Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861 di Giacinto de Sivo (XXIV)
11. Giudizii sulla ritratta.
Variamente di tal ritratta si giudicò. Altri biasimò il re d’aver lasciato cadere l’opportunità di bella vittoria, e fra’ nemici il Roselli scrisse ch’ove egli avesse ingrossato il fronte certamente saria rimasto vincitore. Altri disse aver guardato più l’utile che il decoro, invilita. la maestà regia innanzi a venturieri, il ritrarsi esser mancanza d’animo, sfiduciare il soldato, confessarsi perditore. Altri che negli eserciti sia male la presenza del re, niun generale colà avrebbe indietreggiato, dove ciascuno, veggendo nella persona sovrana la somma delle cose, consigliava non risicare.
La rivoluzione n’ebbe il destro di ricantare le vecchie nenie a’ soldati napolitani, stizzata d’averli sperimentati valorosi, e cagione di ruine all’Italia mazziniana. Fe’ strimpellare il re fugato, rotto, inseguito, disperso l’esercito, e fe’ così il suo debito per punzecchiar la gente con tai baie. Il nostro disertore Carlo Pesacane, allora capo dello stato maggiore del Roselli, non è molto sperticato ne’ suoi rapporti uffiziali, e fa tralucere la battitura de’ repubblicani; e lo stesso Roselli che avea lasciato stampare gonfi dispacci, dappoi nelle sue memorie stampò: «Quel fatto d’arme non suscitò ne’ Napolitani il minimo disordine; non fuggirono, ma intatti, con ordine si ritrassero in pianura, né avrei potuto eseguire l’inseguimento, senza pormi in trista condizione, e in grandi pericoli nel momento dello scontro.»
Dirò il parer mio. Capitano e re, mi sarei lanciato a punire quella masnada d’aver osalo guardare in viso la bandiera di Carlo III; e forse là si sarebbero spente molte vite che dappoi si son venute a pascere nel venduto regno. Ma è da andar col pensiero a quel tempo procelloso in Italia e in Germania, dove un minimo fatto potea subissare il reame. Ferdinando considerò il nemico aver tutti fanti acconci al terreno, e solo quattrocento cavalli; egli pochi tanti; e doverli tenere a guardare i cinquantadue cannoni e i duemila cavalli ch’erano là non difesa, ma impaccio; sospettando de’ Francesi, pensò essere inutile il vincere, il perdere ruinar tutto; suo debito il guardare non a onore apparente, ma al vero bene de’ sudditi; e fors’anco uomo pio, stimò colpa il versar sangue senza ragione. Egli volea ritrarsi, e ‘1 fece intatto; i Romani volean vietarglielo, e noi poterono; egli raggiunse il suo scopo, quelli il fallarono; per lui il combattere fu necessità, per quelli fu vanità dannosa, perocché senza tanto viaggio e tanto ferite avrian potuto di dentro Roma udire la ritirala de’ Napolitani. Fu allora che l’Avezzana usci con altra proclamazione all’orientale: «Cittadini! 0 che vegliate sull’alto delle torri a difendere la città, o che andiate su’ campi di battaglia, voi siete invincibili. È con voi Dio e il vostro dritto! La repubblica romana ben preci sto sarà italiana: qui versano il loro sangue uomini venuti da tutte parti d’Italia; la religione dell’unità italiana, della repubblica italiana riceve qui il battesimo di sangue su’ piani testimoni delle vostre vittorie….»
La repubblica, per rifarsi, come disse, de’ danni dell’invasione, decretò a 25 maggio che tutti i beni del re si sequestrassero e vendessero. E subito bandirono venale il palazzo Farnese. Ma già prima l’avean preso e invaso, e voltato a uso pubblico: in quelle stanze avean messo l’officina della carta moneta, cui stampavano a canne.
12. Il Garibaldi nel regno.
Il Garibaldi per quella ritratta, potendosi dar aria di vincitore, a dimostrarlo meglio si struggea del fare una scorsa nel regno per dire d’aver perseguitato il re sin nel suo stato, e perché anche confidava nelle popolazioni ch’al vederlo si sollevassero a dargli fiori e benedizioni. I fuorusciti gli promettean mirabilia, quei che stavano a Rieti e ad Ascoli s’aspettavano cose grandi. Pertanto richiedea tutto l’esercito repubblicano, e facoltà di fare. Ma il Roselli men visionario, volea tenersi grosso a Roma per difesa della repubblica minacciata, o almeno entrar nell’Umbrie a osteggiare gli entrati Tedeschi. Questa disparità di consigli de’ due generali, fu diffinita con un peggior consiglio de’ non militari triumviri, ch’a contentarli tutti e due decisero: il Garibaldi con seimila tentasse la sorte, il Roselli col resto rientrasse in Roma.
Di ciò o che il re avesse sentore, o sospettasse, subito pensò a guardarsi le frontiere; e sendo giunta opportuna la nuova di Palermo sottomessa, potè trarne un po’ di soldatesche, laonde per telegrafo chiamò il Nunziante con cinquenni’uomini, Fecersi due divisioni di truppe a guardar Terra di Lavoro; il Nunziante a S. Germano con 8541 fanti,857 cavalli e 14 cannoni; e il Casella a Fondi con 6252 fanti, 720 cavalli e 14 cannoni. Altri in Abruzzo. Cosi era guardata la linea dalla foce del Tronto a Mortella, ch’è lunga 180 miglia. Il Garibaldi fatta una scorrazzala nella papalina provincia di Frosinone, bene abbottinato travarcò la frontiera nostra a 20 maggio ad Arce; dove mancando soldati, le Guardie nazionali del luogo, men che cinquanta; saliti sull’alto delle colline gli trassero schioppettate, per mostrargli il piacere d’averlo a liberatore. Incontanente il Nunziante al sentirlo gli corse da S. Germano addosso; ma ei non lo aspettò, e ripassò frettoloso il confine; stato poche ore sul suolo napolitano ch’a quel tempo gli scottava. Con seimila non fe’ miracoli, i miracoli co’ mille s’avevano a maturare con altri undici anni. Per Valmontone già il 29 era dentro Roma.
13. Spagnuoli e Napolitani in campagna di Roma.
A’ 27 e ne’ dì seguenti sbarcava a Gaeta il contingente spagnuolo di novemila fanti, quattrocento cavalli, e otto cannoni col general Cordova, il re gli die’ muli per l’artiglierie, aggiunsevi i due bei squadroni di cacciatori a cavallo comandati da Filippo Colonna, e ordinò ch’una nostra brigata a Fondi ubbidisse ai generale spagnuolo, cui mise altresì appresso il Tenente-colonnello Alessandro Nunziante dello stato maggiore. Per non mancare all’accordo, fur mandati al campo dell’Oudinot il detto Nunziante e l’Agostino col Buenaga colonnello spagnuolo. Il duce francese, uditili a 7 giugno rispose netto: Egli essere stato respinto il 30 aprile d’avanti Roma; ora avere il debito d’entrarvi senza aiuto d’alcuno; e dove altro esercito apparisse, nemico od amico, egli il combatterebbe per non farlo accostare. Quasi similmente scrisse al generale Tedesco. Però gli alleati si tennero a operare in altre parti dello stato papalino. Il general Nunziante entrò a 7 giugno nella provincia di Frosinone, a fiaccarvi le bande repubblicane; comandavale un Masi, e v’era Pietro Slerbini, intitolato preside, il quale fatti tronfii editti, e decreti in nome dì Dio e del popolo, avea vuotate le casse comunali, e presi argenti lavorati; ma egli e il Masi fuggirono a furia entro Roma. Il duce nostro occupate Veroli, Anagni e Ferentino, senza sforzo rialzò l’arme papali; poi il 17 si recò solo a Piperno; ov’era giunto il Cordova, a fargli cortesia; e con esso stabilì il da fare per pacificare quelle contrade. Presa poi Roma, come ora dirò, e dissolti i Garibaldesi, i Napolitani rientrarono nel regno; ma prima il Nunziante scrisse lettera d’addio al Cordova; il quale risposegli serberebbe sempre il ricordo di questo tempo, in che l’arme delle due corone rinnovati i legami d’amistà e dell’origine comune, avean preso insieme una causa santa; e gli lodava i cacciatori del Colonna. Anch’egli coi suoi, chetate le cose, ripartiva per Spagna in novembre e dicembre, e gli ultimi ne’ primi del 1850.
14. Presa di Roma.
I fatti di Roma seguirono cosi. Mentre il Lesseps trattava co’ triumviri, questi pensandosi aver Francia in pugno debapeavano. Il Mazzini, gittata la maschera, furiava schizzando odii, vendette e sangue. Ai 25 maggio stampò nel suo giornale L’Italia del Popolo. «Questi primi movimenti di popolo, queste prime battaglie nella città capitale d’Europa sono al principio non al fine; non sono mutamenti, ma preliminari di mutamenti. Oggi la vera rivoluzione repubblicana getta i primi lampi; e quanto i popoli vedono ed intendono è l’ombra appena de’ torbidi avvenire. Le società, nelle quali regna l’ingiustizia, denno esser rovesciate a fondo; e le nazioni fatte serve di caste privilegiate già sono condotte avanti allo istinto che la civiltà imprime alla vera sociale fraternità. Esse osservate posarono molti secoli, in grembo a’ monarchi, e si formarono e nudrirono di quel sangue materno; ma oggi sono creature fatte, che sorgano al lume della libertà, e cui un ferro plebeo deve svellere da’ monarchici nodi.» Questi concetti segreti della setta ei sguainava al sole, tenendosi vincitore essi fan tralucere quello che deve avvenire ne’ dì del suo finale trionfo.
Non so poi bene perché il Lesseps la rompesse co’ triumviri, o che il fingesse; certo a’ 24 maggio si partì da Roma dicentesi minacciato di pugnale. L’Oudinot per ragion di esso costretto a inazione, quando per lo smacco patito a’ 30 aprile bolliva per la risposta, mal lo sopportava. Ma egli ben presto ristrette le pratiche,. giunse anche a’ 29 a sottoscrivere co’ repubblicani un accordo, affatto, diverso dal precedente ultimatum verbale: neppur faceva menzione del Papa; stipulava che i francesi s’alloggiassero fuor delle mura, e che la repubblica francese guarentisse da qualunque invasione straniera il territorio occupato dalle sue truppe. Così il Lesseps quei Francesi venuti a riporre il papa, confederava con la rivoluzione. L’Oudinot fremente, uditone il rapporto, quasi lo scacciò con mali modi, ricusò netto di riconoscere quell’atto vergognoso, ef il domani lo dichiarò a’ triumviri. A 1.° giugno giunse di Francia al campo l’ordine che tolse ogni potestà al Lesseps; il quale si partì quel dì stesso, sperando far ratificare a Parigi il fatto accordo dal consiglio ai stato e dall’assemblea. Quel niego fu un fulmine a’ triumviri. Per guadagnar tempo, e in aspettazione de’ brogli del, Lesseps; il Roselli dimandò con pietose istanze un. armestizio al duce francese; il quale per la stessa ragione il ricusò reciso, e quanto, seppe meglio, presto presto strinse la città. A 5 giugno seguì a villa Pamphili una avvisaglia; dove il Garibaldi perdè molti suoi ufficiali, e anche il Moro che più volte gli avea salvato la vita; eppure alla dimane i triumviri proclamarono a’ Romani: «Noi vi benediamo!» Ma presentendo non poterla durare, razzolavan ori e argenti con requisizioni atroci; e con decreto del 6 dettero a una commessione potestà piena da punire immediatamente e militarmente chiunque osasse sottrarre la minima parte de’ valori requisiti.
In quello stante, seguite in Francia nuove elezioni per le camere legislative, il partito cattolico n’era rimasto ingagliardito, riusciti vani gli sforzi del Ledru-Rollin e degli altri socialisti consocii del Mazzini. Il Ledru a 11 giugno presentò all’assemblea un atto d’accusa contro Napoleone presidente e i suoi ministri, per la guerra contro Roma, la dimane fu rigettato a maggioranza di 377 voti contro 8. La parte sinistra, detta La Montagna, die’ a’ 13 una proclamazione incitante i Francesi a ribellare, ma corso il generale Changarnier disperse i faziosi, pose Parigi in assedio, abolì i circoli, e tornò la quiete. Altri moti anche furono depressi a Lione e in altre città. Intanto l’assemblea a’ 12 avea dato facoltà al governo di por fine al dramma romano, il consiglio di stato chiese ragione al Lesseps del suo operato, e fattogli un mezzo processo il chiarì versipelle, e lo adombrò con sospetti d’incapacità e disonestà. Invece di esso venne legato il De Croccile, che significò a’ Romani, la Francia voler la libertà del papa, e de’ suoi stati. Il Mazzini rispose con sofismi e invettive. Subito l’Oudinot già padrone di Pontemolle e Mon ternario, e delle ville Pamphili, Corsini e Valentini, v’avea piantati cannoni, donde a’ 19 cominciò il fuoco, e pel 21 aperse tre brecce. Corsevi all’assalto; e superato il recinto Aureliano, vi pose altre batterie. I triumviri vi rimediarono con una curiosa proclamazione: «Il nemico entra proditoriamente: copriamo la breccia co’ suoi cadaveri; chi da nemico tocca la tena sacra di Roma è maledetto.» Postisi invece del papa, benedicevano e maledicevano.
Allora Mister Feeborn console inglese, radunati i consoli esteri fe’ una protesta, esagerando i danni delle bombe, reclamante la cessazione del fuoco. Lord Palmerston a’ Veneziani protestanti contro le bombe tedesche rispose: Venezia esser di Vienna pe’ trattati del 1815, ora faceva protestare contro Francia che riponeva il papa in virtù degli stessi trattati. Logiche due di quel Lord liberale, che a un tempo difende il Tedesco e perseguita il papa. L’Oudinot riprese il cannoneggiamento il 28, il 30 diè l’assalto alla nuova breccia, e prese a forza il bastione S. Pancrazio.
L’assemblea costituente romana dichiarò allora cessare dalla difesa impossibile. Si dimisero i triumviri, e né sursero altri tre, cioè il nostro Aurelio Saliceti con un Mariani e un Calandrelli, che mandarono il Canino Bonaparte ambasciatore in Francia, in Inghilterra e in America, quando cioè quella loro repubblica era spenta. Inoltre il Saliceti aveva compilato la costituzione della repubblica romana in sessantanove articoli, e l’assemblea quel dì stesso, 1° Luglio, con iattanza incredibile la votò a unanimità; poi la promulgava dal Campidoglio il 3, mentre il vincitore entrava nella città. La costituzione fatta per regolare la vita dello stato, si dava fuori nel dì medesimo che lo stato periva. La rivoluzione spirata dichiarava con nuovissima menzogna, aver allora dato a’ Romani quel che lor mancata la forza e la legge! Ciò mentre la forza straniera ripristinava la legge del papa. Davano in tai paradossi ridicoli, perché sapevano d’esser lasciati dire, infatti il Mazzini e gli altri caporioni, passeggiato per Roma altri sette o otto giorni, con passaporti inglesi stampati a posta, se n’andarono senza fretta.
15. Fuga de’ Garibaldesi.
Per contrario il Garibaldi, sperando in nuove imprese, persuase a seguitarlo quattro o cinque migliaia di tutte nazioni, e col favore del buio la sera del 2 uscì come Catilina, guidato dal Ciceruacchio. Giunse sull’alba a Tivoli; disegnava andare a Spoleto, e ricominciarvi la guerra col resto delle truppe romane, ma queste dettero l’ubbidienza al papa; ond’egli deluso, anche sentendosi perseguitato dal general Morris, parti la notte, e per Monticelli e Monterotondo giunse a Terni il 9. Gli si aggiunse un inglese Forbes, ladrissimo con novecent’uomini vegnenti da Ancona. Là fece di sue genti tre legioni; una al Forbes, altra al Sacchi, la terza a un Buono Americano. La sera dell’11 lasciò Terni, fu a Todi il 15, ov’ebbe lettere che il chiamavano a rialzare la rivoluzione in Toscana; perciò voltatovisi fu il 16 ad Orvieto; e sentendosi i Francesi alle reni, ratto passò la frontiera ed occupò Cetona. Ma era assottigliato; i più lasciatolo per saccheggiare. Passando tra mezzo a’ Tedeschi, svolazzò per quei paesi; dove anzi che partegiani trovò nemici. Arezzo gli chiuse le porte; le città si serravano,le campagne imprecavanlo; egli dove poteva requisiva a forza vettovaglie e danari, poneva taglie, pigliava ostaggi, né rilasciavali senza pria la moneta. A Franeto prese cinquanta scudi, altrettanti a Ranco; Montepulciano né pagò mille, oltre le forniture, Asinalunga centoventuno. Quivi l’arciprete Mucciarelli, preso, cavò cento scudi. A Foiano impose contribuzioni di 2200 scudi, né strappò cinquanta a una fattoria d’Acquaviva; a Monterchi ebbe da mangiare ed obbietti preziosi. Non son da noverare gli spogli perpetrali dai suoi, massime dall’inglese Forbes,per quelle misere ville. Ma i Tedeschi tutti quei ladroni andavano agguantando. Egli per inusitate e scoscese vie si rificcò nello stato papale, e riparò a’ 31 luglio a S. Marino; dove sendo circondato da’ Tedeschi finse voler capitolare; ma la notte con intorno a dugent’uomini corse a Cesenatico, vi prese tredici barche da pesca, e salpò per Venezia a 5 agosto. In mare ebbe la caccia dall’Oreste nave tedesca, e perdè molte barche; ei campò con cinque, e giunse a toccar terra al mattino del 5 sulla spiaggia di Mesola presso Volano. Eran seco un’americana Anita sua donna, il Ciceruacchio con due figliuoli, il barnabita Ugo Bassi, e fiochi altri; gittaron l’arme, si divisero, e ciascuno nel bosco vicino prese via. Ei con la donna e un altro viaggiò due giorni; al terzo gli morì per istento l’Anita in ignota capanna; poscia per Ravenna, varcando travestito le montagne toscane, trovò di là una barca che il menò a Spezia il 5 settembre, indi a Chiavari; dove il governo sardo tennelo con riguardo sino a’ 16, quando se ne andò. A Tunisi i Barbareschi noi vollero; tornò in America, e visse fabbricando candele. Poi in California, alla China, al Perii. Da ultimo in patria guidando una nave comprava e vendeva letame. Del Ciceruacchio non s’ebbe novella, per fermo ucciso; il Bassi fu giustiziato a Bologna.
Il Mazzini andò prima in isvizzera; cacciatone, ricorse nel sicuro nido inglese; e là col Kossut e ’l Ledru-Rollin ripresero le file della setta mondiale per la riscossa novella. Del governo fatto della misera Roma non è mio debito narrare; eppure trovò elogio in bocca del Palmerston; che con eneo viso il lodò a 6 maggio 1856, sino a dire essere riuscito migliore di quel del papa.
16. Fine della rivoluzione.
L’Oudinot lo stesso dì ch’entrò in Roma, a 3 luglio, mandò il colonnello Nyel a recarne a Pio IX le chiavi. Re Ferdinando die il cordone di S. Gennaro ad esso Oudinot e allo spagnuolo Cordova. Quel concorso di nazioni cattoliche alla restaurazione del pontefice fu ossequio al principio che la indipendenza sovrana del Papa-Re è indipendenza religiosa di tutta la cristianità. Per questo l’Odilon-Barrot a 20 ottobre di quell’anno 49, riassumendo, nell’assemblea francese, quel concetto delle unite potestà temporale e spirituale, il ribadì con questa formola: «Debbono le due potestà restar confuse nello stato romano, perché restino separate in ogni altra parte di mondo.»
Anche le cose venete volgevano a fine. Il Manin stretto e senza speranza d’aiuto, chiese la mediazione Anglo-francese dicendo: «Quella di Venezia non esser rivoluzione, ma anzi ripresa d’antichi dritti legittimi, conculcati nel 97 a Campoformio. Venezia libera non darebbe ombra, Venezia tedesca saria sempre un’onta e un imbarazzo.» Diceva giusto, ma perché avea fatto la città nido de’ demagoghi di tutta Italia? perché s’era mescolato col Pepe e co’ Mazziniani? anzi perché avea sempre tutta la vita coi Mazziniani congiurato, e congiunto il dritto di Venezia co’ rovesciatori di tutti i dritti? Lord Palmerston gli rispose a 22 aprile Venezia pel trattato di Vienna esser d’Austria, ubbidissero presto. Egli motore di tanto foco ora inculcava solo a’ Veneziani ubbidienza a quel trattato ch’andava egli stesso lacerando a faccia a faccia per Toscana, Napoli e Roma. Adunque Venezia serrata da terra e da mare, cominciò dal 4 maggio a esser fieramente percossa; e perduti i forti Malghera e S. Giuliano, rifinita di vettovaglie, infetta dal colera, e sbigottita pe’ suoi stessi difensori, capitolò a 22 agosto.
Eran colà circa mille Napolitani, tra volontarii e disertori, cui il Tedesco, sdegnando tener prigioni, mandò via. I caporioni si sparpagliarono pel mondo; il resto imbarcati in trabaccoli tentarono scendere a Patrasso, a Corfù e altrove: ma respinti ebber costretti da necessità ad accostarsi a Brindisi. Era gente rotta ad ogni misfatto, imbarbarita dalla licenza, carica di preda rubacchiata in quella povera Venezia. Il capitano D’Ambrosio mandato a posta schierò soldatesche sul lido, e a poco per volta il fe’ entrare in castello, dove si dettero al gioco e a tutte sregolatezze, giocando a zecchini d’oro, e mostrando gioie e diamanti. Il perché un mattino visitati tutti per sorpresa, si trovarono obbietti preziosi con stemmi di case veneziane, cui tosto si mandarono a restituire a’ padroni. Di essi poi in vario tempo altri usciron liberi, i pessimi vennero spartiti per l’isole; dove andò poi nel 1857 a cercarli il Pesacane, per rifarli soldati della libertà, come sarà narrato.
Altresì il duca di Toscana era tornato alla sede. Lasciava Castellammare a’ 21 luglio su legno nostrano; il domani scendeva qualche istante a Gaeta a ricevere la benedizione del S. Padre; sbarcava il 24 a Viareggio, e al 28 fe’ l’entrata in Firenze, con gran festa popolare. Dava l’amnistia a’ 21 novembre, piena, fuorché pe’ Triumviri, e altri 39. Sendo stato nello esilio chiesta per donna la sua figliuola Isabella da Francesco Paolo conte di Trapani fratello di re Ferdinando, si fecero poi le nozze a 10 aprile 1850 in Firenze.
In Francia schiacciato il socialismo dalla stessa repubblica, in Germania doma Ungheria ribelle, nella macinata Italia messo un po’ di riposo, tornava quieta l’Europa; ma della rivoluzione del 1848 restavano i debiti, il lutto, l’ire di parte, e i Napoleoni.
17, Vantamenti.
La rivoluzione anche schiacciata cantava sue glorie. Messina, Catania, Novara, Genova, Roma, tutte città percosse, diventarono temi di gloriamenti. Soprattutto di Roma dicevano caduta degna del suo nome, non aver patteggialo, aver combattuto contro Europa intera sino all’estremo, aver mantenuto parola, e simiglianti gonfiezze. Niente era il sangue sparso per niente, le case, le chiese, i monumenti guasti, i perpetrati assassinii, l’insozzata Italia, il costume rotto, i campi devastati, ori e argenti tolti al pubblico e a’ privati, milioni di debiti, contanti estorti a forza, monete false lanciate in commercio, carta moneta, erarii vuotati, e tutte idee sconvolte. Niente l’aver lanciato la patria in anarchia, patito interventi di quattro eserciti stranieri, massime di Francesi che par non voglian finire, niente gli attentati alle vite, alla possidenza, al dritto e alla religione. Ma i rivoluzionarii che nulla avean del loro sguazzavano con lo altrui; morivano i fanticelli, ma fuggivano abbottinati i duci; minavano i monumenti, ma eglino s’avean tolto da farsi un letto; s’era abbiettata la potestà, ma eglino sperano inebbriati di dittature e presidenze: era imperversata su’ sedotti la soldatesca rabbia, ma eglino sicuri in terra inglese battezzavan trionfi quelle ruine, e ricominciavano l’insidie con l’oro degli stolti. Scrivevano: La storia giudicherà la repubblica romana, e già tenean preparati scribacchini a impiastrarla. Ma avrebbero dovuto risuscitare il Rossi.
18. Mali prodotti alla Sicilia.
I Siciliani avean visto divorare immense ricchezze. In febbraio e marzo 18 eran iti ducati 875,457 del banco, denari di privati; e ducati 504,200 di depositi giudiziarii. Pel decreto del 19 maggio sulle vendite o affrancazioni di rendite dello stato furon presi ducati 1.109,960. Per l’altro del 3 agosto, per la spoliazione degli ori e argenti delle chiese ducati 255,208. Con la carta moneta ducati tre milioni e seicentomila. Pel mutuo forzoso due milioni e 672,100. Per non pagati soldi né interessi a’ creditori dello stato durante la rivoluzione 1.125,889. Sicché per queste sole cose notate i ribelli presero nove milioni e 958,814 ducati. Non dico i tributi riscossi per antiche e nuove imposte, non le contribuzioni inflitte ad Aci-reale, non quelle estorte dal primo comitato, né quelle in soccorso di Messina, né per gli esuli Messinesi, né quelle per far cannoni, né i cavalli e muli requisiti, né le cose preziose tolte alla Madonna de’ Travicelli, né gli scrocchi, le taglie, i sequestri delle persone, i furti, le rapine; né le ritenute a’ soldi degli impiegati. Tutto andò sprecato, molto per la guerra, il più nelle lasche di quei pochi che poscia pel mondo s’atteggiarono a martiri di tirannia.
Oltre la moneta la roba: città fatte campi di battaglia, sperpero, saccheggi, incendii, fuse campane e statue, mutilati o atterrati monumenti, campagne abbandonate o peste, industria e commercio cessato, contrabbandi, generi coloniali entrati in grande da bastare anni assai, famiglie rovinate, estinte, casse pubbliche vuotate, e da tutte parti malanni e miserie.
E oltre la roba la morale: il sangue sparso, le vendette ricambiate, gli odii di parte, le combriccole, la guerra alle leggi, le impunità, le false riconciliazioni, le rotte amicizie, le diffidenze, lo svelto freno a tutte passioni, tradimenti, trame, calunnie, costumi depravati, oscenità, stupri, e soprattutto lo spregiato culto divino eran mali peggiori della miseria. I Siciliani ch’avean prima plaudito alle sirene rivoluzionarie che cantavan paradisi, saggiarono quelli inferni; tennero la riconquista per liberazione, e dopo tanta tempesta guatarono affannosi l’onde perigliose ond’erano usciti sì mal conci.
L’amnistia conceduta a tutte colpe, data per salvar Palermo dall’esterminio, protrasse alquanto i mali dell’isola. Ma quelli usciti di galera, più che novemila, quelli tolti alla fatica, pasciuti per sedici mesi co’ denari altrui nell’anarchia, s’avean creati bisogni novelli; però il ritorno all’ordine non potea lor dare una impossibile bontà. Rimasti impuniti, avean necessità di seguitar ne’ delitti, si gettarono nelle campagne, e infestarono ville e borghi. Usci prima a 16 giugno ordinanza minacciante morte a qualunque portasse arme. Sette ministri rivoluzionarii l’un l’altro s’erano scavalcati per incapacità di sicurare l’ordine materiale; ora il governo legale, posto velo alle colpe passate, severo alle nuove, in tre mesi conseguiva la quiete; ché perseguitato in ogni dove quei malfattori stati difensori della libertà, chi perì con l’arme in mano, chi col supplizio, chi ebbe galera e continuazioni. Tutta Sicilia aiutò le milizie in quest’opera riparatrice.
A Catania riposta per necessità la tassa sul macino, parecchi popolani, instigati, sospettarono i possidenti voler con quello rifarsi degli imprestiti fatti alla rivoluzione, e volevan ribellare; ma repressi venner puniti. Il re confermò l’amnistia conceduta a Palermo con altra magnanimità, rimandando liberi a casa i catturati cinquecento Siciliani ih col Ribotti in Calabria.
19. Onori al Filangieri.
Carlo Filangieri, principe di Satriano, pe’ fatti guerreschi, pe’ diplomatici e civili meritò giusta lode. Nicolò di Russia a 20 aprile con lettera di sua mano lodollo d’aver servito la patria, l’Italia, l’ordine sociale e tutti i troni; onde gl’inviava, perché il tenesse a memoria di lui, il cordone di S. Andrea, onore il più alto di quell’impero. L’Austriaco gli mandò quello insignissimo di Maria Teresa. E Ferdinando a’ 19 luglio gli conferì titolo di duca di Taormina, con maggiorato di dodicimila ducati all’anno, sino a quarta generazione. Oh felice lui e ’l suo casato, se in quella meritata gloria avesse egli chiusi gli occhi! ma l’invida morte lasciandogli lunghi giorni, gli lasciò tempo da insozzarsi di taccia nefanda. Premiato lui, nulla si die’ ai suoi compagni d’arme. Dopo più d’un anno fu battuta una medaglia da premiare in quattro distinte classi il valore di ciascun milite in quella campagna; egli duce si contentò di farsela dare di quarta classe, così ostentando umiltà; dopo avuto i più insigni ordini d’Europa, il ricco maggiorato, e l’altissimo uffizio di luogotenente del re in Sicilia.
20. Grave fatto.
Sotto specie di moderare la reazione, il Filangieri gittossi in una via di mezzo, che se talora par sapiente e opportuna, sempre lascia crescere il lievito di nuovissimi mali. Ei si mise sendo alle colpe e a’ colpevoli, contro l’ire degli offesi; né gli bastò, ché quelli estolti dalla rivoluzione serbò in gran parte in uffizio, anzi die’ uffizio ad altri stati grandi felloni. Fu lodato di magnanimità, ma preparò fosco avvenire. Chiuso l’adito a private recriminazioni, troncò i nervi al dritto de’ buoni, lasciò a’ malvagi il frutto della malvagità, lasciò nelle menti popolari una persuasione fatale dell’utilità della colpa. I percossi e derubati restarono con perdita; i percussori e derubatori si goderono il tolto, insultando alle vittime, avendo anzi premio, seguitando anzi a governare le cose, siccome uffiziali del legittimo re, e preparando ribellione più fiera. La setta fiaccata in fronte, n’ebbe aiuto di fianco, e colle ipocrisie lavorò alla riscossa. Questi errori, ch’altri credè astuzia del Filangieri, per restar padrone degli eventi futuri, furono sue colpe a quel tempo in che rese grandi servigi all’isola, riordinando le amministrazioni sconvolte.
21. Reintegrazioni.
I liberali che de’ serbati impieghi lodavanlo a cielo, ebbero per contrario a ingozzare altre opere indispensabili di giustizia. A 10 giugno s’ordinò la restituzione de’ beni de’ Gesuiti. A 1 settembre si dichiararono nulle le vendite, affrancazioni, concessioni e transazioni fatte dalla rivoluzione sopra beni ecclesiastici; e fu prescritto si restituissero subito areligiosi tutti i beni mobili ed immobili confiscati, sequestrati o derubati. La Guardia nazionale di Palermo venne sciolta a’ 19 dicembre. A queste cose zittirono; ma ricominciarono le lamentazioni per questo che dirò. Eran da vedere i conti amministrativi dal 12 gennaio 1848 al 14 maggio 1849, per sapersi la sorte di tanto pubblico denaro; e se fosse venuta a deciderne, come volea la legge la Gran Corte de’ Conti, certo sarian seguite condanne grandi; perché avendo essa a dannare ogni spesa fatta senza forma legale, mancavano documenti dimostrativi in quel tempo d’anarchia, dove il più s’era furato e rubacchiato. Importante fu benignamente messa una commessione eccezionale da giudicar piuttosto il conto morale che materiale, senza guardare a mancanza di forme; ma come i giudicabili non si presentarono ai giudici, questi ebbero a sequestrare loro beni. Tra l’altro fu trovato che che quei ministri rivoluzionarii di Finanze s’avean presi ducati 862 mila e 79,47, per valute di lettere cambiali, avuto il più da ammiragli inglesi, e inviate a Londra, per compra d’arme e navi da guerra; però la commessione veggendo non giustificare da’ mandatarii lo adempimento del mandato lor conferito, condannatali solidalmente co’ mandanti a riporre nelle casse siciliane, quel pubblico danaro malversato. Udisti strepiti infiniti: tiranno il governo, impossibile il pagare, spogliatrice la commessione. Eppur questa, appena reclamarono, procedé sì leggiera che approvò quei conti: moderazione senza esempio. Tra l’altre furon trecentomila ducati spesi per mantenere le simpatie all’estero; il più intascati dallo Stabile, che poi fe’ il Banchiere. L’arte liberalesca è arte ricca!
Quanto alle navi furono la fregata Vittis, cui presa da’ Regi ebbe nome Veloce, e l’altra Bombay, che sendo ancora a Londra, bisognò un giudizio colà per averla; vintolo, si mandò un brigantino a pigliarla in giugno 30; e le si mutò nome in Fulminante. S’ebbero altresì parecchi utensili militari.
22. Riordinamento dell’isola.
L’ultimatum di Gaeta avea dichiarato non valere le concessioni promesse, laddove Sicilia non si assoggettasse in pace; però dopo tanta guerra, restava libero il re, da stringere suoi benefizi! a ciò che poteva essere verace bene delle popolazioni. Col parere del Filangieri, venuto a posta a Napoli, ed entrato ne’ consigli di stato, fur le cose ricostituite così: Prima un decreto a 26 luglio ordinò risiedesse in Napoli un ministro di stato per gli affari siciliani presso il monarca, e nominava il consultore Giovanni Cassisi. Poscia gli atti sovrani del 27 settembre assicurarono la divisione amministrativa dell’isola dal continente, pel civile, giudiziario, finanze e culto, con questo ch’avrebbe contribuito per ragion di popolazione nel quarto de’ pesi comuni del regno, cioè per casa reale, affari esteri e guerra e manna. L’amministrazione, assente il re, fidata a un luogotenente, con consiglio composto d’un ministro di stato e tre direttori o più, per Giustizia, Culto, Interno, Polizia e Finanze. Luogotenente un principe reale, o altro insigne personaggio. Gli affari decidersi dal re a proposta del luogotenente, con lo avviso di quel consiglio, e pel mezzo del ministro risiedente in Napoli. Da ultimo si stabilì una consulta con sette consultori, il presidente e sei relatori, con facoltà larghe d’avvisare su’ progetti di legislazione, e d’amministrazione, su dubbii legislativi, su conflitti d’attribuzioni tra ‘l contenzioso, il giudiziario, e delle curie ecclesiastiche e de’ tribunali laicali, e sulle approvazioni degli avvisi della Gran Corte de’ Conti, e altre molte facoltà. Essa si costituì solennemente a 28 febbraio 1850. A’ 20 maggio 1851 s’uniron poi i consigli di provincie e distretti, così dato pieno sviluppamento all’amministrazione. La quale già per lettera circolare del Filangieri del 15 giugno 1849, s’era chiamata a’ principi! di legge, abolito l’accentramento soverchio (che fu invece lungo malore sul continente) sì da dare agli uffiziali quella parte di responsabilità legale e morale, che li sforza a bene operare.
Né di minore utilità fu l’altro decreto del 18 dicembre 1849 da Caserta, ch’enunciati i vuoti seguiti nell’erario siculo per la rivoltura, montanti a quasi venti milioni di ducati, consolidavano a pro de’ creditori in un Gran libro siciliano, con rendita del cinque per cento alla pari, da riscuotersi ogni sei mesi, e da potersi negoziare. Assegnava il contributo fondiario per sicurezza. Fu poi a 17 maggio seguente aperta la borsa, il che appagò il desio di quel popolo, che ponea così a frutto in casa i suoi capitali, senza risicarli nelle perturbazioni aliene, e bentosto per la sicurezza quella ragione sali sopra la pari.
Queste cose nondimeno non accontentavano quell’aspirazione siciliana a indipendenza, quasi generale, parlante anche in molti fedeli al trono. Volevasi piena separazione dal Napolitano, e governo tutto d’indigeni; ma il re in quelle congiunture, dopo tanta ribellione, non polea concedere più, senza toccar l’unità della monarchia. Solo mancò del recarsi esso in Sicilia, ché forse l’entusiasmo per la real persona in quelli animi sensitivi e immaginosi avria sopiti i rancori, con l’appagamento della vanità nazionale. Ei non vide mai più quella sua terra natale, e lo allontanamento suo parve politica di risentimento, che senza offender persona speciale pungea tutti. La setta a questa puntura gittava fuoco, e vi riappiccò sue trame.
La condizione d’Europa, l’essere il reame il più grosso d’Italia, la necessità del tenersi forte a contrabbattere le insidie straniere, costringevano il governo a star sulla sua, armato e preparato; ciò gl’imponeva un carico ch’aveva in parte a gravar sulla Sicilia. Per ravvivare lo scusso erario s’ebbero a metter tasse, non però gravi, sulla carta bollala, non pria nell’isola vista, sulle finestre, e di grana venti a quintale sullo zolfo per l’estero, che pesava solo su’ compratori stranieri. Subito chi era stato cagione di quel danno, né pel perdono emendato, susurrava quei balzelli esser insopportabili, e forieri di più gravi.
Con tutto questo la Sicilia uscita allora dall’abisso, sorda agli agitatori, aperto rinnegava la rivoluzione. Tutti i municipii indirizzavano al sovrano ringraziamenti per averli liberati dal giogo de’ faziosi di Palermo, e dalle loro cupidigie ed enormezze. Coloro stessi che stati Pari e deputati avean partecipalo all’atto del 15 aprile 18 dichiarativo della decadenza dei Borboni, ora a voce e in iscritto ritrattavansi. Ottantuno Pari e centotré deputati con suppliche al re dicevano: «paventare il severo giudice della storia, l’esecrazione della posterità; sentire il bisogno di svelare aver dovuto sottoscrivere l’illegale atto per violenza.» E ciascun v’apponea qualche postilla di suo pugno, tutti solleciti a mostrar la malizia de’ pochi, il terrore, la sorpresa, l’impossibilità del negarsi. Tai suppliche furono della maggioranza, non della totalità, prova di spontaneità, chi non fece tal ritrattazione, seguitò in pace a casa sua. Dappoi anche il decurionato Palermitano con solenne deputazione a’ 19 dicembre 1849 umiliava al sovrano sensi di riconoscenza della città e dell’isola intiera per la pacificazione, e per le grazie del Gran Libro, della consulta, e della separata amministrazione.
La setta per non lasciar senza protesta tai ritrattazioni, spinse iniquamente certi suoi prezzolati a turbar la pace col sangue altrui. La sera del 27 gennaio 1850, pochi levaron grida sediziose in Palermo, e con la bandiera de’ tre colori assalirono il posto di guardia alla Fieravecchia: ma tosto domi e presi, sei giudicati da’ consigli militari passarono per le arme, un de’ quali era de’ catturati di Calabria e di fresco graziato, tornato al delinquere. Poi i tribunali sentenziarono altri due, cui il re graziò. E i municipii quasi tutti con nuovi indirizzi manifestarono indignazione per quest’altro attentato.
il Filangieri a 7 marzo creò commessioni per le prigioni da provvedere alla nettezza, al vitto, a’ farmaci, e al culto. Perché a’ poveri, cresciuti molto per quei malanni, non mancasse pane, provvide in ogni contrada, solo a Palermo i Monasteri ogni dì ne alimentavan di zuppa mille e dugento. Risorgeva a nuova vita l’ospizio de’ trovatelli in Catania. E per dar lavoro agli artesiani, mise mano a rifar le guaste strade, e a farne di nuove; malgrado l’erario magrissimo. A Palermo cominciò la nuova via fuori porta Maqueda detta La Favorita. Die’ nuova spinta alla prosperità, sicurando cose e persone, ordinando amministrazioni, promovendo industrie e conierei.
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