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Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XXIII)

Posted by on Dic 15, 2025

Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XXIII)

LIBRO NONO

SOMMARIO

§. 1. Il governo siciliano. — 2. Si prepara alla lotta. — 3. Regie forse assalitoci. — 4. Messina. — 5. Abbattimento della batteria alle Moselle. — 6. Danni di Messina — 7. Sbarco in Sicilia.—8. Fatti della 2 divisione. — 9. Fatti della 1. divisione. —10. Codardie e nefandezze. —11. Proposte di capitolazione. —12. Vittoria. — 13. Messina è presa, e riordinata. — 14. I capi settarii. —15. Conseguenze della vittoria. —16. L’armestizio imposto. —17. Mala fede de’ protettori. —18. Effetti dell’armestizio —19. Congresso per confederazione italiana. —20. La costituente di Toscana. —21. Fatti di Napoli. —22. Operosità del ministero — 23. Turbolenze nelle provincie. —24. Altra proroga delle camere. — 25. Morte di Pellegrino Rossi. —26. Pio IX a Gaeta. — 21. La costituente italiana in Roma — 28. Fine del 1848.
1. Il governo siciliano.

I capi ribelli di Sicilia, non gli bastando confische e debiti fatti, avean chiesto a 7 agosto facoltà di pigliare a prestanza per un milione e mezzo d’onze; lo stesso di aderiva la camera bassa; quella de’ Pari a’ 9 il limitò ad un milione, con certe condizioni che il rendean difficile; però i ministri rinunziaron l’uffizio. A’ 15 ne sorsero altri: il Torrearsa presidente della camera andò agli affari esteri, il Viola al culto, Filippo Cordova alle finanze, La Farina all’istruzione; rimase il Paternò alla guerra. Fu direttore dall’interno un Gaetano Catalano, e poco stante ministro l’Ondes. Mariano Stabile ebbe la presidenza della camera lasciata dal Torrearsa. Giro e rigiro d’uomini stessi. Quell’Ondes era stato regio procuratore a Chieti; ora antiregio s’affaccia al balcone del palazzo, e grida: «Popolo, m’accuserai d’aver tant’anni servito il Borbone; si, ma ‘l feci per istudiar le condizioni del governo, e poter meglio farlo abbonire, e congiurar contro a esso.» Tanto cinicamente vantava sue infamie.

Questo ministero nuovo ottenne a’ 17 del mese di poter cercar danari anche fuor del regno, per un milione a mezzo d’onze in valore effettivo, ipotecando beni nazionali, con altre facilitazioni. Per avere un milione e mezzo s’aveva a far debiti per tre. A maggior aiuto si decretò a 5 settembre si dessero in pegno argenti, gemme, e altri obbietti preziosi di chiese, conventi, monasteri, e luoghi pii clericali e laicali, con l’usura del sette per cento. Ma Catania, Messina e Siracusa, città grosse, non permisero lo spoglio. Palermo e l’altre città il soffrirono; e fu dappoi computato le chiese aver perduto ottantaquattromil’onze d’obbietti preziosi. Inoltre a 8 settembre il parlamento permise darsi a’ banchi di Palermo in pegno metalli lavorati e pigliarsi la moneta. Allo scoppiar della rivoluzione si trovavano in quei banchi 875 mila ducati di privati, e 304 mila di depositi giudiziarii; tutto preso già a mutuo da’ sopravvenuti ministri di finanze.

I ribelli trepidavano: non sapeano se venisse re il duca di Genova; le disfatte Sarde sul Mincio, l’armestizio, la ritratta al Ticino, il trionfo de’ Borboniani in Calabria, la cattura del Ribotti co’ Siculi, facean presagire vicino assalimento. Allestiron farmaci e letti per feriti, ebber fucili da Malta e da Tolone, e altri per conto del comune di Catania. Assegnarono, tre tari ai giorno a’ patriotti che non potevano avere uffizii militari, e il soldo intiero a’ corsi in Lombardia. Per questi il padre Ventura fe’ in parlamento una mozione, ben accolta, per una medaglia d’onore. Esentavan Messina dal contributo fondiario.

Nella città anarchia piena. Furti, assassinii, vendette, catture, rappresaglie, misfatti per ogni dove. La stampa era briaca. Anche quei liberalissimi uffiziali della rivoluzione, in pieno giorno, aggraffarono e strascinarono come belva per via Toledo un Giordano giornalista, dal quale si credevano offesi; poi se ne fe’ l’umore in parlamento a 5 agosto, ma non ne seguì giustizia nessuna. Per cagion di certi cannoni s’ingrossaron gli umori tra Siracusa ed Augusta. E il 26 dentro Palermo in piazza Bologna, lucente il sole, i malfattori assaltarono una casa, trasservi moschettate, e accorrendo i birri ripararono nel convento del Carminello, ove aveano una masnada assoldata; e bisognò una zuffa per farli prigioni. Frattanto inquietudini e paure: ciascuno si lamentava d’Inghilterra. larga in promesse, misera in soccorsi.

2. Si prepara alla lotta.

Ancoraché si sentissero ruinati dal mal governo, e presentissero la punizione imminente, pur quando a’ 31 agosto, pel dispaccio del Napier, il ministro Torrearsa nunziò al parlamento la spedizione assalitrice da Napoli partita, quella nuova con plausi grandi ricevettero, e a sera illuminarono la città. Al mattino rassegne di milizie e guardie nazionali. Ogni cosa era piena di guerra, ogni paesello parato a difesa; vecchi e fanciulli armavano, esercitavano a pugna. Con decreto mobilitarono le guardie nazionali, con baiocchi ventiquattro a ciascuno, sicché né fecero ventiquattromila, in sei divisioni, a Palermo, Trapani, Girgenti, Siracusa, Catania e Messina. Sin dal 1.° luglio stavan comitati da difesa in ogni capoluogo. Arme a tutti, ancora che non guardie mobili, tale che nell’isola almanco eran dugentomila armati. Archi tetti militari avean fortificate le coste e le città, con artiglierie, trincee, zolle bastionate, asserragliamenti e telegrafi per avvisi; con ordine che allo stormire delle campane ogni uomo scendesse coll’arma in piazza. A Palermo restaurate le mura, murate le porte, eccetto due; e in ogni terra s’erano bucate feritoie segrete alle case, chiusi a fabbrica i portoni, aperti aditi fra casa e casa. Commestibili e munizioni larghissime in tutte parti. Prevedendo i primi colpi a Messina, mandami il più gente che si potesse da’ luoghi vicini pe’ il 5 settembre da Palermo truppe di linea e volontarie con danari e arnesi da guerra.

I Messinesi durante la tregua preparate contro i patti opere d’offesa e di difesa, già la notte del 5 giugno avean senza avviso rotto l’armestizio, traendo con moschetti e cannoni sull’opere accessorie della piazza. Dalla batteria a Torre di Faro davan su’ nostri navigli da guerra e da merci, quantunque per patto fosse libero l’approvigionamento; e costruita con grosse artiglierie altra batteria alle Mescile, avean di continuo percossate le fortificazioni; bisognò star sempre sulle micce. E il console francese Maricourt che s’era taciuto vedendo i ribelli alzar trincee gagliarde in mezzo alla città, e tutta cingere la cittadella, ora scriveva al Pronio la Francia terrebbe un bombardamento come violazione a’ patti. Oltracciò a 2 luglio celebrandosi l’elezione del nuovo re, primi ad alzarne la bandiera furono una corvetta da guerra francese e un vapore inglese, con fuochi festosi, cui risposero gl’isolani; il perché non potendo il Pronio tollerar quest’oltraggio avanti agli occhi suoi, trasse cannonate dal bastione Norinberg sulla batteria avversa a Matagrifone, e la fe’ tacere. Ma fu atto efferato quello del 22 agosto; quando arrenata la regia fregata Guiscardo, mentre i marinai lavoravano a rimetterla a galla, eglino spietatamente cannoneggiavan la nave e la gente per più ore; ma a loro vergogna, addoppiando il pericolo gli sforzi, protetta la fregata da cannoni regi che superaron gli avversi, si salvò. Eppure il comandante la squadra inglese avanti Messina sfrontatamente accusava il Pronio; dicevate cagione d’ogni male, Messina città senz’arme, e pacifici e innocenti gli abitanti!

I ribelli nondimeno al primo indizio d’aver a essere assaliti s’atterrirono; sonaron le campane a stormo, chiamarono guardie nazionali e soldatesche da’ dintorni. Avean certe milizie dette squadre armate in dodici migliaia, comandate dal Pracanica e dal La Masa; quasi altrettanti a masse accorrenti, centoventi cannoni e trenta mortai, il più comprati a Tolone, e a Woolich, puntati contro la cittadella, il bastione Don Blasco, e i forti S. Salvatore e Lanterna. Tenevano armate le vecchie batterie di costa e altre nuove, massime una detta La Sicilia sulla spiaggia di Maregrosso. Sedici barche cannoniere avevano, cui soprastava Vincenzo Meloro, spavaldo, il quale a’ 6 agosto mandò a pompa un ridicolo cartello di sfida a’ legni napolitani. La città serragliata, fortezza ogni casa, feritoie cieche, tutte porte murate, e anche mine pronte a scoppiare sotto i piedi degli assalitori. Invincibili si credevano, invincibili i giornali, e i pacificatori inglesi e francesi li predicavano.

Dall’altra la cittadella, benché assediata otto mesi, in continuo fuoco, pur s’era afforzata: fatte vie traverse, alzati terrapieni e gabbioni e sguanci, postate cannoniere, e con sacchi a terra coperte le muraglie; tutte cose costruite fra’ disagi, spesso di notte, più spesso sotto mortifero fuoco, fra le vampe e i colpi. Ove la fortezza avesse ceduto, sarebbe stata impossibile la riconquista dell’isola, perché perdutosi quell’ultimo piede, le corti straniere avrebbero messo in mezzo la bella teoria del fatto compiuto, e impedita la forza del dritto. Perciò quei diplomatici ponean sempre per pegno di conciliazione cedere la cittadella; perciò i demagoghi consigliavanlo a bocca e in istampa, sì con lustre d’umanità coprendo la perfidia.

3. Regie forze assalitrici.

Il Filangieri avea fama d’uomo di guerra. Disegnò a base d’operazione Reggio, perché in punta alle Calabrie, con Sicilia a un dito di mare, la cittadella di rimpetto, e faciltà di relazioni Ira questa e il regno. Però sbarcato con la truppa colà, e passatala a rassegna con quella del Nunziante, trovò d’aver novemiladugent’uomini di tutte arme, e dieci cannoni. Parte né mandò alla cittadella, poi di queste e quelle fe’ due divisioni, cui ii repose i marescialli Pronio e Nunziante; ambi cari al soldato, quegli pel limi difeso forte, questi per la di fresco pacificala Calabria. La prima divisione col Pronio si componeva del presidio ch’avea 142 uffiziali e 5918 soldati; cioè nove compagnie del 1.° di linea, quattro del 5.°, un battaglione del 6.°, tre compagnie zappatori e pionieri, e sei d’artiglieri; ciò facea la prima brigata col brigadiere Fridolino Schmid; l’altra venuta da Reggio col brigadiere Giuseppe Diversi, avea 106 uffiziali e 3071 soldati, ossia un battaglione carabinieri, due del 13.° di linea, il 4.° cacciatori, uno del 3.° svizzero, e quattro obici da montagna. La seconda divisione dei Nunziante era pur di due brigate: una col brigadiere Francesco Lanza ebbe 118 uffiziali e 3253 fanti, cioè il 7. di linea, e i battaglioni 1.° 3.° 5.° 6.° cacciatori, e quattro obici da montagna; l’altra del brigadiere Carlo Busacca ebbe 157 uffiziali e 5275 uomini; cioè il 3.° reggimento di linea, un battaglione pionieri, uno del 5.° e due del 4.° svizzeri, e due cannoni. In tutto dieci obici cannoni e quattordicimilavent’uomini, ansiosi di rivendicare l’onore della bandiera vilipesa a Palermo. L’armata, duce il brigadiere Cavalcanti, avea tre fregate a vela: Regina, Isabella e Amalia;sei a vapore: Sannita, Roberto, Ruggiero, Archimede, Carlo III, ed Ercole; due cunette a vapore, Stromboli e Nettuno; cinque legnetti anche a vapore, Maria Cristina, Capri, Ercolano, Polifemo e Duca di Calabria; otto cannoniere, dodici paranzelli armati, quattro scorridoie e venti barche. Il generale statuì pigliar Messina, e da questa base procedere alla riconquista dell’isola.

4. Messina.

Messina è l’aulica Zancle, divisa pel vorticoso faro da Reggio. Cinta da verdi colli, è come anfiteatro fra quelli e il mare, in cerchio di cinque miglia. L’è a piè sur un’isola il lazzaretto. Quasi minata pe’ tremuoti del 1785, risurse più bella, con sei porte, Imperiale, Nuova, Portalegni, Boccetta, Ferdinanda e Realbassa; ma ora n’ha solo le due prime da mezzodì, con ponti di pietra ch’unisconla al sobborgo Zaera; nondimeno serba sue vecchie mura con tredici bastioni latti a tempo di Carlo I dal viceré Gonzaga. Ove è il piano Terranova fu rione popoloso, abbattuto nel 1674; ora è spianala di due miglia di giro, messa tra i bastioni Don Blasco e S. Chiara, la cittadella, e la città. Fra questa e Torre di Faro è il monastero S. Salvatore de’ Greci, con una via lungo la spiaggia. Dentro Messina è la strada Ferdinanda parallela al mare, e pur quasi parallela è l’altra del Corso che sparlo a mezzo la città, e va per Portanuova verso Catania. Queste due vie son tagliate a sghembo da quella dell’Austria ch’è al sud-est, e dall’altra Giudecca ad angolo retto, che per porla imperiale s’unisce all’aulica strada romana. Su questa è l’ospizio de’ poverelli, creato nel 1827 dal principe Collereale; dopo è Gazzi, paesello segalo da un torrente, con una bella chiesa e ’I campanile allo, però detto Campanaro lungo o primo Campanaro seguita il torrente Bordonaro, e ultimo l’altro casale Contessa. Per tai villaggi passa la via regia, costeggiale il mare a un trar d’archibugio, con case e mura di giardini. Andando per essa in città, dopo Contessa e Gazzi trovi Zaera, sobborgo che piglia il nome dal suo torrente; poi la strada partesi in due, per le porte Imperiale e Portanuova. Qui sulla dritta è il convento della Maddalena de’ Benedettini, con due campanili dominanti il paese, postovisi il nerbo delle forze siciliane; il quale è per un miglio separato dal vicino lido di Maregrosso da’ giardinetti Moselli.

La cittadella costruita nel 1647 per ordine di Carlo II, da un Nurnberg olandesi, è un pentagono fabbricalo entro al porto, sull’istmo che unisce il piano Terranova alla penisoletta 5. Raniera; può tenere quattromil’uomini, e combatte la più gran parte di Messina. I cinque bastioni S. Stefano, S. Carlo, Norinberg, S. Francesco e S. Diego, han due cavalieri col telegrafo e la bandiera, cinti da una falsabraca, e il mare vi batte di qua e là verso la lanterna. Il fronte di terra, il solo donde può avere offesa, ha un rivellino S. Teresa, e due lunette, Carolina e S. Francesco con ponti in legno. Sulla punta di terra che chiude il porto sta il forte S. Salvatore più aulico della cittadella, che vieta l’entrata a navi nemiche, con bella batteria di trenta cannoni: esso in quelli otto mesi avea patito molto, e pur quasi rovinato resisteva. I forti Gonzaga, Castelluccio e Matagrifone son sulle colline a sud-ovest della città. V’erano allora (poi demolite) sul vecchio bastione Portoreale due batterie, Real-alto e Real-basso a difesa del porto. Il quale ampio 1700 passi per 1400, è per natura bellissimo e sicurissimo, con l’entrata passi 650 larga, tra S. Salvatore e la città. Il nuovo faro La Lanterna, bastionato, vedesi tra esso S. Salvatore e la cittadella. Questa è la chiave de’ mari Jonio e Tirreno.

5. Abbattimento della batteria alle Moselle.

I Siciliani con errore adottarono gli stessi provvedimenti difensivi che già nel decennio gl’Inglesi. Costoro tementi allora l’assalto Murattiano dal continente, non avendo a prevedere sbarchi presso la cittadella che era in mano loro, avean fortificato Torre di Faro e Scaletta, punii lontani e opposti. Ora i capitani siculi non s’accorsero esser diverse le condizioni; cioè ch’essendo non loro ma nostra la fortezza, lo sbarco si potea fare vicino ad essa; il perché non ci badando punto, rafforzarono quelle vecchie opere di difesa, Scaletta ed Ali, Spuria e il Faro vanamente; né là da presso prepararono altro ostacolo, eccetto la batteria a Maregrosso sulla foce del torrente Zaera, ne’ giardini Moschi, a trecento tese dal bastione Don Blasco, non pur fatta a difensione, ma a noiare i navigli che s’accostassero alla fortezza. Imperlante il Filangieri, ponderalo il luogo, le forze e le posizioni de’ combattenti, si consigliò di sbarcare sulla spiaggia propinqua al forte, e per averne ausilio, e perché più gagliardo e simultaneo riuscisse poi lo assalimento alla città, stringendola col presidio e co’ sbarcanti a un tempo. Se non che gli era necessario prima distruggere la batteria ne’ Moselli e Maregrosso.

Chiamato a Reggio il capo dello stato maggiore della cittadella, e dategli opportune istruzioni, mandò colà a rafforzarlo il 13° di linea, un battaglione carabinieri, il primo del 3° svizzero, il 4.° cacciatori, e quattro obici. La notte seguente al 2 settembre mossero da Reggio la fregata a vela Regina, sedici barche cannoniere e cinque scorridoie, rimorchiate da piroscafi Roberto, Ruggiero, Carlo III, e Sannita, con ordine d’ammortire la detta batteria, e spazzar tutta la costa, dal bastione Don Blasco al villaggio Contessa, poco più che due miglia. Sull’alba i piccoli legni si trovarono in battaglia a mo’ di scacchi a fronte e a lato della batteria, co’ quattro piroscafi dietro, e la fregata a retroguardia; e subito secondati dal bastione Don Blasco, apersero vivissimo fuoco. I Siciliani risposero alacremente, e dalla batteria e dal Noviziato; ma in breve i nostri, rovesciate le gabbionate di quella, costrinserla a tacere. Allora il Roberto s’accostò alla cittadella, e die’ un segnale convenuto. Eran l’ore otto matutine; ecco dalla postierla di Don Blasco escono a corsa quattro compagnie scelte e artiglierie pionieri con istrumenti; in tutto 1985 uomini, e ottanta uffiziali col colonnello Rossaro 11; l’avanguardia si precipita a inchiodare i cannoni dalla bai; feria nemica, il resto combatte per far tacere i colpi spessissimi e non visti partenti di dietro case e giardini. Contemporanei sbarcano dalle cannoniere i marinai a piantare il vessillo regio; e gli alivi inchiodano i sette grossi cannoni, ardono gli affusti, ardono una scorridoia trovata sulla spiaggia, se ne pigliano il pezzo, e lietissimi gridando i viva al re, in men di due ore se ne tornano al bastione e alle navi. Frattanto il Roberto va’ co’ colpi spazzando i giardini sulla costa, e tutta sin oltre Contessa scorrendola, s’assicura non v’essere impedimento. Le piccole navi all’ore tre vespertine, eran già parte alla Calona, e parte nella rada di Reggio, senza danno.

6. Danni di Messina.

Ciò felicemente per gli assalitori, infelicemente per la città si compieva. Il Filangieri il giorno prima aveva invitato il comandante della squadra inglese a trasmettere avvisi uffiziali a’ consoli esteri in tutte città marittime di Sicilia, ch’avendo i Napolitani a ripigliar quelle terre, e forse con ostilità, bene sarebbe che gli stranieri, e i commercianti e viaggiatori ponessero loro beni e persone in sicuro. Inoltre i Siciliani durante l’armestizio avean, con pensiero piuttosto iniquo che considerato, eretti fortini e trincee e batterie dentro la città, e sulle circostanti alture; onde era molto difficile a non danneggiar duella, messa in mezzo; dove se avesser fatto approcci a regola d’arte dal Pai tre bande, Messina sarebbe rimasta incolume. Eppure il Filangieri a salvarla ordinò al comandante, la cittadella di non trarre se non provocalo. Poteva il cannoneggiamento esser circoscritto alle Mosche; i Siculi postali presso il Noviziato in gran numero colpendo a salvaniano i Regi scoperti, ben si potevano accontentare, ma eglino senza disciplina, senza unità di comando, uditi appena i primi colpi, scopersero da tutte bande i preparati cannoni a fulminar la cittadella, e dai monti e dalla città. Di questo il general Pronio fece stendere processo verbale, in prova della provocazione; quindi co’ suoi cannoni controrispose. Vedesti colpi terribili e micidiali distruggere e rovesciare; dovunque guardavi era caligine e fumo, e fiamme e palle; le case de’ cittadini pativan leggio de’ combattenti, ché il più de’ colpi pria d’arrivare agli avversarli cadevan per via; e sendo i ribelli meno esperti, men davan nel segno, e avendo più artiglierie, eran quasi sempre siciliane braccia che le robe e le vite siciliane malmenavano. L’acre suonava strida, tuoni, lagni, imprecazioni. Fuggivano i cittadini a stuolo alla campagna, fugandovi quanto avean più prezioso, e figli, donne, vecchi e malati; n’eran gremite le strade, pieno il mare, barche a vele e a remi, fuggitivi in ogni dove. E i difensori di Messina, non Messinesi, ma Trapanesi e Palermitani e altra masnada senza patria, ciechi, all’impazzata, gittavan bombe e palle; e invece di volgere i tiri sugli assalitori della batteria alle Mosche sparavano vanamente sulla cittadella imprendibile. Quei loro capitani eran sì boriosi ed ignari, che al vedere dopo distrutta la batteria ritrarsi i Regi, si tennero vincitori, e né fecero rapporti uffiziali. Vittoria fu l’aver presi alquanti feriti rimasti addietro, cui trucidavano. Il Miloro che si firmava colonnello, chiede con lettera a un suo collega mandassegli uno Svizzero prigioniero di quei baffuti, o un Napolitano, per metterlo alla catena, e dargli la baiata, E un A. Savoia rispondeva a margine. Quanti se ne son presi s’hanno massacrati! E il corrispondente al giornale Débats scrivea da Messina: «I Napolitani han tentato uno sbarco, e sono stati respinti; i combattenti siculi portavano a’ bottoni delle loro divise, e orecchie e altri pezzi di carne umana; i fanciulli vendevano la carne napolitana sulle graticole.»

Tenentisi scioccamente vittoriosi, quando distrutta la loro batteria restava libero lo sbarco, credettero assicurare la vittoria col costringere. prima che movessero le schiere da Reggio, la cittadella al silenzio, però il dimane 4 settembre da tutte loro artiglierie saettaronla, sostarono a notte buia, ripresero con l’alba, e tutto il dì, e ‘l seguente; sicché per tre giorni alla fila, rispondendo il Pronio con più misurali colpi, il maggior danno di quella pazza furia toccava alla povera Messina, colpita dalle due parti, miseranda vittima d’inutile battaglia. Molte case s’abbruciarono e caddero, massime quelle vicine agli eretti fortini; e arse il palazzo comunale bellissimo. D’ogni cosa accusavano i Napolitani.

7. Sbarco in Sicilia.

Cominciò a’ 4 settembre in Reggio l’imbarco delle soldatesche. Gli uffiziali passavanle a rassegna sulla spiaggia, diligenti, le più minute cose scrutavano, se acconce le pietre focaie, se ben ne corressero i fucili, se ciascuno avesse quanto era d’ordinanza, se fanne, se le munizioni fosser sane e compiute, se le vesti e sin le scarpe all’uomo in niente difettassero. Giulivo era il soldato, ansioso l’uffiziale, tutti anelanti vendicar l’offese, ripigliar l’isola per traditori consigli abbandonata, riporre la pace ne’ conterranei Siciliani, e soprattutto riguadagnare alla bandiera napolitana l’onore, insozzato da quel De Sauget, ed allora si fingeva sventurato, e che altri tempi aspettava. Sul meriggio presero a salire in nave, ma trattenneli un uragano; ricominciarono dopo cinque ore, e duraron tutta notte. Fu uno stento a imbarcare i cavalli in ispiaggia aperta senza ponti, onde s’avevano a menare a nuoto, il che fe’ perder tempo. La spedizione lascia Reggio all’ore 6 del 6 settembre, e si divide in due; una tira a Messina, l’altra a dritta volta alla spiaggia, e comincia a trai vi colpi sull’ore otto, poi quella ripiega le prue, e le si riunisce, stendendo incontro alla ma cannoniere e scorridoie; sicché tutta l’armata in battaglia su distesa linea spazza co’ colpi quei vigneti e siepi e fratte che potean celale imboscate. Più in là era il caseggiato frammisto a mura di giardini, in due grandi ali, tutto voltato a uso di guerra, ogni casuccia acconcia a difesa, murali usci e porte, bucherate feritoie, sollevate tegole, sì da dar l’imbercio all’archibuso; ogni muretto o siepe o fosso avea nemici dietro; s’era tratto partito del terreno in tutte sue più minute parli, per riparare e ascondere i difensori. Adunque s’aveva scoperti a sfidar nemici coperti e invisibili. di numero ignoto,conquistare ad una ad una migliaia di case e fratte e macerie, su suolo ondeggiante; per vie strette e torte, ov’era difficilissimo serbar le norme di tattica ordinanza.

Lo sbarco cominciò all’ore nove, a tre miglia a mezzodì dalla città, al primo campanaro verso le Moselle, protetto dal fuoco delle cannoniere, che tenean netta la spiaggia. Discesero in quattr’ore 6407 soldati e 255 uffiziali, tra’ quali il Filangieri, il Nunziante e lo stato maggiore, con poca opposizione; tenendosi i Siciliani al coperto negli agguati. Ma s’aveano a conquistare le tre miglia di quella strada che da Catania mena a Messina, preparate ad acerrima difesa.

7. Fatti della 2. divisione.

Stati primi a pigliar terra i marinari, apersero il fuoco contro le fratte della campagna; li segui il 1.° cacciatori lanciandosi in ordine aperto nelle vigne propinque, senza aspettar la discesa del 6.° cacciatori ch’avea ordine di assaltare dalla dritta; però non potettero guadagnar la strada percossi, presi a bersaglio da tutte bande, e perdettero i più ardimentosi, che troppo corso avanti, venian da’ nemici trucidati e mutilali oscenamente. Non per questo retrocedevano; ma il duce scorta la lotta ineguale, sbarca a terra, manda a sostenerli il 6.° cacciatori, fa avanzare il 5.° a manca, e poco stante lancia anche il 5.° La pugna s’ingrossa, i navigli gittan granate su’ tetti delle case combattenti, e sulle chine de’ colli occupati da’ Siciliani. Come sbarcano un battaglione del 3.° svizzero, e uno del 5.° di linea, volgonsi a dritta del 1.° cacciatori; né ancora era tutta la divisione a terra, che il maresciallo Nunziante dall’estrema sinistra girando urlò nella dritta del nemico, e dopo generale e dura zuffa, giuntagli l’artiglieria a tempo guadagna la via consolare. V’era ferito il brigadiere Lanza. Allora gli avversarli indietreggiano e per la via e per le sovrastanti colline, sempre percussando i regi, e con più frutto, in luogo stretto, fra le due ali di case fortificate, laonde il Filangieri s’avvisò di mutar la linea di battaglia, facendola obbliqua: stende la sinistra su’ colli, sì dominando il caseggiato, e ciò tutta impegna la divisione. Si pigliai) le colline sino alle creste, s’arrovesciano sull’qpposte chine i contrari, dove questi si raggranellano e ritornano a zuffa. Intanto le piccole artiglierie spazzavano la strada si. ma le case de’ lati facean fiero fuoco, e ritardavano e fean sanguinosa la marcia a’ soldati; onde bisognò assalirle a una a una, scalar finestre, perforar uscì, abbatter mura, e con baionette e incendi). trista necessità, discacciar via via i già sicurati combattitori. Così s’arrivava al torrente Borbonaro, tra’ villaggi Contessa e Gazzi, a un miglio da Messina; ove fu più duro conflitto, sendo i Siciliani postati dietro il muro della sponda sinistra, e nelle prime case di Gazzi. Di quattro cannoni da montagna, uno fu reso inutile; cadder morti e feriti capitani e uffiziali, artiglieri e cavalli: a sforzar quel passo fu opera di valore. E peggio avanti la chiesa: questa, le case, e l’alto campanile irti d’armati s’ebbero ad assaltar tutti insieme, sfondar a cannonate le porte del tempio, investire il campanile, e combattere sotto una pioggia di palle, più molti ricevendo che dando: stretto il luogo, larghe le offese, impossibile il far presto.

Il duce a divertir la pugna spicca due battaglioni del 5.° di linea e del i.° svizzero con quattro cannoni pe’ giardini sottoposti, con ordine di protrarsi il più che potesser lontano sulla sinistra de’ difensori, e circuirli; ma non riescono, ché verso il monastero della Maddalena trovan sì poderose forze e difese, che indarno sino a sera caldamente vi fan guerra. Nondimeno basta a far tentennare i difenditori di Gazzi, che sforzati van rinculando su Messina. Quivi men caseggiato il luogo, né valendola tattica del combatter coperti, avrian dovuto dar battaglia in linea, che non osarono. La notte allentò i colpi, non l’ire: i Borboniani stettero sull’insanguinato campo, la sinistra appoggiata a’ colli, la dritta al bastione Don Blasco, il centro a un quarto di miglio da porta Zaera. Il Filangieri fra’ suoi, provvedendo a’ morti e a’ feriti, aspettava la dimane.

8. Fatti della 1. divisione.

Era stato suo disegno le due divisioni operassero simultanee. Pugnando la seconda, dovea la prima a un segnale uscir dalla cittadella al piano Terranova, occupare il portofranco a S. Chiara, qui sfondare un muro, e con un colpo di mano pigliar i cannoni che percuotean la faccia dritta di Don Blasco, cosi far libero il passo del torrente Portalegni, superar di rovescio le batterie S. Elia e Mezzomondello, sforzar Portanova e Porta imperiale, per agevolarvi l’entrata alla seconda divisione, da ultimo distruggere la batteria al Noviziato. Se il disegno avesse avuto effetto, sarebbesi evitato l’inutile fuoco tra la cittadella e le trincee messinesi, menata la zuffa fuor della città, evitato il danno di questa, e costretto il nemico a uscire in campo: ciò vietarono i fati.

Imperciocché mentre la divisione del Nunziante lavorava, non minori, ma più disgraziati perigli incontrava quella del Pronio. Il quale sull’alba di quel di 6 settembre preparò la prima brigata dietro Punirne mura; e come vide l’assalto volgere a dritta, ed ebbe da una fregata il convenuto segnale, cacciò in avanguardia quattro compagnie del 4° di linea, tre del 6°, una compagnia pionieri, e quattro obici. Incontanente fur colti da moschettate dagli edilizii circostanti, e a scaglia dalla batteria sullo sbocco della strada d’Austria; nondimeno correndo investono i primi quartieri, e se ne fan padroni. Una compagnia del 4.° si posta presso S. Chiara, centotremil’uomini del 1.° entrano nel Portofranco, e i pionieri dansi a forare il grosso muro che divide quelle caserme dal convento S. Chiara. Sopraggiungono cinque compagnie del 4° e del 5.° cacciatori, e serransi dietro il casamento a oriente di Terranova. In quella fur visti indietreggiare i Siciliani dalla strada d’Austria, e issofatto alzarsi colonne di fumo avanti al Portofranco; avean messo foco a una mina d’otto fornelli, per lanciare all’aria caserme, portofranco, soldati regi, e fors’anco molte case; ma le polveri guaste dalle piogge non iscoppiarono; questo risparmiò a Messina un’immensa ruina. Se non che i soldati, salvi dallo spaventoso pericolo, temendone un secondo, dettero addietro; laonde poco stante i nemici inondarono il portofranco, e di là percuotevano alla gagliarda nella dritta della regia brigata stretta in massa. Vi caddero per mortali ferite il Mori, colonnello del 4.° di linea e il Pellegrino, capitano d’artiglieri.

Lavoravano i pionieri nel muro del convento, che grosso e di mattoni resisteva; eppur s’era quasi aperto il varco, quando una sventura rese vani i perigli di quel giorno, e ritardò la vittoria. Cadde una bomba nella soldatesca a massa sotto le caserme, né solo alla prima uccise dodici uomini e altri molti ferì, ma impigliato il foco alle cartucce di cui ciascuno aveva copia ne’ sacchi a pane, parve infernali fiamme tra quelle umane membra divampassero. Due compagnie del 6.° di linea caddero orribilmente; e vedesti per terra centinaia di corpi scottati, anneriti, laceri, dibattersi come percosse serpi fra gli aneliti di terribile morte. I nemici se ne valsero a ripigliare il perduto; e benché il Pronio mandasse il 1° di linea a rinfrancare gli spaventati, pur retrocessero, non valendo sforzi d’uffiziali a rattenere quelle meridionali fantasie, che credeano veder mine e voragini in ogni intorno. Già il tramonto con le tenebre aggravava nelle giovanili menti i sospetti; onde fu necessità far rientrare i soldati, per toni alla vista di tanti cadaveri. Nondimeno a tarda Sera una mano di guastatori svizzeri e artiglieri fur mandati a distruggere la batteria del monastero S. Chiara; in breve n’inchiodarono i pezzi, e presero ventiquattro barili di polvere.

Cotal disastro fe’ mancare il disegno del Filangieri ch’avria salvato la città; e rese necessaria la seconda lotta del domani. A lui giunse a notte alta il capitano Geci inviato dal Pronio, a dirgli il perché non aveva cooperato alla battaglia. Ordinò a costui non fiatasse, e volto agli astanti disse: «Domani entreremo in Messina.» Ben sentiva fallito il suo proposto, sofferti molti danni, trovarsi impegnato con una sola divisione, ma senza darne sentore, imperturbato mutò incontanente il disegno. Rimandò il Ceci con ordine al Pronio che al mattino girando pel bastione Don Blasco investisse a tutta forza l’edifizio della Maddalena, dove troverebbe i due battaglioni da esso mandati: starsi colà la chiave ultima della giornata. Oltracciò a mostrar sicurezza di vittoria rimandò la flotta a Reggio, così rimanendo nell’alternativa di vincere o morire.

10. Codardie, e nefandezze.

I Siciliani già pel numero credentisi sicuri, vistisi ributtati per tre miglia da luoghi stimati insuperabili, cominciarono a dubitare; nondimeno non cessaron tutta notte di scambiar colpi agli avamposti, per tener desti e stanchi gli assalitori; all’alba si riprese la zuffa. Ma i capi loro, mentre a parole incitavanli, or l’uno or l’altro sbiettavano. Primo il La Massa con la schiera d’ottocento Palermitani lasciò Messina, dicendo andare a colpir nelle spalle de’ Regi, veramente per salvar la pelle: ché fuggito pe’ colli di S. Rizzo, vedea di là ricominciata la pugna, e spietato e codardo s’allontanava. Gli altri visto lui, pensarono a sé. I cittadini rimasti in città, all’avvicinarsi de’ colpi, presentono il conflitto dover seguir nelle mura, e fuggono a campi per la parte opposta. Uomini e donne d’ogni e tà e condizioni, con fanciulli, malati e masserizie, allenati per valli e greppi, senza saper dove, preganti il Signore, trascorrono atterriti e pallidi in balia del caso. Ed ecco sopravviene altra schiera d’armati, che inviata da Palermo, sbarcata a Melazzo, accorreva in aiuto: odono i casi della guerra, veggono i fuggitivi piangenti, onusti d’arnesi e robe; li piglia il demone della cupidigia; e assalgonli infamemente, inseguonli, spoglianli di quanto nella infelice partenza avean potuto di prezioso recar con seco. Li avean chiamati fratelli, arrivavano in soccorso, e lascianli percossi, nudati, senza tetto, senza pane, in fra tutte maniere di disagi e paure. Meno sventurato chi ripara a’ vascelli stranieri: quei di Francia raccolgono con carità; il comandante inglese da pria li scaccia, li chiama vili, gl’incita a tornare in città per combattere, quasi i pacifici cittadini vittime di macchinazioni altrui fossero atti a guerra. Appresso li accoglie, ma tra’ primi i capi ribelli che danno l’esempio brutto di primaticcia fuga. Il Piraino capo del potere esecutivo in Messina v’era ito per protezione sin dalla sera, col suo segretario, dicendo disperse le squadre siciliane, disertati i Nazionali. Dimandato dal capitano quali condizioni offrisse, rispose non poter niente senza il comitato; ond’ei gli disse tornasse a terra a consultarlo, che non volle, temente le vendette de’ cittadini. Così più ore trascorsero; in fine incitato da’ suoi andò e dopo poco ricomparve col generale de’ Nazionali e altri della potestà civile, dichiaranti che per la fuga delle milizie, e più pel tradimento de’ Palermitani non credere si potesse alla dimane battagliare. Lo spavento li acciecava.

11. Proposta di capitolazione.

Allora i capitani Roob e Nonay de’ vascelli inglese e francese, quegli del Gladiatore, questi dell’Ercole, mandano ai Filangieri una lettera per la via della cittadella: «Non poter loro navi contener più famiglie, fuggenti il temuto saccheggio. Eglino in nome del Dio di misericordia fare appello a’ sensi d’umanità del duce napolitano, perché concedesse tregua da far sostare il già troppo sangue, e stringere una capitolazione fra’ legati delle due parti sul vascello francese.» Questa giunse al generale all’ore sette del mattino, però incontanente mandò il Tenente-colonnello Picenna suo capo di stato maggiore significando egli tosto l’arme poserebbe che gli avversarii le posassero, cedendo la città al legittimo signore; intanto proseguirebbe avanti, sinché non avesse certezza di sottomissione. Anche per la via della cittadella giunse all’ore otto, e trovò tutti i capi rivoluzionarii rifugiati sull’Ercole: il Pracanica comandante le armi, il Piraino già detto, l’Orsini comandante le artiglierie, e altrettali; dove alla sicura,mentre ferveva micidiale il combattimento, discussero due ore la proposta, e orgogliosamente la rigettarono. Invece dettero un foglio, che intitolarono Basi di capitolazione. «I regi sarebbero ricevuti in Messina, a condizione che la potestà restasse in seggio, e la quistione di governo si decidesse dalle camere palermitane. Restituirsi i prigionieri.» Tanto erano stolti per libidine di comando,che speravano ritenerlo anche perdendo. I Roob e Nonay tentarono indarno a torre da quei cervelli cotesta sciocchezza, e dando la carta al Picenna nol celarono, ma chiesero risposta scritta, per corrispondere alle prescrizioni de’ loro governi. Il Filangieri l’ebbe ch’era già sulle mura di Messina; restituì con lettera la scritta; e volto a’ suoi disse: «Scoraggiato è il nemico; un ultimo sforzo, e abbiamo vinto.»

Quei capi della ribellione furono spietati e codardi; ché o volevano guerra, e dovevano combattere in mezzo a quelli ch’avevano armati contro il trono; o volevan pace e dovevano far cessare l’inutile carneficina; ma eglino solleciti soltanto delle persone loro, al primo pericolo si rifugiarci! sui legni, abbandonando le torme de’ sedotti a morir per causa perduta, e Messina e i Messinesi esposti a soldatesche rabbie, e a patire estremi danni dai vincitori e da’ vinti. Viltà e mala coscienza suscitarono paure premature in quei burbanzosi, e lor fean parere tutto perduto, quando la prolungala resistenza mostrava ancora incerta la sorte. Non facean guerra, e compilavano inaccettabili proposte, non facevan pace e fuggivan dalla guerra; e senza pietà per la città cui erano stranieri, lasciavanla da lontano saccheggiare, parlando da vincitori. Mercanti di falsa libertà, voleano aspettare gli eventi, per raccogliere l’eredità dell’altrui sangue. Il Piraino nel suo rapporto a Palermo scrisse: «non aver potuto approvare condizioni cui non era facilitato, e che poteano porre a rischio l’onore del paese, e la santa causa: aver fatto proseguire la disperata lotta, sicuro che se era mortifera per Messina, era onorevolissima per Sicilia.»

12. Vittoria.

Seguitando la battaglia, forte contrasto seguiva al borgo S. Clemente, ché bisognò vincere e sforzare ogni casuccia; più forte a porta Zaera. Abbarrato affatto con enormi ingombri e sabbia e fossi lo stretto sentiero che di dietro l’ospizio Collereale vi menava, non si poteva altrimenti farsi alla città che per la grande via. Quivi avanti la forta era una barricata, con largo fosso prima, bastionata di zolle, arena, fascine, e pali confitti ai suolo, con sullo spaldo quattro cannoni che spazzavan la strada; e le case da’ lati pur fortificate e difese; mentre da destra i forti poco discosti del Noviziato fulminavano per fianco. Non si poteva sbarrar quel passo da fronte, per mancanza di grossi cannoni da contrabbattere gli avversi; il perché a tenerli a bada, il duce fa continuare il fuoco de’ fucilieri e di due obici, e manda a girar la posizione. Vanno dalla sinistra i cacciatori del 3.° di linea e un battaglione svizzero del 4.°: parte deve occupare l’ospizio Collereale, e parte lanciarsi nel torrente Zaera, per pigliar di sorpresa i difensori della batteria. Colti dalle artiglierie del Noviziato e dalle case dintorno pur con impeto si caccian davanti gli avversi, gl’inseguono, s’inerpicano pe’ colli, e pugnano ad ogni greppo, qua e là, sparsi da per tutto. Dalla dritta soldati del 7.° di linea e pochi del 3.° svizzero pe’ giardini assaltan le case alle spalle, piglianle, e dalle finestre traggono su’ Siciliani. Il centro intanto per dar tempo a queste evoluzioni, intrattiene il nemico di fronte, soffrendone le scaglie.

Venticinque del 1.° cacciatori, due Svizzeri con un sergente Mast, e tre zappatori travarcano il torrente, salgono sull’opposto colle a investire il forte Gonzaga, spaventano con l’audacia il presidio, e ‘l pigliano; né paghi, lasciati i più a guardarlo, nove di essi col sergente scendono dietro la batteria Noviziato, montanvi per una sdruscita rampa di legno, e con le grida spaventano gli artiglieri, che credendoli un reggimento si fuggono. Dall’altra il capitano Grafienried con una compagnia del 4.° svizzero pur da’ giardini entra di rovescio nell’ospizio Collereale, fa a pezzi gli oppositori, e dalle finestre percuote anch’esso i difensori della barricata a Zaera. Questi impertanto stretti da manca e da dritta, decimati, rimasti soli, veggono i vessilli regi sventolar sul Noviziato e su Gonzaga, eglino non bastare a’ cannoni, né avere scampo; eppure facean fuoco. Ma venti soldati, sboccati da un cancello, e ricevuto il colpo a scaglia, non dan tempo a ricaricare, si cacciano a furia, e dan con le nude daghe sugli artiglieri, sinché arrivato il grosso delle truppe dalla strada conficcano la bandiera sul conquistato spaldo fra i viva al re. Tutta la divisione, compiuto quest’ultimo affronto, fu dal duce chiamata a raccolta e riordinata sulle alture di Porta imperiale, per aspettar l’arrivo della prima divisione, di cui il cannoneggiamento vicino nunziava la lotta.

I) Pronio era uscito per la postierla di Don Blasco, pria rasente la spiaggia, poi a dritta pe’ giardini Mosche appressandosi alla Maddalena. Era d’avanguardia il brigadiere Zola con quasi quattro battaglioni, una compagnia zappatori, e quattro obici. Bisognò scacciar il nemico da ogni muro, aprirsi il passo con cannoni, picconi e daghe: eran chiusi gli edifizii adiacenti al monastero con triplici fortificazioni; a ciascuna cinta stavano difensori ascosi, che sforzati ripiegavan sull’altra. Superato il primo muro, gli assalitori son colti da finestre e tetti e campanili; non retrocedono, fan breccia nel secondo, slargante con baionette, ed entrati voltano a sinistra, perché più coperti, perché di là s’appressano alla seconda divisione combattente. Il 3.° e 4.° di linea con altri Svizzeri dopo lungo contrasto pigliano i mortai colà piantali contro la cittadella, e invece pongonvi quattro obici a contrarrispondere all’altre combattenti batterie avverse. Seguirono quattro reiterali assalimenti a edifizii chiusi e gremiti di difensori. Aperta la breccia al terzo recinto, gli zappatori lavoraronvi a farla praticabile sotto gl’incessanti colpi, quindi il battaglione del 13.° di linea e i due svizzeri, si lanciaron dentro, e presero d’ogni intorno i giardini. Restava la Maddalena, isolata, ultimo ostacolo avanti alle porte della città; certa, imminente era la vittoria, ma grave per danni; morivano il capitano Demetrio Andruzzi d’artiglieria, l’altro Marmel del 4.° svizzero, e ‘l tenente Rossi aiutante di campo del Zola. Stretti in quell’ultimo baluardo i più pertinaci pugnavano da disperati; i soldati del genio benché colpiti, sfondano ratti con asce e picche le porte del concento, scelgono cancelli e imposte, invadonlo a mo’ di torrente, e per corridori e stanze combattono corpo a corpo, i difensori vanno a pezzi. Gli echi di quelle solinghe sale usi a cantici sacri, suonano urla feroci, gemiti e bestemmie, chi avean volte in castelli pugnaci quelle mura di penitenza, ora bruttanli col sangue, terribilmente puniti. Pochi fuggono per Portauova, l’ultimo avanzo con sei cannoni tentano ancora rifar testa, ma investiti a corsa dileguansi. Le due divisioni si congiungono sulla strada fra le due porte; e lor davanti aperta sta Messina.

13. Messina è presa, e riordinata.

I Siciliani abbandonarono le navi armate, le batterie del Faro, e quelle donde il giorno prima avean saettata la cittadella. Da ogni banda vedesi numerosi gruppi di fuggenti per la città, pel mare, pe’ campi, pe’ monti. Così cadeva dopo trent’ore di pugna, per isforzo di poche migliaia d’uomini quella città, dove per otto mesi la rivoluzione avea cumulate sue posse, e dove sei secoli avanti Carlo d’Angiò contro altra rivoluzione spuntò la sua spada. S’eran lanciati da due bande diciottomila colpi di bombarde, de’ ribelli combatteron dodicimila, de’ Borboniani 333 uffiziali e 8818 soldati, questi col danno di otto uffiziali morti e 38 feriti, e di 181 soldati morti e 871 feriti, in tutti 1098 rimasti fuor di combattimento, cioè quasi l’ottava parte, perdita da paragonarsi alle maggiori delle mortifere battaglie di questo secolo. Presero 64 cannoni, 12 mortai, 21 bandiere, tutti i fortini, e prigionieri e munizioni senza numero. Degli avversarti ch’avean pugnato da’ ripari, sembra da atti uffiziali che assai meno perissero. I feriti regi fur condotti a Reggio, e là curati con carità da quei cittadini.

Il Filangieri dopo il mezzodì segnalava per telegrafo a Napoli: Messina è conquistata. Essa inoltre fu quasi tutta preservata dal saccheggio e dall’incendio; che il duce, considerando l’ebbrezza della vittoria, il furore pei superati rischi e patiti danni acciecare il soldato, a tener quel primo empito, mise guardie alle porte, rannodò fuor delle mura le due divisioni, e le fece riposare, poi nel pomeriggio ordinatamente entrò per porta imperiale. Quivi nuove fatiche alle stanche milizie: spegnere il foco appreso in molte case, pel feroce e vano duello fra le batterie e la cittadella, e pericoli nuovi, ché le preparate mine, e i gran cumuli di polvere ad ogni passo tra quelli incendi! potevano scoppiare. Ne’ dì 9 e 10 si scopersero dieci mine, e lavorandosi a smorzar il foco nel convento de’ Domenicani fatto arsenale, vi scoppiò la riserva delle bombe, con all’aria una parte dell’edilizio. Deserta era la città, qua e là fumante, case murate, strade asserragliate, ingombri, insidie, mine per ogni canto. Con trombe fatte venire dalla cittadella e dalla flotta, si die’ nelle fiamme, si lavorò a puntellar case, sgombrar vie, rifar selciati, ricolmar fossi e mine, rifabbricar muraglie crollate e crollanti. Presto gli spauriti cittadini ritornarono, fur rifatte la potestà ecclesiastica e civile, la municipalità, le poste, le amministrazioni diverse, le contribuzioni daziarie, il servizio sanitario e le dogane. Allora andò lodato assai l’atto del Filangieri che non solo gl’impiegati antichi richiamò a posto, ma tennevi altresì molti di quelli messi dalla rivoluzione; ciò parve prova di forza e di sicurezza, e fu ingiustizia che agguagliava nel dritto e nelle rimunerazioni i fedeli e i ribelli. Non dovrebbesi dar mai, per fine politico, lo spettacolo del premiare la colpa. E che politica? fidarsi al nemico? parve magnanimo allora, partorì amari frutti Magnanimo fu il perdonare; ne usci la proclamazione a’ 10 settembre pel sindaco marchese Cassibile; si bandì: assoluti i passati traviamenti, sospeso il dazio al macino. Messina co’ suoi trentasei casali aver porto franco in avvenire. Fur prorogate di due mesi le scadenze de’ debiti commerciali, aperti i banchi, l’uffizio d’ipoteche, i tribunali, il commercio. A richiesta de’ comuni vicini andar soldati sicurando le campagne infestate di fuggiaschi. Esenzione d’imposte agli edifizii danneggiati, tenuti validi i pagamenti di contribuzioni fatti a’ ribelli. Il re a 16 del mese conferiva al Fi langieri la Gran Croce di S. Ferdinando; e di quella stessa in diamanti usata da lui gli facea presente.

14. I capi settarii.

Ma gli stranieri ch’aveano spinto Sicilia a ribellare, e v’avean lasciato andare la spedizione regia, pensandosi che sarebbe respinta, vistala vincitrice, ripresero l’arme vecchie della calunnia. Dissero i Napolitani Unni e Vandali, rovesciatori della poetica Sicilia; Messina saccheggiata, arsa, bombardata per altre otto ore dopo presa; non denunziato armestizio, non intima di resa, i soldati rubare, uccidere, stuprare. Eppure l’armestizio era già da due mesi rotto da’ ribelli, la città avea patito per cagion delle batterie costruite da essi nelle vie, s’era impedito il sacco, i soldati tenuti fuori, poi entrati in ordine, il foco spento, dopo la pugna nessun colpo; e molti giorni prima da Reggio s’era a’ consoli esteri lo assalimento nunziato. Quelle accuse a disegno sin nelle camere inglesi il Palmerston faceva ripetere, non provate mai, anzi provate contradittorie e mendaci.

Mentre s’inventavan colpe borboniane; e con ipocrisia ripetevansi a nome dell’umanità, si ponea velo alle vere infami orgie de’ faziosi. Costoro per ferina rabbia aveano il 3, come ho detto, mangiato umana carne da cannibali, vendutala a pezzi in piazza; né mancarono strazii ne’ dì seguenti: quando potean cogliere qualche ferito soldato, strascinavanlo semivivo, facevanlo a brani, e delle membra mercato e pasto. Usavano il nome napolitano come suprema ingiuria; anche fuggiti su’ legni esteri, tacciavan vili i Napolitani, che a petto scoperto li avean vinti ne’ loro ridotti. Messina per essi guasta, patì saccheggio per le mani loro. La banda del La Masa di ottocento, corsa da Palermo in soccorso, fuggendo la notte dopo il 6 avea manomessi magazzini e case nel lato settentrionale della città; poi sui monti al vedere l’altra schiera palermitana a spogliare i fuggenti cittadini per invidia di rapina fecero altrettanto; e indi a poco incontrato chi recava trentamila ducati da Palermo glieli tolsero, e se li spartirono al villaggio Divieto. Congiunte le due masnade, rifuggirono a Melazzo, ov’era un campo e castello munito di cannoni grossi, e diciottomila ducati. Vi stettero la notte; il domani non vi si credendo sicuri, si presero quest’altro denaro, e abbandonarono il luogo. Il La Masa scrisse per telegrafo a Palermo ragunerebbe sue genti a Noara, poi scrisse farlo a Montalbano, e da ultimo a Randazzo, sempre allontanandosi, inseguito non da truppe ma da paura. Rifugiò in Palermo, e favellando in parlamento disse con prosopopea: «La nostra caduta non fu disfatta, fu vittoria ammirevole, e unica forse nella storia delle battaglie.» crederei piuttosto cotal fatto unico nella storia delle sanguinose buffonerie. Prima di esso il ministero n inizia lido al mattino delizia perdita di Messina avea sclamato: «Se innanzi il trattare coi Borboni saria stato fallo ed onta, ora dopo il sagrifizio di tanta città sarebbe tradimento e infamia.» Poi ‘l ministro d’istruzione pubblica disse a quella camera: «Messina non fu abbandonata, ma ridotta in cenere; i nostri non sono stati vinti, ma si son ritirati.» Lo stesso giorno della disfatta quei deputati votarono un tempio a Nostra Donna della Vittoria. Contradizioni impudenti.

Per l’opposto i capi facienti il governo provvisorio a Messina, quando nella notte del 6 si sentirono i Borboniani alle porte, e pensavano a scampare, si tolsero diecimila ducati del banco de’ privati. Né quelli erano i primi; fattasene verifica, si trovò mancanza illegale di ducati 108,837, laonde a ravviare quello spogliato banco bisognò che a 28 settembre v’andassero da Napoli novantatremila ducati. Quei liberaloni giunti a Palermo dettero un solennissimo spettacolo di discordia; l’un l’altro a bisticciarsi e accusarsi in pieno parlamento, il dì 13 si spiattellarono improperii incredibili e recriminazioni, tassavansi di tradimenti, calunnie, ruberie; ciascuno a scagionar sé e a rovesciar sugli altri la impunita colpa de’ danni enormi fatti patire a Messina.

fonte

https://www.eleaml.org/ne/margotti/1868-DE-SIVO-Storia-delle-due-Sicilie-dal-1847-al-1861-AA-2025.html#LIBRO_OTTAVO

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