza alla setta, trasse con seco una mano di soldatesche, e coi cavalli del generale e del suo stato maggiore uscì di strada, e per la sinistra fuggì a Pizzo, dove mostrando i cavalli vuoti, divulgò disfatta la schiera, morto il generale, tutto perduto. Questo fu un saggio delle tante vittorie strepitose delle rivoluzioni viste da’ nostri genitori e da noi. Ma frattanto i Regi superati gli ostacoli, scacciavan gli avversi di balza in balza; e bravamente fugatili affatto,sull’imbrunire sostavano a Maida. Quivi s’accamparono all’aperto; ché il duce per umanità, non volle entrare nel paesetto co’ soldati inferociti da lunga pugna. S’era combattuto ne’ luoghi stessi dove i Francesi col Regnier nel 1806 fur vinti dagli Anglo-Siciliani; ma allora i Calabresi avean pugnato pe’ Borboni.
17. Danni di Filadelfia e Pizzo.
Invece il Grossi non bene si portò. Senza opposizione sino a Filadelfia, di quà ebbe anzi deputazioni paesane con belle parole; perlocché mandò gente ad occuparlo; ma entrati appena, vennero percossi da finestre e da usci, e cominciò una lotta col danno de’ faziosi. Presi cinque cannoni e molte arme e munizioni, anche il paese ebbe alquanto fra quelle stuzzicale passioni a patire. Poi per la stanchezza e l’ora bruna si riposò sul luogo; e al mattino il Grossi che dovea proseguire la via, s’intrattenne invece tutto quel dì 28 cercando vettovaglie; a sera sentendo aver mancato, anzi che avanzar verso Maida com’era ordinato, senza cagione rivoltò indietro a Pizzo; e vi trovò le false nuove di Nunziante disfallo, cui, veggendo i fuggiti e i cavalli, tenne per vero. Peggio che mentre i soldati dentro la città riposavano, partì un colpo da una casa presso la piazza, che uccise la sentinella del 6.° di linea. Si seppe dappoi traesselo un fatto prigione a Filadelfia, creato di certo Stillitano possidente in quei luoghi. Fu scintilla per incendio. Al vedere il morto, i soldati inviperiti pel fresco caso di Filadelfia, gridando tradimento, detter di piglio a’ ferri. Trista ora per Pizzo: case e masserizie manomesse, gl’infelici abitatori tremanti, fuggenti, in balia di cieca, furibonda soldatesca, patirono ogni danno. Gli uffiziali con pericolo tra’ colpi, lanciandosi tra percussori e vittime, più tempo s’affaticarono, e a stento salvarono la città da ruina. Ta’ fatti di Filadelfia e Pizzo dettero lungo terna di lamentazioni a’ veri colpevoli, cioè a quelli che con sedizioni avean turbato la pace di quiete contrade.
18. Ritorno a Monteleone.
I fuggiti da Campolongo sparpagliati pe’ campi d’attorno andavan predando alla grossa. Anco a S. Severina tolsero danari dall’azienda vescovile, e intanto si van lavan di vittoria; ma smentivanli i volti. Il Nunziante aspettato a Maida tutto il 28, né veggendo il Grossi, né tampoco per corrieri avendone nuove, temé di sventure, e mutò il divisamento primiero. Già le popolazioni allo sbandamento de’ ribelli cominciavano a levare il capo; ond’egli scorta la rivoluzione ita via da quel territorio, scrisse al vescovo di Nicastro, compiesse con la pietosa parola cristiana ciò che Marte aveva iniziato, e persuadesse i faziosi unica via di scampo esser la clemenza regia, non lanciassero sulla misera patria maggiori mali. Al mattino, 29 giugno, ricalcò in pace la strada fatta combattendo due dì prima, tornò la sera a Pizzo, cui trovò atterrilo, il Grossi fuori a campo, i soldati irati, le male nuove a cento a cento, e i giornali a gridargli la croce, e a sfatarlo disfatto e morto. Seppi inoltre esser iti a Monteleone ed a Mileto agitatori per reclutarvi soccorsi; il perché stimò riprendere la posizione di Monteleone; fecelo, e vi disarmò la guardia nazionale.
19. Fuga de’ comitati e de(1) Siciliani.
I capi della rivoluzione sentendo la ritratta di esso da Maida, dettero credenza alle voci di vittoria sparse da’ fuggitivi; e sicurati d’avvantaggio dalla falsa nuova che lor né recò un Gabriele Gatti, né stamparono i bollettini a Cosenza, e fecero luminarie. Ma mentre festeggiavano si compieva lo sbandamento del loro esercito. Il Ribotti, restato quasi solo co’ suoi Siciliani, scrisse la sera del 1.° luglio al comitato, dover egli abbandonare Spezzano Albanese; perché spariti i Calabri da Campotenese, poteva esser schiacciato da’ Lanza e Busacca congiunti, e incontanente si mosse. Giunta tal lettera a Cosenza il 2, mentre ancora durava la letizia, fu grande sbigottimento. Tentarono alzar barricate e altre difese, e sollevar la popolazione, gridando per le vie morte al tiranno, e a’ realisti! Barricate in fatti cominciarono la dimane, e posero guardie a spaurire l’arcivescovo, che per salvare la città dalla guerra civile sclamava pace, ma potendo più la paura che la rabbia, il comitato lo stesso dì 3 sloggiò da Cosenza, rapinata tutta la polvere da sparo del castello. che valea quasi ottomila ducati. Fu chi voleva armare i carcerati, e dicevalo carità patria; fra’ primi il Mosciari, perché col ritorno del dritto temeva finir come il padre per furti impiccato. Però contese, accuse vicendevoli, improperii, come sogliono i rei nelle avversità. Ma curioso fatto fu, e deriso, che il comitato fuggendo die’ l’ultimo editto trionfatore, promettendo seguitar nella rivoluzione, e costituirsi governo provvisorio a Catanzaro. Ora caduto dicea fare ciò che non aveva osato sul bollor delle speranze, l’arroganza nauseò. Con le forze superstite si ridusse a Tirioio. Per l’opposto in Catanzaro la sconfitta dell’Angitola atterrito appieno i ribelli, chi davvero amava la patria temente l’anarchia, s’armò a guardar le carceri, il comitato cheto si sciolse, e i più pervicaci rubate le munizioni, voltarono anche a Tiriolo, per farvi l’estreme prove. Tostò la città alzò i gigli, fece un capo nazionale di parte regia, e mandò deputati al Nunziante, acciò il re la ricevesse in grazia, ma vennero respinti indietro da quei di Tiriolo. Quivi accozzali i capi rivoluzionarli di Cosenza e Catanzaro si dettero furibondi a chiappar gendarmi, a riproclamar menzogne, a far fossi e barricate. Sopraggiungevano i Siciliani sbladanziti che volean partire, i quali mentre fean le lustre di pronti a combattere, scrivevano segretamente in Messina al Piraino ed a’ consoli americano e francese, pregandoli mandassero tosto vapori a prenderli nell’acque di Catanzaro. Passale tai lettere per la via de’ monti, il consolo di Francia Mericourt impegnatissimo per la rivoluzione spedì il Brazier; e il governo siculo mandò anche un bastimento con bandiera Prussiana, per cercar di salvarli dalla via dell’Adriatico. Ma né l’uno né altro giunse a tempo; e il Ribotti sul timor d’esser preso si raccomandò al vescovo di Nicastro.
Il Nunziante supponendo tutti i ribelli si concentrassero a Nicastro, per contrastare il passo del Calderaio e Tiriolo, divisava imbarcar truppe a Pizzo, sbarcarle a Paola, ed entrar nel Cosentino con le colonne de’ Lanza e Busacca, quindi ripartì da Monteleone il 5 luglio con tutte sue schiere, e dovea la dimane imbarcarsi, quando sopra sera gli arrivava la risposta del vescovo di Nicastro, per mano del vicario e del segretario della curia; i quali dimandarono perdono per quei cittadini, e permesso di farne andare senza modestia i Siciliani. Rispose: il re grazierebbe i sudditi, il Ribotti co’ suoi doversi dare a discrezione, intanto i generali Lanza e Busacca chiamati dalle popolazioni di Cassano, Saracena, Lungro, Firmo ed altre de’ distretti di Castrovillari e di Cosenza, invocanti il braccio regio contro i ribelli, s’erano avanzati a Cosenza; e v’entrarono il 7 con gran festa,accolti fuor delle mura da deputazioni, con l’arcivescovo a capo. Allora il Nunziante, veggendo non più servire l’imbarcarsi per Paola, corse sopra Tiriolo, il 6 rifece la via di Maida, e ’l di appresso occupò il Calderaio abbandonato in fretta da’ Siciliani. Questi dopo la risposta negativa tentarono sommuovere il distretto Nicastrese; non riuscirono, e rimandarono altra supplica pel vicario, firmata dal Ribotti e dal Mileto; ma n’ebbero la stessa intima del rendersi senza patti. La ripulsa, e ‘l sentirsi i Borboniani addosso produsse uno spavento. I capi ribelli comandano al Ribotti combattesse, questi nega, quindi male parole acerbissime e scambievoli, e si scioglie a precipizio quell’ultimo campo di Tiriolo. Sparito era anche il fievole accampamento su’ piani della Corona. I più rei de’ Calabresi rifugiarono nelle Sile, i Siculi e i capi congiurati volsero a Catanzaro, ma i cittadini negarono l’entrata, sol dettero pane e quasi duemila ducati, però abbandonati animali e munizioni, piegarono alla marina.
Dalla banda opposta il Nunziante sperandosi di coglierli correva a Catanzaro; per via avea deputazioni con ulivi e bandiere bianche, gridanti Viva il re, intanto i Siculi, trovati sulle spiagge del Ionio certi trabaccoli che vi caricavan sale e ferroliti, vi s’imbarcarono a furia co’ loro sette cannoni, e la sera del 6 si fuggirono. Il comitato riparato nelle Sile, avrebbe voluto iniziare la guerra brigntesca:a ma non potè, ché le popolazioni furon sempre co’ Borboni. Nulladimeno parecchi de’ loro seguaci disperanti di grazia s’unirono in bande, e in quelle boscaglie fecero guerra per qualche tempo alla roba altrui. Il Ricciardi con altri quindici, fra’ quali quelli de’ comitati di Catanzaro e Cosenza, la scamparono la sera del 9, in una barca peschereccia sulle spiagge di Patricello verso Cotrone, mentre a quell’ora stessa i Regi entravano in Catanzaro. Tutta notte pel grosso mare errarono per le coste; la dimane presero a forza una feluchetta da pesca, e si volsero all’isole Ionie, senza bussola alla ventura.
20. Cattura e protesta.
Non avrian potuto i Siciliani imbarcarsi, se il brigadiere Nicoletti ch’era ito sul Reggiano a scambiare il vecchio Palma, e parve favorisse di nascoso i ribelli, non avesse volto a Reggio il battaglione del 5° dì linea, cui con ordine di sbarcare a Bagnara gli avea mandato il Nunziante. Questi subito a’ 10 luglio scrisse al Salazar comandante la nave Stromboli, allora al capo Sparti vento, di correr su’ fuggiaschi ver l’isole Ionie. Vi mosse, e per via vide la feluchetta ch’aveva i sedici de’ comitati, che credendo dì pescatori lasciò andare, poi sull’alba, ch’era l’11, scorse un legno de’ Siciliani, e per non dar sospetto pose bandiera inglese sinché gli fu addosso, allora alzò la napolitana, e ’l chiamò ad ubbidienza, lontano da Corfù intorno a venti miglia. Pria trasse un colpo a polvere, e com’ei non ubbidiva tirò a palla, ma da non colpirlo, perlocché il bastimento, che si chiamava Gesù e Maria, ammainò le vele, e mandò una barchetta col padrone Salvatore Ancella e ’l Ribotti. Gli altri a poco a poco vennero assicurali. Poco stante comparve l’altro trabaccolo detto S. Maria di Porto Salvo, che tosto ubbidì, mandando il padrone Vincenzo Accaldi. Disarmati tutti, lo Stromboli rimorchiò il 12 ambo i legnetti a Reggio, dove sbarcò i prigionieri, intorno a seicento; indi a Napoli presentò il 15 le prese munizioni, 560 fucili, sette cannoni, la bandiera e trenta uffiziali; fra’ quali il generalissimo Ribotti, e quattro de’ nostri disertori: Longo, Belli Franti, Guiccione e Angherà.
Quei dei comitati, salvi a Corfù, dettarono una proclamazione, fatta stampare a Roma. Dicevano: «Ferdinando invece di fare obbliare le nefandigie del 15 maggio, col richiamare attorno a sé il Parlamento e le milizie civili, mandar suoi satelliti con artiglierie in Calabria. Nunziante riuscito buon carnefice l’anno innanzi, e sì buona guida il 15 maggio al saccheggio e alle stragi di Napoli, aver fatti eccidii a Filadelfia e Pizzo, paesi inermi e innocenti. E ciò, distraendo i soldati dalla santa guerra. Eglino protestare per la patria infelice, e promettere di fare ogni sforzo per sottrarla dall’insopportabile giogo, e di serva mutarla in parte nobilissima dell’italica nazione.» Mentre costoro accusavano Ferdinando de’ mali da essi evocati, e cadeva affatto la rivoltura, videsi urta curiosa antitesi nell’ordine del giorno del 10 luglio dato dal Pepe a Venezia, dove facea voto: «che i Napolitani cancellerebbero la vergogna dell’aver deviato dal cammino dell’onore, e tornerebbero in Lombardia: tanto ri promettersi dalle Calabrie che con isforzi magnanimi stan per abbattere quel governo stolto e malvagio, conculcatore di dritti, rotto ad ogni ne tondezza, si da non poter essere più da uomini tollerato, né restar dalla Provvidenza impunito». Intanto le Calabrie con gli ulivi nelle mani echeggiavano di Viva al re. Ma colui vano sempre, allora tutto vento, andava promettendo trentamila Calabresi per combattere il Tedesco.
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