Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XXII)
21. Reclamazione inglese.
Il governo siculo rabbioso per la cattura de’ suoi, ricorse a’ protettori. L’ammiraglio inglese Parker si pose in mezzo. Primieramente il console britanno e ’l comandante la fregata Gladiator andarono a Reggio, a verificare il numero e i nomi de’ prigionieri,. e veder come eran trattati, intervenendo così quali giudici in fatti interni di regno indipendente.
Poscia il Napier ministro a Napoli, con nota del 15 giugno reclama contro l’offesa fatta alla bandiera e al territorio inglese; e trasmette sul proposito una lettera del capitano Codrington, dove il re era appellato re di Napoli, Anche il Palmerston disselo re di Napoli nel discorso d’apertura al parlamento: tale che il deputato Disraeli gli dimandò qual fosse il nuovo Stato di cui il re del regno delle due Sicilie avesse trono, il Napier a’ 17 ritornando con altra lettera, chiese di conferire co’ prigionieri, per intendere il fatto della bandiera alzata dal Salazar nelle acque di Corfù. Gli fu risposto lo stesso dì: nostre leggi proibire a qualsivoglia persona il parlare ad accusati prima dell’interrogatorio. Susseguirono molte note. Dal regio ministero si dimostrò la cattura esser seguita a venti miglia da Corfù, però fuori il tiro del cannone, in mare neutro; e l’alzata bandiera aliena essere stratagemma di navi da guerra, secondo la consuetudine, purché prima d’assalire s’alzi stendardo proprio. Non pago il Parker, venne a 19 luglio, si parò avanti Napoli, vicinissimo, fuor leggi marittime, senza neppure salutare la bandiera nostra; scrisse al Napier: «sperare i captivi fosser trattati da prigionieri di guerra, né patissero violenza; il che giustificherebbe l’uso della bandiera; e credere che il suo governo udrebbe dolente alti severi associati alto abuso del vessillo inglese.» Questa lettera mandaronla trascritta al governo napolitano.
Dappoi concordando i rapporti del Salazar ch’avea catturati i due trabaccoli, e i giornali di questi, e le risposte giuridiche date da’ rei, neanche il Napier fu sodisfatto, e mandò per informazioni a Corfù; dopo di che si scusò con dispaccio allo Stabile ministro rivoluzionario siculo, assicurandolo aver tentato ogni possa per liberare i prigionieri, ma sembragli essere stati legalmente catturati.
22. Condanne, e grazie.
Questa gente era la spuma della rivoluzione, parecchi avevano a Palermo, a Catania ed altrove all’uscir dell’arme regie scannato realisti, derubato e stuprato famiglie d’uffiziali; v’eran di molti testimoni che indicavanli a dito, e molti uffiziali e soldati frementi dimandavano giustizia e restituzione del rubato. Nondimeno il re non volle torto un capello a nessuno. A 2 luglio s’unì un consiglio di guerra in castel S. Elmo, preseduto dal Tenente-colonnello Carafa di Noia, per giudicare i soli disertori scesi sul continente a combattere i loro fratelli d’arme e connazionali. Agli avvocati difensori s’aggiunse volontario il Poerio. Ebbero condanna capitale il Longo e il Delli Franci, libertà il Guiccione; e ’l consiglio si dichiarò incompetente per l’Angherà, congedato prima di servire i ribelli. La sentenza, correndo il venerdì, non fu eseguita, perché giorno fra noi vietalo ad esecuzioni di morte. Gli avvocati si volsero al re per grazia, e deputati della Camera cineseria al ministero. Fu fatta. E subito la setta per malignare fe’ scrivere dal Maricourt viceconsole francese a Messina una lettera stampata, dove dava al ministro di Francia De Bois-le-Comte merito di pressione diplomatica a quella grazia; però questo ministro indignalo forte lui riprese, e stampò: la grazia doversi al cuore del re, che libero e spontaneo la largì.
I prigionieri in S. Elmo, e gli altri menati da Reggio a Nisita, vi stellerò poco più d’un anno, indi liberati. Il Longo e il Delli Franci salvi del capo, fur chiusi nella torre a Gaeta, e v’aspettarono il 1860, per ricombattere contro il figlio di chi avea lor donata la vita. Il Guiccione riposto anche nel grado, e promosso, poi nel 60 ridisertò. Il Ribotti straniero, venuto a capitanare la rivoluzione in casa altrui ebbe pur grazia, e nel 1851 libertà piena da quello ch’aveva egli spacciato despota è tiranno. Dappoi nel 1861 gli usurpatori Piemontesi fucilarono senza legale giudizio il Borjes, perché pugnante pel legittimo sovrano. La storia deve porre in bilancia la tirannide del graziare e la libertà del fucilare.
23. Morte del Mileto, e del Carducci.
Gli altri capi ribelli in vario modo si salvarono, fuorché il Mileto e il Carducci. Il primo errando per monti e boschi, cercò rifugio in una capanna di Zingani nel bosco di Grimaldi. Accerchiato dagli Urbani del luogo non si volle rendere, la sua testa fu menata a Cosenza. Il Petruccelli s’era ascoso a’ 6 di quel mese in casa certi Cupido a Scalea, dove dal popolo che il credea Ribotti venne gridato a morte; ond’egli a scamparla disse suo nome, invocando l’inviolabilità di deputato. Non l’uccisero, ma per grazia il carcerarono. Se non che dopo pochi dì valendosi d’una proclamazione del brigadiere Busacca esortante i traviati a quietare, ingannò o subornò i custodi; e fattasi aprir la porta si salvò in Basilicata, ove a lungo stette ben ascoso. Il Carducci prima di essi, credè la sollevazione fiaccata in Calabria ripigliar nel Cilento: v’avea nome e seguaci, e il fresco ricordo della venturosa rivolta dell’anno prima, e tuttavia le cariche di colonnello nazionale e deputato; e pur vi tenea gente pronta e levata. Dall’altra parte quella sperimentata libertà avea dissonnati già parecchi uomini dell’ordine su’ pericoli sovrastanti, e tenevansi uniti e decisi di mostrare il muso; tra’ quali era un Vincenzo Peluso di Sapri vecchio prete, di casa devotissima a’ Borboni. Il Carducci veggendo in lui un ostacolo alla rivoltura, avea scritto a uno de’ suoi il disegno della sua venuta per iniziare la riscossa, e comandò l’ammazzassero. Volle fortuna che poco innanzi sendo carcerato per debiti quello cui la lettera era volta, il Peluso per carità gli avea pagato il debito; il perché colui ripugnando di rispondere con assassinio al fresco benefizio, aperse al Peluso il periglio che gli soprastava e lo imminente arrivo del Carducci, acciò si salvasse. Ma il prete (invero non troppo buon prete) colleroso, vecchio ed obeso, sentendo mal sicura la roba e la cassa, e incerta e difficile la fuga, e che il paese quieto avesse da quei tristi a rinsanguinarsi, risolse piuttosto pugnare che fuggire; e chiamatisi attorno un nerbo d’uomini fidi, prese ben armato le poste sulla spiaggia che fu ad Acquafredda, tra Sapri e Maratea. Quivi la notte sbarcò il Carducci con solo dieci compagni, credendo trovarvi sua gente per iniziare la sollevazione. Al grido Chi vive? risponde Italia e repubblica: si controrisponde Viva Ferdinando e schioppettate. Egli con qualch’altro riman ferito, il resto fugge pe’ campi, ascosi dal buio. Si gitta a’ pie’ del Peluso invocando la vita; quegli il traggo a casa sua, gli fascia la ferita, poi tel manda al magistrato; ma quei che lo scortano, considerando ch’ci qual deputato e colonnello saria tosto liberato, e certo si vendicherebbe atrocemente come l’anno innanzi, l’accoppano per via, e ’l dirupano in un burrone. Un Ginnari fuggì a Lagonegro, un Lamberti nel distretto di Sala, dove si pose a far gente per dare addosso al Peluso, e osteggiar le regie truppe sfilanti in Calabria. Infatti assalirono un luogo ove credeano stesse quel prete; e non trovatolo si sfogarono gridando repubblica, percuotendo e menando tutto a ruba e a male.
24. Le Calabrie pacificate.
Là dove le guardie nazionali s’eran mostre avverse o ribelli, venian sciolte ne’ modi costituzionali; a’ 7 agosto in Calabria ritrae nel 2.° Abruzzo, a’ 25 nel Reggiano, con altri decreti poi altrove. Il Nunziante da Catanzaro prese a riordinar le Calabrie: restituì in uffizio gl’impiegati regi, rialzò i telegrafi, ripose le poste, e con blandi modi risparmiò altro versamento di sangue. Anche si vietò che le popolazioni, reagendo, si vendicassero delle offese rivoluzionarie su’ ribelli e loro robe. Subito si rifecero le guardie nazionali con persone provate e quiete, ristabilironsi i governi, le amministrazioni e i tribunali; si riscossero i tributi non pagati; e in breve senza soprusi né rappresaglie ritornò l’ordine e la tranquillità. I processi contro i sommovitori si fecero poi, anzi con troppa tardezza. Le popolazioni respiravano.
Eppure i ribaldi cavati di carcere, e sospinti a misfatti dall’anarchia, non potendo tornare a riposo s’eran gittati nelle Sile, campando alla brigantesca, con ricatti, incendii e uccisioni d’uomini e bestiami. V’andò poi in ottobre il maresciallo Enrico Statella, che molti ne prese e uccise, credo intorno a seicento; sicché per la fine dell’anno rimanean sol poche fiacche comitive di masnadieri, frequente piaga di quei monti boscosi.
Come s’è visto, anche allora nell’esercito regio era il seme settario, li Zupi fuggito nell’atto della pugna da Campolongo, il Nicoletti che contro di ordini volse a Reggio il battaglione che dovea chiudere il passo a’ Siciliani, i parecchi uffiziali disertati al nemico, mostrarono già la setta aver sue branche nella milizia. Si vinse per virtù di soldati e di qualche generale fedele; e il vincere in Calabria fu pietra fondamentale che rassodò il trono e preparò la riconquista di Sicilia. Perduto in Calabria sariasi perduto il tutto. Se quei generali avessero fatto come fecero poi i generali del 1860, la rivoluzione trionfava allora, né avea da lavorare altri dodici anni. Ma i servigi resi in tempi di tempeste da Ferdinando Nunziante, sconosciuti in tempo di bonaccia, partorirongli odio liberalesco e amarezze molle; né ad esso solo, ma a quanti s’eran portali da uomini fidi e di cuore, però in breve spenti per cordogli e peggio, mancarono d’imitatori al tornar del turbine. Imparino i regnatori e i loro ministri che i valorosi van rispettati in pace, perché si trovin pronti alla pugna, quando poi la folgore percuote governanti e governati.
25. Inani sforzi rivoluzionarli nelle provincie.
Munire si combatteva in Calabria, i consultarli lavoravano a sollevar l’altre provincie. Basilicata e Salerno più vicine, e sollecitato come narrai dai ribelli per movere i paesi alle spalle de’ regi, fur molto agitate. Da Potenza volevano impedire il passo di Campistrino, e minare il ponte, mandarono a Molfetta per cannoni, e n’ebbero quattro inadatti, bastavano a farne pompa. Furono tumulti adunane a Campistrino, Abriola, Calvello, S. Angelo delle Fratte, Genzano, e altri luoghi, sempre chiedenti danari e arme. Volevano supplicar Pio IX che scomunicasse il re. Gli agitatori principiali, Cozzoli, Caputo e Pessolano, corsi molti paesi, tornavausene con parole assai e fatti pochi. A Potenza fecero una congrega appellata Dieta di cinque provincie, dalla quale uscì una scritta intitolata tronfiamente Memorandum Lucano a’ 25 giugno, firmata da ventitré persone, dicentisi delegati delle provincie confederate di Potenza, Lecce, Bari, Foggia e Campobasso. Dichiaravano voler l’attuazione del programma del 4 aprile, l’annullamento degli alti dopo il fa maggio, Guardia nazionale armata di cannoni, e i castelli disarmati,0 che essi (ventitré) sosterrebbero tai dimande a qualunque costo. Ma le provincie di cui si facevan delegati eran ebete. Volevan fare un governo provvisorio, mancò l’animo: eglino s’arrabattavano, i popoli li beffavano. Anche fra loro eran bisticci e male parole. In Potenza parteggiavano chi per un Errico, chi per un Maffei, chi volea meno, chi più, ambo impotenti anche uniti, non feron nulla.
A quei dì era ucciso il Carducci. Già l’aspettavano nel Cilento, e i capi eran corsi a S. Venere presso Polla a consulta. Sommovevano Postiglione, assalivano Brienza, rapivan l’arme a’ gendarmi ch’andavano a Salerno, e altre cose volean fare che non poterono. Il Lamberti s’appellò commessario civile, scrisse un editto smentente la morte del Carducci, promettea diecimila Calabri in soccorso. Così ne’ primi di luglio cominciò un po’ di sollevazione da Torchiara ad figliastro, poi Lustra, Agropoli, Aquella. Vuotan le casse, sorteggian uomini, rubano i voti d’oro e argento nelle chiese, stupran donne di realisti, né saccheggian le case. S’uniscono sulle alture d’Ogliastro poche centinaia, poi in due bande scorazzano pe’ campi, una ver Postiglione, altra ver Capaccio, pigliando casse comunali, espilando i ricchi, scarcerando ribaldi, spezzando gigli, vietando telegrafi, birboneggiando in tutte maniere. Imperlante a’ 9 luglio v’accorse da Napoli un reggimento di granatieri, e quattro compagnie di cacciatori della guardia, chiamati da’ Capaccesi; sbarcavano a Sapri ed a Pesto, coglievano i faziosi a Trentinara, che favoriti da rupi e vette volean contrastare, ma a’ primi colpi fuggirono a nascondersi. L’ordine fu issofatto riposto.
Nel Sannio un giornale, Il Sannita, propagava gli ordini e i motti settarii; molti girovaghi andavan susurrando nelle orecchie i cenni del segreto comitato di Napoli: i disegni dell’Ayala in Abruzzo, le Calabrie vincitrici, presto sarebbe repubblica;s’armassero,affrontassero i soldati reduci da Lombardia, facesserli a pezzi nelle gole di Casacalenda. Altri a cavallo andavan descrivendo uomini da armi. Parecchi di questi fur visti a’ 2 luglio in Campobasso, con altri accorsi da’ dintorni, ruminanti qualche colpo; si celaron nell’orto botanico, poi a sera, correndo la festa della Vergine, fra l’esultanze religiose e suoni e canti, sentisti qua e là gridar Calabria e repubblica! Morte al rei Fuggissi il popolo spaventato; i congiuratori rimasti soli, vedendo soldati non li aspettarono; né fu altro.
In Capitanata tumulti a Cerignola; respinsero indietro i congedati accorrenti al richiamo ministeriale, rubarono il procaccio, disarmarono gendarmi. In Manfredonia fingendo temere che in chiesa proclamasscsi abolito lo statuto, s’armarono rumorosamente. In Viesti non so chi instigasse i villani a temere per le loro donne; pigliano a sassate quanti incontrano A Bari rifanno la Dieta di Potenza; parole assaissimo, più contese; in fine cavano un altro Memorandum sullo stampo di quello Lucano. Alle nuove di Calabria doma infuriano; volean suonar le campane, sollevar la provincia, percussar la cavalleria regia tornante d’Italia. Riescono in Andria a decapitare una statua di gesso, e ’l capo conficcano a un palo. Simiglianti cicalate nel Leccese: stabiliscono un Comitato Salentino, capo un Mazzarella, che ai 23 giugno si dichiara in permanenza, tassando nulli gli atti governativi dopo il 13 maggio; poi accedendo alla federazione con Potenza, strombazzano vittorie Calabre, descrivon militi, si tengon pronti, e sperati depredare le casse comunali e vescovili: intanto feste, canti, e proponimenti di pigliarsi i demanii. In Torchiarolo gridati repubblica in chiesa e per le vie, preparano a difesa un logoro cannone trovato sulla spiaggia. In Brindisi e Gallipoli congreghe e chiacchiere; vulcano artiglierie dal forte d’Otranto; ricusate, imprecavano a quel comandante: cose ridicole e pazze, cui le popolazioni guardavan bieche. Pria che arrivassero soldati tornò la quiete.
26. Inetta congiura dell’Ayala.
In Abruzzo l’Ajala come artista senza materia volea fare, e mancava del come. Avea promesso, s’era vantato, s’era gittato nelle bettole per guadagnar popolo, eppur non potea niente. Prese la congiuntura de’ comizii pe’ nuovi deputati, e ne fe’ una che gli parve da Spartano. Il ministro scrissegli si governasse con senno, impegnasse con persuasioni gli elettori a eleggere uomini savii, onde maggior effetto e minori contese sortissero dal mandato; rispose svillaneggiando ministri e re, tacciandoli tiranni e insidiosi; e fe’ stampare cotale risposta, quasi vanto d’animo indipendente. Era insidia ministeriale il desiderare che gli uffiziali persuadessero la gente a mandar Bennati al parlamento;e non era insidia il lasciar la briglia a’ congiuratori per mandarvi dissennati. Oltreché l’uffiziale che non pago di disubbidire al superiore,il combatte eil vituperale stesso vitupera, sconoscendo il dritto di potestà che il tiene in seggio. Nulladimeno i settarii celebraronlo uomo insigne. Però egli più invanito procedé anche a ingiuriare i suoi subordinati, dove non volessero aiutar la congiura; talvolta con lettere di fiele invelenite trasmetteva ammaestramenti intorno a’ modi d’elezione, si facendo egli a rovescio ciò che aveva al ministro rintuzzato. Né ciò gli bastando, volendo schizzar quel tossico pur nelle campagne, vennegli la matta idea di fingersi fautore di missioni religiose; e scrissene al vescovo, indicando i missionari. L’indiscreta proposta, le persone accennale, la cosa e il modo schiaravano l’insidia; il prelato ricusò, egli controrispose acerbo e minaccioso: stolto, che volea la rivoluzione per man del vescovo!
Dopo i fatti che narrai di Pescosansonesco e Piatola, dove per cagion delle nappe era scorso sangue, non mancarono per la causa stessa tumulti in altre terre; il perché i ministri a torre quelle occasioni al delinquere, ordinarono si ripigliassero i nastri rossi, non aboliti mai, si smettessero i tricolorati, non mai con legge permessi. Ciò l’intendente non volle eseguire. Mentre ruminava sul come attuare la ribellione promessa a’ fuorusciti, udì il ritorno delle soldatesche da Romagna; negò i denari, e a un sindaco chiedentegli consiglio, gridò rompesse il ponte sull’Aterno, asserragliasse Popoli, tagliasse i soldati a pezzi. Passati i soldati, i confratelli da Napoli sollecitavanlo; quei di Calabria il rimprocciavan di trepido, i giornalacci l’infatuavano con lodi; ond’egli ristrette le pratiche co’ fuorusciti di Rieti, feceli entrare in Cittaducale. In Aquila accolse Nazionali, e li stanziò in castello, mandò i gendarmi ad Antrodoco, così in sua balia lasciando le prigioni; la sera del 22 giugno entrovvi ad arringare i carcerati, e a nunziar loro che presto quelle sale appigionerebbe; quindi gioia pazza d’assassini, spavento di cittadini.
Il governo sapea tutto: richieselo se volesse soldati a tener cheta la provincia; rispose non abbisognare. Intanto ponea suoi cagnotti armati a guardar le porle, disegnava stecconati, passava a rassegna Nazionali, preparava editti, e già la notte del 24 s’aveva a dichiarar decaduto il re, proclamar governo provvisorio con esso Ayala, capo, e tutta chiamar la provincia all’arme. Correan voci spaventose: i realisti, i ricchi, il vescovo segnali d’eccidio. Da tutte parti volaron lettere a Napoli, e al brigadiere Zola in Popoli. Questi prestissimo e silente corse sopra Aquila, e giunsevi la notte del 25. L’Ayala sbalordito si risolse a tingere e a uscirgli incontro; ma sentendolo padrone della città, temé restar prigione, però cacciato dalla mala coscienza, lasciati moglie e figli, fuggì a Rieti, seguito da’ congiurati esteri e regnicoli. E fu questa Pinella congiura, aborto di quel capo sciacqualo dell’Ayala, gridato eroe dalla setta,ch’a rialzarlo in fama poselo indi a poco ministro in Toscana.
27. Nuove elezioni.
La vera libertà lamenterà sempre il mal talento settario che non quieta né fa quietare, e rende impossibile il godimento di franchigie modeste e sicuratrici. Della sciolta camera accusarono il re; s’ei l’avesse serbala, avrebberglielo apposto a timore. Così a timore apposergli la costituzione riconfermata. Aprendosi i nuovi comizii, volevansi uomini dotti di leggi e d’economia, d’animo giusti e moderati, amanti veri della patria felicità; ciò inculcava il governo, eglino (come avea fatto l’Ayala) dicevanla colpa grande. I congiurati per contrario da Napoli co’ le file tenebrose della setta rifecero quello de’ primi comizii; imbeccavano i nomi e i modi; e come che ne’ collegi elettorali mancò la gran maggioranza de’ cittadini, stracchi e stucchi di quelle menzogne parlamentari, i liberticidi padroni del campo acconciarono le elezioni a modo loro. Dove fecero proteste illegali, e dove rielessero gli uomini stessi di prima; fra gli altri i profughi Lanza e Scialoia, il Ricciardi e gli altri ribellanti delle Calabrie, il Petruccelli minacciatore di regicidio, e i barricatori di Toledo. In Foggia quel magro collegio elettorale protestò non voler nuovi deputati, sendo eletti gli antichi, si ribellando allo statuto dante al re facoltà di sciogliere la camera. Protestarono con la stessa convenuta formola tredici circondarii di Basilicata, i circondarti d’Agnone e Nardò in ferra d’Otranto, ed altri. Protestarono parecchi contro gli atti del ministero del 16 maggio, e per l’illegalità dello scioglimento d’una camera non ancora costituita. Per costoro la camera era costituita per usurpare la potestà, non costituita per essere sciolta. A Bari, a Viggiano, ad Avigliano e altrove né pure elezioni si fecero. La maggioranza della nazione s’asteneva: non fidando in quelli ordini, lasciavali andare alla china in balia de’ tristi; quasi prevedendo così più presto tornerebbe la pace. intanto i congiuratori menavan vanti magni della non contrastata vittoria. Ma quell’abbandono fu gran fatto nazionale; e tanto maggiore che rinnovato nel 1860, quando già compri eran molti capi delle soldatesche, lasciò il paese nelle branche de’ settari, che venderonlo allo straniero.
28. La camera de’ deputati.
Com’era ordinato s’aperse a 1. luglio nella biblioteca al museo borbonico, con pochi deputati la camera, sospettosa e mesta. Soltanto accolse come non altri mai un Ignazio Turco, lezzo di trivio, farinaio, fatto deputato a vezzeggiar la plebe, ignorantissimo buffone comparso in carrozza splendida, fra plaudimenti, quasi Cincinnato in trionfo; che fu parlante condanna di quelle vantate franchigie. Andovvi delegato regio con due carrozze di corte il duca di Serracapriola a leggervi il discorso della corona. Lamentava il disastro del 15 maggio; confortavasi al veder riuniti i deputati della nazione, per averne aita a far rifiorire la prosperità vera del popolo; però né invocava sollecite proposte di leggi opportune alle libere largite instituzioni, massime per l’amministrazione, finanze, e Guardia nazionale, il cui dovere è la tutela dell’ordine legale. Li invitava a smascherare coraggiosamente le cagioni e i pretesti delle perturbazioni nel regno, e sì provvedere da non farli rinnovare. Da ultimo dichiarato non esser turbate le relazioni di pace con gli esteri,si mostrava fermo a voler sicurare il bene del paese, nel godimento di vera libertà, di cui farebbe l’occupazione della vita, e né chiamava giudice Iddio, e testimone la storia e la nazione.
Sin da’ primi dì furon tumulti nella camera. A’ 3 eran presenti non più che settantadue deputati, né prima degli otto giunsero a ottantanove, appena in numero da poter cominciare la verifica de’ poteri. Le tribune eran prese da camorristi e faziosi, iti a posta per imporre con plausi e fischi sugli arringatori e su’ votanti. Il primo giorno uno di quei barbuti levò nel più bello sua voce: Iddio potente minaccia questa città, ora scoppia il fulmine, non profanate questo luogo. E gli altri a dir bene, e a batter le mani! Così sempre turbavano le discussioni; chiamati più fiate e invano all’ordine, fu provveduto al silenzio con ordinanza del presidente; e poi la camera fe’ apposito regolamento; ma spregiavan coteste minacce in carta. Fu eletto presidente l’avvocato Domenico Capitelli di Terra di Lavoro, vicepresidente Roberto Bavarese. Quei deputati avean sospetti grandi e fieri odii contro il Bozzelli e il Ruggiero, tenentili per disertori della setta, guadagnati co’ seggi ministeriali a fermar la rivoluzione, e chi di essi erano stati prima ministri n’eran gelosi a vederli negli ambiti seggi, fermi per legalità e forza; abborrivanli per la sciolta camera, per le dome Calabrie, pel compresso Cilento, per la intraveduta riconquista di Sicilia. Al mattino del 12 seguirono gravi altercazioni tra il Bozzelli e il Troya; ché quegli avea detto il programma di costui al 5 aprile esserci stato imposto da una fazione, verità dispiacevolissima; e vennero a male parole sì che il presidente s’ebbe a coprire col cappello. Poi uscirono interpellanze e critiche intorno a’ fatti guerreschi del Nunziante, e a’ Calabresi e Siciliani fatti prigionieri; se ben trattati, se avessero sale spaziose, se buoni letti, se presto o no giudicati. Disse un deputato: non sapere egli ancora se quelli fossero da addimandarsi prigionieri di guerra, giudicabili, giudicanti o giudicati. E chiedeva una commissione d’inchiesta. Alto si lamentò il Nunziante: «maravigliarsi che i deputati difendessero la ribellione vinta; e accusassero non i conculcatori ma i propugnatori delle leggi.» Ma eglino intenti a osteggiare la potestà regia, concionavano or sull’abolizione della pena di morte, or su’ modi d’udir ne’ giudizii le difese de’ litiganti, or sul perché si fosse tolta la bandiera de’ tre colori dalla camera; or lamentavano la morte del Carducci, or dimandavano punizioni per gli uccisori. Gran tempo perdettero in iracondie e futilità. Meglio rifulse la simpatia alla rivoluzione, e ‘l dispetto del vederla schiacciata, quando a’ 27 luglio proposero il progetto d’indirizzo al re. Qui niuna parola di lode a’ soldati, molte di compianto a’ vinti. Censura al monarca pel passato suo governare, lode per la concessa costituzione. Disservi il 15 maggio essere stato giorno interrompitore della confidenza tra popolo e sovrano, disapprovaronvi lo scioglimento della camera, siccome atto che agitando la pubblica opinione nuocesse alla pacificazione del regno; il richiamo delle truppe da Lombardia biasimavano, e facevan voti s’affrettasse l’era dell’italiano riscatto. Ciò dicevano impudentemente a quell’ora in che Sicilia con superbo voto si dava al figlio di Carlo Alberto. Eppure cosiffatto indirizzo non parendo progressivo abbastanza, ebbe discussioni e assalti molti, né il direttore di polizia valse con bei modi a far calare quelli animi a prudenza: che valean ragioni a chi avea la visiera agli occhi, o a chi mirava a più segreto scopo? quella stoltezza dicevan costanza; però l’approvarono i 105 deputati presenti. Sendo non decoroso per la regia maestà né prudente lo accogliere quell’indirizzo insultante, quando dodici di essi recaronlo alla reggia, non vennero ammessi.
Al 1.° agosto il Bozzelli presentò il progetto di legge per la guardia nazionale, ed ebbe fischi dalle tribune, e da’ deputati stessi. Nella camera e ne’ giornali diatribe veementi. «Non esser bastevoli, dicevano, poche migliaia di Guardie ad una Napoli popolosa, dove sogliono stare ventimila soldati regi; malamente volersi uomini da’ 26 a’ 60 anni; tirannia l’alto censo di ducati dieci all’anno, la nazione abbisognar di molti e giovani, e senza censo. A torto prescriversi la divisa a volontà del principe; il progetto alterare lo scopo della Guardia nazionale là dove dice essa dover con l’esercito cooperare all’ordine, tacendo poi il suo intrinseco e principale obbietto stare nel difendere le guarentigie costituzionali.» Siffatti errori volontarii di chi volea conflitti e rivalità di forze e poteri astiavano l’esercito, uscito per coscrizioni da tutti ordini sociali; perlocché vidimi in quel torno per le stampe a nome dell’esercito una scritta, chiedente si bandissero dal parlamento gli autori delle barricate, e de’ moti Calabresi e Cilentani; o che si provvederebbe con la forza. Ma i deputati, che tementi per la Sicilia intendevano a tener vivo il fuoco sul continente, perseveravano, sicuri che il real governo vieterebbe lo scoppio di quelle minacce. Al 1.° agosto proposero legge per rifar le prigioni a modo cellulare, e fu presa in considerazione.
29. La camera de’ Pari.
S’era provveduto alla camera de’ Pari con due decreti; uno del 26 giugno n’avea creati ventisei, altro a 11 luglio ventuno. A’ 49 di questo mese fu pienamente costituita. A’ 2 agosto propose e a’ 5 approvò l’indirizzo alla corona, con sensi di gratitudine per l’ordine sicurato e promettente aita al braccio governativo. Uomini essendo ricchi, e il più tranquilli e savii, dier prova di senno e sapienza, e taluno anche d’eloquenza; ma v’era pur di qualche progressista, il vecchio ribelle, principe di Strangoli, in quella tornata del 5, avversava il progetto, con lunga imbeccata diceria: «Esser male a lodare il rovesciamento delle promesse del 3 aprile, e la mutata legge elettorale dal 5, e ‘l non aver indicato le cagioni vere del 15 maggio. L’abolizione di quelle promesse aver partorito la ribellione calabra, siccome la minaccia dell’abolizione e non il programma del 3 aprile essere stata la madre delle barricate. Già la nazione nominando gli stessi deputati aver condannalo il governo. Inopportuno l’aver richiamate le soldatesche da Lombardia, danneggiata Italia; malcontentate le Calabrie. Ecco il ministero a non vedere, dopo fatta Francia repubblica, la necessità d’unirsi a’ prenci italiani per sostenere qui le monarchie. Male la Guardia nazionale fievole, fatta per comparsa, male essersi sciolta l’antica, cui bastava rettificare.» E sebbene lo indirizzo tacesse di Sicilia, ci non volle lasciar da ultimo d’aspreggiare la condotta politica e militare de’ ministri, cui accusò d’aver fatto svanire ogni possibilità di conciliazione co’ fratelli Siciliani. E i giornali faziosi la sera stampavano: le parole di lui esser suonate belle tra quelle mura, e averle seguitato un triuwMlo»nodo d’approvazione. Per l’opposto gli altri pari mal sopportavano quello sboccato discorso, a pro delle ribellioni. Indi a poco declamando lo Strangoli contro i soldati pel gran disordine messo nelle Calabrie. Che dite? gridò il barone Rodinò: «Jer l’altro son tornato di Calabria, e le lasciai tranquille e plaudenti a’ soldati che le han liberate da’ soprusi e dalle tasse de’ rivoltosi.»
E veramente la rivoluzione facea debiti e ponea balzelli, e la potestà legittima quelli pagava, questi aboliva. Un decreto del 24 luglio annullava quel del 26 aprile per la parte circa al debito forzoso da’ mercanti e professori, il quale aggravando il commercio e le arti era duro a tutti; e ordinava altresì la restituzione del riscosso. Appresso a 12 settembre s’aboliva il dritto di piazza in Napoli, cui pagavano i venditori ambulanti, poverissima gente.
30. Veleno di stampa, e reazioni.
In quella i giornali si valevano della restituita liberà di stampa col malignare ogni atto di governo, e vilipendere l’esercito. Era fra gli altri certo Silvio Spaventa, Teramano, ignoto e misero, uscito deputato, scribente in un giornale detto Il Nazionale; questi ne’ fogli 60 e 61 schizzò veleno si oltraggi a’ soldati e ai duci. La sera del 5 luglio certi giovani uffiziali lo andaron cercando nel caffè De-Angelis alla Carità per isforzarlo a ritrattazione, ei s’ascose sotto il pancone, e avvegna che uno di quelli uffiziali il vedesse, pur tacquelo per pietà. Nientedimanco sebben non più che paura patisse, ci la sera stessa con più studiato spavento fuggì a ricovero nella casa della legazione francese, sì atteggiandosi a vittima avanti allo straniero, quando poteva adire il magistrato. Costui dopo dodici anni, vista per arme straniere serva la patria, diventato capo poliziotto, popolò le carceri d’uffiziali regi, senza ragione e fuor di legge, così da codardo vendicando oltremisura su mille l’oltraggio tentato da pochi.
Il mattino uscì una protesta in nome dell’esercito, dove citato l’articolo 50 della costituzione, che sottoponeva a legge repressiva la libera stampa, si traeva conseguenza che mancando quella non ancor fatta legge, dovessero valere gli articoli 314 e 565 della legge penale, quindi lamentata la sfrontatezza giornalistica, concludeva l’esercito essere stanco di sopportare insulti che sotto spezie di libertà promovevano lo stato selvaggio, dove ciascuno provvede a sua difesa; e protestava che nessuna altra offesa anderebbe impunita. Né dettero saggio la sera stessa: iti alla stamperia d’altro giornale Il parlamento, con isconcio atto rovesciarono i torchi, sparnazzarono i caratteri, fugarono i garzoni. E passando il generale Giuseppe Statella col capitano conte Giacomo Gaetani avanti al caffè sul cantone del Teatro nuovo, sentendosi segni a motteggi, alzarono le fruste; il che bastò a far serrare quella sera parecchi caffè di studenti.
I popolani del mercato e de’ dintorni alt agosto percorsero in frotta le vie Montoliveto, S. Maria la nuova, S. Giovanni maggiore ed altre, gridando Viva il re! abbasso la costituzione! mandarono deputazioni a pregai né il sovrano, e senza più si ritrassero quieti. I ministri costituzionali, stretti co’ deputati in segreto, decisero reprimere sul principio quei moti; e però un ordine spiccato all’esercito vietò a’ militari qualsivoglia alto diretto o indiretto contro lo statuto.
31. Le camere prorogate.
Il ministero chetala terraferma aveva il pensiero alla riconquista di Sicilia. Sin da’ principii d’agosto s’era nel regio consiglio discussa e fermata la spedizione, ma si trovavan sulle braccia il carico della guerra, e la repressione depravagli interni. Imperocché la stampa di proposito lanciava dardi contro tutti, per istuzzicar ire e tumulti, le concioni parlamentari intendevano a infocolar le passioni e movere il paese; mandatarii appositi per le provincie recavan nuove false e incitamenti veri; tutto per isforzar le soldatesche a stare, e a impedire l’andata nell’isola. Questa predicavano fortissima, invincibile; e dove si venisse alle mani speravan farla vincitrice, e sì dappoi anche in Napoli abbattere affatto la regia potestà. Dall’altra la gente buona guardava indignata tai mene; né maravigliava già dell’ostinatezza detenutati, sibbene del governo che sopportava. Finalmente i ministri tratti dalla vera opinione universale, sentendo non poter combattere le trame continentali e l’arme insulari insieme, proposero al governo di rimuovere il focolare delle sedizioni, le camere. Cosi egli a 1° settembre, per le facoltà vegnenti dall’articolo 64 dello statuto, prorogavai parlamenti pel 30 novembre. Questo fiaccò la congiura.
31 Si decide la spedizione in Sicilia.
Per riconquistar l’isola le maggiori difficoltà non erano nell’arme. Già s’eran fatti molti e vani sperimenti di conciliazione; come li maneggiasse il Mintho detto è. Ora avendo Inghilterra, Francia e America riconosciuta l’indipendenza di essa per darle forza morale; così fu mestieri interpellare tai nazioni a dichiararsi neutrali. Era ito a posta il conte Ludolf a Parigi col principe Petrulla, siciliano, (però questi dal parlamento dichiarato traditore della patria); ed il governo insulare anch’esso avea colà mandato I A mari, per far ressa ad aver tosto il Duca di Genova o un prence toscano a re. Intanto da Napoli si preparava in segreto l’impresa; s’era ordinato al Nunziante pigliasse il capitanato di tutte le soldatesche in Calabria, e ne concentrasse a poco a poco il nerbo nel Reggiano: però a 20 agosto i battaglioni eran pronti sulle spiagge, fra Palmi, Bagnare, Scilla, Villa S. Giovanni e Reggio. Sia questo, sia altro né spillasse, ecco i legali francesi e inglesi sforzarsi a impedir la passata, o almanco a ritardarla. A 28 agosto il Rayneval scrivea una nota lunghissima: «Osservava che mentre di accordo con l’Inghilterra si trattava pace, usar la forza era accrescere difficoltà; dubbia assai la vittoria, certissimo il ringrandirsi l’ire. Esser due partiti estremi: quelli indipendenza assoluta, noi la fusione in una corona: tra questi stare un mezzo, per esempio un re di Sicilia figlio di Ferdinando? La spedizione guerresca farebbe perdere al re le simpatie francesi ed inglesi.» Ve’ che simpatie! Il giorno seguente il Napier mandava la sua nota, le stesse cose dicendo, e aggiungeva: non aver potestà da far conoscere le intenzioni del suo governo, ma deplorare l’effusione del sangue per premature ostilità. Per sovrappiù si volse aìV ammiraglio Parker, il quale rispondeva mancar di ordini per opporsi all’armata nostra: laonde egli non potendo altro, inviò il Porcospino a Messina e a Palermo con dispacci, nunzianti il re aver di nascoso allestito l’esercito invaditore; si preparassero. A’ 31 con altre lettere li avvisava partir da Napoli nove fregate a vapore, una a vela, 2500 Svizzeri, e artiglieri; e non saper bene se scenderebbero a Milazzo, o a Scaletta, o a Messina. In tal guisa questi umanitari conciliatori abborrenti dal sangue, incitavano i ribelli a far contrasto.
Pertanto il governo persuaso ch’ove tardasse qualche dì sarebbegli intimidito d’operare, mise ingegno a far prestissimo. A 30 agosto partían da Napoli tre fregate a vela, sei a vapore, cinque altri vaporetti, due corvette, e altri legni coi reggimenti 3.° e 4.° svizzero, da unirsi alla truppa di Calabria; con esse duce supremo Carlo Filangieri principe di Satriano. Lenta fu la traversata, ché bisognò rimorchiare i legnetti minori; si giunse a 1° settembre sopra sera avanti Reggio; e il duce disbarcata la gente, ordinò il corpo d’esercito assalitore, e porse al Nunziante il regio brevetto di maresciallo.
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